Data la presenza del presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, seduto al suo fianco, Vincenzo De Luca non poteva che compiacerlo tirando fuori il solito repertorio di inesattezze e luoghi comuni con i quali ogni volta prova a stroncare il Reddito di cittadinanza. Durante un evento di ieri mattina in un hub vaccinale del Beneventano, il governatore della Campania ha ancora una volta riproposto la leggenda degli stagionali “introvabili” per colpa del sussidio. “Da oggi in poi – ha detto – non ci deve essere nessun contributo dello Stato scollegato dalla disponibilità al lavoro o alla formazione professionale. Giusto dare un aiuto, ma solo se dai la disponibilità ad andare a fare anche il lavoro stagionale”. Per poi rincarare la dose: “Non si trova più un lavoratore stagionale; ti prendi 700 euro al mese, magari nel fine settimana vai a fare un lavoretto in nero”. Si tratta, come al solito, di cifre a caso: il Reddito di cittadinanza vale in media 551 euro e con questa cifra bisogna sostenere tutta la famiglia, poiché – a differenza di come si vuole far credere – l’assegno mensile va all’intero nucleo, non alla singola persona. La media di 700 euro, dicono i dati Inps, riguarda solo le famiglie con almeno quattro componenti, quindi solo 175 euro a testa. Sempre ieri, a smentire inconsapevolmente De Luca è stato il ministro del Lavoro Andrea Orlando, suo compagno di partito. Sentito dalla neo-commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, ha ricordato un dato: “Tra il 15 e il 20% dei percettori del Rdc sono persone che hanno un contratto di lavoro – ha detto – e nonostante questo integrano i requisiti per il Reddito”. I numeri (aggiornati a ottobre 2020) dicono che molti beneficiari del sostegno anti-povertà sono già impegnati in lavoretti stagionali: 48 mila in alberghi e ristoranti, altri 44 mila nell’agricoltura. Proprio i settori che, secondo De Luca, sarebbero rimasti a secco di addetti.
Bernardo a Milano e Maresca a Napoli. Ecco i candidati a destra (manca Bologna)
Dopo settimane di vertici fallimentari e di tensioni tra gli alleati, il centrodestra ieri ha ufficializzato i candidati a Milano e Napoli in vista delle Comunali d’autunno. Nel capoluogo lombardo correrà il primario di pediatria del Fatebenefratelli Paolo Bernardo, pediatra della figlia di Licia Ronzulli: Matteo Salvini aveva anche chiesto di far correre Gabriele Albertini in ticket con Bernardo (c’era anche il disco verde di Silvio Berlusconi), ma alla fine, di fronte alle rimostranze di Giorgia Meloni e Maurizio Lupi, il vice e la squadra saranno decisi dopo il voto. Sbrogliato il nodo del pm Catello Maresca a Napoli che aveva provocato tensioni nella coalizione. Correrà all’interno del “patto civico per Napoli” e con i simboli di partito. “Bene l’adesione dei partiti di centrodestra al mio progetto, l’avversario è il centrosinistra”, ha commentato Maresca. Ora manca solo il candidato a Bologna dove è in pole il senatore di Forza Italia, Andrea Cangini, in ticket con il civico Fabio Battistini, ma Fratelli d’Italia ha chiesto ancora due giorni di tempo perché Meloni non è convinta. “Chiudiamo nelle prossime ore”, ha concluso Salvini.
Salari e clima, così Bezos rifà il trucco ad Amazon
A esattamente 27 anni dalla fondazione, il 5 luglio il creatore di Amazon, Jeff Bezos, ha passato la mano al suo più fedele e brillante luogotenente, Andy Jassy, dal 2016 Ceo di Amazon Web Services (Aws), la parte di Amazon che vende servizi di cloud computing e da anni con meno del 15% del fatturato totale produce metà degli utili del gruppo. Bezos diventa presidente esecutivo del consiglio di amministrazione e dichiara di volersi dedicare a migliorare le condizioni lavorative dei dipendenti o la sostenibilità ambientale e continuare a occuparsi delle invenzioni, i nuovi servizi e dispositivi in grado di fidelizzarli i clienti e farli spendere di più. Prime e Alexa sono i due esempi più clamorosi di come Amazon sia riuscita negli ultimi 10 anni a influenzare le abitudini di consumo di centinaia di milioni di famiglie.
L’azienda di Seattle ha approfittato della pandemia che ha chiuso a più riprese i negozi fisici e i centri commerciali in quasi tutto il pianeta. La “nuova normalità” pareva fatta su misura di Amazon: i ricavi sono cresciuti dal 23% del primo trimestre 2020 (l’ultimo prima del pieno impatto del Covid) al 40-45% dei trimestri successivi. A fine 2020 il fatturato ha raggiunto i 386 miliardi, 106 in più dei 280 di fine 2019 (+38%). L’incremento pone sfide enormi, come il raddoppio della superficie dei centri logistici in due anni e l’assunzione di mezzo milione di nuovi impiegati in 12 mesi. Amazon nei 12 mesi al 31 marzo scorso ha raggiunto ricavi per 419 miliardi (+41%) e di questo passo tra pochi trimestri si avvia a spodestare la sua maggior rivale Walmart come maggior multinazionale mondiale, perché il gigante dei supermarket di miliardi ne fattura 560 ma cresce “appena” del 7%. Gli utili sono in progressione ancor più impressionante: quello operativo a fine marzo nei 12 mesi della pandemia è raddoppiato (+97% a 27,8 miliardi), quello netto è addirittura triplicato (+220% a 8,7 miliardi).
Ma questa progressione e queste cifre da anni però non passano assolutamente inosservate alle autorità Antitrust e hanno già rinfocolato l’attenzione dei “cani da guardia” della concorrenza negli Usa e nell’Unione Europea, in Francia e in Germania. Non a caso, il 15 giugno, il presidente statunitense Joe Biden ha nominato alla presidenza della Commissione federale sul commercio (Ftc) Lina Khan, una delle più forti oppositrici di Amazon. Khan è autrice di uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista di legge di Yale, intitolato “Il paradosso Antitrust di Amazon”. Secondo la Khan, l’azienda di Seattle ha violato le leggi antitrust e va smembrata. Ecco perché pochi giorni fa Amazon ha scritto alla Ftc chiedendo la revoca della nomina della Khan, ritenuta non imparziale: “È vero che siamo grandi, ma non per questo non abbiamo diritto a essere indagati in modo imparziale”, ha scritto la multinazionale.
La tempistica dell’avvicendamento ai vertici potrebbe andare letta in questo contesto: Bezos non ha alcuna intenzione di farsi mettere sulla graticola per uno dei nodi cruciali della crescita di Amazon, l’evidente conflitto di interessi tra il ruolo di venditore al dettaglio e quello di gestore della più grande piattaforma di commercio per venditori terzi, il marketplace. Oltre due terzi delle unità spedite dal colosso di e-commerce non sono vendute da Amazon in conto proprio, ma dalla piattaforma gestita per i venditori terzi, che pagano commissioni fino al 45% del prezzo di vendita per usare i servizi di logistica. Così Amazon da anni accumula dati su oltre 2 milioni di venditori che trattano miliardi di articoli e grazie a questi dati riesce a ottimizzare la propria attività come retailer. Proprio su questo la Commissione Europea ha aperto un’indagine lo scorso novembre. Altre inchieste di Berlino e Bruxelles si concentrano sull’algoritmo che determina il vincitore della “buy-box”, il pulsante “compra ora” dal quale transitano il 90% delle vendite. Un’ultima indagine, scattata lo scorso 25 maggio negli Usa, si concentra invece sull’effetto inflattivo delle alte commissioni di vendita per i venditori terzi e delle clausole di “politiche di prezzo equo”, inserite nel contratto che i venditori firmano con Amazon che vietano di vendere su altre piattaforme (come eBay o Walmart) a prezzi inferiori a quelli praticati su Amazon, sui prezzi del segmento e-commerce nel quale Amazon domina, con una quota negli Stati Uniti tra il 50 e il 70% . La questione è centrale perché chiude il cerchio rispetto allo studio di Khan, che parlava di “politiche di prezzo predatorie” di Amazon, senza però trovare evidenza dei rincari che permettono di recuperare l’investimento iniziale sui prezzi bassi per mettere fuori mercato la concorrenza.
L’email spedita da Bezos ai dipendenti di Amazon il 2 febbraio scorso per annunciare il nuovo ruolo sembrava scritta proprio per le preoccupazioni sul fronte antitrust. Bezos enfatizzava il ruolo innovativo svolto da Amazon sin dal 1995, creando di fatto un nuovo canale di vendita e inventando servizi come Aws, e il ruolo sociale di Amazon, in particolare il salario minimo di 15 dollari applicato in azienda, il doppio del minimo legale negli Stati Uniti, e il Climate pledge, l’impegno di Amazon in favore della sostenibilità ambientale.
Non a caso, proprio il primo luglio due nuovi principi di leadership sono stati aggiunti ai 14 che costituiscono da due decenni il Dna di Amazon. Le due nuove regole sostengono “vogliamo diventare il miglior datore di lavoro al mondo” e “successo e grosse dimensioni generano ampie responsabilità”. Sono, tutt’altro che casualmente, proprio i nuovi ambiti nei quali si focalizzerà l’attenzione di Jeff Bezos nella sua posizione di presidente del consiglio di amministrazione, che in questa posizione meno visibile a livello operativo terrà sicuramente anche la regia delle risposte da dare alle autorità Antitrust di mezzo mondo.
Risarcimento per le famiglie del Tamburi: sentenza storica
Le polveri dell’ex Ilva di Taranto hanno impedito alle famiglie del quartiere Tamburi, il rione a pochi metri dalla fabbrica, di godere a pieno la propria casa, costringendole a vivere per anni con le finestre chiuse. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione accertando definitivamente il “ridotto godimento” del bene, cioè la negazione a godere in modo pieno ed esclusivo dell’abitazione che hanno acquistato. Nel 2006 la stampa locale li aveva ribattezzati “i ribelli dei Tamburi”, ma Salvatore De Giorgio e gli altri abitanti della palazzina di via De Vincentis, dopo ben 15 anni, hanno vinto la loro battaglia nelle aule di giustizia. “Questa sentenza – ha spiegato l’avvocato Massimo Moretti – è storica perché conferma la legittimità della sentenza di primo grado del 2014, che aveva riconosciuto il danno subito di chi aveva sfidato quello che all’epoca sembrava un invincibile avversario. Oggi – ha aggiunto il legale delle famiglie tarantine – quella sentenza non potrà più essere messa in discussione in nessun tribunale”. Per Moretti, il danno che questi cittadini hanno subito, però, dipende anche dalle scelte fatte dallo Stato nel periodo di gestione pubblica dello stabilimento e durante la gestione Riva in cui sono mancati controlli idonei.
Già nel 2014, dopo la sentenza di primo grado, ai “ribelli dei Tamburi” era stata versata una somma pari al 20 per cento del valore originario dell’appartamento. Il calcolo fu effettuato sul valore dell’immobile all’atto dell’acquisto e non per il valore attuale: il costo di quegli appartamenti, infatti, negli ultimi anni è completamente crollato creando un ulteriore danno alle famiglie che vivono sotto le ciminiere.
Se poche famiglie hanno ottenuto una forma di giustizia, per tante altre che hanno avanzato richieste risarcitorie dopo gennaio 2015 l’ipotesi di ottenere denaro è particolarmente lontana a causa del fallimento delle società dei Riva. Ed è anche per questo che il governo ha introdotto nel dl Sostegni bis un fondo per i proprietari di immobili del rione Tamburi a cui una sentenza definitiva ha accertato il danno subito: l’importo per ciascuna famiglia non potrà superare i 30 mila euro.
Tav, l’altro show: lavori per 3 mld (in mega ritardo)
L’appuntamento è per oggi alle 12.30, quando i vertici di Telt – l’appaltatore pubblico italo-francese del Tav Torino-Lione – presenteranno in pompa magna l’assegnazione “di 3 miliardi di lavori”. A presenziare allo show, oltre al presidente Hubert du Mesnil e al dg, Mario Virano, ci sarà Iveta Radicova, coordinatrice del corridoio mediterraneo, da sempre sponsor entusiasta della grande opera. Con il governo Draghi riparte così la grancassa sull’infrastruttura che appassiona la politica italiana e nutre uno stuolo di costruttori e professionisti della progettazione fin dagli anni 90. L’annuncio arriva a quasi due anni di distanza dal voto in Parlamento sulla mozione pro-Tav che isolò i 5stelle e preluse alla crisi del governo gialloverde nell’agosto 2019. Sulla grande stampa è tutto un “rush”, “stretta sui tempi”, “accelerazione”. Eppure il quadro non torna. In primis non sono chiare neppure le cifre. I lavori assegnati oggi dal cda di Telt riguardano solo il versante francese del tunnel transfrontaliero (57 km a doppia canna, 114 totali), per due terzi Oltralpe ma per due terzi a carico dell’Italia (una trovata dal governo Berlusconi per convincere i francesi a imbarcarsi nell’avventura). Si tratta di tre lotti, per un costo di 2,3 miliardi, stando ai vecchi dati comunicati dalla stessa Telt. Per arrivare a tre servirebbero anche quelli del fronte italiano, che sono slittati di sei mesi dopo lo scontro in seno al governo Conte-1. Poco importa, tutto verrà “assegnato” oggi.
A ogni modo, se va bene, i lavori partiranno non prima di settembre. A conti fatti, il cronoprogramma – già rivisto più volte – è in ritardo di quattro anni rispetto a quello approvato dal Cipe, i veri scavi del tunnel dovevano iniziare nel terzo trimestre del 2017 e, al netto dei lavori preparatori, non sono di fatto partiti. Se va bene, ha spiegato a dicembre scorso l’allora ministra Paola De Micheli, si finirà non prima del 2032. La gara per realizzare lo svincolo dall’autostrada al cantiere di Chiomonte, essenziale per partire dal fronte italiano, è stata assegnata solo l’8 giugno (serviranno in teoria quasi tre anni). Nel frattempo, il ministro Enrico Giovannini ha perfino nominato un commissario straordinario che potrà agire in deroga all’obbligo di gara (il “modello Genova”) per la tratta italiana al tunnel, che però non è finanziata: rispetto a un costo stimato in 1,9 miliardi, a oggi sono stanziati solo solo 160 milioni. Mancano all’appello 1,7 miliardi e pure il progetto (il preliminare del 2011 di Rfi, mai approvato, è stato accantonato). Il neo commissario Calogero Mauceri – che oggi ricopre lo stesso ruolo per il Terzo Valico, altra grande opera inutile ma cara alla politica e al gigante italiano Webuild – avrà in sostanza mano libera per affidare la progettazione.
Questi dati non scoraggiano la politica locale e non, in festa da settimane. Giovannini ha elogiato l’opera; Matteo Salvini nei giorni scorsi è andato a visitare i cantieri di Chiomonte; “la Tav è un coraggioso cambiamento al quale non possiamo sottrarci”, ha spiegato il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Lo show di oggi si chiuderà a Bruxelles con lo scrutinio del voto che ieri ha bocciato l’emendamento dei Verdi che respingeva l’accordo tra Parlamento e Consiglio Ue sul nuovo “Meccanismo che collega l’Europa” che finanzia anche le infrastrutture trasfrontaliere. I 5Stelle si sono astenuti, contestando. “È un autogol che non può lasciarci indifferenti – ha spigato ieri l’europarlamentare Mario Furore – è assurdo continuare a ignorare le critiche della Corte dei Conti europea al progetto”. A oggi, i magistrati contabili europei hanno stroncato il progetto del Tav definendolo troppo costoso, inutile, ambientalmente dannoso, finanziariamente non sostenibile e dai tempi di costruzione assai incerti. Poco importa, il nuovo meccanismo permette di alzare il co-finanziamento Ue dal 40 al 50%; ipotesi al momento teorica. A causa dei ritardi, in 20 anni, sono stati spesi solo 621 milioni degli 1,7 miliardi stanziati dall’Ue per il Tav. Che, vale la pena di ricordare, costa 9,6 miliardi. E della tratta nazionale francese se ne sono perse le tracce.
Recovery, Italia maglia nera sul “green”
Transizione ecologica: il Pnrr italiano, stando al dossier della Camera dei deputati sulla sua valutazione rispetto agli altri dei Paesi Ue, è agli ultimi posti per percentuali di risorse destinate alle iniziative “green”. Basta scorrere rapidamente le pagine per confrontare i numeri: l’Austria destina il 59 per cento delle risorse, così come la Danimarca, mentre il Lussemburgo arriva al 60 per cento. Poi la Francia, che destina il 46 per cento, la Germania il 42 e la Slovenia pure. L’Italia, con il 37,5 per cento si allinea al Portogallo con il 38% e la Spagna con il 39,7 per cento. Più che alla quantità, però, occorre forse guardare alla qualità di questa spesa. A fare una prima analisi, qualche mese fa, sono stati i think tank Ecco, E3G e Wuppertal Institut con un sito utilissimo e dettagliato (www.greenrecoverytracker.org/).
Partiamo dalla Germania. Berlino utilizzerà i fondi (al verde destina circa 58 miliardi di euro in totale) per finanziare molte misure già in atto, invece che puntare su progetti nuovi. Angela Merkel ha però messo in discussione le tariffe più elevate dell’elettricità verde. “Il pacchetto di ripresa della Germania – si legge nel report – include poche misure di sostegno diretto per i combustibili fossili per l’industria, anche se la lobby automobilistica si era mobilitata per assicurare un supporto incondizionato ai sussidi per l’acquisto di auto nuove”. Sono però previsti aiuti per l’acquisto di motori a gas nel caso in cui le compagnie aeree decidano di rinnovare la flotta. Inoltre, si legge, “le misure della Germania non sono in gran parte collegate a obiettivi o condizioni (climatiche) concreti a lungo termine, il che crea il rischio significativo che gli investimenti appaiano verdi ma in definitiva non contribuiscano alla transizione verde”.
La Francia con i suoi quasi 50 miliardi destinati alla transizione verde, ha puntato molto sulla mobilità: incentivi sul trasporto pubblico e ferrovie, per lo più. Prevede poi una riconversione energetica degli edifici legata però alla reale riduzione dei consumi energetici e delle emissioni. Di contro, il governo Macron ha abbassato le tasse sulla produzione meno inquinante e ha esteso questa misura anche oltre l’emergenza Covid. “Questo provvedimento – si legge nel report – inizialmente non includeva le condizionalità climatiche, quindi la questione è stata dibattuta in parlamento dopo la pubblicazione del piano. È stato votato un emendamento con nuovi obblighi in termini di ambiente, parità e dialogo sociale. Tuttavia, le aziende non saranno penalizzate se non li rispettano”. Anche in questo caso non è prevista una buona incentivazione delle rinnovabili.
L’Italia, anche se in percentuale è quella con il minore investimento nel verde, in termini assoluti impiegherà più soldi di tutti. Come spiegato dal Fatto, la transizione ecologica vera e propria risulta oggi finanziata con circa 60 miliardi (erano 67,5 prima dei diversi ‘smottamenti’ che ha subito il Piano), a queste cifre vanno aggiunti i finanziamenti destinati alla “mobilità sostenibile”, di cui una parte corposa riguarda l’alta velocità ferroviaria (in parte poi finanziata anche con il “fondo complementare” che ha una dote di extra-deficit di 30 miliardi, di cui dieci per l’Av Salerno-Reggio Calabria).
Ben accolto dagli ambientalisti, invece, è il sistema delle reti elettriche intelligenti (smart grid) che saranno oltretutto utilizzate per rafforzare la rete di distribuzione urbana di energia elettrica.
“Questo investimento aiuterà a preparare il sistema energetico per la transizione verso la neutralità climatica, anche in settori come il settore della mobilità” spiegano i think tank. Manca però una strategia complessiva per la transizione verde. “Le risorse per le misure rilevanti sono disperse in varie componenti ed elementi più piccoli, dalle ‘isole verdi’ ai progetti agrivoltaici, con scarsi finanziamenti per veri progetti di decarbonizzazione industriale o altre importanti aree di transizione ecologica”. Ci sono poi “significative misure di sostegno che possono favorire il settore del gas, come gli investimenti in biometano e idrogeno, mentre manca una strategia per l’elettrificazione e l’incremento dell’offerta di energia elettrica rinnovabile”. Nel complesso, il piano italiano “nonostante le sue dimensioni non fornisce un chiaro impulso alla transizione verso un’economia climaticamente neutra”. Anche la quota di investimenti nella mobilità elettrica è inferiore rispetto agli altri paesi Ue. La piattaforma degli ambientalisti si spinge a questo punto fino a ricalcolare l’effettiva percentuale “green” dell’Italia: sui 235 miliardi complessivi di investimenti (tra quota Recovery, React Eu e fondo complementare) si ferma al 13% (19 miliardi), mentre un altro 28% (66,7 miliardi) viene identificato come interventi che avranno “probabilmente” un impatto sul clima, ma per i quali risulta impossibile determinare la direzione di quell’impatto, se positiva o negativa per l’ambiente. Sulle rinnovabili, poi, “manca ambizione e le misure sono frammentate”. Il supporto per il solare fotovoltaico è limitato ai Comuni con meno di 5mila abitanti e non accompagnato da una riforma del sistema, mentre mancano risorse per sviluppare lo storage di energia, nonostante sia previsto un target di 10 Gw di capacità di stoccaggio. Manca poi una strategia di efficientamento energetico per il settore pubblico. Il Green recovery tracker critica infine le semplificazioni degli iter di autorizzazione che rischiano di “favorire soprattutto le centrali a gas” nonostante “il picco di domanda – 58,8 GW – sia già significativamente più basso rispetto alla capacità della rete attuale”.
La Spagna fa un po’ peggio di noi. Se da un lato il governo spagnolo sta ponendo un’enfasi esplicita sul sostegno alle regioni meno sviluppate del paese attraverso le sue misure di recupero in linea con le politiche territoriali, si registrano invece informazioni mancanti quando si tratta di entrare nei dettagli dei piani. “I materiali che sono stati pubblicati – spiegano gli ambientalisti – spesso forniscono solo scarse informazioni su quali misure e progetti esatti saranno sostenuti. E i meccanismi di responsabilità per la governance del piano non sono ancora molto ben definiti”.
Giorgetti l’Amerikano ora flirta con la Russia
È il più classico pecunia non olet. Anche a costo di flirtare con il nemico, nonostante la fitta rete di relazioni a Washington. E soprattutto, di tornare sul luogo del delitto, la Russia, dove nell’ottobre 2018, all’hotel Metropol di Mosca, il presidente dell’associazione Lombardia-Russia e collaboratore di Matteo Salvini, Gianluca Savoini, incontrò alcuni uomini vicini al presidente Putin per avviare una trattativa sul petrolio legata a finanziamenti per la campagna elettorale della Lega. Una vicenda che ha dato vita a un’inchiesta della Procura di Milano ancora in corso. Tre anni dopo il ministro dello Sviluppo economico e numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, è stato in Russia, a Ekaterinburg, centro industriale a est di Mosca, per incontrare alcuni esponenti di spicco del governo russo e per inaugurare il padiglione italiano alla fiera internazionale di business Innoprom: il principale evento commerciale e di export russo dove sfilavano le principali aziende italiane che fanno affari con Mosca, da Leonardo a Pirelli fino a Enel e Ansaldo Energia. Una fiera di grande rilievo internazionale che serve a tessere relazioni e soprattutto fare affari, soprattutto a livello di export.
Così Giorgetti lunedì mattina ha inaugurato il padiglione italiano a Innoprom e, con il ministro dell’Industria russo, Denis Manturov, ha aperto il Business Forum Italia-Russia. Poi, il ministro dello Sviluppo economico è stato all’Expo center per incontrare il primo ministro russo Michail Mišustin, Manturov e gli amministratori delegati delle aziende italiane che hanno esposto le proprie “start-up innovative”. Durante l’incontro con il primo ministro, la seconda figura più importante in Russia dopo il presidente Putin, Giorgetti, pur con il suo linguaggio felpato, ha parlato di “simpatia naturale” tra Italia e Russia che “può favorire anche sviluppo e collaborazione economica tra i due paesi”. Oltre a elogiare le 61 imprese italiane presentate alla fiera internazionale di Ekaterinburg (tra cui Leonardo con i suoi elicotteri), il vicesegretario della Lega ha fatto riferimento anche agli affari con la Russia: “Le grandi scelte internazionali, per la transizione e lo sviluppo della tecnologia, la frontiera della biomedica, la sfida per la produzione di vaccini sono i settori in cui l’Italia può emergere” ha concluso Giorgetti. Nell’incontro con il primo ministro russo Mišustin, si è parlato anche dei rapporti commerciali del futuro. Ergo: gli affari.
I due hanno parlato soprattutto della sfida della transizione ecologica e della decarbonizzazione su cui la Russia è un player fondamentale considerando la sua produzione di gas e petrolio. “Siamo assolutamente aperti a ulteriori collaborazioni, vedo grandi aziende molto conosciute sia in Russia che a livello globale” ha detto il primo ministro citato dall’Ansa. Mentre il ministro della Difesa Manturov ha spiegato che un maggior legame con l’Italia dovrà partire dall’idrogeno, il combustibile che permette la decarbonizzazione delle industrie. “Servono soluzioni comuni per questa sfida e non vedo l’ora di applicarle con l’Italia” ha concluso Manturov. Al Fatto risulta che durante la visita, Giorgetti non abbia affrontato i rapporti internazionali tra i due Paesi e nemmeno la questione delle sanzioni dell’Ue nei confronti della Russia, un tema su cui Matteo Salvini e molte imprese dell’export si sono sempre detti contrari (“Le sanzioni sono un problema”, ha detto l’ad di Ansaldo, Giuseppe Marino). D’altronde, il ministro dello Sviluppo è il volto più “americanista” dentro la Lega e anche nel governo Draghi, uno dei più filo-Washington degli ultimi anni. Ma, per un giorno, in nome degli affari, la bandiera a stelle e strisce può essere ammainata.
I danni dello stallo 5S: rinvio sulla Rai e ora la grana della giustizia
I sette saggi discutono, Giuseppe Conte e Beppe Grillo se ne stanno zitti nelle rispettive trincee, e intanto il M5S deve restare fermo, paralizzato. Incapace di trovare dei nomi per il Cda Rai, ma soprattutto boccone facile del governo Draghi che accelera volentieri sulla giustizia, perché di certi doni è meglio approfittare. Meglio provarci ora, perché il Movimento, unico ostacolo alla rimozione della riforma sulla prescrizione e in generale a diversi punti della ventilata (o minacciata) revisione del processo penale, è un campo di battaglia senza capo e rotta certa. Anche perché il governo annuncia per oggi un Consiglio dei ministri con cabina di regia sulla giustizia. Un’accelerazione, nero su bianco, visto che oggi il governo dovrebbe presentare i suoi emendamenti alla riforma del processo penale. Temutissimi dal M5S, che aveva chiesto a gran voce di rinviare la revisione delle norme penali. Ma l’esecutivo è andato dritto, “ e noi di questi emendamenti non sappiano nulla, è un pacchetto al buio” sibilavano ieri i 5Stelle, furibondi. “Siamo facili prede” commenta secco un deputato di rango appena la notizia plana sulle agenzie di stampa. Spiacevole ma non sorprendente, anche perché fonti del M5S assicurano: “Da giorni avevamo notato l’attivismo della ministra Cartabia, con molti interventi e dichiarazioni”.
Ed eccoci qui, con il Movimento che in serata convoca una riunione in videoconferenza con il suo sottosegretario alla Giustizia, Anna Macina, per cercare una linea. Si discute, ma senza trovare un punto di caduta. Però oggi il Movimento in Cdm potrebbe anche chiedere di non votare, lamentando il fatto di non aver potuto leggere prima i testi. Un problema per nulla insolito nell’era Draghi, visto che spesso i ministri ottengono i testi di legge pochi minuti prima dei Consigli. Ed è una croce ulteriore per i già dissestati 5Stelle, che pochi giorni fa alla Camera era riusciti a spaccarsi pure sull’ordine del giorno sul Ponte di Messina, approvato anche con una parte dei voti grillini: e salutoni a un altro vecchio tabù. Addio non inatteso (anche Conte settimane fa aveva aperto all’opera) ma comunque rumoroso e soprattutto caotico, con ognuno libero di votare per conto proprio. In questo scenario, non può stupire che ieri il M5S abbia chiesto il rinvio del voto per i quattro membri del Cda Rai previsto ieri in Parlamento. E le conferenze dei capigruppo di Camera e Senato, hanno concesso lo slittamento, con tutti i partiti d’accordo tranne Italia Viva. Nuova consultazione fissata per mercoledì 14 luglio, quando forse il Movimento avrà trovato una tregua interna. E dire che i pentastellati un nome l’avevano anche trovato, frutto di un approfondito studio dei curricula da parte dei loro otto membri in commissione di Vigilanza Rai. Il prescelto era Antonio Palma, avvocato amministrativista preferito ad altri due legali entrati, Luigi Di Majo (quasi omonimo) e Paolo Favale. “Ma i capigruppo di Camera e Senato non ne avevano ancora parlato, occupati da tutto il resto…” racconta una fonte. Sta di fatto che lunedì pomeriggio il reggente Vito Crimi ha fermato tutto, o meglio “ha suggerito di attendere” come racconta un big. E i capigruppo si sono detti d’accordo.
Troppo rischioso ora scegliere un nome, in assenza di una guida politica. Calcolo basico ma comprensibile, anche se i 5 Stelle in Vigilanza, raccontano, non l’hanno presa affatto bene, anche alla luce del lungo lavoro svolto. Il rinvio, però, fa tirare un sospiro di sollievo anche agli altri partiti. Nel Pd, per esempio, le perplessità sul nome di Francesca Bria vanno crescendo, mentre nel centrodestra Forza Italia è in agitazione e punta al posto di Fdi. Mentre lo slittamento non è stato preso bene a Palazzo Chigi, dove però sono consapevoli della difficoltà del M5S in questa fase. Al momento l’assemblea dei soci è confermata per lunedì 12 luglio e non si esclude che Mario Draghi, in quella data, possa indicare amministratore delegato e presidente. Anche se pare difficile. “Il presidente del Consiglio non vorrà fare uno sgarbo al Parlamento. Aspetterà”, sussurra una fonte della maggioranza. Dove il M5S cerca di restare vivo.
I “contiani” fanno saltare il blitz del Clan dei Vitalizi
Il blitz, o colpo gobbo, che dir si voglia, è fallito. Per il momento. Perché dopo le polemiche deflagrate per la convocazione dell’organismo del Senato chiamato a decidere sulla legittimità del taglio dei vitalizi proprio la sera della semifinale Italia-Spagna, è stato tutto rinviato al prossimo 13 luglio. “I lavori d’aula si sono protratti oltre il previsto”, minimizza il presidente del collegio dei “giudici” interni di Palazzo Madama, il forzista Luigi Vitali. A cui per tutto il giorno sono fischiate le orecchie data la gragnuola di critiche che gli è piovuta addosso. “La verità è che è scoppiato un casino, altro che aula” spiega un papavero del Pd che sceglie di non esporsi.
Ma l’attesa decisione ha fatto scoppiare una grana soprattutto in casa 5 Stelle dove per tutta la mattinata di ieri si è litigato eccome sul che fare in attesa della sentenza, poi slittata all’ultimo momento.
Perché i senatori che si iscrivono tra i contiani sono arrivati a minacciare l’arma di fine mondo: per loro il Movimento 5 Stelle deve esser pronto a uscire dalla maggioranza nel caso in cui al Senato venga confermato il ripristino dei vitalizi e per questo in giornata hanno spinto per dare alle stampe una nota ufficiale in cui si mettessero in chiaro le cose, già prima della sentenza. Per tutta risposta i grillisti hanno accolto la proposta degli emissari dell’ex premier con sospetto per usare un eufemismo: l’accusa è più o meno quella di voler usare la battaglia contro il privilegio della casta, come grimaldello per lasciar intendere che nel Movimento già comanda Giuseppe Conte e che le sue truppe sono pronte a mettere in discussione anche l’appoggio a Mario Draghi. Benvenuti al Senato, un martedì da leoni.
La guerra in corso tra Giuseppe Conte e l’Elevato fondatore manda in fibrillazione gli eletti pentastellati spaccati giusto a metà e non solo sulla faccenda dei vitalizi, ma pure sulla Rai. Una dramma familiare dove ci si guarda in cagnesco che neppure in Kramer contro Kramer, ma non è un film. Un grande macello che inizia di buon mattino a suon di messaggi whatsapp sulla chat del gruppo dove spirano venti di divorzio e intanto volano i calci negli stinchi tra veleni e sospetti reciproci. Sicché anche il che fare rispetto alla imminente sentenza sui vitalizi attesa a Palazzo Madama diventa una questione più grande.
S’ode a destra uno squillo di tromba, con i contiani che la mettono più o meno così: “Mandiamo un avviso ai naviganti forte e chiaro: non si può stare in una maggioranza che spazza via il taglio degli assegni”. A sinistra risponde uno squillo dei beppegrillisti: “Ma che c’entra la maggioranza e Draghi? Questa è una decisione che verrà assunta da un organismo giurisdizionale del Senato. Se usiamo questa minaccia preventiva finiamo per regalare ai giudici della Lega un’arma micidiale: cancelleranno il taglio invocando qualche codicillo e potranno ben dire di non essersi fatti condizionare neppure dalle nostre minacce. E così Salvini ne esce pulito pulito, al massimo tirerà le orecchie ai suoi che gli hanno disobbedito”.
Ma non è tutto perché poi affondano pure il fendente, bersaglio principale Paola Taverna. “Invece di minacciare di far saltare il governo, perché invece non si dimette chi tra noi ha poltrone nell’organo politico di Palazzo Madama ossia il Consiglio di presidenza?”. Un messaggio in bottiglia nemmeno tanto oscuro all’indirizzo della vicepresidente del Senato accusata dai fedelissimi di Beppe Mao di intelligenza con il nemico che poi sarebbe Conte.
La mattinata scivola così: dopo essersela data di santa ragione, i due fronti si sterilizzano a vicenda. Alla fine, intorno all’ora di pranzo, esce una nota comune che non scioglie il vero nodo politico. Chi decide cosa farà il Movimento nel caso in cui il Senato dovesse cancellare il taglio degli odiati vitalizi?
La questione è rinviata di una settimana. Il big bang è il 13 luglio, la stessa data in cui a Palazzo Madama ci sarà la battaglia sul ddl Zan, la legge sui diritti civili. Una giornata campale.
“Che schifo che fate”. I Ferragnez contro Renzi e Salvini fluidi
Quando i voti al tuo partito sono aghi nel pagliaio, ti accontenti di diventare ago della bilancia. Ed è così, con l’ormai noto ritornello dei “numeri” che non ci sono, che Matteo Renzi si gioca la sua esistenza in politica. Prima erano quelli per Conte, ora quelli per il ddl Zan, l’importante per lui è ricordarci che senza il suo sacchettino di lenticchie non si gioca a tombola. Non solo. Con il pretesto della necessità del compromesso sul ddl Zan “altrimenti la legge non passa”, si mimetizza perfettamente in quel solco opaco occupato dalla destra che “no, non siamo omofobi, ognuno può amare chi vuole, MA no teoria gender nelle scuole, no utero in affitto, no alla galera se dico che sono per le famiglie tradizionali”. Tutti passaggi che non c’entrano nulla con il ddl Zan, ma che in questi mesi hanno buttato fumo negli occhi.
Ed è questo che Renzi finge, goffamente, di non sapere: chiede il compromesso con una destra che ha basato la sua opposizione al ddl sulle bugie, sul pregiudizio, sulla disinformazione. Che vuole eliminare la dicitura “identità di genere” perché è quella che garantisce maggiormente la libertà di essere. Che fa credere che nelle scuole si dirà ai bambini “non esistono maschi e femmine” e magari chissà, si sostituirà il grembiule con le mutande con bretelle. Quella destra che accusa la sinistra di voler imporre il pensiero unico mostrandosi terrorizzata dal pensiero multiplo. Matteo Renzi chiede il compromesso con la destra amica di Orbán e Duda, fingendo di non sapere cosa significhi questo ostruzionismo, oltre alla mera conta dei numeri. Chiede di sedersi al tavolo delle trattative non con una destra moderata, ma con chi esulta alla rielezione di Duda affermando “Con lui per un’Europa di valori e identità!” (Meloni) o “Congratulazioni a Duda alleato affabile e prezioso”. (Salvini). Duda, quello delle zone Lgbt-free in Polonia, dove l’omofobia è consentita. Renzi finge di lavorare al compromesso per far votare una legge Zan amputata, mentre in realtà lavora al compromesso per sé, con le destre, QUELLE destre, in vista di una futura alleanza. E per lavarsi la coscienza ci ricorda che le unioni civili sono conquiste sue. Certo, lì si trattava di riconoscere, qui di punire. Molto più impopolare e complesso opporsi al progressivo sdoganamento di razzismo e discriminazione di genere, che dire “Auguri e figli no”. Molto più impopolare e complesso dire che nelle scuole vanno organizzate iniziative nella giornata contro l’omofobia perché se vuoi combattere l’odio devi individuarne la matrice.
No, per Renzi è accettabile cedere e “lasciamo libertà di scelta alle scuole”, come se in tema di violenza di genere non dovesse esistere ciò che è giusto e che è sbagliato, ma ciò che ci va o non ci va di dire ai ragazzi. “Vogliono imporre la loro ideologia ai bambini”, replicano i nemici del ddl. E certo. Il giorno del Black lives matter vogliono imporre l’ideologia afro-americana. Eppure qualcosa su cui aprire delle discussioni c’era, nel ddl Zan che tanto piaceva al suo Scalfarotto. Discussioni che poggiavano su premesse di verità però, dall’utilità o meno di una repressione penale allo scivoloso confine tra opinione e reato di opinione (istigazione). Ma a Renzi non interessava la discussione, interessava il compromesso. Quello con Salvini però. Ed è così che in questo terreno opaco in cui s’è mosso, al suo solito, è inciampato nel “fate schifo” di Chiara Ferragni. Un “fate schifo” di cui si è preoccupato moltissimo, perché “la politica non si fa con i like”, ripete a mo’ di mantra da mesi, ma appena lo cazzia la star da milioni di follower lui subito “Confrontiamoci”. Che poi è quello che ha risposto Salvini a Fedez, sullo stesso tema, poco tempo fa. Affinità elettive. Insomma. I due politici più nonbinary, più FLUIDI del Paese contro il ddl Zan. Vedi la vita, quante sorprese.