L’Occidente a una dimensione si è preso anche le università

L’imbarazzante episodio in cui l’Università Bicocca di Milano ha prima disdetto i seminari di Paolo Nori su Dostoevskij, e poi (di fronte all’ondata di sdegno) li ha riammessi chiedendo di “bilanciarli” con altri dedicati ad autori ucraini, svela un problema che non riguarda certo solo la Bicocca, ma l’idea stessa di università.

In un bell’intervento Mario Ricciardi, direttore della rivista il Mulino, ha indicato la genesi di questa deriva nelle “riforme che hanno forzato le università a ricorrere in misura sempre maggiore a finanziamenti privati”, minandone così l’indipendenza. È così, ma ancora prima c’è un cambio di mentalità, uno slittamento di concezione e di visione, una ridefinizione di ruolo.

Come è ben noto, negli ultimi quattro decenni, si è progressivamente rafforzata la riduzione “a una sola dimensione’ dei “famosi valori occidentali”, e della stessa vita degli umani: quella del puro valore economico. Corollario immediato, la teorizzazione di una radicale assenza di alternative: nel modello economico, e dunque in quello politico e culturale. Nell’Occidente dominato dal thatcheriano TINA (there is no alternative), l’università (e, con essa, la scuola) a cosa serve? A professionalizzare: ad alimentare il mercato dei lavoratori, a soddisfare le richieste degli stakeholders. Da qui il crescente ruolo dei privati, e della politica: gli enti locali sono entrati prepotentemente nella vita degli atenei, e la nefasta autonomia differenziata delinea un totale asservimento degli atenei alle maggioranze politiche del momento. Non solo: l’asserita assenza di alternative all’“ordine esistente” (formula cara a Mario Draghi), rende inutile, anzi dannosa e sospetta, ogni manifestazione del pensiero critico. La stessa libertà delle università e della conoscenza garantita dalla Costituzione (“l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”) è ormai uscita dal senso comune: e si moltiplicano richieste di punizioni, espulsioni, dimissioni di professori e rettori rei di pensiero “diverso”. Anzi, sono le stesse università ad essersi date codici etici liberticidi, assai più tesi a difendere “l’immagine” dell’ateneo che non l’incondizionata libertà critica per cui l’università esiste.

Pessimi sistemi di valutazione della ricerca hanno, poi, depresso fino ai minimi storici la tendenza all’innovazione, alla critica radicale e sistemica, al pensiero eretico, alle rotture epistemologiche, all’insubordinazione intellettuale: che sono l’essenza stessa dell’università.

E così l’episodio della Bicocca che oggi cede al nazionalismo anti-russo va letta insieme a quello che nel 2014 vede l’università veneziana di Cà Foscari conferire una fellowship onoraria al delfino di Putin, Vladimir Medinskij, ministro della Cultura russo e oggi seduto al tavolo delle trattative con l’Ucraina aggredita e invasa. Inutilmente, allora, Filippomaria Pontani cercò di mostrare alla sua stessa università che era indecente onorarlo, tra l’altro perché Medinskij aveva fatto cacciare dall’università (scriveva Pontani) “il docente Andreij Zubov, non allineato sull’aggressione all’Ucraina”. Allora per Ca’ Foscari contavano “gli auspici del rettore uscente Carlo Carraro, uomo Eni molto legato a Paolo Scaroni”, oggi per la Bicocca conta l’ossequio ai “valori occidentali” che sarebbero in gioco.

I valori occidentali: ma quali? Poche settimane fa, ho votato (unico fra i rettori) contro una convenzione tra le università italiane e MedOr, la Fondazione della Leonardo (fabbrica di armi a controllo pubblico) presieduta da Marco Minniti. Di fronte alla mia contrarietà (fondata sull’irriducibile alterità della missione dell’università), Minniti ha detto che anche le università devono difendere i “nostri valori”. Questo è il punto: si è smarrita l’idea che l’istituzione universitaria serve a criticare, cambiare, far evolvere, mettere in crisi quei valori. Non a difenderli come una ortodossia. Perché al totalitarismo paranoico di un Putin non è possibile rispondere con un simmetrico totalitarismo dei valori occidentali. Non foss’altro, perché la lingua, la cultura e la scienza russe sono parte integrante di quella che chiamiamo civiltà occidentale.

Ed è, per questo, un folle errore quello della Commissione Europea e degli Stati che in queste ore stanno interrompendo progetti di ricerca e collaborazioni con le università e gli istituti russi. L’università dovrebbe essere il luogo per eccellenza del multiculturalismo, il luogo di incontro di comunità scientifiche che non si riconoscono nei confini delle nazioni (e tantomeno dei nazionalismi) e delle patrie, il luogo delle contaminazioni e dei meticciati. Abbiamo, e dobbiamo continuare ad avere, rapporti e scambi con università turche, cinesi, israeliane, brasiliane e, certo, russe.

Nelle nostre aule, studenti russi e ucraini tuttora siedono accanto: ed è proprio qua la speranza di un mondo che si riconosca progressivamente in valori “umani”, senza altra aggettivazione.

Lavoro. Il modello della settimana corta arriva in Italia: una rivoluzione che stenta a decollare

Inizia oggi la seconda settimana di sperimentazione della settimana corta per i dipendenti di Mondelez International, multinazionale americana che in Italia gestisce Oro Saiwa, Milka, Philadelphia e Fattorie Osella. Il venerdì, 250 lavoratori milanesi, possono uscire alle 13 a parità di orario di lavoro (39 ore settimanali) e di stipendio. L’accordo, stipulato con i sindacati, è sperimentale e dura un anno. Un’iniziativa che, tuttavia, resta molto lontana dalle altre realtà in giro per il mondo, dove il motto “lavorare meno, lavorare meglio” è qualcosa di più di un mantra. Dall’Islanda alla Spagna, dal Belgio fino al Giappone sono, infatti, diversi i casi di sperimentazione della settimana lavorativa di 4 giorni anziché 5, anche per cercare di capire se con un minor tempo passato in fabbrica o in ufficio sia possibile raggiungere un migliore equilibrio tra il benessere dei dipendenti e la produttività.

Così, anche su spinta dei buoni risultati raggiunti dallo smart working durante la pandemia, la settimana corta sta entrando nelle riforme del lavoro islandese e spagnola. L’introduzione della settimana corta in Belgio è stata annunciata come una vera e propria rivoluzione: “Progressi concreti per tutti i lavoratori!”, ha commentato il ministro del Lavoro e dell’Economia Pierre-Yves Dermagne, introducendo le novità dell’intesa raggiunta. In Spagna il modello è già applicato alla Desigual (moda) o alla Software Deisol (tecnologia). Anche se il faro resta l’Islanda. Dopo aver sperimentato la settimana breve tra il 2015 e il 2019, il governo di Reykjavik l’ha fatta diventare legge con costi aziendali ridotti, produttività aumentata, maggiore soddisfazione dei soggetti coinvolti, più tempo per la famiglia e per l’esercizio fisico. Notevole è anche l’esempio che arriva dal Giappone, dove si muore per il troppo lavoro: nella sede di Microsoft, 2.300 dipendenti un paio di anni fa hanno testato la settimana lavorativa corta con un aumento della produttività del 40% e costi aziendali ridotti.

E l’Italia? Fino ad oggi sono rarissime le aziende che hanno promosso la settimana corta, con la politica più che mai disinteressata, nonostante sia da sempre una delle battaglie di Beppe Grillo, che un paio di mesi fa dal suo blog ha rilanciato la proposta di far entrare nel dibattito politico la settimana lavorativa di 4 giorni, anche come soluzione alle troppe dimissioni volontarie che si stanno registrando soprattutto tra le lavoratrici per l’impossibilità di coniugare famiglie e lavoro.

Del resto l’ultima proposta concreta di riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore la fece Rifondazione Comunista un quarto di secolo fa, mentre in Italia – secondo l’Ocse – si continua a lavorare molto di più che nel resto d’Europa, (peggio solo Grecia ed Estonia). Un dato che, tuttavia, poi non corrisponde affatto a una crescita dei livelli di produttività e dei salari. Intanto va ancora risolta la questione del lavoro agile: assecondare l’ostilità del ministro Brunetta o consentire che lo smart working diventi strutturale e rappresenti una “leva per riconfigurare l’organizzazione delle P.A., per la digitalizzazione e per una complessiva riforma dei servizi, nell’ottica di attuazione del Pnrr”, come chiedono i sindacati?

 

Dati e storie: il Servizio Civile è volontariato o un lavoretto?

Scadranno il 9 marzo, dopo due proroghe, i nuovi bandi del Servizio Civile che fu Nazionale, pubblicati il 16 dicembre scorso. Quest’anno sono 56.205 posti, di cui 980 per l’estero, per 2.818 progetti in tutto il Paese e nel mondo (da qui la definizione di “Universale”). Il numero più alto di sempre, come ricordato con orgoglio dal dipartimento delle Politiche Giovanili di Palazzo Chigi: progetti che riguardano 566 enti accreditati, dai comuni alle università, dalle Onlus ad associazioni più o meno note e che si svolgeranno in realtà delle più varie, dalle biblioteche alle Rsa, dagli uffici alle fattorie ecosostenibili. Diversi gli ambiti di intervento: assistenza, cultura, sociale, ambiente, cooperazione e fa capolino un nuovo settore, quello della “digitalizzazione”, con 1.000 posti ad hoc. Ma sono l’ambito dei servizi sociali e dell’assistenza – ad anziani, diversamente abili, minori, migranti -, e in seconda battuta quello culturale (in particolare con biblioteche e musei) a farla da padrona, con decine di migliaia di posti ciascuno.

Stando ai bandi, ai giovani volontari – massimo 29 anni – saranno richieste mansioni non banali, come “monitoraggio del patrimonio arboreo; creazione di una mappa potenziale del rischio”; “inventariazione, catalogazione, digitalizzazione” di documenti; “pianificazione interventi laboratoriali con finalità educative; “creazione di pacchetti turistici”; “front-office, miglioramenti infopoint e gestione informatica”… E infatti, spesso capita che si valuti il curriculum e l’esperienza pregressa dei candidati, mentre non mancano le richieste di disponibilità a flessibilità negli orari e lavoro nei festivi. Il tutto per 433 euro mensili.

“Ero volontario per il Comune ma poi sono stato assunto dalla cooperativa a cui era esternalizzato il servizio: in pratica il Servizio Civile le ha pagato la formazione dei nuovi assunti”; “ci sono stati periodi in cui facevamo 2 visite guidate (4 ore) una dopo l’altra senza neanche il tempo di andare in bagno, perché dovevamo farli fatturare”. A parlare sono volontari del Servizio Civile che lo stanno svolgendo ora o l’hanno svolto in anni recenti. Le loro storie sono comuni. Anomalie che parrebbe configurare il SCN come una sorta di tirocinio, pagato con fondi pubblici. E proprio da fondi destinati all’inserimento lavorativo dei giovani (il progetto europeo “Garanzia Giovani”) sono finanziati molti dei posti messi a disposizione: una scelta portata avanti dal 2014, che ha permesso, insieme allo stanziamento di fondi aggiuntivi, di raddoppiare i posti (erano 20mila nel 2012, 35mila nel 2017, saranno oltre 60mila a fine 2022).

Parliamo di numeri notevoli: ci sono piccoli comuni che impiegano centinaia di volontari in diversi settori; reti di associazioni che arrivano alle migliaia. Con l’aumento dei posti, avrebbe dovuto aumentare anche il monitoraggio, ma i controlli languono: un responsabile del progetto – dipendente dell’ente accreditato, o volontario, o esterno – può seguire fino a 6 volontari, ma può farlo per più progetti contemporaneamente, e deve essere presente in sede solo 10 ore a settimana. Chi ha il dovere di controllare il buon andamento dei progetti è invece il responsabile dell’ente accreditato: non ha l’obbligo di trovarsi presso la sede e la media è di uno ogni 105 volontari.

Spesso ciò che viene descritto nel progetto – utile ad accreditarsi e ottenere volontari – non corrisponde a quel che il volontario andrà a fare. Di fronte alla paura di rimostranze e carenze di controlli, spesso sono i social la valvola di sfogo. L’associazione Mi Riconosci da anni raccoglie decine di denunce e segnalazioni, seppur limitate al settore culturale. “Riceviamo quasi quotidianamente racconti di chi si trova a fare il guardiasala, a gestire da solo (contro i regolamenti) una biblioteca o un piccolo museo, a staccare biglietti, dopo aver risposto a bandi che proponevano tutt’altro”, spiega Federica Pasini, attivista dell’associazione, che come altri colleghi ha svolto il servizio civile. Per alcuni settori, l’anno di SCN è divenuto un modo per ottenere un piccolo reddito mensile dopo la laurea. Pochi lo fanno per fare volontariato in senso stretto, la maggior parte lo usa per inserirsi nel mondo del lavoro, in attesa di meglio, ma il fatto che l’anno successivo ci saranno altri volontari a prendere servizio, crea una competizione dove è difficile che qualcuno la spunti. In qualche modo il governo è già corso ai ripari, grazie alle pressioni della Consulta Nazionale per il Servizio Civile: le ore settimanali sono passate da 36 a 25, in modo da essere più compatibili con lo studio o un lavoro (ma la richiesta era 20). Più controlli e una riflessione strutturale paiono imprescindibili, per evitare che abusi e storture diventino la norma, più che l’eccezione.

 

Alle radici di Putin c’è il furto inaudito alla fine dell’Urss

Forse la sintesi migliore del ciclo terminato con la tragica invasione dell’Ucraina l’ha data il grande economista Branko Milanovic: “L’incredibile spreco di risorse dell’Urss continua a 30 anni dal crollo – ha scritto – Milioni di russi con salari da fame hanno costruito una base industriale, poi rubata da un gruppo di oligarchi vicini a Eltsin. Putin li ha cacciati per metterci i suoi. Ora il denaro degli oligarchi di Putin viene preso dall’Occidente per essere probabilmente restituito al vecchio gruppo di oligarchi di Eltsin. Intanto si perdono miliardi per pagare gli avvocati inglesi nelle cause legali”.

Il giudizio è tranchant, ma illumina il punto. L’asfittico dibattito italiano, dove discutere di peccati e omissioni dell’Occidente è “intelligenza col nemico”, ignora che la tragedia a cui assistiamo – che è anche russa – ha i suoi prodromi nelle scelte disastrose che trent’anni fa impedirono il possibile epilogo democratico del crollo sovietico. Oggi economisti e studiosi ne parlano non per negare la responsabilità criminale di aver avviato la guerra, che resta di Putin, ma perché, qualunque ne sia l’esito, quella lezione ci servirà più che mai.

Alla Russia non è mai stata data la vera possibilità di un’evoluzione democratica. Quando si è affacciata, è stata repressa non dai cleptocrati russi, ma dagli errori dei “riformatori” che a inizio anni 90 furono incaricati, insieme a un gruppo di consiglieri americani, di traghettare il Paese nel capitalismo. Come ha ricordato su Project Syndicate Katharina Pistor, professoressa di diritto alla Columbia Law School e studiosa delle riforme russe, fu un errore tragico dell’Occidente: gli esperti “convinsero i leader russi a concentrarsi sulle riforme economiche e a mettere la democrazia in secondo piano”.

L’Unione sovietica è finita ufficialmente nel dicembre del ’91 (accordi di Belovezh). Russia, Ucraina e Bielorussia si erano divise, nacque la Comunità degli Stati Indipendenti. Nel giugno 1991 Boris Eltsin era stato stato eletto presidente, il primo a esserlo nella storia della Russia. Ad agosto, dopo il fallito colpo di stato dei comunisti revanscisti, Michail Gorbaciov – che negli anni 80 aveva guidato il processo riformatore della perestrojka – si dimise da segretario generale del Partito Comunista, sciolse il Comitato centrale e cedette di fatto il potere a Eltsin. Il Soviet supremo concesse poteri straordinari al leader russo e un mandato di 13 mesi per avviare le riforme.

Nessuno chiese ai russi cosa volessero. I prezzi furono liberalizzati senza quasi controllo, aprendo le frontiere e avviando un rapido processo di privatizzazioni. Fu un disastro economico e sociale, scandito da almeno due crisi di iperinflazione.

La “terapia choc” fu affidata a un gruppo di “pianificatori” guidati dal giovane economista Yegor Gaidar, convinto che l’Urss dovesse trasformarsi subito in un’economia di libero mercato sul modello occidentale. A Gaidar, vice primo ministro e ministro dell’Economia, si aggiunsero due giovani economisti di San Pietroburgo: Anatoly Chubais, allora 36enne, e Dmitri Vasiliev (29). Il gruppo fu affiancato da consiglieri americani, esperti ed economisti, in particolare della prestigiosa università di Harvard come il futuro premio Nobel Jeffrey Sachs, che aveva appena gestito una terapia simile in Polonia, o Andrei Shleifer, un emigrato di origine russa che dirigeva l’ufficio di Mosca dell’Harvard Institute for International Development, assoldato dall’Agenzia per lo sviluppo internazionale del Dipartimento di Stato (AID) per il famoso “progetto Russia”, finito in un enorme scandalo finanziario.

Già le privatizzazioni degli anni 80 avevano permesso ad alti burocrati e dirigenti russi di appropriarsi di beni statali. Dopo, andò peggio. Alla fine del 1991 rimanevano da privatizzare quasi 230mila società statali. Gaidar e Chubais, consigliati da Shleifer, decisero di non procedere gradualmente ma di farle tutte insieme. Si inventarono la “privatizzazione dei voucher”: ogni russo ricevette dei buoni per acquistare azioni di industrie statali. Si creò un grande mercato nero dei voucher . Come ha ricordato l’economista Robert Kuttner su The American Prospect, molti gioielli statali finirono nelle mani di oligarchi tramite aste chiuse. Quando Gazprom fu privatizzata coi voucher nel 1994, i manager ne ottennero il controllo per 250 milioni di dollari. Tre anni dopo valeva 40 miliardi alla Borsa di Mosca. Applicando la stessa metrica all’apparato industriale russo si può avere un’idea del furto di ricchezza. Tutto senza prima aver creato le istituzioni necessarie per un processo così spinto di apertura al mercato.

Si andò anche oltre: alcuni consiglieri occidentali furono protagonisti di pagine gravi. È il caso di Shleifer – un protetto dell’influente economista Lawrence Summers, segretario al Tesoro Usa con Clinton e poi preside di Harvard – e del “progetto Russia”, raccontato da una documentata inchiesta di Institutional Investor. Solo per averla riesumata sui suoi social, l’ex ministro Fabrizio Barca è stato coperto di insulti. E invece è esplicativa. Shleifer è stato perseguito nel ’97 dalle autorità Usa per aver frodato il governo: scoprirono che la moglie gestiva un hedge fund che speculava grazie alle informazioni privilegiate basate sul lavoro del marito. Le indagini rivelarono dettagli incredibili, come la cena, nell’ottobre 1994, a casa del presidente del dipartimento di economia di Harvard alla presenza di economisti di grido, in cui i due coniugi parlarono dei loro investimenti incuriosendo Martin Feldstein, già capo del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca sotto Reagan.

Harvard ha pagato 26 milioni per chiudere il caso, Shleifer due ma senza riconoscere errori o subire contraccolpi. Nel 2007 tenne la prestigiosa “lezione Paolo Baffi” alla Banca d’Italia alla presenza del governatore Mario Draghi. Shleifer e compagnia, ha affermato il Dipartimento di Giustizia Usa, “hanno minato lo scopo fondamentale del programma degli Stati Uniti in Russia: la creazione di fiducia nei mercati russi emergenti e la promozione di trasparenza e stato di diritto”.

“I riformatori e i loro consiglieri occidentali hanno semplicemente deciso – e insistito – che le riforme del mercato dovevano precedere le riforme costituzionali. Le sottigliezze democratiche avrebbero ritardato o minato le politiche economiche”, ha scritto Pistor. “Non occuparsi della democrazia fu una scelta – ricorda oggi Barca – Per la cultura neoliberista di quei consiglieri non serviva la politica, tutto era affidato a tecnica e mercato. L’unica libertà lasciata ai russi era quella di potersene andare”. Quel disastro ha provocato sconvolgimenti enormi, che nell’ottobre del 1993 Boris Eltsin represse con i carri armati e modificando la Costituzione: furono poste allora le basi per l’ascesa del presidenzialismo autoritario russo del suo “delfino” Putin.

Col governo rapporti tesi: zero piani, tanti debiti e niente “spirito di servizio”

Il punto più basso, raccontano, è stato il 26 gennaio, in piena escalation ucraina, quando Francesco Starace è stato l’unico manager di una grande controllata di Stato a partecipare all’incontro tra un gruppo di imprenditori italiani e Vladimir Putin. Palazzo Chigi s’era attivato per tempo chiedendo di non partecipare. Risultato: Claudio Descalzi dell’Eni ha dato forfait, il collega dell’Enel invece ci è andato, al contrario del fratello Giorgio Starace, ambasciatore italiano a Mosca, che si è dato all’ultimo. Una mossa che ha imbarazzato il governo e non è piaciuta affatto a Mario Draghi. Nell’episodio c’è la sintesi perfetta del “dilemma Starace”: manager apprezzato dai suoi azionisti, tranne quello che più conta, lo Stato, che però non riesce a farne a meno. E c’è anche il motivo del sempre perso confronto con Claudio Descalzi nel tentativo di prendersi il ruolo che per oltre mezzo secolo Eni ha svolto per l’Italia nel settore energetico.

È il grande flop dell’ingegnere-manager che nel 2014 Matteo Renzi mise alla guida del colosso elettrico e da allora viene riconfermato per mancanza di alternative. Accreditato di grande competenza tecnica e di un brusco carattere, Starace è sempre saltato sulla forza politica in ascesa di turno – è successo con Renzi, ma anche col M5S – senza mai riuscire a dare le carte. “Si crede superiore al governo. Arriva e dice: non capite niente, queste sono le mie idee, seguitele. Ma non funziona così”, dicono nei palazzi romani. L’unica volta in cui Starace ha mostrato, per così dire, “spirito di servizio” è quando è stato costretto da Renzi a infilarsi nell’operazione suicida Open Fiber per sfidare Tim sulla fibra: ne è uscito alla grande ingaggiando un braccio di ferro col governo Conte e facendosi strapagare da Cassa depositi e prestiti parte della sua quota e mostrando quali sono gli azionisti che per lui contano davvero.

La distanza con l’Eni è siderale. Nonostante processi e scivoloni, il colosso petrolifero è rimasto un pezzo della diplomazia italiana in grado di sovrapporre i suoi interessi a quelli della Repubblica in molte aree. Di suo, Descalzi ci ha messo la capacità di acquistare capitale politico nei momenti critici, come dimostra il viaggio di lunedì al seguito del ministro degli Esteri in Algeria, Paese dove l’ad di Eni conta più di Luigi Di Maio; o quando ha scritto per conto di Palazzo Chigi il piano per aumentare le estrazioni di gas italiano per ridurre il caro bollette.

Starace, invece, non ha trovato sponde nonostante la transizione ecologica spinga dalla sua parte: da settembre ha rilasciato 5 interviste per spiegare i suoi piani sulle rinnovabili attaccando il governo, accusato di aver schiacciato il Pnrr sull’Eni e il gas. Quando ha problemi a livello locale, compra pagine di pubblicità, come successo per il phase out dal carbone in Sardegna. Martedì si è preso una pagina del CorSera per proporre all’Italia la sua ricetta per uscire dal ricatto del gas russo. Risposte zero, nel frattempo Eni è stata salvata dalla tassa sugli extra-profitti energetici.

Finora, è l’accusa, si è solo capito che Enel ha grandi ambizioni, ma per interloquire col governo servono piani veri: sia nelle aree del mondo dove Enel è impegnata, sia coinvolgendo le altre realtà pubbliche (sulle rinnovabili è attiva Terna; sull’idrogeno Snam etc.). E invece dialogo quasi zero, fatta eccezione per quello col ministero della Transizione per velocizzare l’iter di autorizzazione delle rinnovabili e la mobilità elettrica (lo zampino di Enel X nel Pnrr c’è eccome). E ancora: Enel ha fatto poco nello sviluppo e nella produzione di tecnologie per gli impianti a energia pulita e solo di recente ha deciso di potenziare il suo (unico) stabilimento in Sicilia.

La realtà è che la gestione operativa di Starace gli garantisce le riconferme, ma non una posizione di forza. Dal suo arrivo, Enel è diventata la prima multinazionale italiana per capitalizzazione in Borsa (60 miliardi). In otto anni i ricavi sono saliti da 75 a 88 miliardi, ma la marginalità non ha tenuto il passo. Starace ha dispensato generosi dividendi, per la gioia degli azionisti, ma i grandi investimenti in rinnovabili (si parla di 20 miliardi) non si riflettono sui profitti. Il margine lordo è passato dai 15,7 miliardi del 2014 ai circa 19 del 2021, che però inglobano 1,8 miliardi di plusvalenza di Open Fiber, sennò sarebbe inferiore al 2020 del Covid, mentre l’indebitamento finanziario è passato da 37 a 52 miliardi (saranno 62 nel 2024), livello elevato che complica la crescita ulteriore. Insomma, Enel è a un bivio, ma il suo ad non riesce nemmeno a parlarne col governo.

La transizione e Putin: l’Enel prova a essere la nuova Eni

Vladimir Putin sta regalando un’occasione unica a Francesco Starace: l’amministratore delegato di Enel guida un colosso che dal punto dei vista dei ricavi è anche più grande di Eni (88,3 contro 76,5 miliardi nel 2021), ma è sempre stata un nano politico rispetto al cane a sei zampe, che oltre a tutto il resto è anche un pezzo della politica estera italiana. Il prezzo del gas, la guerra in Ucraina e la tensione con la Russia, unite alla scelta politica dell’uscita dal fossile, mettono però Enel – che punta forte su rinnovabili ed elettrificazione – per la prima volta nella condizione di dettare la linea al governo, di essere, mutatis mutandis, durante la transizione energetica quello che l’Eni di Enrico Mattei fu per l’Italia del dopoguerra.

Starace pare aver capito che questo è il momento della sua azienda e, nelle ultime settimane, si espone volentieri sui media tradizionali e sui social, dove gioca di sponda col mondo ambientalista, da Legambiente a Green Italia fino a Europa Verde. Un’alleanza, diciamo così, che coinvolge parte del centrosinistra nazionale ed è una discreta novità politica, ma non risolve tutti i problemi di Enel su questa strada, due in particolare: Starace non è famoso, eufemizzando, per la capacità di tessere rapporti e creare consenso attorno a sé; Enel, a differenza di Eni, non lavora alla frontiera dell’innovazione industriale italiana, ma al contrario si muove su una tecnologia matura (ancorché migliorabile) e la cui filiera produttiva è quasi tutta all’estero, in larga parte in Asia.

Pur tenendo a mente questo Enel, specie dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si ritrova posizionata perfettamente e offre – da capofila del settore – una via d’uscita praticabile alla dipendenza dall’export di gas russo (quasi il 40% del totale nel 2021, 29 miliardi di metri cubi) a un esecutivo che finora – a partire dal ministro Roberto Cingolani – aveva puntato quasi tutto sul fossile “buono”.

Ovviamente non ci sono soluzioni miracolose – nessuna lo è, a partire da quelle messe in campo dal governo – ma la proposta dell’associazione Energia Futura (Enel, A2A e altre società elettriche) è praticabile e su numeri notevoli: “Chiediamo di autorizzare entro giugno 60 GW di impianti rinnovabili, pari a solo un terzo delle domande di allaccio già presentate a Terna”, ha detto qualche giorno fa il presidente Agostino Re Rebaudengo, ricordando gli oltre 150GW di rinnovabili in attesa di autorizzazione, molti da anni e chiedendo la nomina di un commissario governativo ad hoc.

Secondo l’associazione, questi 60 GW di rinnovabili in un triennio – 80 miliardi di euro di investimenti privati – arriveranno a far risparmiare 18 miliardi di metri cubi di gas all’anno, oltre il 60% di quello importato da Mosca, 23 miliardi di metri cubi entro cinque anni. Per capirci, l’aumento della produzione nazionale voluto dal governo e che fa felice Eni vale 1,8 miliardi di metri cubi tra due anni, giovedì l’Algeria ha annunciato un aumento dell’export verso l’Italia di 2 miliardi di metri cubi.

Una decisa sterzata sulle rinnovabili è la proposta che lo stesso Starace, rilanciato da tutto il mondo ambientalista, ha sponsorizzato sulle colonne del Corriere della Sera martedì, insieme a un’altra idea su cui l’ad di Enel punta molto: la graduale sostituzione nelle case delle caldaie a gas con pompe di calore elettriche (secondo i suoi calcoli altri 10 miliardi di metri cubi di gas risparmiati in un decennio). Un esempio da manuale di “elettrificazione”, il vero orizzonte su cui si muove Enel: non solo la fonte di energia, ma la modifica profonda dei consumi civili – dai trasporti al calore fino alle cucine – e dei processi produttivi. Il giochino, però, funziona solo se le rinnovabili diventano padrone del campo nell’arco di un decennio: questo comporta, oltre a una benedetta assai minore dipendenza dall’estero, una discesa strutturale del prezzo dell’energia (“il gas farebbe il prezzo marginale dell’elettricità solo per poche ore al giorno”, dice Starace, e quello medio scenderebbe in ogni caso) che è l’unico modo perché “l’elettrificazione” abbia una possibilità.

E qui veniamo al come. L’idroelettrico è già al suo limite, altre idee come sfruttare il moto delle onde non sono ancora pronte per la produzione industriale, la fusione nucleare resta un sogno per i prossimi decenni, la fissione ha tempi lunghissimi, costi enormi e rischi che tutti vedono. Restano eolico e solare, ma nell’idea di Enel soprattutto il secondo: “Per le pale eoliche, non vedo molti altri posti in Italia dove si possano mettere. L’Italia è più forte sul solare, perché si presta a taglie piccole, a essere cucito sul territorio in modo meno invasivo, con meno impatto. Sui tetti delle case, dei capannoni, delle serre. Ci sono milioni e milioni di ettari sui tetti” (sempre Starace al CorSera). Il rilievo è sensato, ma sconta anche il fatto che Enel produce pannelli solari: ha quella che oggi è una piccola fabbrica a Catania, su cui però nel 2021 è stato annunciato un investimento da 500 milioni per arrivare a produrre 3 GW annui di pannelli fotovoltaici dando lavoro a 800/1000 addetti (ed è il minimo visto che Sicilia e Sardegna sopporteranno probabilmente la maggioranza dei grandi progetti di rinnovabili). Un primo segnale dal governo è già arrivato: nell’ultimo decreto Energia l’installazione del fotovoltaico sui tetti è stata in sostanza liberalizzata.

Qualcosa si muove, dunque, e – simbolicamente – più di qualcosa si è già mosso il 23 febbraio. Il vero punto debole delle rinnovabili è la loro discontinuità: per questo sono diventate sempre più importanti le aste per il cosiddetto “capacity market”, cioè la disponibilità a fornire energia per funzioni di equilibrio della rete. Tradizionalmente questo compito è stato assolto da impianti termoelettrici a gas (secondo molti ambientalisti anche per via di criteri di aggiudicazione troppo orientati al fossile): ebbene il 23 febbraio Enel si è aggiudicata contratti per 12,9 GW (il 31% del totale) con consegna al 2024. Tra questi, 1,5 GW di “nuova capacità”, ha spiegato la società in una nota, “verrà soddisfatta per oltre due terzi da sistemi di accumulo a batterie e per la parte restante da impianti rinnovabili nonché dal potenziamento e dal rifacimento di alcuni impianti a gas già in servizio”. Di fatto, cioè, quasi tutta con batterie e rinnovabili, una cosa che sembrava impossibile fino a poco tempo fa: “L’innovazione ci consente ormai di pensare a un mercato dell’energia elettrica che faccia progressivamente a meno del gas”, ha esultato sui social l’ex dg di Legambiente e senatore Pd Francesco Ferrante, rilanciato da Starace.

È il vero passaggio di fase dell’elettrificazione a livello industriale: lo stato della California, ad esempio, ha annunciato che investirà solo in sistemi di accumulo e punta a chiudere le centrali a turbogas. Gli investimenti nelle batterie, per renderle più “capienti” e di lunga durata, vanno avanti in tutto il mondo, specie in tecnologie alternative rispetto a quelle a litio che dominano il mercato delle e-car, ma sono inadatte a garantire equilibrio alla rete elettrica per un tempo sufficiente: batterie agli ioni di sodio, soprattutto in Cina, la ricaricabile ferro-aria dell’americana Form, eccetera.

Questo è un problema per l’Italia: non solo al momento siamo molto indietro nei sistemi di accumulo anche rispetto agli obiettivi del Piano per il clima, ma – ancor peggio – non esiste una filiera nazionale delle batterie, il settore è dominato da cinesi, indiani e statunitensi. Starace non pare avvertire il problema: “La tecnologia c’è. Non appena noi e altre aziende elettriche ne avremo bisogno, la produzione si adeguerà”. Finiremmo, però, di nuovo in mano ad altri Paesi (la Cina?) che per di più sarebbero i beneficiari finali di un bel pezzo degli investimenti dedicati alla transizione. Non guidare il processo industriale non è – va ribadito – una questione di poco conto per il ruolo che Enel punta ad acquisire: i bottegai fanno i soldi, a volte anche molti, difficilmente la storia.

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Cosa direbbe Lev Tolstoj sulla guerra in Ucraina

La politica sarà pure una partita a scacchi, e chi scrive questa lettera non sa giocare neanche a dama. Ma consentitemi, in questi giorni di agonia a causa della questione ucraina, di poter ricordare una massima dell’immenso Lev Tolstoj, il quale scriveva non per vendere e arricchirsi come fanno molti scribacchini odierni, ma perché gli stavano a cuore le sorti dell’umanità: “Non esiste una buona guerra, né una cattiva pace”.

Mauro Maiali

 

Che vadano a litigare sullo stretto di Bering

La Russia e gli Stati Uniti sono separati dallo stretto di Bering, largo 95 chilometri e nel quale vi sono due isole. La prima, Piccola Diomede, è americana; l’altra, Grande Diomede, è russa, e distano una dall’altra solo 4 chilometri. Quindi che bisogno hanno di litigare in Europa, quando dai rispettivi balconi sullo stretto di Bering si possono prendere direttamente a sassate? Perché nessun europeo ha il coraggio di agire, affinché i due contendenti vadano a litigare da un’altra parte?

Sebastiano Oriti

 

Un grande esempio di nome Massimo Fini

Propongo di ripubblicare, almeno una volta alla settimana, l’articolo di Massimo Fini “La morale fasulla dell’Occidente”. Lo dico seriamente. Raramente capita di leggere qualcosa di altrettanto vero, corretto e obiettivo. Un vero esempio per una marea di pennivendoli senza dignità.

Venanzio Antonio Galdieri

 

Come immaginiamo la scuola del futuro?

Un’esplorazione del sistema scolastico appare necessaria. Nella sua dinamica decisionale sono riconoscibili tre momenti, gerarchicamente strutturati. Il primo ha natura politica: consiste nella puntuale descrizione dei traguardi formativi che, alla fine del percorso, gli studenti devono aver raggiunto. Il secondo riguarda la scienza e la tecnica: in un primo momento sono da formulare ipotesi di itinerari che conducono i giovani alla conquista dei traguardi formativi. Occorre poi realizzare strategie, sperimentarle e capitalizzare gli eventuali errori e, infine, adattare le strategie alla specificità delle classi. Il singolo docente, nel terzo momento, è il protagonista: deve progettare occasioni d’apprendimento per proporre una corretta immagine della disciplina insegnata e sollecitare le qualità intellettive e operative specificate dagli organismi a lui sovraordinati. Questo il campo in cui gli studenti possono manifestare la loro volontà: nella scuola secondaria superiore, infatti, partecipano all’elaborazione e all’adozione degli indirizzi politici, deliberando il piano programmatico triennale. Possono inoltre determinare i “criteri generali per la programmazione educativa” e disegnare un sistema informativo trasparente. Sorge dunque naturale il quesito: come mai tanta nebulosità aleggia sul mondo delle scuole?

Enrico Maranzana

 

Abbiamo già dimenticato le riforme del M5S?

Non riesco a capire perché partiti che votano per non processare Renzi, o per ridare il vitalizio a un mucchio di parassiti senza dignità, prendano più voti del M5S, l’unico ad aver fatto riforme per il popolo. Vedi reddito di cittadinanza, o la proposta per il salario minimo o il dimezzamento dei parlamentari, oppure la riforma della giustizia. Siamo un popolo di smemorati.

Claudio Marchetti

 

Il vero spread fra Italia e Germania è sul lavoro

In un recente articolo ho letto le dichiarazioni del cancelliere tedesco Olaf Scholz sulla decisione di aumentare a 12 euro il salario minimo, come promesso in campagna elettorale: “Molti cittadini del nostro Paese lavorano molto ma guadagnano poco, questo deve cambiare”. In poche parole: chi lavora non deve essere povero! In futuro, inoltre, in Germania la soglia potrà essere rivista al rialzo da un’apposita commissione, formata da rappresentanti delle imprese e dei sindacati. Vi confido che sono rimasto scioccato: per i politici tedeschi mantenere le promesse elettorali, e garantire la dignità della vita a qualunque cittadino è “una questione di rispetto”. Onore anche ai sindacati tedeschi, capaci di cambiare idea nonostante la convinta opposizione iniziale al salario minimo, al contrario delle controparti italiane, ridotte a tappeto rosso (molto sbiadito) di partiti e Confindustria. Mi ha rincuorato Giuseppe Conte, che ha detto che la legge sul salario minimo (il Ddl Catalfo) è già pronta. Ma, vista la riluttanza degli altri partiti e il silenzio di Mattarella, chissà se diventerà mai legge.

Stefano Bevilacqua

Rinnovabili. Il limite dei pannelli solari tra la politica e la burocrazia

 

Vi scrivo per chiedervi se potete spiegare come mai in Italia non usiamo (o usiamo poco) i pannelli solari per ottenere l’energia che ci occorre. Forse per non pestare i piedi a qualcuno? Può darsi che noi comuni cittadini leggiamo questa situazione in maniera troppo semplicistica, ma forse ciò accade perché non dobbiamo arrovellarci su come guadagnare di più, come certi politici e certe aziende alle quali la scelta dei pannelli solari non conviene.

Giulia Motta

 

Gentile Motta, circa il 30% dell’energia prodotta oggi nel mondo proviene da sole, vento, acqua e da altre fonti sostenibili. Ma secondo l’Agenzia internazionale dell’energia entro il 2050, praticamente dopodomani, quasi il 90% dell’elettricità dovrà essere generato da fonti verdi. Ma mai come oggi, per fronteggiare la crisi energetica sulla quale pesa la guerra Ucraina-Russia, è chiaro che l’impiego in Italia delle energie rinnovabili non si è affermata nonostante ci siano tutte le condizioni, geografiche e tecnologiche. Soprattutto non si sono mantenute le promesse sul taglio delle emissioni, puntando sui pannelli solari. Di fatto anche il premier ha detto che aver ritardato la transizione energetica e il ricorso alle rinnovabili, così come l’aver rallentato la produzione nazionale di gas anche per calcoli di mercato, ci ha reso vulnerabili. Eppure il solare potrebbe essere una risorsa in questa situazione che migliorerebbe, tra l’altro, anche l’efficienza energetica per famiglie e imprese. Ma anche se i pannelli solari sono tra le soluzioni più promettenti di energia rinnovabile, tuttavia, servono tanti incentivi (come per il Superbonus) e un enorme sforbiciata agli ostacoli che limitano lo sviluppo delle rinnovabili in Italia, soprattutto in termini di autorizzazioni, lentezza della macchina burocratica, disinformazione su questo tipo di energie e sul loro impatto. Ora una spinta agli impianti fotovoltaici domestici dovrebbe arrivare con il decreto Bollette che equipara l’installazione di un impianto solare alla “manutenzione ordinaria”. Basterà, insomma, scaricare un modulo e spedirlo al gestore a inizio e fine lavori. Magari sfruttando i tetti degli edifici esistenti o gli ampi piazzali, come propongono le associazioni, si eviterà anche di sottrarre ettari alle attività agricole.

Patrizia De Rubertis

Problemi di aereo. Ho paura, non mi fido del pilota: magari è nervoso o ha l’emorroidi

Sono in attesa del mio volo per Bali all’aeroporto di Fiumicino. Ho l’ansia, odio volare. La mia è una fobia che dipende da tanti fattori, soprattutto dal fatto che salendo su un aereo io mi affido totalmente ad altri, in una condizione di passività e impossibilità a fare qualsiasi cosa. I sintomi della mia aerofobia ? Ansia, difficoltà respiratorie, sudorazione, nausea e palpitazioni. Come era meglio quando le coincidenze si prendevano in treno. A Terontola. Roma Terontola. Si cambiava e si andava verso Cortona, perché lì il treno non ci arrivava. Credo che il volo sia innaturale, non mi fido di chi guida l’aereo, magari ha avuto un problema la sera prima, ha litigato con la fidanzata, ha bevuto, è stanco, ha l’orticaria o le emorroidi. Un pilota con le emorroidi voi capite che non sta fermo un momento! Non si rilassa mai. E io sono lì, in attesa di un pilota con emorroidi per andare a Bali? Quando mi dicono che l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro, mi vengono i nervi. Il prossimo volo è fra un’ora, ma non sono sicura di prenderlo. Poi ce n’è uno di notte, sospeso per aria con sotto una voragine di buio. Ma perché devo volare? Eppure, per andare a Bali devo prenderlo il pezzo di ferro sospeso per aria! In treno ci metterei 8 mesi, sempre cambiando a Terontola naturalmente. Vedo spuntare un gruppo di giapponesi, con le bandierine, tutti uguali. Giapponesi oppure cinesi, boh, non lo so, io li confondo sempre, hanno gli occhi tutti uguali, è inutile dire di no! Cina e Giappone la patria della canzone diceva una vecchia filastrocca. Eccoli là, con le bandierine tutti contenti. Vengono da Tokio, 20 ore di volo e ne prendono un altro per andare a Ibiza? Guarda come sono contenti, tranquilli, hanno fiducia, anche nel pilota con le emorroidi. Mi pare che cantino anche una canzone giapponese. “Scusi cosa cantano?” – “Volare oh oh, cantare oh oh oh oh”.

Accuse e processi. Per una anti-celebrazione di Pasolini, il “Gengis Khan” della letteratura

Pasolini ha sempre occupato nello spazio pubblico italiano (e nello spazio privato dei suoi lettori, come solo un poeta può fare) dimensioni grandi abbastanza per scuotere il suo tempo, il suo Paese e quella parte del mondo in qualche modo legata alla cultura italiana. In questo centenario della nascita che adesso si celebra, denso di giornalismo, letteratura, cinema, il ricordo di incontri e articoli, credo che debba essere notato Il libro bianco di Pasolini, di Francesco Aliberti, Alessandro Di Nuzzo, Enzo Lavagnini, editore Aliberti. Il lettore noterà che c’è anche il mio nome come autore (sia pure di poche pagine , in forma di intervista) e che dunque sto recensendo me stesso.

Ma il Libro Bianco di Pasolini non si lascia catturare da alcune riflessioni e alcuni ricordi che si riferiscono a un tempo di frequentazione, amicizia, apprendimento. L’idea che fa di questo libro un documento che non può mancare nei giorni di questo centenario e nel futuro di che cercherà le carte su e di Pasolini che contano, per conoscere davvero la sua storia, è di raccogliere i capi di imputazione dei processi contro Pasolini, di accostarli alle accuse dei processi, ai testi delle requisitorie, e poi sia alle difese di Pasolini dentro i processi, sia alle sue riflessioni e risposte durante i processi e dopo le sentenze, oltre agli articoli di Pasolini su grandi giornali (il Corriere della Sera) che in brevi e indimenticabili periodi della nostra storia, lo hanno pubblicato in prima pagina. In questo senso il Libro Bianco di Pasolini è l’ archivio indispensabile per essere sicuri che figura e scritti di Pasolini restino fuori dalla celebrazione indiscriminata del bravo che l’ha fatta, ed entrino nel percorso raro e difficile del personaggio che usa questo privilegio non per cercare rifugio ma per portare scontro con la sua testimonianza.

Quando queste carte sono state scritte e questi discorsi pronunciati (alcuni con la persuasione che Pier Paolo Pasolini fosse un Gengis Kahn della letteratura da cui era bene liberare il Paese) eravamo ancora lontani dal delitto . Ma qualcuno ha creduto di trovare conferma del pericolo Pasolini nel film non tollerabile Le 120 giornate di Sodoma e qualcun altro ha saputo o intuito che in qualche punto della vita di Pasolini ci sarebbe stato Petrolio. Dunque il libro Alibrandi, che raccoglie la sequenza di incriminazioni, accuse, processi e sentenze contro Pasolini, consente di vedere a rovescio la vita e le opere del poeta. Tutto è svelato, in quei processi, fino alla fine, tanti anni prima.

 

il Libro Bianco di Pasolini Aliberti, Di Nuzzo, Lavagnini Pagine: 379 – Prezzo: 19,90 – Editore: Aliberti