Ma su “Azelio” si sbaglia pure il Quirinale

La targa per “Azelio” Ciampi ha scatenato l’ilarità collettiva dell’opinione pubblica nazionale. I migliori commentatori della stampa italiana si sono esercitati sull’ignobile refuso. Ovviamente dalla triste vicenda è uscita fuori, unanime, la responsabilità politica di Virginia Raggi: è noto infatti che la sindaca di Roma, in mancanza di altri impegni di lavoro, passi in rassegna tutte le lastre di marmo prodotte dal Comune con un matitone rossoblu in pugno. Questo pasticcio le è sfuggito e la vicenda è diventata troppo appetitosa per i voraci editorialisti dei fatti capitolini: chi mai potrebbe sbagliare il nome di uno storico presidente, se non quegli incapaci dei grillini?

A voler rispondere seriamente a questa domanda – che seria non è – lo stesso strafalcione molti anni fa l’ha fatto pure il Quirinale. Non l’ha inciso nel marmo, come quei geniacci del Comune di Roma, ma l’ha messo nero su bianco in un documento che si può ancora leggere nell’archivio della presidenza della Repubblica. Correva l’anno 1989, Ciampi era governatore della Banca d’Italia e fu ricevuto in udienza da Francesco Cossiga. Così si legge tra gli impegni del fu “picconatore”: “Lunedì 23 gennaio 1989, ore 11: Dott. Carlo Azelio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia”.

Proprio così, l’iniobile Azelio, lo stesso refuso che è costato a Raggi il prevedibile spernacchiamento a giornali unificati. Poteva la stampa italiana trasformare l’errore ortografico di qualche ufficio amministrativo in un caso politico che investe la prima cittadina? Certo che poteva. Sul Corriere della Sera si esercita Massimo Gramellini – “Azelio e la povera Itaglia” – con tanta ironia sul “complotto contro la sindaca, ordito di sicuro dalla Crusca”. Repubblica si concede un doppio editoriale. Sguinzaglia la penna sempre elegante di Filippo Ceccarelli, secondo il quale la targa sbagliata diventa “la farsa del Raggio magico”. Il raddoppio di Rep è nella rubrica “Cucù” di Sebastiano Messina: “‘La toponomastica è la carta d’identità di una città’ aveva appena detto la sindaca Raggi. È vero: purtroppo con lei Roma ogni giorno perde pezzi. Ieri toccava alle consonanti”. Ugo Magri sulla Stampa ha mandato a memoria il bestiario anti-raggista: “No, stavolta non c’entrano i cinghiali che rubano la spesa davanti ai supermercati, e nemmeno i corvi ‘assassini’ (aggrediscono in picchiata chi passa per la strada). In questo caso Roma fa parlare di sé per una gaffe da far rabbrividire Fantozzi”. E poi tutti i quotidiani, dal centro alla destra. Avvenire: “Sbagliato il nome di Ciampi, imbarazzo per Raggi”. Il Giornale: “Se Virgigna frana su Azelio Ciampi”. Libero: “La Raggi non sa scrivere e Mattarella s’infuria”.

Sembrava fosse un refuso, era campagna elettorale.

5S, Casaleggio sfida Crimi e chiede tempo al Garante

L’Erede non vuole arrendersi. Non ha neppure risposto al M5S che gli ha inviato messaggi in serie. Piuttosto, ha chiesto al Garante della privacy altro tempo, per resistere: anche se l’Autorità martedì ha stabilito che i dati degli iscritti, il “tesoro” che ha in pancia la piattaforma Rousseau, vanno consegnati al Movimento “entro cinque giorni”. Ma Davide Casaleggio non vuole saperne di cedere quegli elenchi, essenziali per votare Giuseppe Conte come nuovo capo e avviare la rifondazione dei 5Stelle, con un nuovo Statuto e una Carta dei valori.

Lo ha ribadito ieri, come raccontato da Open, chiedendo per lettera al Garante di chiarire quale sia il rappresentante legale del M5S – cioè colui a cui vanno consegnati i dati – perché insiste nel non riconoscere come tale il reggente dei 5Stelle, Vito Crimi. Soprattutto, Casaleggio ha chiesto un termine più lungo, di 30 giorni, entro cui consegnare gli elenchi. Una provocazione per il Movimento e Crimi, che nelle scorse ore gli avevano scritto chiedendo un appuntamento per venerdì a Milano, la città dove ha sede l’associazione Rousseau, per andare a ritirare materialmente i dati assieme a un perito forense. Ma il patron di Rousseau, dicono i 5Stelle, ha ignorato i messaggi. E ha scritto al Garante. Improbabile però che l’Autorità chiarisca chi sia il rappresentante legale del M5S. Secondo fonti qualificate, “quello è un compito che spetta eventualmente a un tribunale civile”. Il Garante nella sua decisione si è limitato a scrivere che i dati vanno consegnati al Movimento, “nelle forme e secondo le modalità indicate dallo stesso”. Così il principale nodo adesso è l’eventuale concessione dei 30 giorni a Rousseau. Per Conte, bisognoso di partire con il suo nuovo corso, sarebbe una sventura.

Per questo nel M5S c’è ancora chi invoca un accordo con Milano: vicino lo scorso fine settimana, con Casaleggio che pareva pronto ad accettare 250mila euro – invece dei 450mila euro che pretende da mesi per i mancati versamenti – in cambio dei dati e della chiusura di ogni pendenza. Ma adesso? Fonti del M5S sostengono: “Per mesi abbiamo assicurato a Davide che eravamo pronti a farci carico dei mancati pagamenti, ma ogni volta è stata alzata la posta”. Ergo, l’intesa era e resta lontana, innanzitutto per la rigidità di Conte. “Se Casaleggio non consegna i dati entro il termine può incorrere in sanzioni penali e in una multa pesantissima” ricordano da Roma. Però restano altri ostacoli. Non ultimo, quello del simbolo del Movimento. Per dirla come un big dei 5Stelle, il simbolo “è per un terzo di Beppe Grillo, per un altro terzo di Luigi Di Maio e per la parte restante di Casaleggio”. E non è un dettaglio. In questo scenario, c’è un gruppo parlamentare sempre più insofferente verso il governo Draghi. E il principale scoglio resta la giustizia, su cui è attesa nelle prossime ore una nuova riunione dei 5Stelle.

Il nodo centrale rimane sempre la prescrizione, con il M5S che non vuole andare oltre il cosiddetto lodo Conte (in base a cui la sospensione dei termini processuali varrebbe solo per i condannati in primo grado). Ma sta montando anche la preoccupazione per l’ergastolo ostativo, l’istituto che nega la liberazione condizionale ai rei di delitti particolarmente gravi.

Lo scorso aprile la Consulta l’ha dichiarato illegittimo per i detenuti per mafia che non collaborino con la giustizia, dando al Parlamento un anno di tempo per intervenire con nuove norme. E i 5Stelle hanno già presentato una proposta di legge, su un tema reso quanto incandescente dalla liberazione del pentito Giovanni Brusca. E su cui i partiti potrebbero darsele di santa ragione.

Centemero, l’affare dell’outlet da 60 mln

L’analisi dei pc sequestrati nello studio della società bergamasca Dea Consulting riconducibile ai commercialisti della Lega Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba si sta rivelando una miniera d’oro per i magistrati milanesi, che dopo aver cristallizzato il caso della fondazione regionale Lombardia Film Commission (Lfc) ora puntano ai presunti fondi neri e ai vertici del partito. E così dopo l’email del 10 gennaio 2017, firmata dal tesoriere Giulio Centemero sui “veicoli” da interporre rispetto al rischio di sequestri da parte dei pm, ora spunta un carteggio tra Centemero, Andrea Manzoni e il commercialista Michele Scillieri, il primo non indagato, gli altri coinvolti nelle indagini milanesi. Sono email allegate a una nota della Guardia di finanza di Genova poi trasmessa ai colleghi di Milano, e nelle quali i tre protagonisti dei destini leghisti discutono di una maxi-speculazione da 60 milioni – rispetto a un nuovo centro commerciale o outlet – collegata al settore fotovoltaico da gestire a Piacenza. Se al momento il contenuto non ha rilievo penale e né si è compreso come finirà l’affare, il carteggio è giudicato di grande interesse investigativo perché si consuma tra il gennaio e il febbraio del 2012, svelando inediti rapporti. Molti anni fa, dunque, nel periodo in cui la vecchia Lega di Umberto Bossi inizia a scricchiolare sotto i colpi dell’indagine The Family.

In quei mesi parte la scalata al partito di Centemero che dal 2009 è assistente dell’allora eurodeputato Matteo Salvini. Scillieri e Centemero si conoscono quantomeno da nove anni. Ancora: nel verbale dello scorso settembre, Scillieri davanti ai pm spiega che già nel 2011 aveva portato un suo cliente nello studio milanese di Centemero in corso Buenos Aires. Motivo: capire se era possibile “avere finanziamenti europei”, visto il ruolo all’epoca del futuro tesoriere della Lega come capo segreteria dell’europarlamentare Salvini. Un anno dopo, i due, assieme a Manzoni, sono alle prese con l’affare “Piacenza”. Il 25 gennaio 2012 Centemero scrive al collega mettendo in copia Manzoni. Oggetto: Piacenza. “Nel corso della riunione del 19 gennaio – scrive – è emerso che il cliente intende estendere la propria attività (…). Nell’area interessata è presente un fabbricato che occupa 15.000 mq e se ne vuole edificare un altro di 16.000. Su entrambi vi è l’intenzione di installare degli impianti fotovoltaici (…). L’operazione avrebbe il costo di 60 milioni esclusa la parte del fotovoltaico”.

Centemero poi aggiunge: “Il mio coinvolgimento è legato alla individuazione di un fondo di private equity o di altri investitori che intendono intervenire per circa 15 milioni”. Il 31 gennaio Scillieri scrive a Centemero e a Manzoni illustrando il piano speculativo. Si legge: “L’operazione” consiste “nell’acquisizione dell’edificio da 15mila metri quadri da (…) adattare a centro commerciale e dell’area edificabile limitrofa (di 40mila metri quadri su cui realizzare 16mila metri quadri di capannoni) per un valore complessivo stimato” in parte per “30 milioni di euro”. Aggiunge che il “cliente”, attraverso “una newco, provvederà alla costruzione dei capannoni e all’adattamento di quello esistente per renderlo funzionale al progetto complessivo di outlet”. Il 7 febbraio sempre Scillieri chiede a Centemero aggiornamenti “su sviluppi concreti” del progetto. Tre giorni dopo, il futuro tesoriere della Lega conferma di aver fatto qualche passo in avanti e si informa con Scillieri se ha già “fatto un business plan”.

Nell’ultima email, Scillieri spiega che il piano non sarebbe stato approntato perché è in attesa di capire la parte che riguarda il fotovoltaico e nella quale, secondo Scillieri, Centemero è più informato. Insomma, affari e politica vicina alla Lega già nel 2012.

Mattarella bacchetta i partiti: “Più responsabilità”

“Sono passati settantacinque anni da quando, gli italiani, scegliendo la Repubblica, cominciarono a costruire una nuova storia. Come lo fu allora, questo è tempo di costruire il futuro”. È un discorso denso quello che Sergio Mattarella pronuncia nel cortile del Quirinale per la Festa della Repubblica. Meno solenne dell’anno scorso, a Codogno, quando la pandemia era ancora un’emergenza densa di pathos, ma molto forte. Con questa chiara linea conduttrice. Dopo la crisi sanitaria e quella economica, il presidente indica la strada. Che passa per un’assunzione di responsabilità dei partiti: “La democrazia è un continuo processo in cui si cerca la composizione possibile delle aspirazioni e dei propositi, nella consapevolezza della centralità delle persone, più importanti degli interessi”. Poi un passaggio che ricorda gli eventi del suo settennato: “A volte le istituzioni possono sembrare fragili, esposte a sfide inedite”. Non a caso, cita le “grandi riforme” e le “infrastrutture” del Dopoguerra. Perché la sfida del nostro Paese ora è fare le riforme del Pnnr, che permettono di accedere ai Fondi europei. Proprio ieri, Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, presentando le raccomandazioni economiche della Commissione agli stati membri per il 2021 (che sottolineano gli “squilibri eccessivi” dell’Italia) chiarisce che “lavorare bene su investimenti e riforme” aiuterà a ridurre il debito.

Mattarella, dunque, invita a guardare ai cambiamenti necessari. E “stressa” la necessità di arrivare a una maggior parità tra i sessi, mentre fa una galleria di donne illustri. In un discorso che ha anche il senso di un’eredità da trasmettere e in cui non torna sulla sua successione, per suggestione si evoca l’idea di una donna al Colle. Ad ascoltarlo c’è tutto il governo. Concede solo un rapido saluto ai presenti il presidente. D’altra parte “La Storia siamo noi”, come sottolinea, citando De Gregori. Non solo, nessuno si senta escluso. Ma nessuno si senta autorizzato a intralciarne il corso.

Il recluso Verdini raccomanda Renzi a Toti e Brugnaro

Agire nell’ombra gli è sempre piaciuto. Per tessere trame e risolvere problemi, come il Mr. Wolf di Pulp Fiction. E allora Denis Verdini, oggi ai domiciliari nella sua villa di Pian de’ Giullari sulle colline di Firenze dopo la condanna definitiva a 6 anni e 6 mesi per il crac del Credito cooperativo fiorentino, è sceso in campo anche stavolta. Obiettivo: iniziare a mettere in piedi quel “grande centro” che alle prossime elezioni politiche possa fare da stampella moderata all’alleanza di centrodestra. Una terza gamba che unisca i moderati di Forza Italia (l’ala liberal di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna), ma soprattutto Matteo Renzi, Carlo Calenda e Luigi Brugnaro. Tant’è che si dice che a consigliare l’accelerata per la nascita del nuovo partito del sindaco di Venezia e Giovanni Toti sia stato proprio lui. Dentro Forza Italia raccontano che l’ex Richelieu di Fivizzano abbia chiamato anche diversi parlamentari azzurri per convincerli a lasciare Berlusconi: “Ormai Forza Italia è finita – è il ragionamento che Verdini ha fatto ad alcuni di loro – vedete Berlusconi come è messo… adesso serve un’operazione nuova, una forza liberale e riformista che possa andare al governo tra un anno”. Da Coraggio Italia! spiegano che “l’idea del partito è solo di Toti e Brugnaro” ma confermano che quella sia la direzione e fanno sapere che il gruppo parlamentare nei prossimi giorni si allargherà ancora rispetto ai 31 parlamentari attuali.

E non è un caso che venerdì, alla vigilia dell’inaugurazione del Salone Nautico, Brugnaro abbia cenato insieme a Renzi in un noto ristorante veneziano. I due sono in ottimi rapporti da quando il leader di Italia Viva era a Palazzo Chigi e arrivò a Ca’ Farsetti per firmare il “Patto per Venezia” e poi ottenne il sostegno del sindaco al referendum costituzionale del 2016. Durante la cena, a quanto risulta al Fatto, i due hanno parlato degli scenari politici futuri e dell’idea di un polo centrista che si ponga in alternativa all’alleanza giallorossa e anche ai sovranisti di Lega e FdI. E che poi, dopo il voto, diventi l’ago della bilancia di un governo di centrodestra. Un esperimento studiato non per le prossime elezioni amministrative ma alle prossime elezioni politiche. “Il governo Draghi ha scomposto il quadro politico – spiega un alto dirigente vicino al sindaco di Venezia – sarà Renzi a venire da noi, nel centrodestra”. Così non è passata inosservata la dichiarazione del capogruppo renziano al Senato Davide Faraone che ha parlato così di Toti e Brugnaro: “Sono due persone che stimo, riformiste e moderate e tutti i riformisti e i moderati presto dovranno stare insieme – ha detto Faraone a Un Giorno da Pecora – Che differenza c’è tra me e Mara Carfagna?”.

Dell’operazione è a conoscenza anche Matteo Salvini – che si confronta spesso con il suocero Verdini e con il suo fedelissimo Marcello Pera – che infatti ha incoraggiato la formazione di Coraggio Italia! per svuotare sempre di più Forza Italia e annettere l’ala filo leghista del partito azzurro che fa riferimento al trio Tajani-Bernini-Ronzulli. L’idea dei leghisti è quella di una federazione con FI per rendere difficile il sorpasso di Giorgia Meloni e, allo stesso tempo, invitare le colombe azzurre a lasciare. Degli scenari politici ed editoriali dei prossimi mesi Salvini avrebbe parlato con Renzi il 23 maggio durante la cena a casa Angelucci. Verdini non poteva esserci, ma è difficile che non ne sapesse qualcosa.

Abruzzo, Calabria, Veneto&C: le Regioni rivogliono il malloppo

La Campania ha appena fatto marcia indietro. Il vitalizio se lo potranno godere vedovi e vedove senza distinzione alcuna perché quel che è giusto è giusto: se continuano a prenderlo da decenni gli eredi dei consiglieri eletti prima del 2015 perché lasciare a secco tutti gli altri venuti dopo? E così la regola virtuosa varata appena due anni fa, un unicum o quasi nel panorama nazionale, non esiste più.

E anzi lungo la Penisola monta la stessa voglia matta: quella di riavere il malloppo un po’ per tutti, specie adesso che al Senato l’hanno ridato persino ai condannati. O limitare in ogni modo i danni: che dire della sforbiciatina agli assegni approvata in Sicilia che all’epoca aveva fatto gridare alla legge truffa con tanto di impugnazione del governo Conte di fronte alla Consulta? La Corte costituzionale ha detto che il taglio assai più modesto rispetto al resto dell’Italia va benone anche se forse limitarlo nel tempo non è stata una buona idea ché il “sacrificio” deve essere almeno perenne e non durare appena cinque anni come è stato previsto dall’Assemblea siciliana.

Lorsignori insomma, in Sicilia ma pure in Alto Adige, non si rassegnano anche se hanno dovuto adeguarsi malvolentieri ai tagli imposti nel 2018 dal governo pena la decurtazione del 20 per cento di trasferimenti statali alle regioni inadempienti. E così, chi più chi meno, alle fine hanno dovuto ingoiare il rospo, ma senza rinunciare a dare battaglia: ex consiglieri del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino hanno contestato i tagli di fronte alla Consulta e vogliono farlo anche alcuni loro colleghi del Veneto e della Puglia. Per tacere di chi vuol rimettere le cose a posto con le solite maniere: in Calabria a maggio del 2020 si è tentato il blitz per aggiudicare agli eletti i benefici dell’indennità differita, o vitalizio che dir si voglia, anche con un solo giorno di presenza in aula e pure a Consiglio regionale sciolto, in caso di dimissioni e persino in caso di arresto: legge cancellata solo dopo le proteste, anche se si è pure trovato chi ha difeso la manina che aveva provato a vellicare gli appetiti da vitalizio. E pure chi s’è risentito della gogna mediatica seguita allo scandalo, come l’allora presidente del consiglio regionale, Mimmo Tallini, Forza Italia: “Chiediamo solo di essere trattati come gli altri consiglieri regionali. Vogliamo normalità e dignità, non siamo consiglieri regionali da terzo mondo”.

Ma non è che sopra il Garigliano le cose vadano diversamente. A dicembre, la Sudtiroler Volkspartei ha provato a giocarsi la carta dell’indice Istat con un emendamento alla legge di bilancio del Trentino Alto Adige per aumentare la spesa per vitalizi. Che avrebbe fatto scattare la rivalutazione annuale delle indennità mensili dei consiglieri, sventata per un pelo grazie a un contro-emendamento di Alex Marini del M5S che si è accorto per tempo del barbatrucco.

C’è da dire che il governatore della Sardegna, il leghista Christian Solinas, ha giocato d’anticipo bruciando tutti sui tempi: il primo atto del suo insediamento nel 2019 è stata proprio una legge sui vitalizi contestata per l’entità della contribuzione prevista a carico del bilancio regionale, oltre due volte e mezzo di quella prevista a carico dei singoli consiglieri. Un salasso che ormai non scandalizza più quasi nessuno, neppure in Puglia dove la pentastellata Antonella Laricchia, già candidata alla guida della regione, non si dà pace perché i suoi colleghi entrati in maggioranza, anziché rinunciarvi, hanno accettato il nuovo regime di calcolo del vitalizio che benché ridotto resta pur sempre pagato per la gran parte da Pantalone: “I cittadini pugliesi versano circa i 3/4 dei contributi e quindi 1.600 euro al mese per ogni consigliere”.

A tacer del resto. Perché anche a non volerli più chiamare vitalizi ma indennità differita, i trattamenti continuano a maturare con cinque anni di contributi a 65 anni (con una sola legislatura) o a 60 (con due), contro i 67 dei comuni cittadini. Inoltre, si cumulano ad altre eventuali pensioni e proventi da attività lavorativa: lo sa bene l’abruzzese Nazario Pagano che dalla sua regione percepisce un assegno mensile di 3.700 euro che somma all’indennità da senatore, carica per la quale sta maturando anche il diritto al vitalizio per quando abbandonerà Palazzo Madama. Del resto l’Abruzzo non è secondo a nessuno e regala altre perle. L’ex consigliera regionale Anna Maria Fracassi riceve due vitalizi dalla regione: il suo, da circa 2.300 euro al mese, e anche altri 2.400 euro a titolo di reversibilità del marito Giovanni Bozzi pure lui già consigliere.

Erori di stumpa

Scandalo nazionale, onta indelebile, sdegno unanime. Cosa è accaduto? Il governo dei migliori che fa il condonetto fiscale? No, quello non fa notizia. Il ministro della Transizione Ecologica apre al nucleare e agli inceneritori? No, anzi, ci facciamo l’aerosol. L’ex Ilva continua ad avvelenare e ad ammazzare malgrado i sequestri e le sentenze giudiziarie neutralizzate da quattro governi dal 2011 al 2016? No, quelle son quisquilie. Il generalissimo Figliuolo banchetta in un locale chiuso e parlotta senza mascherina in barba alle leggi del suo governo? No, lui è lui e noi non siamo un cazzo. I politici vogliono tappar la bocca ai pochi mafiosi che ancora parlano? No, questo è garantismo. Abbiamo più morti per Covid oggi coi vaccini che un anno fa senza e tutti gridano al miracolo? Che sarà mai: effetti collaterali. No, lo scandalo mondiale è che un pirla del Comune di Roma addetto alle targhe stradali ha scritto su quella di Ciampi “Azelio” anziché “Azeglio”. Apriti cielo. Sapidi calembour sulle prime pagine di Corriere (“Azelio e la povera Itaglia”), Repubblica (“La farsa del Raggio magico”), Stampa (“Se a Roma Ciampi diventa ‘Azelio’”), Giornale (“Se ‘Virgigna’ scivola su ‘Azelio’”), Libero (“La Raggi non sa scrivere, Mattarella furioso”), Foglio (“Onore all’Azelio” e intervista al figlio di Ciampi: “A mio padre non sarebbe accaduto”). Il Tempo ci apre financo il giornale: “Poveraccio paga la gaffe Raggi”. Quindi è ufficiale: è la sindaca che, con 22 mila dipendenti, scalpella personalmente le targhe stradali a una a una. Del resto, se sono colpa sua pure i cinghiali a Formello, Vernazzola, Cremona, Firenze, Palermo ecc. e nessuno tira in ballo i sindaci locali, ma solo lei, ignorando che la competenza sugli animali selvatici è regionale (come quella sui siti di smaltimento rifiuti), deve rassegnarsi: qualunque evento anche fortuito o atmosferico sull’orbe terracqueo, se negativo è colpa sua e se positivo è merito di Draghi.

Per lei è un bel progresso: sembra ieri che era una tangentista matricolata, una “patata bollente” e una Messalina impenitente, con un piede in galera e l’altro nella fossa. Insomma, il livello della polemica si è di molto elevato. Resta da capire dove abbia letto che Ciampi si chiamava Azelio. Un’idea ce la fornisce un lettore, inviandoci il link del sito della Presidenza della Repubblica, in cui si legge che il 23 gennaio 1989 il presidente Cossiga “riceve in udienza il Dott. Carlo Azelio Ciampi, Governatore della Banca d’Italia”. Calcolando che da allora si sono succeduti quattro presidenti senza che nessuno correggesse il refuso, può avere inizio la caccia ai putribondi mandanti della scalpellatrice Virgigna: Scarfaro, Ciumpi, Napolitagno e Matarela. Forza ragazzi, giù botte.

Le lacrime di Carla per il suo palcoscenico “appiattito”

Quando Carla Fracci vide che il palcoscenico della Scala, coi lavori cosiddetti di “restauro”, era stato reso piatto, ebbe un moto improvviso, e per noi inatteso, di pianto: “Ma non è più quello antico…”, esclamò sgomenta. Il “suo” palcoscenico, quello della Taglioni e di altre étoile gloriose del passato era, come in tutti i teatri “all’antica italiana”, in discesa. Renderlo piatto, voleva dire averlo stupidamente snaturato.

Contro il sostanziale rifacimento del massimo teatro lirico italiano aveva cominciato una dura battaglia Milly Moratti, moglie di Massimo, sempre in polemica con la cognata Letizia. Milly chiese sostegno a un gruppo nel quale c’ero anch’io. Ma c’erano artisti egregi come lo scenografo Luciano Damiani, che detestavano il torracchione messo dall’architetto ticinese Mario Botta sopra l’edificio del Piermarini, e reclamavano altre soluzioni. Fra quanti protestavano in quell’inizio del millennio c’era pure l’ex direttore artistico della Scala, il maestro Roman Vlad. “La notizia, maestro”, gli riferii, “è stata data quasi clandestinamente portando via in fretta e furia, di notte, camion di calcinacci”. “Posso ben immaginarlo”, rispose molto amareggiato. “Il teatro era stato costruito nel 700 sopra i resti della chiesa di Santa Maria della Scala che io, pregiandomene, portavo gli ospiti a visitare: sotto c’erano gli antichi macchinismi in legno per il palcoscenico. Ora non c’è più niente, tabula rasa. Un dolore che non riesco neppure a esprimere”.

La Rai non aveva dato alcuna notizia dell’accaduto e lo stesso le tv private. La cosa era stata denunciata da una piccola emittente e ripresa con forza da Milly che aveva coinvolto amici e conoscenti. Vi fu anche la distruzione della Piccola Scala progettata da Portaluppi e Zevelani Rossi nel 1955 e voluta da Antonio Ghirighelli, l’industriale calzaturiero appassionato di melodramma al quale il sindaco Antonio Greppi aveva affidato la ricostruzione del teatro del Piermarini sventrato dai bombardamenti del ’43. Ricostruzione orgogliosamente veloce, forse troppo, anche coi fondi portati dagli Stati Uniti dallo stesso Arturo Toscanini, antifascista e repubblicano, esule a New York. Col progetto Botta neppure l’interno era più quello. L’acustica ne soffriva e noi giovani loggionisti lo avvertivamo. Si tentò con un progetto di un nuovo teatro, progettato da Vittorio Gregotti: il Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca, che incontrò i favori di un pubblico appassionato, anche brianzolo, che trovava parcheggi, poteva uscire a fumare o a chiacchierare. Purtroppo è stato appaltato a impresari e il livello non è più quello.

Ma le lacrime di Carla Fracci per il “suo palcoscenico” stravolto non le dimenticherò mai.

“Insieme a nonna ho scoperto il mondo nascosto di zio Rino”

“Se mai qualcuno capirà / sarà senz’altro un altro come me / Ad esempio a me piace rubare / le pere mature sui rami se ho fame / Camminare con quel contadino / parlare dell’uva, parlare del vino / che ancora è un lusso per lui che lo fa”. Quarant’anni fa, 2 giugno 1981, se ne andava dopo un tragico incidente stradale Rino Gaetano.

Irriverente, scanzonato, ironico, lucido e malinconico, il cantautore di Crotone viene celebrato con l’emissione di un francobollo con il suo volto e il suo immancabile cilindro sotto uno sfondo di cielo blu. Inoltre verrà dedicata al suo nome una nuova area concerti al Parco delle Valli a Roma. Chi si collegherà oggi sulla pagina facebook della Rino Gaetano Band (capitanata dal nipote) assisterà in diretta all’XI edizione del Rino Gaetano Day. Ma, soprattutto, la Sony pubblicherà il 25 giugno Istantanee e tabù, una raccolta di demo e inediti disponibile in due formati di vinile e in cd.

Tra le chicche ascoltate in anteprima dal Fatto spicca l’ispiratissima e inedita Io con lei, cantata in studio con un fraseggio in inglese, talvolta inventato, musicalmente battistiana. E io ci sto ha un testo e un arrangiamento diversi dall’originale. Sandro trasportando era stata “regalata” all’esordiente Carmelita Gadaleta mentre qui è interamente cantata dall’autore.

La divertente Gina è una sorta di demo e prequel del futuro successo Gianna: melodia simile e testo iperbolico. La ricerca dei brani rari è opera del discografico di lungo corso Paolo Maiorino: “Penso alle nuove generazioni che si avvicinano ad un artista come Rino e ai suoi fan fedeli: in entrambi i casi troveranno ottimi spunti. Per l’inedito abbiamo deciso di pubblicarlo così com’è: lui registrava in modo occasionale e questi nastri ritrovati su cassetta non si possono perfezionare. Ma è anche il bello di questo tipo di progetti”. Il ritrovamento dei nastri necessita sempre dell’approvazione della sorella Anna e del nipote Alessandro Gaetano, vera “memoria storica”: “Avevo nove anni quando è venuto a mancare lo zio. Ho una foto nella quale lui mi tiene in braccio il giorno della mia prima comunione, mi regalò la cassettina di Dynasty dei Kiss. Il mio avvicinamento all’artista Rino è avvenuto nei primi anni Novanta, andando ad abitare da mia nonna: mi sono trovato tutto il suo mondo, i suoi libri, i dischi che ascoltava: da Gershwin e Pergolesi ai Kraftwerk di Radio Activity. Degli italiani osannava Jannacci del quale aveva ogni singola incisione e poi Battisti, Baglioni, De André, Dalla e, soprattutto, era un ‘Beatlesiano puro’. Frequentò Mogol che scrisse il testo per il brano Resta vile maschio, Renato Zero che gli regalò la tuba indossata a San Remo, Dalla – al quale era molto legato – e, quando era giovanissimo, accompagnava sempre in auto a casa Antonello Venditti, all’epoca anche produttore di un singolo di Rino nel 1973 con lo pseudonimo RosVeMon”.

Alessandro stigmatizza un errore comune di una fascia del pubblico, considerare Rino Gaetano quale scrittore di tormentoni da classifica: “La parte più intimista e crepuscolare – derivata da una sensibilità non comune – è la mia preferita: La vecchia salta con l’asta e I miei sogni d’anarchia. Voleva portare a San Remo Nuntereggae più ma il suo discografico impose Gianna e si sentì un po’ castigato. Era più profondo, pensiamo solo ad Aida e Mio fratello è figlio unico… Pochi sanno che l’intro di Stoccolma è ispirata da My Wild Love dei Doors”.

Di cosa scriverebbe oggi Rino Gaetano? “Adesso va di moda l’immagine con il vestito dello stilista di tendenza, lo zio ci avrebbe fatto una canzone!”. Alessandro ha anche l’onere e l’onore di portare sul palco la musica dello zio dal 1999: “Con la Band mi piacerebbe fare un disco dal vivo prossimamente, magari con qualche inedito. Lo stupore e la magia di vedere a un concerto bambini di sette anni che sanno a memoria i testi è incredibile. A volte mi capita di avere dei momenti di stallo e mi chiedo: cosa penserebbe lo zio di quello che faccio? Chissà come sarebbe se fosse con noi nella band…”.

Proust e la “mame” ebrea. Dalle radici al caso Dreyfus

Ogni mattina si siede in tribunale, in prima fila, nella galleria riservata al pubblico, con un termos di caffè e una busta di panini imbottiti: è il 1898, in scena va il processo a Émile Zola per vilipendio alle forze armate, e Marcel Proust non può proprio rinunciare a quello spettacolo. Pur non stimando particolarmente il collega, non perde una battuta del dibattito; le ragioni sono molteplici: voracità artistica (molti personaggi in commedia ispireranno altrettanti figurini della Recherche); curiosità politica (il caso Zola-Dreyfus spacca l’opinione pubblica francese); appartenenza affettiva. Il cuore dell’affaire non è tanto di natura giudiziaria quanto culturale: l’ingiustizia porta l’etichetta di antisemitismo, e Proust è ebreo per parte di madre, la mame Jeanne Weil. “Gli anni di fine Ottocento a Parigi furono piuttosto speciali. La judeité, o la demi-judeité, era un fardello diventato molto pesante”, scrive Riccardo Calimani nel minuto pamphlet La madre ebrea. Proust e il caso Dreyfus, appena licenziato in ebook da Marietti 1820, estratto del più ampio saggio Ebrei eterni inquieti (Mondadori 2007).

“Io sono stato il primo dreyfusardo perché fui io che andai a chiedere ad Anatole France la sua firma”: Proust si mobilita subito per il capitano Alfred Dreyfus, ingiustamente condannato di tradimento solo perché ebreo; al fianco dello scrittore si schierano il fratello Robert, la madre velatamente, i due fratelli Halévy, Jacques Bizet e altri intellettuali progressisti. Per una settimana, invece, il patriarca Adrien Proust si rifiuta di rivolgere la parola ai figli: è amico di molti ministri e del presidente della Repubblica Félix Faure; non può permettersi polemiche. Ma è la marcia “dei Centoquattro” ad avere la meglio, portando alla revisione del processo a Dreyfus, che Marcel seguirà insieme con la madre.

“L’Affaire che sino a questo momento era stato puro Balzac è adesso shakespeariano”, scrive Proust, a ribadire le tinte drammatiche del caso che scuote la Francia all’alba del 900: si è quasi sull’orlo di una guerra civile quando il presidente Faure muore a letto tra le braccia dell’amante ebrea, proprio lui che era un antidreyfusiano. Questo tourbillon di eventi non può che infiammare la feconda immaginazione di Marcel, che nella Recherche ricostruisce il clima del tempo: madame Verdurine, ad esempio, è una dreyfusarda stoica, ispirata alla vera madame Ménard-Dorian e al suo salotto; l’amico Charles Hass, invece, dà sostanza a Charles Swann, sefardita e in parte marrano che si rifiuta di firmare appelli perché ha un cognome troppo ebraico, quindi sconveniente. Gli elogi ai “confratelli” non mancano nel romanzo: “In quanto agli Ebrei, ce n’eran pochi i cui genitori non avessero una generosità di cuore, una larghezza di mente, una sincerità, al cui paragone la madre di Saint-Loup e il duca di Guermantes avrebbero fatto una ben meschina figura, per la loro aridità, la loro religiosità superficiale, che condannava solo gli scandali, e la loro apologia di un cristianesimo che sboccava infallibilmente in un colossale matrimonio d’interesse”.

Tra i nemici di Proust-Dreyfus non ci sono solo esponenti della destra nazionalista, protofascista e giudeofoba, ma persino intellettuali come Maurice Barrès e Paul Valéry: “Cena ieri dai Daudet – altro fervente antisemita, ndr –. Malinconiche constatazioni: si spiegano il carattere e il genio con le abitudini fisiche o con la razza. Differenze fra Musset, Baudelaire, Verlaine imputate al tipo di bevande alcoliche che ingerivano, il carattere di Tizio o di Caio imputato alla sua razza (antisemitismo)… Il tutto è assai poco sensato… Anche gli ebrei (detestati in quella casa in nome di chissà quale principio, visto che anche Colui ch’essi hanno crocifisso è bandito) hanno le stesse qualità”.

Certo, Proust non è un sionista: affronta il tema con molto pudore e riserbo – “Caro signore, ieri non ho risposto alla vostra domanda sugli ebrei per una ragione semplicissima: come mio padre e mio fratello io sono cattolico, ma mia madre è ebrea. Capirete che è un validissimo motivo per astenermi da discussioni” –. Questa ritrosia gli costa anche un saggio di Alessandro Piperno Proust antiebreo (Franco Angeli, 2000), che lo accusa di reticenza, conformismo e dissimulazione, proprio come i personaggi della Recherche, su temi quali l’ebraismo e l’omosessualità. E di omosessualità Marcel parla appunto sempre e solo in privato, come testimoniano le nove novelle inedite in uscita domani con Garzanti: Il corrispondente misterioso raccoglie racconti, non tutti ultimati, espunti da I piaceri e i giorni (1896). È lo stesso autore a censurarli: l’omoerotismo, come l’ebraismo, deve restare segreto.