Helsinki vuole la Nato, Nokia invece aiutava i Servizi russi

Dopo l’attacco del Cremlino contro Kiev, nell’emisfero occidentale, l’era della neutralità è finita. Dal 24 febbraio scorso sembra sia terminata anche a Helsinki, che ha dato nome, fino a oggi, al modello di equilibrio geopolitico perfetto tra Alleanza Atlantica, a cui non ha mai aderito, e confinante Federazione. Con la Russia la Finlandia – cinque milioni di cittadini, 280mila soldati, 900mila riservisti – condivide una frontiera lunga 1340 chilometri: da quando i blindati di Mosca hanno varcato la frontiera ucraina, anche i finlandesi (oltre il 60% secondo gli ultimi sondaggi) chiedono l’adesione alla Nato. In caso di avvio delle procedure, riferiscono le autorità finlandesi, il rischio sarebbe quello di essere colpiti da cyberattacchi russi. In Russia, invece, a favorire lo spionaggio informatico sono proprio i finlandesi stessi, accusa il New York Times.

La compagnia telefonica di Helsinki, Nokia, avrebbe facilitato il lavoro del Fsb, servizi segreti russi, ha scritto tre giorni fa il quotidiano Usa. Le apparecchiature e i software dell’azienda – che ha deciso di non operare più in Russia in seguito all’invasione – favorivano l’intercettazione dei dissidenti russi: erano un ponte di collegamento tra il sistema per la sorveglianza digitale delle autorità della Federazione, il Sorm, (Sistema per le attività investigative), e l’enorme rete delle telecomunicazione. Tutto era ascoltabile e leggibile: dalle telefonate ai messaggi di testo, fino alle email. Per cinque anni, Nokia ha collaborato con aziende legate alle autorità di Mosca. Dopo la pubblicazione dell’articolo dall’ufficio stampa del colosso finlandese è subito arrivata la smentita: “Nokia non produce, installa o supporta apparecchiature o sistemi Sorm. Qualsiasi allusione al riguardo non è corretta”. L’azienda ha messo solo a disposizione infrastrutture come altri “numerosi fornitori che operano sul mercato”, hanno riferito da Helsinki ai reporter americani che asseriscono invece il contrario. Citando documenti non consultabili, il New York Times riferisce che Sorm è “stato usato per rintracciare i sostenitori del leader dell’opposizione russa Aleksej Navalny”. Adesso, comunque, la Nokia ha abbandonato la Russia, ma i suoi sistemi di collegamento sono rimasti lì.

“Da 8 anni aspettiamo giustizia da Kiev per l’uccisione di Andy”

Era il 24 maggio 2014. Era una primavera di boati di obice e crateri di missili a Slovjansk, la città dove verranno colpiti a morte Andy Rocchelli e Andrej Mironov. Si svegliavano quasi sempre prima degli altri per andare a fotografare la guerra del Donbass che oggi è diventata un conflitto su larga scala. “Siamo ora di fronte a una spietata invasione e a un quadro di distruzione e sofferenze che suscitano indignazione verso l’aggressore russo e solidarietà per la popolazione ucraina aggredita” raccontano Rino Rocchelli ed Elisa Signori, i genitori del fotoreporter italiano che ha perso la vita con il giornalista russo Andrej Mironov. Dopo un processo durato anni, che si è concluso con l’assoluzione del soldato italo-ucraino Vitaly Markiv, rimangono ancora oggi in attesa di giustizia per la morte del loro figlio: “Noi possiamo solo dare testimonianza della nostra esperienza, distinguendo tra governo e popolazione ucraina, verso cui proviamo vicinanza e solidarietà. Per il processo di Andy ci siamo confrontati con il volto istituzionale di Kiev, i comportamenti dell’establishment, magistratura, governo. Abbiamo sperimentato nelle autorità un’attitudine dilatoria e di depistaggio. Nelle procedure burocratiche abbiamo visto una continuità con gli usi sovietici, una magistratura subalterna all’esecutivo e una macchina mediatica che ha prodotto narrazioni di comodo.

Dal 2014 a oggi, l’Europa, e l’Italia hanno fatto abbastanza per spegnere il focolaio bellico in Donbass?

Una valutazione degli errori compiuti è stata da più parti autorevolmente proposta in questi giorni. Andrea con le sue foto ha cercato di far conoscere la realtà drammatica dei civili, vittime in quelle zone di una guerra fratricida che non avevano voluto. Aveva scelto come area d’interesse precipuo proprio il mondo ex-sovietico, convinto che lì si giocasse una partita chiave per le sorti del continente. Con i suoi reportage in Cecenia, Ingushetia, Dagestan, Kirghizistan, tra il 2009 e il 2014, ha documentato le violazioni dei diritti umani ai danni dei civili. Anche la Russia di Putin non era sfuggita al suo sguardo critico.

La morte di vostro figlio rimane a oggi ancora senza un colpevole.

Benché Italia e Ucraina vantino relazioni di amicizia e interessi economici comuni, le autorità ucraine si sono sempre attenute a una linea di chiusura e di rigetto di ogni responsabilità nell’accaduto.

Roma “ha fatto sentire la voce delle istituzioni” alle autorità di Kiev, come ha chiesto Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa?

A questo caso di uccisione di un cittadino italiano e europeo, fotogiornalista inerme, non è mai stata data rilevanza politica né in Italia, né in Europa. Tra il 2014 e il 2016 abbiamo atteso che il paese amico, l’Ucraina, si dedicasse a far luce sull’accaduto, così come a parole prometteva ai nostri ambasciatori a Kiev. In seguito abbiamo preso atto dell’elusivo atteggiamento ucraino. Pochi giorni fa è stato ucciso il giornalista americano Brent Renaud in Ucraina e i portavoce del governo Usa hanno dichiarato con veemenza che i responsabili saranno puniti. Noi aspettiamo da 8 anni giustizia per Andrea, per Andrej e tutti i giornalisti che ci informano da zone di crisi. La guerra in corso ci conferma quanto sia essenziale e prezioso il lavoro dei free lance.

Su queste pagine è stata pubblicata un’indagine giornalistica secondo cui il deputato Mikhailo Zabrodsky, ex comandante della 95ª Brigata, quel giorno ha dato l’ordine di sparare su Andy. È anche membro del Gruppo per le relazioni interparlamentari italo-ucraine.

La responsabilità del generale Zabrodsky non è una sorpresa. Chi fossero i comandanti dell’esercito e della Guardia nazionale sulla collina di Karachun, da cui sono stati esplosi i colpi che hanno ucciso Andy, è noto. Nella sentenza del Tribunale di Appello di Milano del 2020 a pag. 64 si legge a proposito dell’attacco del 24 maggio 2014: “Si è trattato quindi di un ordine illegittimamente dato dai comandanti”.

Ogni guerra ha la sua propaganda e tutto diventa bianco o nero, come in alcune foto di Andy…

La propaganda è un’arma strategica in tutti i conflitti, anche questo in corso non fa eccezione. Per quanto riguarda l’uccisione di Andrea e di Andrej, è successa 8 anni fa in un contesto diverso e più circoscritto. Anche allora però si è adottato uno schema narrativo manicheo e bipolare: chi richiamava l’Ucraina alle sue responsabilità era automaticamente presentato come filo-putiniano. Vale la pena di ricordare che nell’uccisione di Andrea e Andrej sono direttamente coinvolti tre ex senatori, due eroi nazionali e un ex ministro ucraini.

Roma ha inviato armi a Kiev.

Come tutti coloro che assistono al massacro, auspichiamo che la diplomazia prenda il sopravvento e metta a tacere le armi.

Varsavia e Praga mollano Orbán, troppo “morbido” con il Cremlino

Per la prima volta, a 21 anni dalla sua fondazione, il gruppo di Visegrad si è spaccato. Oggi e domani, i ministri della Difesa di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia avrebbero dovuto incontrare il loro omologo ungherese a Budapest. La riunione però è stata cancellata dopo che Varsavia e Praga si sono ritirate a causa della tiepida risposta dell’Ungheria alle misure adottate dall’Unione europea contro la Russia. Un portavoce del ministero della Difesa slovacco ha spiegato che la riunione invece è stata annullata dall’Ungheria. È molto probabile che il portavoce slovacco abbia detto la verità, visto che è Budapest a detenere attualmente la presidenza di turno del gruppo di Visegrad e che il 3 aprile si terranno le elezioni parlamentari in cui Fidesz, il partito ultranazionalista di destra, reazionario e illiberale, oltre che neanche troppo velatamente antisemita, del premier filo russo Viktor Orbán è in testa nei sondaggi. Logico che Orbán non abbia, di conseguenza, alcuna voglia di incontrare i suoi ex sodali per farsi mettere alla berlina vista la propria indisponibilità ad aumentare eventualmente le sanzioni contro la Russia e alla disponibilità a proseguire nei progetti messi in campo con aziende che gravitano nell’entourage del presidente Putin.

I problemi tra i quattro partner dell’Europa centrale sono risultati evidenti quando il ministro della Difesa ceco, Jana ČCernochová, ha scritto su Twitter: “Ho sempre sostenuto il V4 e sono molto dispiaciuta che il petrolio russo a buon mercato sia più importante per i politici ungheresi del sangue ucraino”. Il vice capo del ministero degli Esteri, Marcin Przydacz, ha dichiarato che il primo ministro ungherese Viktor Orbán stava “commettendo un errore” nel suo approccio alla guerra in Ucraina. Orbán ha fatto di tutto per non irritare il Cremlino tanto da non partecipare alla visita a Kiev degli altri membri del V4 due settimane fa. Orbán non ha mai fatto mistero di essere contrario a qualsiasi misura mirata all’energia o a piani per una missione di “mantenimento della pace” dell’Ue in Ucraina. Sono la sua linea rossa, con Bruxelles. Budapest ha anche rifiutato di consentire alle armi europee di raggiungere l’Ucraina attraverso il proprio territorio. Durante il vertice del Consiglio europeo della scorsa settimana, Zelensky si era rivolto a Orbán chiedendogli di “decidere con chi stare”. Il primo ministro ungherese aveva detto di non voler stare tra “l’incudine ucraina e il martello russo”. Giudicando dai fatti è evidente che preferisce stare con il Cremlino nonostante l’Ungheria sia non solo membro della Ue, ma anche della Nato.

Mykolaiv, razzi sul palazzo del governo: 12 morti, 33 feriti

A Mariupol, dove si combatte strada per strada, il comandante ceceno Ruslan Geremeyev sarebbe stato ferito gravemente. A sostenerlo il portavoce del battaglione Azov con cui i ceceni si stanno scontrando da giorni. Geremeyev era tra i sospettati – ma mai perseguito – per l’uccisione di Boris Nemtsov, uno dei principali oppositori di Putin, eliminato il 27 febbraio 2015 nel centro di Mosca. Nella stessa città è stato ferito a una gamba un giornalista russo, Rodion Severyanov del giornale Izvestia, di San Pietroburgo. Meno fortunato di lui Yevhen Obedinsky, ex capitano della Nazionale di pallanuoto. Sono riprese le evacuazioni attraverso tre corridoi, anche se c’è sempre il timore delle “provocazioni” russe. Da Mariupol a Chernihiv. Il sindaco Vladislav Atroshenko ricorda che la sua città è tra le più colpite dalla guerra nonostante “il 72% dei cittadini parla russo, ci sono molti militari russi in pensione e anche persone con origini bielorusse. Qui non ci sono fascisti”. Ora i russi dicono che allenteranno la morsa, così come a Kiev: “Vedremo se sarà la verità” aggiunge Atroshenko, ricordando come siano stati presi di mira anche scuole e ospedali. Ieri l’istantanea della guerra era il palazzo del governo di Mykolaiv letteralmente sventrato da una bomba. I missili russi hanno colpito un edificio amministrativo regionale di nove piani, distruggendo la sua parte centrale. Il bilancio è di 9 morti e 27 feriti. Illeso il governatore Vitaly Kim, si scava ancora tra le macerie. Le truppe russe hanno attaccato anche l’aeroporto di Starokonstantinov nella regione di Khmelnytsky, nell’ovest dell’Ucraina. A confermarlo il sindaco Melnichuk: non ci sono state vittime, ma le scorte di carburante sono distrutte.

La città russofona non ha nostalgia della madrepatria

Ihor Terekhov deve l’ascesa a primo cittadino della seconda città dell’Ucraina al Covid. Il predecessore e fondatore del partito di Terekhov, è morto di complicazioni dal virus nell’autunno 2020: lui è stato confermato in carica nel voto del novembre 2021. Espressione d’una lista cittadina il cui elettorato è russofono, come la gran parte dei quasi due milioni di abitanti. Ma ora, seduto a una scrivania nei sotterranei di una delle stazioni centrali della metro, indossando una felpa nera con una scritta dorata (mise non militare come quella del presidente Zelensky, ma comunque da ‘politico del fare’) ci tiene a spiegare che “esser russofoni non vuol certo dire esser pro-russi. Benché un quarto dei miei concittadini abbia parenti oltre il confine (che a nord-est dista meno di 40 chilometri, ndr), i militari che ci hanno invaso hanno commesso l’errore di pensare ci sentissimo parte della Federazione russa, e che li avremmo accolti. Ormai noi ci sentiamo una città europea, è dal 2014 che la maggioranza delle persone ha cambiato idea, ha visto la città migliorare, crescere e che possiamo vivere in modo ben diverso da quello del passato regime sovietico. La gente qui parla con quelli delle repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk e sa bene quale è la reale situazione lì”.

Dopo un dettagliato elenco degli obiettivi civili colpiti, ben oltre mille e, glissando sulla situazione militare nei dintorni della città, le parole che usa di più sono “bancomat” e “infrastrutture”: “I volontari hanno iniziato a ripulire la città, a esclusione della zero zone (le aree dei bombardamenti che ieri si erano notevolmente ridotti, ndr), i barbieri hanno riaperto, poi toccherà a negozi e uffici, torneremo una città normale: gli approvvigionamenti non sono mai stati un problema. Il 30% della popolazione se ne era andata, ma ora comincia a tornare”. Alla domanda se avesse ricevuto offerte o minacce da parte dei russi Terekhov strizza gli occhi ironici: “Ho ricevuto un messaggio con proposte di negoziati, ma che potevo rispondere? Noi non pensavamo che sarebbero venuti a ucciderci e a distruggere la nostra città, a deportarci a migliaia oltre-confine. E’ vero ci sono sabotatori in giro, e ringrazio la polizia per la mia sicurezza, la mia casa è stata presa di mira un paio di volte, e quella nelle strade. I russi sono arrivati sostenendo di volerci ‘denazificare’, ma stanno annientando i monumenti, i simboli della nostra storia, tra cui il memoriale dell’Olocausto alle porte della città. Non siamo fascisti, ma antifascisti: mio padre ha combattuto contro Hitler e il 9 maggio anche noi festeggiamo il giorno della vittoria contro i nazisti come fa Mosca”.

Il monumento alla Shoah di Drobitsky Yar si trova all’ultimo check point nell’area sud-orientale di Kharkiv: il fronte oggi, dicono i militari di guardia, dista 3,5 chilometri. E poi indicano i moncherini anneriti delle 7 braccia della Menorah, gigantesco candelabro in ferro che ricorda uno dei tanti massacri delle comunità ebraiche ucraine: qui nel 1941 furono trucidate circa 20mila persone. Il capo posto è Vlatislav, 21 anni, arruolato da due, e che già un hanno fa si è trovato a combattere contro truppe russe in uno dei tanti episodio bellici della guerra del Donbass che si trascina dal 2014. “Già il 22 ero insieme al mio reparto alla frontiera con la Russia per osservare i loro spostamenti: faccio parte di un’unità di intelligence per analizzare gli obiettivi da colpire. Sapevamo che sarebbero arrivati. Mio zio e mio cugini sono russi, ma per fortuna non ho nessuno che conosco contro il quale sto combattendo. La loro arma migliore sono i droni coi quali scelgono gli obiettivi: volano troppo alti per poterli abbattere. Scelgono sia obiettivi militari che civili. Ma i soldati che uccidiamo o catturiamo sono quasi sempre ragazzi molto giovani, dei novizi”, dice sorridendo con la faccia da ragazzino incorniciata da una folta barba: “Il mio nome di battaglia è Boroda, barbuto.

Kiev-Mosca fanno prove di pace Usa scettici: “Aspettiamo i fatti”

Un passo verso la pace ieri a Istanbul, dove le delegazioni russa e ucraina hanno ripreso a negoziare sotto i buoni auspici del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Mosca dice d’aver avuto da Kiev proposte scritte che garantiscono la neutralità e la denuclearizzazione dell’Ucraina e non esclude l’ipotesi di un trattato di pace, anche se annacqua nella prudenza l’ottimismo delle prime notizie. Gli ucraini ammettono che non entreranno nella Nato, ma vogliono garanzie di sicurezza modellate sull’articolo 5 del Trattato atlantico. E dicono che entreranno nell’Ue: i russi non obiettano, ma pretendono l’impegno a non ospitare basi straniere. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, parla “dei più significativi progressi finora fatti” nelle trattative, che proseguono con un calendario ancora imprecisato. Secondo il capo negoziatore ucraino, Mikhailo Podolyak, lo statuto della Crimea e del Donbass sarà oggetto di trattative ad hoc, per la cui conclusione ci sarà tempo 15 anni. I Paesi garanti dell’intesa russo-ucraina, fra cui l’Italia, dovranno provvedere, nella visione di Kiev, “armi e cieli chiusi”, cioè la famosa no-fly zone. Tutto ciò è condizionato, nell’immediato, a un cessate il fuoco effettivo; e, una volta perfezionato e sigillato, sarà sottoposto a referendum popolare e avallato dal voto dei Parlamenti dei Paesi garanti.

Prudenti al limite della diffidenza, almeno a caldo, gli Usa. Il segretario di Stato, Antony Blinken, afferma di non vedere segnali di “reale serietà” da parte russa: “Un conto è quel che Mosca dice e un conto quel che fa. Siamo concentrati su quest’ultimo”. Lo stesso dice il presidente Biden: “Aspettiamo i fatti”. La Gran Bretagna è scettica. L’Ue tratta le informazioni da Istanbul “con una certa cautela”, anche perché la prospettiva d’un ingresso dell’Ucraina nell’Unione rischia di affossare le prospettive di approfondimento dell’integrazione: “La priorità – dice una fonte Ue che chiede di non essere citata – è arrivare a un cessate il fuoco duraturo sul campo, rispettato dalla Russia. Poi si vedrà se tutte le richieste hanno senso dal punto di vista politico”. Sul fronte militare, l’andamento delle operazioni sembra essere parallelo a quello dei negoziati: Mosca annuncia che intende ridurre “drasticamente” gli attacchi su Kiev e su altre località ucraine, “per rafforzare la reciproca fiducia e creare le condizioni necessarie a ulteriori trattative”. Accolti quasi con entusiasmo dalle Borse, gli sviluppi a Istanbul innescano una cascata di reazioni: c’è una telefonata di quasi un’ora tra il presidente Usa, Joe Biden, che pensa di aumentare gli aiuti all’Ucraina, e i leader europei, che considerano ora prioritaria l’apertura di corridoi umanitari, specie a Mariupol; e poi, una telefonata di un’ora fra i presidenti francese Emmanuel Macron e russo Vladimir Putin, che insiste perché “i nazionalisti depongano le armi a Mariupol”. Dichiarazioni russe smorzano, ma non cancellano, l’ottimismo delle prime notizie: si parte – dicono al ministero degli Esteri di Mosca – “dal riconoscimento delle attuali realtà territoriali”, facendo implicito riferimento alla Crimea e al Donbass e al loro essere di fatto russi in questo momento. Inoltre, la ‘de-escalation’ delle operazioni militari russe sui fronti di Kiev e Chernihiv “non significa un cessate il fuoco”, avverte il capo negoziatore russo Vladimir Medinsky, che, citato dalla Tass, prospetta “un lungo cammino” per arrivare a un accordo di pace accettabile per entrambe le parti: “Noi abbiamo fatto passi da gigante verso la pace, ci aspettiamo progressi reciproci da parte loro”. Le tensioni dell’Occidente con la Russia restano elevate: Olanda ha ieri espulso 17 cittadini russi con l’accusa di spionaggio. Il Consiglio atlantico è stato convocato a Bruxelles il 6 e 7 aprile, a livello di ministri degli Esteri, per discutere gli sviluppi della guerra in Ucraina, presenti i 30 Paesi alleati, più Svezia e Finlandia e numerosi altri Paesi occidentali in senso lato: l’invito è stato esteso anche all’Ucraina. L’incontro sarà presieduto dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il cui mandato è stato rinnovato fino al 30 settembre 2023, congelando le consultazioni sulla ricerca d’un successore. Gli analisti militari statunitensi danno più peso, invece, al ritiro di forze russe da Kiev e dintorni, che segnerebbe un cambio di strategia. Mentre Washington studia come “paralizzare” la macchina da guerra russa, il ministro della Difesa Serghei Shoigu offre una spiegazione diversa: “Abbiamo nel complesso raggiunto i principali obiettivi della prima fase della nostra operazione. Il potenziale di combattimento delle forze armate ucraine è stato notevolmente ridotto e possiamo così concentrare l’attenzione e gli sforzi sul raggiungimento dell’obiettivo primario, cioè la liberazione del Donbass”. La Casa Bianca deve intanto gestire l’ennesimo strascico polemico della missione europea di Biden, che avrebbe lasciato intendere che gli Usa addestrano truppe ucraine in Polonia, circostanza finora sempre smentita. Sollecitata da Politico, una fonte ufficiale ha fornito questa spiegazione: “Ci sono soldati ucraini in Polonia che interagiscono su base regolare con militari Usa. Il presidente faceva riferimento a ciò”.

Presentat’arm!

Inconsolabile perché c’è almeno un leader contrario al riarmo, quello del partito di maggioranza relativa nato il giorno di San Francesco del 2009, Paolo Mieli lacrima sulla “nostra commedia” di rammolliti e panciafichisti, insensibili al presentat’arm! di Joe Biden e di altri virili commander in chief che non riescono a deglutire un boccone di pizza. Come sarebbe che non troviamo “una dozzina di miliardi” l’anno sull’unghia da devolvere ai fabbricanti d’armi più bisognosi, inclusi quelli che fanno pure gli editori? Ma che pezzenti siamo? E “gli adempimenti dettati dall’appartenenza all’Alleanza Atlantica”? In effetti la “nostra commedia” è sempre bruttina, ma il capocomico rischia di essere Mieli. In coppia con Stefano Folli, il quale auspica su Rep che “Draghi decida di liberarsi di un segmento dei 5S”, cioè l’intero Movimento, visto che purtroppo anche al secondo giro gli iscritti hanno plebiscitato Conte al 94% e non sanno più come dire che il capo è lui. Magari: si tornerebbe finalmente a rispettare gli elettori, che l’ultima volta premiarono il movimento più pacifista, multilaterale, ambientalista e legalitario anziché i soliti bellicisti, unilaterali, inquinatori e inquisiti. Mieli sostiene che il M5S dovrebbe ingoiare quei 12 miliardi l’anno in spese militari (che poi sono 13-14) perché c’è un impegno con la Nato “preso dall’Italia otto anni fa”. E non s’accorge di essersi già risposto da sé: il mondo è cambiato e ancora sta cambiando; si parla di esercito europeo (che costerebbe ai governi Ue meno e non più delle truppe nazionali); la Nato è un’alleanza in cui si può discutere (o no?); e proprio il trascorrere di 8 anni senza che accadesse nulla (da noi e dagli altri Paesi Nato) dimostra che non c’è alcuna urgenza di buttare tutti quei miliardi nelle armi in piena crisi sociale, energetica, pandemica ed economica, con le bollette alle stelle e la crescita zero.

L’argomento ad cazzum fa il paio con quello agitato da altri squinternati: Conte non può dire no ai 13-14 miliardi annui in armi perché nel suo triennio da premier la spesa militare salì di 3,4 (1,1 l’anno). Come se quel ritocchino fisiologico fosse paragonabile all’intenzione – “da pazzi”, per il Papa e non solo – di gettare metà della prossima manovra in armi anziché in investimenti per l’energia green, il lavoro, chi non ce l’ha e chi non ce la fa. Mieli, bontà sua, riconosce di avere sbagliato a spingere Draghi al Colle, ma per dire che col premier non si può nemmeno discutere, causa guerra. Altro argomento ad cazzum: 13 mesi fa, tra gli applausi dei capocomici, fu rovesciato il Conte-2 in piena pandemia, scrittura del Pnrr e campagna vaccinale: tutte urgenze che competevano al governo, diversamente dall’Ucraina, dove Draghi conta un po’ meno di un ficus benjamin.

Il Management ha ancora un impellente “Pornobisogno”: “Parlar male del mondo”

“Immagina un atleta rimasto seduto in poltrona per tre anni e poi improvvisamente viene chiamato a gareggiare nei 100 metri alle Olimpiadi… impossibile, no? È esattamente il modo in cui ci sentiamo noi in questo periodo”. Non è al massimo della condizione, Luca Romagnoli, il frontman dei Management, quando ci sentiamo per parlare dell’uscita di Pornobisogno, ristampato in occasione del decennale di Auff!!, il loro clamoroso disco d’esordio. “Mi sono ammalato qualche giorno fa, in occasione di una sessione di foto, in notturna (al che fa alludere che presto ci saranno novità, forse un nuovo disco, ma non si sbilancia, ndr) e faceva un freddo cane. Magari è solo una banale influenza perché ho tre dosi. Però confesso di essere stato al concerto del mio gruppo preferito, i Le Femme, con 3.000 persone, senza restrizioni, e forse è proprio lì che mi sono beccato il Covid. Ero a Bruxelles – prosegue il cantante – in una sala concerti pazzesca e finalmente tutti senza mascherina… ne è valsa la pena, anche se adesso sto soffrendo. È una lotta quella che sto combattendo: del resto vogliono vivere anche loro, i virus, essendo una forma di vita che cerca di sopravvivere e che si comporta come noi esseri umani, che facciamo le guerre, chi con le medicine chi con altre modalità”.

Sin dagli esordi, i Management (Luca Romagnoli e Marco Di Nardo) si sono imposti con i loro testi e musica graffianti, come la personificazione delle crisi di varia natura (economiche, politiche, etiche), che attanagliano la società globalizzata e corrotta, nell’anima e nei valori. E quello che era il loro nome per esteso, Management del Dolore Post-Operatorio, stava a indicare una gestione “manageriale” del dolore, diretta conseguenza della “crisi” dell’umanità. I Management tornano sulle scene con una dirompente versione del celebre singolo Pornobisogno, con la partecipazione dell’illustratrice Fumettibrutti, nome d’arte di Josephine Yole Signorelli, che oltre a disegnare la copertina, ha prestato per la prima volta la sua voce in una canzone. Una collaborazione insolita, per una versione ancor più apprezzabile dell’originale. Protagonista del brano è un fittizio presidente del Consiglio (ogni riferimento è puramente casuale) che fa propaganda tramite i mass media, e che la band paragona a una malattia venerea, che si contrae come un virus. “A dieci anni di distanza, di quel virus ne vediamo le conseguenze. La gente ci ha sempre detto che siamo profetici, ma la verità è che se parli male di questa società, nove volte su dieci ci azzecchi. Se hai un atteggiamento critico prima o poi ci prendi!”.

Colpo di “Coda” agli Oscar tra sordi, ceffoni e “Dune”

Oscar 2022, ha vinto Coda – I segni del cuore. Giovedì approderà finalmente in sala, nel frattempo, come il campione di statuette Dune e il film internazionale (ex straniero) Drive My Car, è già su Sky.

Scherzi di una distribuzione ormai schizofrenica, il trionfo di Coda – peraltro, qualcuno sa chi ne sia il regista (la signora Sian Heder, ndr), puntualmente omesso? – mette in fila un po’ di temi. Oggi i cugini d’Oltralpe provvedono materia prima per un cinema a corto di idee a tutte le latitudini, alle nostre c’è Corro da te sugli schermi, e questo remake del francese La famiglia Bélier è appena il terzo nei 94 anni degli Academy Awards a laurearsi miglior film: succede a Ben Hur e The Departed di Martin Scorsese.

Fondamentale è anche il primo titolo di un servizio streaming a conquistare l’Oscar più ambito: ce l’ha fatta Apple, con grande scorno di Netflix, già digiuna con Roma di Alfonso Cuarón nel 2019 e The Irishman di Scorsese l’anno dopo. Per il secondo lo streamer sborsò 159 – o addirittura 225? – milioni, Coda ne è costati solo 25: spesi benissimo. Storia formato famiglia con attori sordi e non, manda in palmarès pure la sceneggiatura non originale e l’attore non protagonista, il non udente Troy Kotsur. Targato Netflix, Il potere del cane s’è dunque morso la coda: una sola nomination trasformata su dodici, vale dopo il Leone d’Argento di Venezia la migliore regia a Jane Campion, terza donna nella storia. Cambierà la strategia festivaliera a senso unico (la Mostra) della piattaforma e, sopra tutto, quella per gli Academy Awards, fin qui una glitterata via crucis? Chissà, ma la sconfitta per Reed Hastings deve bruciare.

Tutto il resto sono le prime volte, spesso di grandi nomi: Jessica Chastain protagonista per Gli occhi di Tammy Faye; Kenneth Branagh, all’ottava candidatura in sette categorie, per lo script di Belfast; la non protagonista, inedita in quanto afro-latina queer, Ariana DeBose di West Side Story. E, ovviamente, Will Smith: ancorché premiato per King Richard, la scena l’ha rubata prima con lo schiaffo e gli insulti a Chris Rock, reo di aver sbeffeggiato l’alopecia della moglie Jada Pinkett. C’è chi stigmatizza la violenza, che insinua la pantomima, chi difende Mr. Smith, di certo, è stata la ciliegina incresciosa su una cerimonia perfettibile: appena sufficiente la rievocazione di Pulp Fiction, tristissima quella del Padrino, azzardata quella di Cabaret con l’acciaccata Liza Minnelli. Appunto. È stata la mano di Will, e non quella di Dio. Paolo Sorrentino non ha bissato l’Oscar del 2014 a La grande bellezza, ma rilancia: Mob Girl, con Jennifer Lawrence.

 

Gogol bordello a Leopoli. Hendrix, gabbiani e Kgb

Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol’, diceva Dostoevskij. Agli altri epigoni è rimasto Il naso, metafora letteraria più sconveniente, ma anche autoironica. Nel caso di Andrei Kurkov si addice al suo stile grottesco, spinto verso il fantastico.

Se Gogol’ era nato in Ucraina e trasferito a Pietroburgo, Kurkov è nato vicino a Leningrado e trasferito a Kiev fin dall’infanzia. L’ho incontrato nel 2005 dalle parti di Majdan, dove ancora c’erano le tende dei giovani manifestanti. Al tempo delle prime grandi proteste si poteva disquisire sulla sua identità di autore ucraino di lingua russa, quindi “snobbato dai critici” su entrambi i fronti. Oggi i fronti sono quelli di guerra, Kurkov si è rifugiato nella parte Ovest del Paese ed è molto impegnato con articoli e interviste a smontare la desinformacija putiniana che si attiene alla “dottrina” di Pasternak nel Dottor Živago, cioè far credere “il contrario della realtà”, per cui un’invasione è una liberazione, i civili morti sono vittime dei soldati che li difendono, le proteste del 2013/2014 un colpo di Stato e uno Stato con presidente ebreo è nazista (“eletto con il 73 per cento dei voti” sottolinea Kurkov).

Tradotto in diversi Paesi, moglie inglese, conosciuta ai tempi dell’università (studiava giapponese, scelto in quanto lingua “più difficile del mondo”, secondo il suo senso dell’assurdo), Kurkov si è autopubblicato i primi libri vendendoli sui marciapiedi di Odessa come “celovek-buterbrod”, uomo-sandwich, e noleggiando un furgone delle pompe funebri per trasportarli e dormirci dentro.

Pubblicato inizialmente in Italia da Garzanti, l’autore ora è passato a Keller, editore di frontiera che ha saputo puntare sull’Est Europa. Il libro che l’ha fatto conoscere è Picnic sul ghiaccio, storia di un giornalista di necrologi e della sua convivenza con un pinguino cardiopatico, ereditato dal fallimento di uno zoo. Insieme al picaresco e malinconico struggle for life post-comunista, gli animali sono una costante di uno scrittore che ha una importante collezione di cactus, è preoccupato per i futuri raccolti e in questi giorni arriva in libreria con Jimi Hendrix a Leopoli, in cui i gabbiani incombono sulla capitale della Galizia, non ancora diventata roccaforte della resistenza ucraina.

Città priva di acqua, senza mare né fiumi, come pochi altri grandi centri urbani – vedi Milano, se escludiamo i residui scorci da “Venezia degli impiegati” dei navigli –, la Leopoli kurkoviana si riempie di spirito e inquietudini marini ed è teatro delle esilaranti avventure e soprattutto disavventure di una sgangherata torma di personaggi. Ci sono un marinaio di Odessa sedotto dal richiamo di una rusalka (la sirena slava) dei Carpazi (le montagne non erano forse fondale marino nella notte dei tempi?) e un capitano del Kgb in pensione che gira con una vespa gialla, alleva colombi e ai tempi dell’Urss sorvegliava gli hippy della città, i quali attendevano messianicamente l’arrivo di Jimi Hendrix.

Sorveglianti e sorvegliati si ritrovano sulla stessa barca in secca, sopravvivono nei modi più assurdi e comunicano quasi solo dopo avere tirato fuori bicchieri, vodka e cetrioli.

Taras scorrazza i turisti polacchi (vicini e cugini più ricchi o meno poveri) sulla sua vecchia Opel per strade sconnesse affinché espellano i calcoli dopo violenti sobbalzi facendosi pagare trenta euro per il servizio. Si innamora della misteriosa Darka, che lavora di notte chiusa dietro al vetro di uno sportello di cambia-valute e indossa lunghi guanti rétro, perché allergica ai soldi, cioè non può toccare le banconote. La conquista portandole del caffè, versato dentro a un posacenere con la scritta “Venezia”: una tazza non passerebbe nella fessura che serve a dare e ricevere denaro. Ci sarà anche una romantica cena a base di carpa e cappuccino.

Oggi il centro del mondo più che Venezia è Vinnica, città dell’Ucraina centrale, e leggiamo queste pagine con la tristezza e la malinconia del caso, ma anche con la fiducia nella capacità di sopravvivere a catastrofi di ogni tipo degli ucraini, grazie anche all’umorismo che qui resta intatto nella ottima traduzione di Rosa Mauro (a parte qualche piccola deviazione dallo stile colloquiale e disinvolto di Kurkov come nel ricorrente “non proferire parola”, per esempio, al posto di “non aprire bocca”). Divertenti i dialoghi di questo Dovlatov meno cupo e autodistruttivo, quasi favolistico e incline all’happy ending. Il barbone alcolizzato, invitato a lavarsi nella doccia di un’associazione umanitaria (Vinniki), teme che gli rubino gli organi per venderli agli oligarchi ma il capitano del Kgb lo zittisce così: “Pensi davvero di avere ancora qualche organo sano là dentro… Magari il fegato?”. Interessante anche, come ci si aspetta da un uno scrittore del 1961, passato dunque attraverso varie epoche storiche, il ripescaggio “culturologico” di vecchi e cari oggetti della vita quotidiana ancora in uso. Come i “govnodavy” (“schiacciamerda”), scarponi dalla spessa suola per le intemperie che oggi si fanno ormai solo in Bielorussia e Transnistria, “ultimi baluardi” dello spazio sovietico.

Di prossima uscita, sempre per Keller, Api grigie, ambientato nel Donbass, storia di un apicultore in mezzo alle guerra. Come in un racconto di Babel’, la preziosa fragilità dell’alveare si accompagna alla devastazione cieca delle bombe.