Da ceccardi a bicocca: di delitti, castighi e clamorose idiozie

 

BOCCIATI

Delitti e castighi.Tra le reazioni isteriche, controproducenti e piuttosto ridicole, la Palma d’Oro se l’è guadagnata l’Università Bicocca che per una manciata di ore ha deciso di sospendere un corso dello scrittore Paolo Nori su Fedor Dostoevskij per ‘evitare ogni forma di polemica’. Dopo aver appurato che non si trattasse di Lercio, i social sono letteralmente esplosi e la decisione è stata revocata. Il prorettore Maurizio Casiraghi si è giustificato così: “L’intenzione era ristrutturare il corso e ampliare il messaggio per aprire la mente degli studenti. Aggiungendo a Dostoevskij anche alcuni autori ucraini”. Come si può non capire che l’applicazione di una par condicio d’urgenza applicata ad uno dei più grandi scrittori della storia sia un provvedimento di una stupidità senza pari che qualifica unicamente l’intelligenza di coloro che l’hanno partorito? Persino scomodare la gravità di un’azione di censura suona grottesco se il tema a cui dovrebbe essere stata applicata sono i romanzi di Fedor Dostoevskij. Tutto questo ha un nome: idiozia. Inutile girarci intorno.

VOTO 2

 

da falsari a disertori.Susanna Ceccardi, front woman del Carroccio, si è fatta portavoce social dell’infelice accostamento propagandistico con cui la Lega, nonostante l’inopportunità del momento, è tornata sul suo cavallo di battaglia: “Ecco smentita la retorica di anni e anni di migrazioni in Italia con un decreto. In #Ucraina giustamente possono fuggire dalla guerra solo donne, anziani e bambini. Gli uomini dai 16 ai 60 anni debbono rimanere a combattere per la patria. Ecco perché le centinaia di migliaia di #migranti uomini giovani e muscolosi arrivati in questi anni sui barconi che venivano da soli senza donne e bambini non scappavano da nessuna guerra. Oppure erano dei disertori”. Questa volta, oltre al grande classico di richiedere il certificato di autenticità al profugo, subentra l’ombra della diserzione su chiunque, non importa a quali condizioni, lasci il proprio Paese. È proprio vero che si può sempre fare peggio.

VOTO 4

 

PROMOSSI

Il torto della sineddoche.La partecipazione dell’opinione pubblica può avere un ruolo determinante negli esiti della guerra tra Russia e Ucraina. E in questo senso la mobilitazione culturale e le iniziative social possono essere molto importanti per sostenere Kiev e per connettersi con il popolo russo, il cui orientamento può avere un ruolo decisivo nello sviluppo degli eventi. È per questo che quell’atteggiamento preventivamente accusatorio nei confronti di tutti i cittadini russi rischia di far sentire un popolo intero sotto processo, portandolo a rinchiudersi in se stesso. Questo sarebbe il più grosso sabotaggio involontario che potremmo fare alla causa. Lo dice bene Giuseppe Provenzano, vicesegretario del Pd: “Putin non è la Russia. La Russia non è Putin. Cedere a questa equiparazione è proprio quello che vuole il tiranno e la sua ideologia. E significa non riconoscere il valore di quel largo movimento di opposizione interna che chiede #StopWar e sta subendo la repressione…”. L’auspicio è che il regime dittatoriale in Russia finisca, non per le ingerenze esterne, ma per volontà di chi ci abita. Solo così può durare.

VOTO 7

 

Ora è Vietato russare: dalle fusa ai gorgheggi impazzimento collettivo

 

PROMOSSI

Amarchia. Non è che non ce lo aspettassimo, per carità. Visto il successo di pubblico era abbastanza scontato che Amadeus avrebbe condotto anche il prossimo Sanremo 2023, cioè il suo quarto. E pure il quinto! La vera notizia infatti è che il mandato di Ama è stato biennalizzato, come si faceva con gli esami all’Università. Lo ha annunciato l’ad della Rai Carlo Fuortes e il diretto interessato ha confermato senza i tentennamenti del passato: “Sono felice e onorato della proposta dell’amministratore delegato Carlo Fuortes e del direttore del prime time Stefano Coletta. Aver ricevuto adesso questa proposta mi permette di lavorare da subito. Non vedo l’ora di iniziare”. Così Ama eguaglia i record che furono di Mike Buongiorno e Pippo Baudo (entrambi condussero cinque edizioni di fila). Sarebbe interessante sapere se è stata la Rai a voler mettere in cassaforte la direzione artistica e conduzione di Amadeus anche per il 2024, o se è stato lui a chiedere la prova d’amore per due anni. La cosa certa è che ora riparte il tormentone Fiorello nella città dei Fiori: l’Ama o non l’Ama?

 

Stonature. La soprano russa Anna Netrebko ha cancellato tutti i suoi prossimi impegni, non solo Adriana Lecouvreur alla Scala. Per chiarire la sua posizione ha postato su Instagram una sua foto accanto al maestro Valery Gergiev, con cui diversi teatri, in primis la Scala, hanno interrotto la collaborazione dopo che non ha risposto alla richiesta di una presa di posizione contro Putin. “Dopo una profonda riflessione ho preso la difficile decisione di ritirarmi per un periodo dall’attività concertistica. Non è il momento giusto per me per comparire in scena e per fare musica”. Da segnalare che la signora era in regola con i nuovi requisiti richiesti ai russi per lavorare: “Sono russa e amo il mio paese, ma ho molti amici in Ucraina, e il dolore e la sofferenza mi spezzano il cuore. Vorrei che questa guerra finisse e che la gente potesse vivere in pace. Questo spero e per questo prego”. Parole non sufficienti: secondo il New York Times la soprano sarebbe stata cancellata dal cartellone del Metropolitan per due stagioni. Ma come ha detto lei, “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la propria patria”.

 

Fantasy al potere. Apprendiamo da un articolo di Francesco Musolino sul Messaggero che lo scrittore americano Brandon Sanderson è riuscito in un’impresa storica, ovvero raccogliere due milioni di dollari per pubblicare la sua saga fantasy. Sanderson è andato oltre le sue previsioni (che già erano molto ambiziose) e cioè raccogliere online un milione di dollari in trenta giorni per auto-pubblicare i quattro romanzi che aveva scritto durante la pandemia, il suo misterioso Secret Project. “Ma dopo appena 35 minuti la cifra era già stata raggiunta e oggi, in appena due giorni, ha superato i venti milioni. E questo tesoretto, frutto delle donazioni di oltre ottantamila lettori, continua a salire, stabilendo un nuovo record su Kickstarter, la piattaforma web specializzata proprio nella raccolta fondi”. Una buona notizia per Sanderson e forse un po’ meno per il mondo dell’editoria: i libri (quasi sempre) hanno bisogno delle cure e dei consigli di un editor…

 

BOCCIATI

Fusa fuori concorso. Ultim’ora dell’Ansa: “Le sanzioni alla Russia colpiscono anche i gatti. La Federazione internazionale felina ha annunciato di aver bandito almeno fino a fine maggio i gatti russi dai suoi concorsi in tutto il mondo, affermando di essere “inorridita” dall’invasione dell’Ucraina. L’ente ha inoltre riferito che intende destinare parte del suo budget agli allevatori ucraini di gatti che soffrono a causa del conflitto. Lo riporta la Bbc”. Miaoisti rauss: non fosse che è in corso una guerra verrebbe da ridere.

 

Sobrietà, secchezza e semplicita: nostalgia delle vecchie telecronache formato “SSS”

C’erano una volta le telecronache di Nicolò Carosio, Nando Martellini, Bruno Pizzul. Sobrie, secche, semplici. Carosio lasciava molto spazio ai silenzi, e forse anche per questo quando poi parlava, anche solo per annunciare “Rete” (dire gol gli sembrava un narcisismo inutile), la sua voce vibrava. I cambi di tono erano rari, centellinati; se diceva “Galoppata di Domenghini” significava che quel giocatore stava davvero emozionando tutti: emozionava perfino lui. Il massimo che si concesse, dopo una telecronaca nel gelo di gennaio, fu salutare i telespettatori annunciando: “A Dio piacendo, adesso andremo a berci un bel whiskaccio”. Buon pro. Nando Martellini aveva un rispetto così sacro della misura, della moderazione, dell’essenzialità che quando l’Italia trionfò al Mundial ’82 annientando dopo Argentina e Brasile la Germania in finale, al fischio dell’arbitro Coelho gridò, ma appena appena: “Campioni del mondo. Campioni del mondo. Campioni del mondo”. Tre volte. Di più sarebbe stato troppo. E se qualcuno ricorda un eccesso o un filo di enfasi nei racconti asciuttissimi di Pizzul alzi la mano. Pizzul era serio, saggio, severo. Eppure bastava sentirgli dire “Partiti!” per sentirci subito catapultati nel clima partita; “Soffriamo” per avvertire una stretta allo stomaco; “Tutto molto bello” per accorgerci che quell’azione era stata davvero, a differenza delle altre, pregevole: da rimarcare.

C’erano una volta le telecronache col marchio “SSS”: sobrietà, secchezza, semplicità. Poi Carosio, Martellini e Pizzul si fecero da parte e nulla fu più come prima. In principio fu la seconda voce, un ex calciatore. Che qualcuno decise di affiancare al telecronista per dare allo spettatore qualcosa in più: la spiegazione di un gesto tecnico, di un’azione ben congegnata, di una sostituzione discussa, data da chi il campo l’aveva vissuto da dentro. E questo sarebbe bastato. Invece fu il diluvio. Come cavallette impazzite, sul racconto della partita si avventò uno sciame di opinionisti dal pensiero sconnesso e dal lessico ardito che a ogni azione presero a improvvisare tesi di laurea in “calcese” in cui un banale passaggio, un tackle, un colpo di testa erano sempre e sistematicamente sottoposti a laparatomia. Il prato trasformato in lettino operatorio, i telecronisti come coroner, le cento azioni della partita diventavano di colpo tutte degne, nessuna esclusa, di vivisezione, sempre con l’impossibilità per il telespettatore di capirci qualcosa e sempre con effetto assicurato di stato di ansia, respirazione accelerata, emicrania. A volte (prototipo: la coppia Caressa-Bergomi) con la prima voce in preda a visioni che nemmeno l’Lsd, e la seconda disperatamente aggrappata al dirigibile impazzito; altre volte (ultimi epigoni: Trevisani-Adani) con la seconda voce lanciata negli spazi interstellari, là dove un gol di Vecino frantuma per epicità il gol di Ghiggia del Maracanazo 1950, e la prima voce che giocoforza si adegua. Per tacere della nascita del “calcese”, il nuovo gergo per iniziati. Fatto di frasi senza senso (“Cambia l’inerzia della partita”), di definizioni cervellotiche (il calcio posizionale, le linee di passaggio, le seconde palle, le preventive, le transizioni, le riaggressioni) e dove l’inglesismo è imperante (si dice clean sheet, no look e man of the match perchè dire portiere imbattuto, passaggio ad occhi chiusi e migliore in campo oggi pare brutto).

Cari Carosio, Martellini, Pizzul: da chi ha avuto la fortuna di ascoltarvi, grazie di esserci stati (e di esserci). È stato bello. E ci mancate, sappiatelo.

 

Ucraina. Il grande cuore di Milano contro la guerra di Putin figlia del ritardo culturale

Dopo il Covid, l’invasione russa in Ucraina. Davanti al computer rimugino sui tempi. Con rabbia, con dispetto, con dolore. E si fa largo nella mente una teoria che in gioventù mi era assai piaciuta. Sociologica, poiché anche i sociologi ogni tanto ci azzeccano. Si chiamava del “ritardo culturale”. Diceva pressappoco questo: che la tecnologia è figlia della nostra cultura, del nostro cervello, ma poi sfugge al controllo dell’una e dell’altro. Se ne va per i fatti suoi, e ne viene fatto l’uso peggiore, perché cervello e cultura civile, che progrediscono come lumache, non sono adeguati a maneggiarla. La dimostrazione l’abbiamo avuta, a livello di massa, con l’auto, con la televisione, con la medicina, con i telefonini. E anche, a livello di élites politico-militari, con l’atomica e un infinito repertorio di morte.

Ora il ritardo culturale ci piomba addosso, tutto insieme, dalla chimica cinese (ma sì…) e dagli arsenali russi. Prima una pandemia di due anni che mette in ginocchio il mondo e ora la minaccia della terza guerra mondiale o di “quel che ancora non abbiamo visto nella storia dell’umanità”. Cina e Russia unite nella lotta. La vera alleanza c’è già stata, al di là dei piani segreti per l’Ucraina, in questa tragica dimostrazione a due voci della validità di quella teoria sociologica.

Perciò ho provato sgomento e commozione fino al pianto, sissignori, vedendo l’altra sera i giovani ucraini che manifestavano in piazza Duomo. Mentre il cielo passava dal blu cobalto al nero, tra le grandi luci dei due portici stavano loro con le luci delle candele, un lunghissimo striscione giallo-blu a ferro di cavallo, zaini e sciarponi per affrontare la serata, i capelli biondi di tante ragazze (la maggioranza), i volti fieri non esibiti ma neanche sfuggenti, i canti del loro popolo, lo slogan ritmato in italiano: “Ucraina è Europa”. Tanti avevano i volti rigati dalle lacrime.

Sapevano di fare qualcosa di importante, l’unica possibile di fronte all’angoscia per le proprie famiglie e case, di fronte al terrore bastardo che arriva dal Cremlino. Mi è tornato in mente come un lampo quel che a me, bambino delle scuole medie, disse mio nonno materno raccontando la ritirata di Russia. “Quando siamo arrivati in Ucraina ci hanno sfamato, ci hanno dato da dormire. Quello è un popolo generoso”, mi spiegò perfino con una punta di nostalgia. “Libertà, libertà”, gridavano ora i giovani ucraini rivolti agli italiani per riaverne generosità e solidarietà. Tutto per loro può essere importante. È venuto con pudore a ringraziarmi un mio studente per un post su Instagram, pensate a quanto sia minuscolo ciò che li aiuta moralmente a resistere.

E solidarietà a Milano ne trovano tanta. Chi pensa (il ritardo culturale, appunto…) di potere parteggiare per Putin per ritagliarsi un ruolo politico in nome del Nord si troverà con un pugno di mosche. Perché le terre di Lombardia in queste occasioni riscoprono la pietà e la solidarietà. La chiesa ortodossa di Milano non riesce più a dare spazio a tutte le offerte che arrivano, mi dice chi c’è andato. “Hanno preso solo i pannolini e gli omogeneizzati”, ha spiegato una giovane mamma, “per i vestiti pesanti bisogna andare alla chiesa di via Meda 50”. “Chiedono cibo e medicinali, ora vado in farmacia”, mi ha detto una studentessa. “C’era una folla straboccante, non hai idea delle macchine in fila per scaricare”, racconta mia figlia. E io, che – ammaestrato dai fatti – sono sempre stato diffidente verso queste catene di solidarietà impersonali, questa volta voglio crederci, “devo” crederci. Non si tratta solo di scegliere da che parte stare (per quello basta Uomini e no di Vittorini), ma di aiutare un popolo a far fronte alla ferocia belluina e impazzita della scienza e del potere. E alle conseguenze delle nostre viltà e meschinità politiche, che il cielo le maledica.

 

Apocalisse. Il testo nascosto del segreto di Fatima, la Russia da consacrare e la terza guerra mondiale

L’Apocalisse prossima ventura? In questi tragici giorni della guerra nazi-putiniana, sul versante profetico ed escatologico del mondo cattolico è tornata d’attualità la visione della terza parte del segreto di Fatima, noto nella vulgata pubblica come terzo segreto di Fatima.

Breve riassunto: dal 13 maggio al 13 ottobre del 1917 in Portogallo, a Fatima, la Madonna apparve a tre pastorelli: i fratelli Francesco e Giacinta Marto (morti rispettivamente nel 1919 e nel 1920 e oggi entrambi santi) e la loro cuginetta Lucia dos Santos, morta nel 2005. Nell’apparizione del 13 luglio, la Vergine rivelò una visione custodita da Lucia, diventata poi suora (nella foto), per tre decenni. Di qui le tre parti del segreto, due rese note negli anni Quaranta, la terza da divulgare nel 1960. In realtà il terzo segreto fu rivelato solo nel 2000, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. I primi due segreti erano la visione dell’Inferno, legata alla carneficina della Grande Guerra (siamo nel 1917), e l’annuncio del secondo conflitto mondiale. Non solo.

Nella seconda parte del segreto la Madonna chiedeva la consacrazione della Russia comunista “al mio Cuore Immacolato”. Problema controverso, questo, e rinviato da tutti i pontefici fino a papa Wojtyla, che consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria il 25 marzo 1984. Interpellata in merito varie volte suor Lucia ha dato risposte diverse. Dapprima annunciò che la consacrazione del 1984 era “conforme” alla richiesta della Vergine, salvo in seguito aggiungere che “ormai era tardi”. Verso la fine dei suoi giorni, la religiosa tornò pure sull’ipotesi apocalittica di una terza guerra mondiale nucleare. Ora al centro del mondo c’è di nuova la Russia, non più comunista, su cui per i “fatimiti” pende irrisolto il rebus della consacrazione a Maria.

Veniamo alla fatidica terza parte del segreto, con l’angelo che indica la Terra e dice: “Penitenza, penitenza, penitenza!”. Qui c’è un “vescovo vestito di bianco” (“E abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”) che “giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce, venne ucciso da un gruppo di soldati, che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce”. Il segreto venne rivelato appunto nel 2000. Nell’interpretazione accreditata dal Vaticano, il “vescovo vestito di bianco” era Giovanni Paolo II, ferito da Ali Agca il 13 maggio del 1981 (festa della Madonna di Fatima). Ma nel 2006 un clamoroso studio di Antonio Socci, cattolico di destra, Il Quarto segreto di Fatima, smontò la rivelazione del Vaticano di sei anni prima. Il testo del terzo segreto di Fatima non coincideva con quello che suor Lucia aveva ricostruito nella sua quarta memoria. In particolare, una frase mancante nel testo pubblicato dal Vaticano (basato sulla terza memoria della veggente) sarebbe l’introduzione a una parte ancora segreta: 25 righe terrificanti custodite personalmente da ogni papa. In più, secondo Socci, il pontefice protagonista del terzo segreto non sarebbe Giovanni Paolo II.

Riassumendo: consacrazione controversa della Russia, parte nascosta del terzo segreto, papa ucciso ancora da identificare. Alcuni apocalittici “fatimiti” non hanno dubbi: la terza guerra mondiale è alle porte. Resta da capire se Putin, cattolico ortodosso, sia l’Anticristo.

 

“Putin avanzerà, ma a Kiev nessun governo fantoccio”

Noi che siamo spettatori dell’abisso, come dice Ian McEwan, a cosa dobbiamo ancora assistere?

Alla conquista da parte di Vladimir Putin, per via della sua enorme supremazia, di tutte le centrali nucleari. Riuscirà anche a disarticolare i presidi logistici della difesa di Kiev. Però non ce la farà a instaurare un governo fantoccio, perché non ritengo che gli sia più possibile un dominio assoluto sull’Ucraina. Si accontenterà di tornarsene a casa dopo aver estromesso Zelensky dal palazzo presidenziale e devitalizzato militarmente il Paese.

Francesca Giovannini è l’italiana che dirige un programma di ricerca sul nucleare all’università di Harvard e si occupa ad alto livello di questioni strategiche anche militari legate a quel rischio.

Professoressa Giovannini, lei immagina che Putin possa riuscire a far fuori Zelensky ma non a dominare l’Ucraina.

Questo conflitto è un caso di scuola di guerra asimmetrica. La sproporzione delle forze tra i due contendenti ipoteca l’esito finale rendendo perciò incerta l’apertura di un effettivo negoziato che è appunto lo sbocco obbligato solo se le due forze sono equivalenti. Putin, che militarmente prevarrà, ha fallito la guerra-lampo con la presa di Kiev e ora deve però fare i conti con una resistenza popolare, larga, di massa. Questo lo spingerà ad alzare il livello di scontro, purtroppo”

Siamo giunti al paradosso che quanto più sarà serrata la difesa ucraina tanto più sarà vicina l’escalation nucleare?

L’escalation fa parte della strategia di Putin, è uno dei suoi punti di forza. Alzare sempre più l’asticella dello scontro. L’uomo non sembra avere inibizioni, vive di utili mediazioni, ma non ha più reputazione pubblica da difendere.

È’ pronto a scatenare l’inferno, la terza guerra mondiale?

Adesso ha intenzione solo di terrorizzare l’Occidente. L’arma psicologica è adeguata a tenere il livello di tensione in una condizione parossistica. Nei prossimi giorni, c’è da giurarci, tenterà di conquistare tutte le centrali nucleari del Paese e temo ci riuscirà. Sono tutte costruite al tempo dell’Unione sovietica e tutte con livelli di armatura cementizia resistenti anche alle bombe. Le centrali sono incapsulate e perfettamente al sicuro. Malgrado lo spavento non corrono rischi.

Putin ha necessità di spaventarci?

Esattamente. E ha bisogno di sbriciolare Zelensky.

E l’Occidente glielo permetterà?

Io penso che l’Occidente non manderà un’arma in più di quel che ha già offerto. Rammenti che l’esercito ucraino è stato molto sostenuto nei mesi scorsi e ha una capacità bellica enormemente superiore alle altre Repubbliche dell’ex Unione Sovietica. L’Occidente non si farà coinvolgere oltre. Da questo momento in avanti tenterà solo e sempre la carta del negoziato, della mediazione assoluta.

Zelensky è già divenuto un peso per l’Europa?

L’Europa e gli Stati Uniti valuteranno la possibilità, quando ce ne saranno le condizioni, di far voltare pagina all’Ucraina. Questo significa che è altamente probabile che l’attuale presidente non lo sia in futuro, al netto di ciò che può capitargli nell’inferno di fuoco di questi giorni. Ma Putin – e questo è un punto a favore dell’Occidente e naturalmente dell’Ucraina – rischia di non avere un suo cameriere al potere a Kiev ma un esecutivo autonomo da Mosca.

Putin però vincerà ancora.

Militarmente non c’è partita. Il costo sociale sarà altissimo per lui ma quello politico minore. La sua forza è nell’assenza assoluta di pretendenti al trono moscovita. Non ci sono successori, anzi non si intravvede neanche una lontana linea di pretendenti al trono. E c’è da aggiunge alcune considerazioni che ho sentito da miei colleghi russi in genere sempre assai pragmatici. “Siamo il più grande paese d’Europa e nonostante questo ci avete tagliato fuori sia dall’architettura militare, cioè la Nato, che da quella economica e politica come l’Unione europea”. La Russia cova un sentimento di rivalsa nei con fronti dell’Occidente. E questo sentimento vive in una cerchia più larga di quella strettamente putiniana.

Ora il negoziato sembra condurlo il premier israeliano.

Ritengo che la Cina abbia più solide capacità di persuasione. Utilizza una diplomazia di bassa intensità, sotterranea e con canali non ufficiali. Non mi sorprenderei che già fosse in moto e non mi sorprenderebbe che fossero già stati attivati contatti anche con l’aiuto delle Repubbliche asiatiche dell’ex Urss.

Lei però ha detto che il negoziato davvero concreto non è alle porte.

Si negozia quando i due contendenti hanno forze equivalenti. Oppure quando i problemi si equivalgono. L’Ucraina ne ha tanti. La Russia in un numero non di molto inferiore.

La resistenza civile ucraina è la novità assoluta?

La qualità di questa resistenza, la connessione nel Paese di una tenacia prova militare con combattimenti corpo a corpo, produrranno novità sul campo che possono condizionare i tempi e anche cambiare un po’ il senso del pronostico.

Professoressa, lei crede poco al pericolo della guerra nucleare.

Con Putin si deve credere a tutto e ne abbiamo prova. Mi limito a considerare che per ora appare interessato soprattutto a terrorizzare.

Cerca lo spavento.

Ecco, direi che gli basta lo spavento.

La sai l’ultima?

 

Ucraina Carri armati esentasse: i cittadini che rubano tank russi non devono dichiararli al fisco

C’è davvero poco da ridere per quello che succede in Ucraina, ma tra le notizie “leggere” di questi tempi terribili (tipo i gatti russi esclusi dai concorsi felini internazionali), ruba gli occhi una decisione di politica fiscale del governo di Kiev: chi sequestra un carrarmato all’esercito di Putin non dovrà pagarci sopra le tasse. Ne scrive Rainews: “Singolare, quanto imprevedibile, l’apertura imposta dall’Agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione in Ucraina (Napc) – un organo fortemente voluto dal presidente Volodymyr Zelensky dopo la cacciata di Viktor Janukovyc. La notizia, diffusa dal Guardian, riporta un significativo ‘cambiamento nello stato della proprietà’ ed è rivolta ai cittadini che per ‘difendere la madrepatria’ potranno beneficiare dell’esenzione delle tasse su eventuali tank russi sequestrati o altri equipaggiamenti riconducibili all’armamentario militare di Mosca”. Immaginiamo dunque la corsa a rubare armi e carri armati post sovietici: quando ricapita un’occasione così.

 

Paradossi Autostrade, un avvocato arrivava in ritardo all’udienza sul Ponte Morandi: colpa dei cantieri autostradali

Per una curiosa coincidenza, un avvocato di uno degli imputati nel processo ad Autostrade per l’Italia per il crollo di ponte Morandi si è presentato in grande ritardo all’ultima udienza e si è giustificato dando la colpa al traffico causato dai cantieri autostradali. È una delle vicende più drammatiche della storia recente del nostro paese, sull’azienda dei Benetton pesa una responsabilità devastante, eppure la solennità del contesto non ha impedito al legale di arrivare tardi. “Si tratta dell’avvocato sostituto del difensore di Antonio Brencich”, ingegnere ed ex consulente del ministero, “che si era dimesso a pochi giorni dal crollo del viadotto – scrive il sito ligure Primo canale –. L’avvocatessa è arrivata a Genova circa 30 minuti dopo l’inizio del processo, scusandosi e spiegando di essere partita da Pisa alle 6 del mattino ma di essere rimasta intrappolata nei cantieri della A12”. Almeno quel tratto di autostrada è dei Gavio.

 

Olimpiadi Lo sciatore di fondo finlandese arriva al traguardo con il più bizzarro degli infortuni: aveva il pene congelato

Tra le più peculiari imprese olimpiche degli ultimi giochi invernali di Pechino siamo purtroppo tenuti a citare il deplorevole infortunio dello sciatore di fondo finlandese Remi Lindholm. Il nostro eroe ha portato a termine la più estrema delle prove di fondo (la 50 km, accorciata in questa occasione a 30 km per via delle condizioni meteo) con un handicap profondamente invalidante: aveva i genitali ibernati. “Lo sciatore di fondo finlandese si è lamentato per il suo pene congelato – scrive il Corriere dello sport – a causa delle condizioni climatiche estreme (…). Lindholm è giunto 28° al traguardo e, stando ai media britannici, ha avuto bisogno di un impacco termico al termine della gara per riscaldare un’area particolarmente sensibile del suo corpo: ‘È stata una delle peggiori competizioni a cui ho partecipato. Si è trattato solo di lottare. Quando le parti del corpo hanno iniziato a riscaldarsi dopo il traguardo, il dolore era insopportabile’”. Solidarietà.

 

Stati Uniti La minaccia della sposa agli invitati alle nozze: “Chi parla di politica sarà cacciato via immediatamente”

Una petulante sposa americana ha fissato una serie di regole scritte da seguire per gli invitati del suo matrimonio. La più importante delle quali: chi parla di politica viene cacciato dai gorilla ingaggiati per l’occasione. L’ha raccontato su Reddit una delle damigelle, esasperata dalle pretese dell’amica: “Innanzitutto sono rigorosamente vietati abiti bianchi, gonne sopra il ginocchio, scollature, e pure i tatuaggi sono da nascondere. Vietato esagerare con il make up e optare per prodotti troppo vistosi come il glitter o ombretti fuksia”, scrive Today. E poi la regola delle regole: non sia mai che a qualcuno venga in mente di esprimere le proprie idee sul mondo. Di questi tempi, poi. “Ci saranno appunto anche argomenti ‘caldi’ da evitare come la politica. E coloro che trasgrediscono? Dovranno andarsene, ci sarà un addetto alla sicurezza apposta”. Andrà a finire che la sposa si sposerà da sola.

 

Israele Un contadino coltiva la fragola più grande del mondo (289 grammi) e la congela per un anno per entrare nei record

Buone notizie dall’agricoltura bio: un contadino israeliano è entrato nel guinness dei primati per aver coltivato la fragola più grande del mondo: un mappazzone da 289 grammi che somiglia in effetti a un grosso pomodoro. L’aspetto del frutto è piuttosto inquietante e lo riconosce lo stesso contadino, Cahai Ariel: “Abbiamo aspettato un anno per i risultati del guinness, quindi abbiamo tenuto la fragola nel congelatore per un anno. Non è più così bella com’era all’inizio”, ha detto a Sky News. “La fragola – spiega il notiziario – è una varietà locale chiamata Ilan, che tende a raggiungere dimensioni considerevoli e il signor Ariel ha affermato che il frutto da record si è ridotto a circa la metà delle dimensioni di un anno fa. Il record precedente era di una fragola coltivata nel 2015 a Fukuoka, in Giappone, con una punta della bilancia di 250 grammi”. Insomma, la fragola dei record è brutta, congelata e immangiabile, però vuoi mettere la soddisfazione.

 

New York Il bel regalo di San Valentino dello zoo del Bronx: per 15 dollari puoi dare il nome del fidanzato a uno scarafaggio

San Valentino è passato da qualche settimana ma l’iniziativa annuale dello zoo del Bronx di New York fa battere il cuore anche a distanza di giorni. Ai più romantici è regalata la possibilità di dare a una blatta il nome del proprio amato. Lo racconta Npr: “Il programma Name a Roach (“Nomina uno scarafaggio”) del Bronx Zoo, giunto al suo undicesimo anno, offre un modo insolito per mostrare il tuo amore eterno. Per 15 dollari, puoi nominare uno scarafaggio sibilante del Madagascar come la tua persona speciale. Il denaro aiuta la Wildlife Conservation Society, un’organizzazione senza scopo di lucro”. Non si può dire che non sia una forma di fund raising originale. C’è chi si esalta, come tale Susie, descritta sul sito dello zoo come una “soddisfatta nominatrice di scarafaggi e amante del romanticismo”. Per lei dare il nome dei suoi partner agli scarafaggi è diventata una tradizione di San Valentino. “Rose e cioccolatini vanno e vengono, ma gli scarafaggi durano un’eternità”. Se lo dice lei.

 

Francia Per impedire ai figli di stare troppo tempo connessi sui social, stacca internet a tutta la città. Rischia il carcere

Crescere i figli tenendoli al riparo dalle sollecitazioni incessanti della tecnologia è un lavoro ingrato e questo padre si è fatto prendere la mano. “Nel disperato tentativo di allontanare i suoi figli dagli schermi dei cellulari, un papà francese rischia sei mesi di carcere per aver temporaneamente impedito a tutti i residenti della città di Messanges, nel sud-ovest della Francia, di accedere a Internet”, scrive il Mattino. “L’uomo ha utilizzato un dispositivo per interrompere la connessione alla rete di casa sua tutti i giorni tra mezzanotte e le tre del mattino, orario in cui i suoi figli si dedicavano a navigare sui social network. Dopo diverse denunce da parte dei vicini, i fornitori del servizio hanno avviato un’indagine (…). I funzionari hanno utilizzato un dispositivo di rilevamento e hanno evidenziato che il meccanismo utilizzato dall’uomo bloccava il segnale Wi-Fi dei telefoni cellulari della sua abitazione, ma anche quelli dell’intera città che conta circa 1.000 persone, nonché quelli di un altro comune vicino”.

Il Covid è sparito (solo dai giornali)

Mancano tre settimane alla fine dello stato d’emergenza, che scadrà il 31 marzo e – parola di premier Mario Draghi – non sarà rinnovato. L’andamento del contagio negli ultimi giorni – pur nell’inevitabile ombra informativa in cui si è improvvisamente ritrovata la pandemia di Covid-19 – sembra tuttavia dare argomenti a chi consiglia di non interpretare la fine dello stato d’emergenza come un generico “liberi tutti”: la pandemia, infatti, non è ancora finita, tra curve e bollettini tornano a far capolino alcuni segni “+”.

L’avviso ai naviganti, come spesso accade, arriva dagli analisti: “La curva della percentuale dei positivi ai test molecolari – avverte il fisico Giovanni Sebastiani del Cnr – ha subito una diminuzione della velocità di discesa a partire dalla penultima settimana di febbraio e il valore medio attuale è pari a circa il 9,5%”. Insomma, diminuisce il numero dei contagiati, ma si fanno anche molti meno tamponi e il tasso di positività è sostanzialmente stabile da almeno due settimane.

“L’analisi dei dati epidemiologici – aggiunge Sebastiani – rivela che, nella prima settimana di marzo, è avvenuta, è avvenuta una franata nella discesa della curva degli ingressi giornalieri in terapia intensiva, il cui valore medio negli ultimi sette giorni è pari a circa 45 unità. Lo stesso – prosegue Sebastiani – è avvenuto a partire dall’ultima settimana di febbraio per la curva dei decessi, il cui valore medio negli ultimi sette giorni è pari a circa 200 morti al giorno”.

Gli ospedali continuano quindi a svuotarsi, ma a una velocità meno impetuosa rispetto alle settimane precedenti, così come diminuiscono le vittime, ma il loro numero è ancora molto alto (105 i decessi denunciati ieri).

Valutazioni che trovano, in parte, conferma dai dati delle ultime 24 ore. I 35.057 casi rilevati ieri sono il 14,5% in più dei 30.629 registrati sette giorni prima, mentre il tasso di positività, ieri all’11,83%, aumenta del 22,8% rispetto al 9,64% del 27 febbraio. La media settimanale è stata del 10%, in crescita dello 0,5% rispetto alla settimana 21-27 febbraio.

Per il resto tutti gli altri indici sono in diminuzione: -11% la media settimanale dei contagi, -15,5 quella dei decessi (ma in sette giorni si sono contate ancora ben 1.327 vittime) e quella degli ingressi in terapia intensiva (-17,4%, 332 i ricoveri in totale).

Israele. Bennett e una difficile navigazione dentro la guerra

Che cosa c’è davvero alle spalle dell’iniziativa di pace del premier Bennett? Naviga in acque difficili il governo israeliano sulla guerra in Ucraina, in equilibri diplomatici quasi impossibili da mantenere. Negli Stati Uniti – il più importante alleato militare di Israele – destano stupore e impazienza i tentativi di Israele di sostenere l’Ucraina senza alienarsi i rapporti con la Russia. L’ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti William Cohen, che ha servito sotto il presidente Clinton e oggi senatore repubblicano, si è detto “profondamente deluso” dal fallimento di Israele nell’unirsi in linea con gli Usa, che hanno imposto una vasta gamma di sanzioni a Mosca. La questione – sostengono al Dipartimento di Stato – è semplicemente questa: stai con i russi o stai con gli Usa e l’Occidente? Israele riceve dagli Usa finanziamenti per miliardi di dollari per sviluppare nuovi sistemi missilistici come l’Arrow o anti-missile come l’Iron Dome ma poi – dopo una richiesta specifica del presidente ucraino Zelenski al premier israeliano Bennett – ha rifiutato di vendere questi sistemi a Kiev nonostante le pressioni americane. Il “conflitto di interessi” di Israele si consuma in Siria, dove la Russia controlla in gran parte lo spazio aereo e si coordina con Israele, consentendo ai caccia della IAF di lanciare centinaia di attacchi aerei volti a impedire all’Iran di trarre vantaggio dal caos nel Paese dopo la guerra civile. L’establishment della Difesa in Israele abbozza una difesa d’ufficio, sostiene che la richiesta non può essere soddisfatta perché “la Russia usa armi completamente diverse dai palestinesi, quindi l’Iron Dome probabilmente non funzionerebbe”.

Lo stesso giorno in cui il presidente ucraino Zelenski ha chiesto al primo ministro Bennett di guidare gli sforzi di mediazione tra i due Paesi, Israele si è rifiutato di unirsi a 87 Paesi nel sostenere una risoluzione guidata dagli Usa al Consiglio di sicurezza ONU di dura condanna per la Russia.

Il giorno successivo Israele ha votato un’altra risoluzione Onu nell’Assemblea generale che condannava l’attacco russo, la posizione più forte che lo Stato ebraico ha preso finora contro Mosca.

 

Così povera, così solidale: La Moldavia è un porto sicuro

Una volta attraversato il villaggio di Palanca, all’estremo sud-est della Moldavia, si raggiunge l’omonimo posto di frontiera. Un centinaio di volontari, forse di più, sono venuti qui per accogliere i primi rifugiati ucraini in fuga dalla guerra. Arrivano dal grande porto di Odessa, sul Mar Nero, a una trentina di chilometri da Palanca. Tra i volontari ci sono molti studenti che si rimboccano le maniche, tante donne che distribuiscono coperte e pannolini per i neonati, anche monaci ortodossi e predicatori evangelisti. Vengono in aiuto a donne, bambini, anziani che in alcuni casi hanno camminato per ore e ore trascinandosi dietro borsoni pesanti e ora, attraversando la dogana, si accasciano per terra, esausti e al tempo stesso rincuorati.

Il posto di frontiera di Palanca è su una terra nera che annuncia la grande pianura ucraina, ad una decina di chilometri a sud dalla provincia secessionista della Transnistria, una striscia di terra di 400 chilometri a est del Dnestr, dove alcune migliaia di soldati russi sono di stanza dalla dissoluzione dell’URSS. Nessuno sa se il fumo nero che si vede salire dalla costa è dovuto ai bombardamenti. Circolano molte voci, molte false informazioni, e il governo moldavo è stato anche costretto nei giorni scorsi a smentire il lancio di missili da parte delle autorità locali di Tiraspol. “Sto aspettando mio padre” ci dice Nick, un ingegnere informatico, che si stringe nel suo piumino giallo per proteggersi dal vento freddo. Ha 58 anni, ma è disabile, quindi spero che i soldati lo lascino passare. La sera del 24 febbraio scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato la mobilitazione generale e gli uomini dai 18 ai 60 anni non possono più lasciare il Paese. “Sono partito subito dopo i primi bombardamenti, la mattina del 24. Ho smesso di pensare, volevo solo sopravvivere”, continua Nick. Secondo i dati forniti dalle autorità moldave, circa 80.000 persone sono arrivate nel Paese nei primi quattro giorni di guerra e in 40.000 hanno proseguito il viaggio verso la Romania. “I nostri confini sono aperti ai cittadini ucraini che desiderano rimanere in Moldavia o solo transitarvi”, ha dichiarato la presidente moldava Maia Sandu sin dal giorno dell’invasione russa, da quando è stato votato lo stato di emergenza per un periodo di sessanta giorni che autorizza le autorità a allontanare dal Paese chiunque venga considerato “indesiderabile”. La città di Chisinau, la capitale della Moldavia, è stata tra le prime ad accogliere chi è in fuga dall’Ucraina. In poche ore sono stati allestiti due campi, uno nei pressi di Palanca, un altro nel nord del Paese, a Ocnjta. Quando siamo arrivati a Palanca alcuni operai stavano allacciando il campo alla rete elettrica. Un centro di accoglienza con una capacità di 500 posti è stato poi allestito anche nel parco delle esposizioni, Moldexpo, nella capitale, che era già stato trasformato in ospedale di fortuna per i malati di Covid-19 durante la pandemia. Nicoleta, 19 anni, osserva le automobili cariche di cibo, di vestiti caldi, di giocattoli per i bambini che arrivano una dopo l’altra. È lei che coordina la trentina di studenti volontari che si sta occupando di ripartire i doni. “Siamo un po’ spaventati, non sappiamo dove mettere tutta questa roba, non abbiamo abbastanza spazio – dice – ma questo slancio di solidarietà così spontaneo ci dà coraggio”.

I volontari si alternano giorno e notte per distribuire bevande calde e biscotti lungo le strade che portano alla capitale moldava. Al posto di frontiera di Palanca, e a quello vicinissimo di Vama Tudora, sono stati allestiti dei grandi tavoli con bevande e cibo per i profughi, che arrivano spesso esausti, dopo aver aspettato delle ore prima di poter lasciare l’Ucraina. Sabato 26, c’era una fila di automobili lunga venti chilometri sul lato ucraino. In auto ci volevano in media ventiquattro ore per attraversare il confine, contro sei a piedi. “Ho camminato per venti chilometri con i miei due figli – racconta Yaroslava, che ha trovato rifugio nel parco delle esposizioni di Chișinău -. La mattina del 24, abbiamo sentito delle esplosioni spaventose. I russi stavano bombardando un magazzino di munizioni che si trova poco lontano dalla città di Vinnytsia. Ci sono voluti due giorni per attraversare il paese e abbiamo finito per prendere un taxi. Ma ci ha lasciati nel posto sbagliato. Il resto del viaggio lo abbiamo fatto a piedi. Sono così grata al popolo moldavo per l’aiuto che ci sta dando. Non avrei mai creduto che tanta generosità fosse possibile”. Yaroslava è arrivata in Moldavia con i due figli e il marito, Simon, che è tedesco. Quando l’abbiamo incontrata, la famiglia stava aspettando un autobus per Bucarest. Da lì avrebbe poi preso un aereo per raggiungere Stoccarda. Ma non tutti sono così fortunati. Gli alberghi di Chișinău sono stati letteralmente presi d’assalto. Molti moldavi aprono le loro case e propongono ai rifugiati una camera o un appartamento dove stare. All’ingresso del centro di accoglienza del parco delle esposizioni c’è una bacheca con la lista deI numeri di telefono da chiamare per chi cerca un alloggio. Gli indirizzi si scambiano anche sui social. Il governo moldavo ha aperto inoltre un gruppo Facebook per coordinare l’azione dei volontari e nei prossimi giorni dovrebbero aprire nel Paese quattro centri per la raccolta degli aiuti umanitari. Quanto tempo potrà durare questo slancio di solidarietà? Sin dal 24 sera, la Moldavia ha chiesto l’attivazione del Meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, una procedura che permette di fare appello alla solidarietà degli altri Paesi europei, risorse per l’accoglienza e assistenza medica. Resta comunque il fatto che questo piccolo paese di 2,6 milioni di abitanti, dissanguato nel corso degli anni dall’emigrazione della sua popolazione attiva verso l’Europa occidentale, è uno dei più poveri del continente, con un PIL pro capite di 4.550 dollari, un terzo di quello della Romania, e che l’economia del paese, molto dipendente dal commercio con la Russia, dovrebbe subire molto presto il duro impatto del conflitto. Secondo le stime delle Nazioni Unite, se i bombardamenti continuano, più di cinque milioni di persone potrebbero arrivare nei prossimi giorni nei paesi confinanti con l’Ucraina, la più grande crisi migratoria in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Il sole sta tramontando sul valico di Palanca, dietro la statua di un Cristo in croce e i campi che si estendono a perdita d’occhio. Il via vai dei veicoli invece sembra non doversi fermare mai. Maram, Nour e Ahmet, tre studenti tunisini della facoltà di medicina di Odessa, hanno appena attraversato la frontiera. Stanno bevendo un tè per riscaldarsi. “Gli ucraini sono abituati ai bombardamenti, ma quando abbiamo visto il panico nei loro occhi, abbiamo capito che qualcosa di veramente serio stava accadendo – racconta Nour -. Abbiamo passato diverse ore in una cantina, non dormiamo da tre giorni e non sappiamo dove passeremo la notte, ma l’essenziale è che ora siamo al sicuro”. Dei volontari li aiuteranno a raggiungere il campo di Chisinau. Dima invece ha lasciato Odessa sin dal 24, quando un missile è caduto proprio vicino a casa sua. “Sono cristiano e contrario ad ogni violenza, quindi mi prendo la responsabilità di non partecipare ai combattimenti, ma faccio del mio meglio per aiutare chi ne ha bisogno. Con i soldati russi che avanzano, temo che la situazione degeneri molto rapidamente. Gli abitanti di Odessa stanno aspettando l’arrivo dei russi”. La maggior parte dei rifugiati ucraini sperano di continuare presto il loro viaggio verso ovest, il più rapidamente possibile.