Per nascondersi dalla guardia di finanza aveva costruito un bunker. Un seminterrato a cui si poteva accedere da una sauna attraverso un meccanismo ben nascosto e azionabile solo dall’interno. Vincenzo Malvini, 55 anni, al centro di un’inchiesta della Procura di Asti su una truffa da 20 milioni ai danni della società dell’ex presidente della Camera dei deputati Irene Pivetti, è stato latitante per un mese, vivendo in questa specie di tana di 10 metri quadrati allestita nel territorio di un comune dell’hinterland di Milano. E così, come riporta l’Ansa ha reso onore alla fama di personaggio dalle mille risorse e dall’ingegno capace persino di stupire i giudici del tribunale astigiano, i quali, quasi con una punta di ammirazione, ne hanno annotato le “indiscutibili doti di falsario”. Tra il maggio e il luglio 2020, subito dopo la prima ondata della pandemia di Covid, la Only Logistic Italia, di cui l’ex presidente della Camera è amministratrice, fu convinta a vendere 7 milioni di mascherine chirurgiche per un valore di oltre 19 milioni. Ma alla fine dei giochi la merce non fu pagata.
Primo passo: stadi al 100% (senza pass?)
Con o senza Green pass ancora non si sa, ma tutti in curva a tifare, senza più limiti di capienza. Mentre il governo continua a discutere di come sarà l’Italia fuori dallo stato di emergenza, qualche certezza sembra esserci per il mondo dello sport: se non ci saranno ricadute sul piano epidemiologico, dal 1° aprile riapriranno completamente stadi e palazzetti. La data è cerchiata in rosso sul calendario. Anzi, potrebbe essere addirittura anticipata al 24 marzo, per lo spareggio della nazionale contro la Macedonia del Nord.
“Penso che dobbiamo valutare passo dopo passo. L’impegno del governo è quello di superare lo stato d’emergenza: per cui proseguirà il confronto e valuteremo la strada migliore”, ha spiegato ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, a margine di un incontro sul Pnrr a Firenze con il governatore toscano Eugenio Giani. Parole di cautela, che confermano come il lavoro sul decreto che accompagnerà l’uscita dallo stato di emergenza sia ancora in corso. Impianti e gare sportive sono solo un tassello del pacchetto più complessivo di allentamento delle varie restrizioni Covid. Per gli stadi, però, che già dal primo marzo erano passati al 75%, la riapertura totale pare ormai confermata dalle ultime riunioni tecniche a Palazzo Chigi: il via libera, poi, dovrebbe arrivare anche per i palazzetti dello sport al chiuso.
È una grande notizia per il calcio, e soprattutto per le altre discipline, che a differenza della ricca Serie A non possono contare sui milioni dei diritti tv e si reggono essenzialmente sugli incassi del botteghino. Gli sport e le categorie minori sono state le vere vittime della pandemia, molto più del pallone di vertice: nonostante tutte le lamentele, negli ultimi mesi i club di A spesso e volentieri non sono riusciti a riempire i loro impianti nemmeno al 50%.
I sold-out si sono visti quasi esclusivamente in occasione dei big match, e a questo servirà il via libera di aprile: raggranellare qualche milioncino in più (parliamo di una differenza di massimo 1-2 milioni a partita), per le poche grandi sfide che rimangono. Comunque una boccata d’ossigeno, per tutti, a partire dai tifosi.
C’è anche il tentativo di anticipare la riapertura per la nazionale, un po’ come avvenne la scorsa estate per gli Europei: la deroga sarebbe particolarmente apprezzata dalla Figc di Gabriele Gravina, che nella partita di Palermo contro la Macedonia del Nord si gioca tanto, e avere tutto il pubblico a favore sarebbe un’arma in più. La vendita dei biglietti per il 75% (26 mila posti) è già andata esaurita, se arriverà l’ok di Palazzo Chigi saranno aggiunti altri tagliandi.
La vera discussione riguarda però il Green pass, sia per l’ingresso allo stadio che per gli atleti in gara (vedi caso Djokovic agli Internazionali di Roma). Il mondo dello sport spinge per superare la certificazione, la sottosegretaria Vezzali ci sta lavorando, ma qui sono ancora forti le resistenze, come fanno capire le parole del ministro Speranza: “Superare lo stato d’emergenza non significa d’un tratto magicamente essere fuori da ogni vincolo”. Su questo sarà decisiva l’impronta generale che si vorrà dare al decreto. In ogni caso, fra poche settimane gli stadi sono destinati a riaprire. Sperando stavolta di non richiudere più.
“Bene riaprire, ma i fragili andranno protetti a lungo”
Il governo dovrà decidere quanto prima come procedere dopo il 31 marzo, quando scadrà lo stato d’emergenza e Mario Draghi ha già detto che non sarà prorogato. È scontata l’eliminazione del Super green pass per sedersi ai tavoli esterni di ristoranti e bar, sarà archiviato il sistema dei colori che peraltro ormai conta ben poco, saranno ulteriormente allargate le maglie nelle scuole. Si discute delle nuove regole per gli stadi, dei tempi in cui converrà aprire senza restrizioni anche gli spazi al chiuso, degli obblighi vaccinali che gravano su alcune categorie di lavoratori e su tutti quelli che hanno più di 50 anni e al momento sono destinati a durare fino al 15 giugno, con tutto quello che significa per decine di migliaia di persone sospese per mesi anche dalla retribuzione. Abbiamo chiesto il punto di vista del professor Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia a Padova e da due anni voce critica sulla gestione della pandemia.
Come vede il Covid in Italia, professore?
Credo ci stabilizzeremo per un po’ di tempo sui numeri che osserviamo in questi giorni. Il problema è che le persone più fragili si infettano e muoiono, se continua così avremo ancora 200-250 morti al giorno per diverso tempo.
Cosa si può fare?
Una politica di protezione dei fragili. Dovrebbero avere la possibilità di fare smart working, bisognerebbe anche garantire tamponi molecolari gratuiti a chi li assiste in base alla legge 104 e alle badanti. Si possono fare molte cose, non c’è nulla di ineluttabile.
La norma che prevede lo smart working sopra i 60 anni e per chi è affetto da una serie di patologie scade con lo stato d’emergenza il 31 marzo ed è nota l’avversità del ministro Renato Brunetta al cosiddetto lavoro agile.
Non prorogarla sarebbe un errore pazzesco, Brunetta sbaglia.
Per il resto va bene eliminare le restrizioni residue?
Sì non c’è dubbio, anzi prima si allenta e meglio è. Guardi cosa è cosa è successo a Hong Kong.
A Hong Kong ricoveri e decessi sono ai massimi livelli. Perché?
Hanno vaccinato tutti un anno fa, hanno puntato al cosiddetto Covid zero, con le restrizioni il virus non ha circolato e oggi si trovano in una situazione drammatica proprio perché hanno poca immunità naturale.
Nel governo c’è chi pensa di mantenere il Green pass, magari riducendo le limitazioni per chi non lo ha, anche in funzione di un’eventuale quarta dose di vaccino da fare in autunno.
Per il momento manca qualsiasi indicazione sulla quarta dose, sarebbe una scelta assurda. Ma in Italia in realtà è tutto aperto, perfino le discoteche…
Però ci vuole il Super green pass per fare quasi tutto.
Sì appunto, sono in vigore solo il Green pass che sicuramente non serve a evitare la trasmissione del virus e le mascherine sui mezzi pubblici. Ma i contagi non calano per il Green pass e le mascherine, calano perché quasi tutti siamo protetti dai vaccini o dall’immunità naturale.
Protetti fino a quando? Fino a un’eventuale nuova variante?
Fino ad allora o fino a quando l’immunità non diminuirà e a quel punto riprenderà la trasmissione, come appunto è successo a Hong Kong. In questo momento non ha senso nessuna restrizione.
In autunno, se i contagi risaliranno, sarà necessario ripristinarle.
Questo è vero in ogni caso, ma oggi se si lascia circolare il virus aumenta l’immunità nella popolazione.
Va bene anche rinunciare a quarantene e test nelle scuole?
Sì, a questo punto non servono. In generale il virus più circola e meglio è, tra vaccini e immunità naturale siamo quasi tutti protetti. Anche nelle scuole il problema è evitare che il virus raggiunga i più fragili.
I vincoli Ue sospesi pure nel 2023: il prossimo “Patto” sarà di guerra?
L’impatto della guerra in Ucraina, come leggete qui sopra, sarà devastante sulle prospettive di crescita dell’Italia e ovviamente, in gradi diversi, del resto d’Europa e del mondo, tanto più che il ritmo di salita del Pil era assai diminuito già tra fine 2021 e l’inizio dell’anno: la Germania, ad esempio, era attesa al secondo trimestre col segno “meno” – cioè tecnicamente all’entrata in recessione – anche prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. La mancata crescita, anche questo è un fatto scontato, avrà automatici effetti negativi anche sui conti pubblici e uno politico di portata più generale: il Patto di Stabilità e Crescita, cioè il sistema dei vincoli di bilancio dell’Unione europea, non tornerà in vigore all’inizio dell’anno prossimo come previsto e pure le (poche) trattative condotte finora per la sua riforma sono finite.
Una decisione ufficiale arriverà solo a maggio, ma può essere data per scontata. Così l’ha messa qualche giorno fa il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni: “Avremo bisogno di rivalutare la disattivazione della clausola generale di salvaguardia, sulla base delle previsioni di primavera, che saranno presentate a metà maggio”. La clausola generale di salvaguardia è appunto quella che, attivata nel marzo 2020 per fronteggiare la crisi da Covid-19, ha consentito ai Paesi Ue di sforare i vincoli di bilancio su deficit e debito, cioè, tradotto in tecno-brussellese, di “allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio a medio termine”.
Difficile che le previsioni di primavera, dopo la doppia gelata (prezzi e guerra) su economie che faticosamente venivano fuori da un tracollo epocale, consentiranno di tornare al business as usual del 3% o delle procedure di infrazione (anch’esse sospese per adesso). Il governo italiano più riservatamente e tutti i partiti a gran voce tifano apertamente per un allungamento della sospensione: il ritorno del Patto l’anno prossimo, anche senza l’invasione dell’Ucraina, sarebbe stata una mazzata per il fragile bilancio italiano.
Resta da vedere, e non è un’incertezza di poco conto, cosa deciderà la Banca centrale europea rispetto al rialzo dei tassi di interesse e al restringimento del suo bilancio: molto dipenderà, in questo caso, da quel che deciderà di fare la Fed statunitense, che era parsa più decisa sulla fine delle politiche monetarie “pandemiche”. La guerra di Putin non ha cambiato solo le tempistiche politiche, ma l’intero orizzonte europeo. Anche la faticosa ricerca di consenso su una riforma possibile del Patto di Stabilità dovrà ricominciare da capo. Tutto dipenderà dalla crisi ucraina: quanto durerà, quale mondo ci lascerà in eredità, quali saranno le priorità?
L’annuncio di Berlino di un aumento stabile e cospicuo delle sue spese militari, oltre che un fatto politico in sé, significa anche l’addio al principio costituzionale tedesco del pareggio di bilancio: il nuovo Patto, che pareva avviato a una conferma dell’impianto sostanziale con la concessione di una parziale flessibilità per gli investimenti nella transizione energetica, sarà invece “di guerra”? È una risposta che nessuno in Europa può fornire oggi: anche questa è una delle decisioni che prenderemo, per così dire, insieme al Cremlino.
Il prezzo della crisi a Est: per l’Italia sarà un disastro
Passata la prima settimana di sanzioni e cercato di valutare l’impatto, che sarà molto pesante, sull’economia russa e sulla tenuta della guida di Vladimir Putin, gli uffici studi di mezzo mondo sono al lavoro per stimare il possibile impatto che esse potranno avere all’esterno della Russia, sui suoi principali partner commerciali e finanziari e, a cascata, sull’economia globale.
La Russia non è una super potenza come era l’Unione Sovietica, ma non è nemmeno un’economia marginale. In alcuni settori, come quello del palladio, dell’alluminio, del grano, del petrolio, del gas, del carbone è un produttore di grande importanza, che muove i prezzi mondiali. Lo scorso mercoledì JP Morgan, in uno studio complessivo sull’impatto nel settore energetico, ha stimato che, nel caso in cui la guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia dovessero protrarsi per molti mesi, il prezzo del petrolio del Mare del Nord, che è il prezzo di riferimento del mercato europeo, potrebbe arrivare a fine anno a 185 dollari, più che raddoppiando rispetto al livello di fine anno scorso. La ragione si trova nel fatto che i produttori russi hanno grosse difficoltà a collocare il petrolio estratto: pur non essendo in vigore un blocco alle esportazioni di petrolio e gas, il timore di incorrere in sanzioni o un blocco dei fondi delle banche finanziatrici, sta avendo l’effetto di lasciare circa 2/3 della produzione russa invenduta, con conseguente penuria di materiale sul mercato. Le diplomazie internazionali stanno cercando una soluzione e – vista l’indisponibilità dell’Arabia Saudita e dell’Opec di aumentare la produzione – i negoziati con l’Iran hanno avuto una forte accelerazione, per reinserire la sua produzione di petrolio nel circuito mondiale. In caso di bisogno vanno bene anche gli Ayatollah.
Quanto questa situazione sia dannosa per l’economia italiana è facile immaginarlo. L’Italia dipende dal gas e dal petrolio non solo per i consumi dei cittadini, ma anche per il funzionamento dell’industria. Stime precise del possibile impatto non ce ne sono ancora. Possiamo fare solo supposizioni sulla base dei dati in possesso. Ad esempio, usando la metrica delle previsioni macroeconomiche che il governo fornisce due volte all’anno con il Documento di economia e finanza (Def) e la sua Nota di aggiornamento (NaDef), si può supporre che l’1% di aumento del prezzo del petrolio porti a un rallentamento della crescita di 0,018 punti di Pil. Venerdì il petrolio ha chiuso a circa 115 dollari al barile, che rapportato in euro vuol dire un aumento di circa il 90% rispetto alla fine dell’anno scorso: dovesse stabilizzarsi e mantenersi tutto l’anno a questi livelli, la crescita italiana subirebbe un impatto negativo di circa 1,6 punti, vale a dire che la crescita stimata al 4% per quest’anno passerebbe al 2,4%.
Una stima estremamente parziale, perché la guerra in Ucraina ha portato altri cambiamenti nello scenario esterno all’Italia: il disaccoppiamento tra gas e petrolio, con il gas che è cresciuto di oltre il 140% nell’ultimo mese a fronte del 25% del petrolio; il blocco delle esportazioni verso la Russia, che nel 2021 per l’Italia valevano quasi 8 miliardi di €euro; il mancato incasso dei crediti vantati in Russia e Ucraina da tante aziende italiane.
A rendere il quadro ancora più incerto c’è l’orientamento che le banche centrali stanno assumendo in funzione del rialzo dei prezzi. La Federal Reserve dovrebbe iniziare questo mese la serie di rialzi dei tassi. Dopo le dichiarazioni degli ultimi giorni, la decisione della banca centrale americana sembra scontata: il primo di una serie di rialzi è pronto ad arrivare. Questo complica la posizione della Bce. La dinamica di salari e stipendi in Eurozona è molto più contenuta rispetto a quella degli Stati Uniti e l’attuale rialzo dei prezzi, di per sé, opera comprimendo i consumi delle famiglie, distruggendo la domanda interna e quindi la crescita dell’economia. Il contesto suggerirebbe un atteggiamento paziente della banca centrale, ma prima dell’invasione dell’Ucraina le indicazioni fornite al mercato erano per l’avvio del rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.
La guerra però complica le cose: se da un lato l’effetto dei prezzi delle materie prime e del commercio con la Russia deprimerà ancora di più la crescita, dall’altro una divaricazione rispetto alla politica monetaria statunitense potrebbe far crollare l’euro e amplificare l’inflazione importata. Con il Consiglio in programma la prossima settimana, il 10 marzo, verranno diffuse le nuove proiezioni macroeconomiche e capiremo quale decisione sarà presa. Se l’inflazione sarà prevista raggiungere il 2% alla fine dell’orizzonte temporale, il rialzo dei tassi arriverà, aggiungendo un ulteriore impulso recessivo.
Il quadro si fa così sempre più fosco per l’economia italiana ed europea che sicuramente dovrà rivedere gli obiettivi di crescita per quest’anno e con essi anche quelli di bilancio pubblico. La priorità è tenere insieme il sistema economico e attutire l’impatto del rialzo dei prezzi sulle fasce più deboli della società, per non vanificare l’enorme sforzo fatto per resistere alla crisi da pandemia.
Di Maio (con Eni), missione in Qatar a caccia del gas
L’Italia accelera la ricerca di fonti energetiche alternative al gas russo: “Stiamo intervenendo per rafforzare con altri Paesi la nostra cooperazione energetica. Lavoriamo per aumentare le nostre forniture di gas per evitare ogni genere di ricatto”, ha spiegato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che, dopo l’Algeria, è volato in Qatar insieme all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, per una visita di due giorni anticipata da una telefonata del premier Mario Draghi all’emiro Tamin Bin Hamad Al Thani: “Dobbiamo agire in fretta per arginare i potenziali effetti economici di questa guerra portata avanti dal governo russo e tutelare famiglie e imprese italiane”.
Il Qatar è il terzo produttore di gas naturale al mondo (oltre 177 miliardi di metri cubi all’anno), per l’Italia è al momento il terzo esportatore di gas naturale – dopo la Russia e l’Algeria – e il primo di gas naturale liquefatto, per una fornitura di 6,9 miliardi di metri cubi l’anno pari a quasi il 10% del totale delle importazioni, contro il 40% del gas russo. Algeri intanto ha già promesso a Roma di aumentare di circa 2 miliardi di metri cubi le sue forniture per arrivare a 30 già “nei prossimi mesi”
Domani Draghi andrà a Bruxelles dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, insieme al ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, per discutere di una politica di breve e medio periodo per differenziare le fonti di approvvigionamento, pur con gli impegni assunti in materia di transizione ecologica.
“Norma punitiva: rischio per la democrazia”
Il procuratore generale di Perugia Sergio Sottani ha emesso una circolare per applicare la norma sulla presunzione di innocenza, in vigore da dicembre, che ha imbrigliato magistrati e giornalisti dato che prevede esclusivamente comunicati stampa da parte dei procuratori e in alcuni casi conferenze stampa, ma solo se per esigenze investigative o per “specifiche ragioni di interesse pubblico”.
Procuratore Sottani c’era bisogno di questa norma?
Secondo me no. È troppo rigida e potrebbe ottenere l’effetto opposto di quello che vuole, ovvero tracciare i contatti tra giornalisti e magistrati. Prevedere solo comunicati e conferenze stampa dei procuratori rischia di dar luogo a contatti ‘sotto banco’ e non necessariamente con i magistrati, ma con tutti coloro che hanno l’informazione.
Magari c’era l’interesse di silenziare le inchieste che coinvolgono politici, esponenti istituzionali, dell’economia…
Lo scopo era quello di intervenire sulle indagini con maggiore risonanza, con soggetti noti, ma in realtà si è andati a colpire tutta quell’attività di informazione giudiziaria che fa comprendere una collettività. Dal tipo di reati che ci sono in un territorio si possono capire molte cose.
È per questo che nella sua circolare lei ha scritto che le “specifiche ragioni di interesse pubblico” delle comunicazioni da parte delle Procure “andranno valutate con riferimento al territorio ove si cala la notizia”?
Certamente. Una grande parte della cronaca locale dei giornali è costituita dalla giudiziaria locale. Quindi non deve essere valutato solo l’interesse dei procuratori ad emettere comunicati ma anche le esigenze dei cittadini a conoscere quanto succede nella realtà in cui vivono.
La ministra Cartabia ha tenuto a precisare che l’Italia era obbligata a varare questa norma da una direttiva europea del 2016…
Che ci siano stati alcuni casi di spettacolarizzazione delle indagini è vero, ma sono stati casi isolati e c’è già stato, per evitare che si ripeta, un intervento del Csm con una circolare del 2018. La mia impressione è che si sia approfittato della direttiva europea per varare una norma punitiva nei confronti di alcune situazioni senza tenere conto che la realtà è molto più articolata e complessa. Non è un problema dei magistrati o dei giornalisti ma è un problema della democrazia e del dovere dei magistrati di informare in modo naturalmente corretto.
Per non parlare di tutte le notizie incontrollate che circolano sui social.
Appunto. Bisogna anche tutelare la correttezza delle notizie e sui social, dove circolano comunque, c’è un alto rischio di inaffidabilità. Quindi questa blindatura non ha senso.
In attesa di eventuali direttive del Pg della Cassazione e del Csm lei ha scritto che un procuratore potrebbe non parlare solo attraverso i comunicati. In che senso?
Si potrebbe pensare a una comunicazione anche verbale con i giornalisti purché ufficiale. Ad esempio attraverso un’intervista o dichiarazioni virgolettate.
Minacce, scouting e tranelli. La guerriglia contro Draghi
I partiti chiedono, a Palazzo Chigi annotano e prendono tempo. “Vi faremo sapere” rispondono quasi meccanicamente gli sherpa di Mario Draghi. Qualche mese fa sarebbe stato impensabile, ora sta diventando regola. Si tratta e si discute su quasi tutto, perché quasi ogni norma, ogni provvedimento in discussione in Parlamento assomiglia a una botola. E adesso, con la guerra in Ucraina, neppure Draghi, il Migliore, può permettersi di fare ciò di cui aveva una voglia matta: mandare al diavolo le forze politiche che fanno mille storie e che, soprattutto, non lo hanno mandato al Quirinale.
Per questo ora i suoi, dal capo di gabinetto Antonio Funiciello al sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli fino al consigliere economico Francesco Giavazzi – apparso anche nelle riunioni a Montecitorio – leggono con altro occhio gli emendamenti e tengono tavoli di ogni sorta. E, incredibile, hanno chiesto aiuto: ai centristi vari e a un pezzo di Forza Italia, quello di governo, perché c’è da marcare stretto innanzitutto Matteo Salvini. Quello che non sa più cosa dire e cosa fare, e per questo è un pericolo (politico). Anche ieri Salvini ha urlato contro quella riforma del catasto che giovedì aveva provato ad affondare in commissione alla Camera, portando a un passo dal dirupo la maggioranza: “Farla per aumentare le tasse sulla casa è qualcosa di cui non si sente il bisogno, ci siamo opposti e ci opporremo”. Minaccia, il leghista, che invoca pure “una grande pace fiscale” (si legge condono).
Quando promette ancora guerra sul catasto si riferisce a un altro emendamento soppressivo che rovescerà sulla legge delega sul Fisco – dove è racchiusa la riforma – martedì, in commissione. Il governo potrebbe rispondere con il voto di fiducia. Ma per ora non ha voglia di farvi ricorso. Anche perché i centristi fanno muro. Maurizio Lupi, che giovedì per interposto parlamentare (Alessandro Colucci) ha salvato il governo nella conta, teorizza sul Corriere della Sera: “La riforma non inciderà sulle tasse, il centrodestra non può ritrovare l’identità su battaglie sbagliate”. E Osvaldo Napoli (Coraggio Italia) suona la stessa nota: “A Salvini chiedo come si possa parlare di aumento delle tasse”. I centristi molto draghiani non cedono. Per fortuna del Migliore, ma anche – lo dicono in tanti – di Silvio Berlusconi, che giovedì ha ordinato il no alla riforma perché non poteva lasciare Salvini solo nell’ululare “contro le imposte sulla casa”. Ma che di far saltare Draghi non ha alcuna voglia. Quindi ben venga Lupi, che con il Caimano ha un eccellente rapporto. Ma forse il no dei centristi è una garanzia perfino per Salvini.
Un ministro lo dice fuori taccuino: “Matteo abbaia alla luna, lei pensa che possa far cadere il governo? Senza la guerra magari sì, ma ora…”. Adesso “fa solo una guerra di posizione”. Forse lo pensa anche Draghi, che ha rifiutato togliere dalla riforma la mappatura degli immobili e la revisione degli estimi catastali. Però stanno comunque attentissimi, a Palazzo Chigi, perché la maggioranza è quanto mai instabile e i fronti aperti tantissimi. Per esempio domani sera in commissione Lavori pubblici, in Senato, si discuterà il disegno di legge delega sul codice degli appalti. Sul tema ogni partito ha richieste precise, e le ha recapitate a Palazzo Chigi: pare, dopo un patto interno tra le forze politiche. Fi, per dire, chiede più attenzione per le piccole imprese territoriali, mentre il Pd avrebbe chiesto una norma diversa sulla revisione dei prezzi.
Ma il punto più delicato è la norma che affidare la scrittura del codice al consiglio di Stato “e ad altri esperti”. Una scelta che il premier aveva illustrato davanti al neo presidente dell’organo amministrativo, Franco Frattini, e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lo scorso 22 febbraio. Ma il M5S si oppone. Il 5Stelle Andrea Cioffi, uno dei due relatori del provvedimento, afferma: “In questo modo il governo delega la funzione giurisdizionale a un organo terzo, facendo ricorso a una legge del 1924. Ma il Parlamento come può avallare una scelta del genere?”. Da Palazzo Chigi però fanno sapere di voler andare dritti, perché quello è il cuore del testo. Tradotto, sono tranquilli: o spericolati.
Caccia al filorusso: epurato Orsini
Gli è stato detto che le sue opinioni rischiano di danneggiare “valore, patrimonio di conoscenza e reputazione” dell’Università per cui lavora. Non certo roba da poco.
A lessandro Orsini è direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale della Luiss, ma il suo ateneo non gradisce più che il professore partecipi come ospite ai programmi tv sulla crisi ucraina. Colpa di alcune analisi ritenute filo-russe, sovraniste, putiniane. Una caccia alle streghe di cui Orsini è l’ultima vittima, ma che almeno ha smosso la solidarietà di diversi colleghi. Nelle prossime ore, infatti, alcuni professori universitari della Statale di Milano diffonderanno un appello in difesa di Orsini, “censurato dalla sua Università”: “Le analisi di Orsini non hanno alcunché di censurabile – si legge nella bozza del comunicato – e si fondano su studi rigorosi”. A preoccupare i docenti c’è questo “clima di oscurantismo” simile “al maccartismo” – come ci spiega uno dei firmatari – che colpisce chiunque azzardi un’interpretazione dell’aggressione russa diversa dal mainstream. Proprio ciò che è successo a Orsini, negli ultimi giorni ospite a Sky Tg24 e a Piazzapulita, dove – premettendo la scontata condanna per la condotta di Putin – ha sottolineato la pessima gestione dei rapporti con la Russia da parte della Nato.
Parole che hanno indotto la Luiss, l’università di Confindustria, a sconfessare pubblicamente Orsini: “La Luiss reputa fondamentale che, soprattutto chi ha responsabilità di centri di eccellenza come l’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale, debba attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti e dell’evidenza storica, senza lasciar spazio a pareri di carattere personale che possano inficiare valore, patrimonio di conoscenza e reputazione dell’intero Ateneo”. Il problema – ed è quello che scrivono i docenti nell’appello in sostegno del collega – è che Orsini non è certo un passante: ha alle spalle decenni di esperienza ed è apprezzato in Italia e all’estero (è Research affiliate al Mit di Boston). Motivo per cui si può – come ovvio – contestare le sue analisi, ma è arduo sostenere che non poggino su una solida base di competenze. Peraltro la Luiss è lo stesso ateneo per cui lavora Gianni Riotta, giornalista di Repubblica e direttore della Scuola di giornalismo dell’Università, già sfiduciato dalla redazione del Sole 24 Ore (quando era direttore) e definito dal premio Pulitzer Glenn Greenwald “l’opposto del giornalismo”. Non abbastanza da imbarazzare Confindustria, preoccupata invece delle parole di Orsini. Ieri il Messaggero ha fatto saltare la rubrica Atlante, che il professore cura da anni sul quotidiano (problemi di spazio e “tornerà sabato prossimo”, giura il giornale), mentre il duro comunicato della Luiss dovrebbe inibire altre ospitate televisive nei prossimi giorni. Così, si crede, la “reputazione” sarà salva.
La piazza è contro le armi Il Pd teme i fischi e non sfila
È enorme la bandiera arcobaleno che viene stesa a terra prima dell’inizio del corteo a Piazza Esedra ieri, a Roma. Un lenzuolo che cerca di coprire anche le difficoltà e le divisioni nelle quali la manifestazione si svolge. Da una parte, c’è il popolo della pace che sfila per dire no alla guerra. Più di cinquantamila persone, per gli organizzatori. Dall’altra, c’è la politica alle prese con l’equilibrismo. Putin è universalmente riconosciuto come l’aggressore, ma la scelta di armare l’Ucraina è divisiva, per alcuni dilaniante.
La guerra è in Europa e l’Europa stessa è in una posizione di ambiguità che rende complesso anche trovare slogan unitari e incisivi: è in guerra ma anche no, manda armi, ma non soldati. Cgil e Uil sono in piazza, ma la Cisl si sfila perché “non si può essere neutrali”, mentre difende le misure. Quindi anche l’invio delle armi. Il Pd invia una mini-delegazione: d’altra parte Enrico Letta difende le armi all’Ucraina. Il documento-piattaforma di “Un’Europa di pace” è cambiato più e più volte su questo punto, per tentare di mettere d’accordo tutti senza riuscirci. Tanto è vero che i più estremisti, come Potere al Popolo fanno una contromanifestazione. Ma Maurizio Landini, segretario della Cgil, accalorandosi non poco, nel retropalco, a piazza San Giovanni è esplicito: “La piazza è chiara, le armi non le vuole”. Che nel documento il punto sia sfumato conta poco.
Il corteo parte alle 13 e 30 e si snoda sotto al sole. Atmosfera tranquilla, a tratti straniante, vagamente smarrita. Incredula di fronte a un conflitto quasi inimmaginabile. Se la condanna di Putin è un punto fermo, ci sono anche cartelli, come quelli de La Comune, che evocano l’equidistanza. Oppure, “Né con Putin, né con la Nato. Disertiamo la guerra. Nessun’arma, nessun soldato” (Collettivo del Liceo Kant). O i classici del pacifismo italiano “rivisitati”: “Draghi e il Pd ci portano in guerra. Fuori l’Italia dalla Nato” (Fronte della gioventù comunista). Mentre c’è chi sceglie direttamente il segretario del Pd come bersaglio, che diventa “Letta-mitraglietta”. Dominano le bandiere delle sigle che hanno aderito, dall’Arci a Greenpeace, da Emergency alle Acli da Libera a Emergency. E poi, Legambiente, Cgil, Movimento Nonviolento, Un Ponte Per, Archivio Disarmo, Associazione Ong Italiane, Link 2007, Rete della Conoscenza, Anpi. Spunta qualche bandiera dell’Europa. Quelle dell’Ucraina ci sono, ma in mezzo alle altre. Si manifesta per la pace, prima di tutto. Presenti molti della generazione dei nati tra gli anni 60 e 70, abituati ai cortei oceanici di 20 anni fa. Ma anche tanti giovani. A dare il senso del corteo ci prova Landini, dal palco: “Esprimo con forza solidarietà al popolo ucraino, vittima di un’aggressione criminale e al popolo russo che continua a resistere nonostante manifestare per la libertà in Russia sia diventato un crimine”. Putin “ha dimostrato di essere nemico della democrazia”. Ancora: “Mai come adesso c’è bisogno non di inviare armi, ma che l’Onu vada al tavolo delle trattative”.
Intanto, nel retropalco si vedono Stefano Fassina, Nicola Fratoianni e Massimiliano Smeriglio. E Gianni Cuperlo, Peppe Provenzano, Andrea Casu, in rappresentanza del Pd. Non hanno sfilato con il corteo: rischio fischi per gli esponenti di un partito che esprime anche il ministro della Difesa. In piazza San Giovanni, rapida apparizione. Sul palco non sale nessun politico. D’altra parte, il più evocato negli interventi è Gino Strada. Si susseguono testimonianze non solo dall’Ucraina, ma anche dall’Afghanistan, dalla Palestina, dalla Siria e dai Balcani. Il repertorio del pacifismo che esiste e resiste.