Mastrocinque, tracchia e i mercenari delusi dal mancato carnevale

Riassunto della puntata precedente: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. Male i negoziati di ieri: è finita a botte, e l’avvocato dei Tracchia è stato ricoverato con un corridoio umanitario su per il culo. Al Tg1, Evaristo Tracchia, il capofamiglia, un palazzinaro degli anni del boom che rifiuta di accettare l’invecchiamento (lifting ripetuti, capelli tinti, amante giovanissima), ha dichiarato: “Combatto per la pace, le gemelle mi minacciano. Perché sono due?” C’è chi ipotizza non ci stia più con la testa, adducendo come prova la sua recente candidatura con Italia Viva. Crisanti al Tg1: “Come i grandi dittatori della storia, Tracchia mostra tratti di una personalità narcisistica e paranoide. Il narcisista ha un’autostima grandiosa, fantasie di successo e di potere, attese irragionevoli. Il paranoide invece è diffidente e sospettoso, teme di subire aggressioni, tende a contrattaccare con violenza e rabbia. Infliggere sanzioni economiche a uno così può essere molto pericoloso, perché potrebbero provocargli un senso di umiliazione a cui reagirebbe con azioni inconsulte, tipo comprare testate atomiche nel dark web e sganciarle su Spinaceto.” Tg1: “Grazie, professore. Non sapevamo fosse pure psichiatra.” Crisanti: “Se è per questo, non ero neanche virologo.” Le gemelle Mastrocinque denunciano atrocità: “Durante gli scontri, le clienti di Jean Louis David sono state evacuate in malo modo dal salone, e dimenticate nel corridoio con il colore in testa, che dopo 30 minuti ha iniziato a seccare e a prudere. Alla loro richiesta di essere risciacquate, i mercenari hanno dato disponibilità ma hanno continuato a ignorarle, e il colore è colato sulla pelle, che è rimasta macchiata, e pure escoriata dato che i mercenari addetti al risciacquo hanno sfregato la cute con un prodotto acido. Il tutto per la modica spesa di 200 euro a testa!” Chiedono dunque che i Tracchia vengano processati per crimini di guerra. Commenta Gianni Riotta: “Se la Finlandia ha fermato Stalin, le gemelle possono fermare i Tracchia.” Tg1: “Conoscete Gianni Riotta?” Le gemelle: “Come si chiama?” Tg1: “Come si chiama chi?” Le gemelle: “Gianni Riotta.” Tg1: “Mai sentito.” Vittorio Feltri ha offerto ospitalità ai profughi. In programma per domani un’altra marcia per la pace. Molinari su Repubblica: “Le proteste sono giuste. Quando Marlon Brando abbracciò la causa degli indiani, John Wayne gli tolse il saluto. Anche Rin Tin Tin gli voltò le spalle.” Ironia della sorte: mentre Airbnb cancellava le prenotazioni pasquali dei Tracchia in Messico, le loro truppe conquistavano la Bodega Mexicana al terzo piano, tagliando fuori gli approvvigionamenti di nachos e burritos per la ¡FIESTA MEXICANA! che la resistenza aveva in programma per oggi. Un successo tattico, ma secondo il Guardian sarebbero parecchi i mercenari demoralizzati e arrabbiati: “Ci hanno detto che si andava tutti al Carnevale di Viareggio, dove saremmo stati accolti come vincitori della gara fra carri allegorici. Ci aspettavamo coriandoli, non bottiglie molotov. Gli spettacoli pirotecnici però non sono male.” Commovente il video di un soldato catturato che piange quando gli passano la mamma al telefonino: sperava di essersene liberato per sempre. Con un blitz notturno che ha sorpreso tutti, l’esercito dei Tracchia si è impadronito della centrale termoelettrica di Montalto di Castro (Gr). La figlia di Tracchia, Giulia, confinata da una settimana nella sua cameretta a causa delle sue idee pacifiste, lancia l’allarme via TikTok: “Mio padre potrebbe riconvertirla a centrale nucleare per poi bombardarla!” Vabbè, ma se facesse una cosa del genere sarebbe completamente fuori di…Oh-oh. (5. Continua)

 

Chi si illude che Putin sia già stato sconfitto

Sono un po’ confuso. Gli esperti ci hanno detto e ripetuto che Putin voleva arrivare a Kiev in tre giorni ma che poi il blitzkrieg è miseramente fallito. Che le sanzioni avrebbero strangolato rapidamente l’autocrate dalle mani lorde di sangue. Che gli oligarchi erano furibondi con lui, dopo il sequestro dei loro immensi panfili e a causa delle carte di credito inutilizzabili negli sfarzosi resort di St. Moritz. Che al Cremlino già si cospirava per farlo fuori e che, alla lunga, la resistenza ucraina avrebbe saldato il conto. Ci parlano tuttora di lunghe colonne di blindati russi impantanati. Ci raccontano la cattura dei soldatini di Vlad piangenti che vogliono tornare dalla mamma. Poi però ci mostrano la cartina dell’Ucraina cosparsa di chiazze rosse che sembrano tante ferite di coltello. Ogni ferita rappresenta una città messa a ferro e a fuoco dall’aggressore, o sul punto di cadere. Poi ci riportano ciò che ha riferito Emmanuel Macron dopo l’ultima telefonata con Putin (e dopo migliaia di morti e immani distruzioni): “Il peggio deve ancora venire”. Poi leggiamo queste parole di Domenico Quirico sulla “Stampa”: “Cherson già conquistata, Mariupol muore ogni giorno di fame, per l’assedio spietato. Ora è la volta di Odessa. Lentamente, implacabilmente il piano di guerra si dispiega, eccolo il rullo compressore russo come si diceva un tempo. Una tela di porti e di città che allontanano i sogni di ‘revanche’ ucraina”. Si ha come l’impressione che sul fronte occidentale, il nostro fronte, nelle informazioni dal teatro di guerra si preferisca ammorbidire i fatti, sfumare l’impatto delle cattive notizie, concentrare l’attenzione sulle indicibili sofferenze inflitte a un popolo fiero da quella belva assetata di sangue. Glissando sulle sconfitte militari dell’eroico Zelensky. È una sottovalutazione del nemico che parte da lontano. Dai G20 che ancora a ottobre relegavano le tensioni Mosca-Kiev tra le varie ed eventuali. Per poi sperare che il tiranno si accontentasse di incamerare il Donbass. Per poi dirsi convinti che messo di fronte a “sanzioni mai viste”, si sarebbe messo paura (salvo continuare a comprargli il gas finanziando indirettamente l’invasione). Una tragica partita a dama dove Putin ha sempre una mossa di vantaggio. Chi ne sa più di me sostiene che prima o poi pagherà per intero il conto delle sue efferatezze. È un cadavere che cammina, ci rassicurano. Al momento vediamo un cadavere che corre.

Appalti, nei guai il braccio destro di Bianchi al Miur

C’è anche un importante membro della segreteria del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi fra i 13 indagati dalla Procura di Roma nell’inchiesta sugli appalti al Miur. Il funzionario Alessandro Ascoli, 40 anni, è accusato di corruzione in atti d’ufficio con l’imprenditore e patron dell’agenzia di stampa Dire, Federico Bianchi di Castelbianco. Per i pm, Ascoli avrebbe ottenuto dall’editore uno scooter Honda Sh 125 e un Notebook Asus “del valore complessivo di 5.000 euro” mentre guidava la commissione per la valutazione dei bandi di gara che – come si legge nel capo d’imputazione – ha assegnato alla Com.E. srl di Castelbianco due affidamenti da 819.672,14 euro e da 299.000 euro, relativi a campagne informative sul Covid. Giovedì, Ascoli è stato sottoposto dalla Procura alla misura della sospensione temporanea dall’esercizio del pubblico ufficio. Fonti del Fatto sostengono che il funzionario era in corsa per il ruolo di capo segreteria di Bianchi, carica vacante da alcune settimane. L’entourage del ministro smentisce, spiegando che “non c’è stato alcun atto formale”. Il 17 febbraio scorso, in apertura di un’audizione del ministro in Commissione parlamentare sulle attività delle comunità per minori, la presidente Laura Cavandoli ha presentato Ascoli come “capo della segreteria”, come si legge nello stenografico presente online. “Il Ministero ha piena fiducia nel lavoro della magistratura, con la quale ha sempre collaborato in questi mesi e continuerà a collaborare”, dicono dal Miur. Tra gli appalti sotto la lente dei pm c’è anche quello che avrebbe permesso di veicolare i fondi per il Covid direttamente alle agenzie di stampa. Il 22 marzo 2021, intercettata, l’ex dirigente Miur Giovanna Boda, dice all’allora capo dipartimento Leonardo Filipponi (entrambi indagati): “Lui vuole un bando per le agenzie di stampa, Ansa, Dire, e prendere i fondi direttamente dalle agenzie di stampa, cioè direttamente dal bando, senza scuole!!”. Al termine della discussione, Boda chiede a Filippone di riferire a Castelbianco: “Abbiamo pensato delle belle cose per te”. Il ministro Bianchi e l’agenzia Ansa sono estranei all’inchiesta.

Loro Piana, gli eredi indagati per reati fiscali: evasi 195 mln

Scambi societari, rivalutazioni gonfiate, fatture retrodatate. Il tutto per mettere in piedi una frode fiscale miliardaria: non pagare le imposte dovute per la vendita della società di famiglia, uno dei gioielli della moda italiana. È l’accusa a cui devono rispondere una decina di componenti della famiglia Loro Piana, simbolo dell’omonima azienda tessile diventata famosa nel mondo per i suoi indumenti di lana e cashmere. Uno dei tanti marchi del made in Italy oggi di proprietà estera. Come noto, nel 2013 gli eredi della dinastia piemontese hanno venduto l’80 per cento del gioiello di famiglia al più grande gruppo della moda: la Lvmh dell’imprenditore Bernard Arnault, terzo uomo più ricco del mondo, un patrimonio personale di 157 miliardi dollari (secondo Forbes), a capo di una multinazionale proprietaria di aziende come Louis Vuitton, Bulgari, Fendi, Givenchy, Tiffany.

Per acquistare l’80% di Loro Piana, fino ad allora azienda totalmente familiare, fondata nel 1924 a Quarona Sesia e divisa in quote diverse tra gli eredi, nel 2013 Arnault pagò due miliardi di euro. All’epoca fu definita una delle vendite più ricche mai viste in termini finanziari: Lvmh valutò il 100% di Loro Piana 2,7 miliardi di euro, 21,5 volte il margine operativo lordo del gruppo. Multipli che si erano visti solo nel caso delle vendite di marchi globali come Valentino o Bulgari. In casi di compravendita azionaria le tasse si versano sulla plusvalenza, cioè sulla differenza tra il valore d’acquisto delle quote societarie e quello di vendita.

La Procura di Milano e l’Agenzia delle Entrate, secondo quanto ricostruito dal Fatto, pensano però che in questo caso i venditori non abbiano dichiarato al Fisco buona parte dell’incasso ottenuto: all’appello manca un imponibile pari a 1,5 miliardi di euro. Di un’inchiesta che lambiva Loro Piana avevano scritto alcuni giornali tre mesi fa, raccontando dell’arresto di un funzionario piemontese dell’Agenzia delle Entrate per estorsione. Il dipendente pubblico (ancora oggi sospeso dall’Agenzia, in attesa dell’eventuale processo) secondo l’accusa avrebbe minacciato una componente della famiglia di rivelare alla stampa la notizia di un accertamento fiscale in corso ai suoi danni, se in cambio non gli avesse dato 300mila euro in contanti. I documenti analizzati permettono adesso di raccontare cosa c’era dietro quel ricatto.

Nel 2018 il pm della Procura di Milano Giordano Baggio ha aperto un’inchiesta sulla vendita dell’80% di Loro Piana a Lvmh con l’ipotesi di frode fiscale. L’indagine si è conclusa l’estate scorsa, portata a termine dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, con dodici persone indagate per vari reati. In sostanza, secondo la Procura e il nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, i tre eredi più anziani dell’azienda – Pier Luigi e Lucia Loro Piana oltre a Maria Luisa Decol (vedova di Sergio Loro Piana), tutti accusati di dichiarazione fraudolenta e dichiarazione infedele – insieme ai rispettivi figli e al commercialista Mario Tracanella, hanno messo in piedi un sistema per evadere le imposte sulla plusvalenza realizzata grazie alla vendita miliardaria ad Arnault. L’accusa è di aver goduto illegittimamente di alcuni benefici fiscali, in particolare la “participation exemption” (l’esenzione fiscale delle plusvalenze) e l’imposta sostitutiva sulle rivalutazioni. Tecnicismi che hanno permesso di risparmiare quasi 200 milioni di tasse. I tre eredi più anziani della famiglia, allora detentori della maggioranza delle azioni, secondo la Procura hanno anche presentato perizie false per far apparire corretta la rivalutazione delle quote societarie realizzata poco prima della vendita ai francesi. Un castello di carte gestito da Tracanella, commercialista con un importante studio a Milano, indagato anche per autoriciclaggio.

Le posizioni dei singoli indagati, a quanto risulta al Fatto, non sono ancora state definite dalla Procura, che potrebbe in teoria decidere per la richiesta di archiviazione, il rinvio a giudizio o il patteggiamento. Nel frattempo è stato concluso l’accertamento fiscale avviato dall’Agenzia delle Entrate, in particolare dalla direzione generale del Piemonte e da quella provinciale di Vercelli. Dalle informazioni raccolte, i componenti della famiglia Loro Piana hanno aderito pagando al Fisco circa 195 milioni di euro. Contattati per un commento tramite i rispettivi avvocati, i tre ex azionisti di maggioranza della maison italiana non hanno risposto alle domande.

Palermo, AAA cercasi giudice per processare Matteo Salvini

Nessun giudice a Palermo si offre per completare il collegio che dovrà giudicare Matteo Salvini, imputato di sequestro di persona per aver negato lo sbarco a Lampedusa dei profughi soccorsi ad agosto del 2019 dalla nave Open Arms. Il processo è stato rinviato all’8 aprile per problemi di salute del presidente e una giudice a latere è in maternità: servirà un nuovo collegio. ll presidente del tribunale Balsamo ha chiesto con un interpello chi volesse sostituire la collega, senza ricevere risposta. Sarà dunque il vertice del tribunale a decidere d’ufficio il nuovo componente.

Cuginetti uccisi da suv Condanna annullata

La Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di condanna a 9 anni di reclusione per Rosario Greco, l’automobilista che l’11 luglio 2019 a Vittoria (Ragusa) travolse e uccise col suo suv Alessio e Simone D’Antonio, due bambini che giocavano sul marciapiede davanti all’uscio di casa. Entrambi di 11 anni, Alessio e Simone erano cugini. Il processo si ricelebrerà davanti alla Corte d’appello. Nel febbraio dello scorso anno la sentenza d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado con la quale, il 26 maggio 2020, Rosario Greco era stato condannato con rito abbreviato per duplice omicidio stradale aggravato dall’alterazione psicofisica dovuta all’utilizzo di sostanze alcoliche e stupefacenti.

Achille (ex Fnm) condannato anche da Corte dei conti

Alla fine è arrivata (anche) la condanna della Corte dei conti: Norberto Achille, ex presidente di Fnm Ferrovie Nord Milano Holding, dovrà pagare 491.526 euro per danno erariale, “per aver leso l’immagine, il decoro e il prestigio istituzionale della Regione Lombardia”. Era già stato condannato in sede penale a 2 anni e 8 mesi per truffa e appropriazione indebita, per aver distratto un fiume di denaro dalle casse della società per l’uso personale suo e dei figli, facendosi rimborsare (in alcuni casi perfino due volte) spese per ristoranti, alberghi, locali notturni, abbigliamento, scommesse sportive, carburante, contravvenzioni e molto altro. Aveva speso anche 14 mila euro per tre dipinti di pregio poi regalati all’allora presidente della Regione Roberto Formigoni. I suoi difensori sostenevano che Fnm, essendo non una società operativa ma una holding di partecipazioni, non dovesse essere considerata una società di servizio pubblico e avesse “una connotazione strettamente privata”. La Corte dei conti ha invece condannato.

Tav, blitz di destra e renziani: nuovi fondi per completare l’opera. Sì anche del M5S

Il passaggio si annunciava delicatissimo perché sul Tav Torino-Lione negli ultimi anni le maggioranze di governo hanno sempre traballato. E invece raccontano che alla richiesta di centrodestra e renziani di chiedere al governo nuovi fondi per completare il tratto italiano dell’opera, mercoledì sera nessuno in commissione Trasporti alla Camera si sia opposto. Anzi, spiega uno dei presenti, “è andato inaspettatamente tutto liscio”. Così alla fine, dopo una giornata di lavoro, e su spinta del ministro dei Trasporti Enrico Giovannini, la commissione ha approvato a larga maggioranza un parere che impegna il governo Draghi a trovare nuovi fondi per completare la tratta italiana del Tav. Il voto sul parere è arrivato quasi all’unanimità (due soli gli astenuti, Antonio Tasso del Maie e Gianluca Rospi di Forza Italia) con il “sì” anche del M5S che in passato aveva fatto dell’opposizione alla Torino-Lione un cavallo di battaglia. Mercoledì la commissione Trasporti doveva votare sul “Documento strategico della mobilità ferroviaria di passeggeri e merci” redatto dal ministero di Giovannini, in cui il completamento della parte nazionale del Tav era considerato “prioritario”. Ma il Mims non aveva indicato un impegno di spesa. E così ci ha pensato la commissione Trasporti con i due relatori Enza Bruno Bossio (Pd) ed Edoardo Rixi (Lega) che, con l’appoggio della presidente di commissione Raffaella Paita (Italia Viva), hanno scritto il parere. Che prevede la richiesta di finanziamento per opere come la Genova-Ventimiglia, la Salerno-Reggio Calabria e la Napoli-Bari. Ma anche sul Tav Torino-Lione: al punto dodici del documento si chiede al governo di “assicurare le necessarie risorse finanziarie per la realizzazione dell’intervento” per i diversi lotti della parte italiana e 119 milioni (oltre agli 81 già impegnati) per completare la linea Bussoleno-Avigliana. Il tutto, si legge nel parere, anche “al fine di non pregiudicare la possibilità del cofinanziamento europeo”. Mozione spinta dal governo e che alla fine è stata sostenuta da tutta la maggioranza, 5 Stelle compresi. Così adesso il governo dovrà trovare e stanziare i restanti 1,7 miliardi di euro per il completamento della parte italiana dell’opera. Nel frattempo il Cipess (Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica) a inizio febbraio ha autorizzato la spesa di 414 milioni per finanziare il lotto 4 dell’opera.

Era di Odessa l’“O’ sole mio” che poi arricchì l’oro di Napoli

Ora che i cannoni russi li ha davanti agli occhi, Odessa conosce quanta sia vasta e antica la radice della grande menzogna. Non sono solo i potenti a mentirle ma anche gli scrittori, perfino i poeti e i musicisti se è vero – come pare – che O’ sole mio, inno e bandiera di Napoli nel mondo, del suo cuore e del suo amore, venne arrangiata proprio a Odessa nel 1898. Eduardo Di Capua fu il musicista al quale Giovanni Capurso, giornalista, consegnò i versi. E Di Capua non si trovava a Marechiaro ma in un albergo davanti al mar Nero, migliaia di chilometri più a est. Era in città e accompagnava suo padre, anch’egli musicista, impegnato in un tour nella grande Russia. Di Capua si trovò davanti la prima strofa, “Che bella cosa na jurnata e’ sole”, all’alba di un giorno, che immaginiamo lucente. La meraviglia – davanti al mar Nero – di una visione memorabile e dunque “l’aria serena doppo una tempesta”. O’ sole mio – così ci dicono – tornerà a Napoli, musicato e vestito a festa, e troverà negli anni maturi del Novecento la voce di Enrico Caruso che consegnerà la canzone alla scena mondiale e al primato dei primati.

Odessa con Napoli già aveva avuto un po’ di sentimento perché aveva accolto nel suo personale tour d’amore Don Giuseppe de Ribas, l’amante di Caterina La Grande, imperatrice di Russia e madre fondatrice di quella città. Malgrado tutto questo sentimento, all’inizio del secolo scorso, Odessa vive la prima grande rivolta operaia (anno 1905). La repressione è dura e crudele. Viene resa immortale dal film La corazzata Potemkin. Ma è soprattutto nel 1941 che la città viene inghiottita nella tragedia della seconda guerra mondiale. Occupata dall’esercito rumeno affiancato dai tedeschi, subisce il massacro di 5mila civili uccisi per rappresaglia dopo un attentato terroristico. Alla fine della furia nazista, degli 80 mila ebrei residenti resteranno in vita soltanto in 703.

Adesso la storia si ripete. I cannoni di nuovo aspettano di far fuoco, le navi da sbarco di trasferire la truppa sulle lunghe spiagge di sabbia. Cambiano i colori degli invasori, ma tutto resta uguale a prima nella città di O’ sole mio. È proprio come un replay.

Zelensky, villa al Forte e società nascosta al fisco

Una villa di lusso a Forte dei Marmi, nel centro balneare preferito dai russi che amano la Versilia. Sei camere da letto, quindici stanze e una grande piscina nel giardino. L’acquisto portato a termine due anni fa, per 3,8 milioni di euro, da Volodymyr Zelensky non è l’unico bene detenuto all’estero dal presidente ucraino. Oltreconfine, in posti fiscalmente molto più vantaggiosi dell’Italia, l’uomo che Vladimir Putin ha individuato come nemico pubblico numero uno ha parecchie altre attività. O almeno le aveva, sicuramente fino a poco prima di essere eletto, nel 2019, a capo del Paese. Quattro società offshore, per la precisione, di cui solo tre dichiarate pubblicamente una volta eletto. L’altra, la quarta, è rimasta sotto traccia fino a quando, nell’ottobre dell’anno scorso, è venuta a galla dopo la pubblicazione dei “Pandora Papers”.

Secondo quanto raccontato nei giorni scorsi da vari giornali italiani, la villa in Toscana di Zelensky sarebbe in affitto a 12 mila euro al mese, anche se qualcuno dice che la proprietà è stata messa in vendita. Più chiara la situazione delle fortune offshore dell’ex attore comico diventato leader politico dell’Ucraina. Descritta per la prima volta nei dettagli nell’ottobre del 2021 dal consorzio di giornalismo investigativo Icij, l’architettura societaria messa in piedi da Zelensky è emersa grazie a una mole impressionante (2,9 terabyte) di documenti interni provenienti da 13 società specializzate nella creazione di società offshore. Quando è diventato presidente, nel 2019, Zelensky ha pubblicato la sua dichiarazione patrimoniale. Ha reso noto di essere proprietario di alcune auto, case e di essere azionista insieme ad altre persone di tre società offshore. Il presidente ucraino non ha detto però che attraverso una di queste, la “Film Heritage”, registrata in Belize e controllata insieme alla moglie, era legato a un’altra catena societaria tax free, con cui per anni sono stati venduti i suoi show tv. La “Film Heritage” è infatti proprietaria del 25% della “Davegra”, registrata a Cipro, a sua volta controllante della vera società operativa, la “Maltex Multicapital Corp”, base fiscale alle Isole Vergini Britanniche. I documenti del consorzio Icij hanno dimostrato una situazione molto imbarazzante per Zelensky, che ai tempi non volle rispondere alle domande dei giornalisti. La “Maltex Multicapital Corp”, che produce e distribuisce film e prodotti per la tv in Ucraina, Russia e Bielorussia, è stata infatti al centro degli interessi di Zelensky e di quattro suoi storici amici e collaboratori: Serhiy Shefir, che ha sempre prodotto gli show in tv di Zelensky; il fratello maggiore Boris Sherif, sceneggiatore dei programmi; Ivan Bakanov, amico d’infanzia del presidente e allora direttore generale del suo studio di produzione, il Kvartal 95; infine Andriy Yakovlev, regista e produttore dello studio Kvartal 95.

L’inchiesta dell’Icij ha svelato che fino a poco prima delle elezioni del 2019, la società offshore usata per vendere prodotti tv era di proprietà, con quote uguali, di Zelensky, i due fratelli Sherif e Yakolev. Il 13 marzo del 2019, a due settimane dal primo turno delle presidenziali, Zelensky ha ceduto la sua quota ai fratelli Sherif. I documenti, ha scritto il Guardian (membro del consorzio Icij), non permettono di capire se è stata una vendita o una donazione, ma spiegano le ragioni per cui Zelensky e amici hanno creato la Maltex alle Isole Vergini Britanniche. Un motivo era “l’accumulazione dei profitti in modo fiscalmente efficace”, un altro era la “protezione legale”.

Intervistato da Occrp, altra testata del consorzio Icij, Boris Sherif ha detto che questi “schemi finanziari” sono stati creati principalmente da Bakanov per proteggere le società da “autorità e banditi”. Serhiy Sherif oggi è il primo assistente di Zelensky. Bakanov è il capo dei servizi segreti ucraini (Sbu). Attraverso questa complessa architettura offshore, tra il 2014 e il 2016 gli amici di Zelensky hanno comprato anche tre case a Londra, per un valore totale di circa 8 milioni di euro allora. Negli atti di questi acquisti immobiliari il nome di Zelensky non compare mai. Lui si è accontentato della villa da quasi 4 milioni di euro a Forte dei Marmi.