Giorno della memoria, Veltroni a reti unificate

La commemorazione, quest’anno, sarà a reti unificate, suggellata dall’autorevole firma di Walter Veltroni. Sabato 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah, Rai, Mediaset, Sky e La7 hanno infatti deciso di trasmettere nella stessa serata il documentario “Tutto davanti a questi occhi”, prodotto proprio da Sky insieme alla società Palomar. Autore e regista del film è l’ex sindaco di Roma, già fondatore del Partito democratico, ormai da qualche anno soltanto impegnato in romanzi e direzioni cinematografiche.

Il documentario racconta la storia di Sami Modiano, italiano di origine ebraiche nato a Rodi che subì sulla propria pelle il dramma delle leggi razziali, di cui quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dalla promulgazione.

Il 3 agosto del ‘44, quando aveva 13 anni, Modiano fu deportato dai tedeschi assieme al padre e alla sorella – che non sopravvissero alla prigionia, presso il campo di sterminio di Birkenau, prima di essere trasferito ad Auschwitz nel gennaio del ‘45. Al momento della liberazione del campo da parte dei Sovietici, Modiano era uno dei 25 bambini italiani ancora in vita, su un totale di 776 minori di 14 anni deportati ad Auschwitz dal nostro Paese. “Tutto davanti a questi occhi” è stato presentato ieri sera all’Auditorium di Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“In ragione del valore e del significato civile della testimonianza di Modiano – si legge nel comunicato di presentazione del documentario – Sky, Rai, Mediaset e LA7 hanno concordato che “Tutto davanti a questi occhi” venga trasmesso nella serata del 27 gennaio, oltre che da Sky, anche da Rai 3, Iris e LA7”.

Un palinsesto condiviso e concordato, dunque, come mai era avvenuto nella storia della televisione italiana, se non per i consueti messaggi di fine anno del presidente della Repubblica, trasmessi a rete unificate.

In questo caso, precisano dal servizio pubblico, l’accordo va oltre gli interessi economici, dato che non prevede alcun esborso da parte della Rai per acquistare i diritti per la trasmissione del documentario. Il film di Veltroni, fa sapere Viale Mazzini, sarà parte di un ampio palinsesto dedicato alla Giornata della Memoria. Anche Sky e Palomar confermano l’operazione a costo zero: per questa volta tutti d’accordo quindi, merito della nuova vita – a reti unificate – di Walter Veltroni.

Galleria Borghese: un set per le pubblicità di Fendi

“Fendi adotta la Galleria Borghese”. “Fendi sostiene la Galleria Borghese: un accordo triennale per promuovere Caravaggio nel mondo”. “Fendi riconferma il suo impegno verso Roma e l’arte”. E infatti si tratta di un progetto speciale: il primo dell’era Franceschini post riforma e nuovo codice degli appalti, che devono finalmente sdoganare la sinergia tra pubblico e privato. L’accordo tra uno dei musei più importanti d’Italia e la casa di moda sotto il cappello del gruppo Lvmh. Peccato che, a differenza di quanto annunciato, si sia rivelato un passo falso: la griffe, difatti, potrebbe utilizzare come set per le proprie pubblicità i locali – e quindi le opere esposte – della prestigiosa Galleria.

L’accordo siglato a settembre scorso, infatti, è dovuto tornare indietro, come nel gioco dell’oca, al vaglio del ministero dei Beni culturali (Mibact), per non poche e non da poco questioni formali sollevate dallo stesso consiglio di amministrazione della Galleria. Ma andiamo con ordine. Oltre a farsi riconoscere per iscritto come unico sponsor e poter quindi promuovere la propria immagine associandola a quella della Galleria Borghese anche su siti web, canali tematici e social network, alla maison di moda viene accordato di tutto. Dall’accesso per sé e i propri ospiti ad anteprime, inaugurazioni, visite di autorità e associazioni, alla possibilità di organizzare visite private, un evento l’anno, sempre privato, nei locali della Galleria, 500 biglietti omaggio annui, ma soprattutto di disporre dei locali per le campagne promozionali. Il tutto per pochi spicci, peraltro neanche sicuri. E qui vengono i problemi.

Il testo, che il Fatto ha visionato, prevedeva che in cambio Fendi impegnasse nella Galleria di Villa Borghese “fino a 100 mila euro l’anno” per tre anni, come da contratto; oltre a 700mila euro da utilizzare nella creazione di una Fondazione che si sarebbe occupata dell’“approntamento, l’alimentazione, la diffusione della banca dati digitale del Caravaggio e per la creazione del supporto che abbia competenza per l’organizzazione di eventi ed iniziative, volte ad implementare la fruibilità delle opere di Caravaggio”. È il cosiddetto “Caravaggio research”. Qualcuno potrebbe domandarsi: perché mettere in mezzo l’intera Galleria Borghese per implementare l’immagine del grande pittore? Nessuno lo sa. Ma soprattutto, è stato quel “fino a 100 mila euro” a essere saltato all’occhio di Antonio Lampis, da settembre neo-direttore generale per i Musei del Ministero. Così come formulata, infatti, la frase consente a Fendi un ampio margine di manovra, anche di cavarsela con cifre irrisorie, alla faccia della trasparenza raccomandata dal ministro Dario Franceschini. A Lampis si è rivolto il consiglio di amministrazione della Galleria, che gli ha chiesto di visionare il contratto. “I consiglieri hanno chiesto alla direttrice della Galleria, Anna Coliva di sottoporlo alla mia attenzione – conferma Lampis al Fatto – cosa che lei ha fatto prima di Natale. Credo che la correzione della cifra esatta al posto del ‘fino a’ sia già stata apportata e ora il contratto con Fendi è al vaglio dell’Ufficio legislativo per altre questioni più che altro giuridiche”.

Si tratta di questioni che atterrebbero allo Statuto della Fondazione per la ricerca di Caravaggio che la maison si impegna a creare. E soprattutto ai diritti che quest’ultima avrebbe sulle eventuali pubblicazioni. Insomma, non proprio dettagli secondari che peraltro non avevano incontrato fin da subito neanche la simpatia di Franceschini, fanno sapere dal ministero, il quale già in conferenza stampa si era irritato per l’annuncio non quantificato del denaro che Fendi si impegnava a investire.

A leggere il contratto, ora da riapprovare, era chiaro che fosse a favore più della casa di moda che del museo pubblico. “Verrà rimandato in cda, poi ai revisori contabili e alla Corte dei Conti per avere l’ok”, spiega Lampis. Anche perché il testo non è mai stato sottoscritto nel dettaglio dal cda. Nel contratto, si legge che “in data 15 giugno 2017, la Galleria Borghese esaminava in Consiglio di Amministrazione la proposta di Fendi, approvandola”, peccato però che in consiglio – per stessa ammissione di Lampis – la direttrice Coliva abbia portato solo “un’idea di accordo”. In teoria non era obbligata a farlo visto che la riforma Franceschini lascia al direttore ampi margini di discrezionalità, ma “per essere il primo contratto di questo tipo, le cose bisognava farle bene”, ammette il dirigente del ministero. Di tutto questo scompiglio, però, la direttrice della Galleria nega al Fatto di averne avuto un qualche sentore: “Per carità, dal ministero mi aspetto di tutto, ma a oggi non ne so niente, anzi, sto ultimando i contratti per i ricercatori”, spiega, stupita dalla notizia che il dicastero stia rivedendo il contratto. “Anzi – chiosa – questo accordo darà lavoro”.

Scajola si confida: “Aiutai Matacena, è stato inopportuno”

”Il mio aiuto ad Amedeo Matacena è stato inopportuno. Non lo rifarei”. A margine del processo “Breakfast”, che si sta celebrando a Reggio Calabria, l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola commenta così il suo atteggiamento in favore dell’ex parlamentare di Forza Italia, oggi latitante a Dubai.

Secondo Scajola, però, l’essersi interessato per un’eventuale disponibilità di asilo politico in Libano per Matacena “non è un reato e per questo non è punibile”.

Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, è coinvolto anche Vincenzo Speziali, anche lui latitante a Beirut. Nei giorni scorsi, il coindagato di Scajola ha chiesto di patteggiare e questo complicherebbe la posizione dell’esponente di Forza Italia.

“Speziali – dice l’ex ministro – dovrà dire che la lettera di Gemayel, con le istruzioni per l’asilo di Matacena, in realtà l’ha scritta lui. Il suo obiettivo era quello di farsi candidare al Parlamento. Non cercava solo me. Con Dell’Utri si è visto un sacco di volte”.

E il 5 febbraio dovrà venire in aula l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Due carabinieri indagati per apologia del fascismo

Apologia di fascismo. Il fascicolo è stato aperto dalla Procura di Massa e vede indagati due carabinieri (già coinvolti nell’inchiesta sulle violenze nelle caserme della Lunigiana). Un’altra tegola sull’Arma toscana. Dopo l’inchiesta di Aulla che vede indagati 37 militari e 9 colpiti da misure cautelari varie. E dopo lo scandalo della bandiera del Secondo Reich nella caserma Baldissera di Firenze.

I due carabinieri indagati a Massa sarebbero già stati sospesi. Il fascicolo prende le mosse dalle dichiarazioni rilasciate a Micaela Farrocco, inviata della trasmissione Piazza Pulita. I due carabinieri parlano in libertà. “Io sono fascista…”. E il collega: “Peggio”, che fascista. Ma ci sono altre affermazioni che sono al vaglio degli inquirenti: “Tutti i marocchini sono bugiardi dalla nascita. Nelle vene non gli scorre il sangue, ma il veleno”. Poi sulle violenze: “Queste cose sono sempre accadute nei Carabinieri… nella Polizia e nella Finanza”. Ancora: “Non puoi seguire il codice penale. Se vuoi stare in mezzo alla strada devi essere cattivo, sennò ti mettono i piedi in faccia”. I volti dei due durante la trasmissione erano coperti, ma gli investigatori sarebbero riusciti a risalire alla loro identità.

Intanto si aggrava la posizione di un altro carabiniere indagato per le violenze e ristretto da qualche giorno agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. È il militare che in un bar aveva minacciato gli avventori marocchini “sostenendo che avrebbe preso un kalashnikov e fatto una strage”.

“Buco” milionario all’Opera Pia: il vescovo licenzia i 42 dipendenti

“Un vescovo non può licenziare padri di famiglia, preferisco chiudere tutto’’, aveva promesso il presule palermitano Corrado Lorefice con le lacrime agli occhi a dicembre lanciando un ultimo appello al Cda e ai sindacati per i 42 lavoratori dell’Opera Pia Ernesto Ruffini’, da 15 mesi senza stipendio per un buco di bilancio di 2,5 milioni di euro. Ma sabato sono partite le prime due lettere di licenziamento “indirizzate, guarda caso – dice Salvatore Sampino della Uil – al nostro responsabile aziendale e a una collega impegnata nella tutela dei lavoratori’’.

Il fallimento gestionale dell’Opera Pia, definita “vera idrovora finanziaria’’ dal suo vice presidente, Alfredo Sigillò (“sicuramente ci sono delle responsabilità individuali che stiamo accertando’’ ha detto), costringe il vescovo di Palermo a trasformarsi in “tagliatore di teste’, avallando, come scriveva nel dicembre scorso, una “decisione obbligata e sofferta’’. Con l’effetto paradossale, dice Sampino, di “trasformare i soggetti erogatori di servizi in favore di disabili, di bambini di quartieri disagiati e di anziani in fruitori, vista la situazione di disagio sociale, degli stessi servizi’’.

Un mese fa il braccio di ferro tra azienda e sindacati non aveva trovato soluzioni: “L’appello del vescovo è caduto nel vuoto – ha detto Sigillò –, i sindacati non hanno accettato la riduzione oraria e le condizioni proposte’’. “Erano inaccettabili – ha replicato Nadia Spallitta, responsabile territoriale di Articolo 1 che ha sollevato il caso –. Prevedevano la rinuncia ai crediti pregressi, una diminuzione graduale delle ore di lavoro fino ad arrivare ad otto settimanali solo per 8 mesi l’anno, con un contratto privatizzato’’. Dietro le quinte dello scontro si gioca infatti un’altra partita sulla natura, privata o pubblica, dell’Ipab, che determina la proprietà del consistente patrimonio immobiliare dell’ente, che nonostante il disastro gestionale può contare, come dice Spallitta, su “18 immobili per 30 milioni di euro’’. ‘’Nonostante gli immobili e un credito di un milione e duecentomila euro recentemente riscosso dal Comune, di cui 400 mila di soli interessi – attacca la Spallitta – il vescovo decide di licenziare: mi sembra poco conforme ai dettati della Chiesa. A monsignor Lorefice chiedo di ripensarci, in caso contrario la legge è chiara e per la natura pubblica dell’Ipab prevede il passaggio degli immobili al Comune’’. Sono beni donati da possidenti palermitani per essere destinati alla solidarietà sociale oggi contesi, con la chiusura dell’Opera Pia, tra Comune e Curia. “Con otto provvedimenti diversi il giudice del lavoro ha accertato la natura privatistica dell’ente – replica Sigillò – non si può prevedere quindi una procedura di estinzione e di appropriazione del patrimonio, che è di derivazione ecclesiastica, come se invece fosse pubblico’’.

Diritti Serie A, salta l’asta Spagnoli in pole position

Si complica l’asta per i diritti televisivi del campionato italiano di calcio. Se la Lega Serie A puntava a incassare più di un miliardo all’anno per le prossime tre stagioni, le cifre proposte dalle emittenti sono risultate parecchio più “povere”.

Così, all’apertura delle buste, nessuna delle offerte arrivate è stata per il momento accettata e nei prossimi giorni si dovrà quindi passare alle trattative private. La decisione di procedere in questo modo è stata adottata all’unanimità e comunicata, ieri, dal commissario della Lega Carlo Tavecchio: “Abbiamo ricevuto cinque offerte da altrettanti broadcaster – ha spiegato – e un’offerta da parte di un intermediario indipendente. Giova ricordare che, qualora le trattative private non andassero a buon fine, la Lega si riserverà di valutare l’offerta presentata dall’intermediario indipendente”.

Insomma, le cifre messe sul piatto da Sky, Mediaset, Tim, Perform e Italian Way sono state respinte perché ritenute complessivamente deludenti. Tavecchio non ha escluso allora l’assegnazione al sesto concorrente, ovvero il mediatore spagnolo MediaPro che già detiene i diritti sulla Liga e avrebbe pronto un assegno più ricco degli altri partecipanti. Sullo sfondo, da non sottovalutare le vicende politiche che porteranno al rinnovo della governance della Lega che raggruppa i club calcistici del massimo campionato italiano. Il gruppo iberico MediaPro, infatti, è vicino a Javier Tebas, avvocato originario del Costa Rica e possibile prossimo amministratore delegato della Lega. A sostenere questo nome è il presidente del Torino Urbano Cairo, interessato per ragioni imprenditoriali a una guida spagnola della Serie A.

I numeri. Il bando per il triennio 2018-2021 è stato pubblicato nell’estate del 2017 ed è diviso in cinque diversi pacchetti, nessuno dei quali contiene tutte le partite. In totale, la base d’asta era di 1,05 miliardi di euro, ma le offerte presentate si sono fermate a 762 milioni. Andando nel dettaglio, abbiamo il pacchetto A che contempla i diritti satellitari per otto squadre tra le quali le più blasonate come l’Inter, la Juventus, il Milan e il Napoli. Per questo, Sky ha proposto una cifra appena superiore alla base d’asta: 261 milioni di euro. Anche per il lotto C, quello che riguarda la trasmissione sul web e con all’interno due semi-pacchetti, l’offerta più consistente – da 170 milioni di euro – è quella dell’emittente di Rupert Murdoch. Queste due sono le uniche offerte che hanno superato l’asticella minima indicata nel bando dalla Lega Calcio: sono quindi state congelate in attesa dell’assemblea di venerdì 26. Per i ricchi pacchetti D1 e D2 (contenenti le partite delle altre 12 squadre) Sky non è andata oltre gli 80 milioni, ben al di sotto insomma dei 310 milioni richiesti. Per il digitale, invece, ovvero il lotto C, Mediaset ha messo sul piatto 200 milioni di euro, mentre la base d’asta era fissata a 260 milioni.

Le tappe. Adesso inizieranno le trattative private con i broadcaster, le quali avranno come oggetto i lotti per i quali le proposte non hanno raggiunto i minimi. Dureranno fino a giovedì; subito dopo, venerdì prossimo alle 11, i club della Serie A si incontreranno nuovamente per discutere delle offerte. In assenza di un accordo, si passerebbe al secondo bando dedicato proprio agli intermediari indipendenti. Il limite ultimo per aprire le buste è fissato per le 13 di sabato 27.

Il nuovo programma M5S. Ecco cosa funziona e cosa no

Con i 20 punti presentati alla convention di Pescara dal candidato premier Luigi Di Maio, esiste ora una prima versione del programma elettorale del Movimento 5 Stelle. È una sintesi del lavoro sulla piattaforma Rousseau, ma ancora parziale: mancano tutte le informazioni sulle coperture finanziarie delle nuove spese (l’unico riferimento è a “tagli agli sprechi e ai costi della politica” e grandi opere per “50 miliardi”). Nei prossimi giorni arriveranno altri dettagli. La lista sembra delineare un programma massimo, con una lista di misure così ampia da poter creare intersezioni diverse con i programmi dei potenziali alleati, dopo il voto. Sulla base delle informazioni disponibili, comunque, vediamo cosa i Cinque Stelle vogliono – e possono – fare.

REDDITO MINIMO. Il riferimento continua a essere la proposta di legge della senatrice M5S Nunzia Catalfo presentata in Senato nel 2013. Il “reddito di cittadinanza” è in realtà quello che gli economisti chiamano “reddito minimo condizionato”. Ed è proprio sulle condizioni che Di Maio ora insiste: 2 miliardi di euro per riformare i centri per l’impiego che devono fare incontrare domanda e offerta di lavoro e organizzare la formazione dei disoccupati (non viene specificato come). La somma è di 780 euro mensili, che salgono per le famiglie con figli. Il leader M5S specifica poi un punto che era solo accennato nella proposta di legge: i beneficiari del reddito di cittadinanza dovranno garantire, in cambio, 8 ore di lavoro gratuito allo Stato (o comunque alla Pubblica amministrazione). Restano gli stessi dubbi che accompagnano la proposta da cinque anni: il dettaglio sulle coperture (la proposta M5S si è evoluta nel tempo ma non ha mai spiegato dove, come e quando tagliare, per esempio quali detrazioni fiscali verrebbero sacrificate) e soprattutto non è chiaro quale sarebbe il destino degli altri ammortizzatori sociali e sussidi che si sovrappongono al reddito di cittadinanza. Come il Rei, il reddito di inclusione sociale contro la povertà appena lanciato dal governo Gentiloni (da 187 euro a 539 euro al mese per le famiglie numerose) che ha però solo 780.000 nuclei beneficiari potenziali (su 1,7 milioni in povertà assoluta) e una dotazione di soli 1,8 miliardi.

PENSIONI. Come tutti i partiti, il M5S punta molto a pensionati e pensionandi. Ai primi promette una revisione delle pensioni minime, quelle di assistenza: tutte a 780 euro, una “pensione di cittadinanza” uguale al “reddito di cittadinanza”. Secondo gli ultimi dati Inps, sono circa 10,8 milioni gli italiani con una pensione sotto i 750 euro. Il costo per questo intervento, comunque, sarebbe compreso nei 20 miliardi complessivi del reddito di cittadinanza. Ai pensionandi, il M5S propone una revisione della riforma Fornero quasi identica a quella che vuole la Lega di Matteo Salvini: pensione a quota 100 (età anagrafica + contributi) o con 41 anni di contributi. Secondo calcoli dell’Inps del 2015, questo intervento costerebbe diversi miliardi ogni anno, nell’anno di picco che è il 2019 ben 10,9.

FISCO. Qui c’è la confusione maggiore. Per coprire il reddito di cittadinanza molte detrazioni dovrebbero essere cancellate, ma ora il M5S propone di introdurne parecchie di nuove per le spese per la cura di bambini e anziani. La cifra, indicata nel volantino ufficiale, è di 17 miliardi. Poi Di Maio promette di tagliare l’Irpef per i redditi medi. Ma i modi sono due: o con altre detrazioni o con una revisione delle aliquote (poiché nell’Irpef l’aliquota è marginale, ridurne il numero o l’entità ne diminuisce anche la progressività). Alle imprese viene promesso un taglio dell’Irap (vale 24 miliardi e paga la sanità delle Regioni per la quale, promette però M5S, i fondi aumenteranno) e una riduzione del cuneo fiscale – differenza tra costo del lavoratore e sua busta paga – la cui entità non è specificata. Non c’è neppure la promessa di rito di aumentare il gettito con la lotta all’evasione. Anzi: la linea M5S è di cancellare alcuni criticati strumenti (studi di settore, spesometro) e affidarsi soprattutto all’integrazione delle banche dati. Un approccio in continuità con quello del fisco in questi anni che però può dare, forse, risultati nel medio periodo.

A COSTO ZERO. Ci sono molte misure che non hanno problemi di copertura: usare la cooperazione internazionale come leva per ottenere accordi sui rimpatri dei migranti economici, creazione di un ministero del Turismo e l’uso del sito di Italia.it come piattaforma di e-commerce. Sulla finanza c’è l’idea di una Procura nazionale per i reati bancari (soprattutto quelle di provincia faticano con i grandi crac o con vicende complesse) e la “riforma bancaria Glass Steagall act contro le speculazioni”, cioè la separazione tra banche per la clientela e banche di investimento, una commistione che ha contribuito alle crisi bancarie negli Usa ma, finora, non in Italia. Poi il M5S propone nuove misure per la lotta alla corruzione, all’uso delle intercettazioni informatiche (par di capire i virus trojan, su cui la giurisprudenza si è divisa) e degli agenti sotto copertura. Ora si attendono i dettagli sulle coperture ma pure sulle priorità perché, anche nell’ipotesi di un governo a Cinque Stelle, fare tutto nella stessa legislatura non pare possibile.

De Caro, legionario anti fake news

Nell’epoca della post verità c’era bisogno di un contributo forte. Se non bastasse la discesa in campo del Viminale e di Marco Minniti – nella nuova veste di ministro della verità – alla decisiva battaglia contro le fake news ha deciso di prestare servizio un altro gigante: Umberto Del Basso De Caro. Sebbene non sia esattamente un nativo digitale (è un classe 1953) l’ex sottosegretario ai Trasporti non vuole e non può far mancare il suo apporto: “Lancio un sito contro le fake news”, ha detto De Caro durante un evento elettorale. Un sito, ha aggiunto, che “servirà per comunicare la verità dei fatti e contrastare le falsità”. Ex craxiano, fustigatore di Mani Pulite, oggi indagato per tentata concussione e voto di scambio dalla procura di Benevento, il sannita del Pd è di nuovo in corsa per un seggio parlamentare, dopo una legislatura – l’ultima – in cui ha partecipato appena al 9.19% delle sedute. Ora si addentra nel periglioso mondo di internet con una sua pagina personale (www.delbassodecaro.it) e un nuovo impegno nella lotta alle bufale: la piattaforma sarà uno “strumento per lanciare messaggi di verità”. E promette: “Questo non è un sito ‘elettorale’, non sarà oscurato la sera del 4 marzo ma servirà per mettere in condizione gli elettori di orientarsi al meglio”.

Il rischio che torni il delinquente

Parlando alla kermesse del Movimento animalista, Silvio Berlusconi ha definito “criminale” la sentenza di condanna che gli impedisce di fare il premier. “Criminale” non è la sentenza, ma questa affermazione. Nessun cittadino di uno Stato può esprimersi in questi termini nei confronti di una sentenza definitiva della magistratura di questo stesso Stato. Perché vuol dire che non crede alla legittimità della magistratura, delle leggi, votate o confermate dal Parlamento, sulle quali è chiamata a prendere le sue decisioni, delle istituzioni e dello stesso Stato che le ricomprende.

Un soggetto del genere è, concettualmente, un terrorista e dovrebbe, come coerentemente fecero al loro tempo i brigatisti, darsi alla clandestinità. Invece Silvio Berlusconi pretende di fare il presidente del Consiglio di uno Stato a cui non crede, che non rispetta, che considera “criminale”.

Sempre in quell’occasione Berlusconi ha affermato che i Cinque Stelle “non hanno valori né princìpi”. Per la verità almeno un valore, espresso in un modo anche troppo ossessivo, nelle parole e nei fatti, i Cinque Stelle ce l’hanno, ed è quello della “legalità”. Capiamo perfettamente perché, in questo senso, un tale valore sia particolarmente ostico per Berlusconi. Vorremmo anche sapere a quali valori si ispira un uomo che è stato dichiarato “delinquente naturale” da un Tribunale della Repubblica italiana, che ha usufruito di nove prescrizioni per i più diversi reati (e in almeno tre casi la Cassazione, quest’organo “criminale”, ha accertato che Berlusconi quei reati li aveva effettivamente commessi, anche se, per il tempo intercorso, non erano più perseguibili), che ha tre processi in corso. Io richiamo spesso, probabilmente con una certa sorpresa di qualche lettore, la figura di Renato Vallanzasca. Perché Vallanzasca non ha mai contestato il diritto dello Stato a punirlo per i suoi crimini, a differenza di Berlusconi e dei terroristi. Vallanzasca ha un’etica, sia pur malavitosa. Berlusconi è solo un malavitoso.

Vorremmo anche sapere che valori umani ha un personaggio che, approfittando delle condizioni di inferiorità della sua vittima, ha truffato una minorenne orfana, in circostanze drammatiche, di entrambi i genitori, come ha accertato la Corte di appello di Roma che ha assolto Giovanni Ruggeri (Gli affari del Presidente-Avvoltoi sulla preda, Kaos Edizioni), L’Espresso e me che quella truffa avevamo pubblicamente denunciato (sentenza del 2.5.08). E che, in un’occasione più recente, mostrando un altrettale cinismo, ha gettato una minorenne nelle braccia di una puttana. Berlusconi ha anche definito i Cinque Stelle “una setta”. È comico che un partito che prende più di otto milioni di voti sia definito “una setta” da un altro che, se va bene, ne prende la metà.

Purtroppo non c’è niente da ridere. A chi agisce con metodi criminali bisognerebbe rispondere con modi altrettanto e, se possibile, più criminali (“A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini, come richiamai, ormai tanti anni fa, al Palavobis). Svegliatevi ragazzi italiani, perché se costui riprende, in un modo o nell’altro, il Potere, vi troverete a vivere invece che in uno Stato sicuramente con gravi difetti ma ancora legale, in uno Stato criminale e, per sopravviverci, a farvi, a vostra volta, criminali.

5Stelle, le liste dell’usato sicuro. E c’è un piano B per i bocciati

Le Parlamentarie dei nuovi, che in realtà sono usato sicuro. Ma anche delle vittime eccellenti: da salvare, magari con una candidatura nei collegi uninominali. I 5Stelle escono dall’ordalia delle votazioni sul web portandosi dietro una certezza e qualche nodo. E la sicurezza è che ormai il M5S 2.0, quello del Luigi Di Maio che sprizza moderazione e invoca “competenza”, è simile ai partiti che voleva abbattere: ovvero si nutre di se stesso. Perché spulciando in mezzo ai nomi nuovi emerge che tra i capilista nei collegi plurinominali, quelli che entreranno sicuramente nei Palazzi, è un furoreggiare di consiglieri comunali e regionali uscenti, nonché di “staffisti” di parlamentari e consiglieri. Gente di struttura, di cui la struttura può e deve fidarsi, “perché questa volta non possiamo sbagliare scelte”.

Il contrappasso però è la discreta mattanza di parlamentari uscenti: andata in scena un po’ perché da fuori spingevano forte, un po’ perché gestire i territori è complicato anche per i 5Stelle, anzi di più. “C’è chi ha pagato caro l’aver provato a mettere ordine nei meet up”, accusa una parlamentare. Però ora è un problema avere di fatto già fuori gente come il deputato bresciano Giorgio Sorial, molto ascoltato sui temi economici, o come il senatore campano Andrea Cioffi, stimatissimo dai colleghi, noto anche perché assieme al collega Maurizio Buccarella propose l’abolizione del reato di clandestinità, sfidando l’ira di Grillo e Casaleggio senior. Ma come Sorial e Cioffi, entrambi terzi nei rispettivi collegi (ed entrambi potenziali sottosegretari in un governo a 5Stelle), rischiano anche altri nomi di rilievo. A cui Di Maio e i suoi potrebbero dare l’opportunità di giocarsela nell’uninominale. Difficile, ma meglio di niente. Comunque un tentativo di rimediare, anche agli effetti della regola delle quote rosa, secondo cui la quota massima di capilista dello stesso genere è il 60 per cento. Norma che sarebbe costata la terza piazza a Cioffi, e che in Sicilia ha costretto a far scivolare al secondo posto il senatore uscente Maurizio Santangelo, in realtà primo come il collega Mario Giarrusso in un altro collegio dell’isola (in Senato la quota del 60% va calcolata su base regionale).

Preoccupazioni che non hanno altri capilista, partoriti dal M5S sempre più endogamico. Basta partire dal Piemonte, dove Jessica Costanzo, collaboratrice uscente del M5S in Regione (per candidarsi tutti i collaboratori si sono dovuti dimettere) è arrivata prima nel suo collegio per la Camera, mentre un big come il senatore Alberto Airola è secondo dietro una consigliera comunale di Orbassano, paesino del Torinese.

Ci si sposta in Friuli-Venezia Giulia e si trova come capolista per la Camera Sabrina De Carlo, responsabile comunicazione del gruppo M5S in Regione. Ma possono esultare anche la consigliera regionale lombarda Iolanda Nanni, in prima fila per la Camera, e il consigliere molisano Antonio Federico, ingegnere di 37 anni. La scommessa di schivare il bis potrebbe fruttare anche a Gianluca Perilli, consigliere uscente nel Lazio, vicino a Roberta Lombardi. Nel suo collegio in Senato è arrivato dietro a una big come Paola Taverna. Ma il secondo posto lo lascia ancora in gioco: anche perché Taverna potrebbe essere schierata come traino nell’uninominale, e una vittoria della senatrice lo porterebbe a Palazzo Madama.

Poi c’è il caso Mira, comune di 40 mila abitanti vicino Venezia. La città dell’ex sindaco a 5Stelle Alvise Maniero: eletto nel 2012 a soli 26 anni, l’anno scorso non si era ricandidato suscitando mal di pancia nei vertici. Ma aveva altri piani, e nelle Parlamentarie si è preso il primo posto nel collegio veneziano, lasciandosi dietro due deputati. E prima nel collegio per il Senato è arrivata anche un suo ex assessore Orietta Vanin. Intanto Di Maio continua a cercare e vagliare esterni per gli uninominali. Ieri ha promesso “nomi delle forze armate e dell’imprenditoria, con attori impegnati sui temi sociali”. Ma il candidato premier avrebbe in serbo anche due o tre magistrati di peso. Mentre si lavora per convincere l’ex presidente della Federconsumatori Rosario Trefiletti, volto tv abbastanza noto.