Il Garante della Privacy smentito dai giudici: ok i controlli Inps sui politici col bonus Covid

I controlli dell’Inps sui “furbetti” del bonus Covid furono corretti. Il Tribunale di Roma ha accolto la richiesta dell’istituto previdenziale, annullando l’ordinanza con cui lo scorso anno il Garante per la Privacy aveva multato l’Inps nella vicenda relativa al bonus da 600 euro destinato alle partite Iva e richiesto anche da 5 parlamentari (i leghisti Andrea Dara e Elena Murelli e l’ex M5S Marco Rizzone, oltre ad altri 2 di cui non si è mai saputa l’identità) e da decine di consiglieri regionali.

All’epoca, l’Inps aveva risposto alle esigenze dell’emergenza Covid erogando il bonus a una vasta platea e riservandosi alcune verifiche ex post. Da questi controlli, l’Istituto presieduto da Pasquale Tridico aveva scoperto che anche parecchi politici si erano fatti avanti per ottenere i 600 euro (compresi molti consiglieri comunali, legittimati però dal fatto che percepiscono “solo” gettoni di presenza per qualche centinaio di euro al mese). La notizia era finita sui giornali, ma l’Inps non aveva potuto rivelare il nome dei “furbetti”, rimandando la questione a un parere del Garante per la Privacy. L’Autorità, stroncando i metodi di Tridico, aveva multato l’ente per 300 mila euro, rendendo impossibile scoprire chi, oltre agli auto-denunciati, aveva richiesto il bonus nonostante stipendi mensili da oltre 10 mila euro.

Adesso il Tribunale ribalta tutto: nel fare i controlli, l’Inps non ha utilizzato informazioni riservate ma ha avuto accesso soltanto a database pubblici: “Sull’assunto che parlamentari ed amministratori regionali e locali ricadano nell’ambito di un regime previdenziale incompatibile con la percezione delle indennità Covid – si legge nella sentenza – l’Istituto ha operato una verifica estraendo i dati anagrafici dei titolari di incarichi elettivi dalle banche dati della Camera, del ministero dell’Interno e in un secondo momento del Senato, ne ha estratto il codice fiscale ed incrociando il dato con i codici fiscali di coloro che avevano presentato domanda per il bonus ha individuato i titolari di incarichi politici che avevano formulato la richiesta”.

Caduti anche tutti gli altri rilievi del Garante (dalla possibilità che un codice fiscale fosse associato a due persone diverse fino alla tempistica dei controlli), l’Inps potrà anche procedere con le azioni di recupero ai danni di chi – anche tra i politici – ha ricevuto il bonus senza averne diritto.

Manifesta porta in Parlamento la censura a Orsini

Il caso di Alessandro Orsini, il professore della Luiss a cui la Rai ha stracciato il contratto con l’accusa di essere filorusso, arriva in Parlamento. Lo fa con una interrogazione presentata a nome del Gruppo dalla deputata Yana Ehm, ex M5S e oggi in Manifesta. L’onorevole si rivolge al presidente del Consiglio Mario Draghi e alla ministra dell’Università Maria Cristina Messa, ricostruendo la vicenda del professore – criticato dalla Luiss e poi scaricato dal servizio pubblico col placet di Italia Viva e Pd – e chiedendo “quali iniziative intendano intraprendere” riguardo “alla condanna dello strumento di censura contrario ai dettami costituzionali con il fine di rimuovere questo pericoloso precedente e di garantire nel nostro Paese la libertà di espressione”. Presentando l’interrogazione, Ehm è ancora più esplicita: “Quelle operate ai danni del docente della Luiss sono gravi azioni incostituzionali che lasciano intravedere una deriva pericolosamente antidemocratica che non possiamo tollerare”.

Gravina, Mancini e perfino Bonucci: il calcio italiano si autoassolve come se niente fosse

Resta il presidente Gravina, responsabile politico del pallone italiano (e pure della Nazionale come capo del Club Italia, incarico per cui si è alzato lo stipendio di circa 200 mila euro), pronto a “mettere a disposizione le sue energie per ripartire”. Resta anche Mancini, colpevole tecnico dell’eliminazione, che però “si sente giovane” e “può ancora divertirsi”. Resta persino Bonucci, il capitano di questo gruppo impaurito e presuntuoso. Cinque giorni dopo la figuraccia con la Macedonia e la mancata qualificazione ai Mondiali in Qatar, tutto è perdonato. Il peggior risultato di sempre della Nazionale finisce nella classica farsa all’italiana: per un fallimento totale, sportivamente ed economicamente devastante, non paga nessuno. Ct e presidente si spalleggiano a vicenda, tra pacche autoassolutorie e attestati di stima. “Siamo allineati su tutto”. Cioè tenersi la poltrona. Gravina, del resto, aveva già detto che non si sarebbe dimesso, e negli ultimi mesi ha lavorato per blindarsi, con una schiera di pretoriani quasi ottuagenari con cui ora dovrebbe rivoluzionare la Federazione. Si accoda Mancini: pronto a lasciare dopo la Macedonia, ora fa capire di aver cambiato idea. “Mi piace questo lavoro, voglio riorganizzare qualcosa di importante”. Contano le motivazioni, ancora di più i contratti: il Ct ha uno stipendio di circa 4 milioni a stagione fino al 2026, e un tenore di vita invidiabile (4-5 finestre di impegni l’anno, per il resto partite in tribuna e salotti romani), che nessun club gli garantirebbe al momento, con le sue quotazioni polverizzate dalla figuraccia mondiale. Perché rinunciarci, tanto più che nessuno glielo chiede. Nemmeno i senatori lasceranno spazio ai giovani: si è auto-riconfermato anche Bonucci, quello della smargiassata della “pastasciutta” a Wembley e delle trattative con lo Stato per i cortei in pandemia, che vuole essere “un esempio per i ragazzi” e dà la colpa dell’eliminazione al format. Uno regge l’altro, uniti dalla paura che un passo indietro possa far venir giù tutto, spalleggiati dalla stampa amica e dal silenzio di politica e istituzioni: non pervenuto Malagò, addirittura Renzi ha inviato al Ct un messaggio di solidarietà. Quattro anni fa erano tutti in prima linea per massacrare Tavecchio e Ventura. Risultato: l’Italia non andrà di nuovo ai Mondiali, ma stasera sarà in campo come nulla fosse, per la sfida tra le perdenti contro la Turchia. La partita della vergogna, questa sconosciuta.

Covid, ci hanno salvati cani e gatti

Il 31 marzo prossimo è stato fissato, per decreto, il “superamento della fase emergenziale per Covid “. È il raggiungimento di quella luce in fondo al tunnel. È finita? Bisogna intendersi sul significato da dare alla nostra risposta. Forse (il dubbio è d’obbligo) siamo alla fine della pandemia. Non certo dal punto di vista della circolazione del virus, che sta continuando, ma certamente per la severità della malattia. Stiamo assistendo a un momento positivo (nel significato pre-Covid di questo termine). I decessi e i ricoveri in terapia intensiva continuano a decrescere, malgrado i contagi aumentino. Ciò che ci auguriamo è che non arrivino nuove varianti e che ci abbandonino la tristezza che abbiamo accumulato e l’asprezza, che ci ha resi tutti più cattivi, aggressivi. Che finisca un retaggio che ci accompagnerà ancora per un po’ di tempo, la pesantezza della solitudine. Favoriti dalla stagione che tende al bello, le strade, le piazze, i locali pubblici si stanno riempendo di gente ma ancora dentro di noi vive, nascosta nei meandri della nostra psiche, la paura dell’altro, la necessità di stargli lontano. Chi ha ripreso timorosamente a salutare stringendo la mano, lo fa con un evidente senso di colpa di chi è consapevole di osare troppo. Ancora nessuno abbraccia o bacia gli amici. Se la sera capita di andare in strada, alzando lo sguardo, tutti gli appartamenti hanno luci accese. È gente che rimane a casa. La solitudine che ci è apparsa addirittura come la nostra sicurezza, ha fatto morire parte di noi e la nostra socialità. Dobbiamo recuperare, ma non è semplice. Fortunato chi ha un cane accanto. Ce lo dice la scienza. Durante un’indagine, oltre il 90% degli intervistati ha affermato che il proprio animale domestico ha rappresentato un notevole supporto emotivo durante l’isolamento. Lo studio, condotto dalle Università di York e di Lincoln, ha evidenziato come possedere un animale domestico sia collegato al mantenimento di una migliore salute mentale e alla diminuzione dei livelli di solitudine. I nostri amici sono, in realtà, uno strumento terapeutico. Ci costringono a muoverci, a camminare, a rispettare ritmi di vita.

*direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Penne oltranziste, brasato comunista e il porcello a Mao

Carne. Il consumo di carne durante la Seconda guerra mondiale era considerato antipatriottico dai tedeschi

Carestie. Numero di carestie in Cina tra il 108 a. C. e il 1911: 1.878 (calcolo di W. H. Mallory).

Cereali. Ai contadini cinesi era vietato viaggiare, a meno che non si trattasse di problemi di lavoro. In questo caso, essi erano tenuti a portar con sé un sacchetto di cereali da adoperare come moneta.

Mao. Ghiotto del porco in salsa rossa.

Pertini. Si gusta i suoi ravioli “con il ripieno composto di borraggine, bieta, un po’ di cervella e prescinsöa”, la cagliata ligure.

Longo. Il segretario del Pci: “Sono bravissimo in casa, e soprattutto in cucina”. Specialità? “Spaghetti all’amatriciana, penne alla vodka, brasato, saltimbocca alla romana”.

Zoo. “Ognuno di noi è uno zoo a sé stante, una colonia racchiusa in un unico corpo. Un collettivo multi-specie. Un mondo intero… Anche un singolo animale è pieno di ecosistemi. Pelle, bocca, intestino, genitali, qualsiasi organo che si collega al mondo esterno: ognuno ha la propria comunità caratteristica di microbi”.

Uomo. “L’uomo è naturalmente onnivoro, ma culturalmente schizzinoso” (Gianfranco Marrone).

Brodo. “Il ristorante” (nome di un brodo, sembra, prima ancora che di un luogo).

Ristorante. Il ristorante come istituzione moderna, ed estremamente resistente nel tempo e nello spazio, nasce a Parigi nella seconda metà del Settecento, e si diffonde in modo esponenziale dopo la rivoluzione del 1789. Laddove i borghesi rivoluzionari stanno nelle strade e nelle piazze a parlar di politica, diffondendo la famigerata opinione pubblica, i cuochi più o meno raffinati delle grandi famiglie aristocratiche restano senza lavoro. Ai loro padroni è stata tagliata la testa, o i più fortunati dei nobili sono riusciti a emigrare. Che fare? L’unica è usare la propria competenza culinaria altrove, in città, dando da mangiare – e bene – ai Robespierre, ai Marat e soci che, dal canto loro, tra una discussione accesa e una votazione per acclamazione, hanno bisogno e voglia di un luogo dove ristorarsi.

Merenda. Merenda, da “mereo”, “meritare, meritarsi”. “Merendina”, quella che si meritano i bambini buoni a un certo punto del pomeriggio. Mercato inventato dalla Motta nel 1950 con la messa in commercio del Mottino (in pratica un panettone miniaturizzato) allargato nel 1953 col Buondì e rilanciato nel 1973 con la Girella, rotolino di pan di Spagna farcito di crema di cacao (“La morale è sempre quella, fai merenda con Girella”). Obiettivo: scalzare dal rito mattiniero il pane e il latte. La Nutella non arriverà che nel 1964 (Dario Mangano).

Buono. “Il buono è il buono da pensare” (Claude Lévi-Strauss). “Il piacere che il capitalismo industriale post-bellico consente, e, anzi, favorisce è un piacere diffuso, fatto di continui sfizi, in cui zucchero, grassi e sale abbondano per raggiungere il cosiddetto bliss point, il punto di beatitudine”.

Identità. “Ogni identità si forma sulla base di ciò che esclude” (Maddalena Borsato).

Odori. Il “pranzo oltranzista”, dove ci si sazia di soli odori (così Marinetti).

Profumi. Le scarpe profumate di pollo speziato messe in commercio nel 2016 dalla Kfc. Le sei candele create nel 2020 da Mcdonald’s che, se accese insieme, restituiscono l’odore del My Royal Deluxe: pane al sesamo, carne, di manzo, formaggio, cipolla, cetriolini, ketchup. (3. Fine)

Notizie tratte da: Massimo Montanari, “Cucina politica”, Laterza, pagine 329, euro 19

 

Mail box

 

La legge del più forte non può mai prevalere

Caro Marco, rispetto la tua opinione sull’invio di armi in Ucraina, ma vorrei porre sulla questione una lettura diversa. Il principio di pacifismo e pragmatismo dell’accettazione di inferiorità militare che dovrebbero portare ad evitare una inutile se non dannosa escalation di armi e vittime non rischia, per un certo e pericoloso verso, di confermare e sublimare proprio ciò che si vorrebbe scongiurare, e cioè che chi è più forte e ben armato, alla fine, si pone sempre dalla parte della ragione? Promuovendo con ciò tendenza a belligeranza, corsa ad armamenti e contractor? Questa guerra, come altre altrettanto deprecabili in Europa e nel mondo, purtroppo è diversa perché ci riguarda molto più da vicino e tocca molti nostri interessi e, proprio perché costituisce in prospettiva un precedente inedito e pericoloso, andrebbe presa con molta cautela da tutti. Infine ti chiedo se le cause, le colpe Nato e europee che hanno portato a tutto ciò, possono in qualche modo giustificare o ancor peggio approvare una aggressione brutale. Credo di no. Per questo, le argomentazioni geopolitiche andrebbero affrontate a posteriori insieme a colpe e ragioni. Per il momento, l’unica certezza a presupposto, dovrebbe essere un punto fermo: chi in una controversia, sia personale o financo ai “massimi livelli”, passa all’uso della violenza, perde ogni attenuante. Ecco, dialogo e trattative che giustamente ora si invocano andavano messe in campo prima dell’uso della forza.

Giovanni Marini

Caro Giovanni, le cause di una guerra ne spiegano l’origine, non giustificano chi la scatena. Fin dal primo giorno ho scritto “quel criminale di Putin”. Ma le cause geopolitiche vanno affrontate ora, perché nessun trattato di pace sarà serio né duraturo se non le rimuoverà tutte. E la prima è proprio – come dice Lucio Caracciolo – l’enorme quantità di armi che circola in Ucraina da almeno otto anni a questa parte e che i nostri governi “pazzi” (come li definisce il Papa) continuano a moltiplicare.

M. Trav.

 

Il business delle armi sulla pelle dei civili

Come insegnava Gino Strada, nelle guerre morti e feriti sono principalmente civili disarmati: donne, bambini e anziani. Insomma, i cosiddetti “danni collaterali”. Di solito, il paese aggressore se la prende con i civili del paese invaso per ridurne il morale ed obbligarlo alla resa. Alla fine, sono sempre i civili che vanno di mezzo e subiscono i danni peggiori. Risolvere le questioni fra Stati tramite la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è troppo difficile… meglio una guerra per provare le nuove armi e fare guadagnare sia i “poveri” mercanti d’armi che i loro politici prezzolati.

Claudio Trevisan

 

Chiudiamo gli arsenali: sono fabbriche di morte

Fino a quando ci sarà qualcuno che nei conflitti vede opportunità produttive e di profitto, invocheremo inutilmente la pace. Sono i mercanti di morte che vanno fermati. Chiudere gli arsenali per riempire i granai rimale l’unica, giusta, invocazione. Purtroppo, l’Italia resta ai primi posti in questa classifica del male che alimenta il suo comparto metalmeccanico più importante. Produciamo sistemi di morte che ogni giorno vediamo applicati e di cui solo oggi ci accorgiamo perché attivi nel cuore dell’Europa di pace che sognavamo. Le armi distruggono bambini, donne, uomini, monumenti, città, storia, cultura, territori, sogni e speranze. Fermiamo i costruttori di morte!

Melquiades

 

Energia alternativa: il solare termodinamico

Tra i grandi temi d’attualità, la questione energetica è il più importante, anche alla luce della situazione internazionale. La transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili affronterebbe in modo efficace il cambiamento climatico e renderebbe gli Stati più autonomi per il proprio fabbisogno energetico. Limitando l’analisi all’Italia, a mio parere, rimane inevasa una grossa domanda: quali infrastrutture sarebbero necessarie? Nei primi anni 2000, l’Enea, guidata dal professore premio Nobel Carlo Rubbia, avviò un progetto di ricerca su una tecnologia molto promettente per un territorio come quello italiano, caratterizzato da una forte insolazione: il solare termodinamico. Queste centrali trasformano l’energia solare in corrente elettrica utilizzando degli specchi parabolici, senza l’impiego di materiali pregiati e consentendo filiere di approvvigionamento delle materie prime molto corte per la loro realizzazione. Sorge quindi spontanea la domanda: che superficie dovrebbero ricoprire gli specchi parabolici perché siano in grado di sostituire le centrali a combustibile fossile? Con semplici valutazioni dell’irraggiamento solare diretto ed utile, e dall’esperienza di centrali solari termodinamiche già in funzione, sarebbe necessario circa il 2% del territorio italiano. Un’adeguata sinergia di fotovoltaico domestico collegato a una rete di alta tensione stabilizzata da centrali termodinamiche consentirebbe l’indipendenza energetica e una totale sostenibilità ambientale. Le tecnologie sono disponibili e l’energia solare è praticamente illimitata.

Matteo Favre

 

I NOSTRI ERRORI

In merito a quanto abbiamo pubblicato ieri a pagina 10, nella rubrica “Facce di casta” dal titolo “Prodi mette alla prova la solidità dell’Europa. Granato: limite superato”, precisiamo che la senatrice Bianca Laura Granato fa parte del Gruppo misto e non di quello (sciolto in quel ramo del Parlamento) di Alternativa C’è o di Alternativa. Ce ne scusiamo con l’interessata e con i lettori.

Fq

In Ue “Nessuno parla più della guerra armeno-azera: sono morti di serie B”

Caro direttore, cara redazione, a poco più di un anno e quattro mesi dal cessate il fuoco del 2020, il conflitto armeno-azero in Nagorno Karabakh non si è placato, anzi. Nonostante le misure di peacekeeping da parte russa, la situazione resta estremamente tesa. Da qualche giorno, e ancora in queste ore, le forze azere stanno penetrando nel territorio sotto controllo russo nella regione di Askeran (Karabakh). Il villaggio di Parukh è stato conquistato, con l’ausilio di droni. Atti di intimidazione e di violenza nei confronti della popolazione civile vanno avanti impunemente da mesi, anche sul suolo nazionale armeno. L’esercito azero ha infatti lanciato offensive nelle regioni di Gegharkunik, Syunik e nell’area di Yeraskh (al confine col Naxçivan), minacciando l’incolumità dei civili. La scorsa settimana il villaggio di Khramort, sempre nell’Askeran, è stato bersagliato da colpi di mortaio azeri. Per dieci giorni Stepanakert è rimasta senza gas per un danno alle condutture nella zona di Shushi (oggi Susa, Azerbaigian): la falla è stata riparata dietro sollecitazione russa.

Dato il reiterato silenzio dei media italiani su quanto sta accadendo, chiedo due cose. La censura è dovuta agli accordi italo-azeri in materia energetica e al fatto che dietro Aliyev (presidente dell’Azerbaigian, ndr) ci sia Erdogan? Perché se Putin è un criminale, questi due signori non mi sembrano da meno. Quindi, buonismi a parte: in nome del dio petrolio, la vita di un armeno vale meno di quella di un ucraino? Siamo davvero ridotti a questo? Grazie.

Alessia Boschis
PhD candidate, Udine

Un gioco: se Salvini fosse un tiranno… invaderebbe il Mali

Qualche settimana fa, per Rizzoli, è un uscito un libro molto divertente. Lo ha scritto Antonio Losito e si intitola Diventa un tiranno – Da Gheddafi ai dittatori di oggi, 10 lezioni per combattere il mondo. È una sorta di guida satirica che aiuta a diventare tiranni in poche mosse. Ovviamente, dentro, c’è anche Putin. Il libro fa ridere, ma mette pure una discreta inquietudine. Leggendolo, ci si domanda: e se un giorno un nuovo tiranno (vero, non da operetta) nascesse pure da noi?

Se Draghi fosse un tiranno… farebbe tutto sommato quello che già fa. Però con ancora più nettezza. Si sarebbe proclamato a gennaio presidente della Repubblica, senza star lì a brigare nell’ombra coi Giorgetti e Di Maio. Non rilascerebbe interviste ma solo saltuari monologhi malmostosi (ah scusate, quello lo fa già). Delegherebbe la comunicazione ad Alessandro De Angelis, che diventerebbe il suo Alexander Dugin di riferimento (più di adesso, intendo). E fingerebbe di ascoltare consulenti e cortigiani, andando poi dritto per la sua strada. Proprio come adesso.

Se Berlusconi fosse un tiranno… farebbe quello che ha fatto dal 1994 al 2011, però senza parentesi sporadiche di governicchi di quasi-centrosinistra. Sostituirebbe i matrimoni coi bunga bunga (e per questo potrei anche votarlo), stringerebbe un’alleanza con il suo (ex?) amicone Putin per conquistare il mondo, farebbe ancora più leggi a sua misura, userebbe Sallusti come testata atomica, allenerebbe la Nazionale e farebbe scrivere un nuovo inno nazionale a Mariano Apicella.

Se Salvini fosse un tiranno… sbaglierebbe tutto come adesso. Invaderebbe l’Uganda convinto d’invadere la Polonia (o se preferite viceversa), un giorno direbbe una cosa e quello dopo un’altra, spezzerebbe le reni agli immigrati e perderebbe tutte le guerre del mondo. Però, se non altro, regalerebbe a tutti gli italiani un buono sconto del 30 per cento per avere un mojito analcolico al Bar del Poro Bracala di Ciggiano.

Se Meloni fosse una tiranna… molti nel suo partito realizzerebbero il sogno della vita. Santanchè si sentirebbe Claretta Petacci, Donzelli giocherebbe al Galeazzo Ciano debole e La Russa si tatuerebbe la scritta “Farinacci Vive” sul glande. Eia eia alalà!

Se Tabacci fosse un tiranno… no, questo è troppo. Scusate.

Se Letta fosse un tiranno… i tiranni di tutti gli altri Paesi del mondo gli direbbero di darsi una mossa, perché con tutta quella flemma e quei “ma anche” rischierebbe di sputtanare la categoria.

Se Conte fosse un tiranno… tratterebbe in mondovisione Di Maio come trattò Salvini quella volta in Senato e obbligherebbe le scuole a insegnare sin dalle elementari l’uso della parola “interlocuzione”, parola che Conte usa tra le 80 e le 116 volte al giorno sebbene nessuno ne conosca appieno il significato e (soprattutto) sebbene tale parola fosse già ritenuta desueta financo dal Gozzano.

Se Renzi fosse un tiranno… farebbe ridere come adesso. Andrebbe in Arabia Saudita convinto che quello sia il nuovo Rinascimento, denuncerebbe i giudici a lui poco graditi, governerebbe malissimo e farebbe cadere qualsiasi sottoposto (o presunto tale) per il puro gusto sadico di farlo. Si crederebbe molto figo, tratterebbe l’opposizione come Giletti l’etica e delegherebbe la propaganda all’illuminato triumvirato Fusani-Meli-Tortora. Ah: istituirebbe anche l’ambitissimo Luciano Nobili Prize, dedicato al politico più sexy della galassia.

Insomma: se avessimo un tiranno in casa, saremmo messi male. Più o meno come adesso.

 

Ucraina. L’unica speranza è appesa alle sanzioni contro i bambini uccisi

La mia proposta di vincolare le sanzioni contro la Russia al numero dei bambini uccisi in Ucraina ha ricevuto alcune critiche, nessuna decisiva. La prima critica è che, nell’anno 2021, il numero di bambini uccisi nei bombardamenti in Yemen è aumentato rispetto al 2020. Questa obiezione è facilmente superabile. La mia analisi prende in considerazione il periodo 2016-2020. Non è metodologicamente corretto utilizzare i dati del 2021 per confutare un ragionamento relativo al 2016-2020. Nel mio articolo del 18 marzo su queste colonne, spiegavo che l’Onu ha inserito l’Arabia Saudita nella lista nera nel 2016, depennandola nel 2020. Questo è confermato. La seconda critica è che il numero dei bambini uccisi era verificato dall’Arabia Saudita stessa, ma, nel periodo 2016-2020, l’Onu ha elaborato un proprio report. La terza critica è che avrei trascurato di dire che l’inserimento nella lista nera dell’Onu non equivale a una sanzione. Questa obiezione è corretta in apparenza, ma non nella sostanza. Essere inseriti in quella tragica lista ha causato danni seri all’Arabia Saudita. Il governo inglese, ad esempio, ha sospeso la vendita di armi ai sauditi per effetto di una sentenza della Corte d’Appello del Regno Unito del 20 giugno 2019. Secondo i giudici, il governo di Theresa May non aveva condotto un’indagine adeguata per accertarsi che i sauditi non avrebbero utilizzato le armi inglesi in violazione del diritto umanitario internazionale (International Humanitarian Law). Dall’inizio dell’intervento saudita in Yemen nel 2015, fino al giorno della sentenza del 20 giugno 2019, il Regno Unito aveva esportato armamenti ai sauditi per 5,9 miliardi di dollari, inclusi aerei da guerra e bombe di precisione. Ricevuta la sentenza, il governo inglese ha deciso, in autotutela, di sospendere il rilascio di nuove licenze per l’esportazione di armi. La sentenza del 20 giugno 2019 ribaltava la precedente sentenza del 10 luglio 2017, con cui l’Alta Corte di Giustizia di Londra aveva dichiarato legale la vendita di armi ai sauditi da parte del governo inglese. Commentando la sentenza della Corte d’Appello del 20 giugno 2019 davanti al Parlamento, l’allora segretario di Stato per il Commercio internazionale, Liam Fox, disse che, sebbene il governo May fosse deluso dalla sentenza della Corte d’Appello, era costretto a rispettarla.

I miei critici non riescono a inquadrare bene la mia proposta perché trascurano alcuni fatti fondamentali. Il primo è che molti bambini e molti civili yemeniti vengono uccisi non dalle bombe saudite, bensì dagli Houthi. Il secondo fatto è che l’aumento dei bimbi yemeniti morti è dovuto alla recrudescenza del conflitto: recrudescenza scaturita, in larga parte, dal miglioramento delle capacità offensive degli Houthi, i quali hanno iniziato a colpire il territorio saudita ed emiratino più frequentemente, causando una veemente contro-reazione militare. Il fatto che il numero dei bimbi morti sia tornato a salire nel 2021 non implica che l’inserimento dell’Arabia Saudita nella lista nera abbia fallito nelle sue finalità. Significa, più precisamente, che un nuovo fattore – la crescita delle capacità offensive degli Houthi – è intervenuto all’improvviso alterando un equilibrio benefico per i civili. È ovvio che l’impennata dei bombardamenti da ambo le parti causi una crescita delle vittime civili. In conclusione, la mia proposta di vincolare le sanzioni contro la Russia al numero dei bambini uccisi in Ucraina è ancora l’unica speranza a nostra disposizione per salvare la vita di qualche bimbo, che poi è il senso profondo – io credo – della vita di ogni uomo. Nell’attesa che qualcuno proponga una soluzione migliore della mia, ringrazio chi ha dedicato il proprio tempo a verificare le mie tesi.

orsini@mit.edu 

L’Albright riposa in pace. Il mondo, a causa sua, no

La morte di Madeleine Albright è passata quasi sotto silenzio, almeno sui giornali italiani, tranne un articolo abbastanza equilibrato di Massimo Gaggi sul Corriere. In genere dei morti si suole parlare sempre bene, se invece li si copre di silenzio vuol dire che non è proprio possibile.

Madeleine Albright, benché democratica, ma forse proprio perché democratica, è stata una delle peggiori guerrafondaie, insieme a quella mezza nera e mezza democratica di Condoleezza Rice, degli ultimi trent’anni. Segretaria di Stato con Bill Clinton, sosteneva quella che in seguito, con George W. Bush, diverrà l’asse centrale della politica yankee: la superiorità morale degli americani, la “cultura superiore” che ha non solo il diritto ma anche il dovere di intromettersi, con le armi, negli affari interni di altri Stati. È lei a imporre il principio dell’“ingerenza umanitaria”.

Cominciò con l’Afghanistan del Mullah Omar. Inizialmente gli americani non erano ostili ai Talebani che avevano vinto e cacciato dal Paese i “signori della guerra” (Massud, Dostum, Gulbuddin Hekmatyar, Ismail Khan) perché pensavano che fosse meglio avere di fronte un solo interlocutore piuttosto che quattro e di poterne fare un sol boccone. Ciò che premeva in quel momento agli americani, siamo nel 1997, era di poter mettere le mani sul colossale affare del gasdotto che partendo dal Turkmenistan sarebbe arrivato al Pakistan, e quindi al mare, attraversando però per la maggior parte del suo percorso l’Afghanistan. La società che doveva condurre in porto l’operazione era l’americana Unocal dove erano direttamente interessati Dick Cheney, Condoleezza Rice e tutto il gruppo che farà poi parte dell’Amministrazione Bush. Gli americani, però, come al solito, non conoscevano gli usi locali né tantomeno il Mullah Omar. Si sa che da quelle parti, come del resto con gli arabi, le trattative vanno condotte in un certo modo, con certi rituali, davanti a una tazza di tè fumante, e che si deve essere pazienti e disposti a perderci delle giornate. I rappresentanti della Unocal arrivavano in Afghanistan, non a Kabul ma a Kandahar dove il Mullah aveva stabilito il suo quartier generale sembrandogli Kabul già un po’ troppo moderna per i suoi gusti, ci stavano un giorno e ripartivano convinti di aver concluso l’affare. Non era nemmeno pensabile che quegli straccioni si opponessero a un colosso come la Unocal e agli Stati Uniti. Più smaliziati furono i rappresentanti della Bridas argentina diretta dall’italiano Carlo Bulgheroni. Si sottoposero alla lunga e defatigante trafila delle trattative. E Omar affidò alla Bridas l’affare del gasdotto. Fu solo dopo questo “sgarbo” che gli Usa, Albright in testa, si accorsero che i Talebani non erano esattamente dei femministi. Dichiarò l’Albright: “È spregevole il mancato rispetto dei diritti umani da parte dei Talebani”. Comincia qui la sequela delle accuse, quasi sempre infondate, ai Talebani definiti sempre e comunque come “brutti, sporchi e cattivi” che porterà poi all’aggressione e all’occupazione dell’Afghanistan nel gennaio 2001 col pretesto, falso, che erano alle spalle dell’attacco alle Torri Gemelle. Nei commandos dell’attacco c’erano arabi sauditi, yemeniti, marocchini, tunisini ma non un solo afgano, tantomeno talebano. E non un solo afgano, tantomeno talebano, fu scoperto in seguito nelle cellule vere o presunte di al Qaeda. Verrà dimostrato in seguito che la dirigenza talebana dell’epoca era assolutamente all’oscuro dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ma poco importa, gli Usa erano già proiettati su un altro obiettivo, l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di avere “armi di distruzione di massa”. E in effetti quelle armi il rais di Baghdad le aveva avute dagli americani, dai francesi e, via Germania Est, dai sovietici in funzione anti-iraniana e anti-curda. Ma al momento dell’attacco Nato-americano del 2003 non le aveva più perché le aveva già usate contro i curdi (a Halabja, cittadina curdo-irachena, aveva “gasato” 5 mila abitanti, l’intera comunità). L’invasione e l’occupazione dell’Iraq provocherà dalle 650 alle 750 mila vittime civili. Intervistata dalla Cbs che gliene chiedeva conto, Albright rispose: “È una scelta molto difficile, ma il prezzo non pensiamo sia troppo alto. È una scelta morale. Ma lo è anche quanto dobbiamo ai nostri cittadini e soldati e ai Paesi limitrofi per assicurarsi che quest’uomo non sia più una minaccia”. Questa era Madeleine Albright.

A questo attacco all’Iraq parteciparono, oltre agli Usa, la Gran Bretagna, inizialmente la Spagna e altri Paesi europei fra cui l’Italia. Sarà questa carneficina che si protrarrà negli anni a incubare l’Isis. Negli anni in cui massacravamo uomini, donne e bambini del Medioriente, noi europei vivevamo tranquilli nelle nostre città. Andavamo in discoteca e allo stadio, facevamo gli apericena e lo shopping, godevamo del nostro benessere: che ci importava di quella gente così lontana? Non è un caso che in Europa gli attacchi Isis siano avvenuti nei luoghi del nostro divertimento e del nostro benessere: il Bataclan, la Promenade des Anglais, gli stadi, i supermercati. Amedy Coulibaly, l’attentatore al supermercato kosher di Parigi, dirà in una sorta di testamento postumo: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe su civili e combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”. Potremmo prestare a Coulibaly le parole di De André ne Il Bombarolo, anche se nel 1973 Fabrizio non poteva certo pensare all’Isis: “Potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani. Io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”.