Come nella migliore delle tradizioni tanto sono ben pubblicizzate le regole da seguire per salvarsi da soli quanto poco trasparenti sono le idee sugli interventi monetari per mettersi in sicurezza davvero. La Commissione europea l’8 marzo presenterà il pacchetto che traccia il perimetro nel quale gli Stati dell’Unione possono muoversi per contrastare la crisi energetica e rendere l’Ue autonoma dal gas russo: la bozza indica deroghe ed emendamenti alla direttiva sull’elettricità e, implicitamente dimostrando che il libero mercato non è in grado di auto-regolarsi, raccomanda agli Stati di guidare i prezzi dell’energia e di tassare gli extraprofitti delle società elettriche per interventi di riduzione delle bollette e investimenti sulle rinnovabili. Di fatto, ratifica decisioni che molti Paesi hanno già preso, legittimandole, ma non contempla il nucleare: viene citato solo una volta per specificare che se ci sono extra-profitti nel settore vanno tassati. E poco importa che Bruxelles lo abbia appena inserito nella tassonomia delle fonti considerate “verdi”: l’atomo non fa parte del piano d’emergenza della Commissione per far fronte alla crisi energetica.
Mancano soprattutto le risorse: fondi, prestiti ed eventuale nuovo debito per aiutare a raggiungere l’indipendenza dal gas russo e contrastare i picchi dei prezzi. Tra le ipotesi circolate nelle ultime ore, Politico.eu parla della possibilità che i Paesi che non abbiano richiesto l’intero importo di prestiti nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza (723,8 miliardi di euro totali) possano ottenere la quota restante e utilizzarla su questi obiettivi con relativi piani di spesa approvati da Commissione e Consiglio. Un importo che l’Italia, ad esempio, ha già raggiunto. L’altra ipotesi è invece che l’Ue emetta nuovo debito per raccogliere fondi che poi presterebbe a tassi agevolati anche perché i trattati dell’Ue consentono di fornire assistenza finanziaria ai suoi membri in circostanze eccezionali, specie in caso di gravi difficoltà nella fornitura nel settore energetico. La proposta di un fondo ad hoc europeo per aiutare gli Stati più danneggiati a varare agevolazioni per imprese e famiglie è sempre più pressante tra i Paesi dell’Ue, Grecia in testa, ma non piace a Bruxelles, che preferisce puntare sugli strumenti già a disposizione. La bozza del piano contiene infatti raccomandazioni, anche perché norme e direttive richiederebbero tempo che non c’è.
Nel breve termine l’indicazione è intensificare l’acquisto di Gas naturale liquefatto (Gnl) soprattutto da Giappone, Corea del Sud, Cina e India. Un “New Energy Compact” servirà a diffondere le fonti rinnovabili mobilitando investimenti, rimuovendo ostacoli e consentendo ai “consumatori di svolgere un ruolo attivo nel mercato” tra efficientamento e comunità energetiche.
Il punto più rilevante è la leva fiscale: “Alcuni produttori di energia elettrica non dipendenti dal gas hanno visto aumentare considerevolmente i loro ricavi nel contesto dei prezzi elevati dell’energia – si legge –. Dovrebbero reinvestire in modo straordinario ricavi per la diffusione delle energie rinnovabili” in cambio di agevolazioni. Lo stesso dovrebbe valere per le entrate aggiuntive dell’Ets (i permessi per emettere CO2, ndr). E ancora, deroghe agli aiuti di Stato per le industrie ad alta intensità energetica e potenziamento del biogas e dell’idrogeno da rinnovabili. Sul gas, la Commissione suggerisce di obbligare gli operatori a stoccare ogni anno valori minimi insieme a “un progetto pilota per acquisti congiunti di forniture” e cooperazione con gli Stati che non hanno capacità di stoccaggio. Tutte misure che richiederanno del tempo. “La Russia ci fornisce il 40% del fabbisogno di gas, quindi non vi aspettate che possiamo ridurlo a zero dalla sera alla mattina” ha detto ieri l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell.