“I vicini fanno l’amore ogni due giorni con una frenesia di cui sono invidioso. Quando penso che per me tale sensazione è più debole che bere un bicchiere di birra fresca, invidio queste persone che riescono a emettere grida tali che la prima volta ho pensato a un assassinio”. In questa frase del 1919 sta non solo il notorio disgusto di Marcel Proust per il sesso attivo (altre, e talora poco eleganti, le sue propensioni di sadico voyeur), ma anche il suo disagio per l’ultima delle dimore in cui visse, “una camera da domestica”: l’appartamento di rue Hamelin 44 in cui tre anni più tardi, finita la Recherche, mormorò all’insostituibile governante Céleste Albaret “Adesso posso morire”.
Ben più nobili le tre storiche case in cui Proust trascorse la sua vita, tutte situate in un fazzoletto di strade tra il parc Monceau e la Madeleine, a pochi passi dal liceo Condorcet (dove prendeva pagelle tutt’altro che eccellenti), dalla colonna di boulevard Malesherbes sui cui manifesti s’informava degli spettacoli in corso, dal Ritz di place Vendôme dove per anni si rifornì delle sue amate birre ghiacciate, e dai salotti più importanti di cui scriveva in un’apposita rubrica sul Figaro. Un universo ristretto in un angolo della Rive Droite, fatto di abitudini annose, di circoli chiusi e di balconate serali, come in uno splendido dipinto di Prinet: tutto l’opposto – per evocare la tumultuosa mappa dei traslochi esposta in una recente, memorabile mostra alla Bibliothèque Nationale, La modernité mélancolique – dell’irrequietezza abitativa ed esistenziale del primo, sommo cantore della Ville Lumière, Charles Baudelaire.
Se per il poeta dei Fiori del male la forma della città (che, “ahimè, cambia più rapidamente che il cuore degli uomini”) è lo specchio di uno spleen nutrito di nostalgie e fantasmi (dalle acqueforti di Meryon ai Tableaux parisiens), per Proust Parigi è un rifugio e un pericolo, è il Parc Monceau dei giochi d’infanzia e il trambusto delle carrozze sugli Champs-Elysées, il mondano foyer dell’Opéra e il rovo degli editori che rifiutano i suoi manoscritti, l’universo ambiguo che lo arruola sia nel voluminoso Who’s who della haute société sia (con la dicitura rentier, “ereditiere”) nel secco rapporto di polizia seguito alla retata in un noto locale gay l’11 gennaio del 1918.
Non è un caso che Parigi, assieme all’immortale Venezia di John Ruskin (l’autore che Proust scoprì e tradusse grazie alla madre già nel 1899), sia l’unica città reale in tutta la Recherche, assumendo, accanto ai suoi satelliti di fantasia da Combray a Balbec, lo statuto di città-mondo. La grande mostra che il Musée Carnavalet dedica proprio alla Parigi di Proust (fino al 10 aprile) può sortire così un duplice effetto sul visitatore istruito. Da un lato, c’è il consueto voyeurismo del curiosare tra le reliquie: il letto su cui si apre la Recherche, il cappotto col collo di lontra (indossato anche col caldo), la notifica manoscritta del Premio Goncourt (1919), il ritratto del padre (un noto epidemiologo che si occupò di “distanziamento sociale”: oggi sarebbe sempre in tv), le foto degli amori effimeri o impossibili come il musicista argentino Reynaldo Hahn, l’autista aviatore Agostinelli o l’equivoco Lucien Daudet; più singolare di tutto, un aggeggio chiamato “teatrofono” che consentiva di ascoltare in diretta le musiche dell’Opéra restando a casa propria. Dall’altro, c’è una sorta di compiaciuto straniamento nel ritrovare in carne e ossa alcune creature della Recherche che ormai appartengono all’immaginario collettivo. In un angolo del grande dipinto di Tissot che effigia il circolo aristocratico della rue Royale ecco spuntare l’ereditiere ebreo Charles Haas, amante di Sarah Bernhardt e ispiratore di Swann; poco più in là occhieggiano un ritratto della brillante contessa de Greffulhe (Madame de Guermantes) e uno della chiacchierata dama Laure Hayman (Odette de Crécy); e nelle foto d’infanzia ecco la piccola Marie de Bernardaky, futura Gilberte. Mentre dall’altra parte della Senna, al Musée d’Orsay, è tornato per qualche mese in patria da New York il ritratto che James Whistler fece a Robert de Montesquiou, vero uomo-chiave della gioventù di Marcel nonché archetipo del dandysmo francese, e del personaggio di Charlus.
Si esce dalla mostra con ulteriori dubbi sulla famosa sentenza che Proust inalbera nel Contro Sainte-Beuve: “Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”. L’io creatore e l’io sociale s’incontrano più volte nelle sale del Carnavalet, tesi in una parabola che porta senza salti cromatici dal ritratto di Proust ventunenne eseguito da J.-É. Blanche (pelle diafana, orchidea al bottone, cravatta discreta di seta bianca) fino alla foto pallida e incolta scattata da Man Ray sul suo letto di morte, il 20 novembre di cento anni fa.