Alla canna del gas: il piano di Bruxelles per mollare Mosca

Come nella migliore delle tradizioni tanto sono ben pubblicizzate le regole da seguire per salvarsi da soli quanto poco trasparenti sono le idee sugli interventi monetari per mettersi in sicurezza davvero. La Commissione europea l’8 marzo presenterà il pacchetto che traccia il perimetro nel quale gli Stati dell’Unione possono muoversi per contrastare la crisi energetica e rendere l’Ue autonoma dal gas russo: la bozza indica deroghe ed emendamenti alla direttiva sull’elettricità e, implicitamente dimostrando che il libero mercato non è in grado di auto-regolarsi, raccomanda agli Stati di guidare i prezzi dell’energia e di tassare gli extraprofitti delle società elettriche per interventi di riduzione delle bollette e investimenti sulle rinnovabili. Di fatto, ratifica decisioni che molti Paesi hanno già preso, legittimandole, ma non contempla il nucleare: viene citato solo una volta per specificare che se ci sono extra-profitti nel settore vanno tassati. E poco importa che Bruxelles lo abbia appena inserito nella tassonomia delle fonti considerate “verdi”: l’atomo non fa parte del piano d’emergenza della Commissione per far fronte alla crisi energetica.

Mancano soprattutto le risorse: fondi, prestiti ed eventuale nuovo debito per aiutare a raggiungere l’indipendenza dal gas russo e contrastare i picchi dei prezzi. Tra le ipotesi circolate nelle ultime ore, Politico.eu parla della possibilità che i Paesi che non abbiano richiesto l’intero importo di prestiti nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza (723,8 miliardi di euro totali) possano ottenere la quota restante e utilizzarla su questi obiettivi con relativi piani di spesa approvati da Commissione e Consiglio. Un importo che l’Italia, ad esempio, ha già raggiunto. L’altra ipotesi è invece che l’Ue emetta nuovo debito per raccogliere fondi che poi presterebbe a tassi agevolati anche perché i trattati dell’Ue consentono di fornire assistenza finanziaria ai suoi membri in circostanze eccezionali, specie in caso di gravi difficoltà nella fornitura nel settore energetico. La proposta di un fondo ad hoc europeo per aiutare gli Stati più danneggiati a varare agevolazioni per imprese e famiglie è sempre più pressante tra i Paesi dell’Ue, Grecia in testa, ma non piace a Bruxelles, che preferisce puntare sugli strumenti già a disposizione. La bozza del piano contiene infatti raccomandazioni, anche perché norme e direttive richiederebbero tempo che non c’è.

Nel breve termine l’indicazione è intensificare l’acquisto di Gas naturale liquefatto (Gnl) soprattutto da Giappone, Corea del Sud, Cina e India. Un “New Energy Compact” servirà a diffondere le fonti rinnovabili mobilitando investimenti, rimuovendo ostacoli e consentendo ai “consumatori di svolgere un ruolo attivo nel mercato” tra efficientamento e comunità energetiche.

Il punto più rilevante è la leva fiscale: “Alcuni produttori di energia elettrica non dipendenti dal gas hanno visto aumentare considerevolmente i loro ricavi nel contesto dei prezzi elevati dell’energia – si legge –. Dovrebbero reinvestire in modo straordinario ricavi per la diffusione delle energie rinnovabili” in cambio di agevolazioni. Lo stesso dovrebbe valere per le entrate aggiuntive dell’Ets (i permessi per emettere CO2, ndr). E ancora, deroghe agli aiuti di Stato per le industrie ad alta intensità energetica e potenziamento del biogas e dell’idrogeno da rinnovabili. Sul gas, la Commissione suggerisce di obbligare gli operatori a stoccare ogni anno valori minimi insieme a “un progetto pilota per acquisti congiunti di forniture” e cooperazione con gli Stati che non hanno capacità di stoccaggio. Tutte misure che richiederanno del tempo. “La Russia ci fornisce il 40% del fabbisogno di gas, quindi non vi aspettate che possiamo ridurlo a zero dalla sera alla mattina” ha detto ieri l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell.

L’assalto alla centrale riaccende l’incubo Chernobyl sull’Europa

Una battaglia che avrebbe potuto provocare una catastrofe dieci volte più grave di quella avvenuta con il reattore di Chernobyl nel 1986. Nella notte tra giovedì e venerdì l’esercito russo ha iniziato un pesante cannoneggiamento sulla centrale nucleare Zaporizhzhia, la più grande di tutta Europa, la nona più potente del mondo. Un edificio, posto all’interno del perimetro di sicurezza, ha preso fuoco. Ha bruciato per ore a 450 metri da un nocciolo nucleare in attività. I pompieri, a causa degli scontri, non si potevano avvicinare all’incendio. Solo alle prime luci dell’alba, dopo che i russi hanno conquistato l’intera area, sono potuti intervenire. I sei reattori non sono stati colpiti e non ci sono stati rilasci anomali di radiazioni.

“Nessun altro paese oltre che la Russia ha mai sparato a un impianto nucleare. È la prima volta nella storia del genere umano”. Il presidente Volodymyr Zelensky è apparso in video nella notte accusando la Russia di “terrorismo nucleare”. In quelle ore Kiev si è messa in contatto con Joe Biden, Olaf Scholz e Boris Johnson. La richiesta è la convocazione di un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Cremlino ha risposto rimandando le accuse al mittente: “sono stati i mercenari stranieri e i sabotatori ucraini ad attaccare la centrale”. Ieri mattina il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Rafael Mariano Grossi, in una conferenza stampa a Vienna, ha confermato che è stato un “proiettile russo” a colpire la centrale. Zaporizhzhia si trova nel sud del paese, a 200 chilometri dalla Crimea e a 350 da Donestk. I sei reattori nucleari della centrale alimentano 4 milioni di case e producono il 20% dell’energia elettrica ucraina. Con solo questo impianto la Russia potrebbe sopperire il fabbisogno di tutto il Donbass. Già da giorni i carri armati di Mosca si stavano avvicinando all’impianto nucleare.

L’esercito ucraino e i civili avevano organizzato con posti di blocco, sacchi di sabbia e pneumatici una cintura di sicurezza attorno alla centrale. In caso di un incidente nucleare tutti coloro che vivono nel raggio di 30 chilometri devono abbandonare l’area. Nella sola Zaporizhzhia vivono 750 mila persone. Secondo fonti di stampa ucraine i militari russi hanno lanciato l’offensiva attorno alla mezzanotte. Un’ora dopo il sindaco di Energodar, cittadina dove sorge la centrale, ha divulgato la notizia dell’incendio. Venti minuti dopo gli scontri continuavano, bloccando l’intervento antincendio, ed è scattato l’allarme. Le telecamere di sicurezza della centrale riprendevano e mandavano in diretta le immagini su YouTube. Si vedono i tank illuminarsi a ogni cannonata. Lo scontro si è protratto per ore, fin verso le 4 del mattino. Solo allora sono arrivati i pompieri, le fiamme sono state domate attorno alle 6.30. La centrale, e tutta l’area, sono passate in mano russa. Ma sono le autorità ucraine a riferire che “non ci sono state fughe radioattive” e che gli impianti di sicurezza dei sei reattori “non sono stati compromessi”.

Gli esperti rassicurano che un incidente come quello avvenuto a Chernobyl non si potrebbe ripetere con facilità. In quel caso l’esplosione del nocciolo produsse una nube tossica che si diffuse nell’atmosfera colpendo tutto il paese. Oggi le centrali hanno sistemi di sicurezza volti a prevenire il surriscaldamento del combustibile all’uranio usato per la fissione. Anche se nulla si potrebbe fare nel caso un missile o un colpo di mortaio colpisse un reattore. Prendendo in considerazione quest’ultima ipotesi i tecnici hanno rallentato quasi a zero le attività di tre dei quattro noccioli.

Le dichiarazioni di scampato pericolo però non sono state sufficienti per la popolazione. Nel pomeriggio di ieri sono stati diffusi diversi video in cui si vedono gli abitanti della zona lasciare le proprie case. La centrale è ora sotto il controllo russo, ma sono i tecnici ucraini a farla funzionare. Anche la settimana scorsa i tecnici fatti prigionieri a Chernobyl sono rimasti al lavoro al deposito di scorie nucleari dopo che l’esercito di Mosca ha cacciato i militari ucraini.

“Vogliono strangolarci, ma noi rimarremo qui”

Mentre parliamo al telefono con l’imprenditore 55enne Alexander (il nome vero non lo possiamo scrivere) percepiamo nettamente il rimbombo delle esplosioni. In dieci minuti ne sentiamo due, fortissime. “In base al tempo di propagazione del suono sono avvenute a tre chilometri di distanza. È un incubo: da due giorni l’esercito russo ci sta martellando senza sosta. Sembra un film persino a noi che siamo chiusi qui dentro da una settimana, ma capiamo che non lo è dal freddo che ci prende alla nuca quando sentiamo le esplosioni o le sparatorie”. Già, il freddo del terrore. La linea telefonica cade spesso. “Quando passano i caccia e gli elicotteri devo chiudere la comunicazione e andare di sotto con gli altri. Siamo 21, tra cui tre bambini, 2 ultraottantenni, 3 gatti e un cane”. C’è persino Valhery, prete ortodosso. Il religioso è originario di Donetzk come Aleksander che per questa ragione parla meglio il russo. “Quando i separatisti al soldo di Putin nel 2014 hanno fatto scoppiare il conflitto nel Donbass, io ho lasciato la mia città e mi sono trasferito a Kiev. Nessuno mi ha mai discriminato perché parlavo il russo, come faccio ancora spesso. Putin ha inventato questa storia del razzismo, non ha mai digerito che gli ucraini, sia russofoni sia di lingua ucraina, hanno defenestrato il suo fantoccio Yanukovich. Ora si sta vendicando come fanno i peggiori despoti”. Si sente il rumore degli elicotteri che volano bassi. “Ieri hanno raso al suolo un palazzo di 6 piani non lontano da Kiev. A breve arriveranno anche qui, ma è inutile cambiare posto, non ce n’è più uno sicuro. Faranno saltare le telecomunicazioni e l’elettricità per strangolarci ma siamo tutti determinati a combattere fino alla fine”.

Anche il pope ha chiesto all’amico di dargli un fucile, mentre gli altri uomini presenti nel capannone li avevano già presi nei centri di distribuzione governativi. “Io ne avevo due per difendere la merce vitale che ho dentro il magazzino”. Le persone che sono all’interno del magazzino sono dipendenti di Aleksander con i loro familiari, tra cui un insegnante e un infermiere in pensione. “Ha saputo che a breve chi si deve sottoporre a cure salvavita dovrà morire. Le medicine stanno finendo e dove ci sono ancora rimangono nei depositi perché nessuno può più consegnarle”. Alexander dice che deve attaccare e correre nel seminterrato: “Non abbiamo un bunker o una cantina. Siamo appena a tre metri sotto il piano terra. Mai avrei pensato, quando ho acquistato questo capannone 15 anni fa che avrei avuto bisogno di un bunker”. L’imprenditore ha la voce incrinata quando si congeda: “È stato un piacere conoscerti nel 2014. Grazie per averci dato voce ancora una volta. Addio”.

Duma, ok alla legge “Zitti e Mosca” (o 15 anni di galera)

Non si può più dire “guerra”. Né screditare l’esercito russo. Né invocare sanzioni contro la Federazione. In Russia è diventato un crimine contraddire le autorità sul conflitto in corso in Ucraina. Chi lo fa rischia fino a 15 anni di carcere per una modifica legislativa al Codice penale approvata ieri alla Duma di Mosca. L’obiettivo è contenere le “fake news” che descrivono la Federazione come un “aggressore sanguinario”. Arrivano da Europa e Usa, ma soprattutto dall’Ucraina: in una nota, il Cremlino spiega che, per esempio, i media di Kiev userebbero immagini dei bombardamenti del 2014 e 2015 in Donbass per descrivere la catastrofe in corso. A benedire la nuova legge è stata l’ex spia in Usa, la rossa Maria Butina, oggi deputata, che ne ha annunciato l’approvazione del Parlamento all’unanimità. Le parole del Cremlino fanno eco ormai nel vuoto dell’etere: i russi non possono più vedere il canale indipendente Dozhd, né sentire più la radio liberale Echo Moskvy. È silenzio totale delle emittenti libere e quelle straniere che, una dopo l’altra, hanno chiuso i battenti. Perfino Facebook e Twitter sono stati bloccati. Ieri nuove perquisizioni hanno raggiunto l’ong per i diritti umani Memorial, già precedentemente bandita. La Bbc è stata accusata “di minare la stabilità e la sicurezza” russa, ma ora anche i giornalisti del media britannico lasciano il paese a causa del nuovo emendamento, dice il direttore generale Tim Davie. Sopravvive ormai solo la Novaya gazeta, il giornale del premio Nobel Muratov, già raggiunta dai richiami del Roskomnadzor, Servizio federale sicurezza comunicazioni di massa. L’ultima resistenza che rimane al quotidiano per continuare a raccontare della persecuzione dei dissidenti e della crisi economica in patria è quella di rimuovere le notizie sulle operazioni militari russe dal web: la censura, hanno detto i giornalisti, “è entrata in una nuova fase”.

Zelensky è in Polonia secondo Mosca: ieri il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha riferito di nuovo che il presidente ucraino era fuggito in Europa, ma è stato subito smentito dalla Rada. Lo ha riportato la Tass, agenzia statale russa, la stessa che informa che il presidente Putin ha raggiunto il cancelliere Scholz al telefono per confermare l’inizio del terzo round di negoziati questo fine settimana. C’è un modo per far finire la guerra subito, ha detto il presidente di Mosca al cancelliere di Berlino: che tutte le richieste russe vengano subito, totalmente esaudite.

“La Russia non ha cattive intenzioni nei confronti dei suoi vicini”. La Russia non sta bombardando Kiev: è solo “volgare propaganda”. Nuove sanzioni contro Mosca “non faranno che peggiorare le cose”. Putin è tornato ieri a parlare alla tv statale Rossya 24 per intimare ai leader stranieri di “pensare a normalizzare le relazioni e collaborare normalmente”. La guerra provoca danni, “ma saranno risolti” ha promesso invece ai russi, sopraffatti dal malcontento del rublo che crolla e dei prezzi dei beni primari in aumento.

Per le strade della Federazione tutto trema, perfino Yandex, il Google russo, il motore di ricerca più usato nella Federazione: il colosso digitale ha lanciato l’allarme di rischio default.

Bombe, veleni e nuove trattative in attesa del mega-attacco a Kiev

Applicando tattiche militari brutali e spregiudicate, la Russia guadagna terreno in Ucraina. Bombardata, messa a fuoco e occupata la più grande centrale nucleare europea, le truppe di Mosca avanzano nel sud dell’Ucraina: sono entrate, per la prima volta, nella città portuale di Mykolayiv, sul Mar Nero, a metà strada tra Kherson, già caduta, e Odessa. Le autorità di Kiev smentiscono che l’esercito russo abbia preso possesso della torre tv di Melitopol e di lì trasmetta canali russi. Dopo cinque giorni di incessanti attacchi, Mariupol è senz’acqua, riscaldamento, elettricità e sta finendo anche il cibo. A Kharkiv, seconda città più grande del Paese, si contano oltre 2.000 morti, più di 100 bambini. In una telefonata, Putin ha informato il cancelliere tedesco Olaf Scholz che Russia e Ucraina terranno il terzo round di colloqui tra oggi e domani. L’anticipo della ripresa dei negoziati è stato confermato alla Tass da Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Bisogna, tra l’altro, definire i dettagli logistici dei “corridoi umanitari” concordati giovedì: dove e quando avere cessate-il-fuoco temporanei e locali per evacuare i civili e far giungere viveri e medicinali.

Dopo l’incendio alla centrale di Zaporizhzhia, Zelensky accusa: i russi “sapevano che cosa stavano colpendo, hanno mirato direttamente al sito. Questa notte sarebbe potuta essere la fine della storia dell’Ucraina e dell’Europa”. Ma, all’Onu, la Russia definisce “una bugia” l’attacco alla centrale.

Secondo il presidente della Duma russa Vyacheslav Volodin, Zelensky avrebbe lasciato il suo Paese e si sarebbe rifugiato in Polonia. L’affermazione suscita una pronta replica ucraina: “Gli occupanti hanno diffuso un altro falso. Non è vero, il presidente è a Kiev con la sua gente”.

Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba denuncia casi di donne violentate dai militari russi. “Quando i soldati stuprano le donne nei territori occupati e nelle nostre città, e i casi sono diversi – dice al canale televisivo N1 –, è difficile parlare del rispetto della legge internazionale”. Negli 8 giorni di conflitto armato, circa 660 mila rifugiati hanno lasciato l’Ucraina diretti verso Paesi confinanti secondo dati dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati. A questo ritmo la situazione diverrà presto la più grossa crisi umanitaria del secolo. La Polonia ha smentito di voler fornire aerei all’Ucraina. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, al termine di una riunione dei ministri degli Esteri dei Paesi dell’Alleanza, ha detto: “Questa è la peggiore aggressione militare da decenni, con città, scuole, ospedali bombardati. I giorni che verranno saranno peggiori, con più morti e più distruzione”.

Il capo della Nato aggiunge: “C’è ampio accordo sul fatto che dobbiamo fare di più per sostenere” Georgia, Bosnia e Moldavia, “perché potrebbero essere a rischio”. Non sono però state ancora prese “decisioni finali” su questo punto, mentre la richiesta dell’Ucraina d’istituire una no-fly zone “è stata menzionata, ma non ci sono piani per operare nello spazio aereo ucraino o per inviare truppe”.

Al termine d’un consulto dei ministri degli Esteri dell’Ue con il segretario di Stato Antony Blinken, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dice: “Restiamo pronti ad adottare ulteriori sanzioni, se Putin non si fermerà e non tornerà indietro saremo risoluti, determinati, uniti”. Per Von der Leyen, “la cooperazione tra Usa e Ue è il cuore dell’efficace risposta” dell’Occidente alla Russia. Zelensky chiede “un inasprimento immediato delle sanzioni contro lo stato terrorista nucleare”. E i gruppi della società civile vogliono “sanzioni paralizzanti”: Usa e Ue “devono colpire i settori del gas e del petrolio, tagliando i ricavi che Putin usa per finanziare la macchina da guerra russa”.

Tra il dire e il fare

Chi può contestare che il popolo ucraino non va lasciato solo nell’eroica resistenza all’invasore russo? E che non ha bisogno di fiori, ma di armi? È tutto ovvio, in via di principio. Ma, prima di inviare anche un solo petardo oltre i confini dell’Ucraina, bisognerebbe rispondere ad altre domande molto meno scontate che purtroppo nessuno – in questa spensierata decisione assunta dal governo dinanzi al Parlamento sdraiato – ha pensato di porre, né tantomeno di rispondere. L’obiettivo di Putin è chiaro: riprendersi l’Ucraina, poi si vede. Quello di Zelensky pure: ricacciarlo indietro, magari sacrificando il Donbass e la Crimea già persi. Ma il nostro qual è? Allungare di qualche settimana la resistenza ucraina in vista di una resa scontata, per indebolire un po’ Putin nel negoziato finale, o aiutare l’esercito e i civili ucraini a respingere l’Armata russa? Trattare con Putin o buttarlo giù? L’invio o meno delle armi dovrebbe dipendere da queste due risposte. Che dovrebbero dipendere dall’analisi del reale andamento della guerra, al di là delle opposte propagande. Se si pensa che gli ucraini abbiano buone probabilità di farcela nel breve e lungo periodo, complici le sanzioni alla Russia, inviare armi ha un senso. Se invece si ritiene che l’esito dell’invasione sia segnato, armare civili non (o male) addestrati serve solo a prolungare l’agonia del Paese e a moltiplicare la carneficina, seguitando a usare quel popolo martoriato come carne da macello per i giochi di guerra dei “grandi”.

Supponiamo che chi invia armi pensi sinceramente che possano ribaltare l’esito della guerra: resterebbero un paio di interrogativi. Secondo i calcoli più ottimistici, le armi giungeranno a destinazione non prima di qualche settimana, quando l’avanzata russa su Kiev sarà probabilmente completata: se l’intelligence Nato era certa da tre mesi dell’attacco russo, perché non pensarci prima? Conosciamo la risposta: Usa e Uk l’han fatto in abbondanza, mentre le armi dell’Italia e del resto dell’Ue sono perlopiù ferrivecchi e fondi di magazzino. E allora, di grazia, a che servono? Come ha spiegato Mackinson sul Fatto, non potendo coinvolgere paesi Nato, bisognerà portarle in Ucraina con finti convogli umanitari e voli commerciali, affidando le consegne a milizie private di contractor: mercenari prezzolati senza bandiera che combattono per ogni bandiera, cioè per il miglior offerente. Si tengono parte del carico come provvigione. Poi, se va bene (ma chi controlla?), consegnano il resto alle truppe o ai resistenti. Ma, se la Russia vince la guerra, si prende tutto. E usa le nostre armi – come i talebani in Afghanistan, l’Isis in Iraq e in Siria, le milizie in Libia – contro di noi. Che, ancora una volta, riusciremo a spararci sui piedi.

Le stufe a legna inquinano più delle auto

Le stufe casalinghe alimentate a legna o pellet inquinano più di tutto il traffico stradale messo insieme. Il dato non è del tutto inedito fra gli addetti ai lavori, ma stavolta a confermarlo è uno studio del governo britannico.

Infatti, secondo quanto rilevato da Londra, la suddetta tipologia di riscaldamento domestico produce particelle microscopiche che sono altamente dannose per l’ambiente e per gli esseri umani che le respirano: quelle derivanti dai trasporti stradali ammontano al 13% del totale, mentre quelle delle stufe valgono il 17%; e dal settore dell’industria manifatturiera e delle costruzioni ne proviene il 27%.

Le rilevazioni – basate su un’indagine che ha riguardato 50 mila case e sul tipo di utilizzo delle loro stufe a legna – evidenziano che il particolato PM2.5, prodotto dalla combustione del legno, sia aumentato di un terzo tra il 2010 e il 2020, raggiungendo le 13.900 tonnellate l’anno.

Secondo il rapporto, il particolato – altamente nocivo per organi come cuore, cervello e polmoni, dove tende a depositarsi – deriva sempre meno dalla combustione del carbone, dall’industria e dai veicoli. Mentre è aumentata la quantità proveniente dalla combustione domestica di legna, appunto, e di biomasse.

E ora, test di laboratorio alla mano, c’è chi Oltremanica si interroga sull’opportunità di una messa al bando delle stufe domestiche o, quantomeno, di uno stop alla loro commercializzazione/installazione.

Anche altri studi, altrettanto recenti, attribuiscono all’utilizzo di questo tipo di riscaldamenti almeno la metà dell’esposizione della popolazione a particelle inquinanti, per giunta altamente cancerogene: addirittura, le più ecologiche delle stufe recenti emetterebbero 750 volte la quantità di particolato che esce dagli scarichi di un camion moderno.

Il confronto con le automobili è ancora più impietoso. Ciò spiega perché le stufe domestiche siano assai più inquinanti del traffico veicolare.

Eppure, anche in Italia, se ne parla poco o nulla, riservando tutta l’attenzione all’elettrificazione del parco auto.

Dalla Germania parte l’allarme: ci sono problemi di materie prime

L’allarme sulle conseguenze per l’auto della guerra tra Russia e Ucraina viene dal cuore dell’Europa a quattro ruote. Ovvero quella Germania che esporta verso quei due paesi circa 40 mila vetture (l’1,7% dell’export automotive teutonico) e ne produce solo in Russia 170 mila, all’anno. La Vda, potente associazione dei costruttori tedeschi, paventa un’ulteriore riduzione della produzione a causa della mancanza di materie prime. Quali? Il palladio per le marmitte catalitiche e il nichel, che una volta raffinato finisce nelle batterie agli ioni di litio, entrambi provenienti dalla terra di Putin. Ma anche il gas neon ucraino necessario per la produzione di microchip, che già mancavano prima e continueranno a scarseggiare almeno per tutto il 2022. E poi ancora, i cablaggi per le reti elettriche dei veicoli: ce ne sono in media 5 chilometri in ogni auto, ed il 7% di quelli presenti su auto tedesche proviene dall’Ucraina. La stessa Vda ha ammesso che, se è presto per calcolare i danni che verranno dalle sanzioni commerciali, tuttavia va messo in conto che “ci sarà un’ulteriore interruzione della produzione di veicoli in Germania”, dopo che Bmw, Porsche e Volkswagen hanno cominciato a limitare l’apertura delle catene di montaggio. E il discorso vale anche per altri costruttori, che hanno piazzato in Europa centrale le loro fabbriche (Toyota come Vw ha fermato la produzione in Russia), che vengono alimentate dagli stessi fornitori. L’industria è fatta di vasi comunicanti, che rischiano di non comunicare più.

Stellantis modula il (prossimo) futuro tutto sull’elettrone

Quella dell’auto elettrica è ormai una generazione in corso. Inutile puntare sulle carenze viste finora nel costruire un ecosistema energetico giocato massicciamente sulle fonti rinnovabili. Succederà, perché le vetture a batteria hanno preso ormai la strada di un fatto keynesiano, quell’idea dell’economista inglese di una spesa pubblica necessaria, perché si suppone a favore del clima e della collettività.

Lo spazio da occupare è disegnato e Carlos Tavares punta a occuparlo con decisione attraverso il piano strategico Dare Forward 2030 che vede Stellantis impegnata a raggiungere l’obiettivo di una quota del 100% di vendite di veicoli a batteria in Europa e del 50% negli Usa entro la fine del decennio. La risposta è netta a quanto fatto negli ultimi cinque anni dalla Vw di Diess, negli ultimi due dalla Renault di De Meo e, appena questa settimana anche dalla Ford di Jim Farley, destinata a essere divisa in due entità distinte, una per le motorizzazioni tradizionali e l’altra votata all’elettrico, per rivaleggiare con Tesla e Rivian. Stellantis annuncia ben 100 nuovi lanci entro il 2030, quando però la gamma di veicoli a batteria toccherà quota 75 modelli e produrrà ricavi raddoppiati, mentre già da fine 2024 le sinergie del gruppo toccheranno i 5 miliardi. L’elettrico guiderà completamente lo sviluppo di Maserati, Alfa Romeo, Ds e Lancia, i marchi di lusso della galassia Stellantis destinati a veder crescere di cinque volte la redditività. Dopo l’anteprima nel luglio scorso delle 4 piattaforme modulari Stla destinate a fare da base a intere famiglie di veicoli a batteria, a dicembre 2021 Stellantis aveva già presentato l’architettura digitale Stla Brain, una ossatura hardware concepita per trasportare il gruppo nell’economia dei servizi di bordo in connessione, con ulteriori potenziali introiti per 20 miliardi di euro. Era lecito aspettarsi che il piano Dare Forward 2030 facesse combaciare i tasselli, ufficializzando l’arrivo delle vetture più attese dal mercato, cominciando dalle eredi di Panda, Lancia Ypsilon e Delta. Il clima internazionale ha portato Tavares a limitare gli annunci al primo suv 100% elettrico a marchio Jeep (nella foto), in arrivo all’inizio del 2023, seguito dal Ram ProMaster Bev e dal pickup Ram Bev. L’obiettivo è di raggiungere 1 milione di veicoli a batteria venduti nel 2024, 3 milioni nel 2027 e 5 milioni entro il 2030. C’è attesa anche per completare la mappa delle tre Gigafactory che entro 8 anni avvierà in Europa la produzione di accumulatori per 250 Gwh di capacità. In lizza: Termoli. La partita resta aperta anche per il futuro delle fabbriche italiane.

“Sullo yacht con la Bardot… E l’invito di Dylan a papà”

“Era capricciosa come una ragazzina. Il fidanzato le trovò il vestito che desiderava. Lei impazzì di gioia, sullo yacht”.

Ma chi?

Brigitte Bardot.

Il fidanzato era Gigi Rizzi.

Papà frequentava il jet-set genovese, il giro dei playboy. Eravamo nella barca di un antiquario a St. Tropez, Brigitte restò due giorni. Conoscemmo pure Mick Jagger con Bianca.

Cristiano De André, non immagino un dialogo tra Fabrizio e Mick.

Jagger era un bel tipo, molto fuori. Mio padre non marciava bene con l’inglese. Quando Dylan venne a Milano e voleva incontrarlo, papà declinò.

E Dylan non è socievole.

Fabrizio temeva che non gli traducessero bene le sue parole. Preferiva scrivere: aveva paura di non riuscire a esprimersi compiutamente dialogando.

Qualcuno fraintese pure le sue opere. Cossiga lo fece pedinare dal Sisde per Storia di un impiegato.

Lo seguivano ovunque. La tesi è che De André fosse in contatto con i terroristi rossi, e che la tenuta dell’Agnata si rivelasse un covo di filocinesi. Scoperte le mosse dei servizi, ci ridemmo su. Ma anche i sessantottini presero male l’album. Rivedo mio padre e Giuseppe Bentivoglio che lo scrivono girando per casa come orsi incazzati, con Piovani che pazienta.

Un capolavoro che lei ha portato in tour prima della pandemia, e che si è trasformato in un film di Lena, ora sulle piattaforme.

È un intreccio di storie: un conflitto familiare, e attorno quelli politici e sociali. E un omaggio alla poesia di mio padre, che ha indicato una via più giusta, soprattutto in questi tempi di nuova violenza e odio. Di mancanza di pietà, rispetto e comprensione. Le sue canzoni restano di una temporale attualità.

L’ha perdonato?

Ho capito che non c’era niente da perdonare. L’urgenza di quel che aveva da dire al mondo gli faceva dimenticare chi aveva vicino. E c’era necessità di flagellare l’oscurantismo Dc, la lotta di classe, le Br, il potere che opprime. Nel film compaiono i nuovi dittatori: Erdogan, Orbán, Putin.

Come vivrebbe Faber questo tempo di guerra?

Sentiva le cose nel profondo, gli si spezzerebbe il cuore. Nell’ultimo tour ero con lui: mi confessava di essere abbattuto e disilluso. “Non è cambiato un cazzo”, diceva. Eppure vedo tanti ventenni di oggi ai concerti: la strada per una presa di coscienza anarchica è ancora aperta. Niente è perduto.

Lei, Cristiano, è tornato al Brancaccio…

Ho cantato le prime strofe con un filo di voce, tre anni fa. Mi sono ritrovato nello stesso camerino del live del ’98. C’eravamo finalmente riconosciuti, accettati, coltivavamo progetti insieme, mi aveva dato fiducia. È accaduto troppo tardi, ma per fortuna è accaduto.

L’ultima volta che lo vide?

Gli sono stato accanto senza dormire, nella crisi fatale. Tenendogli la mano finché non è spirato. Non aveva voluto vedermi nei mesi della malattia. Lo imbarazzava apparire fragile. Così come non mi faceva complimenti nel timore che non lavorassi sodo. Ma dopo la morte è tornato.

In che senso?

Il giorno dopo. Ho sentito distintamente il suo odore nel mio letto. Non era suggestione. È stato il suo estremo dono.

Suo padre sapeva essere deciso negli addii. Svegliò sua moglie Enrica per farle ascoltare Verranno a chiederti del nostro amore. Lei era bambino e origliava.

Mamma pianse di dolore, la canzone decretava la fine della loro storia. Io soffrivo per la sua dipendenza da papà, gli si aggrappava troppo, subiva. Ma come in quel verso, e nella vita, a un certo punto “finalmente sceglierai”.

Serve protezione, perché la ricanti dal vivo.

Anche per La canzone del padre. Fabrizio la dedicava al suo, io a lui e ai miei figli. Il passato mi è amico, adesso.

Papà fu crudele con lei: uccise la scrofa con cui giocava e gliela fece mangiare.

Fu un castigo, mi ero pappato l’unico peperone cresciuto a Savignone. Ero piccolo, la scrofa era il mio primo animale, la portavo in giro con la corda. Papà e Paolo Villaggio avevano già deciso di farne salsicce. Nel film sono in acqua in Sardegna mentre i cinghiali si avvicinano. Un modo per far pace con i miei mostri. Papà voleva diventassi veterinario, aveva paura che la musica mi schiacciasse.

Dov’era quando rapirono lui e Dori?

In Gallura. Sarei dovuto andare da loro quel giorno, ma era arrivato un mio amico da Genova, così rimandai. Seppi, dopo, che durante la prigionia i banditi dicevano che per il riscatto sarebbe stato più facile sequestrare me e papà.

Si era salvato.

Ci telefonavano gli sciacalli: “Nella tal strada troverete i resti dei corpi”. Accorrevamo, erano luride menzogne.

Il futuro?

Magari concerti con canzoni mie, di De André, il Battiato di Povera Patria. E Oceano di De Gregori. Lì Francesco mi regalò un verso enigmatico in risposta alla mia domanda sul perché “Alice guarda i gatti”.