“David Rossi non cercò parola suicidio su web”

I termini “suicida” o “suicidio”, che secondo il procuratore di Siena, Nicola Marini, David Rossi cercò almeno 35 volte nel web, in realtà erano contenute in alcune newsletter che riceveva sulla mail di lavoro. Lo hanno spiegato l’ispettore superiore tecnico Claudio Di Tursi e gli assistenti capo coordinatori Augusto Vincenzo Ottaviano e Stefano Frisinghelli della polizia postale di Genova ascoltati in Commissione parlamentare sulla morte dell’allora capo della comunicazione di Mps, avvenuta il 6 marzo 2013 a Siena. Sugli hard disk dei suoi pc non c’è niente neanche sui “festini”: né immagini, né scritti, né ricerche in Rete. È andata, invece perduta e non è più stato possibile recuperarla la copia forense di un computer portatile.

“Scusi, lei spaccia?”. Il gip archivia Salvini

Il gip di Bologna, Grazia Nart, ha archiviato il fascicolo per diffamazione a carico di Matteo Salvini, sulla “citofonata” del leader della Lega a una famiglia del quartiere Pilastro, il 21 gennaio 2020, a pochi giorni dalle Regionali. “Il giudice ha accolto la richiesta del pm e ha valorizzato la nostra argomentazione difensiva sulla causale politica della condotta”, sottolinea il difensore di Salvini, avvocato Claudia Eccher. Archiviata, con Salvini, Anna Rita Biagini, la donna che lo accompagnò nella passeggiata. Salvini suonò al citofono chiedendo se era vero che lì abitassero spacciatori. L’avvocato Eccher evidenzia come il giudice abbia riconosciuto l’intenzione polemica e provocatoria, ma non un attacco personale alla famiglia.

“Nomine irregolari al Comune di Firenze”. Renzi condannato: dovrà pagare 70mila

Matteo Renzi è stato condannato dalla Corte dei conti per un danno erariale al Comune di Firenze di 70 mila euro. La sentenza di primo grado depositata ieri (ma l’udienza è del 4 novembre 2021) riguarda due incarichi giudicati irregolari all’epoca in cui era sindaco di Firenze, dal 2009 al 2013. Insieme al leader di Italia Viva, condannato a pagare un risarcimento di 69.738 euro, la Corte ha sanzionato anche due dirigenti comunali di allora: Sarina Liga condannata a pagare 313.821 euro e Claudio Martini sanzionato per 34.969 euro. I fatti in questione riguardano due incarichi di collaborazione nello staff dell’allora sindaco: la nomina di Marco Agnoletti a responsabile dell’ufficio per la comunicazione e di Bruno Cavini a portavoce del sindaco. I due incarichi, secondo la sentenza della Corte, sono di natura dirigenziale e potevano essere attribuiti solo a persone laureate, mentre, si legge nella sentenza, “Agnoletti aveva conseguito il diploma di scuola media superiore, mentre Cavini addirittura solo del diploma di scuola media inferiore”. Quindi, secondo i giudici contabili, i due avrebbero percepito “una retribuzione non proporzionata al titolo di studio posseduto”. Agnoletti (80 mila euro lordi annui), col suo diploma di maturità scientifica, e Cavini, con la terza media, erano dunque privi dei titoli. Agnoletti e Cavini non sono inquisiti, né sanzionati. La richiesta iniziale della procura era stata quantificata in 697 mila euro, ma la Corte ha deciso di abbassarla a 418.528 euro, suddivisi per il 45% a carico di Liga, per il 10% a Renzi e per il 5% a Martini. Agnoletti e Cavini erano due persone di fiducia di Renzi, che le ha volute con sé a Palazzo Vecchio per gestire la comunicazione. Agnoletti è il suo storico portavoce: dopo essere stato con lui a Firenze, l’ha seguito anche al Nazareno nel 2017, dopo che Renzi, dimessosi da presidente del consiglio nel 2016, è stato rieletto segretario del Pd. Mentre nel 2013 Agnoletti è rimasto a Firenze anche col nuovo sindaco, Dario Nardella, per cui ha ricoperto il ruolo di capo ufficio stampa e portavoce, con un contratto però non più da dirigente. Oggi Agnoletti non lavora più con la politica, ma ha una società di comunicazione, Jump, che tra i clienti annovera il Milan, Msc Crociere e Fabio Fazio. Sempre per vicende legate all’attribuzione, ma di altri incarichi a Firenze, Renzi è stato condannato altre due volte dalla Corte dei conti, ma in entrambi i casi è stato assolto in secondo grado. Anche in questo caso l’ex premier ricorrerà in appello.

Lfc, nuove accuse per gli ex contabili della “nuova” Lega

Undici nuovi capi d’imputazione e altrettanti indagati. Si chiude così l’ultima tranche dell’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dall’aggiunto Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi, sul caso della fondazione regionale Lombardia Film Commission (Lfc) e sulla nuova Lega di Matteo Salvini. L’avviso di chiusura indagini svela una nuova accusa di peculato per l’ex presidente di Lfc Alberto Di Rubba, ed ex contabile del Carroccio. Riguarda la prima sede di Lfc e il titolare della società Areapergolesi. Per la Procura, Di Rubba assieme al coindagato si sarebbe “appropriato di 38 mila euro”, denaro pubblico pagato da Lfc. Altro peculato è contestato al commercialista Michele Scillieri nel cui studio il partito decise di domiciliare la nuova Lega. Scillieri è indagato per il suo ruolo di curatore fallimentare (pubblico ufficiale), in concorso con il “prestanome” Luca Sostegni, rispetto al fallimento della Marifin srl. Per la Procura “si appropriavano di 225mila euro”. Le indagini poi chiudono il cerchio sull’accusa di bancarotta per la New Quien srl. Tra gli indagati Andrea Manzoni, ex contabile della Lega vicino al tesoriere Giulio Centemero, imputato a Milano per finanziamento illecito. Manzoni, per i pm, rispetto alla bancarotta, sarebbe “l’artefice del modello di frode”. Chiuso questo capitolo, i pm valuteranno la competenza territoriale per il fascicolo sull’associazione Maroni Presidente, dove, tra gli altri, è indagato per truffa Centemero. Dopodiché la Procura riprenderà in nuovi dossier investigativi.

Sappe a Mattarella: “Renoldi è divisivo, non adatto al Dap”

Sulla nomina del giudice Carlo Renoldi a capo del Dap le fibrillazioni dentro l’amministrazione carceraria si sono concretizzate in una lettera del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi, e alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, cui si deve la scelta del consigliere di Cassazione. Il passo indietro, volontario o forzato, può ancora esserci dato che manca il via libera al fuori ruolo da parte del Csm e la ratifica del Consiglio dei ministri. È per questo che il Sappe ha espresso le sue critiche a Renoldi, subissato dalle polemiche della gran parte delle forze politiche e dei familiari delle vittime di mafia. “Non possiamo che esprimere tutte le nostre perplessità perché il giudice Renoldi ha rilasciato dichiarazioni discutibili in ordine a una revisione/demolizione del 41 bis”. Il Dap, scrive tra l’altro il sindacato, non ha bisogno “di un capo che alimenti lo scontro” ma “super partes”, che coniughi “due finalità, trattamentale e della sicurezza”.

Caso Tor Vergata, condannato l’ex rettore Novelli

È stato condannato a un anno e otto mesi Giuseppe Novelli, biologo molecolare di fama, ex rettore dell’Università di Tor Vergata a Roma, imputato per vicende legate ai concorsi universitari e in particolare alle chiamate dirette di cui l’ateneo fece ampio uso. Il tribunale l’ha ritenuto colpevole di tentata concussione ai danni di Giuliano Grüner, allora ricercatore e oggi ordinario di diritto amministrativo a Unipegaso: “Lei non lavorerà più qui se non ritira il ricorso al Tar”. Il fatti risalgono al 2016 e il ricorso ebbe poi successo.

Il pm Mario Palazzi aveva chiesto due anni e 10 mesi anche per l’accusa di induzione alla corruzione nei confronti di Pierpaolo Sileri, chirurgo, anch’egli allora ricercatore, oggi sottosegretario alla Salute in attesa di trasferirsi al San Raffaele di Milano come professore associato. Secondo l’accusa Novelli aveva promesso a Sileri un altro concorso, ma su questo è stato assolto. Pena sospesa. Franco Coppi, difensore di Novelli, ha preannunciato appello, sottolineando che i due episodi gli paiono “non dissimili”.

L’ombra del Long Covid sul 30% di chi è guarito

Francesca avverte come una forte scossa elettrica che la paralizza e la lascia senza fiato, incapace di concentrarsi. E poi dolori muscolari che non le danno tregua. Giovanni per mesi ha combattuto con fitte gastrointestinali invalidanti. Mario ha vertigini e nausea. Poi ci sono quelli che soffrono di depressione, ansia, disturbi dell’umore, insonnia cronica. Per molto tempo sono stati circondati da incredulità, tutto veniva ricondotto alla sfera psicologica. “All’inizio era difficile capire se questi disturbi erano legati direttamente al Covid o erano la conseguenza dell’isolamento sociale a causa della pandemia – dice Patrizia Rovere Quirini, immunologa –. Poi però è emerso che emergevano nelle persone che si erano ammalate”.

Rovere Quirini è la coordinatrice dell’ambulatorio Post Covid dell’Irccs San Raffaele di Milano. Aperto nell’aprile del 2020 per il follow up dei pazienti che erano stati ricoverati dopo aver contratto il virus, opera con un team di internisti a cui si è aggiunto uno psichiatra. All’inizio controllavano cuore, polmoni, pressione del sangue. “Poi ci siamo accorti che c’era anche altro”, spiega Rovere Quirini. Ed è così che, mentre anche all’estero si moltiplicavano gli studi, l’ambulatorio del San Raffaele diventava uno dei centri italiani che trattano il Long Covid.

Sindrome ancora in larga parte sconosciuta di cui si ritiene, secondo stime di numerose ricerche internazionali, che soffra il 30% degli ex malati Covid tra gli adulti, il 10% tra i bambini. Tutti sono negativizzati. E più o meno per tutti dopo due o tre settimane comincia il calvario. Fino ad ora sono stati classificati oltre duecento sintomi diversi tra loro. “Però le basi molecolari non le conosciamo”, dice Rovere Quirini. Il ministro alla Salute Roberto Speranza ha stanziato 50 milioni per la ricerca sulla sindrome. “Ma in Italia siamo ancora indietro”, osserva Agnese Codignola, giornalista e divulgatrice scientifica che a questo lascito dell’infezione ha dedicato un libro, Il Lungo Covid, pubblicato da Utet. Un volume che non è solo una raccolta di testimonianze: “La cura di questi malati richiederebbe una assistenza sanitaria diversa, multidisciplinare – prosegue Codignola –. Siamo di fronte a una sindrome che sfida la medicina moderna”. Malattia riscontrata ovunque. Dagli Stati Uniti, dove il presidente Joe Biden ha destinato alla ricerca lo scorso anno 1,5 miliardi di dollari, al Regno Unito: qui il primo ministro Boris Johnson ha stanziato subito venti milioni di sterline per la creazione di centri specifici per la diagnosi e la cura.

Dall’ambulatorio del San Raffaele sono già transitati circa duemila pazienti. Uno studio su 226 ex malati Covid in forma grave, condotto in collaborazione con il gruppo di ricerca in Psichiatria e Psicobiologia dell’istituto milanese, ha dimostrato che a tre mesi dalle dimissioni un terzo continua a soffrire di disturbi come la depressione, l’ansia, l’insonnia. Poi ci sono i bambini. A Roma se ne occupa l’ambulatorio post Covid pediatrico dell’ospedale Gemelli, che sta seguendo una settantina di bimbi e ragazzi. “Ci siamo resi conto che molti presentano disturbi persistenti anche dopo la guarigione – spiega il coordinatore del centro del Gemelli, Danilo Buonsenso –. Inizialmente erano più frequenti tra gli adolescenti e i preadolescenti, adesso l’età si è abbassata e vediamo anche bimbi di sette anni”. In questo caso i sintomi compromettono anche la frequentazione della scuola, le attività sportive, i giochi e le relazioni. Sono infatti comuni l’astenia e l’estrema affaticabilità anche dopo sforzi lievi. Ma anche i problemi neuro cognitivi, come i vuoti di memoria e la difficoltà di concentrazione, che pregiudicano l’attività scolastica. “Fare una diagnosi è molto difficile, solo poche settimane fa è stata pubblicata una definizione condivisa – aggiunge Buonsenso –, e non sappiamo ancora qual è la terapia più adeguata. Capita che gli insegnanti non credano al malessere del bambino e si instauri così anche un disagio psicologico. Mentre per i genitori è un trauma”.

E uno studio pubblicato da Nature Medicine rileva che nelle persone guarite dal Covid il rischio di scompenso cardiaco aumenta del 72% e crescono del 52% la probabilità di ictus, tanto che la Federazione degli oncologi, cardiologi ed ematologi in Italia lancia l’allarme: “Serve un cambio di rotta nell’assistenza cardiologica in Italia: i ritardi nell’assistenza registrati nelle varie ondate pandemiche rendono concreto il rischio di un’impennata di pazienti colpiti da malattie del cuore e di una regressione della mortalità cardiovascolare ai livelli di 20 anni fa”.

I pm: “Imprenditrice di 57 anni, è la donna della strage del 1993”

La Procura di Firenze ha perquisito mercoledì una signora di 57 anni di Bergamo con l’accusa (tutta da dimostrare) di essere coinvolta nella strage del 27 luglio 1993 a Milano. I pm sospettano possa essere lei la bella bionda avvistata poco prima dell’esplosione in via Palestro. Quella notte saltarono in aria contemporaneamente a Milano il Padiglione di Arte Contemporanea e a Roma le basiliche di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni e i centralini di Palazzo Chigi a un certo punto non funzionavano. Fu l’acme dell’attacco allo Stato portato da Cosa Nostra in ‘Continente’ per obbligare lo Stato a cedere.

La Procura di Firenze ha già ottenuto la condanna dei boss mafiosi per quella stagione di stragi che include anche l’attentato a Maurizio Costanzo del 14 maggio 1993 e la strage di via dei Georgofili a Firenze il 27 maggio dello stesso anno. Ora i pm fiorentini stanno cercando di appurare se ci siano responsabilità in altri mondi, diversi dalla mafia. Mercoledì i Carabinieri del Ros di Firenze, su delega dei procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco e del procuratore capo Giuseppe Creazzo, hanno perquisito Rosa Belotti, 57 anni, accusata di essere “l’esecutrice materiale che ha guidato la Fiat Uno imbottita di esplosivo sottratta alla proprietaria (…) condotta in via Palestro per colpire il Padiglione di Arte Contemporanea quale alto e irripetibile simbolo del patrimonio nazionale”. Poi i pm scrivono: “in Firenze il 27 maggio 1993 e in Milano il 28 luglio 1993”. Non è chiaro cosa c’entri la strage di Firenze. Nel decreto si spiega invece il presunto ruolo dell’indagata nella strage di Milano. La figura misteriosa della ‘bionda di via Palestro’ appare subito. Due testimoni riferirono di aver visto poco prima dell’esplosione della Fiat imbottita di T4, pentrite e nitroglicerina una bella ragazza sulla trentina con i capelli biondi, slanciata e con i tacchi che usciva dall’auto. Poco dopo il suo avvistamento l’auto esplose e morirono cinque persone. I pm sono arrivati a Rosa Belotti attraverso un percorso tortuoso che ha un protagonista: l’agente Antonio Federico. Il poliziotto consegna alla Dia 14 anni fa una fotografia. Sostiene di averla trovata nel corso di una perquisizione che rappresenta il suo maggiore successo investigativo. Quando era assistente di Polizia ad Alcamo il 29 settembre del 1993 grazie alla ‘soffiata’ di un confidente, fece sequestrare un arsenale impressionante di armi nella villetta affittata da un Carabiniere. Nella foto pubblicata sopra Federico lascia la scena alla Squadra Mobile di Trapani ma fu lui il vero artefice dell’operazione. Quando l’allora viceprocuratore della Dna, Gianfranco Donadio, indaga sulle piste alternative della stagione delle stragi mette gli occhi sul sequestro di Alcamo. I due carabinieri che avevano a disposizione l’arsenale furono condannati a pene lievi per detenzione illegale di armi. I vertici locali dell’Arma quella sera entrarono in fibrillazione e presero in consegna i commilitoni. La cosa passò nel dimenticatoio. Eppure nella villetta affittata c’erano armi per fare una guerra: 10 pistole, tra cui una mitragliatrice calibro 9 Sten Parabellum, cinque revolver, 5 fucili, una decina di baionette, un caricatore per Kalashnikov, due per mitra FAI-FN. E ancora: tre silenziatori, una ventina di caricatori, una bomba a mano, una granata antiuomo, 7 lacrimogeni. Impressionante l’elenco delle munizioni: 6.528 cartucce nuove, altre 3.662 cartucce ricaricate più 15 mila e 715 proiettili da assemblare e 9 mila e 404 bossoli di risulta. Le indagini partirono dalla ‘fonte confidenziale’ dell’assistente Federico che il poliziotto non ha mai voluto rivelare. Quando viene sentito da Donadio, Federico il 5 febbraio del 2008 consegna alla Dia una fotografia che sostiene di avere trovato nel corso di quella perquisizione “una fotografia di donna rimasta sconosciuta all’interno di un volume di una enciclopedia riposto in una libreria del villino nella disponibilità degli ex carabinieri”. Nel 1993, a detta di Federico, non era stata ritenuta utile dal punto di vista investigativo, ma lui l’aveva custodita per 15 anni.

Come scrive l’allora procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato nel 2019 in un atto dell’inchiesta sull’omicidio di Nino Agostino (che nulla c’entra con il caso di cui ci occupiamo) “l’arsenale fu ritenuto appartenere alla struttura Gladio trapanese”.

Non ci sono certezze sul punto ma quell’arsenale interessa i pm che cercano di appurare se nelle stragi ci sia un ruolo di soggetti esterni alla mafia. Per questo ascoltano con attenzione l’agente Federico sul punto. Dal 2008 varie procure hanno cercato di dare un nome alla donna ritratta nella foto consegnata dall’agente Federico. Ora “a distanza di 28 anni – scrivono i pm di Firenze nel decreto di perquisizione di Rosa Belotti – l’impiego dell’applicativo C-Robot, utilizzato per la comparazione di foto segnaletiche e persone scomparse, ha consentito di identificare l’effige rinvenuta con la foto segnaletica del 1992 ritraente Rosa Belotti, alta 173 cm imprenditrice, pregiudicata per reati concernenti traffici di stupefacenti, legata almeno dal 1991 al pluripregiudicato campano Rocco di Lorenzo vicino al clan La Torre di Mondragone”. Il software C-Robot ha fornito un dato affidabile al 67 per cento raffrontando la foto che sarebbe stata trovata nel 1993 e la foto segnaletica della Belotti del 1992. Non stiamo parlando di somiglianza con l’identikit della ‘bionda di via Palestro’, attenzione. Nella perquisizione di mercoledì i carabinieri del Ros hanno trovato una foto della signora Belotti che sembra molto simile alla fototessera misteriosa consegnata nel 2008 dall’agente Federico. Però la somiglianza rilevante, cioè quella con l’identikit, è ravvisata dal solito Federico che, secondo i pm, “ha affermato da ultimo di aver notato una similitudine tra tale immagine e quella riprodotta nell’identikit n.14 (vedi sopra, ndr) diffuso a seguito dell’attentato di via Palestro”.

I pm fiorentini annotano anche che la signora Belotti era stata scarcerata nel marzo del 1993 quindi era libera la sera della strage ma si tratta di un’ipotesi di accusa tutta da verificare. Tanto che la Procura nel comunicato diffuso ieri ribadisce che sono solo indagini preliminari “l’eventuale responsabilità dell’indagata necessità di un vaglio giurisdizionale”. L’avvocato della signora Belotti, Emilio Tanfulla, è netto: “La mia assistita è totalmente estranea ai fatti e chiarirà tutto all’autorità giudiziaria”.

Tragedia di piazza San Carlo. Condannati 3 dirigenti, 6 assolti

È terminato con tre condanne e sei assoluzioni a Torino il processo celebrato con rito ordinario per i fatti di piazza San Carlo, dove il 3 giugno 2017 si scatenò una ressa che causò la morte di due persone e il ferimento di altre 1.500 durante la proiezione della finale di Champions League Juventus-Real Madrid. La Corte d’Assise ha inflitto due anni di reclusione al Michele Mollo, dirigente della Questura, un anno e quattro mesi ad Alberto Bonzano, all’epoca dirigente della Questura, e un anno e due mesi a Marco Sgarbi, dirigente della Polizia Municipale.

Appalti Miur, 6 arresti: “Miravano fondi Covid”

C’erano anche i bandi per i fondi di Palazzo Chigi da destinare al sostegno psicologico post Covid e alle campagne nelle scuole per la lotta al virus, tra quelli che, secondo la Procura di Roma, sarebbero stati oggetto di una presunta spartizione al Miur, in cambio di soldi e favori. Anche un progetto con l’ospedale Bambino Gesù (estraneo all’inchiesta). Tra gli indagati principale l’imprenditore e editore dell’Agenzia Dire, Federico Bianchi di Castelbianco. “Mi sembra utile poter continuare sulla stessa modalità e adottare lo stesso metodo sfruttando ‘la terza ondata’ e ‘l’allarmante aumento dei nuovi contagi’”, diceva uno degli indagati. Sei gli arresti di ieri.