Rivoluzione a Santiago: la sindaca è comunista

In Cile, un paese in piena effervescenza politica e sociale, è il partito comunista a incarnare il cambiamento. Una delle sue figure è Irací Hassler Jacob, 30 anni, femminista e militante comunista, seconda donna e prima esponente del partito a ricoprire la prestigiosa carica di sindaco della capitale, Santiago. Irací Hassler Jacob ha preso le funzioni il 28 giugno scorso. Al momento del giuramento, poco prima di mezzogiorno, con gli occhi truccati e sorridenti, ha alzato verso l’alto il pugno sinistro. Al polso portava la sciarpa verde delle femministe. Si è rivolta al pubblico e ha detto: “Lo prometto, in nome del popolo”. La città di Santiago, bastione conservatore, è stata governata negli ultimi quattro anni da Felipe Alessandri, esponente del partito di destra Renovación Nacional (RN). Nel 2019, da consigliera comunale all’opposizione, Hassler ha denunciato la repressione dei liceali.

Ma è molto prima, durante l’iconico movimento studentesco del 2011, mentre era studentessa in ingegneria commerciale (l’equivalente in molti paesi della facoltà di economia), che ha preso forma il suo impegno politico. Ai suoi genitori disse che si era iscritta alla Gioventù Comunista. I suoi non hanno mai militato in politica. Sua madre, psicologa brasiliana, e suo padre, imprenditore cileno, si erano conosciuti durante gli studi in Francia. Irací Hassler Jacob ha più volte riconosciuto che suo padre ha convinzioni politiche di destra e che stringe anche legami d’affari con Juan Sutil, il controverso presidente della Confederazione della produzione e del commercio (CPC), il quale ha tessuto più volte gli elogi della neo sindaca, “una donna molto preparata”, ha detto di lei. “Mio padre è di destra, ma ho comunque ricevuto il suo sostegno, anche se abbiamo differenze ideologiche molto profonde”, ha osservato Irací Hassler in un’intervista a El Siglo, un giornale del partito comunista. La sua vittoria è stata una delle grandi sorprese delle elezioni che si sono svolte nel fine settimana del 15 e 16 maggio scorsi, durante le quali, oltre ai sindaci, sono stati eletti anche i governatori e i membri della Costituente, che avranno il compito di redigere la nuova Costituzione. Il cammino verso il comune di Santiago non è stato cosparso di rose. Si è trattato di un lungo processo, culminato in elezioni primarie cittadine senza precedenti, in cui l’economista si è confrontata a rappresentanti delle organizzazioni di base e di quartiere del suo comune. “Queste primarie, coordinate dalle organizzazioni della stessa municipalità di Santiago, sono state un momento storico, un passo importante verso il cambiamento, un processo di partecipazione diretta dei cittadini senza precedenti”, ha detto Irací Hassler in un’intervista alla radio cilena ADN. Alle primarie è arrivata in testa con il 55% dei voti. Da quel momento, ha cominciato a frequentare più spesso i mercati, le fiere, i consigli di quartiere. Sulle spalle portava sempre uno zainetto di un artigiano locale con sopra l’immagine dell’artista messicana Frida Kahlo. È così che è iniziata la sua campagna elettorale. La giovane candidata ha dovuto confrontarsi con i tanti pregiudizi che persistono ancora sul suo partito. Per Javier Gallegos Gambino, membro del team che ha gestito la sua campagna elettorale, questo periodo è stato essenziale per “dimostrare la serietà del lavoro” svolto Irací Hassler. Mistral Ensignia, un altro collaboratore, sottolinea a sua volta l’importanza che hanno avuto nella campagna i social network, indispensabili per raggiungere le nuove generazioni.

“Il progetto portato avanti da Irací Hassler trae origine nei quartieri stessi, è stato costruito grazie alla partecipazione della gente, era normale quindi condividerlo, trovare dei modi per farlo circolare, essere presenti sui social, perché alla fine tutti si sono sentiti parte del programma. Questo ha permesso di combattere gli eventuali pregiudizi che potevano sorgere. Tutto ciò che Irací Hassler ha fatto lungo tutto il suo percorso ha una storia”, spiega Mistral Ensignia. All’interno del team tutti sottolineano le qualità della neo sindaca. “È una donna seria, di convinzioni, molto intelligente, che ha curato la sua campagna nei minimi dettagli e non ho dubbi che non cambierà, che resterà se stessa, anche alla testa del comune”, afferma Gallegos Gambino, che ha appena raggiunto l’ufficio della comunicazione del comune. “Penso che possieda molte di quelle qualità che contano nel Cile post-proteste del 2019. È una donna giovane, femminista, che ha partecipato al movimento studentesco, che è sempre stata a favore del cambiamento, anche quando era consigliera comunale. Penso che le persone abbiano davvero apprezzato il fatto che sia giovane. Hanno visto in lei un’opportunità di cambiamento e, soprattutto, apprezzano la sua capacità di ascoltare gli altri. Le persone avevano bisogno e voglia di sentirsi ascoltate e di far parte di un progetto“, sottolinea Ensignia. La città di Santiago è stata una delle più colpite prima dalla crisi sociale, poi dalla pandemia di Covid-19. Il suo territorio, dove vivono poco più di 400.000 persone, ha per confine naturale il fiume Mapocho a nord ed è delimitato ad est dalla plaza Baquedano, epicentro delle manifestazioni e della repressione poliziesca, oggi nota come plaza de la Dignidad. Questo quartiere, che è il fulcro della vita economica e burocratica della città, deve far fronte da un paio d’anni agli effetti logoranti della crisi e all’aumento della delinquenza. Hassler ha anche orientato la sua campagna sul tema dell’immigrazione, in modo da fornire delle soluzioni alla popolazione migrante, con un approccio in netta opposizione a quello del suo predecessore, mettendo l’accento sulle politiche di inclusione. “Sarebbe bello se il nostro comune riflettesse questa diversità e facesse in modo che la diversità di Santiago si possa esprimere nella migliore convivenza possibile – ha detto la giovane sindaca in un’intervista alla BBC in spagnolo -. Esiste una grande precarietà nel comune di Santiago, lasciato in uno stato di abbandono storico, tra affitti abusivi, sovrappopolazione, povertà, alla quale è stata trovata in parte una soluzione grazie alle mense collettive e alla solidarietà della gente. Lo dico perché questa è una realtà alla quale è confrontata tutta la società in Cile, riguarda tanto la comunità dei migranti, che la comunità cilena. Dobbiamo lavorare per il diritto alla cittadinanza. È questo il nostro messaggio. Indipendentemente dalla nostra origine o dalla nostra condizione di migranti, dobbiamo essere in grado di avanzare verso condizioni di vita migliori per tutti”.

Per rispondere a questi problemi, Hassler ha presentato un programma dettagliato e una serie di proposte per far ripartire l’economia. Il giorno prima del suo insediamento, ha reso noto il suo team di lavoro, composto da nove persone fidate, cinque donne e quattro uomini. Strappare alla destra il comune di Santiago non è solo un trionfo locale. Con le elezioni presidenziali che si avvicinano, il 21 novembre, un altro comunista è emerso come candidato credibile per riprendere la sfida a livello nazionale: è Daniel Jadue, sindaco del comune di Recoleta, sull’altra riva del Mapocho, che è in testa nei sondaggi e potrebbe partecipare alle primarie della sinistra di luglio.

Jadue è stato l’iniziatore di una serie di progetti, ripresi poi da altri: ha reso per esempio le farmacie e gli ottici accessibili ai più svantaggiati e ha favorito l’accesso alle case popolari nel suo comune. Ha anche affiancato Hassler nella sua campagna elettorale, rafforzando l’aspirazione comunista nella conquista della Moneda, sede della presidenza, nel centro storico di Santiago. “I miti sui comunisti sono crollati e oggi siamo più presenti nel dibattito pubblico. Un’amministrazione comunista in un governo locale può trasformare la vita delle persone”, ha detto la giovane sindaca in un’intervista all’agenzia France-Presse.

(Traduzione di Luana De Micco)

Previdenza integrativa. La sicurezza prima del rendimento per evitare il rischio di perdite

Uno degli argomenti più usati a favore della previdenza integrativa è la sua redditività. La recente relazione per il 2020 della Covip, organo di vigilanza ma anche di propaganda, sbandiera performance superiori alla rivalutazione del Tfr. La stampa economica le ha fatto eco col solito impegno. Così c’è chi si lamenta che avrebbe incassato di più, se avesse trasferito il suo Tfr nel fondo pensione propostogli.

Non voglio nascondermi dietro a un dito ed entro nel merito della questione. Fondi pensioni, piani individuali e anche polizze previdenziali non sono da evitare per la prospettiva di rendimenti inferiori, bensì perché non rispondono a quelle esigenze di sicurezza che sono connaturate al risparmio previdenziale. In particolare perché espongono al rischio di perdite anche fortissime in caso di alta inflazione, come è già capitato.

Il senno del poi. Ovviamente si può anche avere fortuna, così per il 2020 la Covip riporta rendimenti netti sul 3% per i fondi pensione a fronte di un 1,2% per il Tfr. Ma l’anno scorso la crescita, seppure lorda, dell’indice delle borse mondiali è stata dell’11,8% secondo Morgan-Stanley (in euro) e del 7,9% per i nostrani Btp.

È andata bene anche a parecchi che avevano aderito ai fondi pensione anni fa e sono riusciti a riscattare tutta la loro posizione nella previdenza integrativa. I 14 anni a partire dal 2007, inizio del silenzio-assenso, sono stati un periodo d’oro. I due indici suddetti sono grosso modo raddoppiati: per la precisione +110% e +106% seppur lordi. Ma tutto ciò non cambia nulla per decisioni da prendere col senno del prima e non certo col senno del poi. I due indici potevano anche dimezzare. L’inflazione è scesa, ma poteva anche salire. Per giunta la crescita dei mercati azionari di per sé può proseguire, mentre per il comparto obbligazionario è giunta al capolinea per obiettivi vincoli matematico-finanziari.

Elogio della prudenza. Non solo ora è consigliabile impiegare il proprio risparmio previdenziale, forzoso o volontario, in formule che tutelino il potere d’acquisto. Quindi tenere il Tfr in azienda o all’Inps e investire in soluzioni difensive, fra cui spicca il buono postale Obiettivo 65. Ma anche in passato fu saggio comportarsi in modo analogo.

Un risparmiatore prudente, che faticosamente abbia accantonato 20.000 euro, fa malissimo a destinarli a qualche gioco d’azzardo. E farebbe bene a non dare retta ai gestori di sale giochi che gli additassero qualcuno che ha guadagnato coi cavalli o con le slot-machines.

Nel caso poi della previdenza integrativa si aggiungono le gravi magagne strutturali del settore: mancanza di trasparenza, facilità di malversazioni, costi occulti e vantaggi fiscali vanificati dai costi, limitandoci ai più gravi.

 

 

Vuoi l’alta velocità? Col nuovo metodo è sempre conveniente

È noto che la vecchia tecnica, che si chiamava “analisi costi-benefici”, creava un sacco di problemi: spesso diceva dei solidi no a progetti politicamente molto cari ai loro padrini politici, provocando profondi imbarazzi, e in alcuni casi, se i costi erano eccessivi, chiedendo di ridurli. E tutto questo costava voti: se si promettono agli elettori e ai costruttori delle opere importanti e costose, se poi non si mantengono le promesse si rischia di perdere il consenso politico (e forse anche cose più tangibili). Anche i sindacati possono aversela a male. Se l’opera poi serve tanto o poco non frega: si saprà solo dopo molti anni, e intanto si sarà accontentata un sacco di gente. In particolare, il problema affligge molte nuove tratte ferroviarie: queste, anche se interamente pagate con soldi pubblici (quindi il biglietto costa poco), spesso non hanno un traffico sufficiente a giustificarne i costi per la società (ambiente compreso), nonostante, come si è detto, i costi monetari siano a carico interamente delle casse pubbliche. La vecchia (e universale) analisi costi-benefici non a caso è stata di recente definita “fastidiosissima” dal viceministro Cancelleri, e prima con parole simili dall’ex ministra De Micheli. Questa fastidiosa realtà ha incentivato, come spesso accade, l’innovazione, anche in campo economico. Vediamo fin dove s’è spinto il genio italico.

Cosa succede in realtà? Capita molto frequentemente che una tratta ferroviaria presenti dei costi, sia in soldi che in tempi di viaggio, apparentemente più convenienti di quelli di una parallela tratta autostradale. Eppure succede che solo una parte del traffico prende la ferrovia. I motivi sono per esempio (prendiamo il caso del trasporto merci che è semplice) che ci sono dei costi del cambiar modo da camion a treno, che sono spesso molto alti, e ci sono anche le distanze da percorrere dai punti di origine e di destinazione del viaggio, che non coincidono affatto con le stazioni ferroviarie. Se si misurano i soli costi di soldi e tempo che abbiamo prima nominati, succede spesso che i benefici per chi viaggia non siano sufficienti a indurli a prendere il treno.

E qui scatta l’innovazione! In questo caso le ferrovie ricorrono ad una tecnica molto particolare, che sembra usino solo loro, nota col nome dei “costi cessanti”. Cioè sommano ai benefici (soldi e tempi) del nuovo progetto, i costi che risparmiano quei camion che adesso mandano le merci in treno, e non usano più la strada (benzina, pedaggi ecc.). Spesso con questo artifizio i benefici del progetto superano i costi e il progetto diviene miracolosamente fattibile. Ma ignorano che quei costi del cambiar modo ecc., che abbiamo citato, continuano ad esistere, e se non fossero ben reali e consistenti avrebbero cambiato già da subito la ripartizione del traffico, che si sarebbe già spostato interamente sulla ferrovia (abbiamo precisato che molto spesso i costi di tempo e di soldi del treno sono più bassi di quelli della strada).

Ma uno potrebbe notare: se ci sono quei costi difficili da misurare (“non osservabili”, si usa dire), per definizione non si possono conoscere. Invece si possono conoscere eccome, solo in modo meno diretto, ma non meno certo. Sono agevolmente deducibili proprio dal comportamento reale del traffico (o simulato con adeguati modelli). Il metodo è notissimo e usatissimo ed è noto come “Regola della metà” (Rule of half in inglese), su cui qui non possiamo dilungarci. Il nuovo metodo, che tali meravigliosi risultati consente, è stato battezzato come abbiamo detto “dei costi cessanti”, e genera fantastiche sopravvalutazioni dei benefici. In alcuni casi – e anche per uno dei due progetti presentati per il Pnrr (la linea Napoli-Bari) – gli analisti si sono spinti fino ad usare entrambi i metodi sommandone i benefici (cioè sia quelli derivanti dai “costi cessanti” che quelli della “Regola della metà”). Sembra davvero che vi fossero grandi incertezze sulla dimensione complessiva dei benefici totali del progetto, per dover ricorrere a questo così anomalo espediente.

Si ripete per chiarire che i casi in cui i tempi e i costi monetari delle ferrovie sono inferiori a quelli stradali è frequentissima, e non comporta affatto che tutti prendano il treno. Questa clamorosa sovrastima dei benefici economici è già stata presentata per due progetti ferroviari importanti per il Pnrr (la Napoli-Bari già citata e la Brescia-Padova. e con buona probabilità sarà riproposta per molti altri progetti destinati ad accedere ai fondi europei.

Meglio questa geniale invenzione, che non correre rischi con vecchie e antipatiche metodologie, per di più nemmeno di produzione nazionale…

Meglio andare sul sicuro.

Ignorati e senza soldi. Così stan morendo gli Archivi di Stato

Grazie a un accordo tra il Comune e la direzione generale Archivi del ministero della Cultura, all’Archivio di Stato di Camerino lavoreranno i percettori di reddito di cittadinanza. La direttrice generale Anna Maria Buzzi ha dichiarato: “È il primo progetto di questo tipo in Italia. Spero possa essere presto portato avanti in altre realtà territoriali”. Si è così evitata la chiusura della sede, che era stata paventata all’inizio del 2021, e Camerino non è l’unico caso. Se si prendono in considerazione anche solo gli ultimi mesi, ci si accorge che sono in molti gli archivi a rischio chiusura. Tra gli altri, l’Archivio di Stato di Foggia, come spiegato dalla sua direttrice ai giornali l’8 giugno. In maggio un simile allarme è stato lanciato dall’Archivio di Stato di Nuoro, in aprile da quello di Trani, mentre da gennaio è noto che gli Archivi di Stato abruzzesi corrano lo stesso rischio, soprattutto quello di Sulmona. Il 30 giugno il deputato Cassinelli (FI) ha spiegato che lo stesso rischio riguarda quello di Genova. La situazione è sempre la stessa, un solo funzionario rimasto in servizio, e ormai prossimo alla pensione, ed è una situazione “insostenibile, che peggiora di anno in anno” spiega Micaela Procaccia, presidente dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana e già funzionaria e dirigente ministeriale, entrata nel 1978, che sottolinea come questa condizione colpisca la stragrande maggioranza degli archivi, in particolar modo al Centro-Nord. “Capisco per questo la scelta di inserire i precettori di reddito pur di non chiudere – spiega – ma la pezza rischia di essere peggiore del buco: anche i custodi, in spazi tanto ricchi e delicati, devono sapere come muoversi”.

Siamo di fronte a un collasso annunciato da almeno vent’anni: nell’ultimo decennio sono andati in pensione la quasi totalità degli assunti dei primi anni 80, che avevano riempito le fila dell’allora Ministero per i beni culturali garantendo anche il funzionamento degli Archivi di Stato. Una pletora di compiti diversi, che vanno dalla selezione del materiale da archiviare (tutti i documenti prodotti da ogni amministrazione statale, dalle prefetture alle carceri, devono passare per la supervisione dei funzionari prima di essere scartati), alla conservazione dello stesso in forme e spazi idonei, fino alla fruizione da parte del pubblico. Servono funzionari archivisti, e poi amministrativi, sorveglianti e custodi, ma anche immobili e spazi adeguati. Oggi manca, in troppi casi, quasi tutto, tanto che il 10 giugno la commissione cultura del Senato ha chiesto di avviare un’indagine sulla situazione del settore. “Conosco colleghi che devono partecipare a commissioni per lo scarto dei materiali in 15 enti diversi, occuparsi della manutenzione degli spazi, e poi della sala studio e dell’utenza: da soli”, spiega Procaccia. Il personale in servizio nel 2008 nei 101 archivi e 33 sezioni era oltre di oltre 3 mila unità, mentre nel 2018 era sceso a poco più di 2.200. Nonostante l’assunzione di 190 nuovi funzionari archivisti dopo il concorso del 2016 (il primo con simili numeri dopo trent’anni) si calcola che nel 2022 saranno 279 gli archivisti operativi, contro i 600 necessari: nel 2011 erano 535. Anche i dirigenti sono meno della metà del necessario, e da anni i posti nel settore archivistico vengono coperti da dirigenti di altri settori, che non conoscono la materia.

Gli archivi non sono legati soltanto alla memoria, ma raccolgono la documentazione amministrativa del Paese. Lì sono conservati anche documenti e materiali, a volte pezzi unici, dal valore storico ed economico rilevante. Una situazione di difficoltà simile lascia spazio a sottrazioni e furti. Spesso il Nucleo tutela del patrimonio culturale dei carabinieri rinviene documenti – risalenti anche al XIV o XV secolo – sottratti nel corso dei decenni agli archivi di stato. E alcuni casi assurgono alle cronache nazionali: nell’agosto 2020 fu annunciato un furto di almeno 970 labari della Marcia su Roma dall’Archivio centrale di Stato; nel novembre 2019 fu l’eurodeputato Mario Borghezio ad essere denunciato dall’Archivio di Stato di Torino per aver sottratto centinaia di documenti (il leghista si è difeso spiegando che voleva solo fotocopiarli, ma nessun documento può uscire dall’Archivio senza autorizzazione). Inserire in questo contesto persone senza formazione né esperienza, costrette a svolgere compiti di vigilanza e custodia per non perdere i sussidi, appare un’operazione gravida di rischi.

La chiusura a tempo indeterminato che si abbatte su alcune delle sedi è solo la punta di un iceberg. Da decenni la fruizione degli utenti diventa sempre più limitata: un funzionario deve sempre essere a disposizione degli stessi durante i momenti di apertura al pubblico. E anche se durante i mesi del lockdown gli archivi sono rimasti aperti, come più volte rivendicato dal ministero e dalla direzione generale Archivi, la limitazione di orari e posti messi a disposizione, nonché del numero di documenti consultabili, li ha resi spesso quasi inutilizzabili. Solo pochi giorni fa un centinaio di accademici di tutto il mondo hanno scritto l’ennesima lettera al ministro, stavolta sulle condizioni dell’Archivio di Stato di Venezia. “Le difficoltà illustrate stanno incidendo in maniera pesantissima sulla filiera della ricerca – scrivono – con esiti devastanti per i singoli studiosi ma anche, ci pare di poter affermare, per l’immagine dell’Istituto”. Servirebbe più personale, ma questo continua a calare per i pensionamenti, mentre il concorso che avrebbe dovuto vedere la luce nel 2020 (che porterebbe all’assunzione di qualche decina di archivisti e di 8 dirigenti) è stato rinviato a data ancora da destinarsi. Nel Recovery Plan non c’è traccia degli Archivi di Stato, se non per un pur opportuno adeguamento energetico delle sedi e un investimento per la digitalizzazione del materiale (40 miliardi, di cui 500 milioni solo per il settore culturale). Ma “i processi di archiviazione informatica non sono più semplici di quelli cartacei – conclude Procaccia -. Senza personale formato e in numero sufficiente, difficile che la digitalizzazione possa risolvere qualcosa”.

I fondi pubblici finanziano pure i maxi-stipendi a pochi direttori

“Salario minimo? Non mi interessa. Io perseguo il salario massimo e qualche volta ci riesco”. Parola di Vittorio Feltri, direttore di Libero, a L’aria che tira (La 7) del 2 maggio 2019. Lo sanno bene i giornalisti del quotidiano degli Angelucci: quando aveva fatto ritorno al Giornale nel 2011 si erano alleggeriti del suo stipendio ma il 7 maggio 2016, dopo cinque anni di contratti di solidarietà, si erano rivoltati contro il suo rientro per il nuovo appesantimento dei costi del personale. Se il peso reale del maxi-stipendio di Feltri sul costo del lavoro di Libero è un mistero, si conoscono invece sino al centesimo quanti aiuti ha preso il quotidiano dallo Stato. Nell’ultima ripartizione di 36,6 milioni, l’acconto sul 2020, ne ha ricevuti 2,7 che portano il totale dal 2003 oltre i 66,8 milioni. Lo scrive il Dipartimento per l’informazione e l’editoria del governo, che ogni anno rende noto l’elenco dei giornali a cui è stato riconosciuto il “contributo pubblico diretto”, la quota di finanziamenti pubblici che per legge dovrebbero andare a giornali pubblicati da cooperative di giornalisti, società senza fini di lucro o espressione di minoranze linguistiche. Dalla riforma del 2014 al 2020, Palazzo Chigi ha erogato complessivamente oltre 408,6 milioni.

Il quotidiano della premiata coppia Sallusti-Feltri è in ottima compagnia, ma è stato battuto da Dolomiten, testata altoatesina in lingua tedesca, con 3,1 milioni e da Famiglia Cristiana con 3 milioni. Altri 2,5 milioni sono andati ad Avvenire, 2 a Italia Oggi e 1,5 al Manifesto. Per il Foglio l’acconto 2020 è di 933 mila euro, che porta il totale dal 2003 a oltre 38,7 milioni: non male per una testata fan di Von Hayek, l’economista contrario all’intervento dello Stato in economia. A scalare le classifiche però è Il quotidiano del Sud di Roberto Napoletano: il giornale dell’ex direttore del Sole 24 Ore (sotto processo a Milano con l’accusa di false comunicazioni sociali per le finte copie digitali del quotidiano di Confindustria) ha ricevuto 1,85 milioni nel 2020, 3,7 nel 2019, 2,95 nel 2018. In tutto 8,5 milioni, eppure la testata non si avvale della certificazione di Ads sulle vendite. Ma allo Stato che paga non interessa né importa quanta parte degli aiuti pubblici va in maxi-stipendi per direttori “amici”.

Gli editori reclamano 330 uscite anticipate per salvare i loro conti

Tagliare i costi, quello del personale per primo, è da anni l’unica preoccupazione di molti editori. Così si usano a pioggia stati di crisi, cassa integrazione e prepensionamenti. L’onere delle uscite anticipate è a carico dello Stato già dal 2009 ed è stato rifinanziato nel 2014, 2016, 2017 e 2019: nel 2020 è stato di 44 milioni. Al 31 dicembre scorso l’Inpgi contava 1.145 prepensionati che costavano all’Erario 23,4 milioni.

Le uscite anticipate, amate dagli editori e approvate dalle redazioni spesso anche per “sbarazzarsi” della vecchia guardia e liberare carriere, hanno contribuito a scassare i conti Inpgi, spostando contribuenti ad alto reddito tra i percettori di lauti assegni. Ora sull’istituto è in arrivo una nuova tsunami. “Nei prossimi mesi – spiega la presidente Macelloni nel preventivo 2021 – vedremo gli effetti del rifinanziamento dei prepensionamenti che potrebbero comportare l’uscita di 140 giornalisti nel 2020 e 190 nel 2021”.

Così i grandi editori si sono subito rimessi in moto per ottenere le uscite anticipate. Il gruppo Monti, guidato dal presidente della Fieg Andrea Riffeser, ha 37 prepensionamenti già firmati. Mercoledì scorso, 30 giugno, dopo l’accordo tra azienda e cdr altri 33 sono stati approvati dalla redazione della Stampa (gruppo Gedi) con 138 sì, 13 no e 16 astenuti su 200 aventi diritto. Se ne andranno i “marentiniani”, i giornalisti formati a fine anni Ottanta in una scuola interna allestita nel Centro Manager Fiat di Marentino (Torino): a lungo la spina dorsale del miglior periodo della Stampa con Paolo Mieli, Ezio Mauro e Giulio Anselmi alla direzione. L’intesa prevede una assunzione ogni due uscite, ma tre nuovi ingressi non saranno giornalisti bensì “soggetti a supporto della redazione e in possesso di competenze professionali coerenti con la transizione al digitale”, come data scientist, tecnici informatici, ingegneri. La possibilità, sinora inutilizzata, è prevista dalla legge 160 del 2019 che ha finanziato l’ultima tornata di prepensionamenti. Per questo motivo né la Fnsi né la sua emanazione piemontese, l’Associazione Stampa Subalpina, firmeranno l’accordo. L’intesa alla Stampa apre le danze sui prepensionamenti a Repubblica, dove si tratta su una cinquantina di uscite in due anni. Tra i probabili uscenti, secondo rumor interni, ci sono grandi firme come il vicedirettore Dario Cresto-Dina, Marco Ansaldo, Ernesto Assante, Simonetta Fiori, Curzio Maltese, Federico Rampini, Sergio Rizzo, Aligi Pontani, Roberto Mania, Ettore Livini. Tutti stipendi pesantissimi.

Anche al Sole 24 Ore si discute da tempo su 18 possibili prepensionamenti in una “finestra” di 16 mesi. Nel gruppo Cairo Rcs periodici ne conta una decina, mentre Il Corriere della Sera dall’anno scorso ne ha ottenuti 38, anche se sinora sono solo tre le uscite effettive, e una quindicina alla Gazzetta dello Sport. Un’altra trentina sono possibili in Condé Nast. Ma la grande incognita è la Rai: nei mesi scorsi 355 dipendenti, tra i quali anche numerosi giornalisti, hanno chiesto di lasciare l’azienda grazie a “scivoli” e incentivi. Al 15 febbraio erano state già accettate in totale 76 uscite anticipate, incentivate con 4,5 milioni, 59 mila euro a testa. Oggi scade il termine per le domande: sono disponibili altri 10,5 milioni. Se la Rai si snellisce, l’Inpgi affonda ancora un po’.

Pensioni dei giornalisti, il crac costerà allo Stato 1,6 miliardi

Privato o pubblico? La domanda sul futuro del pericolante Istituto di previdenza dei giornalisti, l’Inpgi, spacca le redazioni. Il 23 giugno il consiglio di amministrazione dell’ente ha varato l’ennesima riforma che però vale appena una ventina di milioni a fronte di un “rosso” che nel solo 2020 ha raggiunto i 242 milioni, dopo i buchi da 171,4 milioni nel 2019 e 147,6 nel 2018. Ma le perdite sono iniziate nel 2011 e anno dopo anno il patrimonio dell’Inpgi si è prosciugato: la quota liquida (che non comprende gli immobili) è calata dai 369 milioni del 2019 a 217 al 31 dicembre scorso. Senza interventi eccezionali, già l’anno prossimo la cassa rischia di non riuscire a pagare le pensioni. L’Inps si offre per assorbire l’istituto, ma la maggioranza della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il sindacato dei giornalisti, respinge sdegnosamente la proposta in nome di un asserito legame tra autonomia delle pensioni e libertà di stampa. L’autonomia finanziaria della previdenza dei giornalisti però è comunque finita: lo Stato ha accantonato 1,6 miliardi nei prossimi nove anni per una manovra sulle pensioni sostenuta proprio dalla Fnsi.

È la crisi dell’editoria a spingere la cassa verso il default. Tra il 2010 e il 2020 la pubblicità sui quotidiani è calata del 69%. A dicembre scorso i giornali hanno venduto 51,2 milioni di copie, in calo del 14% su base annua. I giornalisti attivi a dicembre erano 14.719, -4% sul 2019. Le copie vendute dai primi sette editori (Cairo, Mondadori, Gedi, Il Sole 24 Ore, Monrif, Caltagirone e Class) dal 2016 al 2020 sono passate da 48 a 30,1 milioni al mese, -37%. Nel decennio 2011-2020 i sette gruppi hanno accumulato perdite nette per 2,53 miliardi. Solo Rcs-Cairo ha sempre chiuso in utile gli ultimi sette esercizi.

La legge 509 del 1994 ha privatizzato alcuni enti previdenziali, tra cui quello dei giornalisti, l’unico a sostituirsi interamente all’Inps: paga pensioni, cassa integrazione, disoccupazione, ristori per i contratti di solidarietà. Negli ultimi 10 anni i soli ammortizzatori sociali gli sono costati oltre 500 milioni. Ma a condannare l’Inpgi sono i “rapporti tecnici” tra i pensionati e gli attivi. Se nel 2009 a fronte di pensionato c’erano tre giornalisti al lavoro, nel 2020 si è scesi ad appena 1,53 attivi: a fronte di 100 euro di contributi incassati l’ente ne ha spesi 160 per le pensioni.

Per resistere, la maggioranza della Fnsi vuole aumentare la platea contributiva facendo entrare nell’Inpgi – sinora aperto solo ai giornalisti – anche i comunicatori che lavorano negli uffici stampa pubblici o privati e che ora versano i contributi all’Inps. L’ingresso nell’Inpgi di 14.500 comunicatori è stato recepito dal Parlamento nella legge 58 del 2019 ed è previsto dal primo gennaio 2023. Ma il trasloco dei comunicatori all’Inpgi non sarà a costo zero: per l’operazione la legge 58 ha accantonato nel bilancio dello Stato un miliardo e 575 milioni fino al 2031 e altri 191 milioni ogni anno in avanti.

Anche così, tuttavia, l’Inpgi non potrà salvarsi. Lo ha spiegato il 24 giugno alla Commissione parlamentare di controllo sulle casse previdenziali il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha teso la mano pubblica: “Le difficoltà dell’Inpgi sono strutturali. Spostare i comunicatori o altri contribuenti dall’Inps all’Inpgi non è la soluzione. Noi saremmo in grado di assorbire l’Inpgi, c’è una interlocuzione in corso. Non vogliamo interferire in un settore così delicato ma non vorremmo una migrazione di contribuenti”. Ma la maggioranza del consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha però reagito indignata, rispedendo l’offerta al mittente. Il 30 giugno la presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, ha dichiarato: “Pensiamo che entrare nell’Inps sia la cancellazione della professione. Forse l’obiettivo è proprio questo”. “Se Tridico ha da offrirci un Bengodi, allora cosa aspetta? Ci chiami subito. E che questa proposta arrivi sul tavolo di Draghi”, ha affermato sarcasticamente il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti. Secondo Giulietti dal destino dell’ente previdenziale dipende il futuro dell’informazione: “Nostro compito è quello di trattare col governo e coi ministeri anche perché non si mettano le mani sull’ente previdenziale”, ha concluso il sindacalista ed ex deputato Pd. Ma dai bilanci dell’Inpgi emerge un’altra spiegazione: da anni l’istituto versa milioni al sindacato “per i servizi resi dalle associazioni regionali della stampa e dalla Fnsi” nella gestione delle sedi dei patronati. Nel 2020 sono stati 2,47 milioni, come nel 2019. Fondi che alla Fnsi fanno molto comodo, visto il calo degli iscritti, e ai quali il sindacato dovrebbe rinunciare in caso di passaggio all’Inps.

Intanto la categoria è spaccata: la maggioranza della Fnsi vuole che l’Inpgi resti autonomo e crede che l’istituto possa farcela da solo, la minoranza del sindacato chiede invece la garanzia pubblica sulle pensioni dell’ente, che dovrebbe restare autonomo. Ma tra pensionati e giornalisti attivi si fa sempre più strada la richiesta di confluire nell’Inps senza toccare i diritti acquisiti, come già avvenuto in passato per Scau (lavoratori agricoli), Ipost (postelegrafonici), Enpals (spettacolo), Inpdai (dirigenti).

Con il decreto 34 del 2019, intanto, il governo ha deciso che l’Inpgi sarà commissariato se non verrà risanato strutturalmente. Dopo un primo rinvio di sei mesi, il 30 giugno è scaduto il termine per evitare la scure e ora un emendamento del deputato Filippo Sensi (Pd) al decreto Sostegni bis chiede un nuovo rinvio del commissario sino a fine anno. I nodi però sono ormai al pettine: prendere tempo non è più possibile.

Nostalgia del pizzicagnolo. Ribelliamoci all’uso smodato della plastica per alimenti

Ma perché tutte le cose che si vendono nei supermercati devono essere chiuse, sigillate, imprigionate in buste, bustine, cofanetti, vassoietti di plastica? Anche le più piccole, le più insignificanti: spille da balia, mollette, spugnette e le mille cremine multiuso, per passare poi al cibo, alle mini confezioni di prosciutto, formaggio, salame e di qualunque altra cosa commestibile. Dove vanno a finire una volta consumato il prodotto tutte quelle plastichette? È semplice, vanno a riempire i fiumi, i laghi, gli oceani, insomma a inquinare il mondo per sempre, perché sono indistruttibili!

Come fa il povero pianeta a digerire ed eliminare quei miliardi di schifezze? Non può. Per giunta i pesci mangiano la plastica, noi mangiamo i pesci e quindi ci nutriamo di plastica. D’altronde non si può impedire ai delfini, alle balene, alle tartarughe marine di mangiare, nuotano tutto il giorno e quindi hanno una gran fame. E poi la plastica è traditrice, è ingannevole, si presenta bene, colorata, trasparente e il povero pesce ci casca e abbocca. Questo è il mondo in cui viviamo!

A tratti mi prende la nostalgia delle botteghe, del pizzicagnolo dove compravi 2 etti di parmigiano tagliato davanti ai tuoi occhi, che poi era sempre un po’ di più (“sono 2 etti e 40 signorina, lasciamo?”) e te lo portavi a casa avvolto solo in un pezzo di carta gialla, e la plastica quasi non esisteva. Conclusione: la plastica è diventata una bomba ecologica. Viviamo in un’epoca in cui tutto è preconfezionato ad arte, con l’unico scopo di far arricchire i soliti furbi che se ne fottono della nostra salute e dell’ambiente. Un giorno o l’altro entro in un supermercato, apro tutte le maledette bustine e libero tutto ciò che contengono, cominciando dagli affettati. La storia la chiamerà “la grande rivolta dei suini”, sono sicura che anche i poveri maiali sarebbero più contenti.

 

Joseph Conrad. Natura spietata, umana solitudine. L’eroe virile basta a se stesso (anche nella sconfitta)

Conrad è uno scrittore misterioso. Lo è perché la sua pacata scrittura (come quando il mare è una lastra, senza sereno e senza tempesta, e solo un vento piatto dà una terza dimensione alla scena che altrimenti corre veloce, nel silenzio assoluto) non tradisce trasalimenti, non condivide emozioni e non partecipa al tormento del lettore.

Alberto Asor Rosa, scrittore, critico e saggista profondo, ti dà spesso l’impressione di essere scarmigliato da quel vento (non annuncia tempesta, è ben altro) e da tempo si affaccia al mare di Conrad, perché ha cominciato presto a scrivere sulla Linea d’ombra, a “sentire” il mistero di un oceano forse infinito, del suo marinaio, del suo scrittore. Questo libro dunque (L’eroe virile, Einaudi ) ha una scrittura alla Conrad (pacata in mezzo alla tempesta) e porta un suo mistero che è anche una straordinaria interpretazione, espressa nel titolo, “Virile”. Questa parola, in un testo su Conrad, è come una boccia che spiazza la partita e cambia il gioco. Adesso sai chi è il personaggio, e non era facile, dato il silenzio.

“Virile” non è una qualità in più o la definizione di un comportamento o un tratto fisico o caratteriale. È una parola che contiene una storia. La parola, nella versione di Asor Rosa, racconta e descrive uno stato raro e quasi mistico di solitudine totale. Non c’è altro nel mondo della creatura virile che Conrad racconta e il saggista identifica come la condizione (sia letteraria sia umana) del modo di attraversare il mare e la vita. Il personaggio di Conrad-Asor Rosa è l’eroe virile perché non gli serve altro, per esistere, e dunque per essere il protagonista (l’unico protagonista ) del suo destino che la resistenza del suo corpo e la tenace fissità del suo pensiero.

Nella sua perlustrazione del testo esaminato, Asor Rosa lascia intravedere uno spazio grandissimo di natura splendida, tremenda e infida, affrontata in solitudine da un individuo che non cede, qualunque sia la durezza della prova. Conrad ci racconta l’avventura della sfida tra un uomo solo e tutta la natura. Asor Rosa resta accanto a quell’uomo (“L’uomo virile”) e per guidarci ci dà una definizione diversa e unica della virilità: non sei né vinto né vincitore ma resti sul posto come se la furia degli eventi non ti riguardasse. Non sei più forte. Sei profondamente, completamente te stesso, e disinteressato a ogni altra vita. La tua vita non ha le onorificenze del valore ma la solida compattezza della tua dotazione fisica e morale.

Una sorta di indifferenza si unisce a una passione che non è di vincere ma di essere in quel momento e sul posto. Niente è pubblico ed esibito, non in Conrad, non in Asor Rosa.

È una esistenza laica rigorosa come un ordine religioso.

 

L’eroe virile

Alberto Asor Rosa

Pagine: 120

Prezzo: 15

Editore: Einaudi

Arabia Saudita. MbS, una linea aerea per far finta che va tutto bene

Mentre la crisi morde ferocemente tutte le compagnie aeree del mondo, il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ha annunciato i piani per una seconda compagnia aerea nazionale come parte della sua spinta per diversificare l’economia dipendente dal petrolio dell’Arabia Saudita e trasformare il regno in un centro logistico globale. Con una seconda compagnia aerea, i viaggiatori in Arabia Saudita potranno raggiungere più di 250 destinazioni e il paese raddoppierà la sua capacità di trasporto aereo di merci a più di 4,5 milioni di tonnellate, stando ai media del regno wahabita. “La strategia globale mira a posizionare l’Arabia Saudita come un hub logistico globale che collega i tre continenti”, ha fatto sapere il principe ereditario. MbS, sovrano “de facto” dell’Arabia Saudita non ha fornito dettagli sulla nuova compagnia aerea, ma ha affermato che “aiuterà altri settori come il turismo, soprattutto per l’hajj e l’umrah”, i due principali pellegrinaggi che i fedeli musulmani possono compiere alla Mecca..

Nel 2016 il principe ereditario ha annunciato Vision 2030, un’ambiziosa serie di riforme socioeconomiche volte a modernizzare l’Arabia Saudita e rendere la monarchia del Golfo più attraente per investitori e turisti. Secondo il piano, l’Arabia Saudita sta cercando di attirare 100 milioni di turisti all’anno entro il 2030, sei volte il numero di visitatori nel 2019. La nuova compagnia si rivolgerà principalmente a turisti e viaggiatori d’affari, un secondo aeroporto a Riad è in fase di progettazione, mentre il vettore statale con sede nella città di Jeddah, sul Mar Rosso, si rivolgerà invece al turismo religioso. La più grande compagnia aerea del regno, la Saudia, di proprietà dello stato, (universalmente nota perché deve lasciare sempre su ogni volo 6 posti business vuoti, uno dei 15 mila principi del Regno potrebbe aver bisogno di partire all’ultimo minuto) ha lottato finanziariamente per il crollo dei viaggi aerei causato dalla pandemia. A maggio, il suo amministratore delegato ha però affermato che la compagnia aerea potrebbe tornare a raggiungere la redditività entro il 2024.