Falsa partenza per i corridoi umanitari di Mariupol e Volnovakha: la tregua, concordata giovedì e che doveva servire a evacuare rispettivamente 200 mila e 15 mila persone, è stata ripetutamente violata e, a conti fatti, gli evacuati sono stati poche migliaia. Ci si riproverà nelle prossime ore, quando dovrebbe pure svolgersi il terzo round dei negoziati russo-ucraini: ora e luogo non sono però stati ancora resi noti. E intanto Mosca equipara le sanzioni dell’Occidente a una dichiarazione di guerra. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede che la tregua sia rispettata e dice che la Russia non sta ai patti.
Il Cremlino replica: “Il funzionamento dei corridoi umanitari, in particolare quello di Mariupol, viene impedito dai nazionalisti ucraini”. Il sindaco di Mariupol, dopo aver impartito istruzioni per l’abbandono della città – “riempite le auto il più possibile” –, ha avvertito che la strada non era sicura: in teoria, dalle 11 alle 16 non si doveva sparare nelle due città e lungo il percorso scelto verso ovest, ma il fuoco non è mai cessato. Zelensky in tv invita i civili a mettersi al sicuro, ma avverte che chi è in grado di combattere dovrebbe rimanere. A Borodvanka, a circa 60 km da Kiev, le forze russe, forse reparti ceceni, hanno sequestrato l’ospedale psichiatrico dove risiedono 670 persone “con esigenze speciali”. In attesa che luogo e ora del terzo incontro fra le delegazioni russa e ucraina vengano definiti, continua la ricerca di un mediatore. Il premier israeliano Naftali Bennett ieri a sorpresa si è recato a Mosca per un incontro di persona con il presidente Putin, durato diverse ore. Già due volte Israele si era proposto come intermediario. La visita è stata definita “inusuale” perché avviata durante il sabato ebraico, in cui si sospende ogni attività. Dopo la fine del colloquio con Putin, Bennett ha telefonato a Zelensky ed è partito per incontrare il cancelliere Scholz. Il presidente turco Racep Tayyip Erdogan propone la Turchia come luogo dove negoziare una tregua: intende parlarne con Putin. La diplomazia sonda anche terreni finora inesplorati: c’è stata una lunga telefonata fra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, per il quale i combattimenti devono essere sospesi “il prima possibile, salvando vite umane ed evitando crisi umanitarie”. Pechino ritiene necessario muoversi nel rispetto delle finalità e dei principi della Carta dell’Onu: proteggere la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi; e risolvere i conflitti con il dialogo. Ieri sera, Blinken ha incontrato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba sul confine polacco. Il capo della diplomazia di Kiev chiede agli Usa aerei e sistemi di difesa aerea. Gli ucraini insistono, inoltre, perché la Nato crei una ‘no-fly zone’ sopra il loro Paese, ipotesi già esclusa dall’Alleanza. Collegato con il Senato di Washington, Zelensky assicura che “i russi perderanno la guerra” e nota: “Quasi 10 mila soldati russi sono restati uccisi” dall’inizio dell’invasione, e torna a smentire di avere lasciato Kiev. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov lo accusa di “frenesia militarista”. Per Putin, invece, le sanzioni alla Russia, così come l’imposizione di una no fly-zone sull’Ucraina, che però è già stata scartata dalla Nato, equivalgono a una dichiarazione di guerra: “Molto di ciò che sta accadendo e di ciò che accadrà è un modo per combatterci”. Quanto alla ‘no fly-zone’, “ogni mossa in quella direzione da parte di qualsiasi Paese sarebbe considerata una partecipazione al conflitto armato”, nel quale l’Ucraina rischia di perdere la sua sovranità. Il leader russo nega l’intenzione di introdurre la legge marziale: “Non stiamo subendo un’aggressione esterna”. È invece confermato il giro di vite contro i media indipendenti: agenzie, tv e giornali Usa, britannici, italiani, di molti altri Paesi chiudono gli uffici e lasciano la Russia.