Censura, scuola e teoria gender: cosa spaventa leghisti e renziani

Divide la maggioranza e pure i partiti dentro le coalizioni. Divide la comunità Lgbt e la Chiesa cattolica. E spacca il Paese. È il ddl Zan, il disegno di legge anti-omofobia approvato alla Camera il 4 novembre scorso e fermo da 9 mesi in Senato. Al ddl Zan – un testo di 10 articoli – sono contrapposti una legge del centrodestra (presentata ieri dal leghista Andrea Ostellari) e gli emendamenti di Italia Viva, che vorrebbe tornare a un testo di Ivan Scalfarotto del 2018.

Troppa confusione sull’identità di genere?

Il primo punto controverso è all’articolo 1: il ddl Zan definisce sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, cioè l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione. Per intenderci, un soggetto biologicamente uomo o donna che non si sente tale. Un riferimento che non piace per niente alla Chiesa e al centrodestra che gridano alla “teoria del gender”. Per questo il testo della Lega e la proposta Scalfarotto eliminano qualunque riferimento all’identità di genere sopprimendo l’articolo 1 del ddl Zan. Il cui senso però era proprio quello di indicare una categoria volutamente ampia, in modo da tutelare anche chi, con le attuali leggi e terminologie, non ricade nella definizione di transessuale.

La scomparsa dell’identità di genere dai testi di Lega e Iv modifica anche i casi in cui si configura il reato di violenza. Il ddl Zan estende la legge Mancino – che si occupa di odio razziale, religioso e per via della nazionalità – alle discriminazioni basate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità. La legge prevede la reclusione fino 18 mesi o una multa fino a 6.000 euro per chi commette o istiga a commettere atti di discriminazione, il carcere da 6 mesi a 4 anni per chi istiga a commettere o commette violenza o per chi partecipa a organizzazioni che incitano alla discriminazione o alla violenza. Ostellari e Iv mantengono l’impianto dello Zan, ma senza riferimenti all’identità di genere.

Libertà d’opinione a rischio?

Nel testo voluto dal Pd, l’art. 4 specifica che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti. Ergo: si potrà criticare l’omosessualità da un punto di vista religioso o culturale e schierarsi contro matrimonio o adozioni dello stesso sesso. Eppure la destra e i renziani non sono convinti. Così il testo di Ostellari elimina la frase “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”, mentre Iv cancella direttamente l’articolo. Da parte sua, Zan ha più volte dichiarato che “nel ddl si parla di reato quando c’è istigazione all’odio e alla violenza, non quando c’è una libera espressione”. E in effetti il testo originale punisce solo le opinioni che possono istigare atti discriminatori o violenti. Come già per altri reati – la diffamazione, l’odio razziale – si pongono dei limiti alla liberà di parola, ma circoscritti a situazioni gravi.

Propaganda in classe?

Nel ddl Zan, all’articolo 7 si stabilisce che il 17 maggio diventi Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. A questo proposito, sono organizzate cerimonie, incontri e le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa (…) e del patto educativo di corresponsabilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività. Il nodo riguarda soprattutto le scuole cattoliche, che non intendono celebrare nulla di simile. Zan difende la legge sostenendo che “a nessuna scuola può essere imposto di inserire ciò che non vuole”. Ma la destra e Renzi chiedono esplicitare questa autonomia. Ostellari snellisce la ricorrenza del 17 maggio – Giornata nazionale contro ogni discriminazione – e interviene così: “Possono essere intraprese iniziative volte a contrastare le discriminazioni e le violenze motivate dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale o dalla disabilità”. Iv, invece, aggiunge la postilla “nel rispetto della piena autonomia scolastica”. Un principio che la stessa legge Zan non sembrava voler imporre, pur avendo allarmato i suoi detrattori.

La destra dei 2 Matteo fa muro. E il Pd di Letta va a schiantarsi

Non è ancora arrivato in aula a Palazzo Madama il ddl Zan ed è già iniziata la corsa a trovare i colpevoli per il suo fallimento. Sì, perché nella maggioranza non c’è accordo e non c’è neanche davvero la volontà di trovarlo. Ieri il Senato ha votato per la calendarizzazione il 13 luglio, dopo che ogni tentativo di mediazione è fallito.

Matteo Renzi si è intestato il dialogo con la Lega per le modifiche, sostenendo di lavorare per salvarlo, lo Zan: ma questo vuol dire rimandare la legge alla Camera, con ottime possibilità che venga affossata definitivamente lì. D’altra parte, senza Iv, i numeri per approvarla non ci sono. Il sospetto è che – davanti a moltissimi voti segreti – non ci sarebbero stati nemmeno prima. Tanto che la convinzione di molti è che anche per i dem sia più importante individuare un responsabile per il suo fallimento, che approvarla.

A farne le spese è Enrico Letta che l’ha scelta come bandiera identitaria e che ancora ieri twittava: “Calendarizzato il DdlZan. Quindi vuol dire che #iVotiCiSono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo”. “O così o niente”, è la linea. Che evidentemente mette in conto il fallimento. Perché poi il tema è politico: al Nazareno di consegnare a Renzi l’atout della mediazione non ci pensano proprio. Un po’ per mancanza endemica di fiducia nei suoi confronti, un po’ per evitare di ridargli centralità, con l’elezione del Quirinale all’orizzonte.

Il film della giornata si dipana dentro questo macro-film. In mattinata, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Andrea Ostellari presenta una serie di modifiche che ruotano intorno all’eliminazione delle parole “identità di genere”. Dall’articolo 4, quello con la cosiddetta clausola salva idee (“sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte”), Ostellari elimina l’ultimo periodo, quello che comunque vieta espressioni che “determinano il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Profonde modifiche anche all’articolo 7: la giornata nazionale contro “l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”, diventa la giornata contro “ogni discriminazione”. E mentre Davide Faraone di Iv si esprime a favore, il Pd fa le barricate. Per dirla con il vice capogruppo, Franco Mirabelli, “non c’è accordo. Si va in aula per votare il calendario”. Sulla stessa linea Monica Cirinnà, che tiene i contatti con le associazioni Lgbt, per condividere anche con loro le scelte. Ma in realtà dentro il Pd serpeggiano i dubbi, sia di chi pensa che si dovrebbe lavorare a una mediazione, sia di chi teme i giochi di Renzi. “Non possiamo lasciarlo a Salvini, in vista del Colle”, si è sentito dire Luigi Zanda.

Nel frattempo, però, si intensificano anche i contatti tra Andrea Marcucci, il capogruppo renziano Davide Faraone e i leghisti Roberto Calderoli e Massimiliano Romeo per arrivare a modifiche condivise. Puntano a un risultato “win-win”: se la legge sarà messa da parte alla Camera Salvini potrà rivendicare di averla affossata, se si arriverà a un accordo, i due Matteo potranno metterci il cappello. Un senatore del centrodestra gongola: “Questa settimana Letta dovrà fare un passo indietro perché senza un accordo la legge va a sbattere”. Tant’è che, inusualmente, interviene anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati: “I gruppi riflettano se prendersi una settimana in più”.

In questo clima, ieri, si è votato il calendario: Lega e Forza Italia chiedono che la legge vada in aula il 20; Pd, M5S e Leu votano contro. Alla fine si va in aula il 13. Martedì prossimo si comincia, risultato a rischio.

Zig-Zag-Zan

Fra i misteri gaudiosi del nostro tempo, uno svetta su tutti: che altro devono fare i due Matteo perché si smetta di prenderli sul serio? Gli elettori, coi loro tempi, sono quasi guariti: il Cazzaro Verde due anni fa era al 40% e ora è sotto il 20 e l’Innominabile sette anni fa era al 40% e ora è al 2 (soglia minima sotto cui è difficile scendere anche volendo, a causa degli effetti indesiderati della legge Basaglia). Ma il problema non sono gli elettori: sono i politici e i giornali che sanno tutto dei due Matteo, ma devono fingere di trattarli come politici normali per consentirne l’uso da parte dei padroni. E continuano a giudicarli con i criteri della logica e della politica anche se sono estranei all’una e all’altra. Prendete la legge Zan. Il Matteo maior, omofobo ma non quanto il suo partito, non la vuole: e, fin qui, nulla di strano. Il Matteo minor, notoriamente refrattario a qualsiasi valore non monetizzabile (per 80mila dollari fa pure la cheerleader del Rinascimento Saudita), finge di volere il dl Zan, che il suo partitucolo ha contribuito a scrivere e ad approvare alla Camera. Siccome però è da tempo passato a destra, ma non osa dirlo perché lì ci sono ancor meno elettori che a sinistra disposti a votarlo, tresca con Salvini per affossare la legge. E si serve dei soliti scudi umani, tipo Scalfarotto (è gay, quindi vale doppio), per stravolgerla a 7 giorni dal voto.

Così, sia che venga bocciata sia che passi stravolta, perde il centrosinistra e vince Salvini (e lui magari fa un altro libercolo per dire che ha vinto lui). Ma, non potendolo confessare, finge di difenderla: “In Senato così com’è non ha i voti: per approvarla bisogna emendarla”. Già, ma se in Senato non ha i voti è solo perché lui ha deciso di far mancare i suoi (anzi quelli dei 18 eletti nel Pd che han voltato gabbana passando a Iv). L’alibi ricorda quello dell’Anonima Sequestri che rapisce un bambino e poi fa sapere ai genitori che, senza riscatto, il piccolo potrebbe non sopravvivere. Ma, come diceva Petrolini al disturbatore in piccionaia, “io non ce l’ho con te: ce l’ho col tuo vicino che non t’ha ancora buttato di sotto”. Il Pd continua a riunirsi con Iv. E da mesi Repubblica ci fa due palle così sul dl Zan e ora, nell’editoriale di Stefano Folli, confessa che non gliene frega nulla: ciò che conta davvero è l’Innominabile, guai se il Pd lo “tiene fuori dalla porta”; urge un “compromesso” con Salvini per evitare “massimalismi” e scongiurare “un rafforzamento del rapporto Pd-M5S”, che va superato in vista di “nuovi scenari”. Tipo una “contaminazione” col “centrodestra con cui peraltro si governa insieme”, cioè una gaia fusione Lega-FI-Pd-Iv. Il tutto sulla prima di Repubblica, unico caso al mondo di giornale di centrodestra letto da gente di centrosinistra che non se n’è ancora accorta.

Reggiani al Globe “sfida” gli Azzurri: “La partita? La vedrò registrata”

Se quelle di Pedro Almodóvar (e di Jean Cocteau prima di lui) sono “sull’orlo di una crisi di nervi”, le donne di Francesca Reggiani – lo annuncia già a partire dal titolo – sono D.O.C. (Donne d’Origine Controllata): uno spettacolo che debutterà stasera al Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti a Villa Borghese e che sarà disponibile in streaming su tvloft.it grazie al progetto “Tutta Scena – il Teatro in camera”, che fino al 20 luglio si arricchirà di sei nuovi spettacoli. “Si tratta di uno one-woman show – ci spiega l’attrice romana, che subito però commenta la fortuita coincidenza di date con la semifinale degli Europei di calcio Italia-Spagna –. So che non è facile, la data però era già stata decisa da tempo. E io, la partita, me la vedrò registrata”.

È una prima “emozionante” commenta Reggiani: “Non lo dico per retorica. Da allieva di Proietti, tornare dopo le varie chiusure davanti a un pubblico con uno show nel suo teatro, su un palco che lui ha voluto e amato fortemente è una cosa che mi tocca moltissimo. Dopo quest’ultimo anno, poi, che oltre a Gigi – che per me è stato quasi un padre, se solo ripenso alle tournée che da giovani noi suoi allievi abbiamo fatto insieme a lui – se ne è andata anche Franca Valeri e, proprio ieri, Raffaella Carrà. Sono pezzi di vita”.

La scaletta è top secret, anzi, precisa l’attrice: “A discrezione della protagonista”. Pezzi di repertorio: ripescati, sempre con la qualità che la contraddistingue, tra i molti personaggi divenuti iconici e che, da La Tv delle Ragazze a Parla con me passando per Cocktail d’amore, hanno scritto la storia della comicità al femminile. La sfida dell’attualità, della politica, dei social e dell’informazione, ovviamente, non la spaventa, anzi le solletica più di un guizzo: “Mi studierò la situazione delle zone gialle, bianche. E poi… Che non ce la metti una virologa? Minimo minimo ci vuole anche un’infettivologa”. Chissà se ci sarà anche una parodia dell’imprenditrice digitale (che, nota di redazione, è il livello superiore rispetto al mero “influencer”) Chiara Ferragni. Reggiani, tuttavia, si sbottona sul finale: “Se mi gira, chiudo con Patty Pravo!”.

“Meticolosa e generosa, dea della Belle Époque in tivù”

“Raffaella è stata la regina della Belle Époque della televisione italiana”. Ha una certezza Renzo Arbore: quella – allora – era la televisione più bella del mondo. E la Raffa nazionale era la protagonista.

Che cosa ha rappresentato per lei la Carrà?

Lei ha dominato in tivù in un periodo in cui la Rai faceva cose grandi. Era la regina di quella bella televisione inventata Ettore Bernabei. La Rai aveva velleità artistiche oltre che educative e divertenti. Una televisione che voleva rallegrare e intrattenere con delle cose di gusto e un’allegria vera. Raffaella era già una grande artista. Sapeva ballare, cantare, inventarsi una moda, acconciarsi i capelli.

Com’era caratterialmente?

Era meticolosa, attenta. Era una complice, compagnona. Aveva questa grandissima caratteristica dei romagnoli, sapeva godersi la vita. In più la grande determinazione di fare cose serie e fatte per bene. Io e Gianni Boncompagni la prendevamo un po’ in giro. Noi due eravamo degli improvvisatori mentre lei curava anche i dettagli.

Il primo incontro?

L’ho conosciuta a una cena a casa di Gianni e nel mio programma NO non è la BBC ho ricostruito anche il loro primo incontro. Gianni la conosce perché la intervista per la Rai. Raggiunsero poi un’intesa personale e professionale unica.

È amatissima…

È stata un personaggio popolare nel senso migliore del termine, perché piaceva agli artisti raffinati e anche alla comunità Lgbt, ai bambini, alle nonne. Era una che si dava e che studiava tanto.

Il ricordo più caro?

Andammo insieme a vedere Aretha Franklin alla Bussola Versilia a Marina di Pietrasanta. Erano gli anni del rhythm and blues. C’è una foto bellissima dell’epoca che gira sul web e nella didascalia recita: “Arbore, Boncompagni, Raffaella Carrà e un’amica di colore”. Era Aretha Franklin. In quel periodo Gianni era fidanzato con lei, Alfredo Cerruti con Mina e io con Mariangela Melato. È stato il periodo più bello della nostra vita, fatto di successi ma anche di grandi risate e fermenti artistici.

È stata una rivoluzionaria?

Era l’epoca beat e lei osava. Il primo ombelico scoperto ha suscitato stupore, però poi è stato accettato, perché tutto era filtrato dal buongusto. Era l’Italia della Dc. È stata anche la prima a capire che si poteva fare un programma con il pubblico. È nato così Carràmba! Che sorpresa. Per non parlare della sua capacità di farsi amare anche in America Latina e in Spagna con la sua rumba flamenca. Una diva indiscussa.

Raffaella addio da Trieste in giù

Raffaella Carrà è morta ieri a 78 anni. Artista assoluta, in grado di diventare un’influencer decenni prima dei social; capace di dettare stile, moda, forma di spettacolo, di incidere nel quotidiano, e non solo italiano. Solo pochi giorni fa anche il “Guardian” la celebrava. Lei è stata una grande amica del Fatto, e ne eravamo onorati, e questa che segue è una parte delle interviste a noi rilasciate in un decennio.

“Maga Maghella? L’avrei soppressa, per me era un inferno cantare quella filastrocca. Non amavo vedermi così piccola, ridotta a una bamboletta. Mi piaceva solo il piedone di Corrado, su cui mi poggiavo. Ma Canzonissima era per tutti, grandi e piccini. Io mi identifico con Rumore, quella è la Carrà!”.

I balli sfrenati.

Sì, ma quando me li proponevano non ne azzeccavo uno. Bracardi mi propose A far l’amore comincia tu. Gli risposi: “Basta con queste ‘sambine’… E Com’è bello far l’amore da Trieste in giù? Chiedevo a Boncompagni: quelli di Bolzano non si deprimeranno? Lui: mi serviva ritmo.

Non voleva dare i diritti di A far l’amore comincia tu per La Grande Bellezza

Pensavo ai soliti 20 secondi in un film commerciale, non avevo capito si trattasse di Sorrentino. Oggi dico a Paolo: un pezzettino dell’Oscar è mio e di Bob Sinclar. Ahahah.

Ha fatto sognare l’Italia per decenni senza spogliarsi mai.

Il Tuca Tuca la Rai me lo censurò dopo una puntata, malgrado fosse in cima alle classifiche. C’era Alberto Sordi che veniva da me e Gianni (Boncompagni) a giocare con il baracchino. Imitava se stesso, in incognito, e i radioamatori dicevano: “So’ mejo io a fa’ la voce de Sordi!”. Una sera a cena, e c’era pure la Zanicchi, lui mi fa: “Vengo da te a Canzonissima, ma solo se possiamo ballare quella cosa”. Non potevano dire di no a Sordi. Fu memorabile: mi sfiorava i seni con la punta delle dita. Gli sussurrai, dopo: “Albè, stavolta ce cacciano”.

Si è favoleggiato della rivalità con Mina a Milleluci.

Macché! Era colpa di Antonello Falqui, che se vedeva una lampadina fulminata in fondo allo studio ci faceva ripetere i numeri! Ore e ore così, e noi cantavamo tutto dal vivo. Mina alloggiava all’Hilton e la sera veniva da me a giocare a scopone scientifico. La mia governante le cucinava cavolo al forno. C’era feeling. E io non sono buona sul lavoro. Se trovo un collega che non mi piace mi ritiro subito, ma con i grandi non si litiga.

Con Mastroianni.

Eravamo sul set de I compagni . Dovevo schiaffeggiarlo, ma non volevo fargli male. Ripetemmo la scena cento volte finché Marcello sbottò: “A Raffae’, così me stacchi la barba! Damme ’sta sberla”.

Gianni Boncompagni…

Il bello è che non abbiamo mai litigato: l’ironia e il gioco ci hanno uniti da subito.

Ha cresciuto le sue figlie.

In qualche modo siamo diventati grandi tutti insieme, una famiglia allargata, anche se non mi sono mai permessa di prendere il posto della loro mamma; il mix era un po’ particolare, dove le certezze si sono radicate da subito e dove Gianni è stato bravissimo a dare le risposte necessarie a tre bambine lasciate solo alle sue cure.

Boncompagni l’ha definita iper precisa…

Non sono mai stata una secchiona, solo una che cerca di portare sul lavoro una certa professionalità, quindi se prendo un impegno non mollo, ma per il resto non sono ossessionata dal corpo, dalle diete, non mi interessa il botox, e in palestra vado quando è necessario; (ripensa a Boncompagni) ci divertivamo tanto.

Soprattutto scherzi.

Quando iniziavano con il telefono, era la fine, a volte mi piegavo in due per il dolore ai reni, o non trattenevo le lacrime: il classico era chiamare alle quattro di notte l’hotel Hilton (un cinque stelle lusso) e far trillare direttamente l’apparecchio delle camere, poi aspettare la risposta dei clienti, e con una calma spiazzante domandare: “Scusi signore, cosa preferisce da colazione? Croissant con la crema o semplice?”.

1970, Canzonissima e l’ombelico.

Che cosa ci trovassero di tanto straordinario me lo svelò mia madre: “Piace perché è un ombelico alla bolognese”.

Frank Sinatra…

Un giorno mi regala una collana. Arrossisco, vado dal suo manager e protesto. Mi sembrava davvero troppo. Quelli non ci sentono e a quel punto mi stufo: “Se volete la pupa del gangster avete sbagliato”.

Lei è stata fortunata?

Molto. Avrei voluto dipingermi un passato da piccola fiammiferaia, ma non era vero. Ero benestante, mia madre e mia nonna mi lasciavano libera di seguire l’istinto che mi ha fatto restare attaccata alla precarietà di questo mondo.

Il successo…

Va bene, è bello, stimolante, intenso, gratificante, ma quando ti trovi sola di notte, nel letto, hai bisogno di un amore grande da poter abbracciare.

Sette grandi tele del Tiepolo finiscono in casa Benetton

Estate 2021: Vicenza, Italia. Di fronte agli sguardi attoniti dei visitatori, un gruppo di trasportatori entra nelle sale di un palazzo dello Stato che ospitano un museo e inizia a smontare sette grandi “quadri” (due dei quali alti quasi cinque metri). Di fronte alle domande incalzanti dei turisti, uno degli operatori, alla fine, risponde: “Noi non c’entriamo: è che li hanno comprati. Li stiamo portando nella villa dei nuovi proprietari. Se si potranno visitare? Be’, se vi invitano a cena…”. Un racconto di fantasia? No, solo l’anticipo di quel che succederà esattamente tra una settimana se lo Stato non si sveglia.

Il museo è il Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio e Palladio Museum, uno dei più importanti centri di ricerca storici-artistici d’Italia, a cui la famiglia Franco aveva affidato con un comodato decennale (stipulato solo quattro anni fa, nel 2017) la parte più spettacolare degli affreschi che Gian Domenico Tiepolo aveva realizzato nella grande sala del Palazzo dei Valmarana a Vicenza, poi passato alla famiglia Franco. Sono appunto sette grandi affreschi, trasportati su tela, che rappresentano storie di Ercole, con dèi e satiri. La loro storia è bella e terribile, come accade spesso con il patrimonio culturale della nostra Italia.

Ciò che non fecero le bombe, ora lo farà il mercato

Dopo il primo bombardamento alleato di Vicenza (25 dicembre 1943) l’ingegnere e architetto Fausto Franco cercò in ogni modo di convincere la Soprintendenza di Vicenza a staccare gli affreschi dal palazzo di famiglia: lui stesso era Soprintendente di Trieste, e sapeva bene quanto la mancanza di soldi e di personale (ma no?) rallentassero la gigantesca e vitale operazione di messa in sicurezza delle infinite opere d’arte a rischio di distruzione. La preoccupazione divenne panico dopo il 18 febbraio 1945, quando una bomba centrò il Palazzo Trento Valmarana, adiacente a quello dove viveva sua madre, in contra’ San Faustino 23, che ancora apparteneva ai cugini Valmarana, e che era affrescato dai due Tiepolo. Quasi nulla si salvò. Alla fine, ottenuto almeno l’assenso verbale del collega vicentino, Franco si procurò 300 metri lineari di cotone e 50 metri di tessuto di canapa e si dette il via a una campagna di 17 stacchi di affreschi. Le pitture erano salve: anche se al prezzo salatissimo di averne reciso il legame con l’architettura e con la storia. Per evitare guai peggiori, le si sarebbero immediatamente dovute vincolare alla permanenza a Vicenza, e alla conservazione contestuale: così non fu, e oggi si trovano divise in varie sedi (una è l’Hilton di Roma,simbolo dello scempio urbanistico della Capitale!). Il nucleo più cospicuo è, appunto, quello delle sette grandi “tele” ancora oggi esposte al pubblico godimento nelle sale del Centro Palladio a Vicenza. Ma il 10 maggio scorso, gli ultimi eredi di quel coraggioso Fausto Franco le hanno vendute: per 1.850.000 euro. E le hanno vendute ad Alessandro Benetton, il secondogenito di Luciano. E ora quel che non fecero le bombe della guerra potrebbe fare la forza senza freni del mercato: cancellare quelle opere dal patrimonio conoscibile della città di Vicenza.

Le ragioni per fermare l’operazione: la via d’uscita

Una via d’uscita ci sarebbe ancora: la prelazione. Lo Stato può comprarle, al prezzo dichiarato dalle parti. Ma non lo sta facendo: per mancanza di soldi. Come presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti, che deve dare il suo parere su prelazioni e acquisti coattivi, devo testimoniare che il ministro Franceschini ha sempre cercato di trovare i soldi per queste operazioni (ma nei limiti di un bilancio da lui stesso costruito). Questa volta, tuttavia, nulla è arrivato: nonostante la lettera ufficiale con cui il sindaco di Vicenza ha chiesto al ministro di esercitare la prelazione.

Le ragioni per farlo sono evidenti: la qualità; l’importanza storica, vicende belliche incluse; il fatto che sarebbero sottratte a un’esposizione pubblica in un palazzo demaniale; il nesso con le pitture stratosferiche dello stesso Gian Domenico e del padre Giambattista nella vicina Villa Valmarana; l’intenso palladianesimo che congiunge quelle immagini al Teatro Olimpico. E poi – non si può proprio tacerlo – anche la vergogna di uno Stato che dà alla famiglia Benetton 2 miliardi e mezzo di euro, dopo quel che è successo al ponte Morandi, a Genova, e poi non trova meno di 2 milioni di euro per non lasciare a un Benetton un pezzo di storia comune, ricomprandoselo peraltro a un prezzo più che generoso per il proprietario.

Si potrebbe aprire qua il capitolo annoso del delirio con cui sono allocate le risorse dello Stato: troviamo 18 milioni e mezzo per l’assurda e dannosa arena del Colosseo, ma non troviamo un decimo esatto per questi affreschi. Il nefasto Pnrr inonda di soldi lo stadio della Fiorentina (90 milioni!), ma non dà un euro per la tutela vera e urgente dei nostri beni più preziosi. E si potrebbe continuare per pagine e pagine, enumerando boiate monumentali come il Museo Nazionale dell’Arte Digitale, e altre scempiaggini.

Ma andiamo al punto: non esistono a Vicenza dieci ricchi, solleciti del bene comune, capaci di donare al ministero della Cultura i soldi necessari per comprare quegli affreschi? Qualche illustre giornalista direbbe che costano come due appartamenti medi: possibile che non si trovi nessuno, in quella terra ricca e affezionata alla propria storia? O ancora meglio: non potrebbe Alessandro Benetton comprendere che in questo momento, dopo tutto quello che è successo, da un esponente della sua famiglia (per quanto geloso della sua indipendenza, come lui) ci si aspetta un’attenzione all’interesse pubblico superiore alla media di questo povero Paese? E non potrebbe dunque acquistare quei pezzi di Vicenza, ma per donarli poi subito a Vicenza stessa, lasciandoli per sempre nel museo in cui si trovano? Troppo generoso per essere vero?

Di certo, il trasporto delle “tele” avverrà di notte: come si addice alle inumazioni segrete. A essere seppellito sarà l’interesse pubblico, il bene comune. E anche la decenza.

Imen e i suoi fratelli: classismo, liberismo e un tocco di “rosé”

Se pensavate che in Italia i tormentoni estivi si limitassero a effimere canzoni pop, al calciomercato e alla politica da ombrellone, dovete aggiornarvi. Per la seconda estate consecutiva, una nota influencer è al centro delle polemiche. Si tratta di Iman Boulahrajane, in arte Imen Jane, divulgatrice economica su Instagram.

Il 4 luglio Imen è in vacanza a Palermo con l’amica Francesca Mapelli, direttrice del settore Fashion e Luxury di Vice per l’Europa meridionale. Nel video caricato da Imen su Instagram, Mapelli racconta al gestore di uno stabilimento un episodio per cui era “rimasta male”: una commessa non le aveva saputo raccontare la storia di un negozio visitato quel giorno. Imen scrive nella didascalia del video che “la ragazza ha risposto dicendo di non essere pagata abbastanza per informarsi. A quel punto Mape le ha detto che se si fosse informata abbastanza avrebbe potuto avere l’occasione di essere pagata tre volte tanto come guida turistica”. Nel frattempo, Mapelli dice: “Invece di tre euro all’ora te ne prendi trenta a fare la guida per Palermo a noi milanesi rompicoglioni”. E poi batte il cinque a Imen. Le due, entrambe nella lista Forbes under 30 del 2020, sono state travolte da un’ondata di critiche social. Al momento in cui scriviamo, Imen – la più esposta sui social delle due – ha perso oltre 35mila follower.

Ma come nasce questo personaggio? In breve, grazie a un’intensa attività di divulgazione su Instagram, Imen Jane fa una serie di incontri prestigiosi, con relativa photo-opportunity (dall’economista ex Fondo Monetario Internazionale Carlo Cottarelli al sindaco di Milano Beppe Sala e addirittura Sergio Mattarella) ed è ospite di podcast, radio e giurie. A dicembre 2019 fonda IS Media insieme ad Alessandro Tommasi, ex manager di Airbnb. La compagnia dà vita a Will, un nuovo canale di informazione su Instagram (ma non solo) mirato ai giovani che in pochi mesi ottiene centinaia di migliaia di follower e cattura l’attenzione degli investitori. Ad aprile 2020 un finanziamento iniziale raccoglie 1,2 milioni di euro.

Ma nell’estate arriva un forte colpo alla reputazione di Imen Jane. Dagospia rivela che millanta una laurea in Economia mai ottenuta. La notizia sorprende anche soci e investitori di Will. La potenza di fuoco dell’influencer vacilla, poi la polemica si spegne. Imen si eclissa, lasciando i ruoli operativi in Will. La scelta si rivela vincente, e Will accumula follower, diventa in poco tempo una delle maggiori fonti di notizie per i giovani. Circa il 30% delle quote della società resta però ancora nelle mani di Imen, o almeno fino al 30 giugno 2021, quando l’influencer le cede parzialmente, come dichiarato da Tommasi.

Il naufragio reputazionale di Imen è però emblematico e squarcia il velo sulla supponenza e soprattutto sulla visione del mondo degli influencer “coccolati dal mainstream”, come li ha definiti la ricercatrice ed economista Marta Fana. Dominano sui social, in particolare nel dibattito economico. Li accomuna l’esaltazione della “meritocrazia” abbinata però a malcelato classismo e a un giovanilismo vuoto che raramente affronta di petto i temi economici più importanti per i giovani: salario, lavoro, sfruttamento. È l’egemonia liberista, a volte condita da un progressismo rosé, che pervade sottilmente sia i media tradizionali che molti di quelli cool, animati dai più giovani. Personaggi come Cottarelli sono quasi un santino per molte delle pagine Instagram che parlano di economia e politica e già nel 2016 Imen Jane pubblicava foto su Twitter in compagnia di Riccardo Puglisi (il nuovo consulente liberista di Palazzo Chigi).

Certo, oggi tutti prendono le distanze da Imen e Mapelli. Will si dissocia, Vice lancia un’indagine interna. Ma lo scivolone di Imen è la manifestazione, fuori luogo, di una mentalità in realtà molto diffusa basata su un modello di società individualista e competitivo. Molti lo alimentano in modo più accorto rispetto a Imen, ma poco cambia: l’ultima polemica che l’ha travolta sarà utile solo se permetterà di aprire una riflessione sul mondo che hanno in mente questi influencer.

Accoltella agente e si suicida: per il governo è un “terrorista”

Il 1° luglio scorso era un giorno di enorme valore simbolico per Hong Kong: il centesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, il 24esimo del fatidico passaggio di consegne dall’amministrazione britannica a quella cinese, avvenuto nel 1997, e il primo dall’imposizione della liberticida legge di sicurezza nazionale, imposta da Pechino a Hong Kong per reprimere ogni forma di dissenso democratico.

Leung Kin-Fai, 50 anni, impiegato nella multinazionale di bevande Vitasoy, nessun precedente, si è avvicinato a un poliziotto a Causeway Bay e lo ha accoltellato perforandogli un polmone. Poi si è suicidato colpendosi al petto. Un gesto premeditato, annunciato da una lettera ritrovata dopo la morte. Il governo di Hong Kong lo ha definito terrorista e lupo solitario. Per il capo della sicurezza della città, Chris Tang, una perquisizione a casa di Kin-Fai avrebbe confermato la sua ‘radicalizzazione’, la cui responsabilità sarebbe dei ‘tanti che incitano all’odio contro la Cina e idealizzano questi atti di violenza”.

Insomma sarebbe stato istigato dai movimenti pro-democrazia che resistono (finora pacificamente) alla stretta autoritaria. Ma per quei movimenti è già un martire di quella resistenza, celebrato sui social. E sabato alcuni cittadini che avevano deposto fiori in suo onore sul luogo dell’attacco sono stati fermati dalla polizia, che ha segnalato altri incidenti simili e aumentato la vigilanza. Terreno fertile per ulteriore propaganda del governo fantoccio: per Tang ci sarebbero ‘forze esterne’, specie negli Usa, a Taiwan e nella diaspora, che supportano potenziali terroristi locali.

La guerra di propaganda è anche commerciale: dopo che si è diffuso online un memo interno in cui un collega di Vitasoy, guidata dal manager italiano Roberto Guidetti, faceva le condoglianze ai familiari di Leung, la Cina ha attivato un boicottaggio su larga scala dei suoi prodotti che ne ha fatto crollare le azioni: la società si è dissociata dalla lettera di solidarietà, che ha definito ‘estremamente inappropriata” e ha annunciato che intende procedere per vie legali.

Le Pen non ritorna al Front, ma la sua destra si è stufata

Come se la débcle alle recenti elezioni regionali non si fosse mai verificata, Marine Le Pen, che ha solo l’Eliseo in testa, non intende cambiare strategia politica: “Con tutto il rispetto che abbiamo per la nostra storia, non torneremo al Front National”, ha detto la leader del Rassemblement National, al congresso del partito di domenica, a Perpignan, sola grande città gestita dal suo braccio destro, l’ex compagno Louis Aliot. “Senza rinnegare le nostre convinzioni – ha detto – abbiamo saputo liberarci da un’immaturità politica poco compatibile con le nostre ambizioni nazionali”. Marine Le Pen è stata rieletta presidente del RN per la quarta volta con il 98,35% dei voti e senza sorprese: nessun altro nel partito può pretendere al momento il posto di leader.

A metà settembre, come già nel 2017, lascerà temporaneamente la direzione al suo giovane vice, Jordan Bardella, 25 anni, per dedicarsi alla campagna elettorale. Per i sondaggi sarà lei ad affrontare Macron al ballottaggio per l’Eliseo nel 2022. Ciò non fa dissipare i dubbi che si insinuano e qualcosa si sta fratturando all’interno di un partito in grave difficoltà economica e che conta sempre meno iscritti. Per giustificare la sconfitta alle Regionali, in cui il RN non ha ottenuto neanche una regione e ha perso il 30% dei consiglieri, a dispetto dei sondaggi, Marine Le Pen dà la colpa all’astensione, a un livello storico, 67% al primo turno. Ma, come ha fatto notare lo stesso Aliot, il RN dovrà farsi un esame di coscienza: come mai i suoi militanti, giovani e classi popolari, che dovrebbero essere i più motivati ad andare alle urne, sono stati i primi a boicottarle? C’è chi pensa che la “normalizzazione” del partito avviata dalla Le Pen anni fa, ripulendo le basi, rompendo con il padre Jean-Marie, fondatore del Front National, cambiando il nome del movimento e ammorbidendo i discorsi su temi come immigrazione, laicità e Europa (che torna regolarmente a attaccare), abbia avuto l’effetto nefasto di erodere l’entusiasmo dei militanti. È una “evoluzione sana e necessaria”, ha ribadito invece la Le Pen, che vuole un partito “aperto a tutti, creativo, audace, responsabile ed esigente”. Non che non stia in parte riuscendo nel suo intento.

Anche se RN continua ad avere una brutta reputazione, un sondaggio Ifop di giugno, in vista delle Regionali, registrava che per il 51% dei francesi una vittoria del RN in una o più regioni non avrebbe rappresentato alcun rischio per la democrazia. Il primo a criticare la leader è proprio il vecchio “patriarca” del FN che, sulla stampa francese, ha accusato la figlia di aver completamente sbagliato “linea politica”. L’altro pericolo per Marine Le Pen viene da Éric Zemmour, l’ultraconservatore editorialista del Figaro e di Cnews, figura controversa per le sue uscite xenofobe, già condannato per incitamento all’odio razziale. L’opinionista, considerato vicino all’ala ancora più a destra di Marion Maréchal, giovane nipote di Marine le Pen, sta lasciando planare il dubbio su una sua eventuale candidatura per l’Eliseo. “Il fallimento del RN gli ha messo le ali”, ha detto un collaboratore (anonimo) dell’editore Albin Michel, che ha rotto il contratto con Zemmour appena alcuni giorni fa. Una raccolta di firme in suo favore si starebbe già organizzando. Sui social sono i giovani del gruppo Génération Z a fare campagna per lui. Per il politologo Jean-Yves Camus, la candidatura di Zemmour potrebbe “cambiare le carte in tavola” non solo per Marine Le Pen, ma per tutta la destra.