Prigioniere, ma in libertà, a Riyad. Nella “culla del neo-rinascimento”, – come ha definito la petromonarchia saudita a gennaio scorso il leader di Italia Viva, Matteo Renzi –, le due paladine per i diritti delle donne, Nassima al-Sadah e Samar Badawi, sono uscite dalle loro celle, ma solo per rimanere in prigione: per i prossimi cinque anni non potranno abbandonare le loro abitazioni né viaggiare, perché sottoposte alle misure cautelari domiciliari. Dopo essere state condannate a tre anni di carcere nel 2018 per aver protestato contro il divieto di guida imposto alle donne nel regno di Mohammed bin Salman, le due attiviste continueranno a scontare la pena del silenzio: non potranno rilasciare interviste o parlare pubblicamente. Nonostante dal 2018 non sia più reato per le saudite stringere il volante, decine di giovanissime che hanno protestato per il diritto di farlo negli anni scorsi rimarranno dietro le sbarre del regno di MbS.
Una famiglia dissidente, che ha detto sempre “no” al principe ereditario. Se l’ex marito di Samar Badawi rimane in cella a scontare una condanna di 15 anni, uscirà di prigione solo nel 2022, il fratello dell’attivista, Raif, un blogger condannato a dieci anni di galera nel 2012 per aver “insultato l’Islam” e “promosso la secolarizzazione” in uno dei suoi post sul sito da lui fondato, il Free Saudi Liberals. Combatte per la sua scarcerazione, ma da lontano, sua moglie Ensaf, scappata in Canada insieme ai tre figli, ma a nulla sono serviti i suoi scioperi della fame per mettere fine alla prigionia dell’oppositore privato delle medicine necessarie per le sue condizioni di salute. Samar Badawi, premiata da Michelle Obama e Hillary Clinton come donna più coraggiosa dell’anno nel 2012, è stata anche la prima, sette anni fa, a lasciare in calce la sua firma sulla petizione che chiedeva il permesso di voto e partecipazione politica per le ragazze. Candidatasi nella sua provincia sciita di Qatif già nel 2015, primo anno in cui fu concesso alle donne di partecipare alle campagne elettorali, Al-Sadah vide invece il suo nome rimosso dalle liste di voto quando, impavida, tentò di entrare nella sfera politica del suo Paese.
Per Alqst, organizzazione saudita per i diritti umani che opera da Londra, “queste donne coraggiose, che non avrebbero mai dovuto essere imprigionate, dovrebbero essere onorate per aver combattuto per il cambiamento” di uno Stato da 30 milioni di abitanti, dove più della metà della popolazione ha meno di 35 anni e fame di quella modernità che il principe promette, ma concede con il contagocce. Smanioso di plasmare una nuova immagine, più amichevole ed evoluta, del suo regno, MbS ha cominciato a emettere un decreto dopo l’altro negli ultimi mesi: è adesso concesso alle donne viaggiare da sole, senza permesso di padri, mariti, fratelli, e per la prima volta potranno anche recarsi in pellegrinaggio alla Mecca senza essere accompagnate.
Ma l’Arabia Saudita rimane il regno che ha decretato la fine di Jamal Kashoggi, il giornalista dissidente fatto a pezzi nel consolato di Riyad a Istanbul nel 2018 per ordine del principe; e vige ancora “la pena capitale per i ragazzini”, denunciano le ong. L’ultimo a essere giustiziato è stato Mustafa al-Darwish, 26 anni, arrestato nel 2015 con l’accusa di aver “diffuso discordia, mettendo a repentaglio la sicurezza dello Stato”, per reati che aveva commesso ancor prima di diventare maggiorenne.
“Cambiare tutto, senza modificare niente” è il titolo della lunga analisi del centro Carnagie Endowment, attento a rintracciare i dettagli delle prossime trasformazioni del Golfo: le riforme di MbS non toccheranno privilegi, né ridurranno poteri dell’élite clericale wahabita. Nonostante l’ultimo report dell’intelligence di Washington sui crimini commessi da Riyad sia stato pubblicato a febbraio scorso, e seppure la condanna pubblica dell’Amministrazione Biden per mostrare discontinuità con l’era Trump sia stata greve, i critici del regime sono convinti che a vincere, nel prossimo futuro, non saranno oppositori o difensori dei diritti umani. A Riyad tutto cambia per restare uguale: le due attiviste sono state liberate per rimanere comunque prigioniere con l’intero Paese.