Figliuolo è meglio si affidi ai santi

Sembrava di essere in sala, le immagini imperfette da pellicola proiettate sul grande schermo, il brusio che si zittisce quando comincia il cinegiornale: “Le dosi sono sufficienti per procedere spediti nella campagna vaccinale”. Ricordo nostalgico di altri tempi grazie alla lettura di ieri del Corriere della Sera, che ha dedicato una lunga intervista al generale Francesco Paolo Figliuolo, ormai più credibile quando ammette di affidarsi a Santa Rita mettendo sullo stesso piano spiritualità e scienza. Le Regioni lamentano ritardi nelle forniture dei vaccini? Basta fare il gioco delle tre carte e sparando un po’ di numeri si risolve tutto e Figliuolo insiste: “Le Regioni hanno la potenzialità di somministrare complessivamente 500 mila vaccinazioni al giorno”. Chiudendo gli occhi sembra ancora di vedere scorrere le immagini in bianco e soprattutto nero di gerarchi col braccio teso volto a salutare Lui, mentre una voce fuori campo canta le lodi dell’italico sforzo: “’Sono sicuro di dire che entro il 30 settembre avremo raggiunto l’80% della popolazione’ risponde diretto il commissario che conclude annunciando un luminoso futuro per le genti dell’Impero: ‘L’organizzazione dovrà evolvere verso un sistema sempre più capillare, con al centro i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e i farmacisti di fiducia’. Viva il D… raghi!”.

Giorgetti, nuovo poliziotto buono dopo Letta (zio)

Poliziotto cattivo, poliziotto buono è un teatrino della politica molto frequentato dal nostro giornalismo mainstream. Tanto per capirci, l’archetipo del tutore dell’ordine amichevole, gentile, comprensivo è stato Gianni Letta quando, in qualità di sottosegretario di Silvio Berlusconi, all’apice del potere assai si adoperava per sopire, lenire, placare, sedare ire, prepotenze ed eccessi dell’allora Caimano. Riscuotendo profonda gratitudine dalla sinistra panciafichista e del quieto vivere. Non c’era giornale della cosiddetta opposizione dove il giannilettismo non fosse celebrato con devozione supplice, e non soltanto per ottenere un brandello di conferma a qualche magra indiscrezione pericolosamente sottratta all’occhiuto minculpop di Palazzo Chigi. Infatti, Letta (Gianni) era (ed è) anche un sincero protettore delle arti (mentre, come ogni poliziotto carogna, quell’altro si dedicava a più carnali evasioni). Lui, sempre così amabile e soave, che quando un cronista poco esperto su come gira il mondo si presentava con qualche notizia – non abbastanza commendevole – sul conto del premuroso maestro di palazzo, ai direttori del più feroce antiberlusconismo militante, quasi s’inumidivano gli occhi di fronte a tanto cinismo: perché vuoi fare questo a Gianni che è un nostro amico?

Tutta questa tiritera solo per annunciare che abbiamo un nuovo poliziotto buono, e si chiama Giancarlo Giorgetti. Non certo da oggi poiché era già il leghista dal volto umano ai tempi del Matteo Salvini che petto in fuori e bava alla bocca chiedeva i pieni poteri. Tuttavia, diversamente da Letta (Gianni) che qualche cautissimo distinguo nel segreto del confessionale lo sillabava, del Giorgetti e del suo adoperarsi per la pace nel mondo sembra non esistano prove documentali (purtroppo neppure come ministro dello Sviluppo economico del governo Draghi). Sospettiamo perciò che i bravi colleghi, che costantemente ci informano sulle irritate prese di distanza dell’illuminato braccio destro (sinistro?) rispetto al truce leader, ne traducano il linguaggio del corpo. Un’alzata di spalle può voler dire Matteo l’ha fatta grossa. Uno strabuzzare degli occhi: non sono assolutamente d’accordo. Un dileguarsi velocemente: boccaccia mia statti zitta. Però, sabato scorso, di fronte al manifesto sovranista sottoscritto da Salvini con la peggiore destra europea, Giorgetti ha tirato fuori gli artigli e pressato dalla stampa ha finalmente parlato: “Dico la verità, non ho fatto a tempo a leggerlo”. Una bomba. Per poco il Corriere non usciva in edizione straordinaria.

Acqua Marcia, il caso delle fatture di Conte. Fascicolo a Roma, s’indaga per bancarotta

Bancarotta per dissipazione. È il reato iscritto dalla Procura di Perugia nell’ambito del fascicolo sulla vicenda del concordato Acqua Marcia. Si tratta dell’indagine partita dalle dichiarazioni di Piero Amara. Il fascicolo ha attraversato mezza Italia: da Milano è stato trasmesso a Roma che poi l’ha inviato a Perugia per competenza. Qui i pm, guidati da Raffaele Cantone, hanno escluso l’eventuale coinvolgimento di magistrati e hanno rimandato le carte nella capitale, iscrivendo solo il reato. Non ci sono infatti indagati. Tutto parte dunque dal verbale di Amara (poi arrestato dalla Procura di Potenza per corruzione in atti giudiziari e ora tornato libero con l’obbligo di dimora a Roma) del 14 dicembre 2019. Quel giorno davanti ai pm milanesi, l’avvocato siciliano – le cui parole sono tutte da verificare – racconta: “Su richiesta di Vietti mi interessai del concordato preventivo della società Acqua Marcia di Roma. Vietti sapeva che Caltagirone aveva il problema di far omologare dal Tribunale di Roma il concordato preventivo della sua società Acqua Marcia. Mi chiese pertanto di parlare con Fabrizio Centofanti che all’epoca era il responsabile delle relazioni istituzionali di Acqua Marcia (…) e di dirgli di nominare come legali della società Enrico Caratozzolo, Guido Alpa e Giuseppe Conte. Mi disse Vietti che la nomina era per ottenere l’omologa del concordato”. Gli accertamenti dei pm di Perugia però hanno escluso l’eventuale coinvolgimento di magistrati. Su quanto raccontato da Amara, l’ex presidente del Csm Vietti, non indagato, nei mesi scorsi ha smentito categoricamente; come pure Centofanti, anche questi non indagato, che al Fatto ha spiegato: “Rivendico la correttezza sia professionale sia economica di quell’incarico conferito nell’interesse del Gruppo. In merito alla parcella di circa 400 mila euro per 26 società in concordato per un valore tra attivo e passivo di circa 2 miliardi di euro mi sembra ci abbia trattato molto bene!”. In un’intervista al Fatto del 12 maggio Conte (non indagato) invece ha ribadito: “Non ho nulla a che fare con i loschi traffici del signor Amara, non l’ho mai conosciuto. Il mio nome sarebbe stato fatto da Vietti, con cui pure non ho mai avuto rapporti personali e professionali. Trecento pareri legali mi hanno occupato per quasi un anno, quindi quel compenso era il minimo: tutte quelle parcelle hanno passato il vaglio del tribunale e dei commissari giudiziali nominati dai giudici fallimentari”.

I revisori: “Fontana ora chieda i danni a contabili Lega”

Regione Lombardia deve chiedere ai commercialisti della Lega il risarcimento almeno del “danno economico (…) oltre al danno reputazionale”, dovuti all’acquisto fraudolento del capannone di Cormano da parte della Lombardia Film Commission. Un mini-ristoro, considerato che ormai è tardi per dichiararsi parte civile nel processo penale che ha visto condannare Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni rispettivamente a 5 anni e 4 anni e 4 mesi e il patteggiamento di Michele Scillieri a 3 anni e 4 mesi. È l’invito, contenuto nel verbale n. 11 del 14 giugno 2021, che il Collegio dei Revisori dei Conti del Pirellone ha indirizzato a Fontana. Un’esortazione che giunge dopo i richiami da parte degli stessi revisori a intraprendere azioni di responsabilità nei confronti dei vertici della Fondazione degli anni scorsi. E sottolineano: Di Rubba e Manzoni sono stati condannati anche a risarcire 150 mila euro a Lfc e 25mila al Comune di Milano, mentre Scillieri ne ha risarciti 83mila. Soldi che il Pirellone, socio di maggioranza in Flc, non ha visto. Da qui l’invito a chiedere almeno i danni e a farlo prima che intervenga la prescrizione. Pur sollecitato dalle opposizioni, Fontana si è sempre rifiutato di dichiararsi parte civile in base alla “dottrina Maroni”, secondo la quale Regione rinuncia alla di costituzione di parte civile nei procedimenti penali per “razionalizzare la spesa”. Per la 5S Monica Forte, una prassi da rivedere: “Da un anno e mezzo sollecitiamo la giunta ad agire, inutilmente. Questa è l’ultima occasione per Regione di dimostrare che agisce nell’interesse pubblico”. Più tranchant Massimo De Rosa: “Le persone coinvolte nello scandalo sono collaboratori con ruoli di alto livello nella contabilità della Lega. Regione prenda posizione una volta per tutte, dal momento che questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg di uno scandalo dai confini ben più ampi”.

In carcere l’“eroina antimafia” Giusy Vitale: protetta dallo Stato, flirtava coi Casamonica

“Boss in gonnella”, collaboratrice di giustizia e persino scrittrice. Giusy Vitale, all’anagrafe Giuseppa, è la sorella minore dei boss di Partinico (Palermo) Vito e Leonardo Vitale, detti “Fardazza”, e legati a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Aveva retto il clan durante la detenzione dei fratelli, fino al 1998, quando è arrestata e poi condannata per concorso in omicidio premeditato, aggravato dal metodo mafioso. Nel 2005 si pente e rinnega la famiglia, accusando i fratelli. Una storia che diventa un libro (Ero cosa loro) e ispira personaggi di film e fiction. Ma quel cordone ombelicale con i Fardazza, in realtà Giusy non l’ha mai tagliato e ieri è stata di nuovo arrestata, nell’inchiesta della Dda di Palermo: 101 indagati, 85 arrestati, accusati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione e corruzione. A Roma, dove abita sotto la nuova identità di Rebecca Martucci, Giusy Vitale ospita i nipoti arrivati da Partinico e interessati ad aprire un canale per la droga. Lei li conduce fino ai Casamonica: “Sono zingari, sono come noi, di cuore”.

Israele, tanti vaccinati ma contagi in rialzo Pfizer meno efficace

Una delle presentatrici del tg si è inceppata pochi giorni fa mentre leggeva i notiziari “il capo del governo Benjamin… scusatemi Naftali Bennett… ha annunciato che il numero dei contagi provocati dal Covid-19 sta aumentando di giorno in giorno…” e ha continuato snocciolando numeri: “343 nuovi casi, 68 ricoverati, 35 gravi, due più di ieri”. È passato circa un mese dal giuramento del nuovo governo e Benjamin Netanyahu si sta preparando, dopo 12 anni, a lasciare la residenza ufficiale (dovrebbe traslocare entro il 10 luglio), mentre il neo primo ministro, che ha quattro figli che ancora vanno a scuola e vivono vite normali in una casa normale in una cittadina normale si sta organizzando per trasferirsi, da solo, in via Balfour. Dormirà lì per tre o quattro volte la settimana. Gli hanno consigliato di farlo per una questione psicologica.

E nel frattempo, il coronavirus, che non si interessa di politica, sta drizzando la testa. Dopo il terzo lockdown e l’operazione-vaccino, con cui Israele è divenuto modello per essere arrivato già al 60% della popolazione a cui sono state somministrate due dosi (l’Italia è al 33%), tutti qui pensavano di esserne finalmente e totalmente fuori dalla pandemia. La Clalit, che assicura circa il 50% degli israeliani, aveva pubblicato a febbraio la notizia di un calo del 94% dei casi sintomatici di Covid rilevato fra coloro che erano stati vaccinati. L’efficacia maggiore del vaccino, diceva la ricerca, appare da una settimana dopo la somministrazione della seconda dose. E a maggio i numeri erano finalmente praticamente scesi a zero. A zero assoluto nell’esercito, dove l’80% dei soldati erano stati vaccinati. A 13 casi nella società civile.

Ma nessuno poteva sapere che poi sarebbe apparsa dal nulla la variante Delta. E la variante Delta è rapida e potente. Ieri mattina sono stati confermati 343 nuovi casi di contagio da SarsCov2 nelle ultime 24 ore, il numero più alto registrato negli ultimi tre mesi, un peggioramento attribuito alla variante, probabilmente entrata in Israele da cittadini che tornavano dall’estero. E per questo si è meno trasmessa tra arabi israeliani e ebrei ortodossi che viaggiano meno. Inoltre non ha gli stessi sintomi del Covid “tradizionale” e spesso viene scambiata all’inizio per una normale influenza. Ormai sappiamo bene che la variante Delta è responsabile del 90% dei casi di Covid-19 nel Paese, contro il 60% di tre settimane fa. La situazione dei contagi sarà al centro di una riunione con il premier Bennett, il ministro della Sanità Nitzan Horowitz, durante la quale si valuterà l’ipotesi di reintrodurre nuove restrizioni. “Brutte notizie in arrivo stamattina da Israele” ha annunciato ieri, su Twitter, Yaniv Erlich, scienziato israelo-americano, professore associato alla Columbia University, rilanciando nuovi dati del ministero della Salute di Tel Aviv sulla protezione del vaccino anti-Covid nei confronti della variante Delta: “Il ministero della Salute – scrive Erlich – riferisce che l’efficacia di Pfizer per la protezione contro la variante Delta scende al 64% dal 94% contro altri ceppi. Ciò ha importanti implicazioni per l’immunità di gregge e la capacità del virus di evolversi ulteriormente”. Già si sa, però, che probabilmente il vaccino sta almeno contenendo i danni: anche se i vaccinati si ammalano la malattia non diventa grave. Allo studio anche la possibilità di procedere alla somministrazione di una terza dose di vaccino ai gruppi a rischio.

La variante Delta continua a crescere anche nel Regno Unito, ma Boris Johnson è pronto a completare il percorso verso l’uscita pressoché totale dalle restrizioni fra un paio di settimane, senza più obblighi legali sul distanziamento o sull’uso di mascherine, scommettendo tutto sulla responsabilità personale della gente e soprattutto sull’efficacia dei vaccini.

Variante “Delta” entrata libera. Aeroporti colabrodo: ecco l’estate

“Controlli all’arrivo? Ma non scherziamo, in aeroporto non ce n’era neanche l’ombra…”. Barbara Gallucci, nota giornalista di viaggi, è da poco rientrata a Milano dopo due settimane trascorse alle Isole Azzorre. È atterrata domenica notte a Malpensa, con un volo Tap da Lisbona. Una trasferta che si è conclusa senza nessun accertamento sanitario nello scalo lombardo. “Quando sono partita – racconta –, ho dovuto fare un tampone prima di imbarcarmi e un altro appena arrivata alle Azzorre: un test molecolare gratuito, tra l’altro, non come in Italia dove lo paghi. Ma lì sono seri, sono consapevoli del pericolo e ti tracciano in ogni movimento che fai. Poi ho dovuto farne un altro prima di imbarcarmi due giorni fa per l’Italia e uno all’aeroporto di Lisbona. Ed ero preoccupata perché non avevo ancora il Green pass”. Preoccupazioni che si sono poi rivelate del tutto inutili: “Quando siamo atterrati a mezzanotte e mezza di domenica – prosegue Gallucci – nessuno ha chiesto niente né a me, né a quelli che viaggiavano con me”.

Non solo. Contemporaneamente al volo da Lisbona, all’aeroporto Malpensa ne è atterrato anche uno da Ibiza. E anche in questo caso nessuno è stato controllato, nonostante la Spagna sia uno dei Paesi da bollino rosso, in quanto esposto a una crescita dei contagi. L’estate italiana, iniziata sotto l’egida del Green pass, che permette di spostarsi nei Paesi Ue e dell’area Schengen, avrebbe dovuto essere a prova di sicurezza. E invece il sistema di sorveglianza negli aeroporti sembra avere più di una falla.

C’è persino chi, negli ultimi giorni, è ricorso indisturbato a false documentazioni. Proprio come hanno fatto centinaia di tifosi ucraini venuti in Italia per assistere al quarto di finale di Euro2020 Ucraina-Inghilterra in programma a Roma sabato scorso. “Conosco decine di ucraini che si sono fatti fare finte attestazioni di appuntamenti di lavoro oppure certificati medici assai discutibili: tutti documenti mostrati al check in a Kiev per evitare la quarantena obbligatoria in Italia”, racconta F. B., che una settimana fa è atterrato a Orio al Serio, proveniente da Barcellona: anche per lui nessun controllo. Così come nessuno ha verificato che i documenti in mano ai tifosi ucraini atterrati a Roma, Milano, Catania, fossero certificazioni autentiche. Questo nonostante l’Ucraina sia un Paese inserito in “lista E”, cioè uno di quelli dove il Green pass non esiste. “Io viaggio molto per lavoro – spiega F. B. – e posso tranquillamente testimoniare che è sufficiente imbarcarsi in un Paese dell’Ue per non subire verifiche. Per esempio all’aeroporto di Amsterdam passano tutti senza problemi. Del resto, se faccio il check in online, chi mi controlla la documentazione alla partenza? Nessuno”.

Il fatto è che tutto questo accade mentre si sta invertendo la tendenza alla diminuzione dei contagi, secondo le ultime tabelle previsionali dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie: nell’ultima settimana i casi di Covid-19 sono aumentati più del previsto e anche in modo vistoso in vari Stati. Così è stato in Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia, Irlanda, Norvegia, Portogallo, Regno Unito e Spagna. Sono cresciuti anche in Italia.

Secondo le stime dell’Ecdc tra il 26 giugno e il 3 luglio nel nostro Paese avrebbero dovuto esserci 3.909 casi, invece ce ne sono stati 5.222. In Spagna ne sono stati registrati oltre il doppio di quelli previsti: 51.405 contro 21.743. il doppio anche in Belgio, dove si è arrivati a più di quattromila e ne erano stimati 1.960. Tutto mentre incombe la variante Delta.

Ma come può accadere che il sistema di controllo non funzioni? Il compito di verificare che i passeggeri siano in possesso di tutte le certificazioni anti-Covid necessarie spetta alle compagnie aeree. Devono cioè accertarsi che i passeggeri siano in possesso del Green pass se sono cittadini Ue o dell’area Schengen ai quali è già stato somministrato il vaccino. Oppure che si siano sottoposti a tampone molecolare o a test antigenico rapido (risultato ovviamente negativo), o ancora che siano guariti dalla malattia. Poi ci sono i controlli affidati all’Usmaf, vale a dire l’ufficio di sanità marittima, aeroportuale e di frontiera, la struttura che dovrebbe controllare chi sbarca. “Ma fare le verifiche su tutti è impossibile – dicono al ministero dell’Interno –, significherebbe bloccare completamente il turismo e l’economia. I controlli sono necessariamente a campione e si concentrano soprattutto sui voli provenienti da Stati dove la situazione pandemica è maggiormente grave, come Sudafrica, India, Pakistan, per fare qualche esempio”. Chi arriva da Israele, ma anche dal Giappone, dagli Stati Uniti, dal Canada, di fatto beneficia delle stesse condizioni assicurate ai cittadini Ue. Poi ci sono i britannici e gli irlandesi del nord, per i quali vige la misura della quarantena per 5 giorni con obbligo di tampone. Isolamento fiduciario e poi successivo tampone anche per chi arriva dalla Russia. E così tutto dovrebbe filare liscio. Ma questo avviene solo in teoria. Al Fatto sono arrivate almeno dieci segnalazioni di persone che, tornate da mete europee e sbarcate a Fiumicino, non sono state sottoposte a controlli né per quanto riguarda il Green pass né per il tampone effettuato entro le 48 ore precedenti alla partenza. La Regione Lazio dice, ovviamente, che non si occupa di controllo documentale: il suo compito era quello di confermare il servizio di tamponi nel parcheggio dell’area C dell’aeroporto di Fiumicino, e lo ha fatto. Poi scarica sulla società di gestione dello scalo, Adr (Aeroporti di Roma), che a sua volta scarica sulle compagnie aeree, sulle quali pende la responsabilità. Qui entra in gioco l’Usmaf. E quello di Fiumicino conferma: “Noi facciamo controlli a campione su chi sbarca. In alcuni casi abbiamo verificato che i documenti non erano a norma e l’abbiamo segnalato alla polizia, che ha multato la compagnia”.

Che il sistema non funzioni a dovere lo dimostra anche quanto accaduto a due colleghe del Fatto. Entrambe sono appena rientrate dalla Spagna. Margarida Ciconte è andata a Madrid, dopo aver fatto la prima dose di vaccino. In Italia, prima di partire, si è sottoposta a un tampone rapido. La stessa cosa ha fatto in Spagna per rientrare a Roma. “All’aeroporto di Madrid, quando sono arrivata – racconta –, sono stata sottoposta a tutti i regolari accertamenti. A Roma Fiumicino, invece, nessuno ha controllato che fosse tutto a posto, né durante l’imbarco né al ritorno, quando sono atterrata”. Più o meno stessa storia per Wanda Marra, partita con il Green pass alla volta di Ibiza, dopo aver completato il ciclo vaccinale. In questo caso il filtro all’andata c’è stato: gli operatori della compagnia addetti alle operazioni di imbarco le hanno chiesto la certificazione. Poi più nulla. “Al ritorno non sono stata più controllata, né allo scalo di Ibiza né a Fiumicino”.

Milano, la destra sceglie il pediatra di Licia Ronzulli

Ha ricevuto anche il via libera di Giorgia Meloni e ora le sue chance di essere il candidato del centrodestra a Milano aumentano. Parliamo di Luca Bernardo, responsabile del dipartimento d’infanzia e adolescenza dell’ospedale Fatebenefratelli. Un pediatra, dunque, che tra i suoi piccoli pazienti vanta pure la figlia di Licia Ronzulli. La senatrice è stata la prima, insieme a Matteo Salvini, a sponsorizzarne la candidatura. E qualcuno ha fatto notare una certa parabola del partito azzurro, che se prima candidava Nicole Minetti alla Regione, igienista dentale di Silvio Berlusconi al San Raffaele (condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby bis), e se poi ha fatto eleggere deputato nel 2018 Paolo Zangrillo, fratello del suo medico personale Alberto, oggi potrebbe candidare il pediatra della Ronzulli. Segno dei tempi. Bernardo, intanto, sabato si è presentato ai gazebo della Lega per firmare i referendum sulla giustizia. “Sono disponibile, corro per vincere, ma ho parlato solo con Salvini”, ha detto. Ecco, ieri è arrivata la benedizione della Meloni, che l’ha incontrato a Milano. “Mi ha fatto un’ottima impressione. Da madre mi piace che sia un pediatra. Ha capacità di ascolto”, ha detto la leader della destra. Che però ha glissato su Albertini vicensindaco: “Prima pensiamo al candidato…”. Oggi potrebbe essere il giorno decisivo, con l’ennesimo vertice. Meloni, intanto, ha nominato responsabile delle liste in Lombardia Francesco Lollobrigida, capogruppo Fdi alla Camera nonché suo cognato, compagno della sorella Arianna. Mossa che per alcuni all’interno del partito è da intendersi come commissariamento nei confronti dei due capataz milanesi, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. E proprio sulle liste meloniane a Milano ieri è arrivata la sorpresa, con l’annuncio della candidatura come capolista di Vittorio Feltri, che si è pure iscritto a Fdi, e di Francesco Alberoni.

Il seggio a Lotito fa gola a Giorgia

Qualcuno già glielo rinfaccia scherzando, ma non troppo: “A ’nfame, sei pure iscritto al Roma club di Palazzo Madama”. Ma Maurizio Gasparri tira dritto pure se in cuor suo mastica amaro, ché nel suo petto pulsa la fede giallorossa: ha composto un’ode per José Mourinho, ma gli tocca perorare la causa del nemico Claudio Lotito che da due anni briga per ottenere un seggio al Senato.

E così Gasparri ha scritto un’altra volta a Maria Elisabetta Alberti Casellati perché solleciti i capogruppo a mettere in calendario la decadenza – già ratificata da tempo dalla Giunta per le elezioni che presiede – di Vincenzo Carbone e il subentro del patron della Lazio. Che desidera coronare un sogno pari a quello di vedere giocare in A due sue creature: i biancocelesti appunto, ma pure la Salernitana che qualcuno vorrebbe fargli cedere. Ma l’aula finora è stata sorda e grigia, nonostante gli sforzi che a Lotito sono costati una tombola: ha arruolato alla causa i migliori avvocati, checché se ne dica della sua parsimonia. Dal professor Federico Tedeschini all’ex ministro Giovanni Maria Flick, passando per l’altro presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli fino al costituzionalista Massimo Luciani.

Ma soprattutto ha lavorato forte con le incursioni a Palazzo incontrando chiunque. E pure al telefono non ha lasciato scampo: ha promesso che una volta dentro non tradirà Forza Italia che lo ha candidato nel 2018, ma ha fatto intendere che sarebbe disponibile a entrare negli altri gruppi a cui ha chiesto udienza. “Ha parlato pure con noi”, sussurrano nel Pd, mentre quelli di Italia Viva fischiettano: a cedere il seggio sarebbe uno dei loro, Carbone, ma vuoi mettere Lotito?

Insomma nessuno sa alla fine dove siederà il patron della Lazio, che però avrebbe già stretto un patto con Giorgia Meloni, romanista pure lei, ma con l’amata madre assai laziale. Ma qui il tifo c’entra il giusto. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica in grado di garantirgli una elezione al prossimo giro. Ma intanto non sarebbe male neanche accaparrarsi il laticlavio nella legislatura in corso. Così a Palazzo hanno fatto due più due dopo che il senatore Claudio Barbaro – responsabile sport del partito di Meloni – ha fermato per domani la sala Nassiriya per una conferenza stampa: “Vuoi vedere che servirà a perorare la causa di Lotito?”. Nell’ambiente del patron della Lazio si vocifera che il capo vorrebbe persino a denunciare in procura l’inerzia di Palazzo Madama. Come del resto ha già annunciato Michele Boccardi, altro aspirante senatore che si è visto sfilare il seggio in Puglia e vuol portare in tribunale direttamente la Casellati. Lotito invece reclama l’elezione in Campania: l’Ufficio elettorale regionale avrebbe sovvertito i criteri di riparto dei seggi, lasciandolo a bocca asciutta. Non sia mai.

FdI al 20% coi delusi Lega&5S “Ma il rischio è un partito-taxi”

Per dirla con Frank Underwood, il cinico presidente degli Stati Uniti della serie House of Cards, “quando si parla di potere politico valgono le stesse regole del mercato immobiliare: conta la posizione”. Il politologo Fabio Bordignon, dell’Università di Urbino, l’ha chiamata “rendita di (op)posizione”. In poche parole: la strategia degli ultimi tre anni di Giorgia Meloni. Stare all’opposizione di qualunque governo e capitalizzare il consenso da fuori.

In tre anni Fratelli d’Italia è passato dal 4 al 20-21 per cento di oggi, con molti istituti che certificano già il sorpasso sulla Lega di Matteo Salvini. È dal Carroccio che è arrivata una bella fetta di elettori, che si è unita ai parecchi delusi del Movimento 5 Stelle, la cui crisi d’identità potrebbe adesso portare qualche altro punto alla Meloni. Con una forte incognita per il futuro: i boom improvvisi attirano neofiti, ma senza l’aiuto di una classe dirigente affidabile il consenso può sgonfiarsi altrettanto in fretta, come successo di recente proprio a M5S e Lega.

Per capire da dove arriva il 20 per cento di FdI è utile guardare i dati. Secondo Marco Valbruzzi, coordinatore dell’Istituto Cattaneo, Fratelli d’Italia ormai è diventato un partito trasversale sia a livello geografico che sociale: “Fino al 2018, quando aveva il 4-5 per cento, FdI era il partito delle classi agiate delle grandi città ma poi l’elettorato è cambiato. A Nord prende voti dalla Lega, a Sud da Forza Italia e pure dai 5 Stelle: da lì potrebbe allargare ancora il proprio bacino e arrivare ben oltre il 20 per cento”. Anche Bordignon è sulla stessa linea: “Visti i trend, FdI ha strappato voti soprattutto da Lega e Forza Italia ma ha pescato anche nell’elettorato di protesta che votava M5S”.

A spiegare il boom di FdI ci sono soprattutto due elementi: in primis quella che Valbruzzi chiama “coerenza ideologica” e soprattutto l’opposizione a tutti i governi da quello di Mario Monti (nel 2011) a oggi. “FdI è sempre stata all’opposizione ed è l’unico partito che può dirlo”, spiega Bordignon. Questa crescita però, se da un lato ha rafforzato la coalizione di centrodestra – che sfiora il 50 per cento nei sondaggi – dall’altra ha inasprito le divisioni interne tra Meloni e Salvini. Creando un guaio niente male, almeno secondo il professore di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, Alessandro Campi: “Chiunque pensi di vincere si deve alleare con qualcun altro: Salvini ha bisogno di Meloni e Berlusconi, e viceversa. Ma quando Berlusconi aveva il 30 per cento e la Lega il 10 era chiaro chi comandasse, se ci sono due partiti che hanno la stessa forza è un problema serio capirlo. È una stupidaggine dire che chi ha un voto in più fa il leader: se FdI ottiene il 20 per cento e la Lega il 19,5, Meloni non è più forte di Salvini”.

Non è però detto che la crescita di FdI si fermi. Soprattutto visto lo sbandamento del M5S, con qualche elettore che potrebbe andarsene a causa delle continue liti interne: “Se questo è il quadro, con la bomba che può scoppiare nel M5S, FdI può arrivare al 30 per cento”, conclude Valbruzzi. Il direttore scientifico di Ipsos, Enzo Risso, è invece più cauto, ma riconosce che “tra il 2 e il 3 per cento” dell’elettorato del M5S “potrebbe spostarsi” a favore di Fratelli d’Italia, perché “quella è la quota di simpatizzanti del Movimento che si dichiara vicino a valori di destra”. Chi invece è poco convinto del futuro margine di FdI è Roberto Weber (Ixè): “Se prendiamo l’aggregato di FdI e Lega dal novembre 2019 a oggi, ci accorgiamo che più o meno sono sempre rimasti intorno al 41 per cento. La crescita recente della Meloni è tutta a scapito di Salvini”. Motivo per cui FdI, secondo Weber, potrà crescere ancora, ma senza raggiungere le vette leghiste delle Europee: “Non credo che la Lega possa scendere troppo, per la Meloni sarà già un successo consolidarsi sopra il 20 per cento”. Anche Campi crede che FdI potrà “crescere ancora”, ma non arriverà “al 25%”.

In ogni caso i conti, anche quelli conseguenti ai guai dei 5S, si faranno tra un po’: “I dati si pesano nel medio-lungo periodo – è la versione di Risso – in questo momento si spostano solo le emozioni”. C’è però un rischio, in quest’era di partiti tanto liquidi da veder evaporare la propria egemonia nel giro di pochi mesi. Prima il Pd di Renzi, poi il M5S, infine la Lega, tutti crollati dopo aver raggiunto picchi storici. Il pericolo, secondo Campi, esiste anche per FdI: “Meloni è cresciuta imbarcando molti riciclati di altri partiti, soprattutto al Sud, ma questo fenomeno diventa pericoloso quando cresci. La politica è piena di gente pronta a salire sul tuo carro quando hai successo e scendere alla prima difficoltà: Meloni rischia di fare la stessa fine di Renzi e Salvini”. Concetto simile a quello espresso da Weber: “In molte Regioni, FdI non ha una vera classe dirigente, si è affidata a qualche dirigente arrivato dagli altri partiti. Da un momento all’altro queste persone potrebbero lasciarla”. Motivo per cui la Meloni farà bene a curare la selezione all’ingresso.