Segreti e senza bandiere: le “armi” dei mercenari

“Non c’è guerra senza privati. Alcuni, mi creda, hanno mezzi, capacità logistiche e operative da far invidia agli eserciti regolari di molte nazioni. La Draken International addestra i piloti americani con 150 aerei da combattimento, l’Irlanda ne ha 18, di questo parliamo. Dunque, sì, anche io ho pensato subito all’impiego di società militari private come opzione per consegnare armi occidentali all’Ucraina”. Pietro Orizio è forse il massimo esperto in Italia di private military company, le società che addestrano eserciti per conto terzi e si materializzano negli scenari bellici perfino come loro avamposti, per operazioni particolarmente “delicate”.

È il casodella consegna delle armi che Nato ed Europa stanno portando alla frontiera ucraina. Ancora non è chiaro come arriveranno a destinazione. Ufficialmente, le prenderà in carico il governo, ma se tramite le forze armate, la guardia nazionale o strutture paramilitari questo non si sa. È escluso lo faccia l’Occidente, rischioso che lo faccia l’esercito regolare, con colonne di carri che sarebbero ben visibili ai satelliti di Putin, che vanta ancora maggior controllo dello spazio aereo. L’ipotesi è che entrino in campo le military company. “Diversamente i russi cercherebbero subito di neutralizzare quel carico che è un bersaglio militare legittimo, trasporta rifornimenti bellici a una forza ostile”, spiega Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi e Difesa, per 25 anni reporter di guerra su vari fronti. “Sicuramente proveranno a occultarlo – sostiene –. Perché se utilizzi veicoli civili i russi li fanno saltare per aria, e poi non puoi dire che è un crimine di guerra”. C’è anche il rischio che, così facendo, si mettano a repentaglio auto di civili in fuga che nulla c’entrano. I contractor sono una “risorsa flessibile”, vengono usati per addestramento, logistica e rifornimento ma anche per tutte quelle operazioni precluse alle forze regolari per capacità od opportunità dell’intervento. “I turchi e i russi li hanno usati per stabilizzare la Libia, nel primo caso mercenari siriani, nel secondo quelli della Wagner”. E anche in Ucraina sono ben presenti, dacché l’area si è destabilizzata. “Dal 2014 Paesi Nato come Usa, Canada, Gran Bretagna, ma anche la Polonia e le Repubbliche baltiche che sostengono l’Ucraina li impiegano in Ucraina in funzione anti-russa. Sono poi gli stessi Paesi che hanno sostenuto e finanziato il golpe del Maidan”. Europa dell’Est e Balcani sono diventati territorio d’elezione per campi di addestramento militare. Che anche le nuove armi in arrivo richiedono. “Va anche considerato – precisa Orazi – che l’esercito non è addestrato a queste armi. La maggior parte sono di tipologia e tecnologia occidentali, quelle in uso alle forze regolari di Zelensky sono russe”. Essendo la velocità variabile fondamentale dell’operazione “è assolutamente plausibile che le compagnie militari private stiano facendo proprio questo nei campi di addestramento”. Centri che sono sorti come funghi negli ultimi otto anni, sia per la forte richiesta sia per una legislazione più favorevole, spinte da un contesto spazzato dal vento delle armi. Il settore oggi è così inflazionato che si sono ridotti anche i costi dei contratti governativi. C’è poi un’altra convenienza, sottolinea l’esperto: “Facevo l’esempio degli aerei non a caso. Quando si trattava la consegna di aerei da parte dei Paesi dell’Est all’Ucraina ci si era posti il problema di chi doveva pilotarli. L’ipotesi era di mettere ai comandi contractor: qualunque cosa fosse successa la Nato poteva lavarsene le mani, sono dei privati. Basta farli passare come volontari”.

Ucraina neutrale: ora l’Ue s’impegni

La guerra, dice la Carta delle Nazioni Unite, è la maledizione dell’umanità. Non esistono guerre giuste o sbagliate, ma solo carneficine più o meno riuscite. In circostanze estreme, quali l’autodifesa o la protezione da genocidi e stermini, continua la Carta con il suo articolo 51, è necessario l’uso della forza, anche militare, autorizzato dal Consiglio di sicurezza.

Da ex dirigente Onu, quindi, non posso approvare quanto la Russia sta facendo all’Ucraina da qualche giorno. Mosca è passata da una forma di autodifesa dalle minacce Nato, perpetrate direttamente o tramite il governo ucraino, a una guerra vera e propria, da condannare senza se e senza ma. Ora c’è il rischio che lo scontro finisca con l’assomigliare alle feroci campagne Nato contro la Serbia, l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan, costate centinaia di migliaia di vittime. Per rimanere nel campo della legalità internazionale, l’attacco si sarebbe dovuto fermare alla distruzione delle infrastrutture militari ucraine, e doveva essere seguito da un cessate il fuoco e da un negoziato. La sua trasformazione in una guerra è stato un grave errore, favorito peraltro dall’ondata di russofobia che si è scatenata in Europa. L’Ucraina e l’Unione europea hanno in comune una leadership politica inetta, che oscilla in modo irresponsabile tra pace e guerra. La postura aggressiva assunta dall’Unione verso la Russia non è credibile. Perché segue lunghi periodi di remissività e di accondiscendenza, non è condivisa dai cittadini europei e svanirà di fronte allo sviluppo degli eventi o come effetto di un contrordine americano.

I leader europei sembrano compatti, ma non hanno in realtà alcuna linea. Quale coerenza esiste tra la quasi dichiarazione di guerra alla Russia appena votata dal Parlamento europeo e la decisione di non inviare forze militari in Ucraina?

Mandare un po’ di missili e munizioni a Kiev e raccontare che in questo modo si rovesciano le sorti di una guerra il cui esito è segnato al 95%, è solo un esercizio di irresponsabilità. Serve a indurire ulteriormente la Russia, esasperare il conflitto e rendere più arduo il negoziato che lo concluderà. Non si minacciano guerre che non si possono fare. Se non si vuole intervenire militarmente contro la Russia perché non si è pronti a un massacro convenzionale a tutto campo suscettibile di trasformarsi in un fungo atomico, occorre trarne le conseguenze e percorrere altre strade. La strada delle sanzioni non porta da nessuna parte. Non ha funzionato quasi mai, e non funzionerà contro il Paese più autosufficiente del Pianeta. La Russia è pochissimo indebitata, dispone di ingenti riserve finanziarie e di un territorio che è il più vasto e il più ricco di risorse naturali del mondo. E Cina, India e il resto dei Brics sono pronti a comprare dai russi tutto ciò che l’Europa cesserà di comprare.

La strada del negoziato è obbligata. Ed è nelle mani dell’Europa. I suoi capi potrebbero porre fine al conflitto in corso dimostrando solo un po’ di coerenza. Francia e Germania si sono opposte lungo gli ultimi venti anni all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. E hanno appena confermato questa posizione non inviando truppe in Ucraina. Nello stesso tempo, però, hanno fomentato un colpo di Stato anti-russo in Ucraina nel 2014, hanno patrocinato l’accordo di Minsk tra Kiev e due regioni dell’Ucraina orientale abitate da russi per poi girare le spalle di fronte al suo sabotaggio da parte del governo ucraino, e hanno partecipato, pochi mesi fa, a manovre militari Nato provocatorie verso la Russia.

La Russia ha letto ciò come l’epilogo di una lunga storia di inganni e di doppiezze. Caduta l’Urss e disciolto il Patto di Varsavia, le potenze occidentali offrirono al Cremlino ampie assicurazioni che la Nato non si sarebbe espansa verso Est. Ma non si fece alcun trattato, perché le due parti non lo ritennero necessario, visti i rapporti di cooperazione e di amicizia che sembravano essersi stabiliti tra gli ex-nemici. E per un paio di anni dopo il 1989 la Nato stessa sembrò avere i giorni contati.

I russi avevano temuto da lungo tempo le invasioni dall’Ovest, che fosse Napoleone, Hitler o la Nato. I maggiori esperti americani di Russia, dal mitico George Kennan a Henry Kissinger, tutti rigorosamente conservatori, furono unanimi nel ritenere che i timori russi erano fondati e che la loro richiesta di garanzie di sicurezza era legittima. L’allargamento della Nato verso Est, quindi, era per loro un’idea unnecessary, reckless and provocative.

La musica cambiò tra la fine della Belle Époque clintoniana e l’arrivo di George Bush e soci. Si usarono subdoli argomenti per sostenere che gli accordi sulla Nato c’erano stati, ma non erano vincolanti. E si continuarono ad ammettere nell’Alleanza, uno dopo l’altro, tutti i Paesi a Est della Germania. Fino ad arrivare, con le Repubbliche baltiche, ai confini stessi della Russia.

I cannoni russi sono stati caricati, perciò, dalla Nato. La Russia si è sentita accerchiata e minacciata in un interesse strategico vitale. E quando ha ritenuto che forze straniere intendono trasformare una delle tre nazioni fondanti dell’identità culturale-religiosa e politica del suo popolo – l’altra è la Bielorussia – in una entità anti-russa militante, è intervenuta, purtroppo, con la forza. La forza oscena e assurda della guerra occidentale.

La soluzione? Visto che nessuno ha intenzione di iniziare il terzo conflitto mondiale, l’unica strada percorribile è un accordo che fornisca alla Russia le garanzie di sicurezza che richiede senza successo da trent’anni, in cambio della cessazione dell’attacco e di un impegno a lungo termine per il rispetto della sovranità dell’Ucraina.

Ciò può avvenire per iniziativa europea, deve includere la ripresa degli accordi di Minsk, e anche la creazione di uno status di neutralità dell’Ucraina. Non è più tempo di manfrine.

L’Ucraina ha diritto alla sua sovranità. La Russia non deve più sentirsi in pericolo. E i leader Ue avrebbero un’occasione per mostrare un po’ di serietà e senso di responsabilità.

 

“A Siret in tanti pagano 500 € ai criminali per venire in Ue”

La criminalità organizzata sta già sfruttando la tragedia della guerra. “Ai profughi la fuga verso la salvezza costa 500 euro a testa (lo stipendio medio in Ucraina è di circa 250 euro, ndr). È il prezzo da pagare per un passaggio verso i Paesi della Ue”. Luca Degani è consigliere di amministrazione della Fondazione Progetto Arca, onlus di Milano che sta aiutando donne e bambini a raggiungere l’Italia.

Degani, ora dove siete?

Ora siamo a Budapest, dopo aver atteso 12 ore e mezzo alla frontiera tra Romania e Ungheria, a Satu Mare. Le autorità ungheresi ci avevano bloccato. Non ci lasciavano varcare il confine e non ci davano nessuna spiegazione. Facevano passare solo i cittadini della Ue e i camion che trasportavano merce. Ci hanno aiutato la Croce Rossa e una Ong, che hanno distribuito bevande calde e un pasto.

Quindi il crimine organizzato sta già speculando sulla pelle dei profughi?

Sì, ce lo raccontano gli stessi ucraini. Ma l’ho visto anche con i miei occhi. Li ho visti in azione intorno al campo profughi di Siret, in Romania, al confine con l’Ucraina, dove si aggirano individui che chiedono soldi per assicurare un passaggio sicuro verso l’Europa occidentale. Come sappiamo a scappare sono le donne con i loro bambini, gli uomini restano a combattere in Ucraina. E ho visto molte di loro consegnare a queste persone buste piene di denaro. In questo modo sperano di poter raggiungere velocemente i famigliari che hanno in altri Paesi.

E chi i soldi non li ha?

Le donne sono costrette a prostituirsi. Per disperazione. Ce lo dicono loro. Purtroppo il rischio c’era… Ce lo aspettavamo e se lo aspettavano anche gli ucraini.

Quanti profughi sta accompagnando?

Quattro donne con i loro figli. Il più grande ha sette anni, la più piccola dieci mesi. Siamo diretti in Italia. Tutte raggiungeranno parenti che da tempo vivono nel nostro Paese. Chi nel Bergamasco, chi a Milano, chi a Perugia.

“Novaya Gazeta: per noi resta guerra”

Non ci sono esempi di Paesi così vicini come Russia e Ucraina: per cultura, tradizione, lingua. I popoli sono parenti, rodnye: questa è la parola che alla Novaya Gazeta , il giornale del premio Nobel Muratov, hanno deciso di pubblicare su una copertina gialla e blu, colori della bandiera di Kiev. Il Roskomnadzor, Servizio vigilanza comunicazioni, ha vietato ai media russi di usare la parola “guerra”: chi lo fa rischia la chiusura o di finire in tribunale. “Sappiamo benissimo cosa c’è in gioco. Abbiamo fatto una votazione tra colleghi in redazione, abbiamo chiesto ai lettori: ci hanno risposto di chiamarla così fino alla fine. Sappiamo che dietro l’uso del singolo termine voyna, ‘guerra’ c’è ben altro” dice Kirill Martynov, caporedattore politico dell’ultimo quotidiano indipendente di Mosca.

Non avete paura che verrete silenziati come il canale tv indipendente, Dozhd, e come la radio Echo Moskvy, che negli ultimi due giorni hanno chiuso i battenti?

Non è questione di paura, ma dell’apertura di casi penali e di ciò che succederà in Ucraina.

C’è una guerra anche in Russia: 7.861 persone sono già state arrestate per aver protestato contro la guerra. Tra loro perfino bambini. Nei tribunali contro i pacifisti ci sono 4 processi in corso.

Usano metodi fascisti, organizzati e pianificati. La paura tra i russi viene diffusa tra le tv. Accade lo stesso alla Mgu, Università statale di Mosca, dove anche io ho studiato: alcuni professori sono stati costretti a fare dichiarazioni di sostegno al conflitto. Tutto questo avviene soprattutto perché la guerra lampo di Putin non è andata secondo i piani e adesso bisogna spiegarlo alla popolazione. Tanti temono una guerra civile anche qui: il conflitto ha polarizzato del tutto i russi. C’è chi appoggia e giustifica l’attacco all’Ucraina e chi lo condanna.

Alcuni parlano apertamente dell’inizio della fine del potere di Putin.

È molto probabile, ma è una domanda che fa nascerne altre: a quale prezzo? E chi lo sostituirà? Può arrivare qualcuno più radicale di lui. Igor Krasnov, procuratore generale della Russia, è stato allontanato dall’ultimo Consiglio di sicurezza perché si è rivelato tale. So che suona inverosimile ma anche il ceceno Ramzan Kadyrov, i cui uomini hanno ricevuto l’ordine di uccidere il presidente ucraino Zelensky, verrà a reclamare potere a Mosca se dovesse riuscire nel compito.

Fsb, servizi segreti e Mid, ministero degli Esteri, hanno provato a dissuadere dall’attacco: i due apparati erano contro “l’operazione speciale” di Putin.

Non penso che conti qualcosa a questo punto, né penso che qualcuno chieda loro cosa vogliono: eseguiranno comunque gli ordini.

L’accoglienza fai-da-te: “Porta a casa un profugo”

Le auto parcheggiate nello spiazzo dell’hotel 4 stelle a ridosso della frontiera accendono i fari. A Siret, confine Romania-Ucraina è buio pesto: chi ha trascorso il giorno ad accogliere gli sfollati che scappano dal conflitto russo-ucraino sta per ricevere il cambio da chi, sotto la neve battente, trascorrerà la notte. Arrivano in migliaia da giorni: uomini, donne, bambini, anziani, animali. Da un’auto si sente parlare italiano: è Estera, rumena, operaia alla Romstal. Dentro, una famiglia coi bambini in braccio ai genitori. La Romstal, lombarda e delocalizzata in Romania, è specializzata nella produzione di tubi. “Con la guerra, il capo ha chiesto ai dipendenti che abitano qui di dare una mano con le operazioni di transito dei profughi. Sera mi occupo di portare in salvo questa famiglia, facendola ricongiungere con i parenti che la aspettano dall’altra parte del Paese”.

In Romania non esistono né burocrazia né protocolli da seguire, in caso di emergenza umanitaria. La soluzione è solo una: chi può deve aiutare, in qualsiasi modo. Ieri Romstal ha dato vita a un cordone umanitario per inviare beni di prima necessità: un convoglio di camion e furgoni ha imboccato la strada per l’Ucraina. A pochi passi dalla dogana, oltre ai volontari di ong e Croce rossa, un capannello di abitanti arrivati dai villaggi vicini attendono arrivi qualche bus carico di ucraini per portarli nelle proprie case e accudirli. “Questione di umanità”, spiega Ilia: “A volte le tende sono troppo fredde. Meglio stare a casa con un pasto caldo”. Tra chi sorseggia tè e si ripara dalla neve come può, anche Hreniuc, vicesindaco di Milisauti, la cittadina vicina, che coordina le operazioni di transito di migliaia di studenti indiani: li ha accolti in un capannone, solitamente usato come palestra.

Stesi su materassini gonfiabili ascoltano da uno smartphone le dichiarazioni del presidente ucraino Zelensky. Le ragazze si spazzolano i capelli, chiamano le famiglie. Altri cantano come fossero a una festa su sottofondo di musica commerciale. Esultano con una ola quando viene detto che per 270 di loro è pronto un aereo per l’India. Sono tutti iscritti alla Facoltà di Medicina di Kiev. Sono bloccati per problemi di passaporto. Ne sono arrivati più di 2mila, e altri 6mila sono in attesa alla dogana.

Sulla strada per Suceava, poco a sud, svetta il Mandachi Hotel, proprietà del 36enne Stefan Mandachi: multimilionario, dirige la catena del popolare fast food “Spartan”, che si è dato anche all’immobiliare. Dal 24 febbraio ha riconvertito l’intera hall in dormitorio per ucraini in fuga. Sulla porta di ingresso nessun manifesto di promozioni per la spa o per cene di coppia, ma fogli di carta, dove sono riportate le mete cui sono destinati tutti coloro che abitano l’albergo e che Stefan, con il suo staff, sta smistando per i bus e i treni che partiranno nei prossimi giorni. Ai dipendenti dei suoi ristoranti ha dato mandato di distribuire pasti gratis per tutti i rifugiati che arriveranno. Alla domanda se non sia troppo facile fare i filantropi quando si possiedono i milioni, risponde: “È a questo che servono i soldi. O no?”.

“Qui sembra Grozny: i ceceni sono come lupi”

Yulia aveva lasciato la Francia dieci giorni fa per andare a Kherson a soccorrere l’anziana madre malata di Covid. Nella sua città natale, la prima a capitolare sotto i bombardamenti russi, l’imprenditrice cinquantenne non poteva fare a meno di tornare essendo l’unica persona a potersi prendere cura della madre, rimasta vedova. Il padre di Yulia ha avuto per molti anni un ruolo estremamente importante nella città all’imbocco della Crimea. Era il responsabile della grande diga che consente alla penisola, annessa unilateralmente da Vladimir Putin nel 2014, l’approvvigionamento idrico. Un servizio vitale, tanto che dopo l’annessione russa gli ucraini avevano ridotto il flusso come forma di ritorsione. “Per la grande base militare russa di Sebastopoli, per le attività agricole e gli allevamenti, l’acqua del canale che si diparte dalla diga, è ancora più dirimente essendo la Crimea una sorta di appendice dell’Ucraina impossibilitata a ottenere acqua da altre zone del paese.

Ne è una prova il fatto che i russi ieri come prima cosa hanno sbloccato il canale riportando il volume del flusso idrico a prima dell’annessione” ci spiega al telefono l’imprenditrice con un filo di voce. Ha il terrore che i ceceni, di fatto i pretoriani di Putin, entrino in casa e, pertanto, le viene spontaneo abbassare al minimo la voce.“Quelli di Grozny” (la Capitale cecena), sono noti per non fare prigionieri, per gli stupri, per le torture e Yulia non sa più dove nascondere la madre e se stessa. “Li ho visti da dietro la finestra che si aggiravano come lupi affamati, sparando, non so davvero se io e mamma ce la scamperemo”, piange Yulia. Non si sarebbe mai aspettata di finire intrappolata in questo inferno. “Hanno messo la città a ferro e fuoco. È una guerra mostruosa” dice. Dalla città si levano altre voci impaurite che spiegano: “Non possiamo uscire in gruppi, non possiamo guidare veloci, dobbiamo essere pronti a fermarci e mostrare cosa abbiamo in macchina, non dobbiamo provocare i soldati russi”. Sono le regole per i civili concordate tra le truppe occupanti e le autorità locali. Nonostante la paura dei ceceni, Yulia dice che sono tornate l’elettricità e Internet. “Fino a ieri nessuno usciva di casa, ma ora so che in altri quartieri c’è chi si arrischia a uscire per cercare di comprare del cibo”. Intanto le truppe russe hanno preso la sede dell’amministrazione regionale di Kherson. Lo denuncia il governatore Hennadiy Lahuta, secondo quanto riporta la Bbc: “Il governatore ha detto che il palazzo è stato sequestrato dalle truppe russe”. “Tuttavia non abbiamo smesso di fare il nostro lavoro”, scrive Lahuta. “Lo staff operativo regionale, che io guido, continua a lavorare per risolvere questioni urgenti allo scopo di aiutare i residenti. Stiamo aspettando aiuti umanitari. Per favore non fatevi prendere dal panico”. È una parola, con quelli di Grozny in giro per le strade armati fino ai denti.

“Io, giornalista, pistola alla tempia come una spia”

È una fredda mattina di marzo e c’è silenzio, tra i corridoi dell’hotel Civilization. La signora in servizio al quarto piano ha da poco portato le colazioni: due panini farciti, una bustina di tè e una piccola porzione di burro. Sono seduto sul letto e sto scrivendo al pc, quando il click della serratura elettronica attira la mia attenzione e mi chiedo come mai, invece di bussare, qualcuno stia aprendo la porta. Irrompono urlando, armi alla mano, due poliziotti: il primo indossa una mimetica e un passamontagna, tra le mani impugna una pistola. Il secondo è in divisa blu, indossa anche lui il passamontagna e stringe un kalashnikov. Mi tengono sotto tiro e mi ordinano di alzare le mani. Il primo, il più grosso dei due, mi urla di sdraiarmi sul pavimento con la faccia a terra. La receptionist, Olga, improvvisatasi traduttrice nonostante il suo inglese stentato, urla gli ordini con il piglio di un comandante e sia io che il collega Cristiano Tinazzi, con cui divido la stanza, finiamo in un attimo sul pavimento.

“Documenti! Mostrateci i vostri passaporti, ma fate tutto molto lentamente” ci urla l’uomo in mimetica. Apro il portafoglio ed estraggo il passaporto e la press card, vengo spinto e strattonato, sono molto tesi e mi tengono la pistola a pochi centimetri dalla faccia, il fucile puntato allo stomaco. Siamo scalzi e chiediamo di poterci mettere almeno le scarpe, ma non ci viene concesso. Usciamo così in fila indiana, strattonati, e inizio a realizzare come quello che sta accadendo sia reale e per un attimo temo che presto saremo incappucciati e portati chissà dove. Stefania Battistini, la collega del Tg1 è in piedi in corridoio con la faccia contro il muro, a pochi passi dalla nostra porta. Il poliziotto più grosso, quello in mimetica, mi trattiene per il braccio destro e mi strattona di continuo, mentre camminiamo sulla moquette grigia del corridoio. Veniamo condotti tutti nella stanza di Stefania, dove troviamo i due operatori della troupe Rai: uno è faccia a terra sul pavimento. Accanto a loro la videocamera sul cavalletto, il cavo strappato e uno dei loro telefonini che rimanda ancora il video di ritorno. “Stavo per afferrare la maniglia quando l’ho vista aprirsi e mi sono trovato davanti un uomo in mimetica. Mi hanno fatto voltare spintonandomi per alcuni metri, quindi mi hanno forzato a sdraiarmi faccia a terra. Mentre ero sul pavimento mi hanno superato e hanno raggiunto i miei colleghi, sempre urlando. Uno di loro mi è salito con un ginocchio sulla schiena per tenermi giù” racconta l’operatore Mauro Folio. “Ero alla videocamera e stavo parlando con la regia per fare le prove audio e ho sentito urlare, ma non avendo il campo visivo libero, non ho capito subito quello che stesse accadendo. Poi l’uomo in mimetica mi ha schiacciato a terra davanti all’armadio” aggiunge l’altro operatore Simone Traini. Gli interrogatori continuano e nella stanza 401 fino a quando arrivano alcuni ufficiali e i servizi segreti ucraini dell’Sbu. “Press card, press card” continuano a chiederci. Ci fotografano uno alla volta, vogliono vedere il nostro materiale. L’Ucraina è un Paese in guerra e sabotatori e spie vengono arrestati ogni giorno anche a Dnipro. Forse siamo stati scambiati anche noi per spie, pensiamo. O forse c’è stata qualche segnalazione. “Perché siete nel nostro Paese? Cosa volete da noi?” gli ufficiali intanto ci interrogano per più di un’ora e pian piano gli animi si distendono, le armi di abbassano. “Quello che è successo dimostra lo stato di ansia e angoscia in cui versa il Paese e ogni cosa viene vista come una minaccia. Ma una volta mostrati i documenti ed effettuati i controlli, ci hanno lasciato andare scusandosi” dice poi sollevata Stefania Battistini. Le sirene intanto continuano a suonare, la tensione è sempre più alta: a Dnipro la guerra si avvicina.

Corridoi umanitari per i civili, ma di tregua ancora non si parla

Si tratta e si spara. In un’altalena di minacce e di aperture, ieri pomeriggio s’è negoziato al confine tra Polonia e Bielorussia: al secondo round, i colloqui tra Russia e Ucraina producono un accordo su una tregua temporanea per la creazione di corridoi umanitari per allontanare i civili da città e villaggi distrutti o bombardati. Lo riferisce Mikhailo Podoliak, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, citato dalla Tass. Podoliak sperava di più: un ‘cessate il fuoco’ immediato e un armistizio. Invece, il capo della delegazione russa Vladimir Medinsky parla di “progressi significativi”. Sicuramente positivo che un terzo round sia già previsto “presto”. La delegazione russa era sul posto da mercoledì, quella ucraina è giunta ieri mattina in elicottero. La Russia dice di trattare “per evitare un bagno di sangue ulteriore”; e si aspetta che “i negoziati portino al ripristino della pace del Donbass e al ritorno dei popoli dell’Ucraina a una vita pacifica”. E il ministro degli Esteri di Mosca SergejLavrov va oltre e prospetta una ripresa delle trattative con la Nato. Intanto, all’ottavo giorno di questa guerra, il computo dei civili uccisi per alcune fonti ha superato i 2.000: un dato non verificabile. Il presidente russo Vladimir Putin rende omaggio ai caduti – quelli russi sarebbero già oltre 2.000, secondo stime Usa, circa 500 secondo le cifre ufficiali, oltre 9.000 per gli ucraini – e dice che ‘l’operazione speciale’ in Ucraina “sta raggiungendo gli obiettivi e avendo successo”. Inoltre, Putin fa sapere che sono previsti risarcimenti per quelle famiglie che hanno perso uno dei loro cari al fronte.

Al presidente francese Macron, che parla al telefono con lui e Zelensky, il leader russo sollecita l’evacuazione dall’Ucraina di tutti gli stranieri e dice che la Russia intende conseguire tutti i suoi obiettivi. Il presidente ucraino, dal canto suo, assicura che la “Russia risarcirà l’Ucraina” per tutti i danni arrecati e avverte l’Occidente che Putin si fermerà “solo quando arriverà a Berlino”. Il Parlamento di Kiev proclama lo stato di emergenza nazionale e dispone il sequestro dei beni russi. Anche gli Stati Uniti rilanciano: nel mirino finiscono il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ma anche diversi oligarchi, fra i quali Alisher Usmanov, Nikolay Tokarev, Boris Rotenberg, Arkady Rotenberg, Sergey Chemezov, Igor Shuvalov e Yevgeny Prigozhin: quest’ultimo è soprannominato “lo chef di Putin” ed è l’ispiratore del gruppo armato Wagner. Le sanzioni riguardano anche le loro famiglie. “Questi individui e le loro famiglie saranno tagliati fuori dal sistema finanziario americano, i loro asset saranno congelati e le loro proprietà bloccate”, afferma la Casa Bianca. E, intanto, i cavalli di frisia transennano a Kiev piazza Maidan, dopo che Kharkiv è allo stremo, così come Mariupol: gli Usa calcolano che i russi abbiano già sparato oltre 400 missili. L’Ucraina rivendica d’avere distrutto 217 carri, 90 cannoni, 900 blindati e 42 lanciarazzi e abbattuto 30 aerei. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica fa sapere che le forze russe occupano un’area vicino a Zaporizhzhia, la maggiore centrale nucleare dell’Ucraina e dell’Europa, nei pressi di Enerhodar. La “situazione è molto delicata” e “tutto può accadere”. Per l’Onu, oltre un milione di persone hanno già lasciato l’Ucraina dopo l’invasione. Save The Children calcola 400 mila minori in fuga. Fra di essi non c’è Semyon: non ce l’ha fatta il fratellino di 5 anni di Polina, 10 anni, morta con i genitori sotto le bombe a Kiev. Anche la diplomazia ecclesiale è in movimento, mentre la Lukoil, gigante petrolifero russo, chiede che la guerra si fermi; una conferma del nervosismo degli oligarchi, nel mirino delle sanzioni dell’Occidente. Oggi arriva in Europa il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e sempre oggi a Bruxelles, Ue e Nato si riuniscono a consulto, mentre Finlandia e Svezia, Paesi neutrali, riflettono sull’adesione all’Alleanza. La Casa Bianca cerca di ottenere dal Congresso fondi da destinare in aiuti all’Ucraina – ulteriori 10 miliardi di dollari –. La Corte di Giustizia internazionale si appresta a indagare sulle accuse di crimini contro l’umanità in Ucraina, mentre gli Usa accusano la Russia di condurre “una guerra totale alla libertà dei media e alla verità”, bloccando le testate giornalistiche indipendenti.

Il cortigiano Johnny

Sgominati il direttore d’orchestra e la soprano russi alla Scala, respinto l’assalto della Brigata Dostoevskij all’Università Bicocca, attendevamo con ansia che qualcuno bombardasse l’hotel de Russie di Roma e la fermata Moscova della metro milanese, o boicottasse la griffe Moschino, o prendesse sul serio chi sul web propone di ribattezzare Ignazio La Russa “L’Ucraina” (Maurizio Mosca l’ha scampata bella, defungendo per tempo). Poi è giunto l’annuncio della Federazione Internazionale Felina che, “in segno di vicinanza verso gli ucraini”, ha deciso di “non registrare più gatti provenienti dalla Russia e mettere uno stop alla partecipazione degli allevatori russi alle esposizioni internazionali”. E abbiamo pensato che nessuno ne avrebbe più battuto il record di stupidità. Ma avevamo sottovalutato Johnny Riotta, che c’è riuscito in scioltezza su Repubblica con la lista di proscrizione “Destra, sinistra e no Green pass: identikit dei putiniani d’Italia. Da Savoini a Fusaro, da Barbara Spinelli a Mattei, Foa e Mutti, editore del fascio-putinista Dugin”. Un frittomisto scombiccherato e imbarazzante (non per lui, che non conosce vergogna e non ha mai la più pallida idea di ciò che dice, tipo quando negava in tv che l’articolo 1 della Costituzione affermi che la sovranità appartiene al popolo, ma per gli eventuali lettori). Piluccando da uno studio della Columbia University, forse per dimostrare la bruciante attualità de L’Idiota di Dostoevskij, il cortigiano Johnny frulla personaggi, storie, tesi diversi e spesso opposti, accomunando il leghista che chiedeva tangenti all’hotel Metropol di Mosca a chi osa obiettare al fumetto dell’Occidente buono, democratico e pacifista minacciato dal Nuovo Satana. Una barzelletta che farebbe scompisciare pure Kissinger, i migliori diplomatici Usa e il capo della Cia Burns, tutti molto critici sull’allargamento della Nato a Est.

Ma curiosamente Riotta, nella lista dei nemici pubblici, si scorda quei fottuti putinisti di Kissinger e Burns. E omette la Luiss, citata dalla Columbia fra gli amici della Russia, forse perché lui vi dirige una scuola di giornalismo (per mancanza di prove). In compenso ci infila la Spinelli, che scriveva su Rep quando era ancora un giornale e non il pannolone di Biden. E pure l’ex presidente Rai Marcello Foa, “commentatore di reti di propaganda russa”: cioè di Russia Today, che fino a sei anni fa usciva come inserto mensile di Rep. Il finale è un’istigazione ai rastrellamenti che piacerebbe un sacco a Putin e sarebbe un tantino inquietante, se Riotta lo leggesse e lo prendesse sul serio qualcuno: “Li riconoscete a prima vista: tutti hanno la stessa caratteristica”. Quella di pensare con la propria testa, ma soprattutto di averne una.

La letteratura è “genderless”: la lezione di Morante e Rimbaud

Spira sui social e non solo, un venticello insistente contro la recente formazione di una “confraternita di scrittrici” che si recensiscono benevolmente tra di loro, come se la parità con i maschi fosse non solo raggiunta da tempo, ma che si volesse sorpassarla. Insomma quello che accadeva tra scrittori che si promuovevano tra di loro, considerando le romanziere avventizie, avverrebbe attualmente, tra le autrici.

C’è un libro che non a caso viene ristampato in questi giorni dalla Tartaruga: Le signore della scrittura di Sandra Petrignani riferisce, in una serie di interviste a scrittrici del Novecento, come queste si lagnassero degli autori che le consideravano non a loro livello: dalla De Céspedes alla Ortese, da Livia De Stefani a Paola Masino e Laudomia Bonanni, comprese le “vette” Elsa Morante e Lalla Romano. Erano quelli i tempi del femminismo duro, quando si leggevano Kate Millett e la de Beauvoir come fossero il vangelo. Ricordo una bella antologia intitolata Donne in poesia di Biancamaria Frabotta, a cui la Morante non volle partecipare. Non solo si riteneva “uno scrittore” ma era capace di defenestrare chi osasse chiamarla con il cognome del marito, che era nientemeno che Alberto Moravia.

Il romanzo biografico Elsa (Ponte alle Grazie) che Angela Bubba le ha dedicato cita in dettaglio la sua impazienza, ma anche tutta la sua irrequieta genialità. Oggi le cose sono molto cambiate. Il nome di scrittrice va stretto a quelle che vorrebbero si declinasse in scrittore. Se c’è un movimento nato dal Sessantotto che abbia in qualche modo “vinto” è il femminismo, come ha affermato Dacia Maraini, la decana delle femministe creatrici.

Ho sempre trovato un tantino provinciale l’idea delle confraternite femminili. E trovo come Arthur Rimbaud, non solo che il futuro è donna, ma lo è finalmente il presente. Se il mondo dei lettori dei romanzi è stato sempre al femminile perché indignarsi se una autrice scrive dell’opera di una collega? Anche la critica di oggi elenca una serie di signore, dalla Tondello alla stessa Frabotta. E non è forse rinato il romanzo sentimentale, raro in Italia, proprio per mano di “autrici-autori”? Anche al Premio Strega sono presenti diverse romanziere quest’anno (28 su 74, ndr), da Silvia Cossu con Il confine (Neo edizioni) al succitato Elsa della Bubba, a cui faccio ovviamente gli auguri. A quelli che se ne dolgono dico che è meravigliosa la crescita del romanzo al femminile. In altri Paesi, come la Francia, esiste da sempre, a cominciare dalla Principessa di Clèves di Madame de La Fayette, all’origine del romanzo moderno, quando nel Seicento le donne, spesso, per pubblicare non potevano usare il proprio nome.