Biden: “Negli Usa il razzismo è sistemico”

A Tulsa, in Oklahoma, sul luogo dell’eccidio di neri più terribile della storia americana, Joe Biden ha ieri annunciato misure per ridurre le disuguaglianze nell’Unione. “Qui, un secolo dopo, la paura e il dolore della devastazione si sentono ancora”, ha detto il presidente, nel centesimo anniversario del massacro nel quartiere di Greenwood, che ospitava una fiorente comunità afro-americana: era ‘the black Wall Street’ .

Tra il 31 maggio e il 1º giugno 1921, orde di suprematisti bianchi con armi ed esplosivi lo devastarono e incendiarono, uccidendo circa 300 persone, distruggendo un migliaio tra case e negozi, lasciando 10 mila persone senza un tetto. È la Notte dei Cristalli della storia Usa: nessuno ha mai pagato per quei crimini. La ferita è ancora aperta in una città che si rifiuta di fare i conti con il proprio passato e cavalca una “cospirazione del silenzio”: a scuola, ci sono limiti all’insegnamento di quella pagina nera del 1921.

Biden è stato il primo presidente in carica a visitare Tulsa per ricordare e denunciare l’accaduto: ha incontrato tre sopravvissuti ultracentenari, Viola Fletcher, Hughes ‘Uncle Red’ Van Ellis e Lessie Benningfield Randle, che nei giorni scorsi avevano sollecitato al Congresso un indennizzo per chi scampò al massacro e per i discendenti delle vittime; ha visitato Greenwood; ha illustrato i progetti della sua Amministrazione per i neri, equità e giustizia, contratti per le piccole e medie imprese, alloggi sociali e 10 miliardi in infrastrutture loro destinate. I leader afro-americani apprezzano, ma si aspettano anche il taglio dei debiti degli studenti, una promessa elettorale. Lunedì, nel Memorial Day, il giorno dedicato ai caduti di tutte le guerre, Biden aveva proclamato un “giorno della memoria” per il centenario del massacro di Tulsa e aveva chiesto agli americani “di riflettere sulle radici profonde del terrore razziale e di ribadire l’impegno a lavorare per sradicare il razzismo sistemico nel nostro Paese”. Un appello che spesso trova eco sorde: in Georgia, in Florida, in Texas, le assemblee statali, controllate dai Repubblicani, varano leggi per limitare l’accesso dei neri al voto; e, nel Congresso, faticano ad avanzare le misure per evitare che le azioni della polizia riflettano pregiudizi razziali. Un anno fa, a Tulsa, il 20 giugno, ci venne Donald Trump: non per rendere omaggio alle vittime, ma per rilanciare con un grande evento in presenza la sua campagna elettorale, dopo oltre tre mesi di comizi sospesi causa pandemia. Fu un mezzo flop: il magnate presidente s’aspettava un milione di persone in fila online per assistere all’evento; gli organizzatori ne attendevano 100 mila e avevano allestito un palco all’aperto, perché l’arena di Tulsa, il Bok Center, ne può contenere solo 19 mila; ma, poi, il palco esterno era stato smantellato e niente pienone.

Flop o non flop, era il popolo di Trump: si temevano disordini e tafferugli. Come per il centenario: il Dipartimento per la Sicurezza interna aveva segnalato che le commemorazioni “attraggono suprematisti ed estremisti bianchi violenti, motivati a commettere violenza da ragioni razziali o etniche”. La polizia di Tulsa era mobilitata e alcuni eventi previsti sono stati cancellati.

Il leader del Polisario resta libero, il Marocco s’infuria

L’estate calda dei migranti continuerà ad avere un altro fronte aperto oltre a quello libico: quello marocchino. Ieri, infatti, il giudice della Procura nazionale spagnola ha negato le misure cautelari a carico di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario e presidente della Repubblica Araba del Sahara democratico. Era stato accolto nel Nord del paese iberico il 18 aprile per curarsi dal Covid-19; Ghali è accusato di tortura contro i rifugiati sahrawi. La decisione, seguita alla dichiarazione di innocenza di Ghali in videoconferenza dall’ospedale della cittadina settentrionale di Logroño, è destinata a essere il detonatore finale dell’ennesimo scontro tra Marocco e Spagna che nelle ultime settimane, proprio dall’accoglienza del leader di Fp da parte di Madrid si era scatenato, provocando le ire di Rabat.

Mohammed VI, risentito perché il Paese vicino aveva dato rifugio a colui che per il Marocco costituisce il nemico numero uno, perché in lotta per l’indipendenza da Rabat che ha annesso il territorio unilateralmente nel 1975, aveva lasciato partire per l’enclave spagnola di Ceuta centinaia di migranti illegali, provocando la crisi migratoria più dura degli ultimi anni. “L’aver ricoverato in Spagna il leader del Fronte Polisario ha rivelato una connivenza del nostro vicino del Nord con gli avversari del Regno che combattono per mettere fine alla nostra integrità territoriale”, ha fatto sapere Rabat in un comunicato all’indirizzo del governo spagnolo di Pedro Sanchez, aggiungendo che così Madrid sta interferendo “in una questione che non la riguarda”, come se il Marocco si intromettesse di fatto nell’indipendenza della Catalogna, cosa che non ha mai fatto. Anzi, si sottolinea nel comunicato, “nel 2017 Rabat non si mantenne solo neutrale nel conflitto catalano, bensì si schierò in difesa dell’integrità territoriale spagnola rifiutando di accogliere un importante leader del separatismo catalano”. Sanchez da parte sua ha cercato di tenere il polso fermo, in un contrasto con il “vicino scomodo” che ha provocato ben altre crisi in passato (vedi quella con il governo di destra di José Maria Aznar per l’Isola Perejil nel 2002) e quasi per tutti i governi iberici, tenuti sotto scacco da Rabat per via del ruolo di porta d’Africa che il Marocco rappresenta. “Si tratta di una dichiarazione irricevibile – ha risposto al comunicato il premier spagnolo – in cui si sostiene di aprire le frontiere per far entrare in Spagna 10 mila migranti per una differente visione in politica estera”. Coincidenza ha voluto però che proprio la settimana scorsa, in pieno arrivo di centinaia di migliaia di migranti a Ceuta, il governo Sanchez abbia approvato in Parlamento aiuti per 30 milioni di euro a Rabat per finanziare la polizia marocchina che si occupa di proteggere le frontiere dall’immigrazione clandestina verso la Spagna. Fatto sta che per ora il magistrato ha negato la prigione a Brahim Ghali – come richiesto dal blogger sahrawi di nazionalità spagnola, Fadel Mihdi Breica, che accusa il leader del Fp di torture e dalla Associazione sahrawi per la Difesa dei diritti umani (Asadedh) – per mancanza di rischio di fuga o di possibilità da parte dell’imputato di alterare o distruggere le prove.

Tesi in parte smentita dall’indiscrezione del quotidiano iberico El Confidencial, secondo cui ieri mattina un aereo del governo algerino sarebbe partito dalla Capitale del Paese nordafricano verso Logrono per andare a prendere il leader del Fronte Polisario, ma raggiunta l’isola di Ibiza, quindi già in territorio spagnolo, avrebbe fatto marcia indietro. Il ritorno in Algeria di Ghali ad ogni modo sembra imminente. Chi resterà nei campi di Ceuta sono i migranti ancora non rimpatriati. Rabat, infatti, ritiene chiuse le frontiere finché non si chiarirà l’incidente diplomatico. Per la stessa ragione rischiano di restare in Andalusia anche i 12.600 lavoratori stagionali marocchini impiegati nella raccolta delle fragole che avrebbero dovuto iniziare il rientro annuale il 21 maggio. Da Rabat invece non c’è stata risposta. Il che inquieta il governo di Madrid e gli stessi lavoratori, che temono di restare in Spagna.

2 Giugno: Togliatti e Nenni erano contrari al referendum

Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia fu l’ultimo Paese a votare, tra quelli occupati dai nazisti durante il conflitto. Prima di noi avevano tenuto libere elezioni: Finlandia, Norvegia, Francia, Lussemburgo, Danimarca, Austria, Belgio e Olanda. Dopo l’infame ventennio fascista, gli italiani andarono alle urne per la prima volta il 10 marzo 1946, per le Amministrative. Indi il fatidico 2 giugno per scegliere tra Repubblica e monarchia e anche i rappresentanti dell’Assemblea costituente, con il sistema proporzionale.

Il 1946 fu pure l’anno del voto alle donne e l’affluenza fu da vera festa della democrazia: l’89,1 per cento. E 2 giugno 1946. Storia di un referendum s’intitola l’ultimo saggio di Federico Fornaro, storico della Resistenza e grande esperto di leggi elettorali nonché deputato di Articolo 1. Fornaro pone questa data – assurta al rango solenne di festività laica e repubblicana – al culmine di una lunga transizione cominciata tre anni prima nella notte del 9 e del 10 luglio 1943, quando le truppe anglo-americane sbarcarono in Sicilia. Da lì, poi, la caduta del dittatore Benito Mussolini, il 25 luglio, e tutti gli eventi che si trascinò appresso, a partire dall’8 settembre dell’armistizio con gli Alleati (in realtà furono due: l’armistizio “breve” e quello “lungo”) e la fuga di re Vittorio Emanuele III a Brindisi. Con meticolosità scientifica e piglio narrativo, l’autore storicizza la vittoria della Repubblica al referendum in un percorso travagliato e denso di manovre partitiche che influirono in modo decisivo sui lustri successivi. Ché un conto è la retorica patriottica – giusta giustissima in un momento di festa – un altro la storia.

Del resto, l’Italia era un Paese in macerie e diviso in due tra Nord e Sud, stretto tra l’occupazione nazista e l’occhiuta vigilanza degli Alleati, con gli inglesi particolarmente severi e punitivi nei nostri confronti. Non solo. La successione dei governi dal 1943, due esecutivi di Badoglio, due di Bonomi, uno di Parri, fu talvolta cruenta ed ecco cosa scrisse il presidente del Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) Pizzoni in missione a Roma nel dicembre del 1944: “La mia prima sensazione fu di irrealtà; ed effettivamente l’atmosfera di Roma era per noi irreale. A Roma non avevano lottato, si erano semplicemente preparati alla conquista del potere politico, si erano attribuite tutte le possibili cariche pubbliche e senza avere il minimo potere effettivo e senza nessuna autorità presso gli alleati giocavano, si trastullavano a fare i ministri, i sottosegretari (…). Che noi si combattesse, che noi si morisse, facevano finta di non sapere e, comunque, per la loro mentalità politica, non aveva alcuna importanza”.

I democristiani di De Gasperi, i comunisti di Togliatti, i socialisti di Nenni, i liberali di Croce, gli azionisti di Parri: la lotta partitica si giocò su due fronti roventi del ritorno alla democrazia: la forma istituzionale e la pregiudiziale antimonarchica; l’epurazione della burocrazia fascista. Sul primo pesava ovviamente la compromissione del re sabaudo con il regime del Duce. Accantonata tatticamente la pregiudiziale, questa si ripropose dopo la Liberazione del 1945. Un anno prima Vittorio Emanuele aveva ceduto alla cosiddetta luogotenenza dell’erede Umberto II.

Il Paese arrivò al referendum del 2 giugno con il primo governo italiano a guida cattolica: a presiederlo il segretario della Dc Alcide De Gasperi. E proprio De Gasperi compì quello che Fornaro definisce “un autentico capolavoro del Presidente del Consiglio destinato a influenzare il corso dell’Italia repubblicana”. Lo statista dc, con il sostegno americano, riuscì infatti a far accettare a Togliatti e Nenni la decisione di scegliere la forma istituzionale con il referendum e non invece all’interno dell’Assemblea costituente. Questo gli valse anche una dura opposizione di Giuseppe Dossetti all’interno della Dc, che in una lettera lo accusò di voler il referendum per salvare la monarchia.

In ogni caso, con questa mossa, De Gasperi evitò una probabile scissione della Dc, ponendo le basi per una lunghissima egemonia: nella Costituente il partito si sarebbe spaccato in modo irreversibile tra parlamentari filorepubblicani e filomonarchici. Allo stesso tempo, scrive Fornaro, “alle sinistre (…) deve essere però riconosciuto il merito storico di aver anteposto gli interessi di parte (…) al raggiungimento, attraverso il referendum, dell’obiettivo della Repubblica, che non sarebbe stata più messa in discussione, proprio perché espressione della volontà popolare e non di una votazione compiuta nel chiuso di un’aula parlamentare”. Si votò quindi il 2 e il 3 giugno. Vinse la Repubblica, con 12 milioni 718.641 voti. La monarchia ne ebbe 10 milioni 718.502. Il libro smonta con studi recenti la leggenda dei brogli orditi dal Viminale. Anche perché il controllo del voto fu della Corte di Cassazione, che proclamò i risultati sedici giorni dopo, il 18 giugno.

Giulio non deve morire: Pigneto in subbuglio per l’oca-star

Paura e delirio al Pigneto: è morta l’oca Giulio. Premessa: il Pigneto è il quartiere beat di Roma est, ex borgata masticata dalla gentrificazione, gonfia di aspiranti scrittori, giornalisti, artisti e localari, con integrazione tutto sommato benevola tra i coloni borghesi, i superstiti autoctoni e i numerosi stranieri.
Ecco, succede al Pigneto che l’oca-star Giulio ci lasci le penne, in senso letterale. Il volatile era idolo di grandi e piccini, specie nelle penose passeggiate di pandemia: si affacciava da un cancello nella zona dei villini, salutava starnazzando, si concedeva per molteplici selfie e veniva compensato con abbondanti razioni di tozzi di pane e altre cibarie forse non troppo salutari.

Fatto sta che Giulio s’ammala. Il Pigneto impazzisce. La cronaca struggente delle ultime ore è sulla pagina Facebook del quartiere, con più di 11mila iscritti. Volontari assistono l’oca agonizzante, cercano invano di sollecitare i padroni (pare fossero a cena fuori), chiedono l’intervento delle istituzioni: vigili, polizia, pompieri, qualcuno faccia qualcosa. Niente, l’oca trapassa e il quartiere ribolle di rabbia e commozione. È tutto un “ciao Giulio”, “grazie Giulio”, “Hai fatto più tu per il Pigneto di tanti assessori” e addirittura “Hai cresciuto i nostri figli”. Si pensa di dedicare un murales all’angelo pennuto; si raccolgono i ritratti di Giulio disegnati dai bambini; un professionista promette di tatuarlo gratis. Chi non partecipa al cordoglio è guardato con sospetto o isolato a colpi di like. Di recente nel quartiere se ne sono andati un libraio e un macellaio, in dignitoso silenzio. Ma l’oca no, Giulio non doveva morire. Tintinnio di manette: i più zelanti sacerdoti della memoria del papero vogliono denunciare i padroni, raccolgono firme, scrivono che la querela è pronta. Magari sono gli stessi che avevano messo Giulio all’ingrasso. Pigneto quartiere solidale, Pigneto vida l’oca.

Draghi, operazione “reconquista”

Come documentato nell’ultimo libro di Marco Travaglio –I Segreti del Conticidio– l’avvento di Draghi era programmato o comunque desiderato da molto tempo, con un’accelerazione massima subito dopo il successo europeo ottenuto dal suo predecessore (il Recovery Plan).

Conosciamo gli autori del cambio di guardia: la maggioranza di Confindustria, i padroni dei principali giornali, i potentati economici con profilo di multinazionali, Matteo Renzi esecutore finale. Intuiamo anche il motivo del cambio: la gestione/distribuzione del suddetto Recovery Plan, detto anche Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In questi giorni stiamo conoscendo i primi frutti dell’operazione.

Operazione che potremmo chiamare Reconquista, in ricordo della lunghissima guerra di religione che portò all’estromissione della civiltà musulmana in Spagna. La Reconquista, oggi, punta a scalzare uno dopo l’altro gli ostacoli che nell’ultimo decennio hanno insidiato i dogmi neoliberisti: ostacoli sommariamente bollati come populisti. Decisiva fu l’offensiva contro la sinistra greca che andò al potere nel 2015. Altrettanto decisivo il Brexit, che ha provvidenzialmente neutralizzato non solo le uscite dall’Unione ma anche le critiche radicali delle sue regole (torna senza più complessi il motto “Ce lo chiede l’Europa”). Infine il Covid esploso in Europa nel 2020, ultimo ostacolo frapposto alla Reconquista. Non mancarono le promesse di una normalità diversa, non più fondata sulla disuguaglianza sociale e la rovina ambientale. Lo prometteva il governo Conte-2 ed è stato estromesso, con la scusa che “tutta” la classe politica aveva fallito. Le critiche all’Unione europea e ai suoi parametri di austerità ridiventano sospette.

Le recenti scelte di Draghi e alcuni suoi gesti verbali sono tappe evidenti della Reconquista. In economia: la liberalizzazione dei subappalti, solo in parte frenata dai sindacati, con la scusa che è l’Europa a chiederci di semplificare e velocizzare i progetti del Recovery Plan; la fine del blocco dei licenziamenti introdotto durante il Covid, ancora una volta perché lo chiede Bruxelles e prima di aver creato gli ammortizzatori sociali che in altri Paesi Ue attutiscono l’urto dei licenziamenti; l’accentramento delle decisioni sul Pnrr nella figura del presidente del Consiglio e in centinaia di tecnici che erano intollerabili quando li propose Conte; la degradazione dei ministri tecnici a braccidestri di Palazzo Chigi. In politica estera: professione di fedeltà atlantica sin dal discorso inaugurale in Parlamento. Nella giustizia: le nuove regole sulla prescrizione forse non si toccano ma nella proposta Cartabia è il Parlamento e non il potere giudiziario a decidere le priorità delle azioni penali.

E ancora, sulla migrazione: fallito tentativo di ottenere più solidarietà in Europa, seguito da dichiarazioni sibilline: “Continueremo ad affrontare il problema da soli”. Anche il governo Letta operò in solitudine, dopo il naufragio del 2013 a Lampedusa (368 morti, 20 dispersi), dando vita all’operazione Mare Nostrum, poi abbandonata nel 2014. Nulla di simile oggi.

Tra i gesti verbali potremmo citare la risposta a Enrico Letta sulla proposta di tassare le successioni oltre i 5 milioni di euro per lasciare un’eredità ai giovani. “Non ne abbiamo mai parlato. Non è il momento di prendere i soldi dei cittadini ma di darli”. Non si chiamava Next Generation? Vorrebbe forse essere sprezzatura e somiglia piuttosto a disprezzo.

A ciò si aggiunga, sempre nel Recovery, l’aumento dei fondi per la telemedicina a scapito degli investimenti nella sanità territoriale (gli anziani faticano a telecurarsi, ma non importa). Diminuiscono inoltre rispetto alle bozze di Conte gli investimenti – già considerati esigui dagli scienziati – nella ricerca, soprattutto quella fondamentale (nonostante la sua centralità nello studio di future zoonosi e pandemie).

Draghi segue molte scelte di Conte, senza mai riconoscerne i meriti, ma le discontinuità sono oggi evidenti. Discontinuità mai spiegate nelle nomine o sostituzioni, oltre che nell’economia. Ma più in generale: ripristino di quella che negli anni Ottanta e Novanta si chiamava “disintermediazione”. Mutuata dal linguaggio finanziario, la disintermediazione marginalizza ogni sorta di intermediario/mediatore (sindacati, partiti, giornalisti, parlamenti, magistrati) sistematicamente incriminati di allentare, ostacolare, normare le forze di mercato. L’ultimo nemico da maledire: la burocrazia.

Oltre all’offensiva indistinta contro burocrati e partiti, assistiamo infine a una progressiva, sotterranea squalifica dei maggiori scienziati che ci sono stati accanto nella pandemia, da Andrea Crisanti a Massimo Galli. Il “rischio ragionato” al momento si dimostra vincente, per fortuna. Ma le riaperture non sono irreversibili come afferma Sileri: in Gran Bretagna già si parla di terza ondata e di nuove restrizioni. Il rischio è preferito al principio di precauzione: anche questo fa parte della Reconquista.

La disintermediazione è una macchina di accentramento dei poteri nelle mani del premier e di quelle che Zagrebelsky chiama cerchie ristrette del potere. Contestualmente sono sempre più invise le elezioni: evitarle è cosa buona e giusta. Quando danno risultati sconvenienti subito ci si rincuora dicendo che in ogni caso opera il “pilota automatico”. Subito dopo le elezioni del febbraio 2013 e il primo grande successo del M5S, Draghi presidente dalla Banca centrale europea disse in conferenza stampa: “I mercati sono stati meno impressionati (dall’esito del voto) dei politici e di voi giornalisti. Penso che capiscano che viviamo in democrazie (…) Dovete considerare che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico”. Già allora i giornalisti andarono in estasi, specie quando venivano scherniti per la loro “impressionabilità” (anche qui: fu sprezzatura o disprezzo?).

Con Draghi, il mercato si libera di parecchi controlli – declassati a burocratici. Il desiderio è di chiudere la parentesi della pandemia e restaurare quel che c’era prima. Offerta e domanda devono potersi di nuovo incontrare direttamente, senza intermediari. Fino alla prossima crisi, finanziaria o sanitaria o democratica che sia. O al prossimo crollo di un ponte o una funivia. Si chiama rischio, non disastro. Vince l’osannata resilienza/sopportazione, che sta soppiantando – simile alle varianti virali – le più promettenti nozioni di resistenza e normalità alternativa.

 

Una Santa-Barbara chiamata Alberti

È sempre un piacere ascoltare Barbara Alberti e con gli anni il piacere aumenta perché i suoi chignon grigio perla, il suo sguardo saettante, il suo sorriso di coccodrillo sono altrettante prove di come si possa invecchiare splendidamente (“Ogni tanto cammino, e se mi vedo riflessa in una vetrina mi dico: ‘Ma chi è quella vecchia?’ Ma dura una frazione di secondo”). Più ancora che ascoltarla, Barbara Alberti bisognerebbe candidarla – questo pensavamo mentre rispondeva alle domande di una Francesca Fagnani quando stupita, quando turbata, quando ammirata (Belve, Rai2, venerdì notte). Barbara Alberti for president; e non perché parli di politica, anzi, proprio perché risulta allergica a quella cosa meschina, da album di computisteria che è diventata la politica italiana.

Per cominciare, la candideremmo alle Pari Opportunità: “Ho amato uomini e donne, con le donne mi sono divertita di più che con gli uomini perché loro hanno questa disgrazia dell’erezione. Però le distinzioni di genere le trovo assurde: quando una persona ti interessa, ti fa battere il cuore, ma che gli vai a chiedere il documento?”.

Anche alle politiche della Famiglia la vedremmo bene: “Non so se sono materna. Ai miei tempi non c’era questa mania che i figli devono essere perfetti, la presunzione che il figlio dipenda da te. Ai miei tempi eravamo più liberi, facevamo i figli, li portavamo con noi dappertutto e ci facevamo pochi problemi”.

Ma forse potrebbe fare ancora meglio alla Cultura: “A me la televisione piace perché per strada le casalinghe mi riconoscono come collega. Per il resto, nel momento in cui ho cominciato a fare televisione sono sparita come scrittrice, siccome andavo in televisione non si è più parlato dei miei libri. La cosa all’inizio mi ha sconcertato, ma poi mi ha dato un senso di verginità.”

E dunque? Tirando le somme, per Barbara Alberti si potrebbe anche fondare un’istituzione ad personam, il ministero all’Amore: “L’amore è inesplicabile, l’amore è coraggio. Il resto è coppia”.

Da sinistra salamelecco alle bombe dell’emiro

nuovo impulso alle relazioni (tra l’Italia) e Abu Dhabi”. Bene, bravo! “Gli Emirati Arabi di Mohammed bin Zayed… rappresentano un interlocutore per l’intero Occidente”. Bene, bravo! Come non concordare, infatti, con Gianni Vernetti, ex dirigente dell’ultima versione torinese di Lotta Continua, quella che aggiungeva alla vecchia sigla la definizione “per il Comunismo”, poi leader dei Verdi, assessore comunale all’Ambiente (ma sconfessato dai suoi perché faceva abbattere alberi e costruire sottopassi troppo stretti), deputato della Margherita e infine sottosegretario agli Esteri con Prodi: carica che Vernetti ha fatto poi fruttare (e molto) quando ha lasciato la politica. Sino ad assicurarsi anche il ruolo di commentatore su Repubblica

, in linea con il nuovo indirizzo di quel giornale su Israele e il Medio Oriente. L’ultima sua perorazione a Draghi è arrivata l’altroieri, per una revoca dell’embargo nei confronti di Abu Dhabi deciso all’inizio dell’anno da quel governo brutto e cattivo guidato da Giuseppe Conte. L’ex lottacontinuistaperilcomunismo ci spiega perché tutto ciò sarebbe avvenuto: fare di ogni erba una fascio nei giorni delle polemiche su Renzi e il “rinascimento” saudita.

Ma in che cosa consiste il famigerato embargo di Conte? Nel vietare la vendita di armi a quei due Paesi islamici, per il ruolo nella guerra in Yemen. Orrore (ed errore gravissimo), ammonisce il neo-esperto di Medio Oriente: gli Emirati Arabi si erano sganciati da quella guerra mesi prima dei sauditi. Dunque, tornino a sparare le armi perché pochi mesi di differenza cancellano tutto. E Abu Dhabi, poi, sta lasciando addirittura costruire “la prima chiesa cattolica”. Bene, bravo! Alla faccia di quando avevamo 20 anni ed eravamo un po’ lottacontinuisti, un po’ verdi e persino un po’ pacifisti.

Nichi il ‘rosso’ si difenda senza accuse ai giudici

Conosco e stimo Nichi Vendola. Siamo “conterroni” e siamo anche amici. Fatta questa premessa, credo in tutta franchezza che l’ex presidente pugliese abbia sbagliato a reagire con tanta veemenza alla condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione comminata dalla Corte d’Assise di Taranto per il disastro ambientale dell’ex Ilva. Ogni cittadino ha diritto a essere considerato innocente fino alla sentenza definitiva e quindi di appellarsi a un nuovo grado di giudizio. Ma attribuire a una giuria popolare “un grave delitto contro la verità e contro la storia”, definendo il verdetto “una vergogna”, va al di là del legittimo diritto alla difesa.

Accusato di concussione aggravata in concorso, per aver esercitato – secondo la Corte – pressioni indebite sul direttore dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, a suo tempo il governatore fu immortalato in una memorabile intercettazione telefonica con Girolamo Archinà, responsabile delle Relazioni istituzionali dell’Ilva, considerato la longa manus dei Riva e condannato a 21 anni e 6 mesi. In quella conversazione, l’ex leader di Sinistra Ecologia Libertà si congratulava con l’interlocutore per lo “scatto felino” con cui aveva strappato il microfono a un cronista che poneva domande incalzanti sulle malattie e sulle morti provocate dai veleni dell’acciaieria. Alcuni giornali, tra cui ilfattoquotidiano.it, collegarono la risata sinistra del governatore alle vittime dei tumori, furono querelati per diffamazione e condannati a risarcire Vendola.

Non penso che “Nichi il rosso” abbia concusso l’Agenzia regionale per l’Ambiente allo scopo di favorire i Riva, violando così la legge e tradendo il suo cuore “verde”. Tendo a ipotizzare, piuttosto, sia intervenuto per difendere i posti di lavoro, gli interessi degli operai e delle famiglie. È certo, comunque, che il disastro ambientale a Taranto c’è stato e ha provocato gravi danni alla salute collettiva: sia all’epoca in cui Vendola era governatore, sia prima sia dopo di lui. Ma questa è una responsabilità politica che chiama in causa tutti i governi nazionali degli ultimi 50 anni.

Mail box

 

Matteo parla: sicuri che la Santa risponda?

Salvini, che ha consacrato tutta la sua vita al cuore immacolato di Maria, s’è recato in visita al santuario mariano. Ha pregato a Fatima, il devoto Matteo. E ha sostenuto: “La Madonna mi ha detto che se ci dividiamo il centrodestra perde”. Chissà se la Madre Celeste, tra l’altro, gli ha ricordato che i migranti vanno accolti benevolmente e che le navi dei disperati non si possono lasciare in mezzo al mare. Con profonda stima.

Marcello Buttazzo

 

Caso Uggetti, bisogna leggere la sentenza

Grazie al Fatto Quotidiano, che ancora una volta dimostra la sua indipendenza da tutti i partiti. Grazie a Gianni Barbacetto che ha dimostrato l’inutilità delle scuse di Di Maio sulla sentenza di appello che assolve l’ex sindaco di Lodi. Di Maio è stato troppo frettoloso. Infatti Barbacetto sottolinea che occorre leggere le motivazioni della sentenza. Leggendo il suo ultimo articolo si capisce chiaramente che i giudici nel primo giudizio, davanti a un reo confesso, hanno applicato la legge. La Corte d’appello ha stravolto la sentenza con l’assoluzione. Vuoi vedere che i colpevoli risulteranno i giudei del primo grado e la funzionaria che ha fatto giustamente denuncia?

Alberto Alvino

 

5 Stelle, del Movimento non è rimasto nulla

Caro Andrea Scanzi, ho trovato, come spesso accade, puntuale e ineccepibile il tuo articolo di oggi (ieri, ndr) sui 5 Stelle. Spero che la domanda finale sul perché siano al governo attuale fosse retorica. Perché, nel caso non si sia già capito da un pezzo, del movimento che tempo fa aveva fatto sperare invano molti italiani, me compreso, non è rimasto nulla. La ricerca e lo smodato desiderio di stare al potere si sono ormai impadroniti di quasi tutti loro, a cominciare da Di Maio, un vero e proprio emblema in tal senso, come capì alcuni anni fa anche Luciano Canfora. Dopo aver “governato” con Salvini ed ora anche con Berlusconi, quando alle prossime elezioni arriveranno, a stento, al 10 per cento, sapranno con chi dovranno prendersela. Di Battista, dove sei?

Carlo Pietrantoni

 

Conticidio, un killeraggio a reti unificate in tv

Una considerazione sul libro di Travaglio sul Conticidio. Azione di killeraggio contro il governo Conte non sono arrivate solo dalla stampa, ma anche da tutte le trasmissioni televisive a reti unificate, come dite voi. E se da una parte mi sono sentita rapinata dai miei legittimi rappresentanti al governo, dall’altra ho tirato un sospiro di materno sollievo per Conte: come abbia potuto resistere ad attacchi feroci, continui e ingiustificati, senza rimetterci in salute. Quantomeno ora può lavorare senza questo stillicidio quotidiano di delegittimazione e diffamazione. Anche se i nostri cominciano piano piano con la loro macchina del fango in vista delle amministrative. Ma perlomeno i miei eroi qualche arma in più per difendersi e per attaccare a questo punto dovrebbero aver imparato a usarla.

Gianna Trotta

 

Marx e Calenda, gara di pauperismo

Recentemente ho letto un’intervista rilasciata dall’onorevole Calenda nella quale, intervistato dal Foglio, afferma che Marx sia stato più ricco dello stesso Calenda. Cito una lettera del filosofo del 1852 inviata all’amico Engels: “Da una settimana sono arrivato al punto che per mancanza degli abiti impegnati al Monte di Pietà non esco più e in mancanza di credito non posso mangiare più carne. Mia moglie è malata, la piccola Jenny è malata… il dottore non posso chiamarlo perché non ho il denaro per le medicine” (D. Mclellan, Karl Marx: La sua vita, il suo pensiero). Chissà se l’onorevole Calenda è riuscito quest’anno a riscattare il cappotto impegnato al Monte di Pietà di Roma?

Mauro

 

Raggi manda i cinghiali al mare in Liguria

Stimatissimo direttore Travaglio, ho letto che un cinghiale se ne andava a spasso sulla spiaggia di Vernazzola (Genova) tra lo stupore dei bagnanti. Le domando: riusciranno anche per questo caso a incolpare la sindaca di Roma Virginia Raggi?

Mauro Chiostri

 

Sicuro. Pare che il cinghiale grugnisse con forte accento romanesco.

m. Trav.

 

Una modesta soluzione all’evasione fiscale

Le ultime stime indicano una evasione fiscale di 119.000.000.000 (cento e diciannove miliardi) di euro! Una cifra sbalorditiva che probabilmente alcuni non sanno neppure con quanti zeri si scrive. Credo che l’unica soluzione vera sia di trasformare l’evasione fiscale oltre i 3.000 euro di imposta, per singola persona o società nel dato anno fiscale, da infrazione amministrativa in reato penale. Credo che se la lotta all’evasione fiscale, negli ultimi 20 anni, fosse stata combattuta con maggior rigore, ora il debito pubblico del nostro Paese sarebbe meno della metà dei circa 2.622 miliardi di euro di oggi. Questo nostro gigantesco debito pubblico è probabilmente il primo al mondo, in rapporto al Pil. Mi chiedo cosa si stia aspettando.

Sergio Cannaviello

“A mia moglie invalida non viene riconosciuta l’indennità”

Gentile redazione, sono un vostro estimatore: mi piace la linea del giornale e, soprattutto, la vostra sete di giustizia e di legalità, con la quale mi trovo in perfetta sintonia. Mi farebbe immensamente piacere se la seguente lettera venisse inserita nella relativa rubrica di riferimento: vorrei che il messaggio giunga in maniera da sensibilizzare l’opinione dei lettori, alla luce delle difficoltà e sofferenze che tante persone affrontano nelle situazioni che qui di seguito descriverò.

Circa quattro anni fa, mia moglie fu ricoverata all’Asl di Matera dove le fu diagnosticata una “emiparesi destra in esiti di emorragia cerebrale spontanea”. Da quella tragica fatalità la sua vita è stata totalmente stravolta. I danni da lei subiti sono e rimarranno permanenti. Tutte le visite mediche, neurologiche e fisiatriche effettuate, che qui riporto sinteticamente, parlano di “assenza di funzionamento dell’arto superiore destro… Deambulazione consentita solo per brevi tratti in piano… La paziente viene assistita in tutte le attività fondamentali della vita quotidiana… Afasia non fluente… Marcate note depressive… Labilità emotiva e facilità al pianto…”. In assenza di autonomia, tutte le azioni quotidiane che mia moglie deve compiere hanno bisogno del mio aiuto. Nella cura e igiene della persona, nella vestizione, nella nutrizione. Aggiungo che ella, per effetto dei danni subiti, accusa un costante stordimento alla testa che le fa perdere la concentrazione, con le conseguenze che tutti possono immaginare. La commissione esaminatrice dell’Inps di Matera le ha riconosciuto appena l’80 per cento di invalidità. I ricorsi che hanno fatto seguito a questa umiliante valutazione, per ottenere il sacrosanto diritto alla indennità di accompagnamento, hanno avuto esito negativo. È forse una mia impressione che, in Italia, per avere diritto all’indennità di accompagnamento bisogna arrivare davanti ai medici in barella e moribondi? Tutto questo è ingiusto e offensivo nei confronti di persone che soffrono e affrontano quotidianamente tante difficoltà. Sembra che si voglia oggi far pesare sulle spalle degli invalidi gli errori e gli sprechi del passato (è notoria la vicenda dei falsi invalidi). Tagliare sulla spesa sanitaria (spero che l’attuale pandemia abbia insegnato qualcosa a qualcuno) non deve prevalere sui bisogni e sulle fragilità di queste persone. Tutto questo non è degno di un Paese civile. Il grado di civiltà di una nazione si misura dalla protezione che si dà ai più deboli.

Luciano Festa