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Anche sulla guerra, la poesia racconta tutto

Complimenti assoluti per la Poesia per la pace di Franco Arminio. È ora di finirla di pretendere che gli altri cambino: cambiamo prima noi, spingiamo i “padroni del popolo” a muoversi in prima persona e noi seguiamo a fare la nostra parte. Basta uccidere il genere umano e distruggere il mondo. Ci sarà da pagare un prezzo? Lo pagheremo. Non voglio più essere complice di chi uccide un essere umano e, per il momento, lo siamo.

Giorgio Nanni

 

Grazie per la volontà di stare fuori dal coro

Ottimi gli interventi di Barbara Spinelli, di Fini e di Montanari. NO agli invasori, NO alla Nato, NO ai pacifisti con l’elmetto! All’epoca del tormentone “una donna al Quirinale” mi ero permesso, in una lettera non pubblicata, di fare il nome della figlia di Altiero Spinelli. Magari!

Valentino Ballabio

 

La grande ipocrisia del pacifismo armato

Durante l’edizione speciale del Tg3 del 26.02 era in studio il giornalista del Corriere Massimo Franco, che in un intervento ha espresso preoccupazione sulle possibili infiltrazioni di posizioni pro-Putin nel vasto movimento per la pace. Costui non riesce neppure a pensare che centinaia di migliaia di persone manifestino per la pace e contro la guerra. Pensa che il movimento pacifista si debba schierare con la Nato? Il pacifismo, così come è scritto nella nostra Costituzione, è contro la guerra. La guerra non risolve i problemi, semmai li aggrava e li moltiplica. In guerra muoiono solo i poveri, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più. Anziché preoccuparsi delle sorti del movimento per la pace, Franco cerchi di non nascondersi nel facile coro dell’ipocrisia narrante a senso unico.

Gianpietro Patelli

 

Lo “zar” è irrazionale solo per gli occidentali

Leggendo i giornali ed ascoltando la tv, ho letto e sentito un elevato numero di volte che Putin sarebbe “pazzo” o comunque “irrazionale”. A lei, Direttore, sembra possibile? A me, no! Putin è irrazionale rispetto al mondo occidentale, dove con il termine “razionale” si interpreta solo l’interesse economico individuale e dove posizioni ideologiche, politiche e sociali sono state cancellate e scartate dal mondo “razionale” neoliberista. Putin ha scatenato l’orrore di una guerra, ma noi non capiremo mai come rapportarci a Putin o alla Russia se continueremo a considerarlo un pazzo. Ci servono parole di verità, per quanto dure o difficili esse possano essere.

Eugenio Girelli Bruni

 

L’orso, il proverbio russo e la questione del gas

L’Italia dipende dal gas russo (45% del nostro fabbisogno energetico) probabilmente perché costava meno dello sviluppo delle fonti energetiche nostrane (geotermico, solare ed eolico). Adesso arriva il prezzo salato che dobbiamo pagare e, come ha scritto il bravissimo Padellaro, serve a Putin e ai suoi amici oligarchi per finanziare la guerra in Ucraina. Non sappiamo per quanto tempo saremo costretti a finanziare questa guerra. Un proverbio russo dice: “Se inviti un orso a ballare, non sei tu a decidere quando il ballo è finito, ma l’orso”. Noi, purtroppo, con l’acquisto del (e la nostra dipendenza dal) gas russo abbiamo invitato l’orso russo a ballare…

Claudio Trevisan

 

M5S: con regole chiare Conte avrà più forza

Guardo con molto interesse al generoso tentativo di Giuseppe Conte di dare nuove gambe e testa al M5S. Dall’articolo di De Carolis, la questione del limite dei due mandati mi pare ancora in una fase confusa. Giustissimo difendere la regola del “massimo due mandati”, ma per essere valorizzata, spesso, la regola ha bisogno dell’eccezione. La necessità dell’eccezione è dovuta all’ancora giovane e acerba storia del M5S. Privarlo anche dei parlamentari meglio formati sarebbe a mio avviso scelta sciagurata e infantile. Cito a Conte e al suo gruppo dirigente l’esempio di una storia politica più lunga: l’assetto e l’esperienza del PCI di Berlinguer (quello della questione morale) sulle modalità di elezione dei propri parlamentari. La regola era del “massimo due mandati”, ma vi era una eccezione che riguardava non più del 10% dei candidati (qui dentro erano comprese le icone storiche del partito e alcuni specialisti indispensabili per alcune tematiche). Penso che, con regole chiare come questa, sarà più facile delegare agli iscritti nella piattaforma digitale il voto per selezionare, territorio per territorio, un 10% degli aventi diritto per la riconferma.

Leonardo Lombardo

Ucraina. “A Lerner dico: opporre violenza a violenza non ha senso”

Caro “Fatto”, qualche giorno fa Gad Lerner scriveva che tra “i combattenti ucraini” ci sono anche “formazioni di matrice fascistoide”: queste sembrano, dalle sue parole, cose folcloristiche. Faccio invece presente che queste formazioni sono perfettamente legali, inquadrate dal ministero dell’Interno nella Guardia nazionale ucraina; la più famosa di queste formazioni è il reggimento operazioni speciali “Azov”, un reparto militare neonazista che ha compiti militari e di polizia: nella loro bandiera c’è la croce delle Ss prima di adottare quella uncinata, il loro capo, Biletsky, è chiamato il Führer bianco, e si sono macchiati di crimini di guerra e tortura. Ricordo inoltre che il premier ucraino ha nominato Stepan Bandera eroe della nazione: costui era il capo di 80.000 volontari collaborazionisti con le Ss, che hanno ucciso più di un milione di ebrei in Ucraina. Ogni anno festeggiano la sua formazione in manifestazioni perfettamente legali; Bandera ha monumenti nel Paese, vie e piazze intitolate a lui. Cito infine la strage di Odessa del 2 maggio 2014, compiuta da queste formazioni neo naziste ai danni di chi manifestava contro il governo: 48 morti e 174 feriti, ma il governo e il Parlamento ucraino hanno impedito qualsiasi processo.

Caro Lerner, nel suo articolo non fa altro che opporre violenza ad altra violenza, ma così non si verrà mai a capo di nulla: volete che muoiano ancora milioni di persone solo per non darla vinta a Putin? O perché l’Ucraina diventi neutrale? La Finlandia, la Svezia, l’Austria, l’Irlanda, la Svizzera ecc. sono neutrali e vivono benissimo senza essere in nessuna alleanza militare. Pensiamoci bene se vogliamo stare dalla parte della vita o della morte.

Mauro Mazzanti

 

Gentile signor Mazzanti, conosco bene, anche per dolorose vicende familiari, le colpe storiche dell’etno-nazionalismo ucraino. Ne ho scritto su “Il Fatto” e, più ampiamente, nel libro “Scintille”. Ma rifiuto di trarne la benché minima giustificazione al proditorio attacco dell’esercito russo cui sta opponendosi una fiera resistenza popolare. In altre lettere si esprime disagio per l’accostamento che ho fatto tra Salvador Allende e Volodymyr Zelensky. So bene che il primo è stato ucciso in un golpe voluto dagli Usa. Ma liquidare il secondo come fascista è una grossolanità, tanto più vile in questo momento.

Gad Lerner

Questa guerra “parlata” dai bambini, tra veti e peti

In questi giorni i venti di guerra non stanno soffiando solo nelle orecchie di noi adulti, ma pure in quelle dei bambini. Non mi riferisco a quelli che purtroppo la stanno subendo per davvero, nascosti sei metri sottoterra oppure evacuati in terra straniera e immagino disorientati per non vedersi circondati dal mondo quotidiano solito, composto da realtà e fantasia. I bambini cui mi riferisco sono quelli lontani da quella guerra ma comunque inevitabilmente coinvolti a causa della pioggia non di bombe, ma di informazioni che li raggiungono attraverso i notiziari. Per quanto piccoli non possono evitare di ascoltare e talvolta, senza nessuna colpa, travisare ciò che hanno udito. Così mi riferisce una maestra elementare che ha voluto affrontare in classe l’argomento della guerra in corso, giustamente sostenendo che quanto prima si riesce a capire l’assurdità delle guerre tanto più le coscienze se ne confermeranno, a futura memoria. L’insegnante in questione però non ha voluto fare una lezione ex catedra. Anzi, dopo una breve introduzione per introdurre l’argomento ha invitato i suoi alunni a prendere parte attiva: parlare, fare domande, coinvolgerli insomma, per comprendere che tipo di impatto abbia avuto su quelle giovani menti ciò che sentono raccontare nei notiziari televisivi. Menti giovanissime, sottolinea, ingenue, soprattutto ancora innocenti. Per cui non si è meravigliata più di tanto quando uno dei suoi alunni, senz’ombra di ironia, le ha chiesto come sia possibile fermare qualcuno che mena guerra a un altro con dei peti. Altrettanto seria, la maestra, sedata qualche risata, ha risolto l’equivoco che poggia su una sola consonante dopodiché a beneficio di tutti ha parlato dei veti e delle ragioni per cui vengono impiegati. Soffocando, mi ha confessato, una battuta sorta spontaneamente. Perché anche quella citata dal suo alunno potrebbe essere un’arma, per quanto fastidiosa. Da inserire naturalmente nel catalogo di quelle “non letali”. E mi ha schiacciato l’occhio, nel caso non avessi capito il riferimento.

Ucraina, accogliere in sicurezza virus

Una guerra dopo la guerra. Questo è quanto. La realtà ci dice che la situazione mondiale si sta complicando e, ancora una volta, saremo chiamati ad affrontare una nuova emergenza. La guerra ha tolto la scena alla pandemia, nei media, nei nostri discorsi. Ciò però non deve farci dimenticare che non l’abbiamo definitivamente lasciata alle spalle, stiamo solo provando a uscirne, sperando che quella che stiamo vivendo non sia solo una tregua.

Ciò ci impone di tener presente un aspetto non bellico di questa nuova sfida. Mi riferisco all’inevitabile esodo di profughi che è già cominciato. Che si accolgano questi sfortunati è fuori discussione, ma non sottovalutiamo che non è questo il momento migliore, dal punto di vista infettivologico, per assistere a grandi migrazioni, senza misure sanitarie adeguate.

L’Ucraina, da cui si attende l’arrivo di centinaia di migliaia di sfollati, il 14 febbraio (ultimo giorno attendibile per i dati) registrava ancora 34.000 casi di Covid e 291 decessi, per una popolazione di 42.322.000 abitanti. Circa il doppio in percentuale di quanto si annovera in Italia. Non è da sottovalutare che solo il 34,5% della popolazione è vaccinata con ciclo completo.

Che significato può avere questo quadro? Non è escluso che questa massa di popolazione, con misure di contenimento praticamente inesistenti, possa diventare, se non controllata, origine di nuovi focolai. Peraltro non è escluso che questi casi positivi possano determinare forme di patologia grave, visto che fra i profughi sono numerosi gli anziani.

Attualmente stiamo assistendo alla organizzazione di campi profughi soprattutto in Polonia. Qui la popolazione vaccinata è circa il 50 per cento. Non è un tasso di vaccinazione, sia per gli ucraini che per i polacchi, che possa assicurare una sufficiente protezione dal Covid. Pare che i primi soccorsi sanitari non comprendano neanche uno screening rapido.

È comprensibile e certamente non criticabile, ma dobbiamo tenerne conto. L’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe intervenire immediatamente dando indicazioni precise, anche per quarantene, ove necessario. Il rischio di tornare nel tunnel non è escluso, ma siamo in tempo per evitarlo.

 

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Paolo Gentiloni, il commissario europeo che va ancora a tutto gas

È Commissario europeo agli Affari economici da più di due anni (1° dicembre 2019). È stato presidente del Consiglio italiano e ministro degli Esteri. Più volte parlamentare, ha fatto il presidente del Partito democratico. E per quasi dieci anni aveva diretto Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente. Ma Paolo Gentiloni ha dovuto aspettare la guerra Russia-Ucraina per “scoprire” che l’Italia è dipendente da Mosca nelle forniture di gas: circa il 38% del suo fabbisogno.

Così, dopo aver lanciato qualche timido allarme, mercoledì scorso con l’aria di chi ha appena aperto l’uovo di Pasqua ha rilasciato questa sensazionale dichiarazione all’agenzia Ansa: “C’è un punto delicato, che è l’energia e poi ce ne sono altri minori. Dobbiamo lavorare per ridurre questa dipendenza dal gas e per far fronte assieme, come Paesi Ue, alle conseguenze dell’aumento dei prezzi e di eventuali difficoltà nelle forniture”.

Che cosa ha fatto il Commissario Gentiloni da quando è a Bruxelles per la nostra indipendenza energetica? E che cosa aveva fatto in precedenza nei suoi numerosi incarichi, parlamentari e di governo? Poco e niente, a giudicare dagli esiti. Forse, da vecchio ambientalista, avrà chiuso il rubinetto del gas in cucina per risparmiare sui consumi e sulla bolletta. Ma non risulta agli atti che si sia particolarmente impegnato per cercare altre fonti di approvvigionamento né che abbia impresso una grande accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili nella nostra Penisola.

È vero che, insieme a Gentiloni, hanno fatto poco e niente in questo campo tutti quelli che hanno governato l’Italia nell’ultimo ventennio. Ma a lui sono stati affidati nientemeno che gli Affari economici dell’Europa. E poi, anche grazie al contratto con i russi di Gazprom, nel 2021 l’Eni ha potuto realizzare un utile netto di 4,7 miliardi di euro.

Querele temerarie, la riforma è urgente e il Parlamento tace

Le esternazioni del presidente della Corte, Giuliano Amato, non disgiunte dagli appelli alla libertà di stampa lanciati da alcune testate giornalistiche calabresi, pongono, con una certa urgenza e nonostante i mezzi di comunicazione si stiano occupando esclusivamente delle vicende belliche dell’Est Europa, la questione del necessario e opportuno bilanciamento fra libertà di stampa (e, ancora prima, libertà di informazione), tutela della privacy (anche nella ipotesi “degradata” che riguarda i personaggi pubblici) e tutela dell’onorabilità e dell’immagine nel caso di diffusione di notizie false o tendenziose.

La questione assume oggi particolare rilevanza anche a causa della incontrollabile portata deleteria dei social network (soprattutto a causa della sempre maggiore presenza di “leoni da tastiera” che lanciano fango e veleno su chicchessia), ma pure a causa del comportamento che taluni personaggi pubblici, ritenendosi intoccabili, pretendono dalla stampa: silenzio, complicità, omertà, lanciando neanche troppo velate minacce all’indirizzo di chi osa semplicemente informare i lettori con notizie vere e continenti che assumono particolare rilevanza. Talvolta le notizie riguardano i vertici di grandi società di capitali, talaltra magistrati o, ancora, politici, nazionali e locali, che mal sopportano il giornalismo d’inchiesta e che pretenderebbero, al contrario, una sorta di autocensura o, peggio, una sorta di impunità rispetto a notizie che, pur non di rilevanza penale, meritano di essere conosciute dal pubblico affinché quest’ultimo si faccia una opinione consapevole sulle qualità morali o sui comportamenti di tali personaggi. D’altra parte, in una società come la nostra, in cui conta molto di più cosa si sembra rispetto a quel che si pensa, non è infrequente che il pubblico conosca la taglia dei calzoni di un attore (o, peggio, le misure dell’intimo di un’attrice o di uno scrittore) rispetto a quel che si pensa su temi di fondamentale importanza politica come l’eutanasia o la liberalizzazione delle droghe leggere, solo per fare due esempi.

Ciò che tuttavia appare preoccupante è la minacciosa tendenza che molti personaggi pubblici assumono nel momento in cui, di fronte a notizie non molto comode che li riguardano, preannunciano querele o azioni civili risarcitorie che, spesso del tutto infondate, hanno la sola finalità di intimorire il giornalista. Quando questi è un giovane precario, il risultato è il suo allontanamento, le eventuali scuse o, peggio, le rettifiche con la sola finalità di evitare di essere trascinati, per anni e neppure gratuitamente, per aule di giustizia.

Sarebbe opportuno allora, nel tentativo come già si diceva di bilanciare i diversi valori giuridici in contrasto, di apportare importanti modifiche alla legislazione vigente, eliminando, ad esempio, la responsabilità penale oggettiva del direttore della testata e, soprattutto, prevedendo la eventualità che di fronte a una querela (o a una azione risarcitoria civile) del tutto priva di fondamento, il giudice possa pronunciarsi sulla temerarietà dell’azione e condannare il querelante a un risarcimento pari ad almeno la metà di quanto richiesto, unitamente alla doverosa segnalazione dell’avvocato al competente Consiglio di disciplina perché ne valuti la correttezza dei comportamenti professionali. Ciò è quanto prevede la proposta di legge il cui primo firmatario è il senatore Di Nicola, non a caso giornalista di lungo corso, che mi parrebbe auspicabile possa giungere, prima della fine della legislatura, ad approvazione. Temo, tuttavia, che essa rimarrà silente proprio perché utilizzabile contro molti dei potenti che siedono fra gli scranni del Parlamento.

 

Sala guardi Patuano invece di cacciare direttori d’orchestra

I cittadini di Milano e Brescia possiedono, grazie alla lungimiranza dei loro antichi amministratori, una bella azienda, la A2a, figlia della milanese Azienda elettrica municipale (Aem). Società oggi strategica, perché fornisce energia, luce, gas e servizi di pulizia alle due città lombarde. Da tempo non è più una municipalizzata, com’era la gloriosa Aem, ma una società per azioni quotata in Borsa. Questo però non può far venir meno la sua natura di azienda pubblica, controllata dai cittadini attraverso i sindaci di Milano e Brescia, che detengono ciascuno il 25% delle azioni, con il restante 50% collocato sul mercato azionario. Ma oggi A2a appare invece un’azienda gestita dai suoi manager, il presidente Marco Patuano e l’amministratore delegato Renato Mazzoncini, come fosse cosa loro, senza informare le città e in un intrico di conflitti d’interessi inaccettabile. A2a ha deciso di vendere la sede storica di Aem, in corso di Porta Vittoria nel centro di Milano, e altri due immobili: agli inglesi di Henderson Park, a un prezzo di favore, 221 milioni, e senza gara. Può farlo una società che è una spa ma appartiene ai cittadini? A2a ne ha informato il sindaco Giuseppe Sala? Se sì, Sala ha dato il suo assenso? E perché non ne sono stati informati i cittadini e i Consigli comunali di Milano e di Brescia? L’operazione immobiliare appare già a prima vista molto discutibile. Prevede anche l’acquisto di azioni proprie (a che prezzo? Con decisione approvata da chi? Il cda di A2a ne ha informato i due Comuni? I sindaci e le giunte hanno dato il via libera?). E soprattutto: si vende una sede storica per poi investire il ricavato nella costruzione della Torre Faro, un grattacielo (l’ennesimo!) di 28 piani a Porta Romana. È questa la “transizione ecologica” del sindaco Sala verde come Shrek, nella Milano dello smart working e nell’Europa della guerra e del caro energia? I Consigli comunali di Milano e di Brescia hanno discusso l’operazione?

A proposito di “transizione ecologica” (formula magica dietro cui si nasconde il vecchio greenwashing): A2a ricava la maggior parte dell’energia che produce, ancora oggi, dai combustibili fossili (76% di termoelettrico) e solo una piccola parte dalle rinnovabili (23% idroelettrico, 1% fotovoltaico, 0,09% eolico). Putin è cattivissimo per Sala, ma se invece di cacciare i maestri d’orchestra dalla Scala imponesse un piano per ridurre la dipendenza di A2a dal gas russo? La produzione (futura) di energia pulita è affidata a un accordo sottoscritto nel giugno 2021 da A2a con Ardian, società d’investimento di private equity con sede in Francia, scelta per diventare partner esclusivo “per i futuri investimenti nel settore della generazione di energia rinnovabile in Italia”. È stata scelta – e aridàgli – senza gara. In base a quali criteri? A guardar bene e a pensar male si scopre che Ardian è assistita da Nomura come consulente finanziario unico per l’operazione; e che Patuano, il presidente di A2a, è guarda caso dal 2019 senior advisor di Nomura, per la quale opera (si legge in un comunicato della banca) come “advisor delle attività in Europa, con particolare attenzione all’Italia”. Conflitto d’interessi? Roba vecchia. Il sindaco Sala, così attento ai direttori d’orchestra, non dà mai un occhio anche ai manager delle aziende di cui è responsabile davanti ai cittadini? Il 22 gennaio 2022, Ardian e A2a hanno comunicato un accordo da 452 milioni di euro, con i quali A2a acquista da fondi Ardian impianti eolici e fotovoltaici in Italia e in Spagna. Quanto guadagna da questo affare Patuano l’advisor di Nomura, omonimo del Patuano presidente della A2a che paga? Sono operazioni raccontate, nel silenzio generale, da quel “sindaco ombra” di Milano che è Luigi Corbani. Che cosa risponde quell’ombra del sindaco che è ormai Giuseppe Sala?

 

Non siamo europei senza i Tolstoj e i Dostoevskij

“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale, nel quale venne coinvolto, oltre a tutte le forze politiche, tranne i socialisti, e la quasi totalità del ceto intellettuale. E prima di lui, il premio Nobel Romain Rolland esterrefatto per questo “obnubilamento generale dell’intelligenza”, invitava i letterati scienziati e artisti europei a stare al di sopra della mischia, ossia a non mescolarsi alla “canea nazionalistica”. Userebbero credo le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée antirussa. Entrano in gioco qui due fattori: il primo è il classico riflesso condizionato della guerra, per cui il mondo viene diviso in due metà, e ciascuna accusa l’altra di essere portatrice di barbarie, e si autorappresenta come vessillo di civiltà. La guerra come meccanismo di “imbottitura dei crani” (ancora Gramsci), grande apparato di menzogna, fondato sulla semplificazione, le false notizie (si pensi alle finte immagini circolate nei giorni scorsi e presentate come istantanee i filmati dall’Ucraina quando spesso erano dal Donbass, addirittura da scenari di guerra mediorientali!). Il secondo fattore è l’antica diffidenza verso la Russia, che spesso diventa russofobia (ne avemmo un esempio lo scorso anno quando dalla Federazione Russa giunsero navi e camion di aiuti contro la pandemia) ma in questi giorni la russofobia si sta mutando in russofollia (chi voglia approfondire legga Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti Editore). E la russofollia non distingue tra popoli e i loro capi, non salva gli intellettuali: letteratura, musica, arte finiscono sulla graticola. Gli episodi degli ultimi giorni sono uno più agghiacciante dell’altro. Il fotografo Alexander Gronssky cancellato dal festival di fotografia europea di Reggio Emilia: motivazione? È russo e vivente! E il fatto che egli abbia protestato contro la guerra e sia stato arrestato, non conta. Il giornalista della Rai Marc Innaro censurato perché ha mostrato sullo schermo di quanto si sia estesa la Nato a Est, spiegando questo come uno dei fattori della reazione russa. Il sindaco di Milano Sala cancella l’esibizione alla Scala di un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev: motivazione? È russo e addirittura “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel teatro. E che dire della sconcertante gaffe di rettore e prorettore dell’Università Bicocca? Prima annullano un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, e dopo le proteste degli stessi docenti ci ripensano e invitano Nori a un colloquio che lui, giustamente declina. Un esempio di stupidità, fornito dal Rettorato milanese che ha pochi paragoni. Non basta: il Teatro Govi di Genova-Bolzaneto (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare un intero festival dostoevskiano. Vale la pena di leggere il comunicato “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile”. Nulla di nuovo sotto il sole. Cambiano solo oggetti e soggetti. Nel 1916 a Torino si contestò un concerto di Arturo Toscanini perché aveva inserito un brano di Wagner nel repertorio: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la classica vox clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa a Toscanini, al quale toccò di peggio qualche mese dopo al Teatro Augusteo a Roma, quando il pubblico fischiò per la presenza di brani di musicisti tedeschi, tanto da costringere il maestro ad abbandonare la sala. E fu ancora Gramsci a difendere il tedesco Robert Michels (destinato a naturalizzarsi italiano, poi), uno dei grandi della scienza politica mondiale, escluso dall’ateneo torinese dove teneva dei corsi come Libero docente. Perché tedesco, e l’Italia era in guerra con la Germania. Oggi siamo di nuovo a quel punto. La guerra ottenebra le menti. E nella fattispecie, riaffiora la russofobia. Invano, negli anni Trenta, Leone Ginzburg, un russo (di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché ci si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e Gogol, senza Dostoevskij?

 

I Tracchia all’Eur e il rischio del terzo conflitto mondiale

Riassunto della puntata precedente: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. Secondo l’intelligence della difesa britannica, l’esercito dei Tracchia (ex-Spetnaz del Gruppo Wagner; Ceceni sadici; e Ceceni masochisti, che calzano anfibi chiodati all’interno) sta cercando di raggiungere il terzo piano, ma ha fatto pochi progressi negli ultimi tre giorni poiché ritardato dalla resistenza mobilitata dalle gemelle Mastrocinque (ex-militanti di Avanguardia Nazionale/Terza posizione, aiutati in modo spontaneo e creativo dai clienti, migliaia, bloccati nel centro commerciale: F.G., un agricoltore con la passione per la missilistica, ha insegnato a tutti come fabbricare un potente esplosivo a partire dal nitrato d’ammonio che la Bottega Verde vende in sacchi come fertilizzante. “La sua bassissima sensibilità all’innesco rende gli esplosivi che lo contengono molto più maneggevoli e sicuri all’uso”, spiega alla Cnn in un’intervista che il Tg1 di Monica Maggioni ha rilanciato, non avendo cronisti sul posto), mentre i 60 km di truppe e veicoli dei mercenari incolonnati sulla Pontina sono rallentati dai cantieri, dai guasti meccanici, dalla mancanza di cibo e carburante, e dalle belle giornate, che hanno convinto parecchi carristi a prendere la Colombo per andarsene a Ostia. Il collettivo di hacker Anonymous si è ufficialmente schierato con le gemelle, annunciando la sua cyberguerra ai Tracchia, che da ieri non prendono più Netflix e Disney+. Con un attacco DDoS hanno messo fuori uso pure il cellulare dell’amante di Evaristo Tracchia, il capofamiglia, noto costruttore edile, e adesso chi la sente quella. Bufera anche nel condominio in piazza Augusto Imperatore, dopo che il New York Times, citando fonti dell’amministrazione Biden, ha rivelato che i Nasi, dirimpettai delle gemelle Mastrocinque, erano a conoscenza dei piani dei Tracchia almeno da febbraio, ben prima cioè che l’invasione iniziasse, ma invece di informarne le gemelle chiesero ai Tracchia di rimandare l’assedio di qualche settimana in modo da non rovinare la festa di compleanno del loro primogenito, che si sarebbe svolta nella stessa data presso il McDonald’s del centro commerciale. Per questo, nei reel della festa pubblicati su Instagram dalla signora Nasi, il signor Nasi guardava sempre fuori preoccupatissimo! Truppe aviotrasportate dei Tracchia sono atterrate intorno alle 3 del mattino: lo scontro con le forze che difendono il centro commerciale è stato immediato, e molti parà sono stati abbattuti con geyser di Coca Cola Light e Mentos. La resistenza avrebbe bisogno di blindati, ma costruire un carro armato a partire da un phon non è così facile come si potrebbe pensare. Ci si prova, però, anche se i prezzi dei phon hanno già raggiunto punte record. Spopolano i lanciafiamme artigianali: bastano un flacone di lacca per capelli e un accendino. Ne ha fatto le spese un cecchino ceceno che, camuffato da Triple Whopper® nel Burger King al terzo piano, stava facendo strage di civili. Ora è croccante a puntino e potete ordinarlo a un prezzo speciale (offerta non cumulabile con altre promozioni). S.L., un meccanico, ha scoperto invece che non si può fare una bomba termobarica con una scatoletta di tonno e dei Kleenex. Questa è l’idea su cui lavorare, comunque. Intanto proseguono i negoziati fra gli avvocati delle due parti nel parco di villa Pamphili. Le notizie non sono incoraggianti: i Tracchia hanno avvertito le gemelle Mastrocinque che una terza guerra mondiale sarebbe devastante, le gemelle hanno avvertito i Tracchia che una terza guerra mondiale sarebbe devastante, ma almeno metterebbe fine alle telefonate di Macron.

(4. Continua)

 

Salvini “pacifista” rimbalzato dagli ucraini

Sognava di essere il nuovo Nelson Mandela. Anzi no, di più: voleva essere come lo studente di piazza Tienanmen pronto a fermare a mani nude i carri armati cinesi la cui dimostrazione di pace oggi si trova in tutti i libri di storia. E invece no, Matteo Salvini ha dovuto rinunciare. Non andrà in Ucraina e non perché abbia paura delle bombe e dei missili di Vladimir Putin. Macché, il motivo è molto più semplice: ieri dall’ambasciata Ucraina in Italia gli è stato spiegato che la sua missione pacifista dell’8 marzo a Leopoli, dove si trova adesso l’ambasciatore italiano Pierfrancesco Zazo, non si può fare perché il leader della Lega rischierebbe la pelle. E quindi, meglio di no. Così Salvini alla fine ha dovuto ripiegare, più modestamente, sulla Polonia. Ma, ha specificato, “al confine con l’Ucraina”. E che a fermarlo sia stata proprio l’ambasciata ucraina in Italia lo ha fatto capire lo stesso leader della Lega parlando con i cronisti: “Sto lavorando per risolvere problemi, non per crearne”. In vista della sua missione polacca, però, Salvini dovrà risolvere anche un altro problema: convincere parlamentari e sindaci leghisti ad accompagnarlo. Al momento, infatti, quasi nessuno ha risposto all’invito di accompagnarlo.