Armi, 5S e Lega: “Il Parlamento ora deve sapere”

Mentre i primi aerei militari italiani atterrano allo scalo polacco di Rzeszow Jasionka per portare rifornimenti, il governo italiano resta opaco sull’invio delle armi all’esercito ucraino. La lista degli armamenti si trova in un decreto interministeriale firmato martedì sera, ma il contenuto è stato secretato dal ministero della Difesa. Non sarà reso pubblico, a differenza di molti altri Paesi europei e della Nato, né adesso né nelle prossime settimane. Motivo: “Non dare vantaggi competitivi all’esercito russo” ha spiegato giovedì sera il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè. Un silenzio – sia sulla lista degli armamenti che sulla relativa spesa – che però sta creando malumori nella maggioranza: Lega e M5S, oltre all’opposizione di FdI, stanno chiedendo a gran voce al ministro Lorenzo Guerini di rendere nota la lista delle armi al Parlamento. Magari anche con una audizione secretata delle commissioni Esteri e Difesa. Ma da quell’orecchio l’esecutivo sembra non sentirci.

Il governo ritiene di aver fatto tutti i passaggi necessari per informare le Camere. Ieri, infatti, dopo l’articolo del Fatto in cui si dava conto della mancata trasparenza, il presidente del Copasir Adolfo Urso – esponente di Fratelli d’Italia – ha dichiarato che mercoledì, in audizione al comitato, Guerini “ha informato tempestivamente e in modo esauriente il Copasir, fornendo anche l’elenco del materiale destinato alla Ucraina, i tempi e le modalità di consegna”. Sull’audizione di Guerini, in realtà, ci sono versioni contrastanti: alcune fonti parlano di una versione “generica” sugli armamenti e che la lista è stata solo depositata; altre invece spiegano che Guerini “ha letto la lista nel dettaglio”. In ogni caso, l’elenco è stato messo a disposizione del comitato che, come precisato ieri da Urso, ha approvato all’unanimità “le modalità di secretazione”. Per questo nelle ultime ore stanno crescendo le proteste nella maggioranza sul fatto che il Parlamento sia stato estromesso dall’esecutivo. I componenti del Copasir, dieci in tutto, infatti sono obbligati alla riservatezza e quindi non possono comunicare le informazioni ai propri colleghi. Così il resto del Parlamento non potrà sapere nulla. Oltre a Salvatore Deidda di FdI, a chiedere trasparenza è stato Roberto Paolo Ferrari, capogruppo in commissione Difesa della Lega, ma anche Gianluca Ferrara, capogruppo in commissione Esteri del M5S: “Il governo deve fare chiarezza in Parlamento su quali armi sono state mandate – spiega – non stiamo chiedendo quale rotta fanno, non mettiamo in pericolo niente: ma visto che sono stati spesi soldi dei contribuenti italiani, dovremmo saperlo”. Ferrara presenterà un ordine del giorno chiedendo al governo di riferire in aula.

Ed è nel confronto con gli altri Paesi dell’Ue e della Nato che l’Italia pecca in trasparenza: fonti di governo fanno sapere che la decisione di rendere top secret le informazioni sulle armi è stata presa d’accordo con Francia, Germania e Uk. Peccato che i tedeschi abbiano annunciato l’elenco con un comunicato del ministro della Difesa, l’omologo britannico lo ha fatto pubblicamente. Diverso il discorso per la Francia che preferisce non rivelare quali armi sono state inviate. A comunicare la lista però sono anche altri Paesi Ue, della Nato o neutrali come Usa, Belgio, Romania, Portogallo, Slovenia, Norvegia e Finlandia. L’Italia no. Tant’è che la rivista specializzata Analisi Difesa lo ha spiegato: “L’Italia sembra essere l’unica nazione tra quelle che appartengono a Ue e Nato a coprire col segreto le forniture militari di ‘armi letali’ all’Ucraina che tutte le altre nazioni hanno finora rivelato pubblicamente nei numeri e nella tipologia di armamenti”.

Spese militari: fino a 10 mld in più entro il 2027

In questi giorni lo ha ribadito più volte. “Il contesto attuale ci impone di fare di più, non solo sul piano finanziario, ma anche sull’aggiornamento dello strumento militare. Ci deve essere in Italia una crescita della spesa per la difesa”: è il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, intervistato da Metropolis – la striscia web condotta da Gerardo Greco sui siti del gruppo Gedi – e poi ripreso dai quotidiani di famiglia, ad affrontare la questione dell’aumento delle spese militari. Una questione divenuta di nuovo centrale, ma che rappresenta, per dirla col ministro, “un nodo più politico che tecnico-militare”. Guerini è considerato, dai maliziosi, il ministro più “filo Nato” tra tutti. E non ha fatto mistero – lo abbiamo raccontato in questi giorni sul Fatto con Salvatore Cannavò – di voler rilanciare un aumento delle spese militari, già cresciute significativamente da quando il dem è ministro, ovvero dal settembre 2019. “Oltre tre miliardi e mezzo in più: siamo all’1,4% del Pil. Si tratta ora di fare più investimenti per presidiare un pezzo della nostra sovranità nazionale tecnologica”, ha detto alla Stampa. Ma un robusto aumento delle spese militari dell’Italia è già allo studio del ministero dell’Economia, come il Fatto può rivelare.

L’obiettivo del governo è aumentare gradualmente il budget complessivo fino a 10 miliardi di euro in più all’anno, rispetto ai 30,4 miliardi che sono le spese complessive per la difesa previste per il 2022 dal bilancio dello Stato (attraverso i capitoli di spesa dei tre dicasteri: Difesa, Mise e Mef). Se le verifiche saranno positive, l’incremento verrà inserito nella legge di Bilancio per l’anno prossimo e, se lo stanziamento sarà approvato dal Parlamento, scatterà a partire dal 2023, per gradi. Fino ad arrivare a una spesa totale annua tra i 38 e 40 miliardi entro la fine della prossima legislatura, nel 2027-2028.

Fonti della Difesa, precisano: “Al momento non ci sono ancora elementi della prossima legge di bilancio e parlare di cifre oggi è prematuro. Ma da quando Lorenzo Guerini è ministro abbiamo realizzato un graduale aumento dei fondi, sia sul lato del bilancio ordinario sia sul lato investimento. Si continuerà con questo adeguamento graduale”.

Alleanza atlantica: moniti

Dopo che la Germania, domenica scorsa, in seguito alla guerra della Russia contro l’Ucraina ha annunciato che alzerà le spese per la difesa sopra il 2% del Pil nei prossimi anni, e che farà una spesa aggiuntiva “una tantum” di 100 miliardi per modernizzare le forze armate, anche il governo Draghi ha l’intenzione di premere l’acceleratore. L’obiettivo è raggiungere il livello di spesa per la difesa che richiede la Nato, cioè il 2% del Prodotto interno lordo (Pil). Questa soglia è è stata fissata in un vertice di capi Nato di capi di Stato e di governo in Galles, nel settembre del 2014, come impegno da raggiungere entro il 2024. Washington si lamenta da tempo, sostenendo che molti alleati europei – Italia compresa – sottovalutino gli impegni del “burden sharing”, cioè la condivisione dell’onere ad aumentare la spesa militare per rafforzare la protezione comune.

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dalla Nato, con dati riferiti a una stima sul 2021 (vedi tabella, ndr), solo dieci dei trenta Paesi aderenti spendono almeno il 2% del Pil per la difesa. In testa c’è a sorpresa la Grecia con il 3,82% (nel 2014 era poco sopra il 2%), poi Stati Uniti (3,52%), Croazia (2,79%), Regno Unito (2,29%), quindi cinque Paesi confinanti con la Russia, dall’Estonia alla Romania, fino alla Francia (2,01%). Tutti gli altri sono sotto il 2%, compresa la Germania, all’1,53%. In rapporto al Pil, col suo 1,41% l’Italia è tra gli ultimi. Solo cinque Stati spendono meno.

Per arrivare così all’obiettivo, l’Italia, considerando il rapporto col Pil invariato, dovrebbe aumentare le spese militari di circa il 42%, rispetto al livello attuale. Per avere un’idea, i due Paesi extra Nato attualmente impegnati nel conflitto spendono: la Russia il 4,26% del Pil, l’Ucraina il 4,13%.

Le voci di spesa: un dedalo

Ma quanto spende ogni italiano per la difesa? Secondo elaborazioni del Servizio studi della Camera sul bilancio dell’Eda, l’Agenzia europea della difesa di Bruxelles, nel 2019 ogni italiano ha speso 350,4 euro, rispetto ai 665 di ogni finlandese, 650 di ogni francese, 570 di ogni tedesco.

L’Italia, lo abbiamo detto, ha già aumentato la spesa per la difesa negli ultimi anni. Va sottolineato, però, che le spese dello Stato per il settore sono un dedalo in cui non c’è molta trasparenza.

Il bilancio del ministero della Difesa quest’anno prevede una spesa di 25,956 miliardi, di cui 5,79 miliardi in conto capitale (in larga parte investimenti per acquisto di armamenti). Ma questo non dice tutto. Ci sono soldi per la difesa anche in altri ministeri. Ci sono i fondi allocati sui capitoli del Mise di Giancarlo Giorgetti, 3,067 miliardi, utilizzati per gli investimenti in velivoli, sistemi d’arma, apparati ad alta tecnologia e innovativi. Infine i soldi per le missioni militari all’estero, 1,397 miliardi, sul bilancio del ministero dell’Economia guidato da Daniele Franco. Nel complesso – come evidenziato da un recente dossier del Servizio studi della Camera – il bilancio dello Stato per il 2022 prevede una spesa di 30,4 miliardi annui per la difesa.

L’effetto Putin sulla futura spesa militare italiana dovrà però essere valutato dal governo, tenendo conto anche dell’impatto sul debito pubblico, che nel nostro Paese è in percentuale molto più alto rispetto a tutti gli altri Paesi europei (eccetto la Grecia). A fine 2021 il debito era pari al 150,4% del Pil: l’ha detto l’Istat. Un fardello pari a 2.678 miliardi, secondo la Banca d’Italia. E in dodici mesi il debito è schizzato di 105 miliardi.

Il ministero dell’Economia smentisce che la richiesta di aumento delle spese militari sia già all’attenzione dei tecnici di via XX Settembre. “Non ci risulta una simile richiesta. La legge di bilancio si presenta in ottobre…”. Una fonte di un ministero coinvolto nella discussione, però, ci ha confermato che “si sta studiando come inserire l’aumento dei fondi nella legge di bilancio per il 2023. Si prevede un aumento graduale del budget annuale di almeno 8 miliardi nell’arco di 5 anni. Arrivando, per la fine della prossima legislatura, alla spesa del 2% del Pil”. La richiesta della Nato sarebbe accontentata. E, considerato che il Pil previsto già nel 2024 dovrebbe superare i 2.000 miliardi, secondo fonti autorevoli la manovra allo studio potrebbe incrementare la spesa fino a 10 miliardi. Per arrivare a 40 miliardi l’anno. Well done, direbbero gli americani.

Diktat russo, Rai e Mediaset ritirano i loro giornalisti

La Rai ritira i suoi giornalisti da Mosca. Come diverse grandi emittenti (Bbc, Cnn, Zdf e altri), anche Viale Mazzini ha scelto di far rientrare i suoi inviati dopo il giro di vite sull’informazione deciso dalla Duma. Secondo le nuove regole, chiunque diffonderà informazioni sulla guerra ritenute false dal regime rischia fino a 15 anni di carcere. “La misura di far rientrare i nostri giornalisti si rende necessaria al fine di tutelare la sicurezza dei cronisti e di garantire la massima libertà nell’informazione sulla Russia”, spiega una nota di Viale Mazzini. In cui si aggiunge che “le notizie su quanto accade a Mosca verranno per il momento fornite sulla base di una pluralità di fonti dai giornalisti Rai nei Paesi vicini e nelle redazioni in Italia”.

Insomma, si farà quel che si può, ma è inutile, secondo la Rai, mantenere gli inviati se vengono a mancare le condizioni per lavorare al meglio e garantire un’informazione libera. A rientrare subito saranno Alessandro Cassieri (Tg1) da Mosca, Giammarco Sicuro (Tg2), Nico Piro (Tg3) e Marina Lalovic (Rai News) da Rostov. Diverso il discorso per i due corrispondenti, Marc Innaro (caposede a Mosca) e Sergio Paini, che potranno scegliere se restare o rientrare. “Gli inviati devono rientrare in Italia, mentre noi corrispondenti possiamo scegliere se restare qui o tornare, ma da oggi siamo stati messi in ferie”, spiega Innaro, il giornalista finito nell’occhio del ciclone per le sue corrispondenze che qualcuno in Italia ha ritenuto troppo “filo-Putin”. Una scelta “difficile e dolorosa” secondo Riccardo Laganà. La decisione di far rientrare l’unico inviato è stata presa anche dal direttore del Tg5, Clemente Mimun.

Per Putin, Kiev è solo parte dell’impero

Le responsabilità che il presidente Putin si è assunto, compiendo una scelta così scellerata, sono evidenti a tutti. Nessuna delle motivazioni indicate da Mosca per invadere l’Ucraina, violando la sovranità nazionale e la legalità internazionale, appare convincente e fondata. Persino i Paesi che sostengono la Russia nella sua sfida all’Occidente, come la Cina, hanno evitato di entrare troppo nei dettagli.

Le radici del conflitto risalgono al crollo dell’Urss: le relazioni che allora si stabilirono tra la Russia e gli altri Paesi della dissoluzione dell’impero non furono inserite in una più vasta cornice europea, ma soltanto codificate in una fragile Comunità di Stati indipendenti destinata a scarsa fortuna. Per un decennio o poco più la Federazione russa e l’Ucraina seguirono traiettorie parallele. Tuttavia il rischio di una divisione dell’Ucraina tra i poli di attrazione e di influenza rappresentati dall’Ue e dalla Russia era già evidente alla fine del secolo. Le traiettorie dei Paesi incominciano a divergere nel 2004 quando la “rivoluzione colorata” innescò a Kiev una spinta democratica dal basso che ricordava l’onda lunga del 1989 e implicava una tendenza verso l’europeizzazione del Paese. Le conseguenze furono l’indebolimento delle componenti filo-russe nelle classi dirigenti dell’Ucraina e l’inizio di una forte polarizzazione e instabilità politica. Nel contempo, l’avvento di Putin a Mosca aveva invece impresso un giro di vite semi-autoritario. Nel 2005 Putin pronunciò il celebre discorso sul collasso sovietico come la peggiore catastrofe geopolitica del XX secolo, che alludeva alla possibilità di recuperare un ruolo influente della Russia in Eurasia. L’Ucraina rappresentava il centro di gravità in una simile visione post-imperiale, in rotta di collisione con le prospettive di allargamento dell’Ue.

I rapporti tra l’Ue e la Russia non hanno mai affrontato e sciolto questo nodo. Il legame dell’Ucraina con l’Europa fu all’origine della crisi del 2014 quando esplose la protesta di piazza Maidan provocando la caduta del governo Yanukovich, filorusso che aveva deciso di rinunciare al trattato di associazione con Bruxelles. Putin considerò la svolta europeista ucraina come un colpo di Stato orchestrato dall’Occidente; Mosca alimentò la reazione armata secessionista nella parte orientale del Paese e la Crimea fu annessa alla Federazione russa, con la conseguente adozione di sanzioni da parte occidentale. Gli “accordi di Minsk”, che prevedevano l’autonomia delle regioni orientali dell’Ucraina, furono più una tregua che una vera soluzione e lasciarono spazio a una guerra civile strisciante. È difficile sostenere che negli otto anni trascorsi da allora qualcuno abbia davvero cercato la via di una pacificazione.

La strategia di Putin oggi nega qualsiasi legittimità all’esistenza dell’Ucraina come Stato-nazione, non a caso con una nuova polemica anti-leninista per rinnegare i principi di auto-determinazione nazionali, che indica anzi come causa della dissoluzione dell’Urss. Il richiamo a un passato idealizzato serve così allo scopo di creare i contorni di una cultura politica ben distinta dall’eredità comunista o meglio da quelli che potevano esserne gli elementi progressisti, salvo il nesso necessario con la seconda guerra mondiale, che è trasparente nelle accuse di neonazismo rivolte al nazionalismo ucraino e certo tocca una corda profonda nella popolazione russa. La sua invettiva allude piuttosto a un passato imperiale quale spazio spirituale della nazione russa – sono parole di Putin – che appare come un assioma impiegato contro l’idea di una storicità delle identità nazionali e contro il principio universalista della democrazia. Putin non ha mancato di fare ricorso ai consueti argomenti improntati alla sicurezza nazionale, la minaccia dell’espansione della Nato a Est. Quella visione, reiterata molte volte, è stata spesso liquidata in Occidente come strumentale, ma prima ancora dell’avvento di Putin al potere esisteva in Russia una percezione negativa dell’espansione della Nato. Dobbiamo pensare a Putin come un nuovo Stalin che vuole ricostruire l’Urss? O come un nuovo Hitler che insegue il sogno di conquistare e sottomettere l’Europa? Queste interpretazioni superficiali servono solo a confonderci le idee: il suo disegno non è completamente folle. Ha abbandonato l’idea iniziale di cooperare con Bruxelles per costruire uno spazio eurasiatico più grande con al centro Mosca. Ma per la prima volta Putin si è messo sulla strada di un’avventura pericolosa: resta purtroppo possibile anche lo scenario apocalittico evocato nel suo discorso. Dimentichiamo che le classi dirigenti russe negli ultimi 40 anni hanno scatenato una serie di guerre quasi ininterrotta, con l’unica eccezione degli anni di Gorbaciov (Afghanistan 1979, Cecenia ’94 e ’99, Georgia 2008, Ucraina ’14 e oggi). L’epoca post-guerra fredda non è mai stata pacifica per la Russia e la militarizzazione ha indebolito la società civile. Nei percorsi di democratizzazione dell’Ucraina è stato visto un pericolo di contagio, generando la paranoia della perdita di controllo e della quinta colonna interna, che ha trasformato lo spazio politico russo da una democrazia limitata in un regime che mette in galera gli oppositori e in un modello illiberale.

Non ha senso riporre la contrapposizione fra fermezza e distensione. L’automatismo tra l’allargamento dell’Ue e l’espansione della Nato a Est non ha funzionato da deterrente e anzi ha probabilmente alimentato reazioni ostili che l’Occidente ha ignorato, oltretutto creando le condizioni per un’alleanza strategica tra Russia e Cina che può modificare radicalmente l’ordine mondiale. L’interdipendenza economica ed energetica con l’Ue non ha funzionato come forma di dissuasione e allentamento delle tensioni geopolitiche.

La guerra di Putin è un attacco alla democrazia, ma quanto ci aiuta dipingere un mondo diviso fra democrazie e autocrazie? Dovremmo ricordarci che l’attacco alle democrazie viene anche dal loro interno generando paradossi: tra i più fieri nemici di Putin figura la Polonia, un Paese che esprime un governo illiberale, tollerato dentro l’Ue; e tra i suoi amici figura l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che potrebbe anche vincere le prossime elezioni. La nuova cortina di ferro che dilaga nei nostri media sarebbe meglio lasciarla alla memoria della guerra fredda. Nessuno deve avere dubbi sulla condanna di Putin come aggressore e sulla necessità di fare il possibile per resistere al suo atto di forza brutale. Ma la guerra in Ucraina mette in rilievo una realtà molto diversa: i sogni irenici di una globalizzazione senza politica e di un mondo plasmato a immagine dell’Occidente, coltivati dopo la fine della guerra fredda, sono svaniti nel nulla. Le ansie e le ragioni della libertà sono diffuse sul piano globale e non sono esportate dall’Occidente come sostiene la propaganda in Russia e in Cina. Nuove risposte sono possibili in Europa se le priorità di sicurezza daranno vita a qualcosa di più lungimirante: autentiche priorità politiche, non solo economiche e monetarie, nel profilo e nell’identità dell’Ue.

 

Paralimpiadi, la guerra farsa sulla pelle degli atleti

E poi, per chi non se ne fosse accorto, c’è la “guerra di retrovia” che si gioca nei territori per definizione neutrali dello sport; una guerra molto Sturmtruppen, alla “armiamoci e partite”, dove per fortuna volano solo piccoli, innocui petardi tipo botti di Capodanno. Grande protagonista a sorpresa: l’Ipc, il Comitato internazionale paralimpico che alla Papalimpiade invernale di Pechino, appena iniziata, dopo avere prima autorizzato la partecipazione di Russia e Bielorussia sia pure in modalità fantasma (senza simboli e senza apparire nel medagliere), al pronti-via ha cambiato idea decidendo di escluderle. “Il clima al Villaggio Paralimpico era insostenibile” ha dichiarato il presidente Ipc, l’inglese Andrew Parsons, che detto en passant era incorso in un sesquipedale sfondone nel discorso di apertura ringraziando Xi Jinping come “capo della Repubblica di Cina” (e non della Repubblica Popolare di Cina) che poi sarebbe il nome di Taiwan, l’isola che Pechino pretende l’annessione costi quel che costi. L’appello alla pace di Parsons ha poi fatto sì che il discorso venisse completamente silenziato dal network statale cinese Cctv: nessuna sorpresa se è vero che ieri iQiyi Sports, la piattaforma che detiene i diritti della Premier League in Cina, ha oscurato le partite inglesi dopo la decisione dei giocatori di scendere in campo con i colori dell’Ucraina a coprire le fasce da capitano dei 20 club. “Cacciare Russia e Bielorussia è stato giusto – ha ribadito Richard Whitehead, plurimedagliato atleta inglese –, gli atleti russi minacciavano gli ucraini con messaggi terribili: bombarderemo le vostre case”. Niente paura però, agli atleti paralimpici cacciati dall’Eden ha già pensato Putin: le due nazioni escluse dai Giochi parteciperanno alle Paralimpiadi invernali parallele di Adler, vicino a Sochi: manca solo la data, ci saranno soltanto loro. Per la prima volta avremo così un’Olimpiade con un podio zoppo, a due soli gradini. Amen.

Oligarchi da punire, ma con calma

Valgono oltre 143 milioni di euro i beni che tra venerdì e sabato la Guardia di finanza ha sequestrato agli oligarchi russi, i cui nomi sono finiti nella black list dell’Unione europea.

Tra gli ultimi beni congelati ci sono il mega yacht da 50 milioni ormeggiato a Sanremo di proprietà di Gennady Timchenko, oligarca vicino a Vladimir Putin, e la seicentesca Villa Lazzareschi, nel Lucchese, di Oleg Savchenko, membro della Duma. Un bottino che, aggiunto a quello degli altri Paesi europei che stanno applicando il congelamento dei beni dei super ricchi vicini allo zar, porta a 490 il numero di persone ed entità russe sanzionate dall’Ue, secondo i dati raccolti da Bloomberg. Ma a decidere di puntare sulle sanzioni, come deterrente per fermare Putin, non sembrano ancora troppo convinti Gran Bretagna e Stati Uniti. A suscitare clamore è soprattutto il Regno Unito dove, come riferisce la stessa segretaria di Stato per gli Affari esteri, sono 228 le persone e le entità sanzionate dall’inizio dell’invasione, cioè meno della metà di quanto ha fatto l’Ue. Un dato che ha sollevato polemiche anche da parte dei deputati inglesi, che hanno chiesto espropri e confische a tappeto per colpire il tesoro sommerso di “Londongrad”. Boris Johnson, il cui Partito conservatore ha ricevuto oltre due milioni di sterline di finanziamento da benefattori russi da quando è premier, ha assicurato che il governo si prepara a colpire altri bersagli. Scorrendo la lista di Bloomberg, spiccano anche gli Usa che si fermano a 118 persone o società finite sulla lista nera, vale a dire un quarto delle sanzioni applicate dall’Europa. Nelle ultime ore, però, nel mirino statunitense sono finiti il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ma anche diversi oligarchi, fra i quali Alisher Usmanov, Nikolay Tokarev, Boris Rotenberg che si ritroveranno con asset congelati e proprietà bloccate. Ma la linea più soft della Casa Bianca sulle sanzioni non ha scalfito Joe Biden che, anzi, dopo il suo discorso sullo stato dell’Unione, incentrato sulla guerra in Ucraina, è risalito nei sondaggi.

Numeri, insomma, assai ristretti per Usa e Regno Unito se confrontati con gli altri Paesi. La Svizzera, uscita dalla sua tradizionale posizione di neutralità, ha ordinato il congelamento immediato dei beni a 371 persone o società russe sulla lista nera dell’Ue. E, sempre secondo Bloomberg, ci sono anche 40 persone sanzionate dal Giappone, 407 dall’Australia e 413 dal Canada. Dodici sono finite anche nel mirino degli Emirati arabi uniti. Insomma, colpire il portafoglio degli oligarchi russi (che secondo Forbes avrebbero già perso quasi 130 miliardi di dollari dall’inizio della guerra) sembra un’operazione solida, che rispecchia già quanto fatto nel 2014 dopo l’annessione illegale della Crimea. Ora va capito quanto sia solo di facciata.

“Putin userà la Bielorussia per neutralizzare le sanzioni”

Con un appello sui social, poi trasmesso dai canali della dissidenza di Minsk, si è rivolto “ai padri bielorussi” e “ai veri uomini”. Pavel Latushko – ex ambasciatore e ministro della Cultura di Lukashenko fino al 2012, poi fuggito in Polonia all’inizio delle rivolte nel Paese nel 2020 – continua a ripetere ai suoi concittadini che assistono all’aggressione russa in Ucraina ogni giorno: “Questa non è la vostra guerra”. L’eco delle bombe che piovono sull’Ucraina fanno eco fino a Minsk dove, nonostante le marce di protesta del 2020, al potere rimane lo stesso leader che lo conquistò nel 1995. Ieri ha deciso di dimettersi dal ruolo di console generale a Monaco, Germania, la bielorussa Natalia Khvostova, condannando l’attacco di Putin supportato da Lukashenko: “È stata una scelta morale, è un momento storico in cui bisogna prendere una posizione precisa”.

I soldati di Lukashenko varcheranno il confine ucraino per supportare le truppe di Mosca?

Abbiamo informazioni riguardo i reparti per le operazioni speciali, sono dispiegati sulla linea del confine governativo, dal lato bielorusso. Si tratta di circa 6.000 unità, tra ufficiali e soldati a contratto. Queste sono forze pronte a eseguire gli ordini di Mosca e aggredire Kiev. Dopo l’ultimo incontro del Consiglio di Sicurezza bielorusso, Lukashenko ha sentito al telefono Putin. La decisione sulla partecipazione delle truppe di Minsk è già stata presa e, per quanto riferitomi, avverrà in base a due fattori: quale risultato si otterrà dai negoziati tra ucraini e russi, e se i russi, da soli, falliranno la conquista della capitale ucraina. I soldati ordinari non sono pronti a eseguire gli ordini criminali del dittatore contro lo Stato ucraino, per questo ci siamo rivolti più volte all’esercito, per sensibilizzarlo. Io ho fatto appello ai padri, Svetlana Tikhanovskaya alle madri, affinché possano frenare i loro figli. Un gruppo di diplomatici dissidenti lavora ora, clandestinamente, e colloquia con i diplomatici del regime.

Molti bielorussi già combattono in Ucraina: ma contro i russi.

Migliaia di bielorussi della diaspora, dalla Polonia e dalla Lituania, si sono già iscritti tra le forze di difesa volontarie ucraine. A Minsk, nonostante paura e divieti, mille persone hanno protestato contro la guerra. I “cyberpartigiani” hanno bloccato le ferrovie bielorusse, creando problemi di logistica alle milizie. Migliaia di persone sono fuggite all’estero, ma la società bielorussa, in patria, ha subito anni di repressione politica e terrore del regime. Ora vive nella paura e non è pronta in massa a contrastare Mosca.

A Minsk si è tenuto un referendum costituzionale mentre piovevano grad sull’Ucraina: una modifica legislativa che permette alla Russia di dispiegare testate nucleari sul territorio bielorusso.

Lukashenko detiene la presidenza illegalmente dopo la frode alle urne, ma continua a rimanere lì e prendere accordi con Putin che, de facto, gestisce la Bielorussia come territorio che gli appartiene e come meglio crede. Molti aerei russi che bombardano le città partono dagli aeroporti bielorussi. Il regime bielorusso è, al pari, un aggressore.

Non è ancora chiaro quanto durerà la guerra, di certo non sarà una missione lampo; anche Minsk ne pagherà le conseguenze?

Il problema di Putin è che al mondo gli rimane un solo alleato ed è Lukashenko. Il grande errore dell’Occidente è che non riconosce il dittatore bielorusso pericoloso come quello russo.

Le sanzioni hanno raggiunto Mosca quanto Minsk.

Le hanno emanate, ma sono diverse. Secondo gli economisti, la Bielorussia può diventare una specie di base offshore per la Russia: aziende Usa hanno chiuso in Russia, ma non in Bielorussia. Lo swift è bloccato per le banche russe, ma non quelle bielorusse, ma i due Paesi sono uniti da accordi commerciali per cui il denaro entra ed esce lo stesso. Sì, sarà più difficile, ma è comunque possibile. Possiamo già fare una scommessa: nei prossimi giorni vedremo centinaia di aziende russe aprire una sede a Minsk.

Lei è un ex diplomatico. Come e quando può finire questa guerra?

Le bare dei giovani soldati russi che torneranno in patria, insieme alle pesanti sanzioni, hanno il potenziale per far fiorire proteste nella Federazione contro la belligeranza delle autorità di Mosca. Ma sono pessimista e prevedo che la guerra su grande scala finirà in tempi brevi, quella locale, in varie zone del territorio ucraino, invece no.

I russi fuggono a Helsinki: temono fame e repressione

Il confine che Russia e Finlandia condividono è lungo 1340 chilometri. Dal punto di attraversamento di Vaalimaa, alla frontiera, ci vogliono un paio d’ore in auto per percorrere 187 chilometri e arrivare fino alla capitale, Helsinki. La tratta la percorrono sempre più cittadini russi che stanno in queste ore abbandonando la Federazione di Putin, dove i cieli sono chiusi ai voli verso ovest. Lo spostamento, non copioso, ma costante dalla Russia verso la Finlandia si registra anche su strada ferrata. San Pietroburgo dista da Helsinki solo 400 chilometri e in migliaia, anche in bus, starebbero in queste ore varcando le due frontiere.

Lo riporta la britannica Bbc, i cui uffici hanno definitivamente chiuso i battenti due giorni fa a Mosca, dove ormai rimbombano solo le trombe delle tv e dei giornali della propaganda del Cremlino. Secondo l’emittente di Londra, si fugge verso l’Europa per paura della legge marziale che potrebbe essere introdotta in Russia per gestire le manifestazioni contro la guerra in Ucraina che si ripetono ogni giorno, nonostante gli arresti, da un lato all’altro del Paese. Non solo dissenso: si lascia la Russia per l’aumento dei prezzi dei beni primari che raggiungono le stelle. Per paura della grande fuga di capitali, si possono prelevare dalle banche russe solo limitati volumi di contanti.

Dall’inizio dell’aggressione russa in Ucraina, in Svezia e Finlandia la popolazione ha cambiato idea sull’Alleanza Atlantica. Secondo un sondaggio compiuto dall’emittente finlandese Yle, ormai solo il 28% della popolazione è contrario a entrare a far parte della Nato: dopo la guerra contro Kiev, il 53% è a favore. La stessa domanda era stata posta dalla tv ai finlandesi nel 2017 e solo il 19% voleva abbracciare l’Alleanza. Nella confinante Svezia invece la percentuale dei contrari è del 35%, una cifra superata, per la prima volta nella storia, dai favorevoli.

Tra i profughi di Odessa, la città costruita dagli italiani

Nella prima capitale della Romania, ai bei palazzi storici si alternano alti casermoni grigi in stile sovietico. Uno di questi è l’hotel Moldova, tre stelle, zeppo di profughi ucraini quasi tutti di estrazione medio bassa, essendo i ricchi in quelli a 4 e 5 stelle o addirittura nelle Spa di altre nazioni europee più sviluppate. Le famiglie che bivaccano nella fatiscente hall sono composte soprattutto da donne e bambini. Di sesso maschile c’è solo qualche nonno ultra sessantenne al seguito di figlie, mogli e nipoti. Sono quasi tutti di Odessa, che dista solo 350 chilometri e normalmente ci si impiega 4 ore a percorrerli. Da quando, 5 giorni fa, il rimbombo delle esplosioni ha iniziato ad avvicinarsi anche a questo porto cruciale sul Mar Nero, per arrivare in queste stanze dimesse i profughi ucraini hanno impiegato anche due giorni di viaggio in taxi o pulmino o entrambi, spesso dopo aver percorso anche molti chilometri a piedi ai valichi di frontiera con la Moldavia e quindi con la Romania.

Le code alla frontiera sono ultra chilometriche. Yulia, contabile dell’esercito, 51 anni e la nuora Yulia, 22 anni, studentessa di economia, cercano di tenere a bada i tre nipotini che corrono e giocano con gli altri bambini, tra i quali alcuni di etnia rom. “A Odessa ho sentito il suono delle bombe avvicinarsi negli ultimi due giorni, ma per ora hanno colpito solo la periferia”, ci dice in inglese la studentessa. Nadeska, 28 anni, madre di 2 bambine di pochi anni, è operatrice sanitaria nel principale obitorio di Odessa che è un centro turistico nonché un porto vitale da cui escono quasi tutte le merci, specialmente il grano. “Fino a tre giorni fa, quando ancora ero al lavoro non ho visto cadaveri di civili colpiti dalle bombe o da pallottole di mitragliatrice”. Sembra una coincidenza inventata ad arte, ma questa ragazza dai lunghi capelli castani lavora veramente all’obitorio e, data la nostra espressione sorpresa, ce lo conferma mostrandomi la traduzione sul cellulare. Parla un inglese molto basico.

L’Ucraina è conosciuta come il granaio d’Europa e la maggior parte del cereale esce da Odessa via nave. Se l’esercito russo riuscirà a conquistarla, ci saranno problemi di approvvigionamento anche in Italia e un aumento esponenziale del prezzo. Ma Odessa è anche la città sul mare più bella e affascinante del paese, meta di turismo domestico e internazionale. Due giovani donne bionde con gli occhi verdi tengono sulle ginocchia i figli e ci guardano tristi. Un lampo di gioia illumina i loro sguardi quando diciamo di essere italiani. “È grazie agli architetti italiani, che hanno costruito i palazzi più belli di Odessa, se finora abbiamo potuto fare il nostro lavoro. Siamo guide turistiche. Speriamo che quel criminale di Putin non faccia distruggere con le sue bombe un patrimonio dell’umanità. Le vite umane certo sono più importanti dei monumenti, ma la bellezza, l’arte ci aiutano a vivere una vita degna”, piange Viktoria, una delle due guide. Elena, l’amica-collega, è in compagnia del marito quarantenne, un ingegnere informatico e dei 4 figli. “Anche se ho l’età ( 18-60 anni) per combattere in seguito alla mobilitazione generale, avendo due bimbi adottati sono esonerato”, ci spiega con un filo di voce Ghennady. “Mi sento in colpa però a non essere a casa a combattere, soprattutto ora che i russi stanno finendo di accerchiare la città e stanno colpendo le aree periferiche”. La moglie lo osserva con sguardo sconsolato e osserva: “Sono stata io a pregarlo di venire con noi, non potrei da sola mantenere 4 figli, ancora studenti, se lui venisse ucciso. E c’è il rischio che io non potrò più tornare a fare il mio lavoro se quel bandito mafioso di Putin distruggesse la città”. Mentre se ne vanno arriva Anna, cuoca in una scuola di musica. Viveva non lontano dal porto e dice di aver sentito molte esplosioni tre giorni fa, motivo per cui è fuggita. “Non ho visto case e palazzi governativi distrutti perché bombardavano in periferia”, dice ribadendo la versione dei suoi concittadini. “Però a 100 chilometri da Odessa, dove vivono dei miei parenti hanno quasi raso al suolo tutto”, si mette le mani nei capelli. Si tratta della città di Vosnesenk.

“Non è ancora guerra. Per adesso è battaglia di sola propaganda”

Dieci giorni di conflitto, ma si può dire sia davvero una guerra? Se per cercare risposta ci si affida al generale Fabio Mini si coglie innanzitutto l’ironia anche tagliente: “Distinguiamo ciò che accade nell’Ucraina dell’est da quello che accade a Kiev: attorno alla capitale non è cambiato niente da giorni… i russi semplicemente non si sono mossi; il gigantesco convoglio avvistato giorni fa è ancora lì che attende: il suo senso è, finora, quello di fare pressione sull’avversario, ponendosi sulla linea di avvicinamento aspettando che accada qualcosa che permetta il passo successivo in meglio o in peggio. Intanto dentro i mezzi corazzati non si sta troppo male, non si consuma benzina, se c’è la vodka poi…”. Si aspetta dunque una ‘scintilla’, un evento che determini una reazione: potrebbe venire dagli ulteriori colloqui tra le due delegazioni, o dal terreno militare nell’Est o addirittura da ‘dentro’ Kiev. “Finora non mi è parso di assistere a veri bombardamenti tramite aerei o da terra. Le operazioni militari come quella avviata da Putin hanno svolgimenti pianificati con minuzia maniacale: gli stati maggiori hanno già stabilito da tempo le varie fasi e le possibili variabili: muovere oltre centomila uomini non solo non si improvvisa ma bisogna poi coordinarli nelle varie fasi di ‘penetrazione’, ‘dispiegamento’ e solo alla fine ‘attacco’. Lo diceva già Alessandro Magno: le città o si evitano o si assediano. Per questo Putin non sta facendo il fenomeno, infatti ha detto che ‘le operazioni dureranno il tempo che ci vorrà’ perché sono poi i generali ad avere l’iniziativa sul campo anche per cogliere al meglio l’‘evento’ propizio”.

A proposito di protagonisti quale è e quale potrebbe essere la sorte di Zelensky? “Un altro fenomeno, letteralmente – giudica Mini – è un attore e si è immedesimato totalmente nel ruolo”. D’altronde i ‘fenomeni’ abbondano in questo conflitto: “Biden ha un mero interesse elettorale, per il voto di mid term a novembre e ha lo scopo di ricompattare la Nato”. E così non si può escludere dal quartetto Stoltenberg che al di là della facile ironia nomen omen, ha già raggiunto il punto estremo di manovra: l’opzione che resta all’Alleanza atlantica è ormai quella del coinvolgimento diretto. Mini considera l’invio di armi un modo per “dare fastidio, complicare la situazione sul terreno e nulla più”. Su tutto questo teatro bellico domina dunque la propaganda che contiene una pericolosa tagliola: “Nel momento in cui noi stessi cominciamo a credere alla nostra stessa propaganda il gioco è fatto, e non si torna indietro: questo vale per gli ucraini, per i russi ma anche per noi spettatori più o meno coinvolti”.

Perciò solo con il prossimo passo, che è per ora in mano a Putin, si potrà capire lo svolgimento di questo conflitto che non è ancora guerra sul terreno, al contrario di quella economico-finanziaria che è già in pieno svolgimento: “I russi non scherzano e non ci tengono a fare i giullari: per loro questa situazione non è iniziata solo da dieci giorni, come per molti qui in Occidente, ma parecchi anni fa; per questo – secondo Mini – non si può escludere che proprio il loro attuale fiero avversario Zelensky possa essere una pedina per raggiungere un compromesso”; al momento non è certo che Kiev debba esser conquistata perché Putin non ne possa uscire vincitore e con in mano il Donbass. Anche perché finora è il caso di usare con discrezione la parola “catastrofe umanitaria”: “I corridoi umanitari, sempre siano attivati, serviranno a sfollare la gente e permettere così combattimenti senza ‘impedimenti’” e le immagini delle persone riuscite a sfuggire anche con i propri animali domestici dimostrano che fino a ora tempi e modi dell’avanzata russa non sono stati da ‘guerra-lampo’.