Il regno impone 5 anni di silenzio alle attiviste: volevano solo guidare

Prigioniere, ma in libertà, a Riyad. Nella “culla del neo-rinascimento”, – come ha definito la petromonarchia saudita a gennaio scorso il leader di Italia Viva, Matteo Renzi –, le due paladine per i diritti delle donne, Nassima al-Sadah e Samar Badawi, sono uscite dalle loro celle, ma solo per rimanere in prigione: per i prossimi cinque anni non potranno abbandonare le loro abitazioni né viaggiare, perché sottoposte alle misure cautelari domiciliari. Dopo essere state condannate a tre anni di carcere nel 2018 per aver protestato contro il divieto di guida imposto alle donne nel regno di Mohammed bin Salman, le due attiviste continueranno a scontare la pena del silenzio: non potranno rilasciare interviste o parlare pubblicamente. Nonostante dal 2018 non sia più reato per le saudite stringere il volante, decine di giovanissime che hanno protestato per il diritto di farlo negli anni scorsi rimarranno dietro le sbarre del regno di MbS.

Una famiglia dissidente, che ha detto sempre “no” al principe ereditario. Se l’ex marito di Samar Badawi rimane in cella a scontare una condanna di 15 anni, uscirà di prigione solo nel 2022, il fratello dell’attivista, Raif, un blogger condannato a dieci anni di galera nel 2012 per aver “insultato l’Islam” e “promosso la secolarizzazione” in uno dei suoi post sul sito da lui fondato, il Free Saudi Liberals. Combatte per la sua scarcerazione, ma da lontano, sua moglie Ensaf, scappata in Canada insieme ai tre figli, ma a nulla sono serviti i suoi scioperi della fame per mettere fine alla prigionia dell’oppositore privato delle medicine necessarie per le sue condizioni di salute. Samar Badawi, premiata da Michelle Obama e Hillary Clinton come donna più coraggiosa dell’anno nel 2012, è stata anche la prima, sette anni fa, a lasciare in calce la sua firma sulla petizione che chiedeva il permesso di voto e partecipazione politica per le ragazze. Candidatasi nella sua provincia sciita di Qatif già nel 2015, primo anno in cui fu concesso alle donne di partecipare alle campagne elettorali, Al-Sadah vide invece il suo nome rimosso dalle liste di voto quando, impavida, tentò di entrare nella sfera politica del suo Paese.

Per Alqst, organizzazione saudita per i diritti umani che opera da Londra, “queste donne coraggiose, che non avrebbero mai dovuto essere imprigionate, dovrebbero essere onorate per aver combattuto per il cambiamento” di uno Stato da 30 milioni di abitanti, dove più della metà della popolazione ha meno di 35 anni e fame di quella modernità che il principe promette, ma concede con il contagocce. Smanioso di plasmare una nuova immagine, più amichevole ed evoluta, del suo regno, MbS ha cominciato a emettere un decreto dopo l’altro negli ultimi mesi: è adesso concesso alle donne viaggiare da sole, senza permesso di padri, mariti, fratelli, e per la prima volta potranno anche recarsi in pellegrinaggio alla Mecca senza essere accompagnate.

Ma l’Arabia Saudita rimane il regno che ha decretato la fine di Jamal Kashoggi, il giornalista dissidente fatto a pezzi nel consolato di Riyad a Istanbul nel 2018 per ordine del principe; e vige ancora “la pena capitale per i ragazzini”, denunciano le ong. L’ultimo a essere giustiziato è stato Mustafa al-Darwish, 26 anni, arrestato nel 2015 con l’accusa di aver “diffuso discordia, mettendo a repentaglio la sicurezza dello Stato”, per reati che aveva commesso ancor prima di diventare maggiorenne.

“Cambiare tutto, senza modificare niente” è il titolo della lunga analisi del centro Carnagie Endowment, attento a rintracciare i dettagli delle prossime trasformazioni del Golfo: le riforme di MbS non toccheranno privilegi, né ridurranno poteri dell’élite clericale wahabita. Nonostante l’ultimo report dell’intelligence di Washington sui crimini commessi da Riyad sia stato pubblicato a febbraio scorso, e seppure la condanna pubblica dell’Amministrazione Biden per mostrare discontinuità con l’era Trump sia stata greve, i critici del regime sono convinti che a vincere, nel prossimo futuro, non saranno oppositori o difensori dei diritti umani. A Riyad tutto cambia per restare uguale: le due attiviste sono state liberate per rimanere comunque prigioniere con l’intero Paese.

Farmaci anticovid, i grandi assenti

Leggo con compiacimento un’intervista rilasciata dal prof. Giorgio Palù, presidente Aifa. Ha il coraggio di pronunciare importanti affermazioni che, durante la pandemia sono state dei veri tabù. ”Il coronavirus non scomparirà con i vaccini, perché non riusciremo a immunizzare il 70-80% della popolazione mondiale”. Questo avrebbe dovuto essere evidente da tempo. E allora, nel rileggere queste parole, sorge spontanea la domanda. Perché si è investito molto poco (o meno) nello sviluppo dei farmaci? Perché sono stati relegati a un ruolo secondario? Perché per consentire l’uso dei monoclonali si è dovuto “pressare” le istituzioni competenti? “Ne sono state acquistate 200mila dosi, ma ne abbiamo usate finora solo 5.700”, continua Palù. Abbiamo ormai l’evidenza che, se somministrati opportunamente, alla comparsa dei sintomi, riescono a ridurre dell’80% i ricoveri e del 90% i decessi. Non si usano abbastanza. È stata organizzata, grazie anche all’arrivo delle forniture, una capillare distribuzione dei vaccini. Per i monoclonali non si riesce a mettere in atto un’adeguata logistica e certamente implicherebbe un impegno non paragonabile a quello della distribuzione dei vaccini. Stiamo percorrendo una strada stretta fra due burroni. Da un lato è stato costruito il parapetto solido dei vaccini, dall’altro bisogna contare su quello dei farmaci, se no precipiteremo. La ricerca è ancora indietro. In poco meno di un anno, siamo riusciti ad avere vaccini efficaci, ma i farmaci? Non possiamo più derogare. È stato annunciato che in autunno potremmo avere a disposizione quattro molecole utili a curare i malati Covid-19. Non avverto entusiasmi. Sempre il presidente dell’Aifa mette in guardia. Attenzione a non commettere gli stessi errori per l’approvvigionamento dei vaccini. L’idea di Bruxelles di gestire centralmente anche la logistica dei farmaci, induce qualche perplessità. La pandemia ha messo in evidenza le numerose fragilità di un’Europa che, unione economica, non è mai stata unione sanitaria. Credo che la necessità di un cambiamento sia evidente ma, si conosce la velocità pachidermica di queste istituzioni. Speriamo che il cambiamento avvenga prima della prossima pandemia.

 

“Mezz’omo”, tre gatti, 40 sigarette: una vita da Fellini

Sigarette. Fellini fumava sessanta sigarette al giorno, Mastroianni sessanta, Visconti ottanta.

Strada. “Ci si lavava in cucina, in una tinozza, a pezzi, mio padre faceva il falegname. Aveva una botteguccia. Mi mandavano nei negozi a chiedere cibo a credito. I miei genitori erano così poveri che non si preoccupavano affatto del mio futuro. Mi iscrissero all’Istituto industriale, sarei potuto diventare un operaio specializzato e forse un geometra. Non ho mai studiato greco, latino, né filosofia, m’innamoravo di scarpe che non potevo comprare, e andavo a letto col maglione per il gran freddo che si pativa in casa. L’infanzia l’ho passata con gli amici per strada e dopo non riesci più a stare solo, questo spiega il mio attaccamento al lavoro. Quando non sono occupato giro come un lupo, vado a cercare mio fratello, il mio sarto. E a cena ho sempre amici intorno, e nel letto deve esserci una donna. Sarà perché da ragazzo dormivo con mamma, mio padre stava da solo, la brutalità della miseria consuma ogni legame. Eppure, quando ho vicino la donna che amo, divento più intelligente e mi sento anche più ricco” (Mastroianni).

Fregene. A Fregene, casa Fellini era bianca con le finestre verdi. Ci si accedeva seguendo un viottolo di travertino che attraversava il giardino. Gli alberelli, il prato verde, i gatti in attesa, i fiori delle aiuole.

Gatti. Nomi dei gatti di Fellini: Baffetto, Caterina e Marina.

Omo. “Ma che sei ’n omo tu? Sei ’n omo tu che non me tocchi da otto anni? O sei uno che se fa tutte, ma proprio tutte l’artre? Pensi che nun te vedo? Non fai che maneggià le chiappe di questa e di quella! Che deve fa’ ’na poveraccia come me? Che me ne frega che tu sei un artista, se sei solo ’na parvenza d’omo? A me non m’incanti, sai? Dove sei stato a arzà porvere? Dimmelo!”. E poi: “Infame! Perché te sei ridotto così? Perché quando l’ho sposato me voleva bene, sapete? Era normale, allora! Adesso è un mezz’omo” (Giulietta Masina a Federico Fellini, durante un pranzo a Fregene).

Albergo. Quel giorno che Fellini tentò di andarsene di casa. Per prima cosa andò al cinema, poi entrò in un grande magazzino, e ancora in un caffè-ristorante, ma poi non era riuscito a sopportare l’odore dolciastro del corridoio e della stanza dell’albergo che aveva prenotato. Sconfitto, era tornato la sera stessa da Giulietta.

Eccitante. “Niente è più eccitante che frequentare la moglie casta di un genio” (Salvato Cappelli, fedele uomo di compagnia di Giulietta).

8 ½. “Alla prima mondiale al cinema Fiamma gli invitati erano selezionatissimi, la sala non era colma, e non ci furono grandi applausi. Federico era arrivato sottobraccio a Giulietta e insieme ad Anouk Aimée. Marcello Mastroianni al braccio di Flora Carabella e Rossella Falk, la migliore amica di Flora. Michelangelo Antonioni e Monica Vitti alla fine del film si alzarono silenziosi e quasi indispettiti. Vittorio Gassman, in compagnia di Annette Strøyberg, si guardava intorno un po’ incredulo che il film mescolasse la caoticità del presente, i fantasmi del passato e le visioni deliranti del futuro. Anna Magnani aveva al suo fianco un’amica e commentò con una sola parola: ‘Tosto!’”.

Bugie. “Federico sembrava sempre dover pagare per colpe che non aveva commesso” (Anna Giovannini, amante di Fellini).

Mattatoio. I volti più significativi del Satyricon vennero scelti ai Mercati Generali e al Mattatoio.

Jung. “Sai che dice Jung? Che la nostra vita è un esperimento di esito incerto” (Fellini).

Notizie tratte da: M. C. Boratto, “La cartomante di Fellini”, Baldini+Castoldi, pag. 480, euro 19

 

Il sogno Svizzera, un paese che vince la Coppa America e non ha il mare

In tenera età, scoprire che dietro la montagna che mi stava di fronte, sotto gli occhi, sulla sponda opposta del lago, c’era un paese straniero che si chiamava Svizzera mi provocò emozione, meraviglia e sogni per un luogo che non vedevo. E già perché mi colpì l’idea che oltre a quello che avevo intorno e dentro il quale ero nato ci fosse dell’altro mondo (cosa che, confesso, a tratti provoca ancora in me qualche incredulità). A gettare polvere di sogno, e in abbondanza, sulla terra elvetica provvide poi, più avanti nel tempo, un cameriere dal bizzarro riporto che colà visse decenni lavorando. I suoi racconti di locali notturni e donne fatali, perlopiù bionde, accesero di nuovo non solo la mia fantasia. Ci fu qualcuno, tra il pubblico di estasiati uditori, che volle dare corpo alle dette fantasie, toccare con mano come si suole dire, con poi riferiti resoconti sui quali anche tuttora ho più di un dubbio. Io, radicato sulla riva del lago, non potei fare altro che continuare a sognare. E continuo, convinto di fare bene, vieppiù supportato da quanto successo agli Europei di calcio nell’idea che la mia vicina di casa meriti di essere assegnata alla categoria di paese di sogni. Non hanno forse ingabbiato i galletti francesi, forse un po’ presuntuosetti, regalando a una corposa fetta di tifosi quello che altro non si può definire se non un sogno maiuscolo ? Va da sé che i rossocrociati hanno giocato una partita indubbiamente quasi perfetta e ciò va tutto a merito loro. Ma se a qualcuno quanto accaduto può essere sembrato un caso o un colpo di fortuna, lo inviterei a riflettere su quanto segue: dove altro potrebbe nascere un sogno se non in una terra che pur non essendo dotata nemmeno di un cucchiaio di acqua salata intorno, si può permettere di vincere due volte la Coppa America? Per la precisione, Alinghi, prima ad Auckland, New Zeland, anno 2003, e poi a Valencia, Spagna, anno 2007. Si accetta il contraddittorio ma, per intanto…, Hop Suisse e au revoir douce France!

Basta con le litanie tra Conte e Grillo: si scelga l’uno o l’altro

Grande dibattito attorno al movimento Cinquestelle riguarda l’eventuale convivenza tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. È possibile che, dopo gli scontri verbalmente violentissimi tra il garante del M5S e l’ex presidente del Consiglio, i due possano convivere? È lecito dubitarne.

Osservando la processione dei parlamentari 5 Stelle in tivù in questi giorni, si assiste alla litania non poco paracula e oltremodo democristiana del “voler tenere insieme entrambi”. Guai a schierarsi troppo e prendere chiaramente posizione. Uno spettacolo ben poco edificante, salvo rari casi. E intanto la destra vola. Persino Renzi, in uno dei suoi tanti soliloqui, esulta – benché senza voti – vaneggiando di un M5S morto grazie a lui. Forse la Diversamente Lince di Rignano ha confuso i 5 Stelle con Italia Cosiddetta Viva, lei sì morta ancor prima di nascere per merito (autentico) di Renzi, ma è innegabile che il M5S stia male. Non solo: è innegabile che, da troppe settimane a questa parte, il M5S appaia (sia) noioso, inutile, morente e irricevibile.

Il tentativo di mediazione è certo lecito. In questo senso, è evidente come Luigi Di Maio stia utilizzando in questi giorni tutto il suo potere per evitare una scissione che sarebbe oggettivamente traumatica per il movimento Cinquestelle. Come si fa però a far sì che Conte diventi leader del nuovo M5S avendo ancora tra i piedi uno come Grillo che, dopo averlo scelto, lo ha trattato come una sorta di incapace per giorni e giorni, usando toni sprezzanti che sarebbero parsi eccessivi persino se il cosiddetto Elevato avesse parlato di un Gasparri o un Genny Migliore? Viene da pensare che Di Maio non stia cercando di tenere insieme Conte e Grillo in quanto tali, ma di permettere a Conte di fare politica sfruttando il brand del marchio M5S, che ancora – elettoralmente parlando – ha un certo peso. Tentativo politico legittimo. Forse addirittura doveroso. Ma Conte e Grillo non possono più coesistere. Se Conte diventa leader del M5S, vuol per forza dire che nel frattempo qualcuno dentro il M5S ha fatto politicamente fuori Grillo. Oppure che Grillo, di colpo, è diventato così calmo e quieto da accettare tutto quel che fino al giorno primo neanche voleva sentir nominare. Fantascienza.

Se poi Conte accettasse di stare nel M5S con ancora dentro Grillo, fidandosi di una persona capace di accoltellarlo politicamente con una tale veemenza sgangherata, dimostrerebbe di essere un bel “coglione” credulone. E non pare il tipo.

La rottura è stata troppo violenta e brutale. Un regalo scriteriato alla destra (che infatti adesso adora Grillo. Ma guarda un po’).

Credo sia tempo di scegliere. Per tutti. Per Conte, che ora – se vuole continuare con la politica – “deve” fare un partito tutto suo. Ma è tempo di scegliere soprattutto per i 5 Stelle. Se vogliono Conte, o fanno politicamente fuori Grillo dal movimento oppure escono dal M5S e lo seguono. Se invece non vogliono Conte, la strada è solo una: escono subito dal governo, fanno rientrare i pasdaran “Morralezzi”, danno il Movimento in mano all’unico che può tirarlo su (Di Battista) e diventano – per sempre? – una forza antagonista minoritaria d’opposizione, ma con una sua logica.

Va bene tutto, però scegliete. Finitela con questa litania paracula del “voglio Conte e voglio pure Grillo”. E smettetela una volta per tutte con questo avvilente asilo Mariuccia a cielo aperto.

 

Chi non vuole regalare Draghi a Salvini gli ha regalato l’Italia

La furba panzana del Pd di Letta – “non lasciamo Draghi a Salvini”, che significa “non facciamoci sfuggire un flebile mormorio di critica che potrebbe far pensare a un disdicevole sussulto di dignità e ci costringerebbe ipso facto ad abbandonare il governo” – ha un precedente da guinness dei primati. Perché quando c’è di mezzo Renzi è bene tenere presente che laddove gli altri sono esordienti, amatori, tutt’al più cialtroni, lui è un fuoriclasse, un virtuoso; lui è il derviscio rotante della panzana. Così quando l’altro giorno egli ha detto al Giornale che è contento che “al posto di Arcuri Bonafede Costa Boccia e Provenzano ci siano persone più capaci come Figliuolo Cartabia Cingolani Gelmini e Carfagna”, qualcuno si è scandalizzato, trovando scioccante che Renzi facesse un endorsement tanto scoperto alla destra umiliando la sinistra (i bacarozzi non saranno i soli a sopravvivere a una catastrofe nucleare: con loro ci saranno quelli che credono che Renzi sia di sinistra). Negli anni del renzismo dannunziano, tutta una serie di temi propri della destra sono stati portati avanti dal suo governo di centrosinistra (formato coi voti del Pd) con la scusa del “non lasciamo la battaglia X alla destra”. Così, si pensava, la sinistra avrebbe racimolato voti tra i “moderati”. Intanto la destra aveva chi lavorava per essa, gli elettori erano messianicamente pronti a votare per qualcuno di ancora peggiore, e le istanze della sinistra sparivano, divorate dal cinismo e dall’inettitudine di una classe dirigente indegna e sottomessa. Ricorderete quando Renzi si faceva le sette chiese catodiche per vendersi le unioni civili. Oggi, forte del suo 2%, amputa e di fatto blocca il ddl Zan fingendo di cercare un compromesso, in realtà accarezzando l’elettorato di Salvini. Ad aprile diceva: “Non lasciamo la battaglia del coprifuoco a Salvini”, e da un anno voleva “riaprire tutto”, come da diktat di Confindustria, ispiratrice delle sue leggi bandiera. (Noi Renzi e Salvini ce li immaginiamo a bere vino in una tavernetta del Valdarno, in videochiamata con Verdini: “Io appoggio tutte le tue battaglie e dico che non le dobbiamo lasciare a te”. “Geniale”). Anni addietro blaterava di “maggioranza silenziosa” da conquistare, facendosi passare però per una specie di rivoluzionario, e alle Leopolde gridava: “Questo è il governo più di sinistra degli ultimi 30 anni!”. Invece di essere subito inquadrato come il bomba che è, per anamorfosi collettiva veniva incensato dall’establishment gazzettiero, che lo voleva a capo di un “campo progressista”: che genio! Salire al potere con la sinistra e fare cose di destra, così da arrivare al 41%! Spiegavano a noi, già convinti che Renzi fosse di destra, che lui ci vedeva più lungo dei suoi predecessori autolesionisti e ideologici (psicoanalisti organici ci diagnosticavano paternalisti e masochisti). Cos’era la riforma della Costituzione, se non una grande mossa post-ideologica? E non rispondeva a questa logica il Jobs Act? Da anni nel Pd si diceva: “Non lasciamo Monti alla destra. Basta tabù sull’art. 18”. Ci voleva uno senza scrupoli come Renzi per vendersi la distruzione dello Statuto dei Lavoratori come una misura progressista. Nel 2017 diceva, come Salvini: “Aiutiamoli a casa loro, non possiamo accogliere tutti”. “Non lasciamo la sicurezza alla destra”, dirà poi Minniti, e faceva accordi coi libici per respingere più migranti di quanti ne avrebbe respinti Salvini. Mai nessuno che dicesse: “Scusate, ma non sarà che alcune cose vanno lasciate alla destra, anche per pudore?”. No, macché, baccanali di “non lasciare la destra alla destra”, formula che consente di fare le più odiose zozzerie per non consegnare il Paese alla destra, in una vertigine demente che conduce alla rovina dei diritti sociali e civili. Adesso ci ritroviamo la sinistra succuba di Draghi e la destra reazionaria a fare “gli interessi del popolo”: geniale, no?

 

Destra e sinistra sono morte: ha ragione Gaber

“È evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra… Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra. Un pacchetto di Marlboro è di destra, di contrabbando è di sinistra. Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra… Se la cioccolata svizzera è di destra la Nutella è ancora di sinistra… Il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra… È il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché con la scusa di un contrasto che non c’è. Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Basta!”. (Destra Sinistra, Giorgio Gaber).

La canzone è del 1994. Gaber si rendeva conto, ma la questione era nata molto prima, che destra e sinistra erano due categorie che non esistevano più e che dividersi su esse era lasciato a dettagli inconsistenti se non ridicoli.

Destra e sinistra sono due ideologie nate con l’Illuminismo che cercò di razionalizzare quel grande evento epocale nato in Inghilterra a metà del XVIII secolo, la Rivoluzione industriale, che ha cambiato radicalmente le nostre vite e che a sua volta è preceduta dalla rivoluzione scientifica e, in modo più profondo, dall’avvento del mercante come forte e rispettata classe sociale, mentre fino ad allora il mercante occupava l’ultimo gradino nella gerarchia dei valori. Destra e sinistra hanno quindi un’origine comune e molti tratti in comune. Sono entrambe positiviste, progressiste, ottimiste, moderniste, economiciste, entrambe hanno il mito del lavoro (per Marx è “l’essenza del valore”, per i liberisti è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso “plusvalore”), sono industrialismi che pensano che l’industria e la tecnica creeranno una tale cornucopia di beni da dare la felicità a tutti (Marx) o, più realisticamente per i liberisti, al maggior numero di uomini. Fin qui ciò che hanno in comune. Divergono profondamente, invece, sul modo di produrre e soprattutto di distribuire la ricchezza. Per semplificare le cose è lo scontro in atto dalla metà del XVIII secolo fra capitalismo e, al suo estremo opposto, il comunismo nelle sue varie declinazioni. Io vedo capitalismo e marxismo come due arcate di un ponte che per secoli si sono sostenute a vicenda. Ma il crollo del marxismo prelude, rifacendoci all’immagine del ponte, a quello del capitalismo per la mancanza di opposizione e di limiti. Come scrivo ne Il Ribelle dalla A alla Z: “Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo”. Ma per ora il capitalismo è pienamente in sella. Tutto il mondo oggi è organizzato secondo il libero mercato, che è l’essenza stessa del capitalismo. Anche paesi totalitari, come ad esempio la Cina, sono a libero mercato sia all’interno che all’esterno. E dove c’è il libero mercato non ci può essere comunismo o fascismo se non nella loro forma più deteriore che è quella della dittatura e della cancellazione di ogni libertà civile. Anche la ricerca della famosa “terza via”, cioè di una composizione fra liberismo e diritti civili, su cui le sinistre storiche si sono divise mille volte, non ha dato risultato, perché dove c’è libero mercato non ci può essere quell’uguaglianza che è forse l’obiettivo principale del pensiero di Marx. Per la verità una soluzione, almeno teorica, ci sarebbe e si chiama socialismo, che cerca di coniugare una ragionevole uguaglianza sociale con i diritti civili. Ma quel che resta del socialismo è combattuto in tutto il mondo dal capitalismo occidentale imperante e viene bollato come dittatura anche quando dittatura non è, come nel caso del socialismo bolivariano preso in mano in Venezuela da Chávez e poi da Maduro, o da Lula in Brasile, fatto fuori con un pretesto risibile (è chiaro che Bolsonaro è molto più funzionale) o la Serbia di Milosevic che aveva il gravissimo torto di essere rimasto l’ultimo Paese socialcomunista d’Europa. Destra e sinistra, cioè le ideologie, hanno avuto anche, per molto tempo, un’importante funzione psicologica. Hanno sostituito laicamente il vuoto lasciato dalla “morte di Dio” e più in generale del sacro, che l’Illuminismo, come ha scritto benissimo Nietzsche, aveva consumato. Ma a due secoli e mezzo di distanza possiamo dire, con amarezza, che questa utopia bifronte ha fallito. Oggi l’uomo è stato spossessato di se stesso dall’Economia, il cui tono non è più nemmeno industriale ma finanziario, dalla Tecnologia, dalla Scienza, idoli cui bisogna sacrificare senza obiezioni. Siamo tutti omologati. Destra e sinistra, categorie di cui non si può negare l’importanza storica, oggi son divenute obsolete perché non sono in grado di intercettare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo che, al di là delle apparenze, non sono economiche ma esistenziali. Vale il distico di Gaber “la passione, l’ossessione della tua diversità, dove è andata non si sa”.

 

Guerra in Iraq: centinaia di migliaia di vittime civili e Isis. “Missione compiuta”

“È sempre facile trascinare la gente. Tutto quello che devi fare è dir loro che sono vittime di un attacco, e accusare i pacifisti di non essere patriottici e di esporre il Paese al pericolo. Funziona sempre” (Hermann Göring)

La settimana scorsa è morto Donald Rumsfeld, la testa di cazzo che, da segretario alla Difesa, gestì, oltre a quella in Afghanistan, la guerra coloniale, criminale e illegale di Bush in Iraq, basata su due bugie: che Saddam Hussein fosse complice di al Qaeda, e avesse “armi di distruzione di massa” (una frase retorica che significava “l’Iraq è una nazione indifesa che galleggia sul greggio”). Saddam non aveva usato armi di distruzione di massa neppure quando Clinton lo aveva attaccato nel 1998, ma Rumsfeld voleva fermare Saddam prima che non le usasse di nuovo, insomma. (Rumsfeld strinse la mano a Saddam nel 1983, inviato da Reagan: Saddam all’epoca era utile contro l’Iran). Il risultato della guerra fu disastroso: centinaia di migliaia di vittime civili, nessun piano post-occupazione, guerra di gruppi sunniti e sciiti contro gli invasori, arrivo di al Qaeda in Iraq (con Saddam non c’era), guerra civile fra fazioni islamiche, nascita dell’Isis, Stato Islamico al potere in Iraq occidentale, aumento dell’instabilità regionale, tortura Usa dei prigionieri ad Abu Ghraib e Guantanamo, e la diffusione del terrorismo jihadista in Europa. Ovvero, per dirla con Bush, missione compiuta. Gli esperti avevano previsto che, finita la guerra, l’Iraq si sarebbe diviso in tanti piccoli Stati che avrebbero continuato a farsi la guerra per anni. Un po’ come successe coi Beatles. E fu desolante vedere quanto fosse facile vendere al pubblico una guerra. Un vecchio adagio del commercio automobilistico impone di non proporre nuovi modelli ad agosto, ma di aspettare l’autunno. Così fecero con la guerra all’Iraq. Ho ancora negli occhi l’euforia popolare orchestrata per l’abbattimento della statua di Saddam. Be’, non dimentichiamo il dolore dello scultore. “Saddam era un torturatore, noi siamo i buoni!”, disse Bush. Già. Poi, dopo Abu Ghraib, anche questa bugia fu smascherata. “Sì, ma noi torturavamo per avere informazioni!”. Come se fosse un motivo valido. Fanno un’inchiesta e scoprono che no, ad Abu Ghraib torturavano perché è divertente. “Non è vero!” insorsero. Cosa? Non era divertente? I membri del Congresso Usa videro i video in cui Lynndie England faceva sesso di gruppo coi soldati americani di fronte ai prigionieri iracheni. La guerra in Iraq era costata più di 300 mila miliardi di dollari. Gli Usa rientrarono delle spese con il video “Guardie carcerarie in calore”. Il senatore Trent Franks disse al New York Times di essere stato particolarmente turbato da una foto in cui un prigioniero sodomizzava se stesso con una banana. “La mia deduzione” disse Franks “è che probabilmente è stato in qualche modo costretto a farlo”. Ha aggiunto “probabilmente” perché non voleva saltare ad alcuna conclusione: magari i terroristi iracheni sono sempre lì a sodomizzarsi con la frutta. La senatrice Kay Hutchinson rivelò: “Alcune foto erano persino peggiori. Altre invece erano irrilevanti”. Quelle irrilevanti erano una specie di sorbetto visivo, per pulire il palato fra gli scatti più osceni. Anni dopo, Bush suggellò la fine del conflitto facendosi fotografare vestito da pilota di jet. Ne ricavarono perfino un soldatino giocattolo. E nelle istruzioni c’era scritto: “Le motivazioni della guerra sono vendute a parte”.

(1. Continua)

 

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La ministra e il ponte precario da 2 milioni

Le scrivo per raccontarle un fatto accaduto nella Val Trebbia, tra Piacenza e Genova. Tra i vari disastri idrogeologici dell’ottobre scorso, è crollato anche il ponte di Lenzino, costringendo gli abitanti di una valle già lontana da tutto a dover fare una deviazione ribattezzata “il giro dell’asino”, per evidenti motivi. Sulla carta la manutenzione era stata fatta da poco, eppure il ponte era in evidente stato di dissesto e infatti è crollato. Una settimana dopo, Paola De Micheli venne sul posto contornata dai nostri sindaci locali e decretò che sarebbe sorto un ponte provvisorio lì vicino, per mano di Anas (l’ente che doveva controllare che non cadesse). Tempo stimato sei mesi, per una spesa approssimativa di circa 2 milioni di euro. Devo ripeterlo: 2 milioni di euro per un ponte provvisorio. Nel frattempo la Ss45 sarebbe rimasta spezzata e tre Comuni, che sopravvivono grazie a piccole ventate di turismo, isolati per sei mesi. Nevicate e italianità hanno ovviamente allungato i tempi. La cosa che mi brucia, e molto, è che a Piacenza il mio vicino di casa è il Genio pontieri. Non ho sentito richieste di intervento del Genio da parte di nessuno dei nostri politici locali, nonostante tutta la popolazione si chiedesse perché non intervenisse. Forse perché deve essere Anas a fare il lavoro e a spartirsi questi soldi, tanto non è mica un’urgenza. Ultimi ragguagli sui lavori in corso: il ponte Bailey provvisorio sarà pronto entro fine maggio (come no) alla modica cifra di 4.350.000 euro. Parliamo di 54 metri di ponte, non il Morandi. Quello definitivo sarà in consegna tra un paio di anni e sorgerà sulle ceneri di quello vecchio, per soli 21 milioni di euro. Nel frattempo sono usciti dei vincoli della Soprintendenza, le belle arti… già la strada è così comoda, perché apportare migliorie tagliando qualche curva? Bisogna rifarlo uguale, dicono. Quindi, se paghiamo Anas che non controlla, il Genio che non interviene e i ministri che non ci ascoltano, allora manteniamo enti che non ci servono. Vi ho scritto perché credo che sia un tassello di un infinito puzzle che non deve andare perduto, ma custodito fino alla resa dei conti: questo vecchio sistema deve arrivare a un epilogo prima o poi.

Valentina Carbone

I dem: fessi, masochisti o “collaborazionisti”?

Caro Marco, Grillo si sta comportando come un capo politico del Pd. Con la stessa mentalità di questa cosiddetta sinistra. Infatti, il Pd ha sempre dimostrato che, quando aveva tutta la forza e il potere per cacciare o schiacciare la destra, ha finito col regalarle la vittoria. Prima con Berlusconi, oggi con Draghi. Ma Grillo e quelli del Pd sono fessi o masochisti? O semplicemente collaborazionisti del nemico?

Roberto Calò

 

Tutte e tre le cose insieme.

M. Trav.

 

I 5 Stelle e la Cassandra che porta fortuna

Non tutto è perduto, una speranza di accordo c’è tra Grillo e Conte: l’innominabile ha ricordato che aveva predetto lo sfascio dei 5stelle e la fine di Conte.

Salvatore Griffo

 

In effetti, l’innominabile per i suoi avversari è un portafortuna, quasi come Fassino.

M. Trav.

 

Il ricatto di Italia Viva è una tecnica collaudata

Sento da illustri (si fa per dire) esponenti renziani (Boschi, come sempre, in testa) la solita storia: se Pd e 5S non accetteranno i loro rilievi sulla legge Zan (da loro approvata alla Camera), saranno i colpevoli del suo affossamento. La tecnica è collaudata: se si accettassero le loro richieste, subito dopo ne avanzerebbero altre, per far vedere che ci sono e al servizio di chissà chi. Non sarebbe ora di ignorarli totalmente (e per sempre), andare in Parlamento dove ognuno si assumerà le sue responsabilità e lasciare questi miseri personaggi al loro destino? In fondo la gente proprio stupida non è: spesso le cose le vede.

Alberto Pizzi

 

Infatti questi fenomeni sono al 2% e credo siano ancora sopravvalutati.

M. Trav.

 

Lega- Radicali: flirt estivo o sodalizio?

È cominciata la raccolta firme per il referendum sulla giustizia, sponsorizzata dall’insolita coppia Lega-Radicali. La giustizia prima d’ogni cosa. Chissà cosa pensano i successori di Pannella della visita di Matteo Salvini a Santa Maria Capua Vetere. Recatosi nella casa circondariale oggetto dei pestaggi ai danni dei detenuti (come si è visto ampiamente nei video), che hanno portato all’arresto di 52 agenti della Polizia penitenziaria, il leader della Lega ha, tra l’altro, sostenuto: “se c’è qualche detenuto che è stato oggetto di violenza è inaccettabile, ma è stata una mattanza la rivolta dei detenuti”. Quindi, alla fine, i colpevoli del pestaggio, secondo il lucido argomentare del Matteo padano, sarebbero i detenuti. Mi chiedo: i Radicali sono lieti d’avere un simile compagno di viaggio?

Marcello Buttazzo

 

Berlusconi è più paziente che presidente

Buongiorno Direttore, continuo a leggere (come scrive anche oggi Tommaso Rodano) di Berlusconi al Quirinale, ma non sarebbe meglio un’altra figura (anche se potrebbe essere un buon presidente) visto che spesso è ricoverato per problemi di salute?

 

Beh direi proprio di sì. E non solo per quello.

M. Trav.

Inps “I miei (pochi) diritti di invalido oncologico calpestati dai burocrati”

 

Gentile redazione, nel 1991, a 16 anni, mi sono ammalato di osteosarcoma fibroblastico di quarto grado alla gamba destra con resezione del femore e successivo impianto di protesi; pertanto mi è stata riconosciuta una invalidità del 100 per cento che dava luogo a un indennizzo permanente di pensione. Successivamente, nel 2002, ebbi recidiva alla tibia, sempre destra, con impianto di mega protesi femoro-tibiale. L’anno successivo diagnosticarono noduli al polmone sempre di destra e il beneficio rimaneva invariato insieme alla predetta invalidità. Nel 2005 mi veniva riconosciuta la legge 104 e confermata non rivedibile nel 2007. Una infezione l’anno successivo mi vedeva costretto a diversi interventi per debellare la stessa con gravi postumi che ancora mi porto dietro con maggiori impedimenti, oltre a un versamento che dal 2017 tende a peggiorare col tempo, per cui mi hanno riconosciuto l’indennità di accompagnamento. Lo scorso 4 giugno, però, l’Inps mi chiama per la visita di controllo da cui emerge, secondo la commissione dello stesso istituto – che non aveva neppure uno specialista ortopedico –, che la mia invalidità è diminuita al 75 per cento con conseguente revoca dei benefici di pensione e accompagnamento…

Esiste un decreto ministeriale che prevede la non rivedibilità per chi ha avuto patologie oncologiche, ma pare che all’Inps poco importi, anzi tale ente si arroga il diritto di revocare ciò che per 30 anni altre commissioni (sempre nominate dallo stesso istituto) hanno confermato! Forse si vuole fare economia sulle spalle delle categorie più deboli? Forse si pensa che tali categorie non possano o non abbiano possibilità di pretendere i loro diritti perché ciò comporterebbe per loro “impegni” troppo gravosi? Forse, invece, di diminuire gli emolumenti spropositati ai loro dirigenti aiuterebbe chi di sostegni ne ha bisogno veramente, sostegni che sono previsti in ogni Stato che tale possa definirsi.

Lorenzo Parroni