Trent’anni di errori ci hanno portato sull’orlo del baratro

Almeno quattro cose sono certe: il continente europeo sta subendo una guerra che rischia di diventare nucleare; solo un pazzo può avere scatenato un tipo di guerra che rasenta la possibilità di distruggere l’intero pianeta; i rapporti geopolitici impostati negli ultimi anni tra l’Europa, questo pazzo e il popolo che egli rappresenta non sono riusciti a scongiurare un esito così catastrofico; dunque, questi rapporti vanno profondamente modificati e non possono essere ridisegnati dagli stessi soggetti che li hanno concepiti e gestiti finora.

Se nel nostro mondo fosse pazzo solo Putin, tutti gli altri se ne sarebbero già disfatti e avrebbero smantellato l’intero arsenale atomico, anzi non lo avrebbero mai creato. Ma i pazzi rappresentano una percentuale ragguardevole del genere umano, cui va a sommarsi quella non meno cospicua degli imbecilli. Dunque occorre pianificare fin da subito nuovi rapporti geopolitici dell’Europa, tali da metterci a riparo costante dalla soluzione finale che stiamo costeggiando in questi giorni.

I rapporti geopolitici intrattenuti finora partivano dal presupposto che il nostro continente è stato liberato dal nazi-fascismo grazie agli americani; che l’America rappresenta il modello da imitare perché il più avanzato in democrazia; che la Russia rappresenta un corpo strutturalmente, storicamente, culturalmente, economicamente, politicamente estraneo all’Europa e, quindi, da osteggiare o almeno da isolare. In Italia, durante tutta la guerra fredda (12 marzo 1947-3 dicembre 1989), questa ostilità è stata leggermente mitigata dal fatto che il PCI era il più grande partito comunista d’Occidente.

Fino alla caduta degli zar la Russia si sentiva intimamente europea e le interazioni erano intense: basti pensare che la costruzione del Cremlino è stata avviata dall’architetto bolognese Aristotele Fioravanti e i palazzi più belli di San Pietroburgo sono opera di due grandi architetti italiani come Domenico Trezzini e Bartolomeo Rastrelli. Le élites russe hanno sempre parlato francese; Lenin e Gogol hanno soggiornato a Capri; Chaikovskij a Roma e a Firenze; Stravinskij a Venezia, dove ora è sepolto. In Italia Dostoevskij, Tolstoj, Cechov e Nabokov sono noti non meno di Manzoni o di Moravia. Poi, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, gli atteggiamenti degli europei si sono polarizzati tra simpatia verso l’Unione Sovietica da parte delle sinistre, e ostilità da parte delle destre.

Dopo la Seconda guerra mondiale è calato il grande freddo e tutta la scena è stata occupata dagli Stati Uniti per cui abbiamo considerato nostro dovere sentirci in sintonia più con Carson City, capitale del Nevada, a 9.787 chilometri da Roma, che con San Pietroburgo a 2.926 chilometri. E l’alleanza atlantica ha obbligato l’Europa a fare proprie le geopolitiche decise unilateralmente dagli Stati Uniti, per suo preminente interesse.

Con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, l’Europa avrebbe potuto profittare del periodo di evidente debolezza russa per porre fine ai rapporti bipolari e sostanzialmente ostili sostituendoli con rapporti multipolari e tendenzialmente collaborativi. Un nuovo atteggiamento culturale avrebbe dovuto tenere conto che la Russia ha dato un contributo determinante alla sconfitta del nazi-fascismo; che il modello americano presenta pregi da mutuare ma anche difetti da evitare (imperialismo, neoliberismo, consumismo, disuguaglianze); che la Russia rappresenta storicamente un paese organico all’Europa; che alla lacerazione avvenuta con la rivoluzione d’ottobre e poi con la guerra fredda possono seguire solo due sbocchi: o una ricomposizione sinergica o un conflitto senza fondo. Avere scelto questa seconda alternativa ci ha portato inevitabilmente alle soglie del baratro che l’umanità non aveva mai sfiorato prima. Continuiamo a ripetere che Putin è pazzo ma resta il fatto che gli uomini e gli strumenti da noi mobilitati per neutralizzarlo sono falliti benché la spesa militare della Nato sia quasi 17 volte superiore a quella russa e i suoi membri siano passati dai 12 del 1989 ai 30 attuali.

Questa infame tempesta che si è abbattuta sull’Ucraina ha trasformato il popolo russo in incubo per tutti gli altri popoli. Ma quando questa follia cederà lo spazio politico necessario per impostare un nuovo rapporto tra Europa e Russia, allora occorrerà intraprendere una lunga marcia perché queste due grandi aree del mondo riconoscano gradualmente le proprie affinità, smussino pazientemente le proprie divergenze, uniscano generosamente le proprie risorse a cominciare da quelle culturali, confluiscano sinergicamente in un grande soggetto sovranazionale capace di porsi come mediatore e pacificatore tra Usa e Cina, che covano in seno i germi di un potenziale conflitto nucleare ancora più sciagurato di questo.

“No alla guerra” L’onda pacifista arriva in Siberia

A Mosca: 1648. A Pietroburgo: 1194. Nel resto delle 56 città della Federazione in cui i russi hanno sfidato i divieti e sono scesi in strada a protestare contro la guerra in Ucraina altre migliaia gli arrestati: in totale, più di cinquemila persone sono state fermate, picchiate e sono finite nei blindati della polizia solo ieri in Russia. Fanno parte di una coraggiosa onda pacifista che ha raggiunto anche Khabarovsk, Irkutzk e Vladivostock, nell’oriente ex sovietico. Per il ministero dell’Interno di Mosca i pacifisti trattenuti ieri sono però nemmeno duemila: si trovano nei commissariati da un lato all’altro del Paese e si deciderà “se assicurarli alla giustizia”.

Dall’avvio di quella che si deve chiamare per legge “operazione speciale” sono in tutto 13.244 le persone finite nelle prigioni della Federazione, comunica Ovd-info, l’ultima organizzazione indipendente che continua a contare i dissidenti in manette, operando da Tblisi, Georgia. “In sostanza stiamo assistendo a una censura militare”, ma “le proteste sono state molto partecipate, anche nelle città siberiane dove raramente vengono registrate” ha detto Maria Kuznetsova, portavoce di Ovd.

A Mosca, nel centro della città, a piazza del Maneggio, mentre esibiva il cartello “Pace all’Ucraina, libertà alla Russia”, è stato arrestato uno dei direttori dell’ormai bandita ong per i diritti umani Memorial, Oleg Orlov. Poco dopo, nei pressi della metropolitana della Capitale, è accaduto lo stesso a un’altra testa dell’associazione, la 80enne Svetlana Gannushkina.

“Net voine”, “No alla guerra” i russi ieri lo hanno scritto anche sul ghiaccio del fiume gelato, la Neva, che taglia in due Pietroburgo, dopo aver marciato sulle rive della Fontanka. Teste rotte ai giovani, quanto ai più anziani anche nella metropoli russa che si specchia nel Baltico. Per colpa di Putin “adesso Russia vuol dire guerra, ma è stato Putin, non la Russia, ad attaccare l’Ucraina”: lo ha detto il blogger anti-corruzione Aleksey Navalny, che dalla prigione chiede sempre più spesso ai fedelissimi di scendere in piazza.

Se si è saputo della repressione dell’ultima domenica è soprattutto grazie agli account social di attivisti e oppositori, oppure media in lingua russa che continuano a trasmettere notizie dall’estero: hanno diffuso video e foto spedite dai cittadini in strada. Non lo hanno fatto tv e giornali indipendenti della Federazione: quasi tutti son stati bloccati, multati o chiusi, compresi quelli delle testate straniere che hanno lasciato il Paese da quando è entrata in vigore l’ultima legge della Duma. L’emendamento “fake news” riguarda strettamente il conflitto contro Kiev: chiamarla “guerra” e non “operazione speciale”, screditare l’operato dell’esercito tricolore o riportare fonti non ufficiali, può costare fino a 15 anni di carcere. Il giornale del premio Nobel Muratov, Novaya Gazeta, ha potuto documentare le proteste di ieri solo dopo essersi adeguata alle nuove leggi orwelliane di Mosca: i russi finiti in carcere ieri stavano protestando non contro la guerra, ma contro la “spezoperazia”, operazione speciale. E ieri sera il direttore del teatro Bolshoi di Mosca e della sua orchestra, Tugan Sokhiev, ha rassegnato le dimissioni in segno di protesta: “Sono sempre stato contrario a qualsiasi conflitto”.

“La Uil è per la pace: basta spese militari, tassare gli extra-profitti”

La Uil è in prima linea contro la guerra. Non ha avuto dubbi nel manifestare il 5 marzo e ora rilancia impegni sul piano diplomatico e delle scelte economiche. Ne parliamo con il suo segretario Pierpaolo Bombardieri.

Non avete avuti dubbi a manifestare il 5 marzo: siete soddisfatti dell’esito?

Assolutamente, la pace per noi è un valore assoluto e tutte le occasioni utili a rafforzarla vedranno la presenza della Uil. Tra l’altro lo abbiamo fatto anche in modo pratico con un camion di aiuti all’Ucraina pieno di aiuti umanitari.

La manifestazione si è portata dietro le solite polemiche sugli atteggiamenti ambigui dei pacifisti.

Noi abbiamo partecipato al tavolo della pace, condiviso il documento ufficiale, aderito alla manifestazione. E oggi siamo per aumentare le sanzioni, spingere ancora con più forza la diplomazia e sostenere il popolo ucraino. E continuiamo a chiedere all’Italia a all’Unione europea coraggio nel campo delle scelte economiche.

In che senso?

Nel senso che non ci sembra chiaro finora se è davvero la pace a determinare le scelte economiche oppure siano queste a condizionare la pace.

Vi riferite all’atteggiamento sulle sanzioni contro la Russia?

Ci riferiamo, ad esempio, al costo del gas su cui vanno fatte scelte precise e non condizionate dagli interessi economici.

Cosa chiedete, cosa vi aspettate?

Proprio sabato scorso, giorno del 72° anniversario della Uil, abbiamo tenuto un convegno in cui abbiamo chiesto al vicepresidente della Commissione europea, Timmermans, di parlare delle ricadute economiche della transizione energetica anche alla luce della guerra. Abbiamo chiesto che la Commissione utilizzi i fondi europei, ad esempio con un nuovo programma Sure che sia in grado di attenuare l’effetto di questo dramma.

E alle imprese che chiedete?

Si potrebbe partire da una extra-tassa sugli extra-profitti realizzati con la pandemia: ci sono grandi aziende che hanno realizzato grandi utili e chiedere un contributo ora ci sembra naturale. Inoltre Bloomberg ha calcolato che i paesi del G20 hanno sborsato 3300 miliardi di contributi pubblici al settore delle energie fossili. Non è difficile individuare chi debba pagare i costi della transizione energetica. Ad esempio aumentando il fondo Just Transition che attualmente destina all’Italia solo 900 milioni.

Il governo sembra puntare all’aumento delle spese militari. Cosa ne pensate?

Siamo per un percorso di pace e per un ridimensionamento delle spese militari. Occorre ripensare la diplomazia internazionale, interrogarsi su un ruolo più attivo dell’Unione europea anche alla luce della crisi dell’Onu, bloccata da scelte storiche e dal peso del potere di veto. Servono strumenti nuovi, ma siamo d’accordo per la riduzione delle spese militari.

La guerra rischia di riflettersi anche sul potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, c’è un problema di inflazione?

Sì, e abbiamo chiesto da tempo di utilizzare almeno l’indennità di vacanza contrattuale. Ci sono 7 milioni di lavoratori che hanno il contratto scaduto e chi ha fatto i rinnovi si è già trovato un contratto falcidiato dall’aumento dei prezzi. Vanno tutelati con una misura immediata. A chi ci dice che per intervenire serve il cuneo fiscale ricordiamo che abbiamo scioperato per questo, serve anche una politica salariale anche perché se non aumentiamo i consumi non ci sarà ripresa. Negli ultimi due anni sono stati dati più di 170 miliardi alle aziende, anche a chi ha licenziato o paga le tasse all’estero. Servirebbero più condizionalità per le aziende e più ristori per pensionati e lavoratori.

Non servirebbe anche il salario minimo?

Sì, siamo d’accordo. La nostra unica preoccupazione è che coincida con i minimi contrattuali e non diventi uno strumento di sostituzione al contratto di lavoro. Il rischio è che con un salario minimo fuori dal contratto si venga attirati da una paga base più alta ma priva delle garanzie del contratto.

La chiatta sul Danubio porta via donne e bimbi da Odessa sotto assedio

Rica sbarca alle 22 sulla riva meridionale del Danubio, terra rumena. Arriva da Odessa: i capelli ramati, gli occhi chiari e spauriti. Spinge un passeggino, con dentro un fagotto. È il figlio Alan, ha 4 giorni di vita. Non fa in tempo ad appoggiare il piede sulla banchina per l’attracco che chiede aiuto ai medici: è preoccupata per il piccolo, fa così freddo che potrebbe essergli accaduto qualcosa. Con altre 600 persone e 4 gradi sotto zero Rica ha appena solcato il Danubio dal fronte ucraino. S’è messa in viaggio subito dopo aver partorito, e da casa ha raggiunto la dogana fluviale di Orlivka, frazione della regione di Odessa che si prepara come può all’avanzata russa. Alla frontiera ha incontrato i soldati dell’esercito che l’hanno messa in fila per tre con altri connazionali, in attesa, e l’hanno poi fatta salire su una chiatta che da una settimana esegue 8 corse al giorno da una sponda all’altra del fiume per imbarcare più ucraini possibile. Sull’imbarcazione che ha finora portato in salvo migliaia di persone cappelli, coperte, valigie e vite lasciate indietro. Rica si rifugia in un hotel: lo shock e lo stress della fuga non le hanno dato il tempo di realizzare che è diventata madre. Ci sta pensando una squadra di medici ed ostetriche a ricordarglielo, insegnandole come allattare o cambiare un pannolino.

Sulla chiatta una ragazzina raccolta in un piumino blu cobalto, tiene sotto braccio un peluche a forma di orso polare. Si ripara da vento e sguardi degli altri con un telo bianco, in un angolo. Piange. “Ho lasciato tutto”, dice, senza riuscire a trattenere le lacrime. La famiglia l’ha aiutata a scappare, da sola. “Loro sono rimasti per difendere casa”. Abbracciati nel tentativo di scaldarsi lungo il viaggio una anziana donna con suo nipote: Maria e Alexeij. Ma il ragazzo non resterà a lungo dall’altra parte del fiume: è partito solo per mettere al sicuro la nonna. Presto farà il biglietto di ritorno per imbracciare le armi: “Con mio padre e i miei fratelli abbiamo già recuperato diversi fucili”, racconta orgoglioso. Lo stesso orgoglio che prova anche il soldato Daniil. Ha 21 anni, in servizio da appena un anno e mezzo e un viso ancora da ragazzino: “Non ho paura perché sono nella mia terra e vinceremo questa guerra disonesta”. Il presidente ucraino Zelensky ha annunciato che l’esercito di Putin è pronto a bombardare Odessa, e comincerà dal porto. Il ferryboat attracca: uno dopo l’altro scendono madri coi loro bambini, anziani, ragazze che trascinano trolley e trasportini. Gli sguardi vuoti, a volte in cerca di conforto. Pochi gli uomini. Sbarcano chiedendo riparo dal freddo per i più deboli e cercando un pasto caldo: alcuni di loro sono alla fine di un viaggio durato 5 giorni. Con una valigia nera, grande come quella di chi si sta lasciando alle spalle il passato, in una felpa rossa e blu, c’è Vadym. Ha 41 anni e si è arruolato nell’esercito. Quello della notte è il viaggio per entrare in Ucraina e restarci. E ci sarà anche Petro, che scherza con Vadym durante la corsa: “Ho 72 anni e sono più in forma di te”. Lui ha invece deciso di prender parte alla resistenza civile. Yuri invece è partito dal Regno Unito dove, fino a un paio di giorni fa, era un ingegnere informatico. Non sa ancora se prendere parte alla battaglia, è una decisione difficle da prendere. In Ucraina ha moglie e figli. Olga sorride sul ponte dell’imbarcazione, di sottofondo solo il rumore del fiume. Per lei tornare è la cosa più sensata da fare ora: nonostante la guerra, lì ha la famiglia che non può spostarsi in Europa: “Devo restare con loro”. Nel gelo notturno la chiatta ha esaurito le corse con oltre 2700 persone che han lasciato le proprie case in Ucraina.

Il Piemonte che accoglie ha un problema in giunta

Qui da Iasi, la seconda città rumena per numero di abitanti, vicina al confine con la Moldavia, nei giorni scorsi è decollato un aereo che ha portato a Torino 13 piccoli pazienti oncologici ucraini. La settimana scorsa, a pochi giorni dall’inizio della guerra, l’aviazione militare russa ha avuto l’ordine di sganciare bombe sugli edifici più importanti delle città ucraine, Ucraina, colpendo parzialmente anche un ospedale pediatrico. Le immagini strazianti di bimbetti calvi con le flebo per la chemio al braccio costretti a correre negli scantinati a causa delle bombe sono esplicative del livello di crudeltà e del metodo con cui l’invasore insediato al Cremlino persegue il suo folle disegno. La notizia che l’aereo è atterrato senza intoppi e che i piccoli pazienti sono stati trasferiti all’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino dovrebbe infondere gioia nell’animo di chiunque. A maggior ragione in quello del governatore del Piemonte, Alberto Cirio, visto che ha sponsorizzato questa missione umanitaria. E, infatti, Cirio ha detto con gli occhi lucidi rivolti alle telecamere: “Per noi è un momento drammatico ma anche di felicità e speranza, che ci permette di dimostrare che, oltre a condannare la guerra, pensiamo alle vittime”.

Ma affinché le parole e azioni del forzista Cirio suonino credibili e non ipocrite (per usare un eufemismo) e l’operazione non assomigli a un autocelebrazione per far dimenticare che nella sua giunta siede un consigliere di Fratelli d’Italia con delega alla cooperazione internazionale – tale Maurizio Marrone notoriamente e apertamente fan dei separatisti del Donbass – il governatore dovrebbe avere almeno il buon gusto, diciamo così, di sospenderlo. Difficile immaginare l’espulsione che porterebbe alla caduta del governo regionale. Per chi non conoscesse il consigliere Marrone – figlio di un uomo molto potente, Virgilio, a lungo amministratore delegato di Ifil ed Exor – può cliccare sul sito delle teche Rai per vedere la puntata della trasmissione Nemo del 2017 in cui il politico di FdI era a cena nell’autoproclamata repubblica filo russa di Lugansk con il latitante neonazista lucchese Andrea Palmeri. Il pregiudicato con le braccia e il torso ricoperto di tatuaggi a forma di croce celtica è fuggito nel Donbass dopo essere stato condannato con sentenza definitiva dalla magistratura di Lucca a 2 anni e 8 mesi per un pestaggio avvenuto nel 2013 in cui ha accecato un ragazzo; ed è ricercato dalla magistratura di Genova per il reclutamento di mercenari italiani per il fronte del Donbass.

Marrone, che non ha avuto problemi a bisbocciare con un simile individuo, è stato il fondatore sotto la Mole di una sorta di rappresentanza della repubblica autoproclamata di Donietsk. Il “Centro di rappresentanza”, di cui Marrone è stato presidente fino alla chiusura, è l’unico esempio in Europa di una sedicente ambasciata dei separatisti putiniani. La domanda a Cirio è: come si concilia la missione umanitaria con la presenza in giunta di Marrone? Lo ha chiesto anche il Partito democratico, senza ottenere risposta. La desse a noi, per cortesia, presidente.

Trattative a colpi di pallottole. E Putin avanza ancora su Kiev

Le trame di una trattativa di pace si ordiscono lontano dai campi di battaglia dell’invasione e anche dal tavolo dei negoziati sui corridoi umanitari, che devono riprendere oggi al confine tra Polonia e Bielorussia. Anche ieri, la speranza di evacuare civili, donne, bambini, anziani, da Mariupol sotto assedio e dalla vicina Volnovakha s’è rivelata flebile: la tregua è stata violata e l’esodo è stato interrotto, per la seconda volta in 48 ore. La Croce Rossa descrive da Mariupol “scene di sofferenza devastanti” in una città “non più adatta a viverci”. I russi avanzano, Donetsk non regge, la linea del fronte si attesta a Irpin: diversi corpi di civili in fuga tra cui bambini immortalati sull’asfalto del sobborgo della capitale. Nella mattinata di ieri ci sono stati pesanti bombardamenti a ovest e a nord-ovest di Kiev. Colpi di mortaio hanno pure raggiunto un checkpoint all’ingresso della città.

Ucraini e russi s’accusano a vicenda. Dal fronte, vengono notizie non verificabili che suonano propaganda. Il ministero della Difesa russo sostiene che “tutte le forze aeree ucraine pronte alla battaglia sono state distrutte”. Il portavoce dell’Aeronautica di Kiev dice che i missili sull’aeroporto di Vinnytsia, 250 km a sud-ovest di Kiev, venivano dall’autoproclamata Repubblica russofila della Transnistria in Moldavia.

I russi sostengono di aver distrutto bio-laboratori con agenti patogeni di peste, colera, antrace. Una deputata di Kiev dice la Russia ha danneggiato il gasdotto Donetsk-Mariupol, lasciando oltre 750.000 persone al gelo: “Ci serve la #NoFlyZone ora”, twitta Inna Sovsun. La Nato ha già respinto la richiesta e la Polonia ha ribadito che non fornirà aerei all’Ucraina né concederà aeroporti.

“I russi stanno per bombardare il porto di Odessa”, dice il presidente ucraino Zelensky, che dà per distrutto l’aeroporto di Vinnytsia ed esalta lo spirito di reazione del suo Paese “superpotenza dello spirito”.

Putin, invece, denuncia il mancato rispetto da parte ucraina delle intese sui corridoi umanitari. Al telefono per un’ora e 45 minuti con il presidente francese Emmanuel Macron, Putin si mostra “determinato” ad andare avanti fin quando non avrà raggiunto i suoi obiettivi e dice a Macron, che gli pone la questione della sicurezza delle centrali nucleari, che “non intende procedere ad attacchi contro le centrali” ucraine, ma che “le operazioni militari speciali”, come le chiama lui, continueranno finché Kiev non si arrenderà.

Potenziali mediatori affollano la scena. Il premier israeliano Naftali Bennet, reduce da un blitz diplomatico tra Mosca e Berlino, con telefonata a Zelensky sabato, riferisce al governo che, “anche se le probabilità non sono grandi, se c’è una piccola fessura, il nostro obbligo morale è fare ogni tentativo”.

Il presidente turco Tayyip Erdogan s’è fatto avanti, come spesso fa: parlando con Putin al telefono, gli chiede di garantire il cessate-il-fuoco, aprire corridoi umanitari e giungere a un’intesa di pace. Si attende di vedere se la Cina voglia muoversi (Pechino è di solito riluttante al protagonismo). “Ci aspettiamo che la Cina si faccia sentire, come membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per il rispetto della sovranità territoriale, un tema su cui insiste sempre molto”, dice il segretario di Stato Usa Antony Blinken, dopo un colloquio con il collega cinese Wang Yi. La diplomazia vaticana si esprime con le parole del Papa all’Angelus: “La Santa Sede è disposta a fare di tutto, a mettersi al servizio della pace. La guerra è una pazzia. In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime”.

Francia e Germania sono i Paesi pivot dell’iniziativa europea. L’Italia è ai margini: Zelensky, ieri, ha telefonato al premier Mario Draghi, per discutere “come contrastare l’aggressione, i crimini della Russia contro i civili, il terrorismo nucleare”. E gli ha posto la questione del sostegno alla domanda di adesione all’Ue dell’Ucraina, ricevendo su questo ampie assicurazioni da Palazzo Chigi, che Zelensky ha subito annunciato a tutti.

I profughi fuggiti dall’Ucraina dall’inizio dell’invasione, infine, superano già il milione e mezzo, secondo l’UnHcr.

Ma mi faccia il piacere

Pussy Riot. “La propaganda russa riattiva i social. Interrogazione del Pd sulle chat dei No Vax convertite alla controinformazione” (Repubblica, 1.3). “Da Fusaro al No Green Pass Mattei: la rete trasversale che difende lo Zar” (Repubblica, 1.3). “Destra, sinistra e no Green Pass: identikit dei putiniani d’Italia” (Gianni Riotta, Repubblica, 3.3). “Ucraina, profughi No Vax e No Tamp” (Repubblica, 4.3). Qualcuno avverta Riotta: ormai è circondato.

Problemi tecnici. “E dunque anche di Ucraina e del vertice della prossima settimana hanno parlato Macron, von der Leyen, Michel e Scholz alla cena organizzata all’Eliseo con i rappresentanti degli industriali europei per discutere di sovranità economica. Il premier Mario Draghi non ha potuto partecipare fisicamente né collegarsi, come inizialmente era previsto, per problemi tecnici” (Corriere della sera, 1.3). Si era temuto che non gli funzionasse Skype, né Zoom, né Facetime, né Whatsapp. Poi s’è scoperto che il problema tecnico era più serio: non l’avevano invitato.

Arma letale. “Non prevedo l’invasione dell’Ucraina. Sarebbe molto azzardato che i russi continuassero a spingersi oltre il Donbass, sarebbe una mossa disastrosa per loro stessi spingersi oltre un certo limite. Credo che sia molto azzardata la mossa di andare verso Kiev o addirittura a Leopoli, che è l’ultima città verso la Polonia” (Piero Fassino, deputato Pd, Ottoemezzo, La7, 24.2). “Armi nucleari da parte della Russia? No, non credo che convenga, in primis, proprio a Putin: il mondo si può distruggere una volta sola. È questo che vuole? Non penso. Putin bleffa” (Fassino, Il Piccolo, 1.3). Il mondo è spacciato. Addio.

Senti chi parla. “Marcello Foa è da anni vicino a testate giornalistiche filoputiniane (Sputnik News e Russia Today)” (Paolo Berizzi, Repubblica, 4.3). E ringrazialo, visto che fino a sei anni fa Russia Today (per gli amici Russia Oggi) usciva come inserto mensile di Repubblica e contribuiva a pagarvi lo stipendio.

Prossimamente. “Cortocircuito in Libia: due governi paralleli e rischio guerra civile. Tripoli non riconosce il voto di Tobruk. La strada verso la stabilizzazione sempre più in salita” (Repubblica, 4.3). Impicciarsi nelle guerre altrui mandando armi funziona sempre una bellezza.

Il gasista. “Gas italiano finito? Fake del ‘Fatto’. Se siamo a secco è per colpa del M5S” (Aldo Torchiaro, Riformista, 1.3). Però ci restano le tue flatulenze.

Manco in Russia. “Boicottaggio bipartisan per far dimettere Petrocelli, presidente 5S della Commissione Esteri: ha votato contro la risoluzione che sostiene militarmente l’Ucraina” (Repubblica, 4.2). “Il leghista Lucidi: ‘Petrocelli? Tanti vogliono la sua testa’” (Libero, 5.3). Bravi, Putin farebbe come voi ed è fiero di voi.

A saperlo. “Fossero state consegnate due settimane fa, probabilmente i russi avrebbero rinunciato all’invasione. Perché le armi che l’Europa vuole fornire adesso all’Ucraina sono perfette per creare un’armata partigiana, praticamente invincibile… Con questi strumenti l’intero territorio del Paese si può trasformare in una fortezza inespugnabile, dove ogni casa diventa un bastione e ogni bosco una trappola” (Gianluca Di Feo, Repubblica, 4.3). Ma tu guarda, bastava un niente. Bastava prevedere l’attacco. A proposito: ma non s’era detto che avevano previsto tutto?

Carneade chi era costui? “Nel solco della maggioranza del vecchio governo gialloverde, che degli ultimi governi è stato quello ‘più in asse’ con la Russia di Putin” (Tommaso Labate, Corriere della sera, 2.3). Invece i governi Berlusconi, notoriamente, erano anti.

The Genius. “Quando l’Italia era protagonista e un vero leader era al governo, Nato e Russia stringevano Patti, voluti da Berlusconi a Pratica di Mare. Oggi invece la Russia invade l’Ucraina. Se ci fossero leader saggi in Occidente la pace prevarrebbe su guerre assurde e devastanti per gli ucraini e anche per tutti i popoli che subiranno conseguenze” (Maurizio Gasparri, senatore FI, Instagram, 26.2). Ecco perché Putin ha attaccato: perché non c’è più B. e leccargli il culo.

Chi si firma è perduto. “Il Tar: la paura di firmare blocca le amministrazioni. Flick: ‘Il problema si può risolvere solo abolendo l’abuso d’ufficio’” (Messaggero, 3.3). Così poi tutti firmeranno di tutto.

Il titolo della settimana/1. “Il mea culpa di Renzi sul Sistema delle toghe: ‘L’ho sottovalutato’” (Giornale, 1.3). Non pensava che facessero ancora delle indagini.

Il titolo della settimana/2. “Renzi: ‘Per la giustizia una riforma non basta’” (Libero, 1.3). Bisogna proprio abolirla.

Il titolo della settimana/3. “Questa guerra colpisce i valori dell’Europa” (Paolo Gentiloni, Pd, commissario Ue agli Affari Economici, Repubblica, 28.2). Solo che non mi ricordo più quali sono, forse perché li abbiamo esportati tutti.

Il titolo della settimana/4. “Carcere duro, il mito utile oscurare le radici della mafia” (Stefano Musolino, segretario Magistratura democratica, Dubbio, 5.3). Che notoriamente si recidono col carcere molle.

Lee Curtis fa un horror ambientalista, Leo recita “Mia”

Jamie Lee Curtis esordirà alla regia dirigendo per Comet Pictures e Blumhouse Films Mother Nature, un horror ambientalista tratto da un graphic novel da lei scritto con lo sceneggiatore Russell Goldman e il disegnatore Karl Stevens, che sarà pubblicato nel prossimo autunno. La popolare attrice 63enne rivelata dalla serie Halloween ha scelto di raccontare le vicende di Nova Terrell, un’adolescente del New Mexico che inizia a indagare sulla strana morte di suo padre, avvenuta per cause non naturali dopo una serie di eventi inquietanti che hanno al centro un’azienda chiamata Cobalt Corporation e un affare legato al petrolio.

Si sono concluse a Roma le riprese di Mia, un nuovo film di Ivano De Matteo con la giovane Greta Gasbarri nel ruolo del titolo ed Edoardo Leo e Milena Mancini in quello dei genitori. La pellicola racconta la storia di una famiglia semplice e felice in cui entra violentemente un giovane manipolatore che stravolge la vita solare della quindicenne Mia rendendola un incubo. Suo padre sarà alle prese prima con la difficoltà di vederla crescere, poi con il tormento di saperla soffrire e la paura di poterla perdere e infine con la necessità di doverla difendere.

Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino e Greta Scacchi sono tre delle interpreti di Te l’avevo detto, un film corale che Ginevra Elkann dirigerà da fine marzo tra Roma e dintorni per The Apartment e Rai Cinema.

Adam Sandler e Jennifer Aniston sono di nuovo coinvolti nei panni del poliziotto newyorkese Nick Spitz e di sua moglie Audrey, in un’altra avventura internazionale ricca di intrighi in Murder Mystery 2, sequel della commedia giallo-rosa di grande successo nel 2019 su Netflix: questa volta il regista sarà Jeremy Garelick e il set le isole Hawaii, mentre lo sceneggiatore resta James Vanderbilt.

Giancarlo Narciso, il Jack London italiano dal contrabbando ai romanzi d’avventura

Sono davvero rari in Italia i narratori che si sono cimentati con successo nel romanzo d’avventura, sebbene questo sia pur sempre il Paese che ha dato i natali a Salgari. E forse il culto che persiste per “Capitan Emilio”, a oltre un secolo dalla morte, dimostra che dopo di lui c’è stato ben poco in quel campo. Con qualche eccezione: il grande Alberto Ongaro, per esempio, ha scritto bellissime storie avventurose; ci sono poi Marco Buticchi, Pino Cacucci, Valerio Evangelisti, e altri.

Seppure ignorato dalla critica che conta o finge di contare, o confinato ingiustamente nella cosiddetta letteratura minore di genere, bisogna rammentare quindi il giramondo milanese Giancarlo Narciso, classe 1947, che oggi dimora fra Riva del Garda e l’Indonesia. La casa editrice Oltre ha appena ristampato il suo primo romanzo, I guardiani di Wirikuta, a quasi un trentennio dalla sua pubblicazione per Granata Press.

Narciso ha vissuto un’esistenza degna di Jack London. Ha fatto tre volte il giro del mondo, da Tokyo al Kuwait, dal Nepal a San Francisco, fino a Città del Messico, all’Indonesia, a Singapore, si è esercitato nei lavori più vari: comparsa, interprete, reporter sportivo, modello, dirigente d’azienda, contrabbandiere. Tra i suoi numerosi libri d’avventura, gialli, di spionaggio, con cui ha vinto, tra l’altro, il Premio Tedeschi e il Premio Scerbanenco, vanno ricordati Le zanzare di Zanzibar, Singapore Sling, Otherside, Incontro a Daunanda.

Nell’avvincente I guardiani di Wirikuta, del 1994, Narciso rende un evidente omaggio a Il tesoro della Sierra Madre di B. Traven, il capolavoro del misterioso anarchico tedesco che si votò alla causa delle popolazioni indigene messicane, da cui John Huston trasse il memorabile film con Humphrey Bogart. Il narratore milanese, comunque, si muove con originalità. Anche nel suo libro c’è la ricerca dell’oro, “il tesoro dal fallace splendore”, come scrive Traven; e ci sono i cadaveri, gli indios con i loro antichi miti, gli avventurieri gringos, il peyote, le cantinas con il mescal, le donne fatali. La storia raccontata da Narciso, tuttavia, si trasforma nella geografia di un incubo, nella mappa non di un tesoro, ma di una vita destinata a bruciarsi in una solitudine sospesa fra sogno spaventoso e realtà desolata. Tutto ciò con una scrittura rapida, efficace, che nasce nell’azione. Il contrario, insomma, della molta e asfittica letteratura italiana odierna.

“Tutti parlano di Jamie”, (drag) queen del musical

“Il suo problema sarà evitare le vesciche, deve allenarsi molto per calzare le piattaforme”, ridacchia Jamie Campbell, pensando al rischio che correrà Giancarlo Commare in scena. “È l’unica cosa che odio del mio personaggio!”, replica l’attore siciliano. “Salterò e ballerò su scarpe con tacchi di 15 cm. Strumenti di tortura! Però, mal di piedi a parte, ho capito la potenza e la fiducia che ti danno, se sei una drag queen. Per fortuna la mia coinquilina insegna la heels dance. Il primo giorno mi ha detto: ‘Non ci siamo, sembri la De Filippi’. Dopo tre settimane il paragone era con Belén, il traguardo era vicino”.

Anche perché martedì al Brancaccio di Roma c’è la prima nazionale di Tutti parlano di Jamie, versione italiana del musical che ha conquistato il mondo, gemello teatrale del film nominato ai premi Bafta, tratto dalla vicenda del sedicenne che in un paesino nei dintorni di Sheffield voleva a ogni costo diventare una drag: il padre ruppe i rapporti ma la madre lo ha sostenuto incondizionatamente nel suo sogno. Nel 2011 un documentario della Bbc ha reso iconica la storia di Campbell. “Non ho mai nascosto di essere gay. Da bambino correvo in strada indossando ali di fata e tutù. Alle secondarie i bulli mi urlavano ‘frocio’, io li disinnescavo: ‘Dovrebbe essere un’offesa?’”, ci dice. “Al ballo per la maturità non volevano farmi entrare vestito da donna, ma tutti gli altri studenti minacciarono di andarsene. I prof cedettero”.

Una battaglia per l’inclusività, quella di Jamie, oltre che un riscatto personale. “Dopo aver visto il mio nome sulle insegne del West End londinese ho fatto su e giù per 40 volte lungo Shaftesbury Avenue: ma ho anche capito che dovevo riappropriarmi della mia reale identità, altrimenti il doppio personaggio mi avrebbe schiacciato. Se quel Jamie reinventato è un eroe, il mio alter-ego drag, Fifi La True, è una sorella cazzuta. Tutti volevano lei e non il vero me. Per fortuna non siamo mai nella stessa stanza”. In ogni caso, riflette, “è sconfortante che dopo decenni di liberazione sessuale, tutta la mitologia delle star glam come Bowie o Freddie Mercury, e l’avventurosità delle nuove generazioni, si abbia ancora bisogno di una storia come la mia. L’anno scorso, qui in Inghilterra, a una ragazza in abito maschile è stato impedito l’ingresso al ballo scolastico”. A Commare, Campbell consiglia di “non immedesimarsi in me. Cerchi dentro di sé la propria cifra, senza timore”. Giancarlo si dice pronto: “A Jamie mi legano molte cose: il rapporto inesistente con papà e il fatto che mi bullizzavano al liceo per il peso. Lì, poi, nutrire velleità di recitazione era vista come un’idiozia. Un insegnante mi indicava come ‘una futura nullità’. Quanto al resto, sento la responsabilità di aggiungere una goccia di consapevolezza in un’Italia in cui i politici applaudono la bocciatura del Ddl Zan. Lo trovo schifoso”.

Alcuni suoi colleghi si farebbero problemi a recitare con tacchi e make-up: “Dovrebbero farsi domande profonde: io sono etero, ma in primo luogo un attore. Il mio compito è esplorare il personaggio, non essere gay. A Segesta ho interpretato Venere dalle Metamorfosi di Apuleio. E non ho la vagina. Un mio maestro dice: ‘Se fai la parte del morto non è che ti ammazzi per davvero’. La diversità è ricchezza, sul palco e fuori. Semmai, mi preoccupa cantare dal vivo: non l’ho mai fatto. Per fortuna la mia partner è l’immensa Barbara Cola. La scommessa sarà quando resterò solo in scena. Io, la mia voce e quei dannati trampoli”.