Solo Hitler ha sommato più morti e bugie di Putin

Ho vissuto per anni una lunga guerra. Ora che torna la riconosco. Ecco i sintomi. Prima c’è una attesa che disorienta e che allarma, fra fatti e discorsi paurosamente oscillanti. Poi scatta un colpo di estrema violenza su un punto molto vulnerabile del mondo in modo che ci siano, subito e insieme, paura e sofferenza. Seguono reazioni concitate, oggi come allora. Sono le voci di indignazione, condanna, spavento che diventa anche improvvisata mobilitazione senza sapere per cosa (se sei dalla parte dei cittadini). Si parla di “pacificazione”, di soccorsi per chi deve resistere, di armi per chi deve combattere. Arriva la quasi improvvisa convocazione di un incontro di delegazioni delle due parti, a cui, si dice, viene affidato il compito di evitare la guerra (che è già cominciata, mentre le delegazioni si incontrano). Meglio se, come a Monaco, l’incontro è convocato vicino a chi attacca, in modo che l’impressione sia che chi è già sotto tiro vada a offrire piuttosto che a ottenere.

Ma la somiglianza fra il tavolo di Monaco, mentre scoppia la seconda guerra mondiale, e l’incontro di russi e ucraini intorno al tavolo nella foresta bielorussa, è confermato dalla inutilità dell’esito. O meglio dalla funzione di avere raggiunto una forma finta e parziale e di accordo che per un momento allenta la tensione di chi è immediatamente esposto al pericolo e di chi teme che arrivi. Una volta stabilite le condizioni preliminari, che ho descritto dal vero di ciò che so adesso e di ciò che ricordo di allora, è chiaro che anche questa volta la guerra è già cominciata e che bisogna cercare di sapere o immaginare che cosa avviene dopo visto che il meccanismo guerra non prevede alcuna possibilità di tornare all’inizio, e di rifare le scene, come nei film. Intanto però, oggi come allora, parte la seconda colonna di annunci , con cui l’aggressore si assicura uno spazio-tempo di accuse diffamatorie con tre caratteristiche: l’accusatore è inconfutabile a meno di metterlo sotto accusa (e la guerra fa da conferma). L’accusatore non deve portare prove perché deve bastare il livello del suo potere e della sua autorevolezza militarizzata. L’accusatore ha ragione perché l’accusa che porta è la causa estrema e inevitabile della guerra. E la guerra è già in corso, con i suoi bombardamenti e i suoi morti che sono autenticati dagli stessi portatori di morte, molto attivi nella costruzione di scenari, che non devono essere veri ma credibili e creduti. La forza frenetica del colpire subito e per primo (che è stata la forza di Trump come dei suoi personaggi, invano contrastata dagli aggrediti, come la marcia su Capitol Hill) dà il suo terribile frutto subito. La voce degli aggrediti si sente poco di fronte ai gesti pazzeschi appena compiuti, come si è sentita poco, benché coraggiosa e unica, la voce di Churchill che si era assunto da solo (come adesso il presidente ucraino Zelensky) il compito di confutare e negare le ragioni di una guerra già esplosa e fintamente trattenuta dal rivelarsi subito nelle sue vere, terribili dimensioni.

È importante fare attenzione alla frenetica ripetizione, da parte di Putin, della parola “nazista” come accusa e prova definitiva della ragione di bloccare un popolo sotto le bombe e della missione che gli spetta come dovere democratico, di tagliare la testa alla “bestia nazista”. C’è un che di elementare e di infantile nel fare finta di non sapere la storia di tutti, la storia del suo Paese, la sua storia, la storia (del tutto inventata) di quel che sta accadendo, la storia del massacro di popolazione civile, che è il modo di governare di Putin, e persino la storia personale del suo nemico Zelensky. Il discorso furente tenuto a una stanza vuota per 45 minuti pochi giorni fa, immaginando anche un minuto di silenzio di una folla inesistente in onore di un suo eroico ufficiale, forse, a parte il discorso di Trump per incitare l’assalto al Campidoglio, non ha precedenti nella storia. Forse neppure Putin ha precedenti nella storia. Nessuno, dopo Hitler, ha ucciso di più, dalla Cecenia rasa al suolo per vendetta, dopo la vittoria, allo sparare in faccia a Anna Politkovskaja mentre era ingombra delle borse della spesa in una strada di Mosca, al gruppo di donne cecene ribelli che si erano chiuse nel teatro Dubrovka di Mosca, e sono state uccise con un gas mai rivelato insieme a centinaia di spettatori che avrebbero dovuto essere ostaggi, alla distruzione sistematica di case e persone (in prevalenza bambini) in tutti i villaggi siriani. Nessuno ha mentito di più. Tutto è falso nella narrazione di Putin, nessuno, al momento, ha debiti più spaventosi con la Storia. Come si vede, le somiglianze fra la seconda guerra mondiale, e quella che Putin vorrebbe far diventare la terza, fanno paura. Così come fa paura e appare come un brutto presentimento, che Putin chiami “nazista” un giovane presidente ebreo eletto con il 75 per cento dei voti dai cittadini ucraini.

 

I due specchi magici, i negromanti maliziosi e l’imperativo di Kant

Dai racconti apocrifi di Kosta Solev. Slavko, il proprietario della più grande conceria di Skopje, che appestava col suo sigaro, era un bue da lavoro, incapace di comprendere l’anima complessa, misteriosa, cuneiforme di sua moglie Liljana, una donna impareggiabile, attraente come poche, di quella bellezza che meglio consola l’uomo di essere quaggiù così di passaggio. Slavko era anche un uomo feroce. Vigile, attento, era pronto a trarre da un particolare insignificante le deduzioni più definitive. Davanti alle prove di una infedeltà avrebbe ucciso. La moglie lo ingannava solo quando aveva la certezza che era impegnato altrove. Lo ingannava per il motivo per cui tutte le donne ingannano: per sentirsi desiderata, per avere l’illusione suprema di essere cercata. Un giorno l’azienda assunse un giovane contabile, Kole. Era un bel ragazzo, elegante senza seguire la moda, interessante senza sforzarsi di esserlo, con un naso quasi più grande del vero. Liljana gli lanciava sguardi roventi ogni volta che lo incrociava. Slavko ne intercettò uno, e pensò al peggio; ma aveva bisogno di prove certe. In un antro presso la palude viveva Zoran Naroz, un negromante dalla reputazione sinistra, che il padre di Slavko, anni prima, aveva salvato dal rogo. Slavko gli spiegò la situazione, e Zoran lo accontentò volentieri. Gli porse due specchi, grandi quanto un quaderno: “Sono magici. Mettine uno nella vostra camera da letto: nell’altro vedrai quello che ci combina tua moglie quando non ci sei. Ma ricorda: sono fatti con la magia nera, e mostrano l’opposto di ciò che accade. Per cui, se vedi che tua moglie sta fornicando, in realtà è tutto a posto. Magari in quel momento sta pregando. E viceversa: se la vedi inginocchiata a dire le orazioni, sei già cornuto”. A casa, Slavko appese uno dei due specchi sul muro della stanza, di fronte al letto: con un’occhiata all’altro specchio, che infilò nella bisaccia, avrebbe potuto cogliere i due amanti in flagrante delicto. Quello specchio diventò presto un’ossessione: Slavko lo controllava anche quando era a letto con Maja, la bella, profumatissima moglie del professor Vulcan (l’intelletto di questi, agilissimo nelle cose metafisiche, gli era d’impaccio in quelle fisiche, sicché l’appetito della consorte era tragicamente insoddisfatto). Ogni volta, le immagini mostravano Liljana che faceva sesso con Kole nelle posizioni più ardimentose, godendosela parecchio, e Maja non capiva perché Slavko, al vederle, non si allarmasse affatto. Anzi, aveva una faccia di cor contento! Una mattina, però, saranno state le undici, Maja gli aprì l’uscio dandogli una brutta notizia: suo marito aveva la febbre e non era andato a lezione, il campo non era libero. Slavko riprese la strada di casa, imbacuccato nel suo pastrano nero, e mentre camminava lungo la bella e larga lastricatura del corso, che dava confidenza al passo, estrasse lo specchio dalla bisaccia e vi gettò un’occhiata. Si sentì mancare. Sua moglie stava pregando! Slavko provò a correre, ma era ostacolato dal pastrano; e dal passeggio, che a quell’ora era a getto continuo e nutrito, come di gente che seguitasse a uscire senza posa da qualche teatro o cinematografo, un vero passeggio animato e tranquillo quale non è più dato di trovarne che in provincia, e di rado. Arrivò a casa, aprì la porta della camera, sbigottì: Liljana stava cavalcando con gusto non Kole, ma Zoran Naroz. Questi, al vederlo, scoppiò a ridere: “Magia nera, amico mio!” e lo trasformò in una blatta. Dov’era Kole? A letto con Maja, che a furia di vedere quelle scene boccaccesche nello specchio di Slavko si era ingolosita, e l’aveva sedotto. E il professor Vulcan? Era in classe coi suoi studenti, a spiegare l’imperativo categorico di Kant. Com’è che faceva, già?

 

Insalate, sonno e compagni: ma che stress queste sanzioni!

Sull’onda del veto, o sanzione che dir si voglia, secondo il quale sarebbe stato meglio evitare una lezione su Dostoevskij stante la situazione attuale, sono nate proposte tre la più varie di cui si dà conto qui di seguito senza alcuna pretesa di essere esaustivi:

a) si fa divieto alle mogli di dire ai mariti “Tu russi”, divieto esteso anche ai mariti poiché il russare non è di esclusiva competenza femminile.

b) si prescrive l’eliminazione dai banchi dei negozi di alimentari dell’“insalata russa” proibendo nel contempo il ricorso all’escamotage di definirla “insalata sovietica” allo scopo di esaurire le scorte.

c) si consiglia a genitori, nonni e parenti tutti di correggere figli, nipoti o amici di detti figli e nipoti nel parlare quotidiano ove essi si rivolgano a “compagni di classe o di gioco”, sostituendo il sostantivo incriminato con altro equivalente (per sinonimi consultare vocabolario)

d) si sconsiglia invece la visione dei film “Il compagno don Camillo”, con tutte le scuse del caso agli inimitabili Fernandel e Gino Cervi, e a maggior ragione “Dalla Russia con amore”, a causa della sostanziale improponibilità del titolo.

e) prudenza vorrebbe che, pur ricorrendo il decennale della scomparsa, la canzone “Futura” di Lucio Dalla venga per il momento accantonata stante il verso che cita russi e americani quasi che fosse una chiamata alle armi (dei secondi, visto che i primi non ne hanno alcun bisogno). È permesso fischiettarla, meglio in solitudine e com’è d’uso sotto la doccia.

f) ogni riferimento all’aumento del gas andrebbe limitato al minimo indispensabile, meglio evitato, poiché non farebbe che eccitare le mire dei produttori. L’appello è particolarmente rivolto a tutti coloro che soffrono di pigrizia intestinale e che anche in tempo di pace hanno contezza di quanto il gas possa diventare un vero problema.

g) coloro che, senza riferimenti ad personam, nel cognome contengono richiami alla Russia (dallo schietto Russo a Russolo fino al combinato Russomando) non abbiano timore di essere in pericolo. Eventualmente, se chiamati ad alta voce, possono fingere di niente.

Cordialmente si saluta, in attesa di nuove direttive.

La terra dei folli è dove ci s’illude di difendersi coi mitra. State fermi!

C’è da una parte la rimozione del nostro destino di morenti,

gloriosamente portata avanti dal sistema consumistico,

dall’altra c’è la cultura della morte

che sta nel cuore di chi ordina la costruzione delle armi.

Essere per il disarmo non significa non schierarsi,

non vuol dire non vedere le colpe enormi

di un dittatore folle.

Un mio amico colto e sensibile mi ricorda

che la non violenza in questo caso non pagherebbe

e che è necessario alzare le difese militari.

Io non so se ho ragione, ma continuo a credere

che non dobbiamo aumentare

le nostre difese militari: non propongo un immediato

disarmo unilaterale, ma l’idea di ragionare

su un progressivo smantellamento di tutti gli armamenti.

E se pure ci vorranno cento anni, sarebbe comunque

un traguardo miracoloso.

Al punto in cui siamo nessuno potrebbe scatenare

una guerra militare pensando di vincerla:

la guerra nucleare è la terra dei folli

e può essere impedita bonificando la follia

non aumentando le difese.

Non è che se abbiamo più carri armati

impediamo di far partire i missili.

E se diciamo al folle che la follia è solo sua,

se non riconosciamo che siamo in un delirio collettivo,

davvero prima o poi lo troveremo un pazzo

che farà saltare tutto per aria.

Quest’anno poche rose in Ucraina,

polvere di piombo sulle radici,

l’orrore senza tregua dei nemici,

notte e sangue, incredibile rovina.

Ovunque ormai vige il credo del consumo.

L’uomo chiuso nella sua tana d’ira

ripassa il rancore, prende la mira:

la nostra civiltà di nuovo è in fumo.

La pena ci allontani dagli inganni,

sia regola d’onore il no alla guerra,

prenda spazio la vita degli inermi.

Solo il disarmo è certo non fa danni.

La fratellanza ancora non ci afferra.

Abbiate compassione, state fermi!

“Non daremo le chiavi agli ufficiali giudiziari”

Giovanni Impastato, il figlio del boss Badalamenti rivuole il casolare che oggi ospita “Casa Memoria Felicia”, confiscato per errore, e per restituirglielo arrivano gli ufficiali giudiziari, che vi hanno concesso due mesi di tempo. Un luogo della memoria di Peppino Impastato rischia di tornare nella disponibilità del figlio del mandante, condannato in primo grado, dell’omicidio. Cosa succede a Cinisi?

Il casolare è finito per errore in un elenco di beni confiscati, proveniva dall’eredità di una sorella del boss, ed è stato restituito a Badalamenti. A noi era stato formalmente assegnato lo scorso anno, ma da anni ormai “Casa Memoria” organizzava seminari tematici antimafia, laboratori teatrali, progetti di agricoltura biologica, tenendo viva la memoria di Peppino e di mia madre Felicia e costituendo un polo di aggregazione culturale importante per i giovani. Il 25 febbraio sono arrivati gli ufficiali giudiziari al Comune, ma non da noi, e abbiamo deciso di non riconsegnare a loro le chiavi, ma solo al sindaco. Torneranno il 29 aprile, mi auguro, anzi sono convinto che verrà trovata una soluzione. Se così non fosse sarebbe una sconfitta per le istituzioni e per l’Antimafia.

Il legale di Badalamenti sostiene che la revoca della confisca è arrivata prima dell’assegnazione a voi da parte del Comune…

È possibile che questo sia accaduto, ma non sposta i termini della questione: questi errori sono inammissibili.

Dove è stato l’errore e di chi è, secondo lei, la responsabilità?

Rilevo la buona volontà del Comune di Cinisi, ma dopo il precetto l’Agenzia dei beni confiscati avrebbe potuto impugnare attraverso la legge 46, che in caso di errori consente di pagare l’immobile per il valore originale, ma non lo ha fatto. Non è possibile vanificare il lavoro e il denaro speso fino a oggi: la ristrutturazione è costata 400 mila euro di fondi pubblici.

Che farete il 29 aprile?

Noi non ci arrendiamo, non abbiamo nessuna intenzione di consegnare le chiavi.

Anni di progetti culturali sociali rischiano di andare in fumo. Che messaggio arriva da Cinisi?

Un messaggio di sfiducia nei confronti delle istituzioni, mi auguro ancora che una soluzione venga trovata.

Quale? Con il processo nella fase dell’esecuzione che margini restano per rimediare secondo lei?

Se c’è stato un errore non c’è altra soluzione che pagare l’immobile a Badalamenti, naturalmente per il valore originale di un rudere, qual era. Non restituirgli il bene.

Errori e atti spariti: così casa Impastato torna ai Badalamenti

Un errore di trascrizione, il ricorso vinto e un atto che non si trova più. Il 9 maggio sarà il 44° anniversario della morte di Peppino Impastato, ma poche settimane prima, il 29 aprile, il casolare dedicato alla madre Felicia Bartolotta Impastato potrebbe tornare in mano agli eredi del padrino Gaetano Badalamenti, ‘zu Tano’, che decise l’uccisione del giornalista e attivista. È l’ennesima e intricata storia di burocrazia all’italiana. Il casolare di contrada Uliveto a Cinisi, in provincia di Palermo, faceva parte dei possedimenti di don Tano, già capo della commissione di Cosa nostra, morto a 80 anni nel 2004 nel carcere americano del Massachusetts dove scontava una condanna a 45 anni per traffico internazionale di droga.

L’immobile è inserito tra i beni confiscati al boss nel 2010 e assegnato al Comune di Cinisi, che lo ristruttura, ricevendo 400 mila euro di fondi Gal, e lo affida alla onlus “Casa memoria Felicia e Peppino Impastato”. Due anni fa, la doccia fredda. C’è un errore tra gli atti di confisca, le particelle catastali del casolare non risulterebbero, il bene deve tornare ai legittimi proprietari: i Badalamenti.

“Casa Felicia non si tocca. Ho sentito il prefetto Bruno Corda (direttore generale dell’Agenzia dei beni confiscati, ndr) – spiega Giangiacomo Palazzolo, sindaco di Cinisi –, rassicurandomi della loro assoluta collaborazione in questa vicenda. Stiamo valutando se tentare l’ennesima correzione al decreto di confisca, ma nel frattempo ho già emesso una delibera per pagare un equo indennizzo agli eredi, sul valore del casolare prima che il Comune ne ha preso possesso, quand’era un rudere, al netto di tutti i finanziamenti ricevuti e utilizzati sul bene”.

È stato Leonardo Badalamenti, figlio di ‘zu Tano’, ad impugnare l’atto di confisca, che è stata accolta dalla Corte di Assise di Palermo. “In mancanza di rilascio spontaneo – spiega Christian Alessi, legale dei Badalamenti – ho notificato l’atto di precetto per il rilascio in data 10 dicembre 2021 e, poiché anche in questo caso gli occupanti non hanno rilasciato spontaneamente l’immobile, ho notificato il 4 febbraio scorso l’atto con cui si avvisava che Leonardo Badalamenti sarebbe stato immesso nel possesso dell’immobile tramite ufficiale giudiziario il 25 febbraio”. Un errore che compromette la riconversione di un bene strappato alla mafia. “Nel 2020 Leonardo Badalamenti, dopo la notifica con la quale è stato corretto il decreto di confisca, che peraltro non era stata notificata al comune, si è presentato al casolare confiscato rompendo le porte e prendendone possesso per qualche minuto – dice il sindaco Palazzolo –. Nei giorni successivi ha presentato una denuncia nei miei confronti, perché ero intervenuto allontanandolo dal casolare”.

Il figlio del padrino è rientrato in Sicilia nel 2017, e nell’agosto 2020 la Dia lo ha arrestato perché su di lui pendeva un mandato di cattura emesso dal Brasile, per un’inchiesta di traffico internazionale di droga. È tornato libero dopo pochi mesi, mentre l’estradizione è stata negata dalla Corte d’appello di Palermo, “perché viola alcuni punti del trattato bilaterale con il Brasile”.

“Dispiace che all’Agenzia dei beni confiscati alle mafie, non risulti tra la loro documentazione l’atto di precetto – aggiunge Palazzolo –. Se fossimo stati informati, avremmo potuto intraprendere un’azione giudiziaria che avrebbe potuto contenerlo, invece a quanto pare non risulta. Credo che questo significhi che lo hanno perso”. Intanto l’agenzia dei beni confiscati ha aperto un’istruttoria interna, per capire cosa è successo e intervenire velocemente. “È una vicenda che deve trovare una soluzione, ma è un bene del Comune di Cinisi – spiega il direttore Bruno Corda –. C’è il massimo sostegno dell’Agenzia e del Ministero dell’Interno”.

Palazzinari e sanità privata: chi ha finanziato Gualtieri

“Palazzinari” e cliniche private. Manager e imprese. Categorie produttive e immobiliaristi. Ecco chi ha finanziato la campagna elettorale del dem Roberto Gualtieri, attuale sindaco di Roma. Tra chi ha messo soldi di tasca propria, anche l’ex ministro Angelo Piazza, che a luglio 2021 ha bonificato 10 mila euro al comitato Gualtieri sindaco e a novembre è stato nominato amministratore unico (a titolo gratuito) di Ama spa, gestore del ciclo dei rifiuti. Contributi del tutto legali. Soldi all’ex ministro sono giunti da categorie come Confindustria Servizi, Unindustria e Federfarma. In totale si tratta di 770 mila euro dichiarati alla Corte d’Appello di Roma e che in parte sono stati spesi in inserzioni sui social, giornali, tv e siti capitolini.

Il comparto edile spadroneggia. Ci sono i 1.000 euro di Angiola Armellini, “lady 1.243 case” in passato sanzionata dal fisco per 50 milioni. Le “Mezzaroma sisters” – Barbara, Alessandra e Valentina, figlie del decano Pietro – hanno contribuito con 10 mila euro. Due i bonifici del gruppo Fresia di Elia Federici: uno di 5 mila euro dalla Fresia Re (titolare di un centro commerciale a Roma est) e uno di 3 mila euro dalla Fresia Energie srl. Fra i più generosi, la Società Appalti e Costruzioni della famiglia Cerasi (10 mila euro) e la Scci Servizi di Davide Zanchi (12 mila euro), che finì indagato e poi archiviato, su richiesta dei pm romani stessi, nell’indagine sullo stadio dell’As Roma. C’è poi la Lunedes Spa (5 mila euro), di Giuseppe Cornetto Bourlot, editore di AskaNews e Internazionale, che ha investito anche in Cinecittà World. In lista, i 10 mila euro della Feidos dell’immobiliarista ex Prelios, Massimo Caputi.

E poi c’è la sanità privata. Il gruppo Gvm di Ettore Sansavini ha donato in totale 7.500 euro attraverso Villa Tiberia Hospital, Villa Maria Spa e San Carlo di Nancy. C’è un gigante dietro i 20 mila euro della Healthadvisor srl, partecipata dalla Genera Group di Filippo Ghirelli, impegnata anche nel Real Estate e nell’energia. L’associazione dell’ospedalità privata (Aiop) guidata da Jessica Faroni (patron del gruppo Ini) ha versato 10 mila euro.

Tra i nomi noti dei finanziatori spiccano i 2 mila euro della Bona Dea srl di Pier Giorgio Romiti, figlio di Cesare, da tempo sceso in campo con Gualtieri. Bonifico importante dal Gruppo Polimar di Roberto Masciotti (45 mila euro), azienda che si occupa di pratiche automobilistiche. Sorgente Group, invece, ha dato al comitato Gualtieri 4 mila euro, oltre i 500 euro messi di tasca propria dal patron Valter Mainetti.

I contributi ricevuti Gualtieri li ha investiti in parte per le inserzioni: 3 mila euro a Sport Network (Corriere dello Sport, ndr), 12.480 a Radio Roma Capitale di Franco Nicolanti. All’agenzia Manzoni (concessionaria del gruppo Gedi) sono andati 15.200 euro, mentre a Canale 10, una tv di Ostia, altri 10.400 euro. Circa 7 mila euro, infine, sono stati incassati da CityNews (per RomaToday).

Migranti alla deriva, la Libia non risponde

Due barchini in pericolo sono stati segnalati ieri sera nel Mediterraneo centrale da Alarm Phone. La prima imbarcazione, con a bordo 35 persone, si trova In zona Sar maltese: “Chiedono aiuto. Le autorità sono informate ma non sappiamo se è stata avviata un’operazione di salvataggio. Soccorso subito”, scrive su Twitter l’ong, che segnala un’altra barca in difficoltà, questa volta a largo della Libia, con 41 persone. “Ancora una volta – dice –, la cosiddetta Guardia costiera libica non è rintracciabile a nessuno dei 15 recapiti. Chiediamo a Italia e Malta di attivare i soccorsi. Le persone in pericolo devono essere portate in un luogo sicuro”.

Cinesi “apri e chiudi”. In 42 a rischio processo

La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per 42 persone, tra cui cinque professionisti di uno studio associato con sede a Sesto Fiorentino (Firenze), nell’ambito di un’inchiesta su reati fiscali e tributari, coordinata dal procuratore aggiunto Luca Tescaroli e dal sostituto Fabio Di Vizio, che lo scorso luglio aveva portato a 29 arresti. L’udienza preliminare davanti al gup Angeli Fantechi inizierà il 23 maggio prossimo. Tra i destinatari della richiesta di rinvio a giudizio, numerosi imprenditori cinesi, titolari di fatto di oltre 80 aziende operanti nel settore della produzioni di articoli di pelletteria che, attraverso il cosiddetto meccanismo ‘apri e chiudi’, si sottraevano sistematicamente al pagamento delle imposte.

Droga, in manette il fuggitivo che leggeva anche il pm Gratteri

La Gdf ha scovato a Roma il latitante calabrese Giuseppe Campisi, detto “Pino”. Il narcotrafficante, che ha già scontato molti anni per mafia, omicidio doloso ed estorsione, si nascondeva in un appartamento nei pressi della Tuscolana dove la Dda di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, ha trovato pure una parrucca che utilizzava per non farsi riconoscere. Campisi aveva con sé pure documenti contraffatti e molti libri. Il latitante leggeva Complici e colpevoli, l’ultimo del procuratore (Gratteri) che lo ha arrestato.