Mario Desiati, classe 1977, pugliese, già editor in Mondadori e Fandango, con Candore (2016) e questo suo ultimo Spatriati, sempre per Einaudi, sembra marcare una cesura con le opere precedenti. È come se rifondasse il suo sguardo sul mondo, come se la sua vocazione di autore calibrasse meglio l’ossessione sulla quale avvitarsi.
Se per Martino Bux di Candore il desiderio è un’ autodistruzione, per Francesco Veleno di Spatriati è un destino incapacitante. Nelle pagine di Desiati l’assillo non è la possessione erotica dei corpi ma il percorso di formazione per riconoscere la propria identità. L’io narrante Francesco dice di sé: “Ero vicino a capire che quel qualcosa di profondamente maschile in Claudia e quel qualcosa di profondamente femminile nei maschi che si affacciavano al mio desiderio erano la mia verità”.
Spatriato, che nel dialetto pugliese richiama una persona irregolare, eccentrica, fuori dal coro, che non ha un posto fisso, è parola neutra con una schwa finale. Il romanzo non solo destruttura i generi maschile e femminile ma sottrae alla stessa scrittura un senso di appartenenza (lo stile lirico carica di ambiguità ogni scansione narrativa).
Desiati apre il sipario su un liceo classico di Martina Franca. Francesco è timido, irrisolto, ostaggio di una fede che lo mette al riparo da qualsiasi trasgressione. Claudia, capelli corti, abiti maschili, legge Elsa Morante e Dario Bellezza, ostenta la sua personalità come un segno di distinzione (“Perché stai sola? Perché non fai come gli altri? Perché sei come sei e non sei come noi?”). I loro destini restano intrappolati nelle maglie di un lessico famigliare esploso. Il padre di lei, medico, intreccia una relazione clandestina con la madre di lui, infermiera nello stesso ospedale. Dopo le prime ostilità, Francesco riconosce in Claudia l’altro se stesso che vorrebbe essere e Claudia in Francesco il mare calmo dove sciogliere tutta la sua irrequietezza. Un’amicizia che resiste a dispetto del nomadismo di Claudia, prima studentessa a Londra, poi universitaria a Milano, infine manager a Berlino. Francesco, dopo una laurea in Scienze politiche diventa agente immobiliare. Resta ancorato al suo microcosmo di provincia, incapace di spiccare il volo.
La distanza è la misura del loro rapporto, scandito da lettere e interurbane. Francesco non attinge mai la ricerca di senso nel suo vissuto ma sempre nella parabola di emancipazione dell’amica. Quando raggiunge Claudia a Berlino, impegnata in una relazione con Erika, un’italiana che vive di sussidi, Francesco riesce finalmente a combattere contro i suoi demoni e intrecciare una relazione con Andria, un ragazzo georgiano, sul filo di esperienze estreme, “avvinghiati in un unico corpo, dove il pudore si polverizzava, dove si arrivava a piangere perché l’acme del dolore tocca l’acme del piacere”. Desiati richiama il Pensiero meridiano di Franco Cassano: bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo. Desiati è andato lento, ha visto oltre il fitto delle reticenze e restituisce una lezione: si può spatriare da più luoghi, fisici e metafisici. Le patrie da lasciarsi alle spalle possono essere tante quanto le nostre paure, quanto i nostri sentimenti.