Versilia, l’enclave de luxe per russi e ucraini

Ha uno zainetto sulle spalle e l’aria un po’ spaesata di chi è arrivato con i vestiti che ha addosso. All’ora di chiusura è l’unico cliente, ha in mano un sacchetto di Intimissimi con un po’ di biancheria per tirare avanti qualche giorno. “Sono ucraino, quando è scoppiata la guerra ero in Slovacchia e non potevo tornare indietro. Non sapevo dove andare, ho trovato ospitalità da amici che vivono qui a Forte dei Marmi”. Più si va nel dettaglio e più diventa difficile capirsi. E non è chiaro se sia un problema linguistico o una barriera alzata per evitare i particolari. Aleksej, 48 anni, spiega di essere un “businessman”. Una definizione comune fino a qualche tempo fa. Quando a nessuno interessava davvero che origine avessero i soldi provenienti dall’Est.

Le sanzioni hanno reso molto complicati gli spostamenti delle persone e del denaro. Eppure dagli aeroporti di Firenze e Pisa, negli ultimi giorni, non è passato inosservato un viavai costante. Ricchi ucraini, in fuga dal conflitto. Molti russi, più meno stanziali, che a Forte dei Marmi hanno trovato un buen retiro: “Proprio in questi giorni alcuni clienti russi ci hanno chiesto di avviare compravendite di ville – spiega Davide Turrini, agente immobiliare – I canali per concludere gli affari sono difficili, ma non impossibili. Loro le chiamano le ‘exit strategy’. Con l’aria che tira, e un presidente del genere…”. Turrini rappresenta la Luxury Villas Italy, società di property finder specializzata in immobili di lusso a Forte dei Marmi, Portofino, Porto Cervo, Lago di Como e Maggiore. La titolare, Helena Manzhos, è ucraina. I clienti, al 70%, sono russofoni: “C’è una differenza marcata tra nuove e vecchie generazioni. Le prime sono contrarie alla guerra. Le altre sono più plasmate dalla propaganda”.

La domanda viene spontanea: ma come fanno ad aggirare le limitazioni? “Occorre fare delle distinzioni – premette Claudio Salvini, gestore dell’agenzia Forte dei Marmi Villas – Un conto sono gli oligarchi, persone che hanno 4 o 5 passaporti, magari fondi in Svizzera o Medio Oriente. Se non sono nella black list, hanno margine di manovra molto ampio. Un altro conto è una sorta di classe medio-alta, la più numerosa”. Intendiamoci su cosa significa: “Non stiamo parlando dei magnati che spendono 300mila euro di affitto per una villa durante la stagione estiva – spiega il sindaco Bruno Murzi – ma di persone che magari si possono 50-60mila euro per tre mesi, e che fanno la spesa al supermarket come tutti”. Per semplificare: molto ricchi, ma non abbastanza da non dover contare i soldi. E ora molto spaventati dalla guerra. “Senza più voli diretti arrivano con aerei che fanno scalo a Istanbul o Dubai, oppure raggiungono Riga o Helsinki in treno, per poi prendere un volo da lì – spiega ancora Salvini – Alcuni clienti, inoltre sono arrivati con visti turistici. I consolati non ne facevano più da prima del Covid”.

Forte dei Marmi ha 8.500 abitanti, distribuiti su una lingua di terra di sei chilometri, cinque ristoranti stellati e sei a cinque stelle. Un centro storico denso di boutique griffate e un prezzo del mattone che arriva a 15mila euro a metro quadro. Una villa con piscina costa fra i 3 e i 10 milioni di euro. Negli ultimi vent’anni russi e ucraini hanno sostituito la tradizionale clientela di nobili e grandi industriali italiani. La pandemia aveva già cambiato le abitudini in Versilia. “Nel 2019 abbiamo avuto 26mila turisti russi – dice ancora Murzi – nel 2020, con il Covid, sono crollati a 3.800, nel 2021 sono risaliti a 5mila. Temiamo che questo conflitto possa essere una mazzata. Ciò che ci preoccupa è prima di tutto la guerra. Poi certo, in condizioni simili non può esserci nemmeno il turismo”. Nei giorni scorsi Murzi ha avviato una raccolta di generi di prima necessità, medicine e vestiti per bambini, andata esaurita in poche ore: “Hanno donato anche molti russi”.

A tarda sera al Bocconcino, in piazza Garibaldi, ci sono una decina di tavoli occupati. La metà da clienti russi. L’atmosfera è un po’ malinconica, da paesino balneare in inverno. La guerra è sulla bocca di tutti. Video-chiamate con parenti in Russia e in Ucraina. Olga, mentre fa allontanare i figli con il cane, fa un segno inequivocabile vicino alla tempia: “Psychopath”. Poi in inglese: “Quello ormai non ragiona più, è solo nel bunker”. “It’s just a Putin’s show”, si inserisce il marito. Al Caffè Marguttiana, altro ritrovo cittadino, la comunità spesso si divide: “C’è chi pensa sia un azzardo questa guerra e chi evidenzia che le responsabilità non sono solo di Putin, ma anche della Nato – racconta il proprietario Antonio Francolino – per ora qui a Forte disdette non ne abbiamo avute molte”.

In paese hanno trovato il loro rifugio anche alcuni oligarchi. Negli ultimi mesi ha fatto parlare di sé Vitaly Bezrrodnykh, magnate dell’It e delle criptovalute, con una capacità di investimento attestata fra i 50 e i 200 milioni di euro. Ha acquistato alcuni alberghi storici come il Tirreno (7 milioni di euro) e il Montecatini, che vorrebbe trasformare in hotel di lusso. Le operazioni sono condotte con società offshore sparse tra le Bahamas e altri paradisi fiscali. Ma sono in molti adesso a chiedersi se le sanzioni non si abbatteranno su questo genere di investimenti, se collegati a capitali russi. Ancora più noto forse è il banchiere Oleg Tinkov, che con le sanzioni secondo Forbes ha perso 5 miliardi di dollari. In Versilia il magnate possiede il resort di lusso La Datcha. Nei giorni scorsi ha fatto un importante coming out anti Cremlino: “La vita è fragile ed è una sola – ha scritto in post su Instagram, abbracciato alla famiglia – In Ucraina muoiono persone innocenti ogni giorno, questo è impensabile e inaccettabile. I governi dovrebbero spendere soldi in ricerca contro il cancro, non per la guerra. Siamo contro questo conflitto”. In tanti si chiedono se non saranno proprio queste élite a presentare il conto a Putin. I segnali di insofferenza non mancano. “La mia impressione è che in Russia la popolazione sia divisa a metà fra chi è pro e contro Putin – dice Asia, commessa di Gucci, a Forte dei Marmi da vent’anni – Sono nata nell’Urss e oggi sono molto delusa dal mio Paese. Le guerre vengono fatte da governi e subite dalla povera gente”.

Un raggio di luce, a metà mattinata, arriva dai bambini del paese. Gli allievi della scuola elementare Carducci ieri hanno attraversano le vie della città per chiedere la pace. “Sentono le notizie a casa, sono preoccupati – dice la maestra Grazia Parrai – Hanno amici russi e ucraini, non capiscono il senso di quello che accade e forse nemmeno noi”. Su un cartello è scritto: “La guerra è una schifezza”. Su un altro: “La pace non si arrende”. Hanno preparato una lettera per Sergio Mattarella e una per Papa Francesco. Li accompagna il direttore del plesso Nicola Bandoni: “È un’uscita pensata per placare le tensioni che vivono. Giorni fa uno di loro ha chiesto al padre: papà, la guerra arriverà anche da noi?”.

“Il pensiero unico è cosa seria e Riotta si è bevuto il cervello”

“Lo scriva così come glielo dico: Gianni Riotta è un coglione”. A Massimo Cacciari si può contestare molto, mai la noia. Risponde al telefono seccato, come d’abitudine, ma si accende subito quando gli viene chiesta una considerazione sul fatto che Repubblica l’abbia inserito nella listarella infame degli amici italiani di Putin. “Come sarebbe a dire? Io? Non ne so nulla, non leggo più i giornali”. Gli viene quindi letto il passaggio dell’articolo di Riotta che lo battezza tra i “Putinversteher” nostrani, i simpatizzanti dello zar (insieme, tra gli altri, a Barbara Spinelli), per una sua vecchia considerazione sull’annessione della Crimea. Cacciari sbotta: “Si è bevuto il cervello”.

Sulla questione Ucraina siamo al pensiero unico occidentale?

Guardi che il pensiero unico è una cosa seria. A sostenere che bisognasse muoversi verso il pensiero unico erano grandi filosofi, ironicamente anche russi. Una cattiva utopia che sta clamorosamente fallendo. Quello che lei mi cita non è pensiero unico, è un pensiero demenziale.

Intendevo: ogni considerazione sulla guerra più complessa del riconoscere le colpe atroci di Putin è praticamente bandita.

È chiaro. Articolare un ragionamento, discernere, comprendere senza piangere né ridere – che è la regola di ogni buona filosofia – è diventato impossibile. Viviamo un’epoca di emergenza perenne, nella quale è tutto bianco o tutto nero. Provare a discernere è sempre più rischioso. In certi paesi si finisce in galera, in altri, se ci si avventura oltre l’opinione comune, ci si becca un Riotta. Malgrado sia completamente disperato, io continuo a cercare di farlo. Vale per il Covid e per le vere tragedie, come quella che osserviamo in Ucraina.

Mi dice la sua sulla guerra?

Penso che Putin abbia commesso un errore strategico pazzesco. Una cosa è la Crimea o impostare una discussione in sede diplomatica sulle repubbliche indipendenti, un’altra cosa è questa tragica invasione in stile sovietico. Un errore colossale dal punto di vista politico e militare.

Le implicazioni saranno devastanti per tutti?

È pericolosissimo per tutti noi. Ci vuole niente che una bomba caschi in Polonia o abbattano per sbaglio un aereo della Nato. Le più grandi tragedie storiche nascono da eventi non voluti. Magari questo atto sconsiderato nasce da una debolezza personale di Putin, ma è un’azione tremendamente pericolosa.

Come se ne esce?

Tra Ucraina e Russia sono passati fiumi di sangue nel corso dei secoli, la situazione è delicatissima. Penso sia chiaro a chi è dotato di memoria storica che queste sciagure – come quelle in ex Jugoslavia e Cecenia, ormai ignorate – derivano dal fatto che l’Occidente e l’Europa abbiano rinunciato ad avere una strategia dopo la vittoria della Guerra Fredda. Invece di limitarsi a osservare il disgregamento dell’Unione Sovietica, occorreva allora un’azione diplomatica, politica e culturale per governare questo processo, che riguardava e riguarda l’Europa da molto vicino. Non abbiamo fatto assolutamente niente. Anzi sì: abbiamo bombardato Belgrado.

Ha senso mandare armi in Ucraina?

Possiamo mandargli tutte le armi che vogliamo, ma sul piano militare non c’è partita. Serve comunque una posizione molto dura: l’Ucraina va sostenute senza se e senza ma. Nello stesso tempo però bisogna far capire alla Russia che si è pronti a sedere a un tavolo per risolvere le questioni controverse. Facendole capire anche che ci rendiamo conto dei nostri limiti e dei nostri ritardi. Mi pare che Macron indichi spiragli in questa direzione. L’Europa deve intervenire ora: serve una trattativa totale. Putin va fermato, aspettare che sia fatto fuori dall’interno è rischiosissimo.

La neutralità dell’Ucraina è una chiave?

È ormai un’ipotesi ridicola. La neutralità doveva essere promossa dopo la caduta dell’Urss. Dopo massacri di questo genere, vuole che l’Ucraina accetti di essere neutrale?

Dobbiamo abituarci alla tensione permanente e a nuovi scenari nucleari?

Credo di sì. Ma l’Europa deve precipitarsi a promuovere una trattativa. Putin può arrivare ai confini dell’Unione. E prima o poi ci sarà il rischio che qualcuno schiacci il bottone.

Gaffe ed esclusioni: Draghi ai margini della crisi ucraina

L’uomo che doveva sostituire Angela Merkel in Europa sembra invece non toccare palla. Mentre i leader europei hanno ogni giorno un’intensa attività diplomatica e telefonica, di Mario Draghi si conoscono solo gli “incidenti”. Prima la gaffe con il presidente ucraino, lasciato in attesa al telefono, poi la cena mancata all’Eliseo del 28 febbraio, ufficialmente per “motivi tecnici”, ma che invece rappresenta l’emblema di una marginalità.

Su questa vicenda la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha avuto modo di deridere le capacità di connessione del governo paragonandole a quelle “della grotta di Bin Laden”. Uno sberleffo, esibito durante il dibattito alla Camera, fondato anche sulla debolezza delle spiegazioni con cui palazzo Chigi ha motivato l’assenza di Draghi a Parigi.

Basta guardare l’agenda di Emmanuel Macron pubblicata sul sito dell’Eliseo. Alle 19 del 28 febbraio il presidente francese aveva una “cena di lavoro con i rappresentanti delle industrie europee, European Round Table for Industry, con Olaf Scholz, cancelliere della Repubblica federale di Germania e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea”. Draghi non era previsto. Lo confermano i dispacci di agenzia, italiani e francesi. Accorgendosi dell’esclusione, da palazzo Chigi chiamano Parigi per chiedere di essere inclusi e diramano una nota all’ora di pranzo per dire che Draghi “si collegherà in videocall”. Fonti francesi fanno trapelare un’altra versione: Draghi chiede insistentemente di essere incluso alla serata di lavoro e la Francia acconsente. Solo che il premier italiano non riesce a regolare la propria agenda e a recarsi a Parigi (altra prova che non era stato invitato) e chiede di collegarsi in video. All’Eliseo spiegano che è molto complicato tenere una cena ufficiale al palazzo presidenziale con uno dei commensali collegato in video. Sono spiacenti, ma hanno il senso dell’ufficialità. E quindi il collegamento non si può fare. Da qui “i motivi tecnici” che fanno saltare il collegamento “all’ultimo momento” come spiega la nota diramata da palazzo Chigi alle 20.41.

L’esclusione dalla cena di Parigi è però emblematica di una esclusione più generale di Draghi. Nella sua agenda ufficiale, da quando è scoppiata la guerra, non figura nessun incontro di peso. L’unico, la telefonata con Zelensky, si è tradotta in una colossale gaffe recuperata il giorno dopo. Macron e Scholz hanno una agenda molto più fitta quasi tutta assorbita dalla crisi ucraina. Il presidente francese parla con Putin e così fa anche Scholz, che ancora ieri si è collegato con Mosca. Draghi aveva un incontro in programma con Putin che invece ha dovuto cancellare. Poi niente più. Supermario, insomma, non sembra ingranare la marcia.

Sulle sanzioni l’Italia inizialmente si è messa in retroguardia e solo dopo molte insistenze Usa ha deciso di avallare l’esclusione russa dal sistema Swift. Da qui in avanti si è affermata una linea atlantista oltranzista, rappresenta dal ministro Lorenzo Guerini e dallo stesso Luigi Di Maio, che ha tagliato la possibilità di un minimo ruolo autonomo. Che invece Francia e Germania, anch’esse perfettamente allineate all’Alleanza atlantica (si veda il riarmo tedesco annunciato da Scholz), hanno tenuto, come dimostra il rapporto con Putin.

Di questo vuoto ha beneficiato l’attivismo di Di Maio che però è un ministro degli Esteri e non può certo sostituirsi al capo del governo. In diversi, tra l’altro, hanno notato le frasi a effetto su Putin associato a “un animale”. Parole che renderanno difficile domani poter discutere a tu per tu con Mosca.

Di questo vuoto deve essersi accorto anche il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, che in un’intervista ieri rilanciava la necessità di un’Europa più capace di iniziativa politica. Un pungolo alla Ue che non sembra giungere da Mario Draghi.

Armi: l’Italia impone il segreto, tedeschi e inglesi dicono tutto

Il governo tedesco, britannico e in parte quello francese hanno reso note le armi che stanno mandando in Ucraina per aiutare l’esercito a respingere l’invasione russa. Quello italiano no. Né i cittadini né il Parlamento – che svolge una funzione di controllo sull’operato del governo – può sapere che tipologia di armamenti l’Italia ha già iniziato a mandare nell’est Europa e quanto il governo ha deciso di spendere. Tutto secretato.

La fornitura è stata autorizzata prima con un decreto varato lunedì dal Cdm e poi con la risoluzione approvata dal Parlamento a larga maggioranza. Ma nei due testi non era presente l’elenco delle armi e la relativa spesa. Informazioni invece inserite nel decreto interministeriale della Difesa, Economia ed Esteri firmato martedì sera dai ministri Lorenzo Guerini, Luigi Di Maio e Daniele Franco. Subito operativo visto che proprio mercoledì e giovedì dall’aeroporto di Pisa, l’hub scelto per la consegna di materiale bellico, sono partiti due voli militari – due C-130j Hercules II della 46esima Brigata Aerea – atterrati all’aeroporto polacco di Rzeszów-Jasionka. La missione dei due velivoli è top secret. Come il resto della fornitura. Finora, infatti, tutte le notizie relative alle armi che l’Italia manderà all’esercito ucraino sono uscite come indiscrezioni non ufficiali sui giornali, come l’articolo del Corriere.it di giovedì in cui si dava conto di alcuni possibili armamenti contenuti nel decreto interministeriale. Anche sulla spesa si danno letteralmente i numeri: c’è chi parla di 50 milioni, chi di 100, chi arriva addirittura a 200. Il ministero della Difesa si è poi affrettato a smentire: “Ogni ipotesi pubblicata è da considerarsi basata su valutazioni prive di qualsiasi riscontro ufficiale e oggettivo”. L’episodio però ha fatto arrabbiare moltissimo alcune forze di maggioranza (più Fratelli d’Italia) che in una riunione congiunta delle commissioni Esteri e Difesa della Camera, giovedì sera, hanno chiesto al governo di rendere noto, almeno ai parlamentari, gli armamenti e la relativa spesa. La richiesta è arrivata dal meloniano Salvatore Deidda a cui si è associata Emanuela Corda di “Alternativa” ma soprattutto Roberto Paolo Ferrari della Lega ed è d’accordo anche il relatore dei decreti Ucraina, il 5S Giovanni Aresta. Tutti hanno chiesto che il ministro Guerini informi le commissioni competenti, anche in modo secretato, sulle armi da inviare. Ma giovedì sera il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulé ha spiegato che, almeno per ora, il governo non è intenzionato a rendere note al Parlamento queste informazioni “per non dare un vantaggio competitivo agli avversari”. Posizione sostenuta apertamente solo dalla dem Lia Quartapelle che ha proposto di informare le Camere solo a emergenza finita, dopo l’approvazione dei relativi decreti. E fonti della Difesa confermano che il governo sarà disponibile a rendere note le armi “quando sarà venuta meno l’esigenza di riservatezza”. Nel 2014 però, come ha evidenziato il sito Analisi Difesa, quando Roma armò le milizie curde contro quelle dell’Isis la lista delle armi fu resa nota.

Un silenzio totale che invece non c’è nei più grandi Paesi europei che stanno rifornendo l’esercito ucraino. In Germania la ministra della Difesa Christine Lambrecht domenica ha firmato un comunicato in cui si elencano le armi da spedire: “Si prevede di fornire 1.000 missili anticarro portatili (Panzerfaust 3) e 500 missili terra-aria Stinger”. La Gran Bretagna a fine gennaio aveva già mandato 2.000 missili anti carro e Boris Johnson ha annunciato che il governo inglese ne invierà ancora, mentre il governo francese mantiene riservatezza sugli armamenti, anche se il ministro della Difesa Florence Parly giovedì ha spiegato alla BFM tv che saranno mandate armi difensive all’esercito ucraino.

Ma io dico: armi e aerei anti-Putin

Quando i tank e i missili di Putin avranno fatto dell’Ucraina un deserto e lo chiameranno pace, in Europa verranno versate le consuete damigiane della retorica d’ordinanza: sull’eroismo dei combattenti di Kiev, Mariupol, Dnipro, sul cadavere della bambina morta stringendo la sua bambolina, sulle macerie della terra desolata dove prima erano città, sul destino di schiavitù di un intero paese, sugli orrori della repressione che seguirà…

Retorica post factum. Perché l’Europa potrebbe impedire tutto questo. Potrebbe. Ma si rifiuta di fare il necessario. Ha promesso delle armi, ed è qualcosa. Ma potrebbe, e dovrebbe, fare quanto l’ottusità di Biden ha rifiutato, malgrado l’accorata richiesta di Zelensky, garantire il cielo ucraino come no fly zone, inviando i propri caccia a pattugliarlo.

L’ex generale Fabio Mini, proprio sul Fatto, ha sostenuto che il tragico clou dell’aggressione putiniana verrà dal cielo. Restituire il cielo ucraino alla sovranità dei suoi cittadini è nelle possibilità delle forze armate dei paesi europei. Senza di che il destino dell’Ucraina è segnato, potrà resistere giorni e giorni, ma da sola alla fine soccomberà alla cingolata volontà di potenza del nuovo zar.

Che non nasconde i suoi obiettivi. Anzi. “Non torno indietro, siamo un unico popolo, distruggeremo l’anti-Russia creata dall’Occidente” (sarebbe il 73% dei voti con cui fu eletto Zelensky). Dall’Eliseo hanno sintetizzato la telefonata di Macron con Putin: “Il peggio deve ancora arrivare, vuole prendere tutto il paese”. Cancellare l’Ucraina come paese indipendente, nulla di meno. L’Europa può accettarlo? Perché nulla di meno, ma anche molto di più. L’asservimento dell’Ucraina è solo il primo passo.

Nel suo allucinante ma lucidissimo discorso di guerra del 24 febbraio, Putin non ha citato la parola “Ucraina” per oltre la prima metà del tempo. Tutto dedicato a denunciare l’aggressione occidentale contro la Russia, contro cui perciò prenderà misure militari mai viste. Dopo l’Ucraina toccherà a tutti i paesi in cui vi siano minoranze russofone (vale anche per loro il “siamo un unico popolo”, sottinteso “sotto uno stesso zar”), cominciando dalla Moldavia e dalla Lettonia. Ma Putin ha già detto senza infingimenti che tutti i paesi confinanti o prossimi al suo nuovo impero non potranno seguire la politica estera che vorranno, dovranno piegarsi alla sua (la chiama “neutralità”). Ha già ammonito pubblicamente Svezia e Finlandia, ci rendiamo conto?!

Se non viene fermato in Ucraina si sentirà incoraggiato a proseguire nella sua sbandierata volontà imperiale armata. Ecco perché se l’Europa non difende l’Ucraina rinuncia a difendere se stessa. Ecco perché dovrebbe fermare subito Putin nello spazio aereo ucraino mandando i propri caccia, o con altre modalità capaci di piegare il tiranno. Anche solo per egoismo: la sconfitta di Putin significherebbe centinaia di migliaia di profughi ucraini in meno (in maggioranza non vaccinati) che, oggi in fuga, sperano solo di tornare, da liberi, nelle proprie case.

Perché l’Italia ripudia la guerra, articolo 11 della Costituzione, ma “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e qui non c’è nessuna controversia internazionale, ma solo lo smisurato esercito di Putin che vuole cancellare l’esistenza dell’Ucraina come Stato sovrano. Un’aggressione è abissalmente diversa da una controversia, lo sanno già i bambini e anche i sassi, dovrebbero saperlo gli adulti, senza bisogno di consultare un dizionario.

Oggi 5 marzo a Roma ci sarà una grande manifestazione per la pace. La pace, o un deserto chiamato pace? Spero che in piazza siano in tantissimi, con tante bandiere gialle e blu, come è stato a Berlino giorni fa. Dalla parte degli aggrediti, contro gli oppressori, dalla parte della giustizia, senza reticenze, ipocriti distinguo, contorsioni ideologiche (“Iustitia et pax” si chiama perfino il Consiglio pontificio, non semplicemente “Pax”). Traendo le conseguenze di questa doverosa scelta. Fornendo agli ucraini quello di cui hanno bisogno: armi e protezione aerea compresi.

Perché ci saranno vincitori e vinti, o gli uni o gli altri, il resto è illusione. Putin ha dichiarato, credibilissimamente, che andrà fino in fondo. Per chi vuole la pace è davvero indifferente che l’Ucraina venga schiacciata o che Putin sia costretto a ritirarsi? E si può volere la pace, senza volere questo obiettivo? E si può volere questo obiettivo senza dare agli ucraini armi e protezione aerea? Zelensky l’ha gridato sommessamente, solo l’Europa può fermare Putin.

Quando il governo americano, a partire dal 1 agosto 1964, iniziò i bombardamenti sul Vietnam, il movimento pacifista in Italia (spesso egemonizzato dal Pci) organizzò manifestazioni in cui la parola d’ordine era sempre il generico “Pace in Vietnam”. Ma noi giovani gridavamo invece, fino al 1975 quando i soldati americani si ritirarono, “armi al Vietnam” (del Nord, Giap-Giap-Ho-Chi-Minh!) e “Vietcong vince perché spara”.

Che c’entra, dirà qualcuno convinto di essere a sinistra, magari a sinistra-sinistra: quella era un’aggressione imperialista! E quella di Putin cos’è? Con una cruciale differenza. Quello degli Stati Uniti era imperialismo, ma di una democrazia (sì, imperialismo e democrazia non si escludono, la prima democrazia, Atene, proprio questo era: una democrazia imperialista), quello di Putin è l’imperialismo di un’autocrazia.

Spero perciò che a San Giovanni saranno in tanti a gridare Putin go home, armi alla democrazia ucraina, altro che il vergognoso ponziopilatesco “le responsabilità di entrambe le parti, la Russia di Putin da un lato e la Nato dall’altro, sono chiare” della Rete degli studenti medi e dell’Unione degli universitari.

In questa guerra non c’è la Russia contro l’Ucraina. C’è la Russia di Putin, che non è la Russia. La sconfitta di Putin aiuterebbe a liberare la Russia che scende in piazza e sfida la galera, la Russia dei cinque bambini arrestati per i loro disegnini di solidarietà con i bambini ucraini, la Russia dei soldati nemmeno ventenni che, catturati, telefonano piangendo alle madri raccontando di essere stati chiamati per un’esercitazione e di essersi trovati oltre confine a sparare sui civili.

Nei minuti che impiegherai a leggere queste righe, amico lettore, altri ucraini saranno morti sotto il fuoco di Putin. Di ogni casa sventrata, di ogni scuola bruciata, di ogni civile ucciso, di ogni donna, di ogni bambino, del silenzio dei domani di mordacchia e sottomissione dei sopravvissuti, saremo colpevoli anche noi, amico lettore, personalmente, direttamente, uno per uno. Non allo stesso modo, ovviamente. In proporzione al potere politico, all’influenza mediatica, all’ascendente sui social, nel luogo di lavoro e di studio, nella cerchia di amici e conoscenti, che ciascuno di noi possiede. Che può essere anche modesto, piccolo, infimo, una piuma, ma non è mai nullo, e ci inchioderà moralmente.

 

Sackler, 6 miliardi di $ per farmaco “droga”

La famiglia Sackler, proprietaria della casa farmaceutica Purdue Pharma, ha raggiunto un accordo extragiudiziale da 6 miliardi di dollari con gli Stati che la accusano di aver celato i rischi sulle dipendenze derivanti dall’utilizzo del suo farmaco OxyContin, introdotto nel 1996 e divenuto l’antidolorifico più utilizzato negli ospedali americani. 750 milioni andranno alle famiglie delle vittime, mentre il resto della somma sarà destinato a programmi di riabilitazione per tossicodipendenti. La sigla dei Sackler, inoltre, dovrà essere rimossa da musei e istituzioni culturali finanziati dalla famiglia. A mettere il timbro finale sull’accordo sarà il Tribunale federale delle bancarotte, in un’udienza prevista per mercoledì.

Abusi, 4 anni e mezzo a monsignor Zanchetta

Mettendo fine a un processo particolarmente delicato per la vicinanza avuta in passato dall’imputato con papa Francesco, un tribunale argentino ha condannato monsignor Oscar Zanchetta a quattro anni e mezzo di reclusione, per il reato commesso ai danni di due seminaristi di “abuso sessuale semplice, continuato, e aggravato dal fatto che l’autore fosse il ministro di un riconosciuto culto religioso”. La sentenza contro Zanchetta, già vescovo di Orano, in provincia di Salta, fra il 2013 e il 2017, era molto attesa, anche perché riguardava la prima causa intentata contro un vescovo cattolico in Argentina, Paese dove finora erano stati processati e condannati solo sacerdoti e semplici religiosi.

Profughi ucraini, l’emergenza è anche Covid. Il governo: “Tampone per tutti entro 48 ore”

Alcune Regioni, come Lazio e Campania, hanno già allestito hub dedicati all’esecuzione dei tamponi molecolari o antigenici e della vaccinazione contro il Covid-19. Altre Regioni, è il caso del Piemonte, stanno verificando come informare tutti quelli che raggiungono la regione autonomamente, non attraverso canali istituzionali. Mentre in Emilia-Romagna è attesa l’ordinanza del presidente Stefano Bonaccini, che deve mettere in fila tutti gli aspetti organizzativi. È di nuovo emergenza Covid. Questa volta per predisporre tutte le risorse per garantire tamponi e vaccini ai rifugiati ucraini, così come indica la circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore della Prevenzione Gianni Rezza e dal direttore Programmazione sanitaria Andrea Urbani inviata alle Regioni. I profughi, come stabilisce la circolare, dovranno essere sottoposti ai test diagnostici entro 48 ore dal loro ingresso in Italia. E tutti coloro che verranno individuati come casi o contatti di caso dovranno essere gestiti secondo la normativa vigente, quindi con l’isolamento. In Ucraina la copertura vaccinale è tra le più basse d’Europa, ha infatti raggiunto solo il 35% della popolazione. Per questo il ministero raccomanda alle Regioni “di offrire la vaccinazione, in accordo con le indicazioni del piano nazionale, a tutti i soggetti a partire dai 5 anni di età che dichiarano di non essere vaccinati o che non sono in possesso della documentazione attestante la vaccinazione, comprensiva del booster per i soggetti a partire dai 12 anni di età”. I vaccini che sono stati utilizzati in Ucraina sono Pfizer, Johnson&Johnson, AstraZeneca, Covishield (prodotto su licenza sempre da AstraZeneca) Moderna e il cinese Sinovac. Ma ai profughi dovranno essere offerte anche le profilassi di routine, a fronte di un rischio di “focolai epidemici prevenibili da vaccino”, per prevenire quindi altre malattie infettive. A Roma un hub dedicato è già stato allestito alla stazione Termini, per intercettare i flussi di rifugiati che raggiungono l’Italia in treno: qui saranno eseguiti sia i tamponi sia i vaccini, ma per quanto riguarda i test pare siano già in molti, per paura di quarantene, a rifiutare. I profughi riceveranno al loro arrivo anche il codice Stp (sostitutivo della tessera sanitaria) che consente di accedere a tutti i servizi sanitari. Anche la Campania ha già attivato due hub. I profughi per ora vengono indirizzati verso l’hotel dell’ospedale del Mare di Napoli, dove vengono sottoposti a test diagnostico.

Cyber o web, la guerriglia Mosca-Kiev dura da anni

Quando si immagina un attacco informatico, si pensa ad hacker che infiltrano e disconnettono infrastrutture critiche: basi militari, ministeri, raffinerie, centrali e reti elettriche, acquedotti, aeroporti, banche, ospedali. Sono tutti obiettivi: basta che siano connessi al web. Ma la guerra informatica, cioè le azioni militari compiute con mezzi digitali da uno Stato e dalle sue organizzazioni, va ben oltre. Le invasioni nell’universo cibernetico scattano anche anni prima di emergere: quando sono scoperte è troppo tardi. Il conflitto in corso tra Russia e Ucraina ne è solo l’ultima testimonianza.

La guerra digitale tra Mosca e Kiev era in atto già da settimane prima dell’invasione militare russa del 24 febbraio: il governo ucraino aveva denunciato un cyberattacco condotto contro siti ministeriali nella notte tra il 13 e il 14 gennaio. Da allora ci sono stati almeno 150 attacchi informatici in Ucraina. Direttamente e attraverso gli hacker del collettivo Anonymous, Kiev ha replicato a Mosca: dopo ministeri, radio e tv, nelle ultime ore anche l’agenzia spaziale russa Roscosmos è stata colpita da un massiccio attacco informatico. Per ora però gli scambi di colpi sul web hanno causato solo danni minori e sono serviti soprattutto alla propaganda.

Ma la cyberguerra tra i due Paesi è di lunga data. I primi attacchi informatici russi all’Ucraina risalgono al 2013. A Natale 2015 fu hackerata la rete elettrica, a dicembre 2016 il ministero del Tesoro di Kiev, a giugno 2017 nel Paese scoppiò l’epidemia del virus informatico NotPetya, il maggior attacco della storia diffusosi in tutto il mondo causando danni per 10 miliardi di dollari. Gli ucraini hanno reso pan per focaccia ai russi: nel 2016 con le operazioni “prikormka” (“esca”) e “9 maggio” contro la Repubblica popolare separatista di Donetsk, a giugno con l’hacking del Canale 1 della tv russa, a ottobre con i Surkov Leaks, la sottrazione di migliaia di e-mail e documenti datati tra settembre 2013 e dicembre 2014 sui piani per separare la Crimea dall’Ucraina e fomentare disordini filorussi nel Donbass.

Non era una novità. La prima volta in cui il termine cyberwar indicò operazioni digitali contro obiettivi militari risale al 1993, in un articolo di John Arquilla e David Ronfeldt, analisti della Rand. Due anni dopo, il think tank vicino al Pentagono lo estese alle azioni per danneggiare infrastrutture civili. Ma la prima vera azione scattò nella primavera 2007, quando gli attacchi DDoS (Distributed denial of service) colpirono siti web pubblici, di banche e giornali in Estonia dopo la decisione del governo di Tallinn di spostare una statua sovietica. Ad agosto 2008 con il secondo conflitto per l’Ossezia del Sud scoppiò la prima guerra ibrida tra eserciti convenzionali e hacker di Russia e Georgia. Anche gli occidentali si sono dati alla cyberwar. Dal 2005 al 2009 una serie di incidenti distrusse oltre mille centrifughe di arricchimento dell’uranio nell’impianto iraniano di Natanz. Nel 2010 l’azienda bielorussa VirusBlokAda trovò un malware, soprannominato Stuxnet, nei pc che gestivano quelle macchine. Solo due anni dopo emerse che si trattava di un attacco della National Security Agency Usa e dell’intelligence israeliana per rallentare il programma nucleare degli ayatollah. Teheran contrattaccò: ad agosto 2012 i suoi hacker infettarono 35 mila pc della saudita Saudi Aramco, tra i maggiori produttori mondiali di petrolio, e a settembre con l’Operazione Ababil colpirono le principali banche Usa. A dicembre 2014 fu la volta della Corea del Nord che attaccò Sony Pictures per bloccare l’uscita del film The Interview, una commedia su Kim Jong-un.

Ma il peggio deve ancora venire con la netwar. “Ciò che trascuriamo e ha un valore molto maggiore è Internet stesso, un’infrastruttura fondamentale. Usiamo il web per ogni comunicazione su cui le aziende fanno affidamento tutti i giorni. Se un avversario non prendesse di mira le nostre centrali elettriche ma i router principali o le dorsali che collegano la rete, intere parti degli Usa potrebbero essere messe offline. L’economia sarebbe bloccata per minuti, ore, giorni”: parola di Edward Snowden, l’ex contractor della National Security Agency diventato il maggior whistleblower nella storia dei servizi segreti di Washington e rifugiatosi a Mosca. Una profezia datata giugno 2014 che in queste ore suona lugubramente come campanello d’allarme.

I 15 reattori e il fantasma della Guerra Fredda

I reattori nucleari attivi in Ucraina sono 15, distribuiti in 4 impianti, che nel 2020 hanno generato circa la metà dell’energia del paese. Quello di Zaporizhzhia, la centrale più grande d’Europa e fra le 10 maggiori al mondo, è in una delle aree nel sud est del paese al centro dell’avanzata delle truppe russe, che hanno vinto la resistenza ucraina e da ieri controllano l’impianto. Nella notte di giovedì un proiettile russo ne ha raggiunto gli uffici, facendo divampare un incendio. Date le precarie condizioni di sicurezza sul territorio i vigili del fuoco ucraini hanno impiegato circa due ore a raggiungere il rogo, ma poco dopo il fuoco era domato. Come confermato ieri mattina dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica europea, che monitora la situazione in coordinamento con il Snriu, l’ente statale che controlla e regolamenta l’energia nucleare ucraina, “i sistemi di sicurezza dei sei reattori non sono stati coinvolti e non c’è stato alcun rilascio di materiale radioattivo”. Inoltre, “i sistemi di monitoraggio delle radiazioni sono perfettamente funzionanti”. La situazione resta però preoccupante perché gli ispettori non hanno avuto accesso al sito per verificare la funzionalità di tutti i sistemi dell’impianto. Al momento, per quanto risulta ad Aiea, il primo reattore è spento per manutenzione, il secondo e il terzo sono in spegnimento controllato, il quarto opera al 60% della capacità e il quinto e sesto sono “in riserva”, cioè ad energia ridotta. Malgrado le prime frammentarie ricostruzioni lo abbiano fatto temere e l’ipotesi sia stata paventata dallo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, non si è comunque mai corso il rischio di un incidente nucleare.

Secondo gli esperti non sarebbe in ogni caso corretto evocare lo spettro nucleare di Chernobyl, come ha fatto Zelensky in un messaggio notturno di emergenza che ne tradiva la preoccupazione, perché il rischio di incidenti dei reattori ucraini, pur essendo presente, è sensibilmente inferiore. Questo perché la tecnologia utilizzata nei 6 reattori di Zaporizhzhia, come negli altri siti ucraini Khmelnitski (2 reattori), Rovno (4) e South (3) è diversa, più moderna e più sicura di quella impiegata nella costruzione dell’impianto di Chernobyl. Si tratta di impianti più recenti, di fabbricazione russa, realizzati fra il 1980 (Rovno 1) e il 2012, su modello Vver 1000, acronimo russo che indica la pressurizzazione ad acqua, non con un nucleo di grafite come quello famigerato esploso a Chernobyl. La sicurezza di ogni reattore è garantita da 4 livelli di protezione che in caso di incidente si attivano in sequenza. Si trova all’interno di un edificio in calcestruzzo costruito per contenere fughe radioattive e proteggere il nucleo da attacchi missilistici, e che ospita anche i sistemi computerizzati di controllo e quelli di emergenza per il raffreddamento del reattore, insieme a riserve di combustibile e di acqua.

Nell’agosto 2020 Energoatom, la società che gestisce le centrali ucraine, ha avviato un piano di modernizzazione delle turbine da completarsi nel 2024. Tuttavia, come spiega James Acton, co-direttore Nuclear Policy Program al Carnegie Endowment for International Peace, al contrario di Chernobyl gli impianti ucraini non si trovano in un’‘area di esclusione’, isolata, e possono essere danneggiati gravemente se diventano zona di guerra. Inoltre, nel caso sia necessario spegnere uno dei reattori, il rischio di incidente o disfunzione aumenta perché questi impianti dipendono dalla rete energetica nazionale, che in caso di conflitto può venire danneggiata. La seconda linea di difesa, i generatori di energia a diesel, dipendono anch’essi dalla disponibilità di combustibile, la cui fornitura durante la guerra può essere rallentata o impossibile, così come i movimenti del personale specializzato delle centrali o l’arrivo dei vigili del fuoco.