Virus e tumori “La battaglia di noi oncologhe per curare i più fragili”

Buongiorno, alcune settimane fa il Fatto Quotidiano ha pubblicato la lettera di una lettrice di Bologna affetta da tumore, che temiamo possa generare confusione e insinuare il dubbio che i pazienti oncologici che hanno contratto l’infezione Covid-19 possano essere, o siano stati, discriminati.

Siamo oncologhe che lavorano presso il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, quindi direttamente chiamate in causa. Come lettrici affezionate al giornale, siamo anche un po’ stupite e dispiaciute che non sia stata avvertita la necessità di acquisire anche il parere dei medici che quotidianamente si confrontano con i nuovi problemi posti dalla pandemia.

Le patologie oncologiche sono molteplici e variano per aggressività e prognosi. Di conseguenza, per le persone in trattamento oncologico che risultano positive al Covid-19, le soluzioni terapeutiche devono essere considerate caso per caso. Alcune terapie possono proseguire senza interruzione perché il quadro clinico non suggerisce possibili interferenze tra le due condizioni patologiche; altre terapie invece è preferibile che siano temporaneamente sospese, in attesa del tampone negativo, perché non sempre sono noti gli effetti delle terapie antitumorali sulla patologia infettiva, e quelli del virus sulla risposta alla terapia oncologica. Se però si ipotizza che un ritardo del ciclo di terapia possa comportare un peggioramento della prognosi della patologia oncologica, occorre non sospendere per evitare che i rischi siano superiori a quelli causati dall’infezione; per fortuna questo accade raramente.

Lo scenario in cui ci muoviamo è complesso, privo di certezze e di consolidata esperienza, e ciò richiede cautela ed equilibrio perché coinvolge pazienti particolarmente fragili e meritevoli di attenzione, non solo strettamente clinica.

A fronte di una comunicazione pubblica non sempre comprensibile e coerente, è possibile che anche nell’interazione tra sanitari e pazienti sorgano malintesi.

Nel nostro servizio abbiamo sempre agito orientando i nostri sforzi al conseguimento del migliore risultato possibile e di questo impegno vorremmo assicurare i lettori e le lettrici del Fatto Quotidiano. Il coraggio e la responsabilità non mancano ai medici del servizio pubblico che in questi mesi di pandemia non si sono risparmiati e non hanno aspettato il vaccino per compiere il loro lavoro e per scegliere sempre nell’interesse delle persone che hanno in cura.

Nicoletta Cacciari e Marta Cubelli

Mail Box

Caro Franceschini, tolga la pubblicità dalla musica

Signor ministro Franceschini, intervenga per evitare questo sacrilegio: l’interruzione dell’esecuzione di musica classica con spot pubblicitari. Lei ci pensa, Signor Ministro, mentre uno se ne sta in religioso silenzio ad ascoltare (solo per fare un esempio) la dolcissima Serenade di Schubert subire la violenza (perché di questo si tratta) di qualcuno che si intromette per consigliarti un detersivo o un hamburger? Si interrompe la sacralità di un momento magico! Tutto ciò non può e non deve essere consentito! Certo si deve accettare (è la legge del mercato) la presenza della pubblicità prima e dopo l’esecuzione dei pezzi, ma mai durante: si tratta di un obbrobrio culturale.

Gaetano Gaziano

 

Qui il mandato del capo dello Stato dura troppo

In Italia la presidenza della Repubblica dura troppo! La pronipote di Federico II, presidente del Corpus Saecularium Legum, ha dichiarato: “Bella la Repubblica, ma in fondo è una monarchia in miniatura!”. ” Il Corpus Saecularium Legum stabilisce che la durata di 7 anni dell’incarico dei presidenti della Repubblica in Italia sia residuo immarcescibile di archeologia monarchica. In Francia, ad esempio, il presidente dura in carica 5 anni, e già i francesi sbuffano che siano troppi e si apprestano a ridurre gli anni di presidenza a tre. In Italia è un vero residuo dell’archeologia che avanza, visto che è incapace di rinnovarsi adeguando la durata delle presidenze della Repubblica almeno a 5, come in Francia.

Yasmin von Hohenstaufen

 

Mottarone: l’ennesima sciagura evitabile

Sicuramente nel discorso di commemorazione fatto da qualche politico per ricordare l’ennesima sciagura in cui hanno perso la vita 13 persone innocenti ci saranno frasi come: “Irresponsabili! Dovranno pagare affinché ciò non dovrà accadere più!”. Ho 85 anni e questa frase, nella mia lunga vita, l’ho sentita migliaia di volte. In questi giorni sto sentendo parlare di riforme, tra cui quella degli appalti e della giustizia. Secondo me, alla luce di quanto è previsto, nulla cambierà e pertanto quelle povere vittime non avranno mai giustizia, vuoi per la corruzione e vuoi per la malavita che si sono “accomodate” nel nostro sociale collettivo. Finché non si faranno queste riforme, assisteremo sempre a queste tragedie.

G. Algozzino

 

Il buffet di Figliuolo è la norma, purtroppo

Lavoro come civile in un ambiente militare e vi garantisco che i buffet a cui ha partecipato Figliuolo sono la norma, e non l’eccezione, in questi mesi di pandemia. Capirete come mai l’Italia non ha mai vinto una guerra che sia una. Hanno messo le persone giuste ai posti giusti, come al solito. Povera patria…

a. m.

 

Impreciso accostare legge Acerbo e Scelba

Destano perplessità gli argomenti con cui Gianfranco Pasquino (sul Fatto Quotidiano, 29 maggio) boccia l’idea di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione. L’accostamento alle malfamate leggi Acerbo e Scelba è fuorviante. La prima concedeva alla lista più votata, se conseguiva almeno il 25% dei voti, 356 seggi su 535 (il 66,5%). La seconda, valida solo per la Camera, accordava alla coalizione più votata, se raggiungeva almeno la metà più uno dei voti, 380 seggi su 590 (il 64,4%). La proposta odierna di proporzionale con premio è tutt’altra cosa: darebbe alla coalizione più votata, se consegue almeno il 40-45% dei voti (quale sia esattamente la soglia più opportuna è questione aperta), il 55% dei seggi alla Camera (220 su 400) e al Senato (110 su 200). Caratteristiche che la rendono imparagonabile alle norme del 1923 e del 1953: la soglia di premio (40/45%) non è troppo bassa; l’entità massima del premio (non più di 10-15 punti percentuali) è moderata e rispetta la sentenza 35/2017 della Consulta; il numero di seggi alla coalizione vincitrice è prudentemente lontano dai più cruciali quorum costituzionali di garanzia. Il proporzionale con premio attualmente in discussione (che premia, notare bene, non una lista ma una coalizione di liste, un altro pianeta rispetto all’Italicum) ha anche il pregio che gli elettori, già al primo turno, o nell’assai improbabile ballottaggio a due, tornerebbero a poter scegliere la maggioranza di governo.

Dario Parrini

 

Sul Conticidio alcuni attacchi mi erano sfuggiti

Egregio direttore, sto leggendo il suo libro appena uscito. La ringrazio per la sua accuratezza nel riassumere la storia di questi ultimi due anni. È davvero disperante vedere come tutti si sono accaniti contro il governo Conte. Certi attacchi sul momento mi erano sfuggiti. Continui a vegliare sull’operato della nostra classe dirigente. Voi del Fatto siete gli unici intellettualmente onesti. Gli unici che seguo da sempre. Buon lavoro a tutta la redazione.

Luciana Reali

 

Ieri abbiamo riferito in prima pagina dell’inchiesta giudiziaria sullo scandalo dei nuovi dirigenti ingaggiati dalla giunta Solinas in Sardegna dopo i servizi del Fatto. Il primo articolo era uscito il 10 maggio su Sardiniapost a firma di Alessandra Carta, da noi citata. Onore al merito.

I vari politici, il gas serra e la soluzione studiata dalla Knob a base di aglio

I politici sono una delle principali fonti di gas serra al mondo. “Se fossero un Paese”, ha scritto il New York Times, “sarebbero il sesto al mondo per emissioni di metano, davanti a Brasile, Giappone e Germania. Ogni politico rilascia nell’atmosfera gas serra equivalenti a circa due tonnellate di anidride carbonica all’anno. Visto che l’aumento dei gas serra è la principale causa del riscaldamento globale, e visto che i politici, nel mondo, sono più di un miliardo, è un problema”. La strada più diretta per ridurre le emissioni inquinanti dei politici sarebbe ridurne il numero abolendo parlamenti e governi, ma per svariate ragioni è una strada difficilmente praticabile nel breve termine. Ne esiste un’altra, però: rendere più ecologici i politici riducendo le loro emissioni. La Knob, un’azienda svizzera, sta testando una dieta a base d’aglio per aiutare i politici di ogni latitudine a ridurre rutti e flatulenze, cioè i due modi con cui i politici rilasciano gas, soprattutto metano, nell’atmosfera. La Knob iniziò a occuparsi di politici nel 2010, quando un suo ricercatore, Werner Hurzog, che dopo il divorzio dalla moglie viveva nello stomaco di una mucca a Friburgo ad affitto bloccato, scoprì che l’aglio uccideva certi microbi gastrici bovini, e provò a vedere se qualcosa di simile poteva succedere con i politici. In laboratorio si rese conto che in effetti l’aglio migliorava i processi digestivi della Merkel, di Sarkozy e di Berlusconi, contribuendo quindi alla riduzione delle loro emissioni di metano. Ma quanto aglio far ingerire ai politici? Una quantità eccessiva renderebbe la loro proverbiale fiatella letale. Così, per determinare la dose congrua, Hurzog si reca ogni settimana in un parlamento europeo con dei sondini, li insinua negli stomaci di politici scelti a caso, e ne estrae il contenuto, un liquido che emana “lo stesso odore di una flatulenza”, per poi verificare in laboratorio l’effetto di determinate sostanze su quel liquido. Lo stomaco di un politico, in effetti, è un posto peculiare: è un ambiente privo di ossigeno e a temperatura stabile, “simile alle cisterne usate per la fermentazione della birra”. Nello stomaco di un politico i microbi decompongono e fanno fermentare sostanze di ogni tipo, tanto che i politici possono mangiare praticamente di tutto. “Potrebbero vivere mangiando i banchi su cui siedono”, ha detto Hurzog al New York Times. Queste sorprendenti capacità hanno però lo svantaggio di creare come sottoprodotto il metano, una sostanza che i politici non possono trasformare in energia e che quindi si accumula, e da cui i poveri politici si liberano come riescono. L’idea di Klob, che sta già sperimentando il suo composto negli stomaci di alcuni ministri del governo Draghi, è somministrare loro, insieme a quel che mangiano abitualmente alla buvette, degli integratori a base di aglio e altre sostanze: al momento sembrano dare risultati piuttosto promettenti le urine di Brunetta, non si sa perché; quindi ha fatto un balzo in Borsa l’azienda olandese che sta lavorando a un surrogato delle urine di Brunetta (+15% solo ieri, contrattazioni sospese per eccesso di rialzo). Tutti i risultati finora ottenuti sono da considerarsi preliminari: andranno confermati su grande scala, in territori diversi, e con climi diversi, ma Hurzog è ottimista. L’altra possibilità è coinvolgere l’Eni affinché colleghi ai propri metanodotti, con tubi aspiratori a stantuffo, il culo dei politici europei seduti in Parlamento, che verrebbero ricompensati per la produzione (la mazzetta si aggirerebbe sui 50 euro all’anno per ogni politico). Eni potrebbe poi affidare i lavori a società riconducibili alla moglie di Descalzi, il quale potrà sempre dire di non saperne nulla: in Africa ha funzionato.

 

Robot pagato coi soldi pubblici. Ma usato dai medici privati

“I cento interventi effettuati da ottobre 2020 a oggi” grazie “all’utilizzo del Robot Da Vinci” sono un “grande risultato”. Così pochi giorni fa, Regione Lombardia e Asst Ospedale San Paolo di Milano festeggiavano il successo della nuova Scuola di formazione in Chirurgia robotica dell’Università Statale di Milano, guidata dal prof. Paolo Pietro Bianchi. E, in effetti, dal punto di vista medico, è stato un successo. Un po’ meno sul fronte finanziario, visto che almeno 10 di quelle 100 operazioni (ma potrebbero essere state molte di più) sono state effettuate in regime libero professionale (cioè a pagamento per il paziente), una pratica vietata dal contratto in essere con la società fornitrice.

Il Robot da Vinci, infatti, era stato fornito dall’Università all’ospedale con una chiara indicazione, come si legge nella delibera regionale XI/3352 del luglio 2020: “Le risorse destinate a impianti, strumentazioni, attrezzature e altri investimenti in cespiti materiali devono essere utilizzati esclusivamente per l’attività istituzionale, e pertanto non economica, svolta dall’Università degli Studi di Milano – anche per il tramite dell’azienda ospedaliera Santi Paolo e Carlo – in conformità ai fini istituzionali”. Tradotto: solo operazioni gratuite.

Invece gli interventi a pagamento sono stati fatti. Tutte operazioni non salva vita. Per di più, effettuate nel pieno della seconda e terza ondata, quando la chirurgia in regime privato e quella elettiva (cioè rinviabile) erano se non vietate, sicuramente sconsigliate, perché i medici servivano per fronteggiare il Covid. A maggior ragione, perché ciò è avvenuto all’Asst Santi Paolo e Carlo (i due ospedali hanno un’unica gestione), la struttura ospedaliera finita a novembre 2020 al centro delle cronache per la rivolta dei 50 medici del pronto soccorso, che accusavano i vertici sanitari di averli lasciati solo a fronteggiare lo tsunami. Così, mentre al pronto soccorso del San Carlo si protestava, alla Scuola di medicina robotica del San Paolo si operava. E si guadagnava.

Quella del Da Vinci è storia complessa: ceduto in comodato d’uso gratuito alla Statale dalla società Ab Medica, era stato finanziato dall’assessorato regionale all’Università con 700mila euro. Fondi usati per l’acquisto di una consolle necessaria per farlo funzionare (strumentazione comprata con soldi pubblici per un robot di proprietà di un privato). Il progetto prevedeva poi che il robot fosse installato al San Paolo dove si sarebbe attivato un nuovo corso di laurea, guidato dal Bianchi. E, visto che era parte di un progetto didattico, nell’accordo fra Università Statale e Regione Lombardia, era specificato che dovesse essere usato senza fini di lucro. Ma la storia non è finita: per funzionare il Da Vinci si utilizzano kit chirurgici (uno a intervento). La Statale, col robot, aveva finanziato anche 100 kit, che però presto terminano. Così il San Paolo a ottobre 2020 ha dovuto acquistare (senza gara) ulteriori 10 kit, necessari (lo scrive lo stesso ospedale) per altrettanti interventi in regime di solvenza. E da chi li ha comprati? Dalla Ab Medica (la società che aveva dato il robot in comodato all’università), per 48.051,84 euro.

L’acquisto è stato fatto, ma è deliberato dall’ospedale solo un mese dopo, il 20 novembre 2020, cioè ad interventi già effettuati. Interrogata dal consigliere Pd Pietro Bussolati, l’assessore alla Sanità, Letizia Moratti, ha risposto che non vi è alcun problema, perché “l’accordo ha previsto la fornitura gratuita di un definito quantitativo delle apparecchiature per l’esecuzione degli interventi in regime di libera professione” e che “gli interventi che hanno comportato l’utilizzo di un numero di kit in eccesso (…) rientrano nella casistica necessaria per espletare l’attività didattico-formativa e di ricerca”. Aggiungeva, l’ex sindaca milanese, anche che “la modalità di effettuazione scelta prevede il rimborso del materiale e di parte della tariffa Drg a carico dei pazienti, non gravando pertanto sui costi istituzionali della Asst Santi Carlo e Paolo”. Per Moratti quindi gli interventi a pagamento si potevano fare. Peccato che le sue dichiarazioni siano nettamente in contrasto con le delibere, e in particolare con la numero 3352, che a pagina 5 recita: “Non sarà svolta alcuna attività economica da parte dell’Università Statale di Milano e dell’Azienda ospedaliera Santi Paolo e Carlo (…) dalla data di acquisto dell’apparecchiatura e per tutto il periodo di ammortamento della stessa, garantendone la più ampia messa a disposizione”.

Resta il fatto che nella sua risposta, Letizia Moratti non ha tenuto conto di tutti quei pazienti che non hanno potuto pagarsi l’intervento e che non sono stati operati perché sorpassati dai solventi.

Funivia, i pm: “Forse il cavo si è rovinato a causa dei forchettoni”. I tecnici si dividono

Esiste una correlazione fra l’uso massiccio dei forchettoni bloccafreni, sulla funivia Stresa Mottarone, e la rottura della fune traente? Se lo chiedono gli inquirenti che stanno indagando sul disastro che domenica 23 maggio ha provocato la morte di 14 persone. Gli investigatori non escludono, infatti, che i sistemi bloccanti abbiano scaricato troppa tensione sul cavo d’acciaio che ha poi ceduto. Gli esperti, tuttavia, su questo tema sono scettici: “Ritengo un’ipotesi simile praticamente impossibile – commenta Piergiacomo Giuppani, ingegnere specializzato negli impianti a fune – sarebbe come mettere in relazione l’uso eccessivo dei freni di una macchina con il consumo dell’asfalto. A mio avviso è accaduto qualcos’altro”. Una posizione vicina a quella di Marco Rinaldi, anch’egli autorità riconosciuta in questo campo: “Mi sembra molto improbabile che il blocco dei freni abbia inciso sul cedimento della fune. Ma, da ingegnere, prima di esprimermi vorrei vedere i disegni del carrello. Più in generale, posso dire che le immagini di quella funivia che andava con i forchettoni e i passeggeri a bordo sono state per me traumatiche: non credevo potesse accadere in Italia”.

proseguonointanto gli accertamenti sul disastro, condotti dalla Procura di Verbania. Lunedì potrebbe essere un giorno cruciale per decidere le tappe degli accertamenti tecnici. Il consulente dei pm, il docente del Politecnico di Torino Giorgio Chiandussi, dovrà estrarre alcuni componenti della cabina, in questo momento incastrati in un albero sul pendio del monte Mottarone. Operazioni che andranno condotte attraverso un incidente probatorio, in contraddittorio fra le parti. Per questo potrebbero arrivare presto nuovi avvisi di garanzia, nei confronti di altre figure potenzialmente coinvolte nella vicenda. Per ora gli indagati restano tre: il capo servizio Gabriele Tadini, l’uomo che ha ammesso di aver inserito i cosiddetti forchettoni; il direttore d’esercizio Enrico Perocchio; il proprietario della concessionaria Luigi Nerini (sono assistiti dagli avvocati Marcello Perillo, Andrea Da Prato e Pasquale Pantano). I tre erano stati fermati all’alba di mercoledì, a 48 ore dal disastro, dopo le dichiarazioni di Tadini. Perocchio e Nerini sono stati scarcerati dal gip Donatella Banci Buonamici, che ha ritenuto insufficienti le prove raccolte dall’accusa. Negli ultimi giorni si sono diffusi in rete filmati della funivia del Mottarone che mostrano come l’uso dei forchettoni, pratica vietata, fosse diffuso da tempo. Mentre sul Tgr Piemonte, ieri, è andato in onda un video con i passaggi salienti del salvataggio dei passeggeri presenti sulla cabina gemella.

Ilva, Peacelink contro Vendola: “Aiutò i Riva”

Nichi Vendola non ha digerito la sua condanna a 3 anni e 6 mesi nel processo per l’inquinamento dell’ex Ilva di Taranto: da giorni ripete ovunque che è scandaloso che lui che si batté come un leone contro i fumi dell’acciaieria sia stato considerato colpevole. Al di là del merito penale, però, non tutti – specie tra gli ambientalisti tarantini – sono disposti a certificare la biografia di oppositore dei Riva che l’ex presidente si attribuisce oggi. Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink e uno dei protagonisti della lotta all’inquinamento in città, ieri ha voluto ricordare una storia che riguarda proprio Vendola: il 4 giugno 2010, l’Arpa regionale aveva pubblicato “un sofisticato rapporto scientifico di attribuzione del benzo(a)pirene (un cancerogeno, ndr) alle sue fonti emissive, giungendo alla conclusione che l’Ilva era la sorgente del 98%” di quel pericoloso inquinante, rapporto che “scatenò un vero e proprio terremoto politico come si può constatare dalle intercettazioni”. Ebbene, racconta Marescotti, “la reazione della Regione fu quella di far rifare le analisi dell’Arpa che certificavano un netto sforamento dei limiti di legge”, “scelse un rinvio delle scelte di fondo” e “annunciò un ‘monitoraggio diagnostico’, non previsto dalla legge che durò molti mesi”. Quella procedura “non necessaria” dette tempo al governo Berlusconi “di cambiare la legge sul benzo(a)pirene” e nel 2011 di scrivere una nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) “che consentiva all’Ilva di non coprire i parchi minerali e di aumentare la produzione”, salutata dalla Regione come “un passaggio di valenza storica”, mentre l’Arpa “aveva espresso parere negativo”. Conclusione di Marescotti: “Lì misurammo tutta l’inaffidabilità della Regione e rompemmo ogni rapporto con Vendola. Anche senza conoscere le sue risate telefoniche con Archinà (ex dirigente Ilva, anche lui condannato, ndr) capimmo che eravamo stati abbandonati”.

L’Egitto proroga ancora la prigionia di Zaki Altri 45 giorni in carcere, si arriverà a 480

Altri 45 giorni di carcere preventivo. E a quel punto saranno 480. In Egitto, in teoria, non se ne potrebbero fare più di due anni. La custodia cautelare per Patrick Zaki è stata prolungata per l’ennesima volta. L’avvocata, Hoda Nasrallah, uno dei legali che segue la vicenda, ha annunciato l’esito dell’udienza svoltasi martedì. Lo studente egiziano dell’Università “Alma Mater” di Bologna è in prigione in Egitto dal febbraio dell’anno scorso con l’accusa di propaganda sovversiva su internet. Il 29enne era stato arrestato in circostanze controverse il 7 febbraio dell’anno scorso e, secondo Amnesty International, rischia fino a 25 anni di carcere. In Egitto chi pubblica informazioni sulla situazione interna del Paese in modo da danneggiare lo Stato e i suoi interessi nazionali è punibile con una reclusione da sei mesi a cinque anni, oltre che con una multa, secondo l’articolo 80 della codice penale. Per Patrick però c’è anche l’accusa di “tentativo di rovesciare il regime”, imputazione che potrebbe costargli addirittura l’ergastolo o il deferimento alla Giustizia militare.

Cena, quel gran pasticcio dei 4 a tavola: oggi la decisione

La discussione, per chiunque abbia fatto anche solo due passi nel centro di una qualsiasi città (per di più ancora in zona gialla) tra aperitivi di massa al calar del sole e sale interne dei locali già apparecchiate in vista della cena, apparirà surreale, ma sta facendo discutere molto: in zona bianca, quante persone possono sedere allo stesso tavolo? Secondo la Conferenza delle Regioni – figuriamoci per il sentire comune – ogni limite deve considerarsi caduto, ma non per Roberto Speranza.

Il primo giugno infatti, data di riapertura di bar e ristoranti al chiuso, il ministero della Salute aveva tenuto a precisare che, anche in assenza di altre restrizioni, non è permesso sedersi in più di quattro allo stesso tavolo, eccezion fatta per i conviventi. Anche in zona bianca. Tutta colpa di un groviglio normativo, visto che il Dpcm del 2 marzo (norma primaria) fa riferimento a regole non contenute nelle linee guida concordate tra Regioni-governo e Cts allegate all’ordinanza che decreta il passaggio delle regioni in zona bianca. E il Dpcm afferma che in zona bianca non devono essere applicate le norme della zona gialla. Dunque, orfani di zona gialla, liberi tutti a tavola.

Almeno questa è stata l’interpretazione opposta dai presidenti di Regione al ministro Speranza, il cui eccesso di zelo ha scatenato le ire salvinian-meloniane e non solo. Le critiche sono anche arrivate dai colleghi di governo, il ministro delle Autonomie regionali Mariastella Gelmini e il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri: “I posti a tavola al ristorante nelle zone bianche? – ha detto Sileri a Un giorno da Pecora su Radio2 – Il limite, per maggior sicurezza, è ancora fissato a 4. Spero che venga presto rivisto perché chiaramente è molto restrittivo. Io sono tra quelli che era per l’aumento dei posti a tavola, aumenterei i posti a 8-10. E dai primi di luglio liberalizzerei perché avremo oltre 30 milioni di persone con almeno una dose di vaccino”.

La querelle verrà risolta oggi in un tavolo tecnico. Un possibile punto d’incontro potrebbe essere quello di mantenere il limite solo per i tavoli al chiuso.

Vaccini senza fasce d’età solo in dieci Regioni

Le prime a partire, salvo intoppi, sono Lombardia e Campania, che già da ieri sera prevedevano di aprire alle prenotazioni dei vaccini senza limiti d’età dai 12 anni in su. Oggi si aggiunge il Veneto. Hanno aderito subito all’indicazione pervenuta dal commissario all’emergenza Covid-19, il generale Francesco Paolo Figliuolo: “Dal 3 giugno – aveva detto il generale – si darà la possibilità alle Regioni e alle province autonome, a breve partirà una lettera, di aprire su tutte le classi seguendo il piano, utilizzando tutti i punti di somministrazione anche quelli aziendali”. L’ha ribadito ieri mattina il ministro della Salute Roberto Speranza: “Da domani tutti potranno prenotare il vaccino anti-Covid”. Non è proprio così, dipende come al solito dalle Regioni.

La lettera di Figliuolo, inviata il 29 maggio, introduce del resto solo una “facoltà”. E si riferiva agli over 16, perché l’autorizzazione dell’agenzia del farmaco Aifa a somministrare il vaccino Pfizer/Biontech ai 12/15enni è arrivata solo lunedì 31. Alcune Regioni, come l’Abruzzo e la Puglia, attendono ancora indicazioni specifiche da Roma per quella fascia d’età. Intanto gran parte delle Regioni da oggi consente di prenotarsi agli over 16: così l’Abruzzo stesso (dalle 16), il Friuli-Venezia Giulia, il Piemonte dove prevedevano domani ma poi hanno anticipato di un giorno, la Sicilia, la Calabria (dalle 14) e le province autonome di Trento e Bolzano. La Sardegna si è presa 24 ore in più e comincia domani, venerdì 4. La Toscana lunedì 7 giugno. In Umbria non è chiarissimo ma sono già arrivati ai 18enni. Nelle Marche da giorni possono prenotarsi gli over 40 anni (oltre alle altre fasce di età), dal 30 maggio anche gli over 16 ma solo se affetti da comorbidità; da ieri, senza prenotazione, porte aperte ai circa 14 mila ragazzi che preparano l’esame di maturità. In Val d’Aosta ieri c’era l’open day per AstraZeneca per gli over 18.

Le altre Regioni però vanno per conto loro, cioè proseguono con le fasce d’età. Nel Lazio, dove fino al 6 giugno c’è l’open day per gli over 18 con l’obiettivo di smaltire le dosi accumulate di AstraZeneca, sono arrivati ai nati nel 1981: per ora andranno avanti così, per vaccinare i giovanissimi si passerà dai pediatri. Situazione simile in Puglia, dove però hanno già vaccinato i 18/19enni per la maturità; per gli altri procedono per scaglioni, al momento tocca ai nati tra il 1982 e il 1986, ma cominceranno subito a formare le liste dei vaccinandi in età pediatrica (12-15) partendo dai più fragili. Anche l’Emilia-Romagna mantiene le fasce d’età fino al 18 giugno: ogni due giorni prenotazioni per i 35-39enni, i 30-34enni, 25-29enni, 20-24enni; dal 18 giugno sarà aperto a tutti. In Liguria, oltre agli open day con AstraZeneca, da lunedì 7 aprono a tutte le fasce d’età ma scaglionate, di giorno in giorno, per evitare di sovraccaricare i portali. In Basilicata assicurano che da oggi si adegueranno alle indicazioni del generale Figliuolo, aprendo la piattaforma, ma sono un po’ indietro e quindi rimangono prioritari i 50/60enni e le persone fragili. In Molise da oggi si prenotano i 30/39enni, da sabato i 20/29enni e per i più giovani si vedrà.

L’obiettivo di Figliuolo è chiaro, accelerare il più possibile. “Le Regioni e le Province autonome – ha scritto il generale dovranno garantire, prima dell’inizio dell’anno scolastico, l’immunizzazione di tutta la popolazione studentesca”. Al momento tutte contano di arrivarci, poi vedremo.

Alle 17 di ieri erano 12,3 milioni, il 22,74% della popolazione over 12, le persone che hanno completato il ciclo vaccinale. In totale le somministrazioni sono a quota 35 milioni. Secondo il report aggiornato al 28 maggio il 90,35% degli over 80 ha ricevuto la prima dose o il vaccino Johnson&Johnson in unica dose, l’81,34% ha avuto due dosi. Tra i 70/79 siamo rispettivamente all’81,79% e al 32,3%.

Virus creato a Wuhan: le “impronte digitali”

La pandemia ha avuto origine dal salto di specie dal pipistrello all’uomo, passando per un intermediario non ancora noto, o è stato ingegnerizzato in laboratorio di ricerca di Wuhan, sfuggendo accidentalmente? A 18 mesi dall’inizio dell’incubo Sars-CoV-2, non c’è ancora chiarezza sull’origine della pandemia. Ed è a causa, prima di tutto, degli scienziati.

Partiamo dalla fine: 6 giorni fa, il tabloid britannico Daily Mail ha rilanciato la notizia secondo cui uno studio dal titolo “Biovacc-19: A Candidate Vaccine for Covid-19 (SARS-CoV-2) Developed from Analysis of its General Method of Action for Infectivity” mostrerebbe evidenze incontrovertibili del virus creato artificialmente in laboratorio: il genoma del virus conterebbe chiare “impronte digitali”. Il virus non avrebbe, quindi, progenitori in natura. La notizia ha fatto il giro del mondo.

Vittorio Colizzi, tra i più importanti virologi del mondo per l’Hiv, conosce bene uno dei tre autori, Angus Dalgleish: “È uno scienziato che da giovane ha identificato la molecola Cd4 come recettore per l’Hiv insieme al virologo Robin Weiss” ha spiegato al Fatto. “Una scoperta fondamentale”, racconta. Oggi “Dalgleish è uno dei pochissimi scienziati inglesi pro-Brexit. Abbiamo collaborato con Luc Montagnier (Premio Nobel per la Medicina nel 2008 per la scoperta del virus Hiv, insieme a Françoise Barré-Sinoussi, ndr).” Oggi Dalgleish e Montagnier – prosegue Colizzi – hanno in comune la capacità di perseguire opinioni controverse non suffragate da evidenze riconosciute dalla comunità scientifica. Rispetto all’origine del Sars2, “Dalgleish ha rilasciato molte interviste dove spiega che il suo studio fornirebbe evidenza a favore della tesi della fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan – aggiunge – ma nello studio originale non c’è alcun riferimento diretto”.

Spillover o “artificio umano”: scienza divisa

Come stanno realmente le cose rispetto alle due ipotesi tuttora sul tavolo, lo spiega il Bulletin of Atomic Scientists – think tank americano di riferimento mondiale per biosicurezza, bioterrorismo, armamenti nucleari e cambiamento climatico – in un articolo dello scorso 5 maggio, The Origin of Covid. La realtà è che non ci sono ancora “evidenze scientifiche dirette” né a favore della teoria dello spillover naturale, né rispetto a quella che sia sfuggito dall’Istituto di Virologia di Wuhan. Opacità dovuta alle iniziali dichiarazioni degli stessi scienziati, non suffragate da alcuna evidenza.

Nel dicembre 2019 scoppia la pandemia: le autorità cinesi riferiscono che molti casi si erano verificati nel mercato del pesce di Wuhan. Gli esperti di tutto il mondo fanno due più due: le epidemie di Sars1 del 2002 e Mers del 2012 avevano avuto origine proprio dal salto di specie dal pipistrello all’uomo. Da questo e dalla successiva decodifica del genoma del Sars2 si inizia a propendere per l’ipotesi di spillover naturale: Sars1, Mers e Sars2 appartengono tutti alla famiglia dei beta-coronavirus. L’ipotesi è che il passaggio all’uomo si fosse verificato nei wet market di Wuhan. Poi però si scoprono casi di infezione da Sars2 precedenti e senza legami con il famoso mercato del pesce di Wuhan. Aspetto che passa in secondo piano: da lì a breve ci si aspettava di trovare tantissime prove a sostegno dell’insorgenza naturale del virus. Il fatto che Wuhan fosse l’Istituto di virologia, un centro leader mondiale per la ricerca sui coronavirus, è stato completamente sottovalutato. Quando, secondo il Bulletin, “non si poteva escludere la possibilità che il virus fosse fuoriuscito dal laboratorio. Fin dall’inizio, prosegue, l’opinione pubblica mondiale è stata plasmata a favore dello scenario dell’emergenza naturale, da forti dichiarazioni di due gruppi scientifici”.

Il primo passaggio chiave a favore dell’ipotesi di insorgenza naturale è dovuto a una lettera di virologi uscita il 19 febbraio 2020 sulla rivista medica Lancet: “Ci uniamo per condannare le teorie di cospirazione che suggeriscono che Covid-19 non avrebbe un’origine naturale”. Gli autori concludono che Sars2 ha avuto origine nella fauna selvatica, in assenza, però, della dalla benché minima evidenza scientifica. Tra gli ideatori della lettera c’era Peter Daszak, presidente della Eco Health Alliance di New York (organizzazione che ha finanziato la ricerca sul coronavirus all’Istituto di virologia di Wuhan) e membro del team di scienziati che ha concluso per l’Oms l’ispezione in Cina. Ma se il Sars2 fosse sfuggito dalla ricerca da lui finanziata, Daszak sarebbe potenzialmente colpevole. Un conflitto di interessi che non viene mai dichiarato su Lancet.

Poi, è la volta della lettera lettera pubblicata il 17 marzo 2020 sulla rivista Nature Medicine da un altro gruppo di virologi, guidati da Kristian G. Andersen dello Scripps Research Institute. “Le nostre analisi mostrano chiaramente che Sars2 non è un virus manipolato di proposito”. Ma anche in questo caso, sottolinea il Bulletin, non ci sono evidenze scientifiche incontrovertibili. Sta di fatto che dopo questi due passaggi, la tesi della fuoriuscita dal laboratorio è diventata tabù.

Le accuse cina-usa: la spy-story continua

Oggi il vento è cambiato. Anthony Fauci a fine maggio ha detto: “Non sono convinto dell’origine naturale del virus. Potrebbe essere stato qualcos’altro, e dobbiamo scoprirlo”. Joe Biden ha chiesto un’indagine seria e trasparente. E la stessa rivista Science, tra le più prestigiose al mondo, è più volte tornata sull’argomento, ribadendo che l’unica indagine ufficiale fin qui condotta, quella dell’Oms in Cina, non è stata trasparente né conclusiva. Lo stesso Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ammesso che “anche se la squadra di esperti inviati in Cina ha concluso che una fuoriuscita da un laboratorio sia l’ipotesi meno probabile, questa richiede nuove indagini, potenzialmente con nuove missioni che includano esperti specializzati”.

“C’è una zona della sequenza del virus della proteina Spike particolarmente strana da spiegare con un semplice passaggio naturale”, ha dichiarato anche Guido Silvestri, infettivologo dell’Emory Vaccine Centre di Atlanta (Usa). “E noi sappiamo da fonti certe che all’Istituto di virologia di Wuhan si stava lavorando da anni all’elaborazione in vitro di varianti di virus artificiali”, ha aggiunto. Varianti “che avevano un’aumentata capacità di infettare cellule umane sia in vitro sia nei topi”. Eppure la Bat Lady, la virologa Shi Zhengli dell’Istituto di Wuhan, sono mesi che sostiene, pure su Science, che “contraddice totalmente i fatti chi dice che il virus sia sfuggito dall’Istituto di virologia ci deve le sue scuse. Gli oltre 2mila coronavirus dei pipistrelli da noi rilevati dal laboratorio, incluso quello simile al 96,2% del SarsCoV2, sono delle semplici sequenze genetiche estratte da campioni di feci degli animali”. La storia continua. E il mistero pure.