“Era l’amante della moglie del ministro. I fischi a Paoli e le quattro dita spezzate…”

La telecamera come terzo occhio del telespettatore è alla Funari.

Il dito puntato verso il macchinista e “damme la due, ora damme la tre”, sempre sottintesa la telecamera, è alla Funari.

La pizza con la mortadella tajata fina fina è alla Funari.

L’assenza di filtri, anche quando si è sulla tazza del gabinetto, è alla Funari.

La sigaretta stretta e lunga, mai celata anche dopo la legge Sirchia, è alla Funari.

Le urla, le invettive, le provocazioni, il j’accuse, l’emarginazione televisiva, il ritorno, le delusioni, il rapporto diretto, fraterno, confidenziale con il pubblico sono sempre alla Funari.

E il 21 marzo, il creatore e proprietario dell’aggettivo “alla Funari”, avrebbe compiuto novant’anni.

Morena Zapparoli è sua moglie, dieci anni sempre insieme, tutti i giorni: “Per me è stato pure un grande maestro a livello professionale. Mi ha insegnato tutto”. Quando parla del marito ha sempre un tono di ammirazione, di complicità, di partecipazione emotiva e professionale. Il rimpianto lo ha archiviato con la consapevolezza.

I suoi ritmi di lavoro.

Incredibili, totalizzanti: se era concentrato su un progetto non esisteva altro.

Cosa lo metteva in difficoltà?

Negli ultimi anni forse la nostalgia per palcoscenici più importanti: quando guardava alcuni programmi, magari gli stessi che un tempo sarebbero toccati a lui, un tassello di nostalgia lo avvolgeva.

E…

Se Costanzo, Bonolis o Chiambretti lo ospitavano nelle loro trasmissioni, il giorno dopo i dati dell’Auditel segnavano picchi importanti durante il suo intervento; li confrontava e ogni volta me li mostrava, come a dire “Lo vedi? Il pubblico è con me, mi ama, ma non ho lo spazio”.

Si sentiva perseguitato?

Piuttosto esiliato dalla politica, tutta, sia di destra che di sinistra, “perché li ho massacrati”, ripeteva.

È mai stato seguito, pedinato o minacciato?

(Ci pensa) Negli anni con me no, però è successo qualcosa di strano e pericoloso, a suo dire, quando si è candidato a sindaco di Milano.

Cioè?

Un giorno trovò sulla scrivania di casa un mazzetto di lettere private tra lui e la sua amante; (pausa) insomma, missive amorose, quasi tutte scritte da lei, accompagnate da un biglietto inequivocabile: “Ti troviamo ovunque”. (Sorride) Il problema è che la signora in questione era la moglie di un ministro.

Dolore.

Come minaccia gli inviarono anche una mazza da baseball e altri messaggi non rassicuranti. (Sorride) Dopo la morte di Gianfranco mi ha contattato il direttore di un giornale di gossip, aveva letto questa storia nella sua biografia e ha provato a scoprire il nome dell’amante di mio marito. E con offerte importanti.

E lei?

Non lo so, non me l’ha mai rivelato; comunque a causa di questi episodi rinunciò alla candidatura.

Le donne sono un capitolo importante della vita di Funari.

Prima di me ne ha combinate tante; con me era complicato: stavamo perennemente insieme.

Però prima…

A causa di una storia d’amore ha sempre avuto il dubbio di aver ucciso un ragazzo.

Metafora?

No, realtà: si era innamorato di una ragazza, e lei stava con un tale soprannominato Provolone, tipo losco, grosso e violento, con già sei o sette condanne per rissa, rapina e altre amenità; insomma, tal Provolone un giorno scopre la tresca tra Gianfranco e la sua fidanzata e inizia a cercarlo, fino a quando lo trova di notte sul viale del Pincio, a Roma. Gianfranco lo vede arrivare, gli dà le spalle, e quando il pericolo è a un passo si gira e lo colpisce con un cric tra testa e collo. Di Provolone non ha più saputo nulla: sostiene che sui giornali del giorno dopo non ha trovato alcuna notizia di omicidio.

Funari alla fine la sfangava sempre.

Beh, vicino allo stomaco aveva come un secondo ombelico: era il foro di una pallottola.

Pure…

Una ragazza svizzera, per gelosia, gli ha sparato più volte e lo ha colpito; per non rovinarle del tutto l’esistenza, Gianfranco dichiarò alla polizia che lei normalmente usciva con una calibro sedici nella borsetta, così venne condannata per tentato omicidio colposo e non preterintenzionale. Quattro anni di galera invece di sedici.

Il Funari privato quanto differiva da quello pubblico?

In nessun modo, era uguale pure dentro casa: ho alcuni filmati privati strepitosi di lui in cucina mentre prepara l’Amatriciana e ha lo stesso atteggiamento di quando, in trasmissione, magari s’incavola con la Santanchè; (sorride) in una puntata sempre la Santanchè se n’è proprio andata dallo studio.

Come mai?

L’argomento era la legge 40 sulla procreazione assistita, io la incalzavo e probabilmente non era così ferrata, tanto da preferire l’addio agli studi piuttosto di trovare qualche risposta.

Che ne pensava dell’imitazione dedicatagli da Corrado Guzzanti?

Gli piaceva, ne era orgoglioso, anche se aveva evidenziato quasi solo i lati più grotteschi; (sorride) alcuni erano reali, come la mortadella tagliata fina fina: far assaggiare la mortadella al politico ospite della trasmissione si era tramutato in un rito osannato dal pubblico ed esaltato dallo sponsor.

A casa la mangiava?

(Sorride) A Roma, a Trastevere, c’era un locale che serviva la pizza-Funari: bianca con la mortadella.

Che uomo era con lei?

Attento, gentile, premuroso; poco dopo la nostra conoscenza, un giorno mi disse: “Chissà chi ci sarà con me quando lascerò questa terra”; “Te lo dico già: io”. Non ci siamo più lasciati.

Lo rimproverava per le sue abitudini?

Complicato, era come limitare le sue libertà; per mangiare si alzava anche alle tre del mattino, fumava due o più pacchetti di sigarette e beveva una quantità assurda di Coca Cola. Se lo rimproveravo si incavolava, poi il giorno dopo si scusava, ma non cambiava.

Donne a parte, le raccontava del suo passato?

Per forza, anche perché era come sfogliare un bellissimo romanzo di avventura.

Le sue “pagine” preferite?

Gli anni da croupier in giro per il mondo, in particolare nel Sud-est asiatico: lì divenne uno degli uomini di fiducia di tal Mister Blanche, un gestore di casinò, un gangster, secondo lui intelligentissimo, che gli ha insegnato tutte le tecniche del mestiere; (cambia tono) una sera, come forma di ritorsione contro Gianfranco, i sicari gli hanno spezzato quattro dita della mano e Mister Blanche lo ha successivamente vendicato.

Come?

Dando fuoco al grattacielo dei mandanti.

E di lui cabarettista?

Raccontava del suo debutto al Derby una sera del 1969, subito dopo l’esibizione problematica di Gino Paoli.

Cosa accadde a Paoli?

Mentre suonava, uno spettatore molesto, con cadenza romana, chiese più volte, a voce alta, un bicchiere di whisky, fino a quando Paoli si stranì e ne nacque una discussione quasi in rissa; poi salì sul palco Gianfranco, tutto bene, ma al momento del bis proprio lui cadde nell’errore di chiedere, gigioneggiando, “ma proprio lo volete?”. “Sì”. “Siete sicuri?”. E il tizio romano: “Perché non te ne vai a cagare?”.


E lì?

Uscì dall’angolo con una replica alla Alberto Sordi in Un americano a Roma: “Non posso”. “Perché sei stitico?”. “No, ho paura d’incontra’ ’no stronzo come te”. Per le risate venne giù il Derby.

Di quel tempo con chi aveva mantenuto i rapporti?

Quasi con nessuno, giusto Gaspare e Zuzzurro, ma loro sono arrivati dopo; secondo Rino Formica (Gaspare) Gianfranco gli ha insegnato le giuste pause per ottenere la risata.

Le pause lunghe erano un classico alla Funari…

E arrivavano proprio dall’esperienza del cabaret.

I suoi amici?

Pochi; (pausa) al suo funerale si è presentata tanta gente comune, pochi dello spettacolo o del giornalismo, giusto Piero Chiambretti; poi ricordo Marco Ferrando (ex parlamentare del Prc), il giudice Gian Carlo Caselli e Antonio Di Pietro.

E amici del passato?

Amava ricordare Franco Califano, legati da quando erano ragazzini: lo definiva un acchiappone, uno vero, un poeta, e spesso canticchiava la sua Io non piango; (sorride) avevano avuto una fidanzata in comune e questo metteva in imbarazzo proprio Califano.

Cosa amava ripetere?

Di aver pagato sempre le tasse e non mancava di segnalarlo pure ai suoi genitori.

Come mai?

Gli era legatissimo, ma in particolare con la madre aveva passato anni difficili, anche di incomprensioni.

Comunque Funari ostentava.

Era parte di lui, una forma di rivincita rispetto alla povertà subita da ragazzo e rimarcare “io pago le tasse” era come dire: “Sono qui, ho una Bentley, vesto firmato, ho l’orologio d’oro, eppure non ho barato”.

Nella sua biografia spesso parla di un programma ispirato alla Divina Commedia: in quale girone si sarebbe visto?

Avevamo pensato a una trasmissione nella quale usciva dalla bara, si trovava in un campo di girasoli e arrivavo io vestita da vedova; quel campo di girasoli rappresentava il Purgatorio. Lui era perfetto lì.

Si considerava un peccatore?

Certo! Ma la maggior parte dei suoi errori arrivava dall’impulsività.

Iroso.

S’incavolava spesso, ma non portava rancore.

Vanitoso.

Tantissimo. Il suo guardaroba era uno spettacolo e si piccava di aver inventato, con Armani, la maglietta girocollo sotto la giacca e che Berlusconi in questo lo aveva copiato.

Racconta Enrico Lucci: “Gianfranco si raccomandava: ‘Lavate tutti i giorni la capoccia’”.

(Ride) È vero, per lui significava rinfrescarsi le idee.

Lucci veniva spesso a casa vostra.

Una volta al citofono si è presentato come il figlio di Gianfranco. Vidi la governante correre da noi allarmata: “Alla porta c’è un ragazzo che sostiene di essere suo figlio!”.

Rimpianto.

Di non aver frequentato abbastanza la figlia; per motivi di lavoro era stato un genitore assente, era l’epoca di lui croupier, e non ha mai trovato la forza di recuperare. Peccato.

Delusioni.

Sicuramente Apocalypse show, il programma firmato da Diego Cugia per Rai1: sapeva perfettamente che non era per lui, e ha pensato fino all’ultimo di rinunciare, ma fu più forte la tentazione di tornare protagonista sulla rete principale.

Passione.

Se la Roma vinceva la domenica era convinto che la settimana sarebbe andata bene.

Chi era lui?

Una persona libera e sincera. E questi atteggiamenti li ha pagati.

(Cantava Franco Califano negli anni 70: “Io piango quanno casco nello sguardo de’ ’n cane vagabondo perché ce somijamo in modo assurdo. Semo due soli al monno. Me perdo in quell’occhi senza nome che cercano padrone”).

@A_Ferrucci

1950-1960, Lenny Bruce dai talk alla Carnegie Hall

A volte vorrei che mia moglie morisse. Ma le ci vorrebbero due ore per essere pronta.
(Lenny Bruce)

 

LA STAND-UP COMEDY

Per capire meglio cosa sia uno stand-up comedian stiamo ripercorrendo l’arte e la vita di Lenny Bruce, che innovò l’arte del monologo satirico a metà del secolo scorso. Diceva: “La realtà è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere”. Nello scarto fra le due cose si situa la risata satirica. La sua grande lezione, anti-moralistica, è che la satira non è migliore dei suoi bersagli: “Sono corrotto come il cardinal Spellman, ma è lui che vuole fare il cardinale”.

Steve Allen Show. Talk show con ospiti, gag e numeri musicali, negli anni 50 era il varietà tv più famoso d’America. Il suo format ebbe così successo che, imitato da tutti, è diventato un genere. Il conduttore e inventore, Steve Allen, era un umorista raffinato, un pianista jazz, e un generoso scopritore di talenti. Quando i probiviri della Nbc si oppongono alla sua idea di portare Lenny in tv, Allen minaccia di abbandonare lo show. Astuta la sua presentazione: “Riceviamo molte lettere dai nostri telespettatori sulle loro preferenze in merito ai nostri sketch. Ma, che lo si voglia o no, non c’è battuta o sketch, specie di tipo satirico, che non offenda qualcuno. Ecco come abbiamo deciso di risolvere il problema: una volta al mese inviteremo un comico che offenderà tutti quanti (risate). E così, signore e signori, ecco a voi il comico più controverso dei nostri tempi, un giovane diretto a razzo verso la fama: Lenny Bruce!”. Benché vincolato dall’obbligo di eseguire solo il materiale approvato, Lenny improvvisa la sua prima battuta. Il fatto del giorno è il matrimonio fra Elizabeth Taylor e Mike Todd, un produttore cinematografico di origine ebraica. Lenny si guarda attorno con un sorriso birichino, quindi, rivolto ad Allen, dice: “Elizabeth Taylor farà il bar-mitzvah?”. Il pubblico ride, e ride anche Lenny, puntando il dito verso Allen come a dire: “Te l’ho fatta!”. Torna sul monologo concordato: “No, ho promesso di comportarmi bene. Ho questa reputazione di essere controverso e irriverente. E poi c’è questa trappola semantica del cattivo gusto. Sono sempre accusato di cattivo gusto dal tipo di persone che mangia in ristoranti che escludono clienti di colore, quel genere di cose. Penso che vi possa interessare sapere come sono diventato offensivo. È cominciato a scuola. Bevevo. Ero un bambino molto depresso. Fumavo (si scopre l’avambraccio fino al gomito, mostra un tatuaggio) Vedete questo? Fumavo Marlboro a sei anni, ed è cresciuto fin qui”. (All’epoca, l’uomo della pubblicità Marlboro aveva un tatuaggio sul dorso della mano. Lenny, in vista di questa partecipazione tv, fece un accordo di plug in con un agente pubblicitario, ricevendo un compenso di 100 dollari per la citazione di quella marca di sigarette, cfr. Goldman, 1974.). “Offendere. Questa è una cosa curiosa. Ci sono parole che offendono me. ‘Governatore Faubus.’ ‘Segregazione’. ‘Televisione notturna’. (Si volta verso Allen). Certa televisione notturna (risate). Gli spettacoli che strumentalizzano l’omosessualità, la droga e la prostituzione con la scusa di aiutare a risolvere i problemi della società”. Segue lo sketch del bambino che scopre quanto sia euforizzante sniffare colla per aeroplani: “Buongiorno, signor Schneider. Mi dia due matite, un quaderno, una gomma da cancellare, e duecento tubetti di colla per aeroplani”. Quindi il pezzo sull’immigrato spagnolo: “Solo qui in America ho veri amici. Sono spagnolo, ma ho amici di colore, ebrei, giapponesi, francesi. Amici di questo Paese: dobbiamo stare tutti uniti! E menare i greci!”. In chiusura, Lenny canta All Alone, accompagnato al piano da Allen. LENNY: “Con mia moglie litigavamo sempre, alla fine mi sono fatto fatto forza e me ne sono sbarazzato. Non potevo crederci, ma ci sono riuscito”. STEVE: “Come hai fatto?”. LENNY: “Mi ha lasciato”.(bit.ly/3BPUGXr)

Playboy’s Penthouse. Titolo dello show televisivo prodotto e presentato da Hugh Hefner nel 1959. Gli ospiti della prima puntata sono Lenny Bruce, Nat King Cole, Rona Jaffe, Hy Averback, e A.C. Spectorsky (bit.ly/3Il9ik3). HEFNER: “Come ti sembra questo show?”. LENNY: “Interessante. È un party finto, per la tv. Ma ha il sapore di un vero party. Con le dovute limitazioni, certo, ma mi piace. Qui si bevono alcolici. Non ho mai visto farlo in altri show. Questa onestà mi piace. Le ragazze sono simpatiche. Quando ho saputo che Playboy sarebbe approdato in tv con uno show ho pensato all’eventuale sponsor. L’identificazione con lo sponsor. La rivista è piena di pubblicità di auto sportive, eccetera. Significa che pensate che il lettore di Playboy possa permettersi queste cose. Avete coraggio: non vi interessa chi non ha soldi”. (risate) HEFNER: “Ti consideri uno ‘sick comic’?” LENNY: “No. Facciamo un po’ di semantica. Non esiste qualcosa come la ‘sick comedy’. Prima c’era la ‘slapstick comedy’, e anche quella era ‘sick comedy’, non c’è nulla di nuovo. Poi Time ha fatto un pezzo raggruppando quattro o cinque nuovi comici definendoli ‘sick comics’. Mort Sahl: brillante, satira politica, niente battute ‘sick’. Shelley Berman: molto scadente, scordatevelo. Jonathan Winters: formidabile. Sì, un po’ ‘sick’ lo è. Lou Costello. Una sua battuta: ‘Mia moglie è morta ieri notte’. Questa è un’area dell’umorismo in cui non entrerei mai. La comicità è tragedia più tempo. E qui il tempo trascorso è troppo poco. Questo è un po’ ‘sick’. ‘E sul letto di morte mi ha detto: – Se vai con un’altra, esco dalla tomba scavando e ti rovino – ’. Che è una situazione molto macabra. La battuta finale: ‘L’ho sepolta a faccia in giù. Che scavi pure’. Questo è ‘sick’”. HEFNER: “Parte del tuo umorismo si occupa di temi politici come quello di Mort Sahl, ma una parte riguarda temi relativi alla società malata…”. LENNY: “Sì. Io non penso mai alla società come a qualcosa di esterno da me, loro di là, e io di qua. Io sono la società. Mi interessano certi aspetti relativi all’ipocrisia dei comportamenti”.

Carnegie Hall. Nonostante New York sia paralizzata da una bufera di neve, Lenny fa il tutto esaurito col suo recital alla Carnegie Hall. È il 1960. I critici paragonano il suo stile brillante e la sua forma libera ai virtuosismi jazz di Charlie Parker. LENNY: “Mi piacerebbe uccidermi in tv. Sarebbe una vera novità. Naturalmente il produttore sarebbe nervoso. ‘Non è che dirai qualcosa di sporco, eh?’. ‘No, è un numero pulito. Prendo quattro pillole e muoio’”.

(96. Continua)

“La lezione di Pasolini è ancora molto utile”

“Pier Paolo Pasolini ha impresso un segno importante nella cultura italiana e la sua lezione continua a parlarci con il linguaggio affilato dei suoi scritti e delle sue immagini, con l’assoluta originalità delle sue visioni, con quell’attenzione alle marginalità – cifra distintiva della sua opera – che in lui esprimeva un desiderio di pienezza umana”. Così in un messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita. “Ricordarlo – sostiene Mattarella –, ci pone di fronte a un patrimonio di intuizioni e valori che ancora possono aiutarci nel confronto con la modernità, suo rovello, oltre che bersaglio del suo pensiero critico”.

Torino, caos sulla nomina del capo gabinetto Esposto. M5S all’Anac: “Non aveva requisiti”

Cè una prima grana per Stefano Lo Russo, neo sindaco dem di Torino. Il capogruppo M5S Andrea Russi ha presentato un’interpellanza al consiglio comunale e un esposto all’Anac contro la nomina – che ritiene irregolare – a capo di gabinetto di Valentina Campana, già coordinatrice della campagna elettorale. Secondo Russi il bando del Comune richiedeva che i candidati avessero “svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati o aziende pubbliche o private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali”. Tuttavia, nota Russi, “alla data di presentazione della domanda di partecipazione al bando, Campana non aveva ancora maturato 5 anni di esperienza nel ruolo di direttrice”, né aveva dimostrato la “provenienza dai settori della ricerca, della docenza universitaria, delle magistrature e dei ruoli degli avvocati e procuratori dello Stato”. Resta la possibilità che Campana sia stata scelta per una “particolare specializzazione professionale, culturale e/o scientifica desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria, da pubblicazioni scientifiche e da concrete e qualificate esperienze di lavoro”, ma per il capogruppo M5S altri candidati avevano, su questo punto, requisiti migliori. Il sindaco Lo Russo avrebbe potuto nominarla come collaboratrice dello staff, ma ha preferito la via della gara pubblica. Dallo staff del sindaco spiegano che le procedure sono state rispettate e risponderanno in Consiglio comunale.

Campana ha anche un’altra grana da risolvere: il 22 marzo inizia il processo per turbativa d’asta che riguarda la sua nomina, nel 2019, a direttrice dell’Urban Lab, associazione che si occupa di politiche urbanistiche, con un bando che la Procura ritiene essere stato fatto su misura per lei. A processo con la Campana (che ha scelto il rito abbreviato), ci sono altri tre imputati: l’ex vicesindaco Guido Montanari, la docente del Politecnico Elena Dellapiana e il consigliere della Compagnia di San Paolo Marco Demarie. Per il pm Gianfranco Colace, quella dell’Urban Lab è stata una nomina irregolare in quanto, siccome alla scadenza stabilita dal bando per la selezione nessuno dei candidati era idoneo, il direttivo ha scelto Campana, già direttrice fino al 2018, senza aver presentato la domanda. Per il pm, il bando sarebbe stato quindi confezionato “prevedendo requisiti tali da restringere la platea dei concorrenti” e favorendo la conferma della direttrice uscente.

Addio Martino, tessera numero 2 di Forza Italia

Antonio Martino, economista ed ex ministro di Esteri e Difesa nei governi Berlusconi, è morto all’età di 79 anni. Martino è stato tra i fondatori di Forza Italia e tessera numero 2 del partito. È stato deputato ininterrottamente per 24 anni, dal 1994 al 2018. Nato a Messina nel 1942, ha insegnato Storia e politica monetaria alla Sapienza di Roma ed economia politica alla Luiss di Roma fino al 1994, quando entra in Parlamento per diventare ministro degli Esteri nel primo governo Berlusconi. Ancora ministro, questa volta della Difesa, nel secondo e terzo governo Berlusconi nel quinquennio 2001-2006. Tra le curiosità, forse la più nota è quella che riguarda le perquisizioni nella villa di Licio Gelli. In quell’occasione fu trovata documentazione di una domanda di iscrizione alla loggia firmata da Antonio Martino il 6 luglio del 1980. L’interessato spiegò che era stato un amico a fargliela firmare e che aveva subito cambiato idea, non entrando mai nell’associazione segreta, come risulta dalle liste degli appartenenti alla P2.

“Siamo in mano ai mangiapreti”: in Rai monta il malumore dei programmi religiosi

Il malcontento serpeggia da settimane e le lamentele sarebbero arrivate fin in Vaticano. Con lo sfogo di qualche personaggio che fa da catena di raccordo tra Viale Mazzini e la Santa Sede. Da quando sono state create le direzioni di genere e nominati i rispettivi direttori, a metà dicembre scorso, i programmi religiosi della Rai, come molti altri tra cui Fabio Fazio, sono finiti sotto la direzione Cultura e Educational guidata da Silvia Calandrelli. Che poi ha nominato 7 vicedirettori: Rosanna Pastore, Giuseppe Giannotti, Cecilia Valmarana, Lorenzo Ottolenghi, Piero Corsini, Gianluca Picciotti e Bianca De Rose. I malumori all’interno dei programmi che si occupano di tematiche religiose sono di due ordini. In primo luogo, tutti pensavano di finire sotto gli Approfondimenti di Mario Orfeo o il Day time di Antonio Di Bella dato che prima erano catalogati come “informazione e approfondimenti”. Ma a far tremare i polsi di alcuni è soprattutto il fatto che il vertice di Rai Cultura, a partire da Calandrelli, ma pure Pastore (che ha la delega a divulgazione e attività culturale) e Ottolenghi (educational), ha una formazione laica e di sinistra. Ottimi dirigenti, ma magari non proprio sensibili alle tematiche religiose. Con alcuni di loro che si sono fatti le ossa a Rai3 e Radio3. “Qui siamo finiti nelle mani di un gruppo di mangiapreti…”, sono le voci che rimbalzano da quelle redazioni. I programmi in questione sono A sua immagine (condotto da Lorena Bianchetti, Rai1), Protestantesimo (chiese evangeliche, Rai2), Sorgente di vita (comunità ebraiche, Rai2), Sulla via di Damasco (condotto da Eva Crosetta, Rai2) e Cristianità (condotto da suor Myriam Castelli, Rai2). Tutti molto seguiti. Poi ci sono le dirette degli eventi religiosi, come la Santa Messa della domenica o la Via Crucis, trasmessi con le immagini che il Centro televisivo vaticano (Ctv) vende alla Rai. La messa viaggia sui due milioni di telespettatori, circa il 20% di share. Un botto. Numeri garanzia di successo e in Rai si era scatenata la corsa a metterci le mani sopra. C’è riuscita Calandrelli, con il via libera di Carlo Fuortes. E gli altri rosicano. Alle viste, inoltre, c’è un miliardo e 700 milioni in arrivo per il Giubileo 2025, che dovrà essere parecchio seguito mediaticamente. E sullo sfondo c’è pure Rai Vaticano (diretta da Massimo Milone) che, oltre a fare da raccordo tra Viale Mazzini e il Ctv, non si capisce bene che cosa faccia.

MailBox

 

Grazie alla Spinelli per la lucida analisi

Gentile Direttore, un altro articolo di Barbara Spinelli sul Fatto e io raddoppio l’abbonamento al vostro quotidiano. Grazie di esistere, anzi di scrivere.

Francesco Colecchia

Ne avrà ben più di un altro. Quindi mi aspetto un centinaio di abbonamenti!

M. TRAV.

 

Resistiamo insieme contro il conformismo

Resistere all’idiozia. Resistere all’ignoranza. Resistere al conformismo. Resistere, aggiungo, all’invidia di quei “giornalisti” che non fanno il loro mestiere. Carissimi giornalisti del Fatto, a voi tutta la mia solidarietà e un invito a continuare a essere così come siete.

Silvana Foddai

 

La grande ipocrisia dei partiti italiani

Ho apprezzato la critica al Governo per aver posto il segreto all’invio delle armi all’Ucraina. Vorrei far presente che, da sempre, il Parlamento opera attraverso leggi delega al Governo con l’obiettivo di smarcarsi da iniziative che potrebbero risultare impopolari. Un insieme di ipocrisie: delegare un altro a fare le cose che avresti dovuto fare tu, criticarle per tenersi buoni gli “amici” che non le vogliono, proporre altre cose per mettersi in evidenza di fronte agli elettori. Violentato così l’art. 76 della Costituzione: “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”. Il Parlamento non è più l’insieme dei rappresentanti del popolo, ma un’arena per i partiti che utilizzano un organo istituzionale dello Stato per fare i propri interessi (privati).

Sebastiano Oriti

 

I giudizi ambivalenti sull’uso delle armi

Nei dotti talk show italiani, ancor più dotti commentatori ripetono fino alla noia da giorni che la guerra è assurda, è brutta ed è sempre sbagliata e altre amenità simili. Tutto vero e bellissimo, ma se nel 1940 l’avessero pensata così anche gli inglesi e gli americani, ora noi qui saremmo tutti tedeschi e nazisti dalla Russia al Portogallo, Israele ed ebrei non esisterebbero e non avremmo bisogno della Ue e dell’euro perché qui sarebbe tutta Germania col marco tedesco come moneta. Allora la guerra è sbagliata solo qualche volta? Oppure, siccome Russia e Cina (come del resto gli Stati Uniti d’America) hanno testate nucleari per distruggere 50 volte il mondo dobbiamo lasciargli conquistare Ucraina e Taiwan come gli pare? Domanda difficile, vero?

Enrico Costantini

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile Direttore, desideriamo portare alla sua attenzione che nell’articolo pubblicato il 4 marzo sul Fatto, dal titolo “Smg, longa manus della Gazprom sui mercati italiani”, Hera viene citata impropriamente. L’azienda non detiene, infatti, alcuna partecipazione in Weedoo Spa e richiede pertanto l’immediata rettifica della notizia.

Cecilia Bondioli. Ufficio stampa Hera S.P.A.

 

Prendiamo atto della precisazione da parte della Hera e, al riguardo, evidenziamo che, effettivamente, il gruppo non detiene il 49% della società Weedoo, come scritto nell’articolo, bensì una partecipazione indiretta, attraverso la Sgr Servizi Spa.

STE. VE.

I dubbi (leciti) dei ragazzi sulla guerra

“Ho cominciato a morire quando tu che sei mio fratello hai distolto lo sguardo da me”.

Da un testo scritto e interpretato dagli studenti del Liceo Alfano di Salerno (visibile su Youtube)

 

Che la stragrande maggioranza degli italiani si dichiarino contro il sostegno militare dell’Italia alla guerra e a favore dell’avvio di negoziati con Vladimir Putin per giungere a una pace immediata è la percentuale (abbastanza immaginabile) che esce dai sondaggi. Meno scontato sarebbe poter leggere e ascoltare come questa ferma e diffusa opinione sulla guerra (e sulla pace) venga vissuta dalle persone (e non dai numeri) nella loro vita reale. Sulla base di quali argomenti, accompagnata da quali osservazioni critiche ed eventuali proposte. Opportunità che mi è stata offerta, ieri, dal Liceo Alfano di Salerno grazie a un collegamento via internet con i ragazzi, su iniziativa del corpo docente e della dirigente professoressa Elisabetta Barone. Stiamo parlando di una struttura scolastica con 1.340 studenti e 210 insegnanti, a carattere interdisciplinare (liceo scientifico, linguistico, musicale). Dove si studiano le scienze umane e dunque gli aspetti collegati alla costruzione dell’identità personale e delle relazioni umane e sociali. A giudicare dal contenuto puntuale delle domande e dalla vivacità dell’esposizione ho avuto la conferma di come la scuola italiana sappia proporre modelli di eccellenza. Qualità che diamo per scontate (quelle rare volte che ce ne occupiamo) ma che scontate non sono affatto. Ma veniamo a una breve sintesi di ciò che, riguardo al conflitto in corso, questi ragazzi chiedono: soprattutto capire di più e capire meglio, pur avendo tutti ben chiaro che ci troviamo di fronte a un aggressore e un aggredito. Come mai davanti all’invasione russa, Stati Uniti e Ue si sono mostrati così colpevolmente impreparati? A cosa servono i frequenti vertici dei cosiddetti Grandi se non riescono neppure a prevedere (e prevenire) l’uso della violenza bruta da parte del proprio vicino di sedia? L’invio di armi pesanti all’Ucraina non è in contrasto con la nostra Costituzione che ripudia la guerra? E può servire a qualcosa? Perché il popolo russo non segue l’esempio dei cinquemila scienziati russi che hanno coraggiosamente chiesto a Putin di fermare le operazioni belliche? Perché la Nato ha voluto installare i propri missili in prossimità dei confini russi pur sapendo che prima o poi l’autocrate di Mosca avrebbe reagito? Che ruolo gioca la Cina in tutto questo? Potrebbe mediare tra i due nemici? Per caso, l’America di Biden non cercherà di approfittare della guerra per impadronirsi di un’altra fetta del mercato energetico? Che senso hanno le durissime sanzioni imposte a Mosca se continuiamo a importare il loro gas pagandolo profumatamente e dunque finanziando indirettamente la loro sporca guerra? È giusto chiedere a un direttore d’orchestra, a una cantante lirica o a un campione dello sport l’abiura della propria patria pur se governata da un personaggio negativo e senza scrupoli? Perché su alcuni giornali e su alcune tv la guerra diventa un altro modo per scatenare fazioni e tifoserie mentre il pubblico chiede un’informazione attendibile e quanto più possibile oggettiva? Capisco che per il cretino collettivo questi interrogativi meriterebbero di essere esposti in una lista di proscrizione filo Putin. Ebbene, mi autodenuncio perché li condivido tutti.

 

“Bianca” riporta la neve e “La Niña” riscalda l’oceano

In Italia. Terminato un trimestre più primaverile che invernale, specie sulle Alpi e al Nord-Ovest – dove mai in un paio di secoli si era sperimentato un inverno così tiepido e secco insieme – venti freddi nord-orientali hanno caratterizzato il passaggio da febbraio a marzo. Tra sabato 26 e domenica 27, al transito della tempesta battezzata “Bianca” dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica militare, copiose nevicate hanno coperto gli Appennini fino a quote collinari, da Urbino ad Avellino, e un nuovo episodio è avvenuto nella notte di martedì 1° marzo imbiancando anche i trulli di Alberobello, dove però la neve appare pressoché ogni anno; 30-50 cm di manto, talora oltre, sono caduti sui rilievi più esposti del Teramano, del Gargano e dell’Irpinia. Bora impetuosa, e gelate nelle zone interne, dove a inizio marzo in qualche località le temperature sono scese più che nel resto dell’inverno, -5,3 °C a Pontremoli (Lunigiana); davvero inconsueti inoltre i -11,4 °C di Villanova Strisaili (Ogliastra), ancorché nel contesto sardo la località sia nota per le rigide inversioni termiche. Tutta la prima metà di marzo sarà fredda, ma al Nord la siccità rimarrà. Arpa Piemonte segnala che la portata del Po e la risorsa idrica nevosa sulle Alpi occidentali sono ai minimi per il periodo in almeno vent’anni, e l’Autorità di bacino indica che lo scarso apporto d’acqua dolce fluviale nel Delta permette la risalita di acqua salata, dannosa per le coltivazioni, fino a 10-15 chilometri dalla costa adriatica. Questo fenomeno – il cuneo salino – diverrà peraltro sempre più frequente in futuro a causa dell’aumento del livello del mare conseguente al riscaldamento globale.

Nel mondo. La guerra penalizza anche le rilevazioni atmosferiche per le previsioni del tempo: il servizio idro-meteorologico dell’Ucraina è off-line, le osservazioni nel Paese sono parziali e la stazione meteo di Kiev è fuori servizio dal 24 febbraio, giorno dell’attacco russo. Intanto si prepara un severo colpo di coda dell’inverno con temperature anche verso i -15 °C che renderanno ancora più difficile la vita alla popolazione colpita. Freddo già nei giorni scorsi tra Europa e Mediterraneo, temperatura minima di -6,1 °C mercoledì a Figari (Corsica), mai accaduto in marzo dall’avvio delle misurazioni nel 1979. Al contrario è stato di nuovo estremamente caldo in Asia centrale, 29 °C in Turkmenistan, ma anche in gran parte degli Stati Uniti (34 °C il 1° marzo a Palm Springs, California), nonché in Sud Africa e Sud America, dove sabato 26 il Paraguay ha sfiorato il suo record nazionale di caldo per febbraio con 43,1 °C. Come spesso avviene quando “La Niña” sposta l’acqua calda del Pacifico verso ovest rafforzando l’evaporazione intorno all’Australia (mentre il settore orientale dell’oceano, lungo il Sud America, si raffredda), piogge eccezionali e alluvioni si sono abbattute sul Queensland e sul Nuovo Galles del Sud. A Uki, a cento chilometri da Brisbane, sono piovuti 1346 mm d’acqua dal 22 febbraio al 1° marzo, otto volte la norma del mese e tra i massimi storici nel continente; sedici per ora le vittime delle inondazioni, mezzo milione di abitanti in ordine di evacuazione, e le nubi promettono altri diluvi. Le notizie belliche hanno fatto passare in sordina la pubblicazione del secondo volume del nuovo rapporto Ipcc, dedicato a impatti, adattamento e vulnerabilità ai cambiamenti climatici: l’enorme documento di oltre 3.600 pagine ribadisce l’urgenza di azioni incisive, tenendo presente che senza riduzioni delle emissioni serra diventerà sempre più difficile adattarsi al clima in rapido e inedito stravolgimento. E questo comporterà nuove sofferenze, migrazioni e guerre alla disperata ricerca di risorse e terre ancora abitabili. António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha detto che “ogni ritardo significa morte”.

 

Nel deserto. Il diavolo tenta Gesù giocando con la “realtà virtuale”

Gesù si allontana dal fiume Giordano. Luca ci fa vedere il Maestro di spalle. Era appena stato immerso nelle acque per ricevere il battesimo di Giovanni il battista. Dove va Gesù? Luca ci dice che è pieno di Spirito Santo, il quale lo sta guidando nel deserto. Acqua e sabbia, fiume e deserto. Il contrasto non potrebbe essere più forte. Il senso degli opposti ci introduce al dramma più grande: lo Spirito santo e il demonio. Gesù, infatti, animato dallo Spirito, va per rimanere nel deserto quaranta giorni ed essere tentato dal diavolo. Non sappiamo nulla di questo buco nero nella vita di Dio. Sappiamo solo che non mangiò nulla in quei giorni. Non ci è dato di entrare in un conflitto abissale fatto di immensa solitudine. Gesù non si nutre: è come blindato per affrontare la lotta. Qualunque scrittore avrebbe dedicato pagine a questa guerra metafisica. L’evangelista Luca no. Si ferma un passo prima: non è fiction, infatti. È il vero combattimento spirituale, che solo l’anima può intuire.

Arriviamo subito alla fine dei quaranta giorni, la stessa durata del diluvio universale e della peregrinazione del popolo di Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto: acqua e sabbia. E quel che Luca può dirci è che Gesù ebbe fame: ha i crampi allo stomaco. Ed è su questo dettaglio che si dispiega la lotta visibile al nostro occhio tra Dio e Satana. Il diavolo, infatti, non demorde e si insinua dicendogli: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Sei potente, agisci e cambia la realtà a tuo favore! E Gesù risponde: “Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo’”.

La scena si sposta. Eravamo fin qui al livello delle pietre, in basso. Allora il diavolo lo condusse in alto. E dall’alto si vedono in un istante tutti i regni della terra. Il diavolo approfitta della vista mozzafiato per impressionare Gesù e portarlo sull’orlo di un precipizio: “Tutto sarà tuo”, gli dice: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me”. Gesù risponde non con parole sue, ma cita la Scrittura. È oggettivo, freddo, lucido, impersonale. Non si entra in dialogo con la tentazione. Gesù è un robot di citazioni bibliche: “Sta scritto: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”.

Il diavolo allora lo conduce a Gerusalemme. Volando forse. Con le ali o con l’immaginazione di un teletrasporto tutto spirituale e drammatico? Lo pone sul punto più alto del tempio. Il diavolo è fissato con l’altezza perché essa dà alla testa, ubriaca per il senso di dominio che offre. E gli propone di mostrare la sua potenza divina con uno show acrobatico. Il diavolo vuole spettacolo, show off. Gode del potere sfoggiato: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano’”. Satana vuole l’ingresso in scena degli angeli e della corte celeste vestita di tutto punto di penne, strass, pizzi e merletti. Gesù non è scosso, resta rigido, impersonale: “È stato detto: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’”. Ed è l’ultima tentazione di Cristo.

Satana vuole ridurre il Santo, l’Onnipotente a uno psicopatico megalomane. Il diavolo gioca nevroticamente di realtà virtuale per sedurre Dio e farlo diventare un manipolabile avatar di se stesso. Gesù sta sempre fuori campo con atteggiamento impersonale e robotico. Non c’è tra i due alcun vero contatto: solo una distanza abissale. Finisce così. Il diavolo ha esaurito ogni tentazione. Si allontana, dunque. Ma – ed ecco giungere la minaccia – fino al momento fissato…