Renzi statista “brucia” anche la Merkel

L’aggressione criminale di Putin al popolo ucraino è così disperata, per chi la subisce, e così disperante per noi che osserviamo quella tempesta di bombe ogni giorno meno lontana, da renderci pronti ad afferrare qualsiasi speranza di tregua, anche la più labile e ipotetica. Saremmo disposti, perfino, a dare ascolto a Matteo Renzi, il quale ospite ieri di Myrta Merlino ha ribadito la proposta di nominare Angela Merkel inviato speciale Ue-Nato per trattare con il feroce zar della guerra. Sarebbe magnifico, abbiamo pensato, riconoscendoci pienamente nella figura dell’ex cancelliere tedesco, circondata dal prestigio, pressoché universale, che ha saputo raccogliere e conservare nel tempo. Per una volta, accantonate le nostre (e non solo nostre) pesanti riserve sulle opere e i giorni del rignanese, abbiamo pensato che un ex presidente del Consiglio quando lancia un nome così impegnativo per un negoziato talmente complesso saprà certamente di cosa sta parlando. Aggrappati a questo ipotetico fuscello di pace ci siamo voluti convincere che un qualche riscontro alla sua proposta Renzi l’avesse già ricevuto dalla diretta interessata. Accompagnato, perché no, da un qualche segnale di assenso dalle due parti in guerra. Poiché vogliamo credere che nessuno possa essere così irresponsabile da bruciare il nome di Angela Merkel per raccattare qualche titolo sui giornali. Però, nel pensarlo, abbiamo anche considerato che nell’Abc della diplomazia internazionale (ma anche nelle partite di tressette) se si ha una carta forte in serbo la si tiene coperta fino a quando non si ha la certezza di poterla giocare. Mentre meditavamo sospesi tra fiducia e diffidenza al senatore di Italia Viva è stato chiesto un commento alla proposta di una marcia per la pace in territorio ucraino avanzata dal segretario della Lega, Matteo Salvini. Quando Renzi, con l’abituale sorrisetto, ha risposto “meglio non commentare”, c’è venuto in mente, così senza volerlo, quel proverbio del bue che dice cornuto all’asino. In attesa che l’asino dia del somaro al bue.

Tim, a Piazza Affari l’azione segna -14%. Rosso 2021 di 8,7 mld, Cdp al salvataggio

Il telefono, la tua croce. Perlomeno quella di centinaia di migliaia di risparmiatori che hanno in portafoglio, direttamente o attraverso i fondi comuni e altri strumenti collettivi, le azioni Tim. Dopo la diffusione dei conti 2021, che si sono chiusi con un rosso di 8,7 miliardi, l’azione della società ex monopolista di Stato della telefonia ieri in Borsa ha segnato un crollo del 13,99% a 29, 56 centesimi. Un tonfo che si somma al -9,05% segnato a Piazza Affari il 1º marzo, alla vigilia della riunione del consiglio di amministrazione per l’esame dei risultati finanziari dell’esercizio 2021, quando anticipazioni di stampa sulle maxi-svalutazioni poi realizzate azzopparono l’azione.

A far tracollare il consuntivo 2021 sono state proprio le svalutazioni: sia quella operata sull’avviamento domestico, costata ben 4,1 miliardi, sia lo stralcio per 3,8 miliardi delle attività “per imposte anticipate” deciso da parte della capogruppo. Questo dato indica che nei prossimi anni la società non ritiene di realizzare utili sufficienti per compensare le partite fiscali anticipate negli scorsi esercizi.

I ricavi 2021 sono stati pari a 15,3 miliardi, in calo dell’1,9% su base annua, mentre il margine operativo lordo organico è sceso a 6,2 miliardi (-9,6%) per effetto della concorrenza, dei ritardi del piano e dei costi delle startup digitali. Non manca un maxi-accantonamento per le minori entrate dell’accordo con Dazn sui diritti della Serie A di calcio, in via di rinegoziazione. Il piano industriale 2022-24 del nuovo ad Pietro Labriola prevede la scissione di Tim in due società distinte, una per la rete (Netco) e una per i servizi offerti (Servco). In Netco confluirà la rete oggi racchiusa in Fibercop. Completata la separazione, la rete dell’ex Telecom dovrebbe fondersi con Open Fiber nella rete unica a controllo pubblico, tramite Cassa Depositi e Prestiti che è azionista di Tim. Il piano “rete unica” si svela quindi per ciò che è in realtà: il salvataggio della Tim “privata” da parte di Cdp, controllata dal Tesoro. La riorganizzazione sarà presentata entro la semestrale.

Intanto è “in via di finalizzazione la valutazione degli advisor sulla manifestazione d’interesse di Kkr”, cui seguirà la decisione del cda. Tim ha ricevuto da un consorzio di investitori guidato dal private equity Ardian, che già partecipa al capitale della holding di controllo Daphne 3 con il 49%, un’offerta vincolante da 1,3 miliardi per la quota di minoranza di Inwit.

Smg, longa manus della Gazprom sui mercati italiani

C’è una società del governo russo che continua a fare affari in Italia nonostante le sanzioni. Si chiama Smg, all’apparenza sembra una delle tante aziende italiana che vendono gas e luce. Attiva in 69 Comuni a nord di Milano, 8 milioni di euro di fatturato nel 2020, 12.500 clienti in totale tra famiglie e imprese, Smg è controllata dal colosso Gazprom: uno dei pochi gruppi di Stato a non essere finito nella morsa delle sanzioni varate contro la Russia da Unione europea e Stati Uniti dopo l’invasione dell’Ucraina.

L’entrata del Cremlino sul mercato italiano del gas al dettaglio è iniziata nel 2016, quando Smg è stata acquistata da Weedoo Spa, la cui proprietà è ancora adesso divisa in due. Il 49% delle azioni è in mano alla multiutility Hera, controllata dai Comuni dell’Emilia Romagna, mentre la maggioranza fa capo alla Centrex Italia. È da questa società veicolo italiana che si arriva a Mosca. Centrex Italia è infatti una delle filiali del gruppo europeo creato nel 2007 dal Cremlino per mettere un piede nel mercato al dettaglio italiano del metano. Basato in Austria e fino al 2014 amministrato da Massimo Nicolazzi (ex manager di Eni e Lukoil), il gruppo Centrex era finito anni fa al centro delle polemiche perché sospettato di essere il veicolo societario privato attraverso il quale l’allora premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin avevano organizzato l’ingresso in Europa di Gazprom, al fianco di Eni. Inchieste giornalistiche rivelarono che tra gli azionisti di Centrex c’era l’imprenditore Bruno Mentasti, amico di vecchia data di Berlusconi. Ma alla fine la mediazione della società nell’accordo tra i due gruppi di Stato di Italia e Russia saltò.

Nel frattempo Mosca non si è però persa d’animo. Oggi il gruppo Centrex – Nicolazzi ha lasciato l’incarico di amministratore delegato – è controllato direttamente da Gazprom, che ha nominato a capo della filiale italiana Elena Burmistrova, una delle più importanti manager di Stato in Russia. Oltre a vendere gas e luce al dettaglio nel nord Italia attraverso Smg, fa affari soprattutto all’ingrosso. Compra metano – “Le riserve russe sono di gran lunga superiori a quelle di tutte le altre nazioni dell’Europa”, mette in evidenza l’azienda sul suo sito – e lo rivende alle municipalizzate. In più fa trading di gas, lo immagazzina e lo trasporta. Non solo in Italia, anche in Ungheria, Serbia e Repubblica Ceca. Quanti soldi incassa Gazprom tramite queste attività in Europa è difficile saperlo, perché i bilanci della capogruppo austriaca non sono pubblici, ma i dati della filiale italiana dicono che solo nella Penisola Centrex nel 2020 ha fatturato 770 milioni di euro, con un utile netto di 1,6 milioni. Le statistiche sui flussi di gas dicono che nell’immediato la Ue non può fare a meno del metano di Mosca, che costituisce il 38% di quello importato. A differenza di banche e aziende di altri settori, Gazprom e più in generale le società di Stato russe che forniscono materie prime alla Ue non sono state infatti sanzionate da Bruxelles né dagli Stati Uniti. Per questo Centrex continua a lavorare in Ue come se niente fosse, così come fa la sua controllata Smg. Business as usual. Anzi, meglio che mai, visto che adesso le bollette sono alle stelle.

Mosca e la diplomazia del grano, arma strategica contro Usa e Ue

C’è una ragione strategica per la quale 39 Paesi, oltre alla Russia, hanno votato contro o si sono astenuti alla mozione Onu di condanna di Mosca per la guerra all’Ucraina. Oltre a gas, petrolio, alluminio e altri metalli, la Russia è il granaio del mondo. Mosca controlla il 20% dell’export mondiale di grano, Kiev un altro 10%. In Medio Oriente, Nord Africa e Asia molti Stati dipendono da Mosca per questo import vitale. Una situazione non casuale: da vent’anni Putin ha costruito l’indipendenza agroalimentare russa e ha posto le basi per la sua “diplomazia del grano”.

Con le esportazioni da Ucraina e Russia quasi bloccate, i prezzi dei cereali stanno salendo vertiginosamente. I contratti future sui cereali al Chicago Board of Trade, la Borsa merci di riferimento globale per le granaglie, sono rincarati del 40% nell’ultimo mese ai massimi dal 2008, quando il boom dei prezzi innescò le primavere arabe e sollevazioni popolari in Africa, Asia e America Latina. L’indice S&P Gsci, barometro globale per i prezzi delle commodity, questa settimana è balzato del 18%, con il maggiore aumento in cinquant’anni dai rincari della prima crisi petrolifera del 1973.

Mosca ha imparato a sue spese cosa significa dipendere dall’estero per le derrate alimentari. Nel 1963-64, per la prima volta dall’inizio della Guerra Fredda, una Unione Sovietica alla fame cominciò ad acquistare grandi quantità di grano dagli Usa. L’import divenne regolare e per quantità crescenti solo nel 1972. Ma a gennaio 1980, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il presidente Carter decise un embargo parziale all’export agricolo verso Mosca. La decisione fece crollare i prezzi dei cereali, scatenò la più grave crisi dei produttori statunitensi dalla Grande Recessione e costò la rielezione a Carter. Non a caso il suo successore Reagan, nella primavera del 1982, riaprì all’export verso Mosca. Gli Stati Uniti negli anni 80 restarono il maggior produttore ed esportatore di grano, con prezzi inferiori alla maggior parte degli altri Paesi, ma l’embargo innescò la crisi della loro agricoltura e l’ascesa di altri produttori, come Brasile e Argentina.

Dopo decenni di dipendenza dall’estero, sin dalla sua ascesa al potere Putin ha impostato decise politiche di sostegno pubblico all’agricoltura russa. Sebbene il settore primario rappresenti solo il 4% del prodotto interno lordo della Russia, rispetto al 15% di petrolio e gas, la produzione agricola di Mosca è cresciuta di quasi il 50% dal 1991. L’export è più che triplicato in trent’anni, superando i 30 miliardi di dollari nel 2020, in crescita del 20% sul 2019 anche grazie alla svalutazione del rublo seguita alle sanzioni occidentali del 2014 per l’invasione della Crimea.

L’export cerealicolo russo ha superato per la prima volta quello Usa e canadese nel 2017. Oggi la Russia produce un quinto della domanda globale di grano e “vale” un terzo dell’import di grano del Medio Oriente e dell’Africa, con Egitto e Turchia i maggiori acquirenti, seguiti dal 10% dell’Asia. Di tutto il suo export agroalimentare, il grano è la principale fonte di valuta estera per Mosca che lo usa come strumento di scambio e pressione geopolitica in un mondo che entro il 2050 dovrà aumentare la produzione agroalimentare del 40%. Nel 2016 la Russia si accordò con l’Opec per tagliare la produzione di petrolio, in un compromesso con l’Arabia Saudita, che reclamava prezzi più alti. Come contropartita, Riad si aprì all’export agroalimentare russo. Mosca ora rappresenta il 10% dell’import di cereali saudita. Dopo un blocco deciso da Mosca nel 2015, nel 2019 la Turchia fu riammessa agli acquisti di grano russo, ma solo quando Erdogan accettò di far transitare il gas russo verso l’Europa attraverso il gasdotto TurkStream. La Cina è il prossimo mercato strategico per l’agroalimentare di Mosca.

La partita mondiale in corso sui cereali è stata giocata da Mosca di rimbalzo anche durante la guerra commerciale decisa dall’Amministrazione Trump nei confronti della Cina nel 2018, che ha colpito i produttori di grano statunitensi. A favore di Mosca gioca pure il cambiamento climatico, che invece pesa su altri Paesi produttori come Usa e Australia. Il climate change e le enormi estensioni di terre incolte nel nord aprono nuove frontiere alla cerealicoltura russa. La guerra in Ucraina diventa così il banco di prova per l’efficacia e la tenuta della “diplomazia del grano” di Mosca.

Mercato del lavoro fermo da novembre

Il mercato del lavoro italiano sembra ormai finito in un pantano da tre mesi. È da novembre – quando, tra l’altro, sono stati sbloccati definitivamente i licenziamenti – che il tasso di occupazione resta fermo al 59,2%, non più in crescita come lo era stato per tutto il 2021, sebbene fosse perlopiù trainato dai contratti precari. Ieri l’Istat ha diffuso i dati di gennaio 2021: le persone con un lavoro hanno raggiunto quota 22 milioni e 817 mila, con un calo di 8 mila rispetto a dicembre 2021. Il lento recupero dal crollo causato nel 2020 dal Covid, insomma, sembra essersi arrestato.

Rispetto a febbraio 2020, mancano ancora 207 mila occupati e ora la rincorsa si è pure inceppata. Eppure per tutta la giornata di ieri, in molti hanno enfatizzato il dato fuorviante sul tasso di occupazione in calo, passato dal 9% all’8,8%. Ma quando questa percentuale scende non è detto che ci sia da rallegrarsi: può essere che molti disoccupati abbiano trovato un lavoro oppure che altrettanti abbiano smesso di cercarlo. Ed è quest’ultima la ragione per cui a gennaio c’è stata una riduzione della disoccupazione: molte persone sono finite nelle file degli inattivi, aumentati di 73 mila (il tasso di inattività è passato dal 34,8% al 35%). In un mercato del lavoro ancora molto debole aumentano le persone scoraggiate che hanno smesso anche di cercare un’occupazione.

A gennaio, però, sono cresciuti gli occupati stabili di 24 mila e calati quelli a termine di 32 mila. Finora, erano soprattutto i precari a salire. Probabilmente il blocco del turismo e delle discoteche ha influito sulla diminuzione di precari mentre il fatto di essere in un periodo di inizio anno, con le imprese in fase di programmazione, ha aiutato la discreta performance dei posti a tempo indeterminato. I posti a scadenza, però, si confermano vicini al record storico ottenuto prima dell’arrivo del decreto Dignità. “Non ci sarà mai uno sviluppo di lungo periodo – ha detto la segretaria Uil Ivana Veronese – se il rapporto tra lavoratori temporanei e stabili rimarrà di 1 a 5 con le percentuali di crescita dell’occupazione a termine superiori a quella permanente”.

Catasto, governo a pezzi. Draghi salvo per un voto

Inutile un rosario di tavoli e incontri, vano aver rincorso al telefono Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Così Mario Draghi insiste e va alla conta sulla sua riforma del catasto, con i piedi sul ciglio del burrone. E per un pelo non finisce di sotto, perché solo un voto di differenza in Commissione Finanze – quello di Noi con l’Italia, il partito di Maurizio Lupi – salva il governo e permette al premier di ottenere ciò che voleva, a qualunque rischio: il primo sì della Camera alla riforma, che prevede la mappatura di tutti gli immobili e la revisione degli estimi catastali entro il 2026. Ce l’ha fatta, il Migliore, con un faticosissimo 23 a 22. “Era una battaglia di coerenza” fa sapere. Ma la sua maggioranza ne esce a pezzi, anzi forse non c’è già più. Perché ieri hanno provato a sgambettarlo anche due partiti di governo, Forza Italia e Lega, compatti nel votare l’emendamento del Carroccio che voleva cancellare l’articolo 6 della legge delega sul Fisco, che ha in pancia le norme sul catasto. E lo hanno fatto assieme a Fratelli d’Italia, perché il centrodestra per un pomeriggio è tornato coalizione: contro Draghi.

Anche se in serata il leghista Federico Freni, sottosegretario all’Economia, assicurava che non è successo nulla di grave: “Nessuna rottura, restiamo leali al governo”. Mentre il forzista ma ancora di più draghiano Renato Brunetta ha preso le distanze dai suoi: “Incomprensibile il voto odierno di Forza Italia, a ottobre la linea condivisa nel partito era chiara”. Di certo la già sfibrata maggioranza ballerà su questa legge delega, su cui incombe una pioggia di emendamenti. “La destra voleva far cadere l’esecutivo e non ce l’ha fatta per un soffio” commenta nell’attesa il segretario del Pd, Enrico Letta. La crisi è stata schivata solo grazie al voto all’ultimo minuto di Alessandro Colucci, segretario della Camera. “Noi con l’Italia ha ritirato la firma di Lupi dall’emendamento soppressivo – sostiene Colucci – perché l’aggiornamento catastale, approvato in Consiglio dei ministri, è un atto necessario”. Soprattutto, “non si possono alimentare tensioni nel governo con la guerra alle porte dell’Europa”. Draghi non può cadere proprio ora. “Ma senza questo conflitto sarebbe già finito tutto” sussurrano diversi parlamentari. D’altronde ieri ad assaltare il premier è stata perfino FI, quella che il Pd corteggia da tempo, e che la legge delega l’aveva pure votata in Cdm (mentre la Lega si era astenuta). “Vediamo cosa vorrà fare ed essere Forza Italia…” chiedeva ad alta voce il dem Francesco Boccia ieri tra un vertice e l’altro. E la risposta è che non ha potuto derogare alla linea del centrodestra, secondo cui “questa riforma è una patrimoniale nascosta sulle case”, come sostenuto da Giorgia Meloni. Rapida, nell’infierire sui presunti alleati – “il governo è a traino Pd” – e nel chiamarli già a una nuova prova: “Ora bisogna votare no alla delega fiscale”.

È lì che Meloni aspetta anche i forzisti, sospesi tra la voglia di tenere in vita il governo e la necessità di tenere buono il proprio elettorato a un anno dalle Politiche. Dicotomia che si rispecchia nella convulsa giornata di Silvio Berlusconi, che nel pomeriggio manda il capogruppo alla Camera Paolo Barelli a Palazzo Chigi, per inseguire un’ultima mediazione. L’idea è un nuovo emendamento, ma non passa, perché prevede sempre lo stralcio della mappatura, “e quello è il cuore della riforma” gli rispondono. “E poi non ci saranno nuove tasse, sarà tutto a invarianza di gettito” insiste Boccia. I lavori in commissione vengono sospesi più volte, e Paolo Trancassini (Fdi) protesta: “L’opposizione deve aspettare che risolviate i vostri problemi”.

Si tiene un’ennesima riunione di maggioranza, con Draghi che manda come suo rappresentante il consigliere economico Francesco Giavazzi (e molti non gradiscono, anche tra i dem e i grillini). Ma nulla. Così il premier telefona a Berlusconi e Salvini. Ma riceve due no. “La sinistra si conferma il partito delle tasse” sarà poi il commento del Caimano. Mentre Salvini si dice “esterrefatto” e giura di aver tenuto il punto con Draghi: “Non mi spiego questa insistenza sul catasto”. Il leghista gli ha chiesto un nuovo incontro. Nell’attesa, punge il premier: “Lo vorrei in prima linea sull’Ucraina”. In questo scenario, ecco Giuseppe Conte: “Spaccare la maggioranza sul catasto non ha senso, ma il M5S non consentirà sovrattasse sugli immobili”. Quelle che i dem negano, in ogni forma: ma non si sa mai.

Ora pure i gatti sono putiniani: i felini russi esclusi dalle gare

Il mestiere ci impone di partire dalla nuda cronaca. La Fife, Federazione internazionale felini, ha bandito dalle mostre e dai suoi registri tutti i gatti russi, evidentemente sospettati di sovranismo.

Assolti gli obblighi fattuali – e concesso al lettore qualche secondo per riprendersi – urge spiegare meglio. La prima sorpresa è che esista una Federazione internazionale felini, ma tutto sommato – una volta detto che è nata a Parigi nel 1949 e che si occupa di classificare razze e pedigree, oltre a organizzare esibizioni in giro per il mondo – lo stupore passa subito.

Meno facile è riprendersi dalla scoperta che la Fife, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, abbia lanciato un anatema contro i gatti di Mosca e dintorni. Facendo invidia a quelle pagine satiriche che pubblicano notizie false per farsi quattro risate, nelle ultime ore la Fife ha rilasciato un comunicato per spiegare che “nessun gatto allevato in Russia può essere importato e registrato in nessun libro pedigree Fife al di fuori della Russia” e che, fino a giugno, “nessun gatto appartenente a espositori che vivono in Russia può essere iscritto a qualsiasi spettacolo Fife fuori dalla Russia”. Un boicottaggio crudele se si pensa che punirà anche quegli espositori – e quei micetti – che abitano in Russia ma sono tutt’altro che russi.

Ma la cosa stra prendendo piede. Ieri negli Stati Uniti si è diffusa un’altra sommossa: molti locali cambieranno i nomi dei cocktail che fanno riferimento alla Russia, arrivando persino a boicottare la vodka. E così il Moscow Mule sarà il Kiev Mule, il Black Russian diventerà Black Ucrainian. Sempre che poi non si alzi una protesta anti-razzista e si sia costretti a togliere la parola “Black”.

“È una follia mandare fucili, non ci rimarrà che l’inverno nucleare”

“Mandare armi a un Paese in guerra è contro lo spirito della Costituzione e contro una legge dello Stato, la numero 185 del 1990. Il governo e il Parlamento dovrebbero custodire la legalità, non violarla. È una decisione che mi sconcerta, una follia totale”. Padre Alex Zanotelli è una voce storica del pacifismo italiano. Dire che non si nasconda, sulla questione ucraina, è un pallido eufemismo. “Il ministro della Guerra, Lorenzo Guerini, si è vantato di aver aggiunto altri 3 miliardi alla spesa militare. Così arriviamo a 30 miliardi l’anno. Davvero pensano di rendere il mondo più sicuro così? La mia bussola sono le parole di Papa Francesco: ‘Oggi, con la proliferazione di armi nucleari e batteriologiche, non può esistere una guerra giusta’”.

Le cito invece il premier Draghi: “Non ci si può girare dall’altra parte”. E l’Italia “non può limitarsi a incoraggiare l’Ucraina”. Non crede?

La trovo una posizione assurda. Capisco la rabbia del popolo ucraino, ovviamente ha il diritto e il dovere di difendersi. Ma noi dobbiamo domandarci – e chiediamocelo sinceramente – cosa abbiamo fatto come Italia, Ue, Nato, per evitare questa guerra? L’Occidente ha responsabilità enormi. Ovviamente l’aggressione russa va condannata, non ci sono dubbi, ma se andiamo avanti sulla strada dell’escalation militare, non ci rimarrà che aspettare un inverno nucleare. Invece bisogna forzare i Paesi coinvolti a sedersi intorno a un tavolo e a trovare una soluzione.

La voce del pacifismo è debole, anche a sinistra.

Forse dovremmo smetterla di dire che la pace è tra i valori della sinistra italiana. Mi pare, al contrario, che la sinistra sia guerrafondaia. Sono stanco di sentire che questa è la prima guerra in Europa: si dimentica la Jugoslavia. E fu D’Alema a portare l’Italia in quel conflitto. La sinistra dovrebbe alimentare, per sua natura, la critica del sistema. Invece assiste complice a una deriva che porta a spendere 2.000 miliardi di dollari in armi all’anno in tutto il mondo. È una pazzia collettiva.

Eppure domani il movimento arcobaleno torna in piazza. Nel corteo ci sarà spazio per posizioni molto diverse tra loro. Lei andrà?

Certo, ma ho le mie perplessità. Il volantino della manifestazione è stato cambiato: nella prima versione c’era una posizione chiara sulle armi, poi quei riferimenti sono stati tolti. Anche nel movimento pacifista ci sono un bel po’ di problemi e divisioni, non siamo coerenti con noi stessi. Domani avrò un cartellone tutto mio, per dire no alla guerra di Putin, ma pure alla Nato.

Li mette sullo stesso piano?

La Nato ha combinato un disastro dietro l’altro, ci ha portato in guerre assurde, costruite sulle bugie, come in Iraq. Lo dico con molta chiarezza anche sulla Russia: quella di Putin è una terribile aggressione verso un popolo che ha già sofferto tantissimo. Un attacco incredibile, assurdo. Ma è da condannare anche chi ha giocato col fuoco. Dopo la caduta del Muro di Berlino, alla Russia era stato promesso che la Nato non si sarebbe allargata. Invece è arrivata a 30 Paesi, ha inglobato persino Montenegro e Macedonia. Che senso ha?

Le sue parole sarebbero tacciate di eresia sul 90% dei media italiani, lo sa?

Conosco la narrativa mainstream. Da giovane ho studiato negli Stati Uniti, ma ricordo come fosse ieri il discorso di congedo dell’ex presidente Eisenhower. Fu profetico: ‘Caro popolo americano – disse – penso che la nostra democrazia sia abbastanza sana, non vedo pericoli dall’esterno. Il pericolo che vedo viene dall’interno: dal complesso militare e industriale di questo Paese’. È andata a finire davvero così, ma è ora di uscirne fuori.

All’armi siam guerrafondai, e chi non tace viene linciato

C’è aria di interventismo. I segnali sono sempre gli stessi: aumento delle spese militari, le armi come soluzione delle crisi, la criminalizzazione di chi dissente. In una crisi che ha dimenticato del tutto cosa sia il ruolo dell’Onu o dell’interposizione, non resta che l’esaltazione della Nato.

Che siamo in guerra non dichiarata lo scriveva ieri su La Stampa anche il decano degli inviati di guerra, Domenico Quirico: “Inviare armi a chi combatte è in ogni significato possibile bellico, giuridico, morale entrare in combattimento, ovvero partecipare e uccidere”.

E invece il senso comune va da un’altra parte. Lo nota amaramente l’ex leader di Podemos, Pablo Iglesias, ora commentatore del quotidiano Publico, osservando il senso dell’editoriale del El Pais – ‘La legittimità delle armi’ – in cui si sostiene che “oggi le armi per la difesa dell’Ucraina sono le armi che la Seconda Repubblica spagnola non ebbe 80 anni fa”.

Le spese di Guerini L’interventismo si misura in primo luogo nel rinnovato appello ad aumentare le spese militari. Ha iniziato il cancelliere tedesco Olaf Scholz che conta di aumentare di circa 20 miliardi l’anno le spese militari del suo paese portandole al 2% del Pil raccomandato dalla Nato. Non vuole essere da meno il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, che in un paio di interviste ieri ha rivendicato sotto la sua gestione un “bilancio della Difesa cresciuto di oltre 3 miliardi e mezzo, siamo all’1,4% del Pil. Si tratta di fare più investimenti”. Le spese militari sono già alte, l’Italia è all’undicesimo posto nel mondo nella classifica della svedese Sipri che le quantifica al 2020 in circa 29 miliardi. Secondo la raccomandazione Nato, e secondo Guerini, dovrebbero però arrivare a 38 miliardi, il 2% del Pil. Eppure la spesa militare aumenta da anni e, come spiega Francesco Vignarca dell’Osservatorio sulle spese militari Milex, “l’aumento è dovuto principalmente all’acquisto di cacciabombardieri e armi sofisticate”.

La fatica della pace Il clima interventista è così pesante che i problemi si sono scaricati anche sulla manifestazione di domani a Roma, promossa dalla Rete Pace e Disarmo e in cui un ruolo importante lo giocano le organizzazioni sindacali. Indetta anche nel segno del “no alle armi”, nei giorni scorsi si è cercato di modificare la piattaforma per far star dentro anche la Cisl. Che alla fine non se l’è sentita di aderire e ha inviato una lettera in cui se la prende con gli organizzatori per il rischio di una “sostanziale equidistanza tra le parti in guerra”. Ci sarà invece la Uil, con le bandiere della pace, e ovviamente la Cgil con Maurizio Landini che rivendica la contrarietà all’invio di armi. Nel frattempo, però, i vari tentativi di modificare la piattaforma hanno prodotto un conflitto interno tra le organizzazioni pacifiste e ognuna sarà in piazza con le proprie rivendicazioni.

Taci il nemico ti ascolta L’interventismo si respira anche nel dibattito mefitico della comunicazione televisiva e dei quotidiani. Il super-atlantista Gianni Riotta, che della denigrazione del Fatto ha realizzato una missione, ha dedicato su Repubblica un articolo al fenomeno “dei Putinversteher nostrani” esemplificati dai vari Savoini, Fusaro, Mattei, Foa e la nostra Barbara Spinelli. Sono quelli, secondo Repubblica, che “giustificano il Cremlino”. I nomi circolano da tempo, stavolta però vengono reimmessi nel circuito per comprendere anche Spinelli.

L’operazione, guarda caso, è un po’ maldestra. L’articolo, innanzitutto, è ripreso interamente da un pezzo del quotidiano online Linkiesta a firma di Maurizio Stefanini e datato 30 marzo 2021. L’anno in cui è redatto lo studio che rilancia l’espressione Russlandversteher (e non Putinversteher) cioè “chi simpatizza con la Russia”. Si tratta del capitolo di un libro, Russian Active Measures a cura di Olga Bertelsen dell’Ukrainan Researche Institute e che alla Columbia ha fatto solo un post-dottorato. Quindi anche il riferimento all’università americana è forzato. Anche l’edizione del libro, poi, è a cura della tedesca Ibidem Verlag con sede a Stoccarda e Hannover, che fa solo parte della ampia galassia Columbia University Press. Un po’ diverso.

Lo studio è curato da due italiani, Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani di Scienze sociali e Studi strategici e Massimiliano Di Pasquale, esperto di Ucraina. L’obiettivo è quello di descrivere l’ampia rete di intellettuali, giornalisti, accademici che in Italia sostengono posizioni filo-russe. Oltre ai soliti nomi già usciti, ci sono però anche figure come Lucio Caracciolo, Massimo Cacciari, Sergio Romano, addirittura vengono citate La Sapienza di Roma e Ca’ Foscari di Venezia. Praticamente chiunque si interessi di Russia con un po’ di autonomia. Non c’è, e non ci può essere il nome di Barbara Spinelli che nell’articolo di Riotta sembra invece ricondotto al libro.

È citata invece, in un intero paragrafo, la Luiss, l’università di Confindustria che ha un programma siglato con l’università russa Mgimo e che ha, come Prorettore per l’Internazionalizzazione tal Raffaele Marchetti, “il quale collabora strettamente con il Dialogo delle Civiltà Research Institute creato e finanziato dall’oligarca russo ed ex generale del Kgb Vladimir Yakunin”. Marchetti è poi associato espressamente ai Russlandversteher tanto che in un’intervista del 2014 “proponeva la divisione dell’Ucraina a metà per regolare la questione del Donbass”. La Luiss però nell’articolo di Riotta non c’è (in quello de Linkiesta, sì). E chi è il direttore del Master di Giornalismo della Luiss? Gianni Riotta.

Permesso di un anno ai profughi ucraini

Protezione temporanea immediata a chi fugge dalla guerra in Ucraina: ieri i ministri degli Affari interni della Ue hanno approvato una direttiva per cui i profughi avranno un permesso di soggiorno della durata di un anno (rinnovabile fino a due) e l’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro. L’ “accordo storico” – come lo definisce il ministro dell’Interno francese Gerald Darmanin – però contiene alcuni elementi di compromesso, dovuti alla riserve opposte soprattutto dalla Polonia, ma anche da Slovacchia, Ungheria, Austria, per escludere da questo regime i cittadini non ucraini. E dunque, l’intesa finale, prevede la possibilità di due percorsi, una per gli ucraini e una per i non ucraini, anche se scappano dalla guerra. Come ha spiegato Luciana Lamorgese, verrà consentita la protezione temporanea anche ai non ucraini che risiedono in quel territorio con la possibilità di avere anche “un altro tipo di protezione, quello stabilito a livello nazionale purché in linea con le norme di carattere europeo”. Dunque, una volta uscita la direttiva, i Paesi di prima accoglienza potranno avvalersi della doppia opzione. Questo significa lasciare una discrezionalità sulle modalità dell’accoglienza per i vari. Potranno decidere per esempio di dare visti temporanei solo di pochi mesi. Ma non potranno respingere i profughi in zone di guerra (è vietato dalla legislazione Ue). D’altra parte in questi giorni ci sono state numerose notizie di discriminazione dell’accoglienza al confine Ucraina – Polonia, tra ucraini e africani.

Fonti europee chiariscono che questa era l’unica possibilità per chiudere l’intesa ieri. Altrimenti la Polonia lo avrebbe impedito. Si stima che siano in arrivo 7-8 milioni di profughi. L’Italia si è battuta in tutte le sedi per un’estensione il più possibile egualitaria. E il nostro paese punta a non fare distinzioni tra profughi ucraini e non ucraini, contando sul fatto che molti paesi, a partire da Francia e Germania faranno lo stesso. Mentre ieri pure Viktòr Orban, dal confine ungherese-ucraino, ci teneva a dire: “Nessuna persona che necessita aiuto sarà lasciata senza assistenza. Con la forza della nostra unità, saremo in grado di sostenere pressioni e fardelli ancora maggiori di quelli che dobbiamo affrontare oggi”.