“Alla ricerca” di Proust. A zonzo per la Parigi letteraria

“I vicini fanno l’amore ogni due giorni con una frenesia di cui sono invidioso. Quando penso che per me tale sensazione è più debole che bere un bicchiere di birra fresca, invidio queste persone che riescono a emettere grida tali che la prima volta ho pensato a un assassinio”. In questa frase del 1919 sta non solo il notorio disgusto di Marcel Proust per il sesso attivo (altre, e talora poco eleganti, le sue propensioni di sadico voyeur), ma anche il suo disagio per l’ultima delle dimore in cui visse, “una camera da domestica”: l’appartamento di rue Hamelin 44 in cui tre anni più tardi, finita la Recherche, mormorò all’insostituibile governante Céleste Albaret “Adesso posso morire”.

Ben più nobili le tre storiche case in cui Proust trascorse la sua vita, tutte situate in un fazzoletto di strade tra il parc Monceau e la Madeleine, a pochi passi dal liceo Condorcet (dove prendeva pagelle tutt’altro che eccellenti), dalla colonna di boulevard Malesherbes sui cui manifesti s’informava degli spettacoli in corso, dal Ritz di place Vendôme dove per anni si rifornì delle sue amate birre ghiacciate, e dai salotti più importanti di cui scriveva in un’apposita rubrica sul Figaro. Un universo ristretto in un angolo della Rive Droite, fatto di abitudini annose, di circoli chiusi e di balconate serali, come in uno splendido dipinto di Prinet: tutto l’opposto – per evocare la tumultuosa mappa dei traslochi esposta in una recente, memorabile mostra alla Bibliothèque Nationale, La modernité mélancolique – dell’irrequietezza abitativa ed esistenziale del primo, sommo cantore della Ville Lumière, Charles Baudelaire.

Se per il poeta dei Fiori del male la forma della città (che, “ahimè, cambia più rapidamente che il cuore degli uomini”) è lo specchio di uno spleen nutrito di nostalgie e fantasmi (dalle acqueforti di Meryon ai Tableaux parisiens), per Proust Parigi è un rifugio e un pericolo, è il Parc Monceau dei giochi d’infanzia e il trambusto delle carrozze sugli Champs-Elysées, il mondano foyer dell’Opéra e il rovo degli editori che rifiutano i suoi manoscritti, l’universo ambiguo che lo arruola sia nel voluminoso Who’s who della haute société sia (con la dicitura rentier, “ereditiere”) nel secco rapporto di polizia seguito alla retata in un noto locale gay l’11 gennaio del 1918.

Non è un caso che Parigi, assieme all’immortale Venezia di John Ruskin (l’autore che Proust scoprì e tradusse grazie alla madre già nel 1899), sia l’unica città reale in tutta la Recherche, assumendo, accanto ai suoi satelliti di fantasia da Combray a Balbec, lo statuto di città-mondo. La grande mostra che il Musée Carnavalet dedica proprio alla Parigi di Proust (fino al 10 aprile) può sortire così un duplice effetto sul visitatore istruito. Da un lato, c’è il consueto voyeurismo del curiosare tra le reliquie: il letto su cui si apre la Recherche, il cappotto col collo di lontra (indossato anche col caldo), la notifica manoscritta del Premio Goncourt (1919), il ritratto del padre (un noto epidemiologo che si occupò di “distanziamento sociale”: oggi sarebbe sempre in tv), le foto degli amori effimeri o impossibili come il musicista argentino Reynaldo Hahn, l’autista aviatore Agostinelli o l’equivoco Lucien Daudet; più singolare di tutto, un aggeggio chiamato “teatrofono” che consentiva di ascoltare in diretta le musiche dell’Opéra restando a casa propria. Dall’altro, c’è una sorta di compiaciuto straniamento nel ritrovare in carne e ossa alcune creature della Recherche che ormai appartengono all’immaginario collettivo. In un angolo del grande dipinto di Tissot che effigia il circolo aristocratico della rue Royale ecco spuntare l’ereditiere ebreo Charles Haas, amante di Sarah Bernhardt e ispiratore di Swann; poco più in là occhieggiano un ritratto della brillante contessa de Greffulhe (Madame de Guermantes) e uno della chiacchierata dama Laure Hayman (Odette de Crécy); e nelle foto d’infanzia ecco la piccola Marie de Bernardaky, futura Gilberte. Mentre dall’altra parte della Senna, al Musée d’Orsay, è tornato per qualche mese in patria da New York il ritratto che James Whistler fece a Robert de Montesquiou, vero uomo-chiave della gioventù di Marcel nonché archetipo del dandysmo francese, e del personaggio di Charlus.

Si esce dalla mostra con ulteriori dubbi sulla famosa sentenza che Proust inalbera nel Contro Sainte-Beuve: “Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”. L’io creatore e l’io sociale s’incontrano più volte nelle sale del Carnavalet, tesi in una parabola che porta senza salti cromatici dal ritratto di Proust ventunenne eseguito da J.-É. Blanche (pelle diafana, orchidea al bottone, cravatta discreta di seta bianca) fino alla foto pallida e incolta scattata da Man Ray sul suo letto di morte, il 20 novembre di cento anni fa.

Damilano lascia l’Espresso: “Gedi scellerata”

“Ho cercato sempre di fermare una decisione che ritengo scellerata. Mi sono battuto in ogni modo, fino all’ultimo giorno. Ma quando il tempo è scaduto e lo spettacolo si è fatto insostenibile, c’è bisogno di qualcuno che faccia un gesto, pagando anche in prima persona. Lo faccio io”. Queste le amare parole di Marco Damilano, in un post, per spiegare la decisione di lasciare la direzione de l’Espresso. Dopo 4 anni e mezzo alla guida del settimanale – che esce la domenica con Repubblica– Damilano lascia per la decisione del gruppo Gedi di Alain Elkann di cedere la testata al gruppo editoriale Bfc dell’imprenditore Danilo Iervolino, l’inventore dell’università telematica Pegaso che a gennaio ha acquisito anche la Salernitana, che rischiava l’esclusione dalla serie A. “Ho appreso la decisione di vendere due giorni fa da un tweet di un giornalista. Ho chiesto immediati chiarimenti all’ad Maurizio Scanavino, come ho sempre fatto in questi mesi, che sono stati uno stillicidio continuo di notizie non smentite”, aggiunge Damilano. Dalla sua parte si è schierata la redazione, che, con un comunicato, accusa il gruppo Gedi di “assenza totale di strategia che ora si vuol far pagare all’Espresso”, annunciando altresì uno stato di agitazione che prevederà delle giornate di sciopero.

Solidarietà al direttore e alla redazione è arrivata da gran parte del mondo politico, da destra a sinistra. Il nuovo direttore del settimanale potrebbe essere Lirio Abbate, firma storica e grande esperto di mafia.

Apple, 300 addetti del servizio clienti rischiano il posto

Apple sta per “licenziare” quasi 300 lavoratori nei call center di Roma e Taranto. Il colosso di Cupertino ha infatti deciso di tagliare le attività di customer care in Italia. Finora questo servizio è stato svolto in appalto dalla Teleperformance che, a sua volta, ha impiegato addetti interinali forniti da quattro agenzie. Ecco perché, formalmente, non si tratterà di un licenziamento: visto che questi lavoratori erano già precari, benché in alcuni casi impiegati da dieci anni sulla stessa commessa, basterà non rinnovare loro la missione. I 166 in servizio presso la sede romana saranno messi alla porta a fine marzo. Una cinquantina nel capoluogo ionico è già stata mandata a casa a fine dicembre e altrettanti dovranno smobilitare a fine aprile. Nidil Cgil, Felsa Cisl e UilTemp hanno organizzato una manifestazione nazionale che si terrà il 16 marzo. “Apple chiarisca in maniera trasparente quali siano, se ce ne sono, i motivi della chiusura della commessa in Italia e come, dove e con chi assicurerà il servizio”, scrivono i sindacati in una nota.

Dall’hiv all’epatite: i vaccini mancano

Dopo la più vasta campagna vaccinale mai effettuata nella storia e il successo conseguito, è necessario che la scienza si occupi di tutte le altre malattie infettive che ancora non riusciamo a contenere con quest’arma. L’esperienza Covid ci ha insegnato che, malgrado gli sforzi, non è facile ottenere un vaccino sterilizzante, cioè capace di inibire il virus al suo ingresso nell’organismo, prevenendo la malattia. Ad oggi, abbiamo ottenuto e somministrato, in realtà, una terapia preventiva, cioè una formula capace di inibire la gravità della malattia ma non il virus e la sua infezione. Nel mondo, a tutt’oggi, ci sono malattie infettive molto gravi che non sono combattibili con la vaccinazione. Non esiste ancora un vaccino contro il plasmodio della malaria, che ogni anno uccide 405.000 persone, e non ce ne sono in vista contro la malattia di Lyme, Zika, il virus del Nilo occidentale, l’epatite C, la malattia da virus Nipah e la febbre da virus Lassa, l’Hiv. La ricerca non è ferma ma certamente ha avuto un rallentamento significativo durante la pandemia, non solo perché la maggior parte dei ricercatori ha volto la sua attenzione alla battaglia contro il Covid ma anche perché i fondi sono venuti a mancare. Uno spiraglio di speranza si sta aprendo nei confronti dell’Hiv. In circa 40 anni i maggiori progressi sono stati fatti nella diagnostica, con l’implementazione di tecniche sempre più sofisticate per individuare la presenza nel sangue del paziente, anche di poche unità di virus, dando la possibilità di agire precocemente. Sono stati fatti passi da gigante nella terapia che, ad oggi, assicura una cronicizzazione della malattia. Il vaccino avrebbe un’importanza enorme, ma non è un traguardo facile. In generale, laddove sia possibile guarire completamente da una malattia e sviluppare un’immunità naturale che dura a vita, allora un vaccino è possibile. Malaria, Hiv e tubercolosi sfuggono a questa regola. Il virus Hiv muta in un solo giorno, vanificando l’attività degli anticorpi appena formatisi. Purtuttavia, dopo circa otto anni di ricerca, è arrivato l’annuncio che un possibile vaccino stia dando risultati promettenti. La scienza comunque non deve mai essere fermata.

*Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

È tornata la storia (un’altra volta)

Dacché FrancisFukuyama prima ebbe il dubbio (1989) e poi la certezza della fine della storia (1992), nel senso che le magnifiche sorti e progressive erano già realtà in quel di Washington, quella – s’intende la storia – è ricominciata di continuo (e il politologo Usa, va detto, ne ha preso atto senza soffrirne troppo). Mentre usciva La fine della storia e l’ultimo uomo, per dire, era appena finita la guerra in Iraq e nei Balcani ci si sparava con gusto: da allora la “fine della fine della storia” è diventata un ritornello che ci ha accompagnato dall’11 settembre all’Afghanistan, dall’Iraq-2-la-vendetta alla Grande crisi finanziaria eccetera. Ora anche l’economista Branko Milanovic ci ricorda sul suo blog, in un gran bel pezzo peraltro, che la fine della storia è finita un’altra volta, ora in Ucraina (La fine della fine della storia: cos’abbiamo imparato finora?). L’uomo impara cose, questo si sa, o almeno ci prova: non si contano gli articoli “Cos’abbiamo imparato dalla crisi” seguiti al crollo di Lehman e al contagio finanziario (e oggi si può tranquillamente rispondere “poco o niente”). Adesso molti autorevoli commentatori in tutto il mondo prevedono, visto che questa benedetta storia non se la sente di morire, almeno la fine della globalizzazione. Se è vero però, tornando a Milanovic, che in Russia “il potere dell’oligarchia si è rivelato assai limitato” quando è venuta in ballo la ragion di Stato, non è così certo quanto il potere del denaro sia limitato in Occidente: ora che le “catene globali del valore” su cui si sbrodolava nei convegni e si banchettava nei Cda si scoprono vulnerabili alla geopolitica, si dice, le filiere produttive torneranno ad accorciarsi; ora che si colpiscono i miliardari off-shore si tornerà a introdurre controlli sui capitali. Volesse il cielo, ma l’1% che ha fatto e vinto la lotta di classe in questi ultimi decenni – anche attraverso la globalizzazione – non si arrenderà senza sparare, senza inventarsi una soluzione a suo uso e consumo venduta, di nuovo, come lo stato di natura del mercato. La storia non solo non finisce, ma non è neanche mai necessitata: la fanno le lotte, la fortuna e le scelte, nelle democrazie la politica, un tempo si sarebbe detto i partiti e i corpi intermedi. Ecco, qualcuno sa che fine hanno fatto?

Mail box

Nel mio piccolo, sto lavorando per la pace

Dopo aver donato qualche euro alla Croce Rossa, abbassato drasticamente la temperatura in casa per consumare meno combustibile di probabile origine russa, definito un crimine l’invasione di uno Stato sovrano, manifestato a voce alta perplessità sulla salute mentale di Putin e digiunato con Papa Francesco, vorrei poter dire che chi non ha giustamente (giustamente) permesso fossero installate testate nucleari sovietiche a poche miglia dalla costa della Florida non dovrebbe pensare di poter fare oggi la stessa cosa nei pressi del confine con la Russia, senza che ciò causi contraccolpi. Poi, a proposito del Donbass, vorrei ricordare che qui da noi è presente un’importante comunità di italiani di lingua tedesca e abbiamo avuto fortunatamente pochi bombaroli irredentisti altoatesini, ma l’unico referendum di cui io sia venuto a conoscenza non è stato promosso per chiedere la riunificazione del Tirolo austriaco. L’ha invece chiesto Cortina, che vorrebbe lasciare l’italianissima Belluno e il Veneto per trasferirsi a Bolzano/Bozen. A dimostrazione che, se si vuole, convivere è possibile. Dopo la pandemia, è ora di vivere in pace.

Gianmario Capponi

 

Il corpo si ribella e non vuole più russare

Con riferimento al Cretino Collettivo: ieri notte ho dato prova di patriottismo innato. Il mio corpo, sorpresosi a russare, si è immantinente ribellato e mi ha costretto ad un risveglio immediato. Mi sono riassopito con la serenità che solo la consapevolezza di avere anticorpi vigili e democratici può donare. Oggi, nel supermercato dove lavoro, brainstorming: valutiamo le opzioni nel caso le sanzioni durassero fino ai pranzi festivi di Pasqua e il potenziale danno per la mancata vendita di insalata russa. La “capricciosa” è consentita, o ricorda troppo Putin?

Marcello Donadello

 

Masha e Orso sono russi quindi temono lo stop

Viste le robustissime misure prese da molte personalità italiane nei confronti di tutto ciò che è ricollegabile alla Russia, compresi i gatti, vorrei sottoporre alla vostra redazione il mio timore di veder cancellare dai palinsesti di Rai Yoyo Masha e Orso, prodotto e ideato in Russia, la qual cosa renderebbe molto triste il mio nipotino di due anni. Una parte di italiani sta dimostrando al mondo la sua imbecillità.

Stefania Vitale

 

Il mio cane straniero rischia il rimpatrio

Leggendo sul Fatto Quotidiano dei divieti a cui saranno sottoposti i gatti russi sono stato colto dal panico. Mia moglie (russa) tempo fa ha portato da Mosca un bassotto. L’incolpevole animale ha un microchip russo e un tatuaggio in cirillico su un orecchio. Pensate che possa rischiare di essere accompagnato alla frontiera e di essere rimpatriato? PS: cerchiamo di ridere per non piangere!

Domenico Falà

 

Montagne russe: aboliamo anche queste?

Da fonti non ufficiali, ma attendibili, pare sia in preparazione un blitz per eliminare tutte le montagne russe dai parchi giochi italiani. Attendiamo con ansia…

Enrico Mantovani

 

Arsenali: pro e contro le forniture agli ucraini

Sono uno del coro, asservito al pensiero unico e scrivo con la scatola cranica vuota, perché ho appena portato il cervello all’ammasso. Penso che sia giusto l’invio delle armi agli ucraini, perché ogni Resistenza ha bisogno di armi. L’articolo 11 della nostra Costituzione dice che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa (ripeto: “offesa”) alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo articolo vieta all’Italia di fare come Putin, che ha offeso l’Ucraina, non di aiutarla a difendersi da un invasore. Ciò detto, dico che sono abbonato al Fatto (che reputo uno dei pochi giornali indipendenti da lobby) e che mi ritrovo in quasi tutte le sue azioni di mobilitazione civile. Il tuo giornale mi piace molto anche perché è “polifonico”, tanto che si possono trovare punti di vista diametralmente opposti all’interno dello stesso numero. Personalmente, ritengo che questo metodo sia un’ottima fisioterapia per la tonicità del pensiero critico. Nonostante ciò, non vedo posizioni favorevoli all’invio di armi agli ucraini nelle lettere dei lettori. Quindi ti chiedo un po’ di spazio anche per noi coristi, uni-pensanti e cerebro-ammassati. Contro la politica violenta, ora e sempre… Resistenza!

Massimo Marnetto

 

Un ringraziamento su antimafia e guerra

Il Fatto è l’unico giornale che dà giusto spazio alle sacrosante argomentazioni dei familiari delle vittime di mafia e svela le sporche trame di certi politici per abbattere la normativa antimafia. Sulla sciagurata guerra in Ucraina, oltre alla giusta reazione dell’Occidente, saggia l’idea del lettore De Lisio: trattativa sulla non estensione a est della Nato e autonomia delle regioni filorusse.

Piero Angus

Pasolini “A cent’anni dalla nascita quanto ci manca la sua passione”

Caro “Fatto”, in questi giorni, in tutta Italia, a cent’anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, e a quasi quarantasette dalla sua morte, (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975), c’è ancora un grandissimo fermento nel ricordarlo e apprezzarne le innumerevoli profezie del pensiero. Uno scrittore, un poeta, un regista, un polemista, un intellettuale dall’impegno civile, mai imprigionato dalle mode e dal pensiero unico. Anzi! Il suo pensiero lucido vide già anni fa il nostro presente; i suoi romanzi, le poesie, i film pregni di passione civile hanno preceduto man mano il nostro futuro. Potrebbero già bastare quattro suoi versi per ricostruire il suo identikit: “Non illuderti: la passione/ non ottiene mai perdono./ Non ti perdono neanch’io,/ che vivo di passione”. Mi sembra il modo migliore per ricordarlo proprio oggi.

Massimo Testa

 

Carissimi, ho pensato a Pier Paolo Pasolini e mi sono venuti alla penna questi versi, dedicati ai capi di Stato e di governo in questi giorni di guerra. Lui li avrebbe fatti certamente ancora più duri.

“Miei carissimi ed amatissimi porci

– sia lode ai maiali –

Voi che vegliate amorevolmente sui nostri destini

– su quelli di miliardi di persone in ogni dove –

vi esorto a continuare…

Preparate i vostri missili nucleari,

metteteli in posizione di lancio,

puntateli con precisione millimetrica.

È tempo di annientamento,

tempo di fare il deserto, di cancellare tutto.

È tempo di tornare al nulla, al silenzio primordiale.

Fate presto e non esitate: avete armi abbastanza…

Non privateci di questo spettacolo,

rendete concreta l’Apocalisse,

fate in modo che la profezia si avveri.

Sarà magnifico sapere…

che un inverno eterno calerà su di noi e su di voi

e finalmente nessuno potrà dire:

c’è stata una civiltà, un tempo.”

Angelo Gaccione

“L’Espresso” vendesi come usato sicuro al migliore offerente

“Alla carta stampata spetta la funzione di recuperare il sentimento del tempo, una memoria del passato che sola permette di dare una visione prospettica del futuro”

(dalla lezione di Eugenio Scalfari alla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università La Sapienza – Roma, 22 aprile 2009)

Non aveva torto Carlo De Benedetti quando nel 2019 rimproverò ai suoi figli che “non si vende un regalo”, dopo averli destituiti pubblicamente dal vertice del Gruppo L’Espresso, “visto che non hanno né competenza né passione per fare gli editori”. Era stato lui stesso, una decina di anni prima, ad affidare incautamente questa responsabilità a Rodolfo e a Marco, che poi cedettero il controllo alla Gedi: cioè alla Fiat di John Elkann, il nipotino dell’Avvocato Agnelli. E a meno di sospettare una tacita intesa di famiglia, aveva ragione allora l’Ingegnere ad avvertire che bisognava assicurare al Gruppo “un futuro di indipendenza e autonomia”.

Ora, a distanza di pochi anni, si arriva fatalmente alla messa in vendita del settimanale L’Espresso, da cui ha preso nome l’intero Gruppo e anche il titolo quotato in Borsa. Una dismissione annunciata, si può dire, dopo il “tradimento” della Repubblica già consumato nel 2016, la successiva chiusura di MicroMega e lo smantellamento dei giornali locali riuniti da Carlo Caracciolo. E dunque, una fine ingloriosa per una testata che dal 1955 ha fatto la storia d’Italia, dai diritti civili alla campagna “Capitale corrotta, Nazione infetta”, ridotta ormai a poco più di un supplemento domenicale del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: il quale, non a caso, definiva L’Espresso una “struttura d’opinione”. E tale è stato fino a quando ha conservato un’anima e un’identità.

Nelle trattative in corso, il potenziale compratore sarebbe il gruppetto editoriale Bfc Media controllato dall’imprenditore napoletano Danilo Iervolino, patron della Salernitana che attualmente lotta per la permanenza in Serie A e già fondatore dell’università telematica Pegaso che milita nel girone dell’istruzione accademica “a distanza”. Non sorprende che un piccolo gruppo multimediale, specializzato nell’informazione sul personal business e sui prodotti finanziari, ambisca ad acquisire un’ex grande testata come L’Espresso sul mercato dell’usato sicuro. Né sappiamo se esista già un progetto editoriale di rilancio o d’integrazione digitale. Per Iervolino, può anche essere uno status symbol, un pezzo d’antiquariato, un oggetto da collezione.

Quello che scandalizza, invece, è il fatto che una holding come Gedi – controllata dalla famiglia Agnelli – sia pronta ad ammainare una “bandiera” del giornalismo italiano, quasi fosse uno strofinaccio da cucina, piuttosto che mantenere l’insegna inalberata, farla sopravvivere online o deporla magari in una teca di cristallo. Per citare un esempio analogo, finora Urbano Cairo – proprietario del Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, dell’emittente televisiva La7 e patron a sua volta del Torino – non ha voluto né vendere né affittare un’altra testata prestigiosa come quella del settimanale L’Europeo, limitandosi a pubblicare un numero speciale all’anno per tenerla in vita e non perderne la titolarità giuridica.

Nella contagiosa commistione fra calcio e media, di cui Silvio Berlusconi è stato indubbiamente un precursore, si può vendere o comprare una società, una squadra o un giocatore. E magari un arbitro. Ma nel mondo dell’informazione non si tratta una testata come un cespite o un asset aziendale: un giornale, in forza del pluralismo, appartiene anche ai lettori e all’opinione pubblica oltre che al suo legittimo proprietario. E se non si vende un regalo, come predica De Benedetti, a maggior ragione non si vende una bandiera.

 

Per Cingolani, la transizione ecologica è una scocciatura

Sono arrivati portandosi dietro un mediatore-facilitatore, figura poco conosciuta in Italia e che serve affinché le parti si capiscano meglio. E hanno posto domande precise, commoventi nella loro limpida autenticità: cosa sta facendo il governo italiano per proteggere i cittadini dal rischio di un futuro di siccità e penuria di risorse? È disposto il ministro a inviare a tutti i cittadini una lettera per spiegare la gravità della crisi? È possibile, come altrove, istituire Assemblee cittadine che deliberino sulle misure da prendere? Questi sono gli attivisti di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista che unisce azioni dimostrative suggestive a una passione per la democrazia in tempi di emergenza. Hanno incontrato Cingolani giovedì: un incontro concesso solo dopo uno sciopero della fame e le “scuse”, a detta del ministro, per aver imbrattato il dicastero con vernice rossa. Trattati paternalisticamente come manifestanti qualunque, non come persone disperate per la sussistenza dell’umanità.

A ogni modo, l’incontro c’è stato. Ma i giovani e meno giovani che tanto lo attendevano sono rimasti delusi: non sapevano che avere certezze dal ministro Cingolani è pressoché impossibile, perché veste ogni volta, come in un romanzo pirandelliano, ruoli diversi: ora parla da “scienziato”, ora – più spesso – da “politico”, ora da “non parlamentare” e raramente da ministro responsabile della Transizione ecologica. Alle domande degli attivisti ha dato risposte tautologiche, come quella per cui, essendosi la terra riscaldata tantissimo solo negli ultimi anni, “è inutile che inventiamo la storiella del cambiamento facile” (ma non è proprio il rapido cambiamento che dovrebbe spingere a fare?). Ma ha anche agitato molti spettri, per primo quello del disordine sociale legato alla transizione: “I lavoratori protestano proprio come i giovani che contestano”. All’obiezione degli attivisti secondo cui stiamo mettendo a rischio la sicurezza alimentare, il ministro, dopo aver messo velatamente sullo stesso piano catastrofisti e negazionisti, ha detto a una platea un filo allibita “che prima di parlare di ottimizzare l’agrifood (sic) dobbiamo pensare allo spreco di cibo”. Sulla lettera ai cittadini, ha risposto un vago “sì, ma solo una sintesi del rapporto Ipcc, comunque dipende dal metodo, e poi non c’è budget”. Sul tema delle assemblee democratiche, ecco un “non sono un giurista e neanche parlamentare, fate una proposta di legge di iniziativa popolare (c’è già, ndr) e comunque il Parlamento è sovrano”.

Gli attivisti non hanno portato a casa neanche un impegno sul divieto ai jet privati perché “non si cambia il comportamento per legge”. Infine, la prevedibile carta finale è stata quella della “guerra: io vado a letto alle due e mi sveglio alle cinque con gli incubi”. Come a dire, “che ci faccio qui?”. L’incontro si è concluso in un generale clima di mestizia, in cui gli attivisti si chiedevano: perché Cingolani non presenta mai la transizione come una formidabile opportunità di cambiamento, ma solo come una fastidiosa scocciatura?

E dunque anche io vorrei porre tre domande, impedite ai giornalisti su espresso divieto: perché trattare come fastidiose zanzare gli attivisti di un movimento che, in teoria, milita per gli stessi obiettivi del ministro e lotta per salvare la pelle di tutti, ministro compreso? Potrebbe il Cingolani-politico smontare il Climate Clock, l’orologio dell’Apocalisse, pomposamente montato dal Cingolani-scienziato sulla Cristoforo Colombo a Roma, che oggi appare surreale? Infine: potrebbe il ministro dare del “lei” a degli attivisti che danno a lui del “lei”, senza usare la formula sminuente del “tu”? Certo, le forme verbali non ci salveranno dall’estinzione, ma almeno ne guadagnerà la dignità della nostra vita pubblica.

 

Tra inviare armi e stare fermi c’è una terza via

Colpiva l’altra sera nella trasmissione Piazzapulita la compostezza con cui la filosofa Donatella Di Cesare teneva la propria posizione pacifista di fronte a una sequela di obiezioni e di aggressioni verbali come quelle dell’immancabile Guido Crosetto. “Non si aiutano gli ucraini armandoli: è semplicemente questa la mia posizione. E l’Europa, che celebra una riunificazione in armi, in realtà nasconde il proprio fallimento”. Parole che Di Cesare è riuscita a pronunciare anche di fronte a una ragazza ucraina, scappata dal Donbass anni fa, che in lacrime rivendicava il diritto a difendersi e a ricevere supporti armati dal resto del mondo.

La questione dell’invio delle armi, inizialmente data per scontata nel dibattito parlamentare e poi rivelatasi una partecipazione attiva del nostro paese, e dell’Unione europea, alla guerra, si rivela quindi decisiva. Non a caso la manifestazione che si terrà oggi a Roma si è andata dividendo proprio su questo punto che trascina con sé l’accusa, a chi sostiene una posizione pacifista integrale, di essere “neutrale” di fronte a un’aggressione deliberata.

Questo dibattito non tiene conto, in realtà, del fatto che quando la guerra è già scoppiata è molto difficile agire davvero. Le richieste a chi manifesta per la pace di tirare fuori dal taschino soluzioni pronte all’uso è in realtà più illusoria di quanto lo sia la rivendicazione di un mondo senza armi. Proprio la frustrazione generata dall’impotenza di fronte a un esercito in marcia, come quello russo, rende il dibattito molto difficile, spesso sgradevole, comunque non all’altezza del problema.

È sbagliato, in realtà, pensare che l’alternativa sia secca tra inviare armi a una nazione aggredita oppure non fare nulla esponendosi alle accuse di filo-putinismo come certa stampa “liberale” fa costantemente dall’inizio della guerra. Questa alternativa è invece il frutto dell’attuale schema che governa il mondo e in cui il ricorso alle armi, la spesa militare, la fortificazione di alleanze e la loro contrapposizione a “minacce” sempre più incombenti (i pirati, il terrorismo, ora la Russia: e invece le vere emergenze erano le pandemie e il clima), ha costruito una vera cultura dell’interventismo. A Di Cesare, nella trasmissione citata, veniva ad esempio contrapposto un ragionamento da scuola elementare: “Cosa farebbe lei se un energumeno stesse picchiando un bambino, non interverrebbe?”. Chiunque interverrebbe, ma qui non si tratta di energumeni e bambini, si tratta di Stati sovrani.

Nel corso degli ultimi trent’anni, segnatamente dalla prima guerra del Golfo del 1991, i paesi occidentali, capitanati dagli Stati Uniti, hanno messo la ridotta alle Nazioni Unite, l’unica organizzazione creata per governare le tendenze muscolari degli Stati, la loro propensione a espandersi e ad allargarsi oltre il dovuto.

Dal 1991 è stato ideato un “Nuovo ordine mondiale” basato, sostanzialmente, sul ruolo attivo degli Usa e dei loro alleati come gendarme internazionale in grado di spegnere i focolai di crisi. Una formula dietro la quale si è invece celato il bisogno di potenza degli Stati Uniti. Il bilancio di questo nuovo ordine è impietoso. Il Medio Oriente non è mai stato sbrindellato come ora, con focolai di nuove crisi sempre in gestazione; il Corno d’Africa conosce Stati falliti e zone di guerra permanente; anche il Nordafrica o il grande Medio Oriente immaginato da Bush jr., quello che si stendeva dal Maghreb all’Afghanistan, non ha nessuna pace. In mezzo, poi, l’apice della grande tragedia afghana dove, tra l’altro, non solo l’invio di armi ma anche di ingenti truppe non ha impedito ai talebani di sgominare l’esercito di Kabul.

La disattivazione del ruolo dell’Onu, in un momento in cui invece, crollato l’impero sovietico, si poteva modellare un nuovo sistema di regole internazionali, ha privato il mondo di un possibile strumento per la “soluzione pacifica delle controversie”. Oggi che l’ipotesi di una contrapposizione frontale Nato-Russia viene fortunatamente esclusa, per ora, sarebbe servita un’istituzione come l’Onu per sostenere l’Ucraina, fare pressioni sulla Russia, organizzare anche forze di interposizione a difesa dei civili, delle centrali nucleari, a difesa di una pace possibile. Dire no all’invio di armi non significa dire che l’Ucraina non debba essere sostenuta politicamente e con vari mezzi. Ma il sostegno dovrebbe provenire da istituzioni globali riconosciute e credibili. L’Onu non lo è mai stata del tutto, non lo è stata più da un certo punto in poi. Una nuova istituzione sarebbe davvero necessaria: non solo contro la guerra, ma contro le vere emergenze che riguardano la salute delle persone e della Terra.