Per un perfido paradosso, Ivan Scalfarotto è forse il politico più odiato dalla comunità gay italiana. Dev’essere per il malinteso senso del compromesso e della mediazione: quel “realismo” che gli fa cambiare idea, dal tramonto all’alba, sulla radicalità delle battaglie per i diritti. Ieri sulla stepchild adoption, oggi sul ddl Zan: basta una telefonata di Matteo Renzi per tirare una riga sulle convinzioni precedenti. Una settimana fa dichiarava “non emendabile” il testo votato alla Camera (“maggiori compromessi sono difficili da immaginare”), ora richiama a un responsabile accordo con i leghisti orbaniani (“senza ampio consenso al Senato si rischia il Vietnam”).
È ambizione o una lealtà esasperata quella che gli fa pronunciare imbarazzanti “sì” alle richieste del capo, anche quando sacrificano un traguardo collettivo? Caratteristica indispensabile – la lealtà – per fare carriera nelle relazioni umane (e spingersi magari fino a una carica di sottogoverno), meno per guadagnarsi il rispetto di una comunità di persone.
Un ritratto violentissimo, ma efficace dell’onorevole Scalfarotto è quello che gli ha dedicato ieri su Instagram Diego Passoni, conduttore radiofonico e voce ascoltata – lui sì – nel mondo Lgbt. Passoni ha citato Ivan sotto la definizione di “eunuco” (“Individuo privo delle ghiandole genitali, per difetto organico o in seguito a evirazione”). Con una generosa didascalia: “Ivan Scalfarotto incarna la condanna di chi ha fatto coming out da maschio gay in questo Paese: essere fintamente accettato, ma in realtà essere messo sempre nello stesso posto: quello dell’eunuco al servizio del re. Ben pagato per non dar fastidio a chi comanda. E mai autorizzato a essere più di un numero due”. Un epitaffio devastante.
I primi passi di Scalfarotto in politica furono da giovane di rottura, eccentrico e fuori dai giri, alternativo ai gerontocrati della sinistra italiana. Era il “candidato gay” alle primarie dell’unione del 2005, sesto su sette, alle spalle di Prodi, Bertinotti, Mastella, Di Pietro e Pecoraro Scanio: un incoraggiante 0,6% con 27mila voti. Era di nuovo il volto delle battaglie gay alla nascita del Pd veltroniano: Scalfarotto finì cooptato dal segretario nel bacino di iMille, il gruppo di intellettuali under 40 che promettevano di svecchiare e rivoluzionare il centrosinistra italiano. C’erano, tra gli altri, Pippo Civati, Cristiana Alicata, Luca Sofri, Francesco Costa, talvolta Diego Bianchi (ancora per tutti “Zoro”). Una delle foto di gruppo non è invecchiata benissimo: dietro a Scalfarotto, con una mano sulla sua spalla, sorride Mario Adinolfi. Come si cambia.
Scalfarotto ci ha provato a legare il suo nome all’avanzamento dei diritti civili in Italia. Il fallimento è fragoroso. La sua legge contro l’omofobia è stata disconosciuta e vituperata dalla stessa comunità cui era dedicata. Fu approvata dalla Camera il 19 settembre 2013, a inizio legislatura, poi annacquata con il solito compromesso al ribasso da un emendamento del Pd (Gitti-Verini) che veniva incontro alle perplessità del mondo cattolico (che forse riteneva giusto mantenere un diritto a discriminare, a fin di bene). Infine lasciata morire al Senato, che non l’ha mai più discussa. Le associazioni arcobaleno la consideravano un guscio vuoto e inutile, già allora Scalfarotto fu bollato come arrivista. “Ha l’abitudine di mettere la faccia su leggi che pretendono di tutelare le minoranze, ma che finiscono sempre per discriminarne una parte”, dice Luca Paladini, portavoce dei “Sentinelli di Milano”. Non fa parte della comunità, non viene nemmeno invitato ai pride . “Ma non è che non lo invitiamo – puntualizza Paladini – è che non lo consideriamo nemmeno”. Il resto l’ha fatto l’ossequio ossessivo alle volontà di Renzi, lo stesso che gli ha fatto dire sì alla candidatura kamikaze in Puglia per provare a far perdere il Pd nel 2020 (Emiliano stravinse, Scalfarotto prese l’1,6%: well done). L’umiliazione pugliese val bene un altro sottosegretariato.