Berlusconi al Colle: è Nonno Libero il grande elettore

Come un fiume carsico, il nome di Silvio Berlusconi riaffiora per l’ennesima volta in direzione Quirinale. Può sembrare assurdo nel 2021 che a qualcuno venga in mente di proporre come presidente della Repubblica il personaggio più divisivo dell’Italia contemporanea, eppure è davvero così: Lui è scaramantico ma ci crede e Loro, quelli che gli stanno vicino, sono al lavoro per trasformare il sogno in realtà.

Berlusconi avrebbe confessato al Corriere della Sera – si legge in un retroscena di Francesco Verderami – di sentire solo “il 10- 15% di possibilità” di farcela, ma di avere una strategia per pescare i molti voti che mancano nel ventre molle e in dissoluzione dei Cinque Stelle in Parlamento.

Così ieri il nuovo tam-tam dei silviofili ha preso il largo con le dichiarazioni del sempre affettuoso Gianfranco Rotondi. Un’idea quasi onirica, quella del democristiano: Berlusconi al Quirinale per 18 mesi e solo per agevolare il passaggio a un sistema presidenziale. “La seconda repubblica – sostiene Rotondi – è incinta da ventisette anni della riforma presidenzialista, progettata ai tempi del tentativo Maccanico, sempre inserita nei programmi del centrodestra, mai realmente avviata. L’elezione di Silvio Berlusconi al Quirinale aprirebbe finalmente a questa possibilità, e Silvio sarebbe il solopresidente capace di accompagnare la riforma dimettendosi dopo diciotto mesi, al compimento del percorso di riforma costituzionale”. Uno scenario affascinante, al limite del lisergico, frutto di una progettualità a suo modo geniale.

Meno fantasioso di Rotondi, molto più prudente, ma in fondo ottimista è il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani: “Credo che sia prematuro lanciare candidature dai partiti per il Quirinale – ha detto a SkyTg24 – perché non è ancora iniziato il semestre bianco. Ma se lo chiedete a me, sono convinto che Berlusconi sarebbe un ottimo presidente della Repubblica. In ogni caso il centrodestra per l’elezione si muoverà compatto”.

Matteo Salvini per ora è poco compatto, fa lo gnorri: “Per il presidente della Repubblica si vota a febbraio del 2022. Ora mi sto occupando di salute e di lavoro, non di Quirinale. Non ho letto il Corriere, leggo solo la Gazzetta dello Sport e tifo per l’Italia”.

Ma il sostegno più convinto alla candidatura dell’ottuagenario Silvio arriva – coerentemente – dal settore della terza età. È accorato l’endorsement di Fabio Sciotto, presidente nazionale della Fapi (Federazione artigiani pensionati italiani): “Berlusconi al Colle sarebbe motivo di grande orgoglio e soddisfazione per le categorie produttive del Paese. Siamo convinti che darebbe lustro e credibilità internazionale all’Italia nel mondo, consentendo alle imprese di crescere e di espandersi anche in ragione di una autorevole ed esperta guida della nostra Repubblica”.

Alla fine il più entusiasta di tutti all’idea di Nonno Silvio al Colle è Nonno Libero, al secolo Lino Banfi: “Sarebbe bellissimo – dice sicuro – e glielo chiederò di persona tra pochi giorni, perché lui ogni anno, da quarant’anni, l’11 luglio che è il giorno del mio compleanno, mi telefona e mi dice ‘auguri vecchio’, perché sono nato poco più di due mesi prima di lui. Al Quirinale avrebbe vicino un uomo che è la sintesi, l’incarnazione della mediazione, che è Gianni Letta. E poi magari Berlusconi si inventerebbe un’altra onorificenza per me: tipo il Nonno d’Italia o l’Allenatore del Quirinale”. 2022, arriva in fretta.

“Conte al governo è piaciuto, per questo Beppe ha già perso”

“Siamo migliori o peggiori di prima della pandemia? Resisto nella mia convinzione: ne usciamo migliori”. Erri De Luca non ha dubbi. “Prenda la mascherina. Resiste oltre l’obbligo manifestando così un diffuso senso di civismo finora sconosciuto. La mascherina ha due facce: tutela chi la indossa e tutela l’altro da noi. È già questo un atto intimamente solidaristico”.

Ci siamo detti che la pandemia ci aveva fatto riscoprire il senso del bene comune, l’importanza della sanità come servizio pubblico, il ruolo dello Stato come ultima istanza. Temi della sinistra. Invece i sondaggi dicono che gli italiani voteranno decisamente a destra.

Oggi sembra proprio così. Anche perché la rappresentanza della sinistra in Parlamento è invisibile. Dov’è? Chi è? Ma dico che da qui al voto possono succedere tante cose, e qualche novità potrebbe manifestarsi. In questi mesi si sono conosciuti episodi capillari di volontariato. Tanta gente ha fatto la fila al supermercato per fare la spesa a chi non poteva. E l’ha fatta ovunque. E tanta gente ha riscoperto il valore della terra, del rispetto dell’ambiente, della possibilità di vivere, di muoversi in un modo diverso. Sono trasformazioni culturali importanti della pancia della società.

La pancia è oscura. Per adesso quel che si vede nel Palazzo è l’implosione dei Cinque stelle, questo enorme pasticcio di Beppe Grillo e Conte.

Attento! Il subbuglio è in sé prova di vitalità, il casino dimostra che c’è ancora vita. Si muore quando c’è silenzio.

I Cinque stelle sono maestri del casino. Però lei non li ha mai votati, vero?

No, affatto.

Ci ha capito qualcosa?

Ho capito che Grillo teme di essere espropriato della sua creatura, si è sentito in pericolo e crede di dover salvare la pelle, in questo caso la sua funzione leaderistica. Non valuta che l’epilogo è segnato. Giuseppe Conte nei fatti guida questo secondo tempo dei Cinque stelle e la scissione, se sarà, seguirà il corso inevitabile delle cose.

Si ammonisce Conte a non avventurarsi nella costruzione di un partito personale. Avrebbe breve e grama vita.

Penso che Giuseppe Conte abbia messo radici più profonde nella società italiana, la sua esperienza di governo è stata vissuta positivamente. Ha dovuto parlare della salute delle persone e non dei tassi di interesse. Si è dovuto impegnare ad affrontare i dettagli della vita quotidiana, quelle che appaiono minuzie e che invece sono questioni fondamentali dei ceti più popolari. Poi gli hanno preferito Draghi, garante di equilibri più avanzati e alti, diciamo così. C’erano in ballo i soldi del Recovery, e ci siamo detti tutto. Ma credo che Conte non si sia comportato male. Raccoglierà i frutti.

Lei che farà? Chi voterà?

Fossi in Germania voterei i Verdi, qui davvero non so. Però sono certo che esista un sentimento popolare e di sinistra. Non ha simboli e non ha ancora rappresentanza. Quel che mi pare, a dispetto dei sondaggi, è che gli italiani debbano ancora esprimersi. E quando lo faranno la diranno in modo diverso da quello atteso.

Ma sembra nera la pancia dell’Italia. La spedizione punitiva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è la dimostrazione della convinzione che, al fondo, esista la franchigia dell’impunità. Nel cesto delle mele quelle marce sembrano tantissime.

L’impressione è quella che non sia affatto un caso isolato, che queste spedizioni, in forme più o meno associate, siano molteplici. Il sollievo, se possiamo chiamarlo così, è che questa vicenda dimostra agli agenti picchiatori che qualcosa può andare storto per loro. Che non possono sentirsi al sicuro perché, come si è visto, poi qualcuno di loro passerà dei guai. Se vogliamo dire: il lato positivo di questa mattanza è che la mattanza sia stata conosciuta e denunciata.

Quindi dobbiamo ricrederci: la pandemia ci ha migliorati.

La pandemia è appena iniziata e non ci lascerà presto. Ma riconfermo: siamo meglio di prima.

“Sminatori” 5S, restano 2 nodi: sfiducia al leader e ruolo politico di Grillo

Una domenica di lavoro per provare a salvare il Movimento cinque stelle. Il tavolo virtuale è ancora su Zoom, a sedersi sono sempre i sette “saggi” che devono riscrivere lo Statuto e le regole in una forma che sia digeribile sia per il leader Giuseppe Conte che per il fondatore Beppe Grillo. Lavorano limando regole e codici, cercano una soluzione formale per colmare il vuoto enorme, sostanziale, che si era creato tra i duellanti del Movimento.

Una delle consegne assolute per i sette “sminatori” è quella del silenzio: sui risultati del loro lavoro filtra poco. Dopo il disastro dei giorni scorsi c’è un ottimismo di fondo, chissà quanto auto-imposto. Si comunica – come in una seduta automotivazionale – “grande determinazione” e “massima attenzione”. Chissà se basteranno.

Dal lavoro certosino dei sette dovrà vedere la luce l’insieme delle nuove regole, la rinnovata struttura su cui sarà fatto poggiare il “neo Movimento”, come l’aveva battezzato Conte (in una definizione forse non proprio apprezzata dal fondatore): e dunque Statuto, carta dei valori, codice etico.

Il lavoro di messa a punto dello Statuto della discordia dovrebbe essere quasi ultimato: è a “due terzi” secondo quanto filtra da chi ci sta mettendo mano. Se tutto procederà bene, sarà portato a termine entro stasera e potrebbe essere presentato alle due parti già domani.

Se Grillo e Conte lo accetteranno, a quel punto bisognerà indire la votazione degli iscritti, conservando almeno una spolverata di democrazia diretta nello scontro individuale tra le due personalità del Movimento.

Tra i nodi rimasti da sciogliere non c’è il tema dei due mandati. Al contrario di quanto si riteneva, su questo Conte e Grillo sono sostanzialmente d’accordo, o meglio: nessuno dei due è contrario a cambiare questa regola fondativa e lasciarla decidere dalla base del Movimento. Con diverse soluzioni: si potrebbe adottare una deroga al limite dei due mandati per gli eletti “meritevoli” (un po’ come avviene nel Pd) oppure concedere un terzo mandato a chi ne ha già fatti due, ma in un’assemblea elettiva diversa da quella in cui siede. I sette “saggi” in ogni caso non se ne stanno occupando, perché non è su questo tema che Conte e Grillo sono in disaccordo.

I nodi sono essenzialmente due, invece: il primo è la natura del ruolo del “garante”. Grillo chiede una formula che gli riconosca la primazia non solo sui valori del Movimento ma anche sulla “iniziativa politica”. Per Conte sarebbe il realizzarsi della “diarchia” che l’ex premier ha detto chiaramente di non poter accettare: se Grillo assume su di sé anche l’indirizzo politico, al leader cosa rimane?

L’altro punto sensibile riguarda il meccanismo di sfiducia del leader politico. Conte ha già accettato che il suo mandato alla guida dei Cinque stelle possa essere sottoposto al giudizio degli iscritti se il garante o uno degli altri organi direttivi intendesse chiedere una votazione di sfiducia. Ma pretende un meccanismo di riequilibrio, una sorta di “sfiducia costruttiva”: se la base dovesse dare ragione al leader politico contro la proposta di sfiducia, a quel punto a decadere dovrebbe essere l’organo che l’ha promossa.

Su questi aspetti lavorano gli “sminatori”, con la cautela che si richiede alla missione. Tra poco il loro compito sarà terminato, a quel punto toccherà ai due litiganti. Allora si capirà la verità: se Grillo ha bluffato o ha giocato sul serio. E cioè se ha affidato il mandato ai sette (Di Maio, Fico, Crimi, Patuanelli, Crippa, Licheri, Beghin) solo per condividere insieme a loro il naufragio della trattativa e della leadership di Conte (e probabilmente la fine del Movimento cinque stelle), oppure se ha capito di non avere altre carte in mano che affidare i destini della sua creatura all’ex presidente del Consiglio. Il quale è stato chiaro: prenderà la guida del Movimento solo se ci sarà una separazione netta dei ruoli e un controllo della direzione politica autonomo dall’ingombrante carisma del fondatore.

Ma mi faccia il piacere

Il Delinquente della Repubblica. “Berlusconi in campo per il Colle: mi do il 10-15% di possibilità” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 3.7). Se vota tutta la famiglia Mubarak, è fatta.

La Storia siamo loro. “Nessuna alleanza obbligata, vedremo l’evoluzione 5Stelle. Concorrenza di Conte? Se penso alla nostra storia, non ci spaventa” (Irene Tinagli, vicesegretaria Pd, Messaggero, 3.7). La storia di una che stava in Italia Futura con Montezemolo e in Scelta civica con Monti.

Maremma Maiolo. “La macelleria di S.M. Capua Vetere. Travaglio e Bonafede ululavano: mai liberi! Vi stupite dei pestaggi?” (Tiziana Maiolo, Riformista, 2.7). Ora un tribunale dovrà decidere se li abbia picchiati io o se questa poveretta meriti finalmente il sospirato Tso.

Il passo del Merlo. “Nel Paese è cambiato il clima e sta cambiando il passo” (Francesco Merlo, Repubblica, 2.7). Ora c’è quello dell’oca.

Il nuovo Ungaretti. “Posso dire del libro di poesie di Nichi Vendola come se le voci e le carte fossero… passeggere, opinabili. Un libro invece resta, passa di mano in mano e di casa in casa per generazioni… Ecco, lo sguardo di Vendola è limpido. La sua poetica pasoliniana struggente e feroce, la lingua aspra e la consapevolezza, specie nel dolore e nell’errore, piena” (Concita De Gregorio, Repubblica, 2.7). M’illumino d’incenso.

Scappa e spada. “Conte ci ha divisi, sarà difficile ricomporre. Chi esce lasci gli incarichi” (Vincenzo Spadafora, deputato M5S, Correre della sera, 2.7). E chi ha spinto Franco Di Mare alla direzione di Rai3 in quota 5Stelle che fa, resta?

Berdini con la B. “A sinistra rispunta Berdini: ‘Per il Comune di Roma ci sono anch’io’” (Repubblica-cronaca di Roma, 27.6). Mo’ me lo segno.

Il trascinatore di folle. “Appello di Calenda a Letta: ‘Ora basta 5Stelle!’” (Claudia Fusani, Riformista, 2.7). In effetti scambiare un alleato al 16% con uno al 2% è un affarone.

Forza Coerenza. “Forza Francia!” (Radio Padania, Europei 2000). “Forza Germania!” (Radio Padania, Mondiali 2006). “Devo ancora decidere se fare il tifo per il Brasile, l’Argentina, la Germania o la Repubblica Federale Elvetica. Certo non per l’Italia” (Matteo Salvini, Lega Nord, Mondiali 2010). “Andiamo a Monaco cazzo! Andiamo a Monaco! Dai dai dai dai dai! Sì sì sì sì sì!” (Matteo Salvini, Lega, con la maglia della Nazionale, Instagram, 26.6). Dopo numerosi tentativi, deve avere appena ottenuto la cittadinanza.

Apparizioni. “Il Capitano e il voto nelle città: ‘Sul candidato di Milano ci tocca andare a Lourdes’” (Stampa, 3.7). A Medjugorje non lo fanno più entrare.

Riza Psicosomara. “Il reddito grillino atrofizza il cervello” (Raffaele Morelli, psichiatra, Libero, 28.6). Lui comunque non rischia nulla.

Descamisados. “Non me lo vedo Conte a capo dei descamisados che leggono il Fatto di Travaglio” (Paolo Mieli, Giornale, 29.6). Uahahahahah.

Un sincero democratico. “Io consegnerei anche nella prossima legislatura le chiavi di Palazzo Chigi a Draghi o al premier draghiano che verrà dopo di lui” (Mieli, ibidem). Giusto: aboliamo le elezioni.

L’ideona. “Un solo modo per impedire questi orrori: abolire il carcere” (Piero Sansonetti, Riformista, 29.6). Da oggi svaligiare casa Sansonetti asenza passare dal carcere si può. Diamoci da fare.

Uffa, altro sondaggio sbagliato. “Michetti svetta su tutti. Gualtieri incalza Raggi. La sindaca al 23,5%, l’ex ministro del Pd al 23, 1, che però vincerebbe il ballottaggio con chiunque” (Repubblica- cronaca di Roma, 2.7). È il loro modo per dire che Gualtieri è terzo dietro Michetti e la Raggi, però basta abolire il primo turno e diventa primo.

A grande richiesta. “Lo ‘Spelacchio’ in piazza del Fico pericolante sulle teste dei passanti” (Repubblica, cronaca di Roma, 29.6). Se ne sentiva giusto la mancanza: quando la Raggi rischia di non perdere, non si butta via niente. Uno Spelacchio è per sempre.

L’autorecensione. “’Libro Aperto’, la rivista di cultura politica diretta da Antonio Patuelli, dedica il supplemento al numero 105 (‘Luigi Einaudi 1961-2021’, pagg. 320, euro 20) a questa nobile esistenza… Oltre ai nomi già citati, il volume si avvale degli interventi… di chi scrive questa rubrica” (Stefano Folli, Robinson-Repubblica, 3.7). Povero Folli: non c’era nessuno che volesse recensirlo e allora si è recensito da solo. Alla fine l’oste ha garantito che il vino era buono.

La mano morta. “Darò una mano sul ddl Zan” (Matteo Renzi, segretario Iv, Giornale, 2.7). Quindi salutiamo il ddl Zan: una prece.

Ottimo e abbondante. “Ma adesso ci serve solo debito buono” (Mario Draghi, Stampa, 2.7). Dicesi debito buono quello che fa lui. Dicesi debito cattivo quello che fanno gli altri.

Il titolo della settimana/1. “Libero pubblica le proposte di Orbàn. Gli altri giornali no” (Libero, 3.7). Sono soddisfazioni.

Il titolo della settimana/2. “Referendum Radicali, Lega e Forza Italia, è già record di firme. Dopo l’Udc, c’è il sì dei Riformisti” (Verità, 3.7). Solo non si vedono i due liocorni.

Teuns vince la tappa, ma la maglia gialla va al fenomeno Pogacar. E Nibali prende 21 minuti

Mentre il calcio la fa da padrone delle cronache e delle passioni, il ventiduenne fuoriclasse sloveno Tadej Pogacar s’impadronisce del Tour de France che aveva vinto a sorpresa lo scorso autunno, in extremis, battendo il connazionale Primoz Roglic in un memorabile testa a testa contro il tempo. È successo ieri, in un pomeriggio brumoso, umido e freddo, sulle prime vere salite di questa edizione della Grande Boucle: con una perentoria azione, il ragazzino terribile del ciclismo mondiale si è preso la maglia gialla e ha terremotato la classifica generale, infliggendo distacchi che sono abissi. Impresa d’altri tempi, dopo una settimana avvelenata dalle polemiche per la scarsa sicurezza e la pericolosità di certi tracciati non degni di un Tour, tant’è che gran parte dei favoriti sono stati decimati dagli incidenti e che il duello auspicato dagli organizzatori e dai tifosi delle due ruote è stato sabotato proprio dalle cadute a raffica. Qualcuno, come Caleb Ewan, è finito in ospedale con la clavicola rotta. Altri, come Chris Froome, Geraint Thomas e lo stesso Roglic, sono usciti pesantemente malconci dai ruzzoloni. Sono ancora in sella, ma fuori classifica. Un Tour killer e un Pogacar ancor più killer fanno dire che tutto sia cominciato ieri e tutto, purtroppo, sia già finito ieri.

Almeno, questa l’apparenza. Perché Pogacar è arrivato al traguardo di Le Grand-Bonnard stremato, come mai lo si era visto prima (aveva vinto la quinta tappa a cronometro con irrisoria facilità): oggi vedremo se il suo furibondo inseguimento in salita ha lasciato tracce e tossine. Perché quello che ha fatto ha sbalordito: sia per l’intensità del colpo di pedale, sia per la resistenza. In quindici chilometri ha raggiunto e superato una dozzina di corridori che lo precedevano, stava riprendendo Teuns che aveva scollinato a La Colombière una ventina di secondi prima. Poi, saggiamente, ha preferito evitare rischi inutili nell’ultima, lunga discesa sino al traguardo. Tanto, lo scopo prefissato l’aveva raggiunto. Il primato. Il potere. Il rispetto. Dato dall’impietosa classifica. Wout Van Aert, che gli era davanti di 3’10”, staccato di 1’48”. Richard Carapaz, il più temibile dei rivali superstiti, ammirevole per aver tentato di resistere allo scatenato sloveno (ci è riuscito per due minuti), a 5’01”. Gli altri, in fondo al pozzo. Vincenzo Nibali ci aveva illuso venerdì, quando era risalito al sesto posto in classifica. Ieri è precipitato. È arrivato al traguardo con 21’47” di ritardo da Teuns.

Attaccando da lontano, Pogacar ha annichilito il gruppo, con la prepotenza del giovane Merckx. Va forte in salita. Molto forte a crono. È veloce allo sprint. È un corridore di imperfetta perfezione. La sua voglia di vincere è rabbiosa, come quella di Insigne che ha segnato il gol al Belgio, sublime gesto tecnico. Nell’ascensione all’esigente Col de Romme (8,8 km all’8,9%) in cui ha gestito la squadra (Uae) ha voluto far capire che è un leader, non un campione per caso. E nella sua strategia per ora dominante, c’è un pizzico d’Italietta del pedale – i corridori nostrani al Tour sono appena nove. Il veronese Davide Formolo (è di Negrar, patria del Valpolicella) alzando il ritmo dell’arrampicata, ha preparato il terreno per il blitz del suo capitano. Piccole soddisfazioni. Certo, non quelle che in queste ore offre la Squadra Azzurra.

Ora Mancini è il pontefice coi suoi undici predatori

E adesso? Primo nella classifica Fifa, terzo agli ultimi Mondiali, il Belgio è lo scalpo che mancava per dare lustro alle ambizioni, ai safari. Cade, con il successo di Monaco, il muro di un’Italia grande con i piccoli e boh con i grandi. Cade e cambia tutto: 32 partite utili, 13 vittorie consecutive, le cifre che sin qui porgevamo agli ospiti con il timore di sembrare gradassi, oggi sono gli ospiti stessi a invidiarcele, a esaltarle. La leçon d’italien spara L’Equipe: e i francesi, si sa, pagherebbero pur di canzonarci. Immagino, a Londra, le piroette di Gary Lineker, centravanti di straordinario fair play e, oggi, Torquemada social che vomita slogan di puerile sarcasmo.

È la nazionale-famiglia che si inginocchia ai diritti e non si inchina agli avversari. Il grave infortunio di Leonardo Spinazzola è l’unica nuvola di rabbia che sporca l’azzurro dei sogni. Rottura del tendine d’Achille. Tremendo. Le lacrime della notte avevano anticipato e scandito la vastità del dramma. Il destino lo bracca da troppi agguati. È un pirata fragile e coraggioso, Leonardo. Lo era stato anche con i belgi, gli dobbiamo la “parata” più prodigiosa, più preziosa: su Romelu Lukaku, in mischia. Hombre di un sacco di corride, lascia un vuoto poetico. A Emerson Palmieri spetta un’eredità non lieve, ancorché suggestiva. Roberto Mancini è il pontefice massimo. Il Belgio, lo abbiamo battuto con il gioco, con la velocità, un tocco e via. In passato, eravamo noi a sbandierare il contropiede e farne un feticcio. Ora sono gli altri: è difficile tradurre una squadra come la nostra che, senza aver inventato nulla, dà sempre l’idea di essere padrona della rotta, persino nelle turbolenze che la investono. In sede di pronostico, l’avevo collocata fra i quarti e le semifinali. Avanti popolo. Ci attende una Spagna che la Svizzera, in dieci, ha costretto ai rigori. Spagna che addormenta i rivali con il rischio di addormentare se stessa: come nella ripresa di San Pietroburgo. Martedì a Wembley, ore 21: d’improvviso, i favoriti al titolo siamo noi. E per meriti acclarati, non certo per spocchia. Al netto della caviglia di Kevin De Bruyne e dell’assenza di Eden Hazard, tracce generose.

La Spagna di Luis Enrique, di Sergio Busquets, di Alvaro Morata. Non più lo squadrone che, fra il 2008 e il 2012, si prese due Europei e un Mondiale. Non più l’armata che rase al suolo l’Italia di Cesare Prandelli nella finale di Kiev, 4-0, con Iker Casillas, il portiere capitano, a pregare l’arbitro di limare il recupero: rispetto, rispetto. E nemmeno la copia sbiadita che nel 2016, al crepuscolo degli dei, venne matata dai descamisados di Antonio Conte, 2-0, con i pugnali di Giorgio Chiellini e Graziano Pellé. Chiellini, proprio lui che, a 36 anni, ha disarmato Lukaku rinunciando alle becere torture che spesso sfoggia in campionato. L’enfasi gongola, si chiede alla nazione di allinearsi alla nazionale, e non viceversa. Lorenzo Insigne si gode un gol che, per scelta ed esecuzione, lega la barba delle lavagne alla scapigliatura del calcio di strada. Mancini conosce bene questo genere di predatori: fu tenore e direttore d’orchestra attratto dal mistero della bellezza, nemico giurato dell’ordine costituito. Ciro Immobile è stato egoista, e dovrebbe imparare a cadere con sobrietà, non così di sasso, alla Juan Cuadrado. Lo salva il vangelo: scagli la prima pietra chi è senza peccato (e non, eventualmente, chi ne ha commessi di meno). E occhio ai poveri di spirito: l’epilogo avrà luogo a Wembley la sera dell’11 luglio, data che evoca l’11 luglio 1982, Italia-Germania Ovest 3-1, il Mundial del Bernabeu fra rancori e tricolori. Un amarcord che agita i cuori, non solo l’archivio.

Sinner rinuncia, Barazzutti: “Scelta sbagliata”

“Non ho giocato il mio miglior tennis durante gli ultimi tornei e devo concentrarmi sulla mia crescita”. È questa la spiegazione che Jannick Sinner, promessa del tennis italiano uscito al primo turno al torneo di Wimbledon, avanza per dire che non andrà alle Olimpiadi di Tokyo in programma dal 23 luglio. “Decisione sofferta”, afferma.

Una spiegazione che non è piaciuta a uno dei volti simbolo del tennis italiano. Corrado Barazzutti, ex capitano di Davis, affonda: “Fa impressione vedere Djokovic a 34 anni entusiasta di partecipare alle Olimpiadi. Dispiace vedere Jannik Sinner, 20 anni, mortificare la più alta competizione mondiale come valori. Alla quale nessun atleta senza problemi fisici rinuncerebbe per niente al mondo. Soprattutto alla prima partecipazione. Sinner ha già rinunciato due volte alla Coppa Davis. Evidentemente se non si crede in certi valori, se non valgono certi principi, tutto sommato meglio stare a casa. Peccato per Jannik, mai fu fatta scelta più sbagliata”.

Chiedi chi erano gli yuppies

Quando “dentista” equivaleva a denaro contanti. Quando il cellulare era meno di una rarità. Quando l’orologio sul polsino della camicia chiamava subito la erre moscia. Quando il successo andava esibito, da bere con modalità sfrontate, con parametri certi da rispettare.

Quando tutto questo voleva dire Yuppies.

E chi li ha inquadrati, o immortalati sullo schermo, sono i fratelli Vanzina, con un film del 1986, ormai diventato cult (“pensare che non lo rivedo mai”, spiega Enrico), e soprattutto con una sorprendente fotografia su come eravamo e qualche risposta a come siamo diventati; talmente sorprendente da portare il produttore, De Laurentiis, a girare il seguito appena sei mesi dopo, nonostante il no dei Vanzina (“non amavamo i sequel”).

Sono 35 anni.

Di quel film me ne parlano molto, arrivano perenni stimoli, con i protagonisti della pellicola che attraverso i social ricevono pressioni per riportare sullo schermo gli stessi personaggi. “Siamo vecchi”, rispondono. “È uguale, vogliamo sapere cosa sono diventati gli yuppies”.

Ha inquadrato una generazione.

La perenne nostalgia degli Ottanta un po’ mi devasta, mi rende la vita complicata: sono diventato una specie di cantore, e siccome sono scomparsi quasi tutti, tocca quasi solo a me.

Nel film Greggio a un certo punto sorride alla Clery: “Se fossero tutte come lei, minimo non esisterebbero i gay”. Oggi sarebbe una battuta bollata.

Se uno andasse a rivedere con questa chiave le pellicole dal ’48 in poi, in molti farebbero la fine di Giordano Bruno; attenzione: è una battuta che suona orribile, e oggi non l’avrei neanche pensata, ma il personaggio di un film non è portatore di verità, magari è un cretino che esprime una cazzata.

Gianni Agnelli osannato.

Con lui ho costruito un rapporto particolare, anche per ragioni calcistiche: si divertiva con i nostri film e aveva iniziato a invitarmi a Torino in occasione di Juventus-Roma. Mi portava allo stadio in elicottero e in quelle fasi assistevo alla “vita secondo Agnelli”.

Lo avete citato spesso.

Lui felice, gli piaceva una scena di Eccezzziunale veramente, quando Diego (Abatantuono), nei panni del terroncello tifoso bianconero, sosteneva di essere pronto a prestargli i soldi per acquistare Maradona; (ci pensa) l’avvocato era anticonformista, un modo per sentirsi vicino al popolo, per tramutarsi in simbolo.

Nel film non mancano i riferimenti a Berlusconi.

Ho assistito a qualche telefonata tra loro, uno chiedeva come va la Standa, l’altro si informava della Rinascente e magari domandava quanti panettoni pensava di vendere per Natale.

Due bottegai.

Era da ridere (Vanzina imita Agnelli alla perfezione).

Gli yuppies, oggi.

Di recente ho preso un treno Milano-Roma, lì sopra ne ho visti tantissimi, ma con una differenza: adesso si definiscono “creativi” e non vogliono risultare condizionati da mode o simboli, puntano a condizionare, all’unicità, vogliono determinare il proprio destino.

Allora si viveva di simboli “comuni”.

E in Yuppies il product placement (inserimento di prodotti commerciali) ha avuto un ruolo non scontato: per la Y10 (guidata ed esaltata dal personaggio di Greggio) ho presenziato a setto-otto incontri, micidiali, con il capo della comunicazione Fiat. L’auto doveva apparire di moda, sicura: De Laurentiis incassò molti soldi.

Non solo la Y10.

Per Diego Della Valle e la Tod’s fu l’inizio del successo.

Jerry Calà il testimonial.

Le scene non erano concordate come per la Fiat; fino a quel momento la comunicazione di Della Valle era molto interessante. Non pubblicizzava attraverso le foto, i poster, la classica cartellonistica, ma utilizzava editoriali, ad esempio: “Ieri l’avvocato Agnelli è andato in barca a vela e come al solito indossava delle Tod’s”.

Piace alla gente che piace.

Io e mio fratello eravamo amici di Della Valle, così decidemmo di iniziare Yuppies con Jerry che apriva un armadio e mostrava soltanto Tod’s. Non solo: per lanciare il film, andiamo ospiti in trasmissione da Pippo Baudo e va in onda proprio quella scena. Da lì, me lo ha confermato Diego, ci fu il boom della sua azienda.

Jerry Calà ha compiuto 70 anni.

Mica invecchio solo io (sorride). Però è rimasto con lo spirito del tempo; (pausa) non è mai stato uno yuppie, era ed è una persona semplice, senza l’atteggiamento da rampante, piuttosto da ragazzo di provincia che suona nelle balere.

Invece Greggio.

Lui sì e lo ha cavalcato: da sempre veste in un certo modo, è diventato un imprenditore, e poi è un uomo molto intelligente e colto; (sorride) ormai anche Boldi sembra tramutato in una specie di commendatore e Christian (De Sica) è cambiato; (ci ripensa) Jerry ha sofferto tantissimo per quel film.

Come mai?

In partenza era la punta di diamante, all’apice della carriera, ma non aveva la parte più divertente, mentre Boldi e De Sica si sono tramutati in una coppia artistica. Insomma, da quella pellicola, De Laurentiis puntò sul duo e non più su Jerry.

Per Neri Parenti girare con De Sica è semplice.

È il più grande professionista, è una macchina da guerra, con un’impostazione da attore statunitense: arriva sul set preparato, impeccabile.

I critici stroncarono il film, venne definito “imbarazzante” o “tra i più nocivi del decennio”.

In sala non era imbarazzante, gli incassi non sono stati imbarazzanti, i passaggi televisivi non sono imbarazzanti. Conta il tempo…

Questo pragmatismo lo ha imparato con gli anni?

Ormai siamo di culto, ed è la fregatura più grande, perché nascono teorie, si assegnano significati che non esistono, ricostruzioni assurde.

In Yuppies c’è una categoria oramai rara: i caratteristi. Come Guido Nicheli.

Mito assoluto, conosciuto grazie ai Gatti di Vicolo Miracoli; è stato l’eroe di Sapore di mare, di Vacanze di Natale o della serie I Ragazzi della 3ª C. Hanno scritto libri su di lui.

Icona.

Davvero straordinario: sul set seguiva le nostre indicazioni e riusciva sempre ad aggiungere del suo. Poi nel cast ci sono pure i bravissimi Ugo Bologna e Valeria D’Obici (ci pensa): io e mio fratello Carlo veniamo da una famiglia che ha sempre considerato i caratteristi fondamentali per costruire un buon film (suo padre è Steno).

Perché sono scomparsi?

Gli attori di maggior talento hanno deciso di diventare registi e sceneggiatori e hanno girato pellicole autoreferenziali, con un protagonista che dall’inizio alla fine parla. Carlo Verdone è l’unico a essersi differenziato.

Si è perso molto.

Non ci si rende conto che Tina Pica è la forza di Pane e amore, Tiberio Murgia de I soliti ignoti, Giacomo Furia magistrale ne La banda degli onesti; mio padre ha inventato Carlo Delle Piane in Guardie e ladri e in Un americano a Roma o Turi Pandolfini in Un giorno in pretura, stupendo accanto a De Filippo.

La lista è lunga.

Quando abbiamo girato Febbre da cavallo, papà ha azzeccato due ruoli chiave: quelli di Mario Carotenuto e Adolfo Celi; noi negli anni Ottanta, quando abbiamo iniziato ad avere successo, non avevamo mai a disposizione i big come Verdone o Troisi, non avevamo un mattatore alla Gassman, così ci siamo inventati dei caratteristi che poi sono diventati protagonisti.

Guido Nicheli quanto era simile al suo personaggio?

Era esattamente così; (ride) era sposato o conviveva, non ricordo bene, ma a un certo punto decise di andarsene di casa, quindi preparò la valigia, mise il guinzaglio al cane e, sulla porta, mentre la sua ex ormai guardava la televisione, sparò una di quelle frasi mitologiche: “Cambio cavallo”.

Boldi e De Sica.

Mentre scrivevamo la sceneggiatura abbiamo capito la loro forza, la magia della contrapposizione, però il potenziale di Christian era già chiaro; Massimo lo conoscevamo meno, ma è una forza.

Nella sua classifica dove inserisce Yuppies?

Forse al decimo posto.

Così giù?

Il primo è Il cielo in una stanza con Elio Germano all’esordio; poi Sapore di mare, film che anche io ho scoperto e capito con il tempo, terzo Vacanze di Natale (pausa).

E Le finte bionde

È stato il mio primo libro edito da Mondadori, non volevo girarci il film, ma Carlo ha insistito: al botteghino è stato una catastrofe. Ora per i gay è un cult. Ultimamente l’ho rivisto ed è esattamente ciò che accade oggi: la fotografia di una borghesia arricchita tutta votata all’apparire.

Di solito per i personaggi vi ispirate al vostro mondo. Poi gli “amici” si riconoscono?

Mai. E il perché me lo spiegò Villaggio mentre giravamo Io no spik inglish: secondo lui Fantozzi era diventato tale perché in platea c’era il vero Fantozzi, si rivedeva, ma allo stesso tempo era convinto che fosse quello accanto a lui.

Un rimpianto?

In certi film la nostra intenzione era di criticare la società, di riderci sopra, e invece ci hanno catalogato come i cantori dei personaggi: su questo ancora oggi divento pazzo.

Di quel gruppo di attori a chi è più legato?

A Ezio Greggio, è un amico e poi è lui che ha dato la patente di autenticità a Yuppies. Lui era Yuppies.

La sua colonna sonora degli anni Ottanta.

Per ragioni sentimentali è questa (si siede al pianoforte, cambia espressione e inizia a suonare “I like Chopin”). Perché penso a mio fratello…

 

Charlot disperato per amore? Passa tutto con un cocktail

Continuiamo l’esplorazione del territorio comico andando al cinema. Danno un film di fantascienza girato due anni fa e rimandato causa Covid. Anche le riprese furono travagliate. Il primo giorno, la protagonista girò la scena in cui per fuggire dagli alieni doveva gettarsi in mezzo a una palude piena di topi. Il secondo giorno, la scena in cui saltava da una rupe coi vestiti in fiamme e finiva dentro una vasca biologica colma di escrementi. Il terzo giorno, la scena in cui nuotava dentro i visceri gelatinosi di un enorme verme giallastro brulicante di bisce. Il quarto giorno i suoi stivali restarono agganciati a un camioncino che la trascinò per 2 km prima di accorgersene. Il quinto giorno, distrutta, l’attrice zoppicò fino agli uffici di produzione e domandò: “Scusate. Chi mi devo scopare per smettere di fare questo film?”

I CODICI CINEMATOGRAFICI

Il linguaggio del cinema è dotato di una grammatica secondo la quale i segmenti di un film possono essere organizzati in vari modi: 1) il piano singolo, come il piano-sequenza; 2) il sintagma parallelo (l’accostamento simbolico di due scene); 3) il sintagma a graffa (accostamento di brevi scene come campionario di un medesimo tipo di realtà; 4) il sintagma descrittivo (inquadrature di vari aspetti di una scena); 5) il sintagma alternato (scene simultanee mostrate alternativamente, come nella scena del battesimo ne Il Padrino: shorturl.at/oCGJN); 6) la scena, composta anche da più piani in continuità narrativa; 7) la sequenza di episodi, a mostrare il cambiamento di una situazione nel tempo; 8) la sequenza di scene che raccontano la storia (Metz, 1971). Un film funziona in base a codici diversi: tecnologici (supporto, scorrimento della pellicola, caratteristiche dello schermo); visivi (aspetti iconici e fotografici, movimenti); grafici (titoli, sottotitoli, didascalie &c.); sonori (voce, rumori, musica; e il loro rapporto con l’immagine: suoni in, off, over); sintattici (montaggi per identità, analogia/contrasto, prossimità, transitività, accostamento) (Casetti & Di Chio, 1990).

LE GAG CINEMATOGRAFICHE

Le gag del cinema sono metabole della narrazione, della grammatica e dei codici filmici.

GAG SULLA FORMA DELL’ESPRESSIONE

Sono scarti divertenti sulla forma della narrazione (durata, direzione temporale, determinismo causale, localizzazione spaziale, punto di vista), sulla grammatica (organizzazione dei segmenti) e sui codici filmici (tecnologici, visivi, sonori, sintattici). Vediamone alcuni esempi.

Durata

Sottrazione: l’accelerazione nelle comiche di Mack Sennett. Aggiunzione: lo sguardo verso il pubblico (camera-look) di Oliver Hardy.

Direzione temporale

Sottrazione: la scena classica in cui un personaggio dice che non farà una cosa mai e poi mai, seguita dalla scena in cui la fa. Aggiunzione: la pedanteria di Fulvio Zoccano in Bianco, rosso e Verdone. Sostituzione: la metafora cinematografica, per esempio la sequenza con statue di tre leoni (vigile, rampante, abbacchiato) che allude alle fasi dell’atto sessuale in Amore e morte di Woody Allen. Permutazione: inversione cronologica, come nella gag del garage in Vogliamoci troppo bene di Francesco Salvi (shorturl.at/oIJP7, a 12’55”); variazione (in Io e Annie, Woody Allen ripete la stessa scena con due donne diverse e con esiti diversi, la prima volta nella realtà, la seconda in teatro); variazione + alternanza (in Io e Annie, Allen e Diane Keaton in split-screen dall’analista rispondono alle stesse domande in modo opposto, prima l’uno poi l’altra).

Determinismo causale

Sottrazione: è alla base di tutte le gag che sfruttano stereotipi (“Un taxi cappotta a Glasgow. Venti morti.”). Aggiunzione: una stessa eziologia definita in venti modi diversi in Médecin malgré lui di Molière. Sostituzione: la gag dell’orchestrina nel night di Vogliamoci troppo bene (shorturl.at/oIJP7, a 53’07”).

Localizzazione spaziale

Sottrazione: i primissimi piani grotteschi nei film di Leone e Scola. Aggiunzione: il campo lungo per mostrare simultaneità fra azioni (in Keaton: shorturl.at/efwKV a 3’42”; in Jerry Lewis con moltiplicazione del personaggio: shorturl.at/aisBP a 6’42”). Sostituzione: la gag dove Keaton pare un carcerato dietro le sbarre, ma quando l’inquadratura si allarga scopriamo che è dietro al cancello dell’amata.

Punto di vista

Sottrazione: Charlot sembra piangere dopo la lettura della lettera d’addio della sua donna; ma, quando si gira, vediamo che sta agitando felice uno shaker da cocktail. Aggiunzione: gli a parte, da Plauto al Michael Caine di Alfie; i commenti dell’autore, anche col narratore in scena, come Woody Allen in Io e Annie: bit.ly/3w8miT7; il giudizio dell’autore famoso, come in questa gag con McLuhan: bit.ly/3dpPizs; la didascalia che rivela il pensiero dei personaggi: bit.ly/3quYiIU; l’autore in scena, come Tadeusz Kantor ne La classe morta: bit.ly/3A66tjc. Sostituzione: le versioni diverse di uno stesso fatto in Rashomon di Kurosawa. Il finale cambiato nella parodia di Pangallo sullo spot dell’amaro Montenegro: bit.ly/3jnNzyj.

Grammatica

La metafora cinematografica (per esempio il treno che si infila in galleria nella scena finale di Intrigo internazionale: bit.ly/3xY2K5w).

Codici del montaggio (taglio, dissolvenza incrociata, flashback, suddivisione in episodi)

Sottrazione: la dissolvenza incrociata che allude per ellissi a scene intime in Lubitsch. Il montatore geloso taglia la scena in modo che Maccio Capatonda non scopi l’attrice avvenente: bit.ly/2Ua3FRt, a 0.43”. Aggiunzione: il montatore geloso impedisce a Maccio di raggiungerlo facendo un loop del suo ingresso: bit.ly/2Ua3FRt, a 1’38”. La parodia del flashback con Pangallo che anticipa alla vittima la sua morte in una scena futura: bit.ly/2U8xGRW, a 3’48”. Sostituzione mancata: la dissolvenza a chiudere/aprire che resta sulla stessa scena (un’altra gag nella serie sull’investigatore Palombo di Riccardo Pangallo, L’araba fenice, Italia 1, 1988). Sostituzione: Pangallo e Sarcinelli, invece di andare sul luogo del delitto, si siedono e attendono che la dissolvenza li porti là: bit.ly/2U8xGRW, a 0.58”.

(62. Continua)

Il virus “spinge” il blocco Cdu-Csu

La maggior parte dei tedeschi vuole stabilità e continuità per essere certa che l’autunno non riservi brutte sorprese a causa soprattutto della variante Delta del Coronavirus. Per questo, a meno di cento giorni dalle elezioni parlamentari tedesche, il 26 settembre, i sondaggi mostrano una netta risalita fino alla prima posizione dei cristiani conservatori della Cdu, che assieme ai gemelli bavaresi della Csu rimarrebbero così alla guida dell’esecutivo. Ma il partner di minoranza della nuova coalizione non sarebbero più i socialdemocratici della Spd bensì i Verdi. Al posto di Angela Merkel – che lascia la vita politica dopo 16 anni di cancellierato – dovrebbe venire nominato il suo fedelissimo, Armin Laschet, diventato quest’anno segretario della Cdu. Dato che i tedeschi non votano direttamente il capo del governo, viene infatti nominato Cancelliere il candidato di punta del partito più forte. L’indice di popolarità più alto tra i candidati cancellieri ce l’ha però il socialdemocratico Olaf Scholz: 29% contro il 28% di Laschet. L’esito dell’ultimo sondaggio Infratest-dimap fa emergere che il caldo estivo non sta rassicurando i tedeschi circa la pandemia. La variante Delta rappresenta già il 50% di tutte le infezioni e anche coloro che sono stati vaccinati con doppia dose devono affrontare nuove restrizioni: chi torna in Germania dal Regno Unito, Portogallo e dalla Russia deve mettersi in quarantena per due settimane. Il destino dei bambini è la preoccupazione più forte. Ci si domanda se le scuole riapriranno dopo la pausa estiva. Per quanto riguarda le percentuali rilevate dal sondaggio, il blocco cristiano-conservatore otterrebbe il 28% dei voti, in calo rispetto al 33% delle ultime elezioni del 2017, ma comunque in ascesa rispetto a tre mesi fa. Il partito dei Verdi, che per breve tempo lo scorso aprile è stato in testa ai sondaggi, si attesterebbe al secondo posto con il 20%. I socialdemocratici, attualmente al governo come partner junior del blocco conservatore, otterrebbero il terzo posto con il 15%. Se venisse confermata alle urne, sarebbe il peggior risultato della Spd dal dopoguerra. Va sottolineato che i sovranisti di estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD), che è attualmente il più grande partito di opposizione nel parlamento tedesco, perderebbero consensi rispetto al 2017 fermandosi all’11%, stesso risultato del partito Free Democrats (Fdp), che ha visto aumentare il sostegno negli ultimi mesi. Il partito La Sinistra, infine, riuscirebbe a malapena a superare la soglia di sbarramento del 5%.