Gran nobildonna comunista, musa dell’arte e dei partigiani

Una mostra a Torino, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, che aveva aperto nel 2020 e fu interrotta dalla pandemia, dal 12 marzo celebra Frida Kahlo attraverso le fotografie di Nickolas Muray. In questi giorni, inoltre, si ricorda il primo murale dipinto dall’artista messicano Diego Rivera, compagno di Frida, nel marzo 1922. Nessuno però si rammenta di una eccezionale nobildonna italiana, comunista, che di Frida e di Rivera fu amica: Cristina Casati Stampa di Soncino.

Morì di tumore al seno a Colesbourne, in Inghilterra, il 22 marzo 1953, lo stesso giorno in cui, nel 1848, i milanesi avevano cacciato gli austriaci al termine dell’insurrezione delle Cinque Giornate. Fu il caso a farla morire proprio quel 22 di marzo? O il destino? Certo è che Cristina, nata a Milano in un casato dell’alta nobiltà lombarda il 15 luglio 1901, bella, affascinante e inquieta, dedicò una buona parte della sua vita alle battaglie per il popolo.

Giovanissima danzatrice di tango, illustratrice e designer, di estrema sinistra già nei primi anni Trenta, dopo avere sposato Jack Hastings, conte di Huntingdon, e avere vissuto con lui in Polinesia, venne arrestata in Brasile nel ’36 per aver indagato sulla scomparsa del leader comunista Luis Prestos. Legata a Frida Kahlo, che ne fece il ritratto, e a Diego Rivera, che iniziò Jack Hastings alla pittura murale, Cristina aveva aderito al Partito comunista inglese. Nella primavera del 1937 raggiunse la Spagna assieme al visconte Peter Spencer Churchill, cugino di Winston. In veste di tesoriera dello Spanish Medical Aid, volle dare il suo apporto sul campo alla causa dei combattenti anti-franchisti. Luigi Longo, futuro segretario del Pci, allora tra i commissari delle Brigate Internazionali, le chiese di interrogare i fascisti italiani fatti prigionieri durante la battaglia di Guadalajara. Nel dopoguerra, ritornata in Italia con il secondo marito Wogan Philipps, barone di Milford e unico comunista a sedere nella Camera dei Lord, Cristina decise di fare gestire in maniera cooperativistica dai contadini la sua azienda Cascina Fornace di Cusago, alle porte di Milano.

Una donna non comune, insomma. Anzi, decisamente straordinaria. Tanto notevole che Charlie Chaplin se ne innamorò negli anni Venti. Eppure oggi è caduto nell’oblio assoluto il nome di Cristina, figlia del marchese Camillo Casati Stampa e di Luisa Amman, la grande protagonista della vita mondana dei primi decenni del Novecento, icona dell’arte internazionale e al centro di svariati amori, tra cui Gabriele D’Annunzio. Su Luisa Casati esce, in questi giorni, l’ennesimo libro: Il rovescio dell’abito (Guanda) di Marta Morazzoni. Sulla figlia, invece, il silenzio; a contribuire concorse Wogan Philipps. Quando Cristina morì, come narra Selina Hastings (figlia di Jack e della seconda moglie) in The Red Earl, Wogan buttò in un fiume tutte le sue fotografie, le lettere, i suoi disegni.

Anche in Italia pochissimi ne hanno conservato un ricordo. C’è intanto il bel profilo biografico compilato da Augusto Cantaluppi, presente nel sito dell’Istituto Ferruccio Parri Oggi in Spagna, domani in Italia, che è dedicato ai volontari italiani antifascisti della guerra civile di Spagna. E sopravvive una traccia nel discorso che Aldo Tortorella, noto dirigente del Pci, pronunciò nel 2012 alla Casa della Cultura di Milano, per rendere omaggio a Wogan Philipps. Disse di Cristina, tra le altre cose, che “sarebbe da conoscere bene la storia intellettuale di questa bella e intelligente signora che si sente vicina ai comunisti, lei, erede di uno storico casato milanese, divenuta in prime nozze contessa inglese, figlia di quella bellissima e ricchissima Luisa Casati ritratta dai più grandi pittori, celebrata dai poeti, famosa per il suo amore per l’arte, gli artisti, la vita stravagante e le dissipazioni”. E aggiunse che “Cristina aveva avvertito il declino di una classe sociale, non solo per la fine dell’aristocrazia, ma anche per l’esaurirsi della funzione progressiva della grande borghesia imprenditoriale – il nonno materno Amman era stato il più importante industriale tessile di Milano – quasi tutta passata al fascismo”. L’auspicio di Tortorella sulla diffusione della storia di “Crissy”, come la chiamavano, tuttavia è caduto nel vuoto.

I genitori siciliani del JAZZ

Le tre navi si chiamavano tutte Montebello. Vi erano ricavate centinaia di cuccette per gli emigranti. Salpavano da Palermo: nel 1880 si imbarcò la famiglia di Girolamo La Rocca, destinazione New Orleans, il biglietto costava la metà rispetto a New York, e poi la Louisiana dei campi di cotone era una chance per gli agricoltori siciliani. I La Rocca erano di Salaparuta: nessuno, durante il viaggio, immaginava che la radice isolana avrebbe fatto nascere l’albero secolare del jazz.

Dominic James La Rocca, detto Nick, uno dei quattro figli di Girolamo, sarebbe diventato un cornettista provetto e bandleader. A New Orleans servivano musicisti per allietare i bordelli di Storyville, il “distretto” dove si offrivano i servizi elencati nei “libri blu”, sul cui frontespizio spiccava l’Honi Soit caro all’Ordine della Giarrettiera. Quando l’America entrò in guerra, troppi soldati si imboscavano a Storyville. E Washington voleva che il contingente da spedire in Europa avesse una solida “corazza morale”. Così, il distretto a luci rosse fu chiuso, nello stesso anno, il 1917, in cui veniva pubblicato il primo disco del genere, Livery Stable Blues. I musicisti erano proprio La Rocca e la sua Original Dixieland Jass Band. Attenzione: Jass con due s. Di quella misteriosa parola tutti ignoravano l’etimologia, ma indicava qualcosa tra il sesso e la gioia di vivere.

La Rocca e i suoi erano andati a incidere il 78 giri a Manhattan: era il momento in cui quei ritmi carichi di erotismo e improvvisazione inseguivano le puttane costrette a spostarsi da Storyville fino a New York e Chicago. Ma era fatta. Il seme siciliano aveva fecondato il Nuovo Mondo. “Possiedo quel disco, nella stampa originale”, nota orgoglioso Lino Patruno, storico divulgatore del jazz, una vita sui palchi a suonarlo come si deve. “La trasformazione delle due s in z deriva dagli scherzi dei monelli che in strada coprivano la j sui manifesti di Livery Stable Blues, così che restasse visibile solo ass, cioè culo. La Rca Victor chiese perciò a La Rocca una modifica: la parola divenne per sempre jazz”.

Accadeva prima degli anni Venti e delle registrazioni di Louis Armstrong, che stabilivano la continuità di un filone che nei Dieci aveva visto lavorare Jerry Roll Morton, ma senza tracce documentali. “La Rocca è stato il padre nobile del jazz: e da Salaparuta sono partiti alla conquista degli Usa anche il Louis Prima di Just a Gigolo e Leon Roppolo, leader della New Orleans Rhythm Kings. La colonia italiana era nutrita: da Joe Venuti, violinista precursore, al molisano Salvatore Massaro, in arte Eddie Lang, il primo prodigioso chitarrista. Suonava a Harlem, con il nero di tappo sul volto perché sembrasse di colore. Senza dimenticare Jimmy Durante, attore ed eclettico pianista”, spiega Patruno, che è stato appena onorato da un messaggio di Sergio Mattarella, che lo ringrazia per “lo studio che ha voluto inviarmi e che ho letto con interesse”. Il presidente ha sottolineato a Patruno “l’importanza di rivalutare figure come Nick La Rocca – e anche molti altri nostri connazionali – che hanno dato un contributo significativo alla diffusione del jazz. È interessante constatare come tale genere musicale abbia avuto, fin dall’origine, fra i suoi pionieri musicisti italiani”. Un’attenzione concreta, quella del capo dello Stato, visto che a Salaparuta esiste un Centro Studi intitolato a La Rocca.

Intanto Patruno è alla ricerca di una sede per la sua Foundation, alla quale donare la sua sterminata collezione di cimeli. “Qui a Roma ho incontrato Gualtieri, mi è parso interessato. Il sindaco suona bene la chitarra e canta. Chissà…”, sospira l’86enne Lino. A casa custodisce, tra gli altri, i dischi che gli affidò Carla Puccini, seconda moglie di Romano Mussolini, alla morte del figlio del Duce. “Suo padre non amava il jazz, genere osteggiato dal regime: i titoli dovevano essere tradotti in italiano. St. Louis Blues di Bing Crosby divenne Le tristezze di San Luigi! Erano 78 giri che Romano, Vittorio ed Edda ascoltavano a Villa Torlonia, di nascosto dal genitore”.

La vertigine del Novecento trascina in prima fila un insospettabile cultore. “Goebbels”, rivela Patruno. “A Monaco conobbi Freddy Brucksieter, già batterista nella Charlie and His Orchestra. Questo Charlie era un tedesco di padre inglese, riscriveva tutti i testi dei brani nella lingua germanica, rovesciandoli in una propaganda hitleriana. Goebbels, molto astuto, aveva ordinato di stravolgere il repertorio e il senso della musica detestata dal Führer. Per amore del jazz”.

La morale fasulla dell’occidente

Se gli ucraini si battono con le armi, come è loro sacrosanto diritto, contro gli invasori russi sono considerati, come in effetti sono, dei coraggiosi resistenti, se lo fanno gli afghani, e non per pochi giorni (si spera almeno che siano pochi), ma per vent’anni, sono dei “terroristi” e anche se hanno vinto la partita tali restano tant’è che non si vuol dare legittimità all’attuale governo afghano che altro non è che il proseguimento di quello che c’era prima dell’invasione e occupazione occidentale e quindi nemmeno un seggio alle Nazioni Unite.

Si preferisce confiscargli i 9 miliardi di dollari che il precedente governo fantoccio ha depositato nelle banche americane così come oggi si neutralizzano le banche russe all’estero, confondendo in questo modo gli aggressori, Putin e Nato, con l’aggredito.

In vent’anni non ho sentito una sola voce, tranne la mia, bisogna pur dirlo, levarsi contro l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan non dico, com’è ovvio, dai Paesi occidentali occupanti, fra cui c’era anche l’Italia, ma nemmeno da forze neutrali. I vari papi che si sono succeduti dal 2001 non hanno mai pronunciato una parola, una sola, sull’Afghanistan. Eppure in seguito a quell’occupazione ci sono stati in Afghanistan 230.000 vittime civili, non contando, giustamente, i 70.000 caduti talebani perché i Talebani erano dei guerriglieri e quindi, come ogni soldato, sapevano e accettavano i rischi cui andavano incontro.

Adesso che l’aggressore è la Russia è riesploso il pacifismo universale che dormiva da oltre trent’anni, dalla prima Guerra del Golfo. Si favoleggia anche di trascinare Vladimir Putin davanti al Tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra o genocidio. A parte che mi sembra un tantino difficile andare a prenderlo come se fosse un Milosevic qualsiasi, se le cose stessero così davanti a quel Tribunale dovrebbero sedere Bush figlio, Obama, Sarkozy e molti generali tagliagole da Abdel Fattah Al Sisi a Recep Tayyip Erdogan.

Insopportabile è poi la retorica sui bambini di cui si è fatto veltro, insieme a tantissimi altri, Walter Veltroni con un articolo sul Corriere del 26.02 intitolato “I bambini e la guerra”. Durante la prima Guerra del Golfo (1990) gli americani, per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno che era stato battuto perfino dai curdi, bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo più di 160.000 civili fra cui 32.195 bambini. Mi ricordo che quando a Zapping, dove allora ero spesso invitato, riferivo questa cifra mi aspettavo che si replicasse che raccontavo fandonie (ma questo non potevano farlo perché erano dati, sia pur sfuggiti di mano, del Pentagono) o con grida di orrore. Invece niente, si continuava a parlare di Rutelli o di altre scemenze del genere. È vero che la prima Guerra del Golfo aveva una sua legittimità perché Saddam Hussein aveva aggredito il Kuwait, uno Stato sovrano peraltro inventato dagli americani nel 1960 per usi petroliferi. Però questo i 32.195 bambini iracheni, che non sono meno bambini di quelli ucraini o dei nostri bambini, non potevano saperlo.

Nella seconda Guerra del Golfo, del 2003, che è costata all’Iraq fra i 650 e i 750 mila morti civili, Saddam fu aggredito sulla base di una menzogna: che possedesse “armi di distruzione di massa”. Queste armi in effetti Saddam le aveva avute, gliele avevano fornite gli americani, i francesi e, via Germania Est, i sovietici perché le usasse in funzione anti-iraniana e anti-curda. Ma nel 2003 non le aveva più perché le aveva esaurite appunto sui soldati iraniani e sui curdi. Ad Halabja, piccola cittadina curdo-irachena, “gasò” in un sol colpo 5000 persone. Ma in Occidente nessuno alzò un solo laio perché in quel momento il rais di Baghdad era un nostro criptoalleato (e quando verrà giustiziato non sarà per Halabja, genocidio in cui gli occidentali erano fortemente compromessi, ma per fatti di molta minor gravità).

Ma la vicenda forse più clamorosa, come ho ricordato sul Fatto del 26.2, è quella che riguarda l’aggressione del 2011 alla Libia del colonnello Gheddafi, un’aggressione che, come quelle precedenti alla Serbia per il Kosovo del 1999 e all’Iraq del 2003, venne perpetrata non solo senza l’avallo dell’Onu, ma contro la volontà dell’Onu e soprattutto senza alcun valido motivo. I pruriti terroristici di Gheddafi erano spenti da tempo. Gheddafi commerciava con la Francia e con l’Italia e proprio con quest’ultima aveva ottimi rapporti tanto che il premier Berlusconi lo ospitò in pompa magna a Roma, permettendo ai suoi beduini di attendarsi nella caserma intitolata a Salvo D’Acquisto. Ma quando la Libia di Gheddafi fu aggredita dai franco-americani, con l’appoggio dell’Italia di Silvio Berlusconi che pur declamava un’amicizia quasi omosessuale col colonnello come farà poi in seguito con Putin, nessuno osò proferire parola. Gheddafi verrà poi linciato, torturato e ucciso in un modo talmente barbaro che farebbe arrossire anche i cosiddetti “tagliagole dell’Isis”.

I risultati di questa gloriosa operazione, comunque illegittima in partenza, a prescindere, sono oggi sotto gli occhi di tutti. La Libia di Gheddafi era un Paese ordinato, in sostanza il colonnello si limitava a favorire la sua tribù d’origine, i Warfalla, e svariati parenti e amici, cosa che peraltro si fa anche in Italia. Oggi la Libia è un campo di battaglia tra le tribù che Gheddafi riusciva a tenere sotto controllo e in questo parapiglia si inserisce Isis. Gli scafisti devono pagare una taglia all’Isis per poter salpare dalle coste libiche con i loro barconi sfondati, carichi di persone che provengono perlopiù da paesi dell’Africa subsahariana ridotti alla fame proprio dall’intrusione del nostro modello di sviluppo che ha scalzato il loro sul quale quelle genti avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni.

L’Occidente non ha quindi alcun titolo per poter far la morale a nessuno. Nemmeno a Putin. E se in Italia serpeggia, sia pur sotto traccia per non essere massacrati dalla communis opinio, una certa simpatia per Putin, non è certo per una qualche animosità contro l’incolpevole e aggredita Ucraina. È un contraccolpo del collaudato metodo dei “due pesi e due misure”, insomma dell’esasperante e insopportabile ipocrisia occidentale.

 

“La Costituzione non ammette mai discriminazioni: rischio autoritarismo”

La china scivolosa dell’autoritarismo è dietro l’angolo. La Costituzione non ammette discriminazioni politiche in ragione dei convincimenti individuali, anche quando c’è un conflitto bellico”, sostiene a proposito del doppio caso Nori-Gergiev caso Corrado Caruso, professore di Diritto costituzionale all’Università di Bologna pensierounico

Da Gergiev a Dostoevskij: una cancellazione tira l’altra

“Caro professore, il prorettore alla didattica ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”.

Non è ben chiaro quali timori e quali forme di polemica abbiano suggerito la cancellazione lampo del corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori, in programma all’Università Bicocca di Milano. Poi, altrettanto rapidamente, la cancellazione è stata cancellata – si sa, una cancellazione tira l’altra –, il corso si terrà regolarmente, ma in noialtri vecchi lettori l’ombra del dubbio rimane.

Perché occuparsi in questo momento di Dostoevskij potrebbe essere un passo falso? Stavrogin è sospettato di essere il consigliere segreto di Putin? Il Grande Inquisitore ha in animo di scomunicare Zelensky? I fratelli Karamazov detengono gli altri due dei tre codici del nucleare?

In attesa di venirne a capo, nemmeno noi ci sentiamo tranquilli, noi che abbiamo sugli scaffali non solo Delitto e castigo, ma anche Guerra e pace (da Dostoevskij a Tolstoj è un attimo). Prorettore, che dice: dobbiamo eliminarli dalla libreria almeno fino al cessate il fuoco?

L’idea che uno degli scrittori più profondamente ossessionati dall’idea della colpa e dal libero arbitrio possa generare “qualsiasi forma di polemica” suonerebbe comica, come ha fatto notare lo stesso Nori, se non fosse la goccia che fa traboccare il barile censorio di questi ultimi giorni.

Una cancellazione tira l’altra, e quella ventilata del corso su Dostoevskij arriva dopo quelle del Padiglione della Russia dalla Biennale d’arte di Venezia, del Padiglione dalla Triennale di Milano (“Abbiamo ritirato l’invito al governo russo”), dopo la cacciata del direttore Valerij Gergiev, atteso alla Scala per dirigere La dama di picche (ma con Puškin e con Cajkowskji che si fa? Quei due cosacchi li teniamo in cartellone lo stesso?).

Dopo il blocco e le sanzioni economiche, sono arrivate le sanzioni artistiche e il blocco letterario, ma qui Joe Biden non c’entra, bastano il sindaco di Milano Beppe Sala il presidente della Triennale Stefano Boeri e il prorettore dell’Università della Bicocca. E siccome prevenire è meglio che reprimere, c’è anche chi si è auto sanzionato da solo, come il soprano Anna Netrebko. Anch’ella attesa alla Scala come interprete di Adriana Lecovreur, ha preferito dare forfait: “Non sono un politico, ma un’artista: in questo momento preferisco fare un passo indietro.” Ed è proprio il preferisco di no opposto dalla Netrebko alla richiesta di dissociarsi pubblicamente dall’operato di Putin su cui vale la pena di riflettere. “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria”; dunque Vladimir Putin, da violento e nostalgico qual è, è riuscito a riaprire anche un mai sopito dilemma, quello della separazione delle carriere tra arte e politica. Dilemma novecentesco per eccellenza, affollato di contraddizioni.

Tanto per cominciare, se il problema fosse una certa inclinazione alla guerra e all’invasione di Paesi stranieri, che dovremmo fare con gli Stati Uniti? Niente corsi su Hemingway? Niente concerti di Bob Dylan, se Bob non si dissocia prima su Twitter? Ma dai. A differenza della scienza, l’arte non cerca evidenze; anzi, le fugge.

La terribile storia del secolo scorso annovera una schiera di mediocri artisti difensori della giustizia, della libertà, dell’uguaglianza (tanto più zelanti quanto più mediocri). Ma abbiamo avuto anche dei geni non indifferenti al fascino delle dittature, nazional socialismo compreso (illuminante a questo proposito la lettura di Doppia vita, l’autobiografia di Gottfried Benn appena ripubblicata da Adelphi). Davanti ai grandi temi della convivenza civile e sociale, per non parlare delle grandi utopie, è come se il genio creativo perdesse visibilità invece di guadagnarne, magari perché troppo intento a scrutare l’invisibile. Si può essere grandi artisti da engagé, ma anche da nichilisti. Céline è un antisemita e al tempo stesso un grande scrittore, e non possiamo farci niente, “l’arte è magia librata dalla menzogna di essere verità” ha detto il più antisemita dei filosofi. Ma poi, deve proprio esserci un messaggio nell’arte? E chi decide quale?

Cose che si ritenevano ovvie, scontate, tornano invece a titillare la delicata coscienza del nuovo Millennio, dove la sensibilità per il politicamente corretto è diventata un’ossessione che confina con la caccia alle streghe. Una cosa è essere al fianco dell’Ucraina, un’altra mettere all’indice chiunque, magari da cittadino russo, si rifiuti di prendere ogni altra posizione o possa turbare la Grande Alleanza, giù giù fino a insegnare Dostoevskij.

Nebretko si è espressa contro la guerra, forse in cuor suo è contro Putin, ma il punto su cui ha insistito è opporsi all’obbligo di dichiararsi in quanto artista, e su questo ha perfettamente ragione. Non si cancella un artista perché dissidente, qualunque sia la ragione della sua dissidenza.

Un grande isolato vale mille mediocri agit-prop, anche questo avrebbe dovuto insegnarci il Novecento. Altrimenti, per voltare le spalle a Putin, abbracciamo Ždanov. Il bello è che tutto questo avviene in nome di un Occidente che si proclama culla della tolleranza e della democrazia; ma com’è possibile che tolleranza e democrazia abbiano prodotto il diritto alla censura e la tentazione del pensiero unico? Su questo l’Occidente dovrebbe interrogare se stesso, prima di inquisire chiunque altro.

Le super porte girevoli tra Leonardo e i dem: da Minniti a Funiciello

Non c’è solo Massimo D’Alema tra gli uomini di estrazione Pd che si muovono nel “campo largo” dell’industria delle armi. Il tentativo dell’ex premier di fare l’intermediario per una vendita di navi e aerei militari italiani al governo della Colombia si inserisce in un quadro in cui le intersezioni tra politica e industria sono frequenti. Fincantieri e Leonardo sono i “campioni nazionali” dell’industria della difesa. La Fincantieri è guidata (da 20 anni) da Giuseppe Bono, manager di lungo corso dal passato socialista. Compirà 78 anni a fine mese, il suo mandato è in scadenza. Bono ha avuto anche l’appoggio della Lega e Forza Italia, ma è legato soprattutto a Giuliano Amato, ex socialista passato nel Pd.

Leonardo, l’ex Finmeccanica, da otto anni è guidata da un manager scelto dal Pd. Nell’aprile 2014 Matteo Renzi volle il “ferroviere” Mauro Moretti, che ha rivoltato il gruppo. Tre anni dopo è arrivato Alessandro Profumo, l’ex banchiere superstar (e dalla super busta paga) di Unicredit che nel 2012 il Pd, quando il segretario era Pier Luigi Bersani, aveva voluto alla presidenza del Monte dei Paschi di Siena. Dalla banca Profumo se n’è andato nell’agosto 2015 senza averla risanata, anzi. Si è lasciato alle spalle uno strascico di processi che riguardano non solo la gestione precedente di Giuseppe Mussari (scandalo Antonveneta) ma anche la sua. A volerlo a Leonardo nel 2017 è stato l’allora premier Paolo Gentiloni. L’ex banchiere è stato confermato nel 2020 dal secondo governo Conte.

Molti uomini del Pd occupano poltrone chiave dentro Leonardo. Alla Fondazione Leonardo Civiltà delle macchine, costituita nel 2018, il presidente è Luciano Violante, ex magistrato, ex deputato Pci e presidente della Camera, nominato quando il presidente di Leonardo era il suo amico Gianni De Gennaro, ex capo della polizia. Violante è anche nel comitato di indirizzo della Fondazione Italianieuropei, presieduta da D’Alema. La Fondazione Leonardo pubblica la rivista Civiltà delle macchine. Il primo direttore è stato Peppino Caldarola, ex dirigente del Pci, ex vicedirettore di Rinascita ed ex direttore dell’Unità. Quando Caldarola è morto, nel settembre 2020, è diventato nuovo direttore Antonio Funiciello, che era stato capo della segreteria di Gentiloni a Palazzo Chigi. Funiciello ha fatto un balzo di carriera con il “governo dei Migliori”, capo di gabinetto di Mario Draghi. Funiciello ha dovuto lasciare la rivista trimestrale di Leonardo, mentre è rimasto nel cda dell’Inpgi, il disastrato istituto di previdenza dei giornalisti, da cui riceve un compenso annuo di 45.312 euro lordi (nel 2020).

L’anno scorso Profumo ha creato un’altra fondazione, Med-Or. Lo scopo è migliorare i rapporti con Paesi “difficili” del Mediterraneo, a partire dalla Libia. Per fare il presidente Marco Minniti, che è stato ministro dell’Interno nel governo Gentiloni, si è dimesso da deputato Pd.

Nel 2020 Profumo ha assunto come dirigente Andrea Manciulli, ex segretario regionale del Pd in Toscana, deputato nella scorsa legislatura: si è occupato di difesa ed esteri come lobbista presso la Nato. Manciulli era già stato ingaggiato nel 2018 come consulente alla Fincantieri da Bono. Quando era dirigente si lamentava del suo status e dello stipendio, così Leonardo lo ha premiato. Manciulli è amico dell’esponente del Partito socialista francese Ségolène Royal.

Dei due gruppi si è parlato in questi giorni anche per i forti rialzi in Borsa, soprattutto lunedì, dopo che la Germania ha annunciato un aumento della spesa militare a oltre il 2% del Pil e di voler spendere 100 miliardi di euro una tantum. Le azioni di Leonardo sono salite fino al 18%, quelle di Fincantieri del 20%. Poi Fincantieri si è un po’ sgonfiata. Le porte girevoli non si fermano. E gli affari con le armi neanche. Da quando Putin ha attaccato l’Ucraina fino al 1º marzo il valore di Borsa di tutta Fincantieri è aumentato di 212 milioni, quello di Leonardo di un miliardo.

Armi&affari, così D’Alema mirava all’America Latina

Non solo Colombia. Non ancora chiusa la vendita di navi e aerei da guerra al governo di Bogotà, il “consulente” Massimo D’Alema già guardava ad altri Paesi del Sudamerica. Lo dice proprio l’ex premier durante la call del 9 febbraio cui partecipa un consulente della Colombia e un’interprete. “Noi vorremmo collaborare – dice D’Alema, registrato – anche in altri Paesi dell’America Latina”. L’interlocutore risponde: “Noi abbiamo interessi in Argentina, Uruguay e Paraguay”. La vicenda riguarda la trattativa, rivelata da Sassate.it, tra Leonardo e Fincantieri e la Colombia, per la vendita di 4 navi da guerra, due sommergibili e 24 caccia M346, per totali 5 miliardi di euro. Affare, saltato, che doveva essere mediato dallo studio legale Robert Allen Law di Miami, indicato da D’Alema ai due broker italiani accreditati in Colombia. Questi a ottobre 2021, a un incontro della Fondazione Italianeuropei, presieduta da D’Alema,chiesero all’ex premier di entrare in contatto con i vertici delle due partecipate dello Stato italiano. E il 10 dicembre 2021 il “leader Maximo” aveva già ricevuto dalla “equipo” di lavoro colombiana informazioni su altri affari nel paese sudamericano, tra cui un business da 395 milioni di dollari su Porto Magdalena.

Il Fatto ora scopre l’esistenza di un no disclosure agreement tra Leonardo e lo studio Allen, cui sarebbe seguito, concluse le verifiche, un incarico di assistenza nella negoziazione con la Colombia, mai firmato. Eppure lo studio Allen ha ricevuto un documento di 15 pagine, intitolato “M-346 Fighter Attack to Colombian Air Force – Main Proposal”. Dalla società sostengono che non si tratti di una vera offerta, ma di un “un listino prezzi” e che per l’offerta ci sarebbe voluta l’autorizzazione dello Uama (Unità per le autorizzazioni delle armi). Secondo una fonte del Fatto, i rapporti con lo studio Allen erano gestiti da D’Alema. “Il documento fu inviato allo studio da noi, non attraverso D’Alema”, ribattono da Leonardo. Resta da capire perché D’Alema, non legato a Leonardo, fosse in possesso del documento. “Se dallo studio Allan l’han passato a D’Alema, problemi loro”, dicono da Leonardo. Il referente allo studio Allen era l’avvocato Umberto Bonavita, che compare anche in un memorandum of understanding tra Colombia e Fincantieri. Bonavita, contattato dal Fatto, non ha risposto alle nostre domande. Il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, invece ha spiegato di aver chiesto lumi al dg di Leonardo (e non al presidente, come erroneamente riferitoci ieri).

“Equivocate le sue parole? Tirò picconate contro il 41bis”

L’ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi (M5s) ha risposto al giudice Carlo Renoldi, scelto da Marta Cartabia, come direttore del Dap. “La lettera di Renoldi – sostiene Ferraresi in una lunga riflessione consegnata al Fatto – non placa le nostre preoccupazioni”. Il riferimento è alla missiva che il consigliere di Cassazione ha scritto alla ministra dopo il dissenso espresso dalla quasi totalità delle forze politiche, eccetto FI e Iv, per la sua nomina alla luce delle frasi su ostativo, 41-bis e antimafia “arroccata nel culto dei martiri” pronunciate da Renoldi durante un convegno e riportate dal Fatto. Per Ferraresi “le sue parole non sono state equivocate ed è semplicistico da parte sua affermare di ‘non essere contrario al 41bis’. I suoi interventi sembrano quasi voler picconare diversi istituti fondamentali nel contrasto alle mafie”. Ferraresi ricorda la natura del 41 bis: “L’eccezionalità del ‘carcere duro’ è legata alla pervasività delle organizzazioni criminali: scindere questi due aspetti è un errore tragico”, non ha nulla a che vedere con la necessità del carcere “umano” per il quale l’ex sottosegretario si è impegnato con il ministro Alfonso Bonafede: c’è stato “un grosso investimento in tema di rieducazione della pena”, tra l’altro, “per operatori socio-pedagogici e spazi per la rieducazione. Firmati 70 protocolli per il lavoro di pubblica utilità”. E a Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, secondo cui Renoldi è “magistrato di grande equilibrio”, Ferraresi replica: “Schernire l’antimafia o definire le politiche del Movimento ‘ispirate a logiche perverse’ non mi pare sia una prova di equilibrio”. Infine, Ferraresi definisce la nomina di Renoldi “pericolosa”: il capo del Dap “dovrebbe tutelare la corretta gestione delle carceri, la rieducazione dei detenuti, ma anche la sicurezza della collettività e il contrasto alla mafia”.

“Renoldi al Dap? L’ultima cambiale della Trattativa”

La proposta del ministro Cartabia per il Dap? “A 30 anni dalle stragi sembra che si stiano pagando le ultime cambiali della trattativa Stato-mafia, siamo al redde rationem”, va giù duro Salvatore Borsellino, che aggiunge: “A Falcone e mio fratello hanno dedicato una moneta da 2 euro, dovevano dedicargli 30 denari”. Chiaro il riferimento al prezzo di Giuda, metafora del tradimento, “proprio nel trentennale, dell’eredità costituita dal patrimonio normativo che ci hanno lasciato Falcone e Borsellino”.

Ingegnere Borsellino, al Dap il ministro Cartabia propone un magistrato che esorta il dibattito pubblico ad abbandonare il principio della “centralità della vittima”, giudicato “schiettamente conservatore”. Lei che ne pensa?

Che siamo arrivati al “liberi tutti”. Che facciamo? Abbandoniamo la centralità della vittima per abbracciare la centralità dei criminali? Sono concetti che si commentano da soli.

Renoldi sostiene inoltre che in questi anni l’antimafia militante si è “arroccata nel culto dei martiri”, considerando i boss mafiosi come irriducibili…

È una frase vergognosa, prendiamo tristemente atto che, per Renoldi, lo studio nelle scuole del contributo di uomini come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone è portare avanti il “culto dei martiri”. A questo punto vorrei sapere se il ministro conosceva queste frasi che rasentano l’ignominia prima di proporre la nomina.

Perché, secondo lei, la nomina è inopportuna?

Perché Renoldi è colui che è dichiaratamente ostile alla conservazione del 41-bis come strumento necessario per la salvaguardia della società tutta dal perpetuarsi del potere decisionale dei capimafia detenuti, i quali, prima dell’avvento del 41-bis, continuavano a comandare e a ordinare omicidi dal carcere. Prendiamo altresì atto che, per Renoldi, la pluridecennale giurisprudenza in materia di reati mafiosi, secondo cui l’affiliato rimane irriducibilmente mafioso fino alla sua morte o alla sua collaborazione con la giustizia, è sbagliata; ma, soprattutto, prendiamo tristemente e rabbiosamente atto che, per Renoldi, il legislatore non deve mettere al centro del suo operato la difesa della vittima. Evidentemente non è sufficiente che (giustamente, sia chiaro) Nessuno tocchi Caino, si deve anche mandare a morte Abele.

In una lettera al Guardasigilli il nuovo capo (in predicato) del Dap fa una parziale marcia indietro, riconfermando tra l’altro l’importanza del 41-bis…

Per me resta evidente il significato irridente di quelle frasi, non saranno i suoi equilibrismi verbali a modificare il senso di quelle parole. Sono ritrattazioni tardive e inaccettabili.

Lei è da sempre critico nei confronti della riforma della giustizia varata dalla Cartabia. Perché?

Neanche Berlusconi era riuscito a fare queste cose che l’Europa neanche ci ha chiesto, era troppo concentrato sulle leggi ad personam.

Che cosa chiederebbe oggi al Guardasigilli?

Le chiederei qual è il messaggio che hanno deciso di mandare ai cittadini italiani. Vogliono forse comunicare che con la mafia si deve convivere? Hanno deciso di abiurare al loro giuramento di difendere i cittadini dal cancro mafioso? Se fosse così, pretendiamo che il governo e la ministra Cartabia si assumano la responsabilità di dichiararlo esplicitamente agli italiani e, soprattutto, alle vittime di mafia e ai loro familiari. Il ministro deve dire chiaramente che si sta tornando indietro di decenni.

Ora che il Guardasigilli si appresta a varare la nomina del nuovo capo del Dap, osteggiata da M5S e Lega, mentre Camera e Senato dovranno rimodulare entro maggio l’ergastolo ostativo seguendo le indicazioni della Consulta, l’auspicio di Maria Falcone è che sulla nomina al Dap “non si arretri di un millimetro” e che ‘”alle dichiarazioni seguano i fatti e che le istituzioni e la politica siano coerenti e dimostrino con azioni concrete il loro impegno contro le mafie”. Qual è il suo?

Mi auguro che il Parlamento non distrugga il patrimonio normativo lasciato da Falcone e Borsellino decretando un definitivo “liberi tutti”.

Milano, sgominata la baby gang Z4: presi 8 minori, anche 12enni

Quattordici rapine, violenze e minacce ai passanti, anche solo per dimostrare la forza del gruppo. Così avrebbero agito gli 8 ragazzini componenti della baby gang denominata “Z4” arrestati dai carabinieri del comando provinciale di Milano, coordinati dal sostituto procuratore presso il Tribunale per i minorenni, Sabrina Ditaranto. Gli 8 fermati, tutti minorenni, sono accusati a vario titolo e in concorso, di rapina e lesioni personali aggravate ed erano attivi nei quartieri di Corvetto e Calvairate. Nel gruppo anche 12enni (non imputabili): i più grandi hanno 17 anni.