Ivan lo Zelig ora rinnega se stesso. E gli Lgbt si vendicano: “Eunuco”

Per un perfido paradosso, Ivan Scalfarotto è forse il politico più odiato dalla comunità gay italiana. Dev’essere per il malinteso senso del compromesso e della mediazione: quel “realismo” che gli fa cambiare idea, dal tramonto all’alba, sulla radicalità delle battaglie per i diritti. Ieri sulla stepchild adoption, oggi sul ddl Zan: basta una telefonata di Matteo Renzi per tirare una riga sulle convinzioni precedenti. Una settimana fa dichiarava “non emendabile” il testo votato alla Camera (“maggiori compromessi sono difficili da immaginare”), ora richiama a un responsabile accordo con i leghisti orbaniani (“senza ampio consenso al Senato si rischia il Vietnam”).

È ambizione o una lealtà esasperata quella che gli fa pronunciare imbarazzanti “sì” alle richieste del capo, anche quando sacrificano un traguardo collettivo? Caratteristica indispensabile – la lealtà – per fare carriera nelle relazioni umane (e spingersi magari fino a una carica di sottogoverno), meno per guadagnarsi il rispetto di una comunità di persone.

Un ritratto violentissimo, ma efficace dell’onorevole Scalfarotto è quello che gli ha dedicato ieri su Instagram Diego Passoni, conduttore radiofonico e voce ascoltata – lui sì – nel mondo Lgbt. Passoni ha citato Ivan sotto la definizione di “eunuco” (“Individuo privo delle ghiandole genitali, per difetto organico o in seguito a evirazione”). Con una generosa didascalia: “Ivan Scalfarotto incarna la condanna di chi ha fatto coming out da maschio gay in questo Paese: essere fintamente accettato, ma in realtà essere messo sempre nello stesso posto: quello dell’eunuco al servizio del re. Ben pagato per non dar fastidio a chi comanda. E mai autorizzato a essere più di un numero due”. Un epitaffio devastante.

I primi passi di Scalfarotto in politica furono da giovane di rottura, eccentrico e fuori dai giri, alternativo ai gerontocrati della sinistra italiana. Era il “candidato gay” alle primarie dell’unione del 2005, sesto su sette, alle spalle di Prodi, Bertinotti, Mastella, Di Pietro e Pecoraro Scanio: un incoraggiante 0,6% con 27mila voti. Era di nuovo il volto delle battaglie gay alla nascita del Pd veltroniano: Scalfarotto finì cooptato dal segretario nel bacino di iMille, il gruppo di intellettuali under 40 che promettevano di svecchiare e rivoluzionare il centrosinistra italiano. C’erano, tra gli altri, Pippo Civati, Cristiana Alicata, Luca Sofri, Francesco Costa, talvolta Diego Bianchi (ancora per tutti “Zoro”). Una delle foto di gruppo non è invecchiata benissimo: dietro a Scalfarotto, con una mano sulla sua spalla, sorride Mario Adinolfi. Come si cambia.

Scalfarotto ci ha provato a legare il suo nome all’avanzamento dei diritti civili in Italia. Il fallimento è fragoroso. La sua legge contro l’omofobia è stata disconosciuta e vituperata dalla stessa comunità cui era dedicata. Fu approvata dalla Camera il 19 settembre 2013, a inizio legislatura, poi annacquata con il solito compromesso al ribasso da un emendamento del Pd (Gitti-Verini) che veniva incontro alle perplessità del mondo cattolico (che forse riteneva giusto mantenere un diritto a discriminare, a fin di bene). Infine lasciata morire al Senato, che non l’ha mai più discussa. Le associazioni arcobaleno la consideravano un guscio vuoto e inutile, già allora Scalfarotto fu bollato come arrivista. “Ha l’abitudine di mettere la faccia su leggi che pretendono di tutelare le minoranze, ma che finiscono sempre per discriminarne una parte”, dice Luca Paladini, portavoce dei “Sentinelli di Milano”. Non fa parte della comunità, non viene nemmeno invitato ai pride . “Ma non è che non lo invitiamo – puntualizza Paladini – è che non lo consideriamo nemmeno”. Il resto l’ha fatto l’ossequio ossessivo alle volontà di Renzi, lo stesso che gli ha fatto dire sì alla candidatura kamikaze in Puglia per provare a far perdere il Pd nel 2020 (Emiliano stravinse, Scalfarotto prese l’1,6%: well done). L’umiliazione pugliese val bene un altro sottosegretariato.

Omofobia: la conta al Senato. I renziani dem pronti a tradire

Visto dal Pd, il film del ddl Zan, la legge contro l’omofobia approvata alla Camera il 4 novembre e ferma da otto mesi al Senato per l’ostruzionismo della destra, rischia di assomigliare pericolosamente al passaggio che ha portato alla fine del governo giallorosso. Con Matteo Renzi che lavora a indebolire ulteriormente i dem di Letta e ad avvicinarsi a Matteo Salvini, utilizzando la legge come “taxi” (per usare una modalità antica). Obiettivo numero 1: lavorare per essere centrale nell’elezione del presidente della Repubblica. Modificare la legge vorrebbe dire metterci una pietra tombale: infatti significherebbe rimandarla alla Camera per la terza lettura e far ripartire il can can delle audizioni e dell’ostruzionismo del centrodestra arrivando al termine della legislatura. Poco importa, evidentemente, che alla Camera Iv abbia votato lo Zan così com’è. E che – anzi – abbia lavorato anche per arrivare a questa formulazione. Motivo per cui “stupisce” che abbia cambiato idea per dirla con il senatore gueriniano Alessandro Alfieri.

Renzi chiede di accogliere le rimostranze del centrodestra cancellando i riferimenti sull’identità di genere (articolo 1), libertà di espressione (4) e giornata contro l’omofobia (7) tornando al ddl Scalfarotto perché “così il ddl Zan non passa perché non ci sono i numeri”. Salvini applaude e lancia un appello alle forze di maggioranza per “condividere un testo”. L’asse tra i due Matteo è consolidato. “Proposte irricevibili” è la reazione di Pd e M5S. “Noi andiamo avanti sulla legge così com’è, la Lega vuole affossarla da 9 mesi” dice il vicepresidente dei senatori dem Franco Mirabelli. “Il M5S ha una parola sola ed è determinato” assicura il capogruppo del M5S Ettore Licheri. Il muro contro muro si materializzerà questa mattina alle 11 quando i capigruppo si riuniranno al Senato e prenderanno atto che nessuna mediazione è possibile come chiesto nei giorni scorsi dal presidente della commissione Giustizia, il leghista Andrea Ostellari. Così alle 16.30 si voterà in aula per calendarizzare il passaggio in Senato per il 13.

Ieri al Nazareno c’è stata una riunione di Letta con i capigruppo, alcuni parlamentari e il suo consigliere politico, Marco Meloni. La linea è: non chiedere alcun voto segreto e non arrivare a mediazioni. Perché deve essere chiaro di chi è la colpa se la legge non passa. “Siamo stanchi dei voltafaccia di Renzi. Se Iv vota come alla Camera, la legge passa. Se invece vuole mandare segnali d’intesa alla destra si assume la responsabilità di affossare una legge di civiltà” attacca il vicesegretario, Peppe Provenzano. Occhi puntati sugli ex renziani: tra i pronti a “tradire”, i dem contano Andrea Marcucci, Stefano Collina e Mino Taricco. Neanche le truppe di Iv sono compatte. Nelle chat interne alcuni non condividono la linea: “Così passiamo da Biden a Orbán” è lo sfogo di uno di loro. In bilico ci sono 7-8 senatori: potrebbero sostenere lo Zan senza se e senza ma anche nei voti segreti.

Salta già l’accordo di Draghi: ecco i licenziamenti selvaggi

I primi a infischiarsene dell’accordo tra sindacati e Confindustria non hanno aspettato nemmeno che passasse il weekend. Sabato pomeriggio, la Gianetti Fad Wheel – che produce cerchioni vicino Monza – ha fatto partire il licenziamento di 152 persone. Senza prendere in considerazione le famose 13 settimane di cassa integrazione offerte dal governo proprio a supporto dell’intesa tra parti sociali e che puntano quantomeno a rinviare i tagli di personale nelle fabbriche. Sono bastate poche ore a far crollare l’avviso comune firmato il 29 giugno e presentato come un gran risultato.

Il primo luglio è finito il blocco dei licenziamenti economici per le imprese dell’industria e dell’edilizia; i sindacati chiedevano la proroga al 31 ottobre, ma hanno accettato una “mediazione”: un impegno della Confindustria “a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro”. Invito che però, ammesso sia davvero stato inoltrato, non è stato colto dalla Gianetti la quale, pur potendo usare altra cassa, ha messo alla porta 152 operai con una mail inviata poche ore dopo lo sblocco e giustificata con la “crisi aggravata dalla pandemia”. L’azienda è associata all’Assolombarda, che rappresenta 6.800 imprese ed è la più grande del sistema Confindustria, ma non sembra aver avuto alcun ruolo di persuasione sulla Gianetti. Ieri mattina Fiom, Fim e Uilm hanno chiesto all’Assolombarda di “prendere e rendere pubbliche le distanze dalla propria associata”, ma questa ha dato una risposta solo in tarda serata annunciando che “farà tutto il possibile, nei tavoli di confronto preposti, per cercare una soluzione condivisa”. Nel pomeriggio, i sindacati hanno chiesto ai ministeri di Lavoro e Sviluppo economico un incontro. Questo è tutto ciò che possono fare, provare a ottenere un tavolo e convincere la Gianetti a fare marcia indietro. Come spiegato dagli esperti, non ci sono strumenti giuridici vincolanti per obbligare le aziende al rispetto dell’avviso comune. Non sembra casuale che la prima crisi esplosa dopo lo sblocco venga dal settore automobilistico, quello che – oltre al tessile che infatti ha avuto una proroga del divieto – preoccupava i sindacati.

L’episodio della Gianetti non è solo: sempre in Lombardia, la Ansor di Carugate (che realizza interruttori centraline e pannelli di controllo) ha licenziato quattro operai subito dopo la fine della moratoria. A gennaio aveva subito un incendio che aveva distrutto parte dei suoi capannoni e ora, anziché dare altro respiro ai lavoratori con la cassa integrazione, ne ha mandati a casa in quattro. Una vicenda che – proprio perché modesta nei numeri – rivela quanto sarà difficile verificare il rispetto dell’accordo soprattutto nelle imprese più piccole. L’episodio che ha destato più indignazione è il licenziamento di un lavoratore invalido (in quanto non vedente) alla Flsmidth Maag Gear di Segrate: una riorganizzazione stabilita nel primo giorno di sblocco. Ora si capirà che succede anche alle vertenze “storiche” del ministero. Finora il blocco dei licenziamenti ha aiutato nella gestione: a fine maggio la sottosegretaria Alessandra Todde ha detto che è ancora diminuito il numero di tavoli aperti, arrivando a 89. Il primo scoglio sarà la Whirlpool, per la quale è prevista oggi una riunione.

La multinazionale degli elettrodomestici – specialmente la proprietà americana – vuole licenziare subito, ma si tenterà anche qui di convincerla a rimandare di tre mesi grazie alla cassa. Sempre attraverso la “diplomazia”, senza strumenti cogenti. Sempre oggi, i lavoratori dell’ex Embraco di Riva di Chieri – circa 400 – manifesteranno sotto la sede torinese della Lega, per fare pressioni sul ministro Giancarlo Giorgetti affinché convochi il tavolo. Gli ammortizzatori sociali scadranno il 23 luglio, dopo di che anche qui, senza un nuovo accordo, possono partire i licenziamenti. Non sono solo le crisi della metalmeccanica a preoccupare: il segretario della Fillea Cgil Alessandro Genovesi ha lanciato l’allarme nel legno-arredo industriale, che rischia di vivere pesanti ristrutturazioni nelle aziende che producono mobili per settori commerciali ancora in crisi come bar, ristoranti e alberghi.

Partito dei vitalizi: oggi blitz al Senato per riprenderseli

Quella volta lì, con gli italiani incollati ai destini della Nazionale, il governo Berlusconi pensò bene di varare il decreto salva-ladri per liberare dalle patrie galere i poverelli di Tangentopoli, altro che magie alla Roberto Baggio. E così, quel lontano 13 luglio 1994, pare oggi un ricorso della storia, ché stasera – mentre l’Italia di Roberto Mancini si gioca un biglietto per la finale agli Europei – in 700 ex senatori si giocano la partita della vita: la restituzione dei vitalizi tagliati appena due anni fa e oggetto di una valanga di ricorsi accolti già in primo grado dai “giudici” interni guidati dal più berlusconiano di tutti, Giacomo Caliendo.

Ora si disputa il finale di partita di fronte all’altro forzista Luigi Vitali, che presiede la commissione di appello: ore 19, il fischio di inizio a Palazzo Madama, salvo sorprese dell’ultima ora. Perché c’è già stato un rinvio, ma l’occasione è ghiotta causa ridotta attenzione da tifo pallonaro. E pure per il pressing dell’Associazione degli ex parlamentari, che in settimana ha tirato addirittura in ballo il capo dello Stato Sergio Mattarella lamentando che al Senato e soprattutto alla Camera si fa melina sulla loro pelle e soprattutto sul loro portafogli.

“Al Senato la sentenza di primo grado della Commissione contenziosa è stata impugnata – le parole del presidente Antonello Falomi durante l’assemblea annuale dell’associazione – Non ripeto, in questa sede, il giudizio che abbiamo dato su quell’impugnativa, e sulla connessa decisione del Consiglio di garanzia (ossia l’organismo di appello, ndr), di sospendere, in attesa della conclusione del giudizio, gli effetti della sentenza di primo grado. Il dibattimento tra le parti è terminato ormai da tre mesi, ma la sentenza non è ancora intervenuta, nonostante le nostre continue sollecitazioni”. Durante l’assemblea degli ex parlamentari, Falomi ha denunciato anche “la campagna di odio e denigrazione” perpetrata ai danni dei vitaliziati. Per poi ricapitolare lo stato dei ricorsi: nonostante il piccolo dispiacere di non aver riavuto il malloppo subito all’esito della sentenza Caliendo di primo grado, al Senato la faccenda sembrava in verità mettersi benissimo. Ma poi è deflagrato il caso Formigoni con polemiche annesse: la restituzione del vitalizio ai condannati come il Celeste da parte dell’organismo presieduto da Vitali – grazie ai voti decisivi dei due giudici leghisti, che hanno fatto finire nel tritacarne Matteo Salvini – è, a suo dire, la probabile ragione dello slittamento della decisione sul taglio degli assegni, che dovrà esser decisa nella stessa sede.

“Per l’Associazione degli ex parlamentari, la sentenza che ha eliminato la revoca del vitalizio a Formigoni è ineccepibile”, ha spiegato Falomi auspicando che quei “giudici”, a dispetto delle polemiche che ne sono seguite, siano coerenti. Ossia che non pensino alle ricadute elettorali e restituiscano loro l’agognato malloppo: fatto 30, si faccia anche 31 in quel Senato dove regna Maria Elisabetta Alberti Casellati.

E alla Camera? Roberto Fico pare un osso più duro talché bisogna usare la clava. Perché, stando a Falomi, è accusato di “assistere impassibile, se non complice, a comportamenti che dovrebbe censurare e a violazioni delle regole che dovrebbe far rispettare”. Il presidente della Camera dei deputati avrebbe “lasciato correre, senza battere ciglio, dichiarazioni pubbliche di autorevolissimi esponenti parlamentari che tentavano apertamente di condizionare l’operato dei componenti degli organi di autodichia. Altrettanta inerzia vi è stata, da parte del presidente della Camera, nell’assicurare il rispetto del Regolamento di tutela giurisdizionale di fronte a un Consiglio di giurisdizione chiaramente inadempiente: a due anni e mezzo dal deposito di circa 1400 ricorsi contro il ricalcolo retroattivo con metodo contributivo dei vitalizi e degli assegni di reversibilità il Consiglio di giurisdizione non ha ancora pronunciato la sentenza di primo grado”. Ed ecco allora l’appello a Mattarella perché faccia sentire la sua voce o anche meno, basta che intervenga in favore di Lorsignori. Per i quali, quella sui vitalizi è la linea del Piave: altro che difesa di un privilegio, qui è in ballo l’onore del Parlamento. Patrioti.

“Con il M5S unito, coalizione più forte. Renzi è inaffidabile”

Dopo le elezioni del gennaio 2020, quando la sua lista “Coraggiosa” fu decisiva per far vincere Stefano Bonaccini contro la leghista Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna, il quotidiano spagnolo El Paìs la definì “la nuova stella della sinistra”. Ma al di là degli encomi e delle profezie, nel mondo giallorosa a Elly Schlein viene riconosciuta una dote che in futuro potrebbe fare molto comodo a Giuseppe Conte ed Enrico Letta: la capacità di unire e mettere insieme forze e leadership molto diverse. Pur rimanendo ferma sulle sue idee, anche se radicali. Non a caso il 29 aprile c’era lei a partecipare alla prima reunion giallorosa (le Agorà) alla corte di Goffredo Bettini. Oggi, Schlein, 36 anni, ex europarlamentare Pd e vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, è un’osservatrice privilegiata di quello che sta succedendo nel M5S.

Cosa ne pensa dello scontro tra Grillo e Conte?

È positivo che si siano presi qualche giorno per trovare una mediazione. Da fuori spero che il M5S prosegua nel processo di rinnovamento iniziato e che possa gettare le basi per un’alleanza programmatica in vista delle prossime elezioni. Quello che è accaduto tra Conte e Grillo non è però dovuto a una diversa idea del campo in cui stare, il centrosinistra contro le destre, né a una diversa divisione sui temi cruciali su cui la pensano allo stesso modo.

Che finale auspica?

Spero che si arrivi a una mediazione. Perché un M5S unito e non diviso rafforza tutte le componenti dell’alleanza. E non basta…

Cioè?

Non basteranno le opere di rinnovamento dei singoli pezzi della coalizione per vincere contro le destre: bisogna ricostruire un campo largo e coerente su alcuni temi fondamentali. Abbiamo difeso l’asse del governo Conte-2 non perché fosse perfetto ma perché c’era dentro un seme che va annaffiato giorno per giorno: bisogna partire da lì per costruire un’alleanza solida che si fondi su proposte condivise e concrete.

Quali sono?

La transizione ecologica, la lotta alle disuguaglianze e la giustizia sociale che comprende la lotta per il lavoro di qualità, il contrasto alle mafie e all’evasione. Sono temi sui cui io al Parlamento Ue ho lavorato molto bene con il M5S.

Pensa che Conte sia la figura giusta per guidare il M5S del futuro?

Non spetta a me dirlo, ho troppo rispetto dei partiti di cui non faccio parte per giudicare. Ma a Conte riconosco un tentativo di rinnovamento che sarà efficace se metterà al centro la sostenibilità ambientale e sociale e superare alcune ambiguità del M5S. Gliel’ho anche detto: il M5S dovrà scegliere tra essere quello dei “taxi del mare” e quello della solidarietà. Anche il Pd deve scegliere tra essere quello del jobs act o quello della lotta allo sfruttamento dei lavoratori, temi su cui andiamo molto d’accordo con il M5S. Noi della sinistra ecologista dobbiamo superare la frammentazione. Ognuno deve migliorare per far emergere una visione comune.

In Emilia-Romagna lei è stata la prima, da Faenza a Bologna, a voler portare dentro i 5S nell’alleanza. Come mai?

Da Bologna arriva un bel segnale perché Matteo Lepore, pur essendo del Pd, ha un progetto di città che si intreccia coi temi nostri e del M5S: la decarbonzzazone entro il 2030 e la giustizia sociale. Qui abbiamo dialogato spesso con Max Bugani e con la consigliera regionale del M5S, Silvia Piccinini. L’anno scorso lo abbiamo fatto a Faenza dove c’era un candidato dem, Massimo Isola, e anche grazie al M5S abbiamo vinto.

In queste ore il ddl Zan rischia di essere affossato in Parlamento. Qual è la sua posizione?

Il ddl Zan deve passare perché è una legge che stiamo aspettando da troppo tempo. Qualcuno parla di legge liberticida ma non si capisce di che libertà sta parlando: quella di chi pesta le persone trans o getta benzina sulle case delle coppie gay? Quella è discriminazione e odio, non libertà.

I renziani fanno asse con la Lega per chiedere di modificare il ddl perché, dicono, “non ci sono i numeri”.

Intanto li assicurino loro. È un atteggiamento strumentale e dimostra l’inaffidabilità di Renzi. Fa un favore alle destre nazionaliste che qualche giorno fa hanno firmato un documento per inneggiare a Dio, patria e famiglia. Renzi ammicca a quelle destre che stanno col governo polacco secondo cui le persone trans sono “disgustose”. Ma che tipo di compromesso si può fare con questi? Lui vuole solo rompere il fronte del centrosinistra, come ha fatto con il governo Conte. E questo non possiamo permetterglielo. Si vada in Parlamento e ognuno si prenda le sue responsabilità.

I 7 prendono tempo. Ma nei 5Stelle scatta l’allarme Comunali

I Cinque Stelle che stanno di sopra, quelli nel governo e nei Parlamenti, discutono e discuteranno. Per altri giorni, forse almeno per un’altra settimana. Perché la mediazione del comitato dei sette sullo Statuto, quella per non cadere nel pozzo della scissione, è l’ultima occasione e non si può sbagliare E poi, anzi soprattutto, serve tempo per far sbollire Beppe Grillo, il Garante che è un’eterna variabile.

Però sui territori ciò che resta del Movimento mastica rabbia e vorrebbe urlare di dolore. Perché a ottobre ci sarebbero le Amministrative, e mentre ai piani alti si discute di norme, diarchie e agibilità politica, i 5Stelle nelle città rischiano di ritrovarsi sbaragliati senza neppure aver giocato: privi di candidati, con i (pochi) accordi cancellati o sminuiti, insomma ai margini. “E poi dovremmo fare le liste, verificare nomi e curriculum” ricordano da più parti. Ergo, il tempo sarebbe già scaduto. Eppure il contiano dei contiani, il ministro Stefano Patuanelli, deve dire la verità sulla tempistica del comitato di cui fa parte: “Cercheremo di essere brevi, ma ovviamente il tempo necessario ce lo prenderemo tutto”. E dal M5S traducono: “Potrebbe servire tutta la settimana”. Dovrebbe star bene anche a Giuseppe Conte, il possibile capo che venerdì scorso era in procinto di dire addio e ora nei colloqui privati ripete che lui non ha obiezioni, “il comitato vada pure avanti, a patto di mantenere l’impianto e i punti fermi del mio Statuto, altrimenti…”. Altrimenti, l’avvocato è pronto a salutare, perché la diarchia con Grillo non la accetterà mai. Nell’attesa, ci sono i danni già evidenti dello scontro tra il Garante e il rifondatore. E si può ripartire dalla Calabria, dove la candidata dei giallorosa Maria Antonietta Ventura si è fatta di lato venerdì scorso. Così ieri i parlamentari calabresi del M5S si sono riuniti e la maggior parte ha proposto di candidare un 5Stelle come nome della coalizione, “perché ormai è tardi per trovare qualcuno della società civile”.

Ma c’è anche chi ha rimesso in discussione l’alleanza con Pd e Leu, proponendo di convergere sull’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Perché in assenza di guida politica, la rotta torna un’ipotesi. Problemi diversi ma ugualmente rumorosi a Bologna, dove il veterano Max Bugani è stato il mastice dell’accordo tra il Movimento e il centrosinistra, cementato dal sostegno dei grillini e dello stesso Conte alla candidatura del dem Matteo Lepore, vincitore delle primarie. Il 14 luglio Lepore partirà con la Fabbrica del programma, dieci tavoli sui temi. Però poi c’è il M5S che non sa ancora se l’ex premier sarà o meno il suo capo. E c’è Bugani che deve tenere i gomiti alti per gli attacchi della renziana Isabella Conti, battuta da Lepore (“Da lei una provocazione continua”). Perché è evidente, una parte del Pd e figurarsi Italia Viva ora puntano a buttare fuori i 5Stelle dalle città dove si è costruita o dove si sta immaginando un’intesa comune. D’altronde la paralisi del Movimento nazionale sta provocando danni anche a Torino, dove l’accordo con il Pd si è già rivelato impossibile. Ma adesso i 5Stelle dovrebbero almeno darsi un candidato. Dovrebbero ma non possono, in tempi di comitati sullo Statuto. Un nodo innanzitutto per la sindaca uscente Chiara Appedino, che Conte vorrebbe nella segreteria del suo M5S. Stasera Appendino sarà a Roma per partecipare domani alla manifestazione nazionale dei sindaci. In programma, assicurano, ha solo incontri istituzionali. Ma chissà se la sindaca troverà tempo per vedere anche alcuni dei maggiorenti del Movimento.

Quel M5S dove il comitato si è trincerato nel silenzio. Sulle riunioni, tutte online, filtra pochissimo. Ma uno dei temi è sicuramente l’elezione dei referenti o segretari regionali. E la mediazione potrebbe essere di far votare agli iscritti nomi proposti dal presidente, cioè da Conte. Mentre il reinserimento del Codice Etico sul tavolo ha riportato tra i temi in discussione il vincolo dei due mandati. Un punto su cui sia Grillo sia l’avvocato vogliono consultare la base sul web, certo. Ma il quesito in quel caso farà tutta la differenza del mondo. Un altro nodo, per il M5S che è tutto un guaio.

Un altro fenomeno

Siccome non si finisce mai di imparare, ci siamo segnati alcune perle di Stefano Bonaccini, incalzato dal Corriere con domande ficcanti del tipo “Presidente Bonaccini, Emilia-Romagna caput mundi?”. 1) “Dobbiamo ritrovare un’identità ben definita”. Parole sante, se Bonaccini non fosse affiliato a Base Riformista per Altezza Renziana, la corrente pidina che lavorò alacremente per indebolire il governo Conte in cui il Pd era protagonista e sostituirlo col governo Draghi in cui il Pd è la ruota di scorta. 2) Conte è caduto perché “a un certo punto gli sono mancati i numeri in Parlamento”. Ma tu pensa. E chissà chi glieli ha fatti mancare: dev’essersi scordato (anche lui) come si chiama. 3) “Io ero fortemente contrario con la linea del mio partito che diceva o Conte o morte. È stato un grave errore”. In effetti è bizzarro che, con 7 ministri su 21, il Pd appoggiasse il Conte-2 in piena pandemia, campagna vaccinale e scrittura del Pnrr. Avrebbe dovuto unirsi alle opposizioni a urlare “Conte a morte”, per riportare al governo Lega e FI e passare da 7 ministri a 3. Purtroppo Zinga non è astuto come Bonaccini e non ci pensò. 4) “Draghi non deve essere messo in discussione, mi auguro che rimanga fino al termine della legislatura… L’Italia ha bisogno di stabilità per uscire dalla pandemia”. Ma tu guarda. Sei mesi fa, con l’Italia in zona rossa per la seconda ondata, era sbagliato dire “o Conte o morte” per garantire la stabilità sino a fine legislatura; ora viceversa, con tutta l’Italia in zona bianca, bisogna dire “Draghi o morte” perché Bonaccini ha scoperto improvvisamente il valore della stabilità sino a fine legislatura. E, fra Draghi e la morte, ha scelto entrambe. 5) “Da quando sono presidente di Regione ho già avuto a che fare con 5 esecutivi”. Povera stella: a pensarci prima, i suoi amichetti renziani avrebbero potuto risparmiargli almeno il quinto, se avessero detto “o Conte o morte”. Ma fino a cinque per lui va bene: è l’idea del sesto che lo angoscia. 6) “L’agenda Draghi contiene gran parte delle nostre sensibilità”. Che poi è la stessa cosa che dicono Lega, FI, Confindustria e Iv. L’intervistatore si scorda di domandargli quali sensibilità, ma le riassumiamo noi: condono fiscale, sanatoria dei precari della scuola, sblocco dei licenziamenti, taglio dei fondi al Sud, alla sanità territoriale e all’ambiente nel Pnrr, stop al cashback e al salario minimo, infornate di lobbisti turboliberisti ecc. 7) “L’alleanza col M5S? No a decisioni a tavolino”. Qui, volendo, si poteva domandargli con chi, in alternativa al M5S, dovrebbe allearsi il Pd, visto che ha il 18% e le destre il 50: Iv? Calenda? Otelma? Ma qui la Volpe di Campogalliano non ha torto: se il Pd è la robaccia che ha in mente lui, i 5S devono fuggirne a gambe levate.

Che buffe queste Olimpiadi. I record più originali

Sidney, settembre 2000. Ai blocchi di partenza della piscina centrale dell’International Aquatic Centre, un ragazzo della Guinea Equatoriale sta per fare il suo esordio alle Olimpiadi nei 100 m stile libero. Dopo la falsa partenza dei suoi due avversari, è da solo a bordo vasca e aspetta lo start per la batteria valida per le qualificazioni alle gare successive. Già dalla “spanciata” nel tuffo in acqua è chiaro si tratta di un nuotatore dilettante; e poi, braccia scoordinate, testa sempre fuori dall’acqua, gambe larghe e basse. Commentatori e pubblico subito ridono di lui e fischiano. Ma il ventiduenne Eric Moussambani (questo il suo nome) non può mollare. Sa bene di essere il primo atleta della sua nazione a partecipare alle Olimpiadi. Che sua madre, suo padre, il suo villaggio e l’intero paese lo stanno guardando: non può deluderli, deve concludere la gara. È lì grazie a una wild card (un accesso diretto riservato agli Stati in via di sviluppo che non hanno potere agonistico), e a nuotare, ha imparato soltanto otto mesi prima. Mentre iniziano i primi crampi, ripensa ai corsi, agli allenamenti nell’oceano o nella piscina dell’hotel dove lavorava. Una olimpionica da 50 m, poi, non l’aveva mai neppure vista, gli sembra infinita. Toccato da quell’indomita tenacia, ora il pubblico lo incita applaudendo fortissimo durante la seconda vasca, quella di ritorno. Il dolore ai muscoli è lancinante, ma Eric resiste e conclude la gara quasi svenendo mentre sugli spalti sono tutti in piedi per lui. Il tempo? Più del doppio di un nuotatore medio, ma non importa. Eric “the Eel” (l’anguilla, così è stato soprannominato) è già diventato un simbolo, un’icona dello spirito olimpico.

Il racconto di Eric è tra i più appassionanti che troviamo dentro Storie incredibili delle Olimpiadi del giornalista argentino Luciano Wernicke, ma non il solo poiché – come recita il sottotitolo – il libro pullula dei fatti più curiosi, i record più strani, gli uomini e le donne che hanno fatto la Storia. E a proposito di donne nella Storia, come non indulgere sulla nota ginnasta rumena Nadia Comneci, che nel 1976 a Montréal sconcertò giudici e pubblico. È il 18 luglio e Nadia, che ha solo quattordici anni, esegue la sua routine alle parallele asimmetriche. È stata perfetta, ma il punteggio tarda ad arrivare finché sui monitor non compare un bizzarro “1,00”. Cos’era successo? Tarati per un massimo di 9,99, i computer non riconoscono la valutazione effettiva, che era un 10 pieno. Punteggio che Nadia sarà capace di ottenere altre sei volte, alla trave, e al concorso generale, ottenendo ben tre medaglie d’oro. Un altro nome di donna da rammemorare è quello della tiratrice cinese Shan Zhang che, a Barcellona 92, vinse la medaglia d’oro – anche lei prima donna a riuscire nell’impresa – contro due uomini (il peruviano Juan Giha e l’italiano Bruno Rossetti), quando ancora la disciplina del tiro al piattello skeet era mista.

Tuttavia, l’intento narrativo di Wernicke non è svolazzare da un primato all’altro – certo, nel corso della lettura ritroviamo il velocista giamaicano da record Usain Bolt; lo statunitense Michael Phelps, il nuotatore più iridato e versatile di sempre; o ancora l’italiana Valentina Vezzali, la schermitrice più vincente della Storia nel fioretto oltre che la donna più medagliata della scherma (da Atlanta 96 a Londra 2012) – quanto piuttosto concentrarsi sui quei dettagli biografici fosse anche anodini, per non dire infimi, che però rendono i Giochi olimpici una giostra umana ancor prima che sportiva. Delle volte, si tratta anche di racconti maledetti di eccessi, risse e viltà, come il velocista canadese Robert Martin, celebre per essere stato escluso dalle gare ai Giochi sia nel 72 a Monaco sia nel 76 a Montréal per comportamenti inaccettabili nel villaggio olimpico: saltò gli allenamenti per seguire una finale di hockey e ospitò un amico non atleta nella sua stanza. Ma anche barbarie politico-ideologiche: nel 1938, per esempio, la Finlandia si prepara a ospitare le Olimpiadi del 1940 mentre in Europa soffia il vento dei totalitarismi e nazionalismi. Come già molte altre gare, nella nuova cittadella dello Sport a Helsinki il 21 giugno del 1938 ha luogo la finale atta a decretare il campione finlandese della corsa del 100 m. A vincere è Abraham Tokazier, un finlandese di origine e confessione ebraica, che però nella classifica finale risulterà quarto perché il comitato sportivo e il governo non volevano offendere i delegati nazisti presenti in tribuna premiando un ebreo, e così aureolarono il secondo arrivato (ovviamente un gentile).

Emerge, dunque, che il racconto sulle Olimpiadi è in realtà un racconto sull’essere umano come eroe (e talvolta antieroe) del proprio tempo storico, tra inciampi, fiati corti e ferite. Già, ferite. Come quelle che il maratoneta etiope Abebe Bikila avrà riportato sotto i piedi quando ai Giochi di Roma del 1960 vinse a piedi nudi la prima medaglia d’oro olimpica del continente africano, assurgendo così a simbolo della liberazione dell’Africa dal colonialismo europeo.

Italiani alla Comune: i combattenti finiti nell’oblio della Storia

“Qualcuno ha avuto il coraggio di asserire che a 10.000 si levava il numero di Italiani tra gli insorti, ma io sfido questo incognito a presentarne le prove. La cifra dei 217 arrestati io l’ebbi da fonte ufficiale e dalla stessa seppi ancora che molti detenuti sono innocentissimi e che si son già fatte delle pratiche per ottenere la loro libertà”. Così scriveva Fortunato Marazzi (1851-1921), nobiliuomo di Crema, generale, uomo politico e scrittore, nel suo libro Sull’insurrezione parigina dell’anno 1871, ovvero Ricordi di Fortunato Marazzi già ufficiale della Legione Straniera al servizio della Francia, pubblicato a Milano nel 1873.

Marazzi si era arruolato giovanissimo nella Legione straniera aggregata alle truppe francesi che, tra il 21 e il 28 maggio del ’71, repressero nel sangue la Comune di Parigi. Nata dalla sollevazione popolare del 18 marzo contro il governo di Adolphe Thiers e le condizioni di pace imposte dalla Prussia, vincitrice della guerra che aveva portato alla caduta di Napoleone III, la Comune si era trasformata poi in un organismo rivoluzionario di ispirazione socialista, che Karl Marx avrebbe esaltato come il primo governo operaio della storia. Venne annientata da Thiers: 20 mila insorti morirono nei combattimenti e furono fucilati; i tribunali sentenziarono migliaia di condanne e di deportazioni.

Le vicende parigine del 1871 ebbero una vasta eco in Italia, dividendo il campo dei democratici. Giuseppe Mazzini osteggiò la Comune, tuttavia numerosi suoi seguaci, nel movimento repubblicano, si schierarono a favore. Chi non esitò a prendere posizione per i comunardi fu Giuseppe Garibaldi, fresco reduce dalla campagna di Francia del 1870-71 con l’armata delle camicie rosse dei Vosgi. In quella guerra i garibaldini di Ricciotti, uno dei figli dell’Eroe dei Due Mondi, strapparono al nemico l’unica bandiera che i prussiani di von Moltke persero nel conflitto.

Ricciotti aveva deciso di andare a Parigi per dare il suo contributo alla causa della Comune, però Garibaldi lo convinse a non partire. Augusto Franzoj, che sarebbe diventato un famoso esploratore dell’Africa, tentò a sua volta di raggiungere Parigi, ma per farlo avrebbe dovuto evadere dal forte di Fenestrelle, dov’era detenuto per sovversione: rimase pertanto in cella.

Invece partirono diversi altri italiani, assai di più probabilmente dei 217 indicati da Marazzi. Quest’ultimo, d’altro canto, ne menzionò solamente alcuni. Come “il famoso La Cecilia, generale degli insorti”, che “non è che a metà italiano. Egli è nato a Tours, servì nell’armata francese con nazionalità pure francese e nell’esercito italiano non ci mise mai piede; se lo tengano a mente alcuni scribacchini di gazzette”. Il patrizio cremasco aggiunse quindi “i nomi di Italiani che ebbero qualche comando: Biondetti, chirurgo maggiore del 233 battaglione. Cappellaro, membro dell’ufficio militare. Mizara, comandante il 101 battaglione, Moro, comandante il 22. Pisani, ajutante di campo del generale Flourens. Pugno, direttore della musica dell’Opera”.

Quasi tutti gli altri non passarono alla storia, come invece capitò per il garibaldino Amilcare Cipriani, che lo scrittore e giornalista Paolo Valera definì “l’uomo più rosso d’Italia”. Nemmeno la storia dei vinti registrò i loro nomi, che furono dimenticati forse perché si trattava di semplici operai o di emigranti. Una buona parte proveniva dal Piemonte. I più numerosi erano della provincia di Novara: fumisti della Val d’Ossola, della Val Vigezzo e del Lago Maggiore. Fumisti, dunque, cioè spazzacamini. E c’erano dei tagliapietre, dei muratori, degli scava pozzi, ma anche degli studenti e persino dei “proprietari” come un certo Carlo Piazza, classe 1834, di Ivrea, che, secondo lo storico libertario Jean Maitron, “come la maggior parte dei vagabondi italiani ridotti a ad andare a battersi in tutti i paesi, (…) s’era rapidamente precipitato, dopo il trattato di pace, all’appello del suono potente della campana d’allarme messa in movimento dalle mani vigorose del proletariato parigino”. Piazza venne deportato nei territori d’Oltremare, nel 1879 ottenne la grazia.

Solo un comunista eretico come Alfonso Leonetti (1895-1984) poteva dedicare qualche pagina a quei comunardi italiani, e in particolare a quelli piemontesi, non ricordati se non attraverso le citazioni nelle carte di polizia francesi e italiane e dei ministeri degli Affari Esteri. Lo fece in uno studio apparso nel 1973 nell’Almanacco Piemontese della casa editrice Viglongo, incentrato su coloro i quali erano stati arrestati e condannati “dai Tribunali versagliesi”, cioè del governo a Versailles di Thiers, “per i fatti della Comune del 1871”. Sono cognomi di persone che, a 150 anni dalla Commune, nessuno celebrerà. Ecco allora un tale Benedetto Chichizzola, forse di Santo Stefano Belbo, nelle Langhe; e un Caviglia di Casale Monferrato, un Angelo Muccielini della Val d’Antrona, un Telmini di Cannobio, un Venturini di Domodossola. Gente, insomma, come il fumista Pietro Agosti, di Cannobio, Lago Maggiore, volontario a 18 anni nella Guardia Nazionale, l’esercito regolare della Comune, e come il pittore in miniature Francesco Bellora, torinese “che non mancava né di istruzione, né d’intelligenza”. Si batterono per un governo del popolo. Furono battuti, imprigionati, e caddero nell’oblio.

La “tutela attiva” del sindaco. E Cosenza crolla per strada

“In definitiva io credo che per conservare i centri storici sia necessario andare oltre il concetto di ‘tutela passiva’ e fare riferimento a quello che oggi si può definire ‘tutela attiva’”. Sono parole dell’architetto Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza e fratello del capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati. E sono parole sinistre. “Tutela attiva” ricorda il “malore attivo” che segna una delle pagine più terribili della nostra storia giudiziaria e politica: parole inventate per coprire una morte che non avrebbe dovuto accadere. In questo caso, la morte è quella di Cosenza vecchia, una meravigliosa città storica che si dibatte da anni in una agonia senza fine.

Da giurato del Premio Sila, mi capita di rivedere Cosenza almeno una volta l’anno. L’ultima volta, un mese fa, l’arteria principale del centro storico, Corso Telesio, era chiusa per giorni, a causa del crollo di alcuni edifici antichi: così, come altrove per un guasto all’acquedotto. A Cosenza è la storia che muore, in mezzo alla strada.

La soluzione del sindaco Occhiuto è la tutela attiva. Cioè le demolizioni. “Come promesso agli abitanti del quartiere di Santa Lucia – ha dichiarato due settimane fa – sono iniziati i lavori di demolizione di un rudere privo di copertura e di solai… Continueremo poi le demolizioni di un altro rudere a rischio crollo che è sulla stessa piazza. La Soprintendenza questa volta ha concordato con noi sulla necessità e urgenza delle demolizioni – aggiunge –, mentre in precedenza si era sempre opposta a questo tipo di interventi a causa della presenza di un funzionario delegato alla tutela del centro storico che (oggi non c’è più e) ostacolava, e di fatto bloccava, l’avvio di ogni iniziativ”». Si vorrebbe dare un encomio solenne al funzionario di Soprintendenza che pensava che demolire un edificio antico non fosse esattamente un atto di tutela. E si vorrebbero poter usare le parole giuste per qualificare l’assenso attuale alle ruspe del sindaco-architetto.

Qualcuno le parole le ha trovate. Un gruppo di partiti e associazioni (Buongiorno Cosenza, Pse, Pd, Sinistra Italiana, Club Telesio, Progetto Meridiano, Cosenza Domani, Articolo Uno) si è chiesto “come è stato di nuovo possibile strappare, dopo le demolizioni di Corso Telesio e Via Gaeta, quest’altro importante tassello della forma urbana di Cosenza, come è stato possibile che sia stata praticata un’altra larga e profonda ferita nell’antico tessuto urbano che non sarà più rimarginabile? Come è stato possibile che si demoliscano e che si voglia continuare a demolire con la ruspa – senza neanche, per quel che ci è dato sapere, una delibera comunale – questi edifici nel quartiere di Santa Lucia? E non vale la rozza opposizione che questi edifici non presentano nulla di rilevante da un punto di vista architettonico e storico, perché il carattere principale del Centro storico di Cosenza non sta solo nei ‘monumenti’, ma nella sua formazione composita, armonica, irripetibile e, finora, miracolosamente quasi intatta. Come diceva Antonio Cederna, l’unicità dei centri storici italiani consiste ‘nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura minore, che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l’ambiente vitale’”.

La lenta morte di Cosenza Vecchia non è solo colpa del sindaco Occhiuto: è il frutto di decenni e decenni di scelte suicide (come quella di costruire l’università fuori dalla città storica). Una storia sbagliata, che rende questa fiera capitale medioevale il “tipico posto del Sud di oggi. Il centro storico è in rovina, il resto è periferia. Solita storia di una comunità in fuga dal suo passato”, per usare le parole che Franco Arminio ha dedicato a uno dei suoi paesi. Oggi solo a Cosenza i vani vuoti sono 165.398 e la sua provincia è la seconda in Italia per numero, 15.188, di immobili degradati.

Ma non è una storia irreversibile: e qua le responsabilità di Occhiuto sono enormi. Perché invece di pensare e attuare una rinascita, questi dieci anni di regno sulla città si sono risolti in un marketing surreale sull’inesistente ‘tesoro di Alarico’, nella costruzione di una orrenda piazza con parcheggio sotterraneo, nella realizzazione dell’imbarazzante ponte disegnato da Calatrava (quello che collega il niente con il nulla, dicono a Cosenza). E nella tutela attiva che, da anni, distrugge mura e storia, cancellando insieme passato e futuro della città.

Si avvicina il momento in cui si potranno spendere i 90 milioni che il Contratto Istituzionale di Sviluppo assegna a Cosenza proprio per salvare la sua anima antica: ma, senza visione e senza coscienza del diritto alla città e alla storia, tutti quei soldi possono perfino essere un boomerang. Attivissimo.