“Spatriati”: giovani, belli e genderfluid

Mario Desiati, classe 1977, pugliese, già editor in Mondadori e Fandango, con Candore (2016) e questo suo ultimo Spatriati, sempre per Einaudi, sembra marcare una cesura con le opere precedenti. È come se rifondasse il suo sguardo sul mondo, come se la sua vocazione di autore calibrasse meglio l’ossessione sulla quale avvitarsi.

Se per Martino Bux di Candore il desiderio è un’ autodistruzione, per Francesco Veleno di Spatriati è un destino incapacitante. Nelle pagine di Desiati l’assillo non è la possessione erotica dei corpi ma il percorso di formazione per riconoscere la propria identità. L’io narrante Francesco dice di sé: “Ero vicino a capire che quel qualcosa di profondamente maschile in Claudia e quel qualcosa di profondamente femminile nei maschi che si affacciavano al mio desiderio erano la mia verità”.

Spatriato, che nel dialetto pugliese richiama una persona irregolare, eccentrica, fuori dal coro, che non ha un posto fisso, è parola neutra con una schwa finale. Il romanzo non solo destruttura i generi maschile e femminile ma sottrae alla stessa scrittura un senso di appartenenza (lo stile lirico carica di ambiguità ogni scansione narrativa).

Desiati apre il sipario su un liceo classico di Martina Franca. Francesco è timido, irrisolto, ostaggio di una fede che lo mette al riparo da qualsiasi trasgressione. Claudia, capelli corti, abiti maschili, legge Elsa Morante e Dario Bellezza, ostenta la sua personalità come un segno di distinzione (“Perché stai sola? Perché non fai come gli altri? Perché sei come sei e non sei come noi?”). I loro destini restano intrappolati nelle maglie di un lessico famigliare esploso. Il padre di lei, medico, intreccia una relazione clandestina con la madre di lui, infermiera nello stesso ospedale. Dopo le prime ostilità, Francesco riconosce in Claudia l’altro se stesso che vorrebbe essere e Claudia in Francesco il mare calmo dove sciogliere tutta la sua irrequietezza. Un’amicizia che resiste a dispetto del nomadismo di Claudia, prima studentessa a Londra, poi universitaria a Milano, infine manager a Berlino. Francesco, dopo una laurea in Scienze politiche diventa agente immobiliare. Resta ancorato al suo microcosmo di provincia, incapace di spiccare il volo.

La distanza è la misura del loro rapporto, scandito da lettere e interurbane. Francesco non attinge mai la ricerca di senso nel suo vissuto ma sempre nella parabola di emancipazione dell’amica. Quando raggiunge Claudia a Berlino, impegnata in una relazione con Erika, un’italiana che vive di sussidi, Francesco riesce finalmente a combattere contro i suoi demoni e intrecciare una relazione con Andria, un ragazzo georgiano, sul filo di esperienze estreme, “avvinghiati in un unico corpo, dove il pudore si polverizzava, dove si arrivava a piangere perché l’acme del dolore tocca l’acme del piacere”. Desiati richiama il Pensiero meridiano di Franco Cassano: bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo. Desiati è andato lento, ha visto oltre il fitto delle reticenze e restituisce una lezione: si può spatriare da più luoghi, fisici e metafisici. Le patrie da lasciarsi alle spalle possono essere tante quanto le nostre paure, quanto i nostri sentimenti.

Dpcm, febbre e porte chiuse: “3 voci di dentro” (sulla Rai) intrappolate all’opera

Foyer, baciamano, citazioni e arredi preziosi. Antiche macchine sceniche e maestranze tecniche, quelle vere. Omaggi alla grande lirica e intermezzi quasi da sitcom. La lingua aulica dei libretti d’opera ottocenteschi e i derapage nella retorica e nello slang dell’attualità: “Le 74 porte sono tutte chiuse. Sa, c’è il Dpcm”.

Personaggi bizzarri che sembrano appena affiorati da un buco nero della storia. “Ho sentito delle grida da lassù, chi siete?”, dice loro il “Maestro” (fittizio) Ludovico Van Vertone, al secolo l’attore Giovanni Scifoni. “Sono un poeta”, gli risponde, in recitativo, Lutaldo (ossia Giacomo Medici, tenore doc). “Le lacrime che noi versiam son false”, replica invece, con l’enfasi d’ordinanza, Vernizia (Lucia Conte, soprano). “Vi manda il fato. Dio sia lodato. Sortir da questo avello potrem col tuo soccorso. Mostraci il percorso”. Che però non esiste, non c’è via d’uscita: restano, non a caso, intrappolati all’interno del bellissimo teatro Pergolesi di Jesi i protagonisti di 3 voci di dentro, una miniserie in cinque puntate originale e suggestiva su RaiPlay.

Prodotta dalla Fondazione Pergolesi Spontini e Subwaylab, con la regia di Andrea Antolini, Diego Morresi e Alessandro Tarabelli. E interamente girata nei meandri di questo gioiello marchigiano e nazionale, inaugurato nel 1798. In piena seconda ondata del Covid, nel dicembre del 2020: e così quando Scifoni/Van Vertone sbaglia stanza, gli misurano la temperatura, come da protocollo. Si sorride dei cortocircuiti tra passato e contemporaneo; si scoprono, o si ripassano, arie classiche e meno note. L’intreccio è un escamotage per disvelare i sancta sanctorum del posto e i riti, i miti, gli arcani del settore. Un pianeta a sé stante, con leggi endogene e persistenti che trascendono il tempo e lo spazio. La solennità, le sorprese quotidiane, la cronaca e la magia. Tra realtà e illusione del palcoscenico, solo porte girevoli: il teatro è un sogno presente, anche in assenza.

 

“La festa con Vasco e la paura con Pino”

“Vasco stappò lo champagne in studio”. Per festeggiare cosa? “Il pezzo scritto per me, La tua ragazza sempre. Era ancora solo voce e chitarra, con la melodia di Gaetano Curreri. E Vasco: ‘successo assicurato! Tu sei così, tutti ti vedranno come ti vedo io’. L’aveva colpito il mio spirito indipendente, insofferente a dogmi e regole. Fu lungimirante. La canzone arrivò seconda a Sanremo 2000”.

Cinque anni prima, un altro incontro decisivo. Pino Daniele.

Mi aveva raccomandato Jovanotti. Pino era intrigato dalle mie coloriture soul. Mi chiamò per il duetto di Se mi vuoi. Ero agitata, sudavo. Lui, per mettermi a mio agio, si mise accanto a me. ‘Dai, proviamo a cantarlo insieme’. Era sensibile. Amava organizzare cene, raccontare storie. Si portava dietro una piccola chitarra e la suonava tutto il giorno.

Lei, Irene Grandi, fu coinvolta nel tour di ‘Non calpestare i fiori nel deserto’.

Cantavo due pezzi, era quasi il mio esordio live. Scendevo dal palco, nascondevo la testa nel cappuccio, e rintanata dietro la consolle restavo a bocca aperta ad ascoltare le magie di Pino. Fuori scena, mi cantava spesso quel verso, ‘che c’è di male, se la tua vita mi appartiene ed è normale’. Era un’intesa di anime. Pino sosteneva fossi un’amica ritrovata, non conosciuta lungo il percorso.

Lo omaggerà nel tour ‘Io in blues’…

Ci saranno le perle di Pino e altre italiane. Accanto ai classici di Otis Redding, Buffalo Springfield, Tracy Chapman. O Little Red Rooster. Anche i Rolling Stones erano allievi di Howlin’ Wolf e Willie Dixon.

Territori avventurosi.

Il mio Power Trio, più l’organo Hammond di Pippo Guarnera, mi garantiscono libertà nella ricerca delle mie radici. Voglio uscire dalla comfort zone. Il lockdown mi ha tolto ispirazione per scrivere, ma lo smarrimento mi ha convinta ad abbattere i paletti che ci ingabbiano. Basta con la prevedibilità del mercato. La rabbia, l’energia, la frustrazione devono diventare nuova linfa. Il rock dei Maneskin vince spaccando i muri delle convenzioni. Il blues è spiritualità fatta di sudore, cantine, improvvisazioni, strumenti veri. Non di computer ed elettro-pop copia e incolla.

Prima del blues avrà due appuntamenti. Uno stasera a Macerata, per Musicultura, l’altro domani a Roma, in Piazza del Popolo, dopo Italia-Galles.

Nella capitale faremo un set del mio repertorio. A Macerata, tra colleghi come Subsonica, La Rappresentante di Lista o Ermal Meta eseguirò due pezzi, più un duetto a sorpresa.

Con Enrico Ruggeri, pare. Cosa è rimasto della ‘ragazza sempre’?

La certezza che il miglior modo di vivere sia sperimentare in continuazione, lanciarsi nell’ignoto. Ho ritrovato il contatto con me stessa. Negli anni del successo mi ero persa nel lavoro. Non sapevo più chi ero. Mi aiutò Stefano Bollani. Profittò di quell’impasse e realizzammo un disco, via dalle pastoie che complicavano la mia carriera.

Ha imparato ad accettarsi?

Mi hanno salvato i miei viaggi solitari. Dieci anni fa cambiai destinazione in extremis: senza un motivo mi spinsi fino a Bali. Quella realtà ha aperto molte finestre dentro di me. Ci torno ogni anno. Lì mi sono avvicinata allo yoga, e ho messo a fuoco la mia parte più profonda. Sto anche per diventare un’insegnante di yoga in una scuola di Ponsacco, nel pisano.

Lillo e Greg di nuovo sul set come “Idoli delle donne”

Dopo qualche giorno di riprese sul set de Il colibrì, diretto da Francesca Archibugi, in Toscana, Laura Morante tornerà a recitare in Francia in Masquerade, un giallo-rosa a metà tra poliziesco e commedia romantica ambientato in Costa Azzurra, che il regista Nicolas Bedos, già autore del recente e molto apprezzato La belle époque, definisce “un potente mix di rapine, crimini e passione”. Insieme all’attrice toscana un grande cast che vede schierati Isabelle Adjani (appena reduce da Peter Van Kant di Francois Ozon), Pierre Niney, Francois Cluzet, Marine Vatch,Charles Berling e Emmanuelle Devos.

Il romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne, Premio Strega 2017, diventa un film interpretato da Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Filippo Timi ed Elena Lietti in una produzione italo-franco-belga diretta da Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. Vi si racconta una storia di amicizia, di padri e di figli e delle scelte che si rivelano determinanti per la vita di tutti sullo sfondo delle montagne della Valle d’Aosta, ostacolo da scalare sia fisicamente sia psicologicamente per poter finalmente conoscere chi si è davvero.

I comici Lillo e Greg sono tornati sul set per dirigere (con Eros Puglielli) e interpretare con Ilaria Spada, Francesco Arca, Corrado Guzzanti e la colombiana Maryna la commedia Gli idoli delle donne. Prodotta da Lucky Red e Vision Distribution, è incentrata su Filippo, un affascinante gigolò un po’ sempliciotto che dopo una plastica facciale si ritrova con le fattezze di un uomo comune, disperato e incapace di lavorare (Lillo). Ricorrerà così con scarsi risultati ai consigli del più ambito seduttore a pagamento di sempre (Greg) fino a quando la giovane e bella figlia di un pericoloso narcotrafficante colombiano si innamora pazzamente di lui.

La città “Futura” di uno spacciatore di droga e jazz

Esordiente nel 2015 con l’apprezzato Cloro, Lamberto Sanfelice supera brillantemente la prova registica tradizionalmente più difficile, soprattutto in Italia, quella dell’opera seconda: Futura ne conferma, ed estende, il talento.

Internazionalità è la parola chiave, nella resa antropica, urbanistica ed emotiva di una Milano inedita, e ancor prima nel cast: il protagonista è il francese Niels Schneider, bel volto noto agli estimatori di Xavier Dolan (J’ai tué ma mère, Les amours Imaginaires), al suo fianco la trans cilena Daniela Vega, ovvero la Donna fantastica di Sebastian Lelio, Oscar quale miglior film straniero nel 2018. Il Louis di Schneider è un trombettista di talento, figlio del leggendario sassofonista Max Perri – plasmato da Sanfelice sul compianto Massimo Urbani – e padre di una giovanissima pianista: la figura paterna, e di converso filiale, è tema centrale. Orfano irrisolto e padre inadempiente, Louis si trova in surplace esistenziale, e la musica è la prima vittima, sacrificata per fare il tassista notturno e spacciare coca con Lucya (Vega). Alla deriva anche l’unione con Valentina (Matilde Gioli), la redenzione passa da Niko (Stefano Di Battista), già amico di Perri, che gli propone di unirsi alla sua jazz band per un concerto agli Arcimboldi: riuscirà Louis ad affrancarsi dal crimine per riabbracciare la musica?

La transizione è massimamente sonora, sono le immagini a contrappuntarla, e non viceversa: nel passaggio dalla techno notturna e strafatta al jazz adorato e combattuto sta il romanzo di formazione di Futura e, valore intrinseco, l’identità sfrontata e fascinosa di musical sui generis, laddove i dialoghi cantati lasciano il posto alle esecuzioni e improvvisazioni musicali.

L’imprimatur lo dà Di Battista, eccellente sassofonista che oltre a incarnare Nico firma la colonna sonora con Enrico Rava, Lorenzo Cosi e Giovanni Damiani: un surplus di senso, e un piacere sensibile.

Se Luca Bigazzi alla fotografia e Cristiano Travaglioli (e Riccardo Cannella) al montaggio garantiscono eleganza, perfino sprezzatura, Sanfelice perfeziona un’autorialità in divenire tanto nello stile che nella ricorrenza poetica, giacché come in Cloro la frustrazione delle ambizioni artistiche/sportive, ossia espressive, attanaglia il protagonista. Ottimo Schneider, anche alle prese con la tromba, in un ruolo per cui in Italia non abbiamo interpreti, non di questa levatura almeno, perfetti Vega e Di Battista, Futura (ri)scopre e aggiorna un romanticismo metropolitano, con una partitura trattenuta e snella, empatica e disperata.

Su tutto, vince la musica, che tutto può e nulla concede: in platea agli Arcimboldi Valentina e la figlia attendono invano il compagno e il padre, ma la musica no, non lo aspetta. Ed è questa onestà, questa filologia l’assolo più riuscito. Prodotto da Indiana, MeMo e Lalavì con Rai Cinema, Futura è in sala con Adler Entertainment: merita.

 

Uomo fedele nei secoli. Addio Giampiero Boniperti

Giampiero Boniperti. Il 4 luglio avrebbe compiuto 93 anni. È stato tifoso, giocatore, capitano e presidente della Juventus, è stato la Juventus. A modo suo, con quel carattere ispido, con quello slogan, “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, che ne diventò il manifesto e la cella. L’aveva rubacchiato a Vince Lombardi, guru del football americano.

Piombò alla Juventus da Barengo, francobollo del novarese, nel 1946. Lo marcava un ex stopper del Toro, segnò sette gol. Era una banale partitella, ma Carlin Bergoglio scrisse su Tuttosport: “È nato un settimino”. La memoria che decora il dirigente non può trascurare il centravanti che fu, capace di laurearsi capocannoniere davanti a Valentino Mazzola. Con John Hansen portò Madama a toccare il muro dei 100 gol. Abile, elettrico, tecnico. Simbolo della Juventus, dunque degli Agnelli, dunque del potere. Stile e stiletto. Memorabili i duelli e i duetti con Benito Lorenzi, il “veleno” dell’Inter. “Giampiero, vuoi arbitrare tu?”. Lorenzi lo chiamava “Marisa”: così biondo, riccioluto, elegante.

Poi, con l’avvento di John Charles e Omar Sivori, arretrò a metà campo, mollò il nove, si rifugiò nell’otto, e talvolta persino nel sette, ma che trio, quel trio. Di Omar, pur non amandolo, rispettava il genio ribelle. In Inghilterra-Resto del Mondo, a Wembley, arrivò a timbrare una doppietta che rimase fra i ricordi più cari. Disputò due Mondiali (nel 1950 in Brasile, nel 1954 in Svizzera), raccolse 8 gol e 38 presenze in Nazionale: l’addio a Napoli, contro l’Austria, coincise con l’esordio di Giovanni Trapattoni. D’improvviso, il 10 giugno 1961, dopo Juventus-Inter 9-1, la polveriera di tante polemiche, prese le scarpe e le diede al massaggiatore: “Non mi servono più”.

Figlio del suo tempo, delle sue zolle contadine, con i soli e le lune che bollano le personalità toste, non ha mai occultato il privilegio di poter contare su “mezzali” come Giovanni e Umberto Agnelli. Sapeva che era facile vincere così, con il salvadanaio di “quei due”. Ci sarebbero riusciti in molti, lui però ci mise furbizia e conoscenza, merce rara già allora. Fu tutto, tranne che allenatore. Forse perché lo era sempre stato, e continuava a praticarlo in sede, con la malizia del confessore ateo.

Non è stato perfetto, non è stato un santo. La sua Juventus fu coinvolta, e poi assolta, nell’ambito del toto-nero per un pari a Bologna, ma alzi la mano chi. Dai centimetri di Dino Viola all’amore per un calcio tradizionale, di terra, che trovò in Giovanni Trapattoni l’interprete più efficace. Ha vinto, rivinto e stravinto in Italia, spalancò l’Europa alla saga del club, anche se fu una storia monca: un po’ per le frontiere chiuse quando disponeva di uno squadrone, un po’ per l’approccio tattico che all’estero pagava meno (ah, la fatal Atene del 1983).

Si dimise nel febbraio del 1990, dopo esserne diventato presidente nel 1971. E averla letteralmente trasformata, con Italo Allodi e Pietro Giuliano. La Juventus degli anni Settanta: non so se la più bella, di sicuro puro cemento armato (e amato). Gliel’aveva affidata l’Avvocato. Il calcio stava cambiando. Venne precettato d’urgenza, nel 1991, per riparare i buchi di Luca Montezemolo. Si portò dietro il Trap. Non funzionò. Troppo forte, il Milan di Silvio Berlusconi. Durò tre stagioni, dovette accontentarsi di una Coppa Uefa: mai tornare sul luogo del “diletto”. I bilanci non quadravano, Gianluca Vialli era costato un occhio della testa, Umberto Agnelli si buttò sulla Triade: Roberto Bettega, Luciano Moggi, Antonio Giraudo. Figuriamoci. Con Giraudo e Moggi non legò mai, né legarono loro, salvo cercare di recuperarlo – sul piano dell’immagine, almeno – poco prima che scoppiasse Calciopoli. Rifiutò, orgoglioso.

Detestava le interviste, pativa i derby, scappava nell’intervallo, allevò generazioni di cronisti al culto dei saluti, implacabili e diversivi, alle mamme. A Enzo Bearzot offrì il blocco “mundial” del 1982, fece della Juventus un laboratorio classico, ma non per questo giurassico. Trattava gli ingaggi in un giorno, a Villar Perosa, uno per uno, dalla A di Giancarlo Alessandrelli alla Z di Dino Zoff, e l’estate dello scudetto al Toro mostrò ai giocatori, appesa al muro, la foto del gol di Renato Curi a Perugia: lo tenessero presente, al momento dei colloqui.

Legato all’anima operaia di Beppe Furino, sulla tragedia dell’Heysel litigò con Candido Cannavò, sentiva il sangue dei tifosi non patteggiabile con la restituzione della coppa. E in ordine sparso: le battute di Michel Platini, la caccia a Diego Maradona, il rimorso per il blitz polacco al quale aveva costretto Gaetano Scirea. Reclutò Alessandro Del Piero, che gli avrebbe poi soffiato il record aziendale dei gol. Celebrò, al fianco di Andrea Agnelli, il battesimo dello Stadium. Per i suoi “ragazzi” era papà, sarto, barbiere: spingeva verso le nozze e le cravatte, allontanava dalle barbe, dai capelli lunghi. È stato uomo del Novecento. Fedele nei secoli, come non si usa più.

Felpe, algoritmi e voli di Stato: il cargo degli statisti-banana

I “Ritratti” del Fatto sono diventati banane. Le banane stanno appese agli alberi, come i partiti stanno appesi al potere. Ma non sono più il potere. Il presidente Mattarella, scegliendo Draghi, li ha esautorati, certificandoli incapaci. Per restare a bordo del nuovo cargo Italia hanno cambiato idea su (quasi) tutto: i democratici mai con Salvini, si sono accomodati con Salvini. I grillini mai con Berlusconi gli hanno portato un tè caldo, e l’aspirina. Berlusconi mai con i comunisti, mai con i grillini, ha ringraziato, andando a riposare. Salvini che indossava la felpa “Elezioni, elezioni!”, se l’è sfilata mansueto, diventando europeista. Giorgia Meloni si è allontanata solitaria e iraconda: vedremo se incasserà in futuro voti veri e un ruolo.

Mentre il Pianeta gira, Draghi e i suoi tecnici-ministri governano. Nel frattempo, i partiti – che sono o dovrebbero essere la sostanza della nostra democrazia – continuano a giocare il solo gioco autorizzato, quello ornamentale delle chiacchiere, dei tweet, dei social, dei talk in televisione, dall’alba a notte fonda. E sempre per litigarsi quello che resta dei rispettivi copioni: i democratici per pretendere un congresso o una scissione anche se non contemporaneamente. Le Destre per parlare contro gli immigrati. I cattolici a favore. I moderati un po’ a favore e un po’ contro.

I loro volti, le loro maschere, le loro storie, con qualche lampo sullo Spettacolo che ci circonda, sono la materia prima di questo libro. Un’istantanea sulla nostra Storia. Che forse ci meritiamo e forse no.

Matteo Renzi

“A perfezionare l’anno nero degli italiani mancava l’ultimo algoritmo bisestile. Ci ha pensato Matteo Renzi”.

Silvio Berlusconi

“Nella nostra Repubblica di cultura democratica la sua storia è uno scandalo. In quella dei partiti trasformisti, degli intellettuali a contratto, dei saltimbanchi in conto spese, una manna”.

Beppe Grillo

“Beppe se la cava scomparendo dentro la sua recita teatrale preferita, quella del comico che tiene le distanze dal leader, impersonandolo”.

Carlo Calenda

“Brillò intorno all’ora indolente dell’aperitivo la nuova idea: candidarsi a sindaco di Roma, perché no?”.

Matteo Salvini

“Nella Lega di Bossi c’è cascato da piccolo, autunno 1990, scrollandosi di dosso la polvere (e il buon fumo) del centro sociale Leoncavallo”.

Flavio Briatore

“Quando torna in Italia per fondare il Billionaire, trova ad attenderlo l’altra metà della sua ostrica, Silvio B. che lui chiama “il mio presidente”. Amiconi al punto da scambiarsi i maglioncini di seta blu, le amiche, il pediatra per curarle”.

Giorgia Meloni

“Blu d’occhi e rosa di sondaggi, da un paio di anni si cucina fischiettando quel tonno di Salvini sulla padella della Destra italiana”.

Vittorio Sgarbi

“All’universo è toccato il guaio dei buchi neri. Alla Terra quello del ghiaccio che si scioglie. Solo alla piccola Italia è capitato il tormento supplementare di Vittorio Sgarbi”.

Maria Elisabetta Alberti Casellati

“Nelle sue tre vite Maria Elisabetta Alberti Casellati – detta la signora volante per la costanza con cui esercita il suo diritto costituzionale ai voli di Stato – indossa cognomi come fossero gioielli e gioielli come fossero vitalizi. Non è nobile. Le piacerebbe”.

Pier Ferdinando Casini

“Passeggia dentro le sante istituzioni della Repubblica dal 1983, anno in cui l’indimenticato Toto Cutugno sbancò i botteghini della nazione cantando “sono un italiano, un italiano vero”: più o meno l’intera biografia di Pier”.

Emma Bonino

“Icona femminista quant’altre mai, ha avuto in sorte il dispetto di vivere dentro l’ombra del più ingombrante dei maschi alfa, Marco Pannella, che lei chiamava “il mio scimmione” a dirne la sudditanza zoologica, ma anche la sua consapevole supremazia femminile”.

Nicola Zingaretti

“La prima riga di tutte le sue biografie contiene il suo destino: “È il fratello minore di Luca, l’attore”.

Vincenzo De Luca

“Lo chiamano il Mike Tyson del Volturno. Spara ganci ai nemici in forma di parole: “Cafone”. “Fesso”. “Sfessato”. “Farabutto”. “Infame”, “Somaro”. “Chiavica”. “Iettatore”. “Pippa”. “Mezza pippa”. “Nullità”.

Barbara D’Urso

“È la regina di tutte le massaie crivellate dalla noia, tormentate dai figli, dal marito, dall’amante, dalla suocera che ancora si fa viva, della stronza del primo piano che ancora non muore. È la loro consolazione da divano”.

Il governo non ha segreti. Per Mosca

Le più alte cariche di Varsavia nel mirino di cyber-criminali che si infiltrano nel web dalla Federazione russa e la Polonia punta subito il dito contro il Cremlino. “Le analisi dei servizi segreti dei nostri alleati ci permettono chiaramente di dichiarare che l’attacco digitale, su ampia scala e lungo raggio, arriva dalla Russia”: a rivelarlo è stato Jaroslaw Kaczynsky (nella foto), leader di fatto del Paese, fondatore del partito Pis, Diritto e giustizia, ora al potere. Indirizzi di ministri, legislatori e deputati di vari partiti sono stati violati. Insorge l’opposizione polacca, che ha criticato l’esecutivo per aver utilizzato le mail personali per scambiare comunicazioni riguardanti la gestione del Paese. Tra le vittime degli attacchi digitali ci sono anche il portavoce del governo Petr Muller e il ministro del Lavoro, tecnologia e sviluppo Jaroslaw Gowin. In una sessione parlamentare a porte chiuse del Sejm, Camera bassa del Parlamento di Varsavia, si è dibattuto delle contromisure da adottare per difendersi da attacchi “senza precedenti” compiuti contro figure chiave del team di Mateusz Morawiecki. Il premier ha confermato la notizia dell’attacco degli hacker alla tv di Stato, ribadendo che l’indirizzo di posta elettronica del suo assistente e membro del Pis, Michal Dworczyk, adesso a capo della squadra vaccinale attivata per la pandemia, è stato violato. Dati e informazioni delle email di Dworczyk sono stati diffusi su canali Telegram e altri social network e, in alcuni casi, sono stati pubblicati dopo essere stati manipolati. “Vorrei sottolineare – ha riferito in seguito l’assistente del primo ministro – che nessuna informazione può costituire una minaccia alla sicurezza statale”. Secondo il politico, è chiaro che “per la sintassi e il linguaggio utilizzato, le informazioni false sono state scritte e prodotte da cittadini di madrelingua russa”. Interferenze e violazioni nel web. Ai cyber-attacchi delle squadre del Cremlino ha fatto espressamente riferimento qualche giorno fa a Ginevra il presidente americano Joe, Biden durante il suo recente, “costruttivo, non ostile” incontro con Vladimir Putin. Nella dichiarazione congiunta conclusiva, Biden e Putin hanno affermato che “una guerra nucleare non deve mai essere combattuta”. Ma sulle continue interferenze e incursioni da parte delle spie dei canali web non si è arrivati a nessun accordo. Sul fronte della politica interna si attende la prossima settimana il ritorno dell’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk alla guida del suo partito d’origine, Piattaforma civica (Po), che dal 2015 è all’opposizione.

Razzismo, Biden mette una pezza con una festa

“Le grandi nazioni non ignorano mai i momenti più dolorosi” della loro storia: con queste parole, Joe Biden ha commentato la firma delle legge che rende festa federale negli Stati Uniti il 19 giugno, Juneteenth, il giorno che nel 1865 segnò la fine della schiavitù negli Usa. In Congresso, la legge era stata approvata con voto bipartisan: alla Camera, 415 sì e 14 no. La firma della legge è stato il primo atto del presidente Usa dopo il rientro in patria da una missione di una settimana in Europa, il G7, la Nato, l’Ue, l’incontro con Vladimir Putin: echi mediatici sostanzialmente favorevoli, ma critiche dai repubblicani. Il provvedimento ha avuto effetto immediato. Cadendo il 19 di sabato, gli uffici federali. così come Wall Street, sono rimasti chiusi ieri. È la prima nuova festa federale introdotta dal 1983, quando si creò il Martin Luther King Jr Day, a gennaio. Juneteenth è una crasi tra ‘June’, giugno, e ‘nineteenth’, diciannovesimo. La schiavitù, in realtà, era stata abolita con il varo del XIII Emendamento della Costituzione, dopo la fine della Guerra civile con la sconfitta del Sud schiavista. Ma i soldati dell’Unione entrarono a Galveston, in Texas, solo quel giorno e resero effettiva, anche in quello Stato, l’emancipazione dei neri. Il Juneteenth è celebrato da oltre 150 anni dalla comunità afro-americana e il suo rilievo è andato crescendo con i movimenti per la desegregazione prima e per la pienezza dei diritti civili poi.

L’anno scorso, suscitò fermento la decisione dell’allora presidente Donald Trump di riprendere proprio il 19 giugno e a Tulsa, città teatro della peggiore strage di neri della storia Usa, la campagna dopo una pausa causa pandemia; Trump spostò il comizio, che fu comunque un flop, d’un giorno, al 20 giugno. Nel 2020, l’uccisione il 25 maggio a Minneapolis di Georges Floyd, un nero inerme, vittima d’un agente di polizia bianco, e altri episodi analoghi hanno riportato in primo piano la questione razziale e rinvigorito il movimento Black Lives Matter. Nove neri su 10, alle Presidenziali del 3 novembre, hanno votato per Biden contro Trump: riponevano, nel cambio della guardia alla Casa Bianca, speranze, che, finora, almeno in parte, sono rimaste disattese. Molti pensano – scrive l’Ap – che “ci vuole di più”, per cambiare le cose. Le proposte di riforma della polizia, meno radicali dello slogan ‘Defund the police’, sono ferme in Congresso. E in Stati sotto il controllo dei repubblicani, dalla Georgia al Texas, avanzano leggi che rendono più difficile l’accesso al voto dei neri: non potendo conquistarne il consenso, i ‘trumpiani’ provano a impedire agli afro-americani di esprimersi. L’ostruzionismo dei repubblicani investe anche gli investimenti per ridurre le disuguaglianze, a cominciare dall’accesso alle scuole e al lavoro.

Arrivano segnali contraddittori del clima razziale e politico negli Stati Uniti. Il Congresso ha ieri revocato l’autorizzazione a invadere l’Iraq concessa nel 2002 al presidente George W. Bush e ancora utilizzata da Trump l’anno scorso per uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani – prova del desiderio di ridurre i poteri di guerra del presidente –.

In una corte di giustizia del Missouri, invece, la coppia che nel giugno scorso a St. Louis minacciò con le armi in pugno un corteo di Black Lives Matter che passava davanti alla sua proprietà se l’è cavata con una multa cumulativa di 2.750 dollari e la consegna delle armi esibite nell’occasione. Mark e Patricia McCloskey, due avvocati che furono poi invitati alla convention repubblicana dell’agosto scorso, hanno patteggiato. La proclamazione del Juneteenth arriva mentre nell’Unione si discute sugli indennizzi alla schiavitù e sulle discriminazioni razziali e la brutalità della polizia. Ma la Gallup rileva che circa il 60% degli americani sa poco o nulla della ricorrenza, mentre vari Stati repubblicani vogliono vietare l’insegnamento a scuola di razzismo e schiavitù.

Berlino: L’archivio delle vite rubate

Nonostante siano trascorsi ormai quindici anni dall’uscita del film premio Oscar Le vite degli altri, molti ricordano ancora il clima di delazione, sospetto e terrore che regnava silenziosamente a Berlino Est e in tutta la Ddr magistralmente ricreato sul grande schermo. Questa cupa atmosfera sospesa era causata dalla capillare attività di controllo delle spie della Stasi. La polizia segreta del ministero per la Sicurezza dello Stato aveva come compito primario quello di ascoltare di nascosto le conversazioni dei cittadini persino quando si trovavano in intimità dentro le mura domestiche. La maggior parte di questi dialoghi privati veniva rubata grazie alle cimici che registravano ciò che veniva detto in casa dagli abitanti e dai loro ospiti.

“Per molte vittime della dittatura comunista, è stato importante, spesso dirimente, poter accedere a questi file. Ha aiutato le persone a capire innanzitutto com’è cambiato il corso della propria vita”, ha sottolineato Dagmar Hoverstädt, responsabile del dipartimento ricerca presso la Stasi Records Agency di Berlino. Giovedì scorso l’agenzia tedesca – nata dopo il crollo del Muro di Berlino – dedicata alla gestione delle registrazioni della Stasi ha chiuso i battenti. “Le informazioni archiviate non sono state tuttavia distrutte bensì trasferite nella più ampia struttura degli Archivi federali dove gli storici e chi ne farà richiesta potranno continuare a fare ricerche”, ha affermato il segretario di Stato per la Cultura Monika Grütters. Dagli studi compiuti sulla Stasi è emerso che i suoi agenti sotto copertura erano riusciti a insinuarsi nelle vite di circa 6 milioni di persone, più di un terzo della popolazione della fu Germania dell’Est. La decisione di spostare milioni di registrazioni archiviate è stata presa allo scopo di preservarle al meglio e facilitarne l’accesso. La Germania consente infatti ai privati di esaminare i file che la Stasi potrebbe avere registrato su di loro o sui loro parenti stretti. E sono in tanti a volerlo fare se si pensa che ogni mese vengono presentate ben 3.000 richieste. La chiusura dell’agenzia significa anche l’ultimo giorno di lavoro per il suo direttore, l’ex dissidente Roland Jahn. L’uomo 67enne ha prestato servizio con l’incarico ufficiale di Commissario federale per gli archivi del servizio di sicurezza dello Stato dell’ex Ddr. “Abbiamo fatto del bene alle vittime e abbiamo costruito un ponte con le generazioni future”, ha detto all’agenzia di stampa Dpa. La scelta della data per il trasferimento dei file, il 17 giugno, ha un significato simbolico per la storia della Germania dell’Est. In questo giorno dell’anno 1953, il regime della Ddr e le truppe sovietiche repressero una rivolta popolare. Si ritiene che siano morte oltre 100 persone, ma il bilancio delle vittime rimane ancora poco chiaro. Nel 2019 era stato il Bundestag a decidere il trasferimento dei file segreti della Stasi. Il voto parlamentare però aveva sollevato le critiche dei ricercatori. Secondo gli addetti ai lavori e alcuni esponenti politici, i milioni di file registrati durante tutto il periodo della Guerra fredda sono stati gestiti dall’agenzia in modo indipendente e corretto, motivo per cui non ha senso trasferirli. E ora che l’agenzia è chiusa, sempre a detta degli esperti in materia si corre il rischio di mettere un coperchio sulla Storia, con la esse maiuscola. Dopo il crollo della nazione sostenuta dai sovietici nel 1989, gli ufficiali della Stasi hanno cercato di distruggere i documenti, prima usando dei trituratori e poi strappando disperatamente i documenti a mano. Anche questi pezzi, persino i più piccoli, sono stati recuperati dai “comitati cittadini” che sequestrarono tutto quanto restava per conservarli e metterli a disposizione degli studiosi e delle scolaresche.

Da allora, migliaia di ex residenti della Germania dell’Est sono stati in grado non solo di leggere e ascoltare ciò che la polizia segreta sapeva delle proprie vite, ma anche di scoprire chi tra i loro amici, familiari e colleghi aveva dato informazioni alla Stasi sulla propria condotta, accettato di diventare un delatore. Dopo il voto in Parlamento, Jahn aveva spiegato che milioni di documenti potrebbero ora essere meglio conservati e digitalizzati. Al momento solo il 2% dell’archivio è registrato digitalmente.

La loro digitalizzazione è necessaria per fare in modo che possano essere maggiormente fruibili in una società tecnologica. Un gruppo di supporto per le ex vittime della Stasi ha affermato di temere che la supervisione dei file possa essere soggetta a capricci politici e che le informazioni potenzialmente imbarazzanti possano essere messe a tacere.