Ho vissuto per anni una lunga guerra. Ora che torna la riconosco. Ecco i sintomi. Prima c’è una attesa che disorienta e che allarma, fra fatti e discorsi paurosamente oscillanti. Poi scatta un colpo di estrema violenza su un punto molto vulnerabile del mondo in modo che ci siano, subito e insieme, paura e sofferenza. Seguono reazioni concitate, oggi come allora. Sono le voci di indignazione, condanna, spavento che diventa anche improvvisata mobilitazione senza sapere per cosa (se sei dalla parte dei cittadini). Si parla di “pacificazione”, di soccorsi per chi deve resistere, di armi per chi deve combattere. Arriva la quasi improvvisa convocazione di un incontro di delegazioni delle due parti, a cui, si dice, viene affidato il compito di evitare la guerra (che è già cominciata, mentre le delegazioni si incontrano). Meglio se, come a Monaco, l’incontro è convocato vicino a chi attacca, in modo che l’impressione sia che chi è già sotto tiro vada a offrire piuttosto che a ottenere.
Ma la somiglianza fra il tavolo di Monaco, mentre scoppia la seconda guerra mondiale, e l’incontro di russi e ucraini intorno al tavolo nella foresta bielorussa, è confermato dalla inutilità dell’esito. O meglio dalla funzione di avere raggiunto una forma finta e parziale e di accordo che per un momento allenta la tensione di chi è immediatamente esposto al pericolo e di chi teme che arrivi. Una volta stabilite le condizioni preliminari, che ho descritto dal vero di ciò che so adesso e di ciò che ricordo di allora, è chiaro che anche questa volta la guerra è già cominciata e che bisogna cercare di sapere o immaginare che cosa avviene dopo visto che il meccanismo guerra non prevede alcuna possibilità di tornare all’inizio, e di rifare le scene, come nei film. Intanto però, oggi come allora, parte la seconda colonna di annunci , con cui l’aggressore si assicura uno spazio-tempo di accuse diffamatorie con tre caratteristiche: l’accusatore è inconfutabile a meno di metterlo sotto accusa (e la guerra fa da conferma). L’accusatore non deve portare prove perché deve bastare il livello del suo potere e della sua autorevolezza militarizzata. L’accusatore ha ragione perché l’accusa che porta è la causa estrema e inevitabile della guerra. E la guerra è già in corso, con i suoi bombardamenti e i suoi morti che sono autenticati dagli stessi portatori di morte, molto attivi nella costruzione di scenari, che non devono essere veri ma credibili e creduti. La forza frenetica del colpire subito e per primo (che è stata la forza di Trump come dei suoi personaggi, invano contrastata dagli aggrediti, come la marcia su Capitol Hill) dà il suo terribile frutto subito. La voce degli aggrediti si sente poco di fronte ai gesti pazzeschi appena compiuti, come si è sentita poco, benché coraggiosa e unica, la voce di Churchill che si era assunto da solo (come adesso il presidente ucraino Zelensky) il compito di confutare e negare le ragioni di una guerra già esplosa e fintamente trattenuta dal rivelarsi subito nelle sue vere, terribili dimensioni.
È importante fare attenzione alla frenetica ripetizione, da parte di Putin, della parola “nazista” come accusa e prova definitiva della ragione di bloccare un popolo sotto le bombe e della missione che gli spetta come dovere democratico, di tagliare la testa alla “bestia nazista”. C’è un che di elementare e di infantile nel fare finta di non sapere la storia di tutti, la storia del suo Paese, la sua storia, la storia (del tutto inventata) di quel che sta accadendo, la storia del massacro di popolazione civile, che è il modo di governare di Putin, e persino la storia personale del suo nemico Zelensky. Il discorso furente tenuto a una stanza vuota per 45 minuti pochi giorni fa, immaginando anche un minuto di silenzio di una folla inesistente in onore di un suo eroico ufficiale, forse, a parte il discorso di Trump per incitare l’assalto al Campidoglio, non ha precedenti nella storia. Forse neppure Putin ha precedenti nella storia. Nessuno, dopo Hitler, ha ucciso di più, dalla Cecenia rasa al suolo per vendetta, dopo la vittoria, allo sparare in faccia a Anna Politkovskaja mentre era ingombra delle borse della spesa in una strada di Mosca, al gruppo di donne cecene ribelli che si erano chiuse nel teatro Dubrovka di Mosca, e sono state uccise con un gas mai rivelato insieme a centinaia di spettatori che avrebbero dovuto essere ostaggi, alla distruzione sistematica di case e persone (in prevalenza bambini) in tutti i villaggi siriani. Nessuno ha mentito di più. Tutto è falso nella narrazione di Putin, nessuno, al momento, ha debiti più spaventosi con la Storia. Come si vede, le somiglianze fra la seconda guerra mondiale, e quella che Putin vorrebbe far diventare la terza, fanno paura. Così come fa paura e appare come un brutto presentimento, che Putin chiami “nazista” un giovane presidente ebreo eletto con il 75 per cento dei voti dai cittadini ucraini.