2 Giugno, regaliamo alla Repubblica la legge elettorale

Oggi il nostro Paese compie 75 anni: il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a votare per il referendum istituzionale e per la prima volta andarono alle urne tutti i maggiorenni, senza distinzioni di censo o sesso. L’affluenza fu altissima: 89,1 per cento degli aventi diritto. La scelta finale fu in favore della Repubblica e nelle stesse elezioni vennero scelti – con il sistema proporzionale, voluto proprio per garantire la massima rappresentanza possibile – anche i deputati dell’Assemblea costituente. “Giuridicamente gli italiani non avevano una casa. La Costituente era necessaria: un popolo ha bisogno di una casa dove possa sentirsi al sicuro”, disse Oscar Luigi Scalfaro spiegando con una perfetta immagine il valore di quel passaggio. Il 2 giugno, con l’elezione dei deputati della Costituente, rappresenta il primo passo di un’inversione del rapporto tra gli italiani e lo Stato. Non più sudditi ma cittadini che scelgono i loro rappresentanti per scrivere le regole di una convivenza basata su valori nuovi. Tra le molte decisioni dibattute dai costituenti ci fu quella di non mettere in Costituzione la legge elettorale, anche se tutta l’architettura della Carta suggerisce che pensassero al sistema proporzionale, che resta – a parere di chi scrive – il più adatto alla storia italiana e al suo quadro politico-istituzionale.

Ma leviamo di mezzo per un momento il derby col maggioritario e proviamo a concentrarci sul fatto che per quasi 50 anni, fino al 1993, l’Italia ha avuto la stessa legge elettorale (escludendo la fortunatamente infruttuosa parentesi della legge truffa, nel ’53). Poi abbiamo votato col Mattarellum, dal 2005 è entrato in vigore il Porcellum, poi il mai utilizzato Italicum, infine il Rosatellum. Ora siamo di nuovo da capo, con una non irrilevante novità e cioè che il prossimo Parlamento sarà notevolmente dimagrito dopo la riforma sul taglio degli eletti. E dunque per una volta è giusto e necessario che Camera e Senato scrivano una nuova legge elettorale. Certo sarebbe bene – e non solo per le raccomandazioni del Consiglio d’Europa ma per una questione di igiene democratica – che la legge vedesse la luce con buon anticipo rispetto alla scadenza elettorale. I partiti dovrebbero fare un immenso sforzo di maturità e lungimiranza, dotando il Paese di una legge elettorale costituzionale, democratica e duratura: possono riuscirci solo mettendo da parte la stupida tentazione della legge-sondaggio, cioè una legge concepita sulla base delle rilevazioni più recenti, negli ultimi scampoli di legislatura, a un passo dalle urne. Da un punto di vista di risultati è un metodo illusorio, a meno che non si tratti di leggi col trucco, palesemente incostituzionali come erano Porcellum e Italicum.

Non è ben chiaro perché la legge elettorale sia considerata dai più (specie nei salotti televisivi) un argomento noioso e di scarso interesse pubblico. Basta pensarci un attimo: è la legge attraverso cui si realizza la rappresentanza, grazie alla quale ogni cittadino condiziona la vita democratica assegnando la propria preferenza in base a valori e programmi da realizzare. È lo strumento con cui dare e revocare la fiducia politica. Per quale ragione dovrebbe essere meno interessante dell’ultimo cretino che sbarca su Tik Tok? Spiegare i meccanismi attraverso cui la macchina elettorale digerisce il voto e lo trasforma in seggio non è semplice (tra l’altro: più una legge elettorale è difficile da capire, meno bisogna fidarsi) soprattutto se si pensa a come, in generale, le redazioni stanno combinate quanto a capacità speculative (mentre urlano al merito e alla competenza). Il sospetto però è che, al di là delle inettitudini, si preferiscano sudditi anestetizzati a cittadini consapevoli. Non è un caso che la legge elettorale sia considerata materia da tecnici: sostantivo di cui bisogna diffidare sempre più.

 

Benedetto Salvini. Non andare in giro a pregare per conto mio o a mio nome

Seguo con particolare interesse le avventure di don Matteo, inteso come Salvini, pellegrino in perenne trance mistica, che l’altro giorno, dal Portogallo, ha provveduto a pregare per gli italiani, tribù di cui, ahimé, faccio parte. Con un suo piccolo video twittato per le masse, voleva dirci che ha voluto immergersi nella serenità di quel posto (in realtà nel video si vede un immenso parcheggio deserto, tipo Ikea quando è chiusa), che pensa tanto a noi, e che ci affida alla Madonna di Fatima. Lui, i figli, la compagna, e poi tutti noi, compresi voi che leggete.

Recidivo. L’aveva già fatto con la Madonna di Medjugorje, e poi aveva sventolato il rosario affidandoci al Sacro Cuore di Maria, e poi ancora si era fatto ritrarre con immagini sacre, Madonne, croci, rosari, ed è forse per mia distrazione che non l’ho mai visto con un aspersorio, o vestito da vescovo, starò più attento.

Si dirà che Salvini non era lì, a Fatima, soltanto per immergersi nella serenità, ma anche per parlare con un tale André Ventura, che di mestiere fa il sovranista in Portogallo. Ma questi sono dettagli per feticisti della politica, mentre quello che rimbalza sui media con più tenacia è l’ennesima testimonianza di fede sincera nell’uso strumentale della fede. Naturalmente (credo che andrò da un notaio, o da un avvocato), diffido chiunque ad “affidarmi” a qualunque tipo di culto o divinità, mi affido da solo, grazie, e se devo scegliere qualcosa di mistico me lo scelgo da me. Quindi pregherei Salvini di non andare di qui e di là a pregare per conto mio, o a mio nome, o anche solo per procurarmi un qualche vantaggio.

Non voglio indagare su come e quando Salvini sia caduto preda delle sue crisi mistiche, ma risulta piuttosto evidente che il fervore della nostra Giovanna d’Arco dei salami sia una ormai conclamata ed evidente mossa politica. Identità, no immigrazione, che significa no Islam, un po’ di Vandea, molto tradizionalismo da osteria, tutte cose abbastanza evidenti, che fanno della devozione salviniana una specie di foglia di fico trasparente. Brutto spettacolo.

Ma venendo alla sostanza, sarebbe interessante sapere quanti consensi è in grado di spostare questa narrazione da chierichetto. Cioè: davvero Salvini pensa che presentarsi col rosario gli aumenti i consensi? Fare il testimonial è una cosa seria, che necessita alcune accortezze. Per esempio suona stonato che prenda un aereo e vada ad affidarci tutti quanti a questa o quella Madonna in giro per l’Europa, se poi la sua foto più famosa è quella in cui sbircia il décolleté di una cubista, ebbro di mojito e pieni poteri. E non si parla qui di moralismi o di facili perbenismi, ma proprio di marketing e posizionamenti. L’iperesposizione di Salvini – con il solito suicidio assistito dell’apparire “simpatico” – lo ha reso una macchietta, popolare, sì, ma sempre una caricatura. Motivo per cui ogni volta che compare, con o senza rosario, con o senza video, con o senza alimenti a portata di mano, la prima reazione è l’ilarità. Anche per questo motivo, la destra meloniana guadagna terreno e punta alla leadership della destra. Non che dalle parti di Giorgia manchi la propaganda banalotta dell’identità nostalgica e balilla, ma lei è abbastanza abile da tenerla (per ora?) sottotraccia. Insomma, il fatto che non la vedremo baciare salami basta a molti, a destra, per farne un leader più credibile di don Matteo, da Fatima, o da Medjugorje o da dove altro gli capiterà di affidarci – senza che nessuno glielo abbia chiesto – alle cure di qualche santo.

 

Nel calcio e nella vita: la boria non vince sempre

Chiedo scusa ai lettori del Fatto, ma sono costretto a ritornare sul calcio. È anche un fatto personale. Sabato sera si giocava la finale di Champions League fra Manchester City e Chelsea. Favoritissimo era il City, perché ha un migliore impianto di squadra, e forse, soprattutto, perché vi gioca quello che è attualmente ritenuto il più forte centrocampista del mondo, Kevin De Bruyne, in odor di “pallone d’oro”. Invece ha vinto il Chelsea, 1-0, con pieno merito, e il risultato avrebbe potuto essere anche più rotondo se Timo Werner non avesse sbagliato tre gol già fatti. Ha vinto il Chelsea, ma la partita l’ha persa Guardiola, l’allenatore del City. Volendo fare il fenomeno, dimostrare che le partite le vince lui non i giocatori, ha cambiato l’impianto di una squadra che fin lì era andata benissimo e i ruoli di alcuni giocatori determinanti. La partita era iniziata da cinque minuti che ho detto a mio figlio Matteo: “qui c’è qualcosa che non va”. De Bruyne, da cui passa in genere tutto il gioco del City, non aveva ancora toccato un pallone. È sull’asse De Bruyne-Gündogan che in genere si sviluppa tutto il gioco del City. Cosa si era inventato il genio Guardiola? Aveva messo De Bruyne falso nueve togliendogli 30 metri di campo e Gündogan davanti alla difesa, cioè 30 metri più dietro. I collegamenti fra il belga e Gündogan erano saltati e tutta la squadra ne aveva risentito. Il City non faceva il suo gioco, più semplicemente non faceva gioco. Intanto i due commentatori di Sky, Nebuloni e Marchegiani, parevano non essersi accorti di nulla e, invece di raccontare la partita, continuavano a parlare dei record di questo o di quello, come è ormai inveterata abitudine dei commentatori. Si pensava che, approfittando dell’intervallo, Guardiola avrebbe corretto il tiro, capendo il suo peccato di presunzione. Oltretutto Gündogan, messo in un ruolo di “frangiflutti” che non è il suo, aveva rimediato un fallo da ammonizione, niente di più facile che potesse commetterne un altro ed essere espulso, mentre se sei un centrocampista sono gli altri a fare fallo su di te. Invece Guardiola si è corretto solo a metà: ha riportato De Bruyne nel suo ruolo, ma ha lasciato Gündogan là dietro. Così Kanté ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo a centrocampo. De Bruyne aveva giocato insolitamente male nel primo tempo. Certamente perché era fuori ruolo, ma anche, credo, perché pesava su di lui il fantasma del pallone d’oro: aveva giocato straordinariamente bene per tutto l’anno e quale migliore occasione di una finale di Champions per dare un suggello definitivo a questa candidatura? Comunque il ragazzo doveva essere parecchio frastornato, un giocatore della sua esperienza sa come evitare uno scontro frontale, per di più testa contro testa, contro un avversario (Rüdiger in questo caso). È stata un’immagine abbastanza terrificante vedere De Bruyne, lacrime agli occhi, che traballava, che non si reggeva in piedi, sull’orlo del collasso, sorretto dagli accompagnatori, venire portato di forza negli spogliatoi. Il tedesco Tuchel, allenatore del Chelsea, 47 anni, non è alle prime armi ma non ha alle spalle un grande palmares. Per vincere gli è bastato fare in modo semplice le cose più semplici. A differenza di Guardiola o di Mourinho non se la dà da superuomo. È anzi di una singolare modestia, cosa rara, a certi livelli, nel calcio e nella vita. Ha riconosciuto che il bel Chelsea che si è trovato fra le mani è opera anche del suo predecessore, Lampard (che con Gerrard ha formato una leggendaria coppia di centrocampisti). Cosa ci insegna questa favoletta? Che nel calcio, come nella vita, nella politica, nella società, di cui il calcio è un osservatorio privilegiato, non è sempre la boria a essere premiata e che la vera intelligenza sta nell’avere coscienza dei propri limiti. Di tutt’altra tendenza è Guardiola. Ottimo giocatore, come allenatore si attribuisce e gli viene attribuita una caratura sproporzionata ai suoi meriti. In fondo in carriera ha vinto una sola Champions. Col Barcellona. Ora quel Barcellona, con Xavi, Iniesta e Messi, lo potevo allenare anch’io. Ed è anche leggenda che si sia inventato il tiki-taka. Il tiki-taka in quel Barcellona senza un centravanti di ruolo era una necessità. Infine due parole sulla sfiga. La mia. Ai book avevo puntato il Bayern e, in subordine, il City come vincitrici della Champions. La quota, anche se non particolarmente alta, era comunque ottima perché per vincere una Champions bisogna superare una serie di trappole. Ma il Bayern ha dovuto affrontare i due incontri più impegnativi, quelli con il PSG, senza Lewandowski, fondamentale non solo perché segna gol a carrettate (520) ma perché apre il gioco ai compagni e serve puntualmente quello meglio piazzato. Be’, mi sono detto, il Bayern è fuori, ma resta il City che è di gran lunga la migliore delle squadre rimaste in gara. Mi sentivo sicuro della vittoria e dei quattrini. Invece a metterci lo zampino è arrivato il mitomane Guardiola.

 

Il gelataio di Ibiza, la moglie di Bongiorno e il contratto di Fazio

E per la serie “Interrompiamo questo programma per trasmettere questo programma”, ecco un esempio del monologo di apertura del talk-show settimanale che mi piacerebbe fare in Rai (ma lì c’è già Fabiofazio, e gli hanno rinnovato il contratto per altri due anni con un compenso di 1 milione e 900 mila euro a stagione: mi basterebbe un quarto di quella cifra per farvi divertire il quadruplo, non sarebbe poi così difficile. Spero che, per 1 milione e 900 mila euro, Fabiofazio debba pure lavare e stirare le camicie a Foa e Salini fino al 2050, sennò non si spiega. Per quella cifra, del resto, io sarei disposto addirittura a disimparare l’inglese, che parlo fluentemente, in modo da dover intervistare Barack Obama e altri ospiti stranieri con l’aiuto di un interprete, come fa Fabiofazio da 18 anni, che un corso alla Berlitz poteva pure frequentarlo, nel frattempo. Cos’altro ha da fare, a parte contare i soldi?).

Bruxelles. Raggiunto l’accordo fra Commissione Ue e il governo italiano: Ita, una nuova azienda, prenderà il posto di Alitalia, con meno della metà della flotta attuale e un taglio massiccio del personale. Sapete chi è stato davvero sorpreso da questo finale? Nessuno.

Roma. Cgil, Cisl e Uil sono scesi in piazza a Montecitorio contro lo sblocco dei licenziamenti dal 1° luglio. Ma tutti sanno che una proroga del blocco non risolve il problema: negli ultimi 30 anni, le politiche reazionarie di precarizzazione dei contratti hanno polverizzato tutele e diritti dei lavoratori. Cosa pensa di fare Draghi in proposito? Non si sa, ma di sicuro se ne starà occupando. Smettetela di dire che è un burocrate insensibile e freddo. Dorme forse nudo in ufficio, gli avete infilato un termometro su per il culo e il mercurio si è congelato? E allora smettetela.

Salvini rassicura i giornalisti sulle condizioni di Berlusconi, tornato a casa dopo un lungo ricovero all’ospedale san Raffaele di Milano. “L’ho sentito di recente” ha detto Salvini, a margine di un banchetto del Carroccio in zona Lambrate il cui conto verrà pagato in 75 comode rate annuali. “Berlusconi sta bene. Abbiamo parlato anche del futuro del centrodestra”. Quanto al resto, pare che Silvio abbia trovato il modo di portare tutti i suoi soldi con sé dopo morto, perché l’altro giorno ha comprato su Amazon una tuta d’amianto.

Daniela Zuccoli, vedova di Mike Bongiorno, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica: “Mike è presente con la sua energia intorno a me. Indirizza i nostri destini. Domenica scorsa per esempio è successo. Mio figlio Miki ha preso la funivia di Stresa mezz’ora prima che precipitasse la stessa cabina sulla quale era salito. Non posso non pensare che Mike lo abbia custodito”. Fregandosene di quelli dopo.

India. La polizia ha arrestato un uomo di 32 anni che aveva legato il suo cane a dei palloncini pieni di elio “per farlo volare”. L’animale in volo è stato preso da alcune persone affacciate a un balcone al secondo piano di un edificio. Saputa la notizia, molti immigrati detenuti assurdamente nei nostri CPR hanno chiesto: “Esattamente quanti palloncini?”.

Spagna. Un gelataio di Ibiza ha creato un ghiacciolo al Viagra. Non solo va a ruba, ma non si scioglie per ore.

Cinque indizi che la funivia o l’autostrada su cui vi trovate sono pericolose. 5) Scricchiolano da anni, ma ultimamente di più. 4) Cartelli e targhette vi ricordano di fare testamento. 3) Sopra ci volano in circolo i condor. 2) Ci è appena passato Miki Bongiorno. 1) Sono gestite da privati.

 

Quali sono i meriti del cavaliere John?

Perché presidente Mattarella? Che bisogno c’era di fare Cavaliere del Lavoro John Elkann? E poi, suvvia, così presto (ha 45 anni, ne aveva invece già 56 il nonno Gianni Agnelli, quando gli toccò lo stesso onore) e in attesa (e molto) di aver dimostrato più lodevoli meriti?

Diciamocelo, presidente: lei è un così profondo conoscitore della storia e delle cronache italiane, per non sapere che il nipote dell’Avvocato, sino al 25 luglio 2018, giorno della morte di Sergio Marchionne, è stato un re senza corona. Incaricato, al massimo, di assistere alle mosse del manager italo-canadese: portar via la Fiat, con Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, dal convertendo della banche, farla uscire da Confindustria, schiantare la Fiom nel referendum di Mirafiori, prendersi Chrysler, fondare Fca, trasferirne la sede legale all’estero e, soprattutto, quella fiscale. E che cosa ha poi fatto, dunque, il rampollo Agnelli, in questi soli tre anni, per meritarsi un simile riconoscimento? Anche in questo caso, presidente, credo non le sfugga nulla: soprattutto vendere Fca ai francesi di Peugeot-Psa partecipati dallo Stato transalpino e ottenere (dal nostro di Stato) una garanzia pubblica per un prestito di 6,3 miliardi di euro. Quanto alle attività collaterali, pensi a come vanno oggi la Juventus e la Ferrari o quel Gruppo Gedi che, nei primi 12 mesi del regno di Elkann, ha messo insieme un “rosso” di 166 milioni di euro. Non era più semplice, restando nel campo dell’equitazione, suggerirgli di leggere le avventure dei “Cavalieri della Tavola Rotonda” e lasciare in pace le onorificenze della Repubblica italiana?

L’ossessione di “Minzo”: il futuro di Giuseppe

Un ex premier “nullo”, un “rimorchio”, un “interlocutore impossibile” e per di più senza alcuna chance. Come i tecnici Lamberto Dini e Mario Monti che hanno fatto solo “buchi nell’acqua”. È questo il futuro politico di Giuseppe Conte secondo Augusto Minzolini, ex direttore del Tg1 nell’epoca d’oro del berlusconismo e oggi editorialista del Giornale dove ogni giorno ci regala pensose articolesse di analisi e scenari politici. Ma sempre con un unico protagonista e un unico obiettivo: smontare le velleità politiche dell’ex premier Conte e sostenendo a ogni piè sospinto che con Draghi a Chigi c’è stata la rivoluzione copernicana. Sia mai, insomma, paragonare Conte al premier perché equivale a “una parodia del nano che vuole gareggiare con il gigante”. Ignora, Minzolini, che secondo quasi tutti i sondaggi l’ex premier ha una fiducia pari o superiore all’attuale presidente del Consiglio. Ma per lui no, non è così: se va avanti così, è la profezia di “Minzo”, Conte “potrebbe condannare all’oblio sia se stesso che il suo partito”. E, per argomentare la sua tesi, consulta nientepopodimeno che Matteo Renzi: “La realtà è che Conte non è capace”. Detto da uno che è passato dal 41 al 2% forse è un buon auspicio.

Inseguire salvini: quant’è dura la vita per letta

Alle dense articolesse sul Matteo Salvini di governo, finalmente diventato “adulto” (Il Foglio

), moderato, sbarbato, pettinato, basta nutella e mojito (ma che non rinuncia a sbaciucchiare il rosario) preferiamo le notizie. Lui che dice ai fedelissimi: “A destra non possiamo più crescere, da adesso si guarda al centro” (L’Espresso

). Perfino banale con l’avvenuto sfondamento di Giorgia Meloni, sempre più vicina alla Lega dopo il sorpasso sul Pd di Enrico Letta. Persona seria, perbene, ma che, spiace dirlo, ogni volta che dichiara ricorda le carte arancioni del Monopoli, quelle degli Imprevisti: fate tre passi indietro (o avanti) con tanti auguri! Non si sa mai dove vada a parare. Ora, visto che il Salvini pettinato te lo dice in faccia che intende pescare voti nel tuo serbatoio non occorre Churchill per capire che devi distinguerti da lui marcando l’identità del tuo partito che dalla nascita guarda a sinistra stando al centro. La tassa di successione per aiutare i giovani è stata una buona idea, ma è bastata la sgridata di Mario Draghi ed è finita in un cassetto del Nazareno.

Vogliamo parlare del blocco dei licenziamenti? Infatti, Letta ne parla, ma così sottovoce che un minuto dopo sul nido del cuculo Pd piomba Salvini, che arringa le masse come un novello Di Vittorio. Poi, l’imprevisto più imprevisto: “In Salvini ho trovato un volto vero, tutt’altro che finto”. Scusi Letta, come dice? Ma non era lei che un paio di settimane fa aveva invitato il leader leghista a uscire dal governo? Infatti, “l’uomo vero” passa magnanimo all’incasso: “Lo vedete che non sono un mostro?”. Neppure la sua Bestia avrebbe escogitato uno spottone così. Dopo 25 anni, Giovanni Brusca esce dal carcere. Che Salvini ne approfitti per tirare un calcio ai magistrati è perfino ovvio: “Non è questa la giustizia che gli italiani meritano”. Per non essere da meno, Letta parla di “pugno nello stomaco”, poi si ricorda che fu Giovanni Falcone a volere la legge di cui si è avvalso il boss, che “attraverso i tanti pentimenti ha consentito di scardinare la criminalità e la mafia”. Stavolta è andata. Dura passare una vita a inseguire.

Carofiglio e gli altri vaccinati senza pass: “È bizzarro”

Ora i matrimoni, poi i viaggi, lo stadio e chissà. Se riusciranno a farlo funzionare, a coordinare regole nazionali ed europee, ci abitueremo a vivere con il green pass, cioè con le “certificazioni verdi” di cui all’articolo 9 del decreto legge 52 del 22 aprile: avvenuta vaccinazione o guarigione (dura nove mesi o più) o tampone negativo (per 48 ore). Ma c’è chi non può avere il pass, almeno per il momento. Come almeno metà dei 900 volontari che stanno sperimentando Reithera, il cosiddetto vaccino italiano, impallinato a maggio dalla Corte dei Conti e non ancora autorizzato da Ema e Aifa. Tra loro c’è Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato, ex senatore: “È il ringraziamento – ironizza – per aver fatto il volontario, una cosa bizzarra, per quanto sia corretto dare il pass a chi è stato vaccinato con i prodotti approvati. Vorrà dire che per andare all’estero farò il tampone. E quando potrò, mi hanno detto a novembre, mi vaccinerò di nuovo con Johnson&Johnson”.

Eppure Carofiglio, secondo i test sierologici, possiede anticorpi che neutralizzano la proteina Spike di Sars-Cov2 in misura piuttosto elevata, circa 17 volte i livelli minimi di positività. Insomma, è difficile che contragga il Covid e lo trasmetta. Dunque Reithera sembra anche funzionare. “Ma i volontari – osserva lo scrittore – non sono tanti. Sono molti di più quelli che hanno avuto l’infezione senza sintomi: non sono mai stati dichiarati malati e quindi nemmeno guariti, ma anche loro possono avere gli anticorpi”.

Lo stesso vale per chi sperimenta Takis, altro vaccino italiano e soprattutto per migliaia di italiani che vivono all’estero e si sono immunizzati lì con il cinese Sinovac (ieri approvato dall’Oms, ma per la legge italiana non basta) o con altri prodotti non validati nell’Ue: al rientro in patria niente pass. La legge “salva” invece il russo Sputnik, utilizzato in vari Paesi tra cui San Marino, perché estende il pass ai vaccini approvati in Paesi dell’Ue. Poiché il farmaco russo è stato ammesso in Ungheria, in sostanza l’ha “salvato” Viktor Orbán.

Al ministero della Salute, il sottosegretario Pierpaolo Sileri ha posto il problema, ma una soluzione non si trova. Si potrebbe introdurre un limite minimo di anticorpi, “sarebbe sensato”, dice Carofiglio. Al ministero non sono convinti: “Difficile gestire i diversi tipi di test sierologici, comunque si può fare il tampone”. Che però vale solo per 48 ore, è un po’ scomodo. “Non capisco perché sarebbe così difficile gestire i sierologici, anzi servirebbe anche a mappare la popolazione, specie quella più giovane”, osserva il professor Paolo Maggi, direttore delle Malattie infettive al San Sebastiano, uno dei 25 centri che sperimentano Reithera. È stato lui a coinvolgere Carofiglio. “Trovo semmai un po’ leggero che il pass si ottenga con il solo tampone, che fotografa la situazione attuale: è del tutto arbitrario farlo durare 48 ore”.

Nel frattempo si vaccinano i volontari che, nella sperimentazione di Reithera, hanno avuto il placebo e quindi sono negativi al sierologico. Ora Reithera è in fase 2, l’azienda controllata dalla svizzera Kaires Ag si avvia alla fase 3, quella clinica, ma il finanziamento del ministero dello Sviluppo economico, disposto dopo un accordo con Invitalia, è stato azzerato dalla Corte dei conti perché in parte destinato all’acquisto di una sede. A parole tutti cercano di uscire dall’impasse. Vedremo.

In Italia mancano 4 mila medici. E le Regioni bloccano i concorsi

Il concorso per accedere al corso di formazione in medicina generale per il triennio 2021-2024 potrebbe saltare. Dopo lo slittamento di un anno – lo scorso mese di aprile – del concorso relativo al triennio precedente (slittamento dovuto alla pandemia) i sindacati dei medici di famiglia, d’accordo con il ministero della Salute, avevano proposto alle Regioni di fare un bando unico, raddoppiando le borse di studio, da duemila a quattromila.

Ma queste ultime hanno detto di no: non sarebbero state in grado di assicurare la formazione per quattromila giovani.

Questo nonostante già manchino all’appello, nel Paese, dai 3 ai 4 mila medici di base. Mentre nell’arco dei prossimi quattro anni ne andranno in pensione dai 10 ai 15 mila. “Non fare il concorso sarebbe un disastro, significherebbe saltare la programmazione di un anno, in barba alla legge, in un momento in cui c’è una grave carenza di medici di famiglia”, dice Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei medici. “I tempi si potevano abbreviare e il ministro della Salute Roberto Speranza era d’accordo con noi – incalza Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, federazione dei medici di famiglia –. Mi sembra evidente che manca la volontà di creare le condizioni per garantire il giusto ricambio, sollecitato peraltro da tanti sindaci”. Era stato lo stesso Anelli a lanciare l’allarme in aprile.

Ma cos’è accaduto? La legge prevede che ogni anno, entro il mese di febbraio, le Regioni, dopo aver determinato i fabbisogni di medici sulla base della programmazione annuale, emettano i propri bandi. Segue il concorso. Un atto ministeriale – con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – per consentire ai candidati di presentare le domande. Tutto questo non è avvenuto. Con lo spostamento del concorso precedente, che avrebbe dovuto svolgersi nel 2020, la exit strategy proposta dalle organizzazioni sindacali, e condivisa dal ministero della Salute, è stata respinta dalla Conferenza delle Regioni, che hanno le competenze sulla formazione. I bandi, hanno risposto, si faranno più avanti. Ma quando ancora non si sa. E la grave situazione di carenza è ben nota. Tanto che da tre anni è possibile avviare all’esercizio della professione anche i medici che sono ancora in formazione. “Facendo un bando unico saremmo almeno riusciti a coprire una parte del fabbisogno – prosegue Scotti –. Ma a nostro avviso creare le condizioni di una carenza di formazione è la premessa per trasformare un sistema pubblico in un sistema privatistico”. Sul fronte delle vaccinazioni, il commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo ha annunciato (inaugurando a Roma l’hub di Confindustria) che a breve agli oltre 2.650 punti di somministrazione attuali se ne aggiungeranno altri 800. E di questi 200 saranno dell’associazione degli industriali.

Si è mostrato anche ottimista. “In giugno daremo la spallata”, ha detto, riferendosi al fatto che in questo mese è prevista la fornitura di oltre 20 milioni di dosi. La distribuzione del primo lotto del siero di Pfizer-BioNTech (3,5 milioni) è già iniziata.

Buone notizie arrivano dal Regno Unito, dove per la prima volta, nelle ultime 24 ore, non c’è stato nessun decesso per Covid. In forte diminuzione anche il numero dei nuovi positivi.

Numeri che arrivano mentre è in corso il confronto sull’opportunità di revocare, come previsto, tutte le misure restrittive a partire dal 21 giugno. La comunità scientifica inglese è infatti preoccupata dalla possibile insorgenza della variante indiana e dal rischio al quale potrebbero andare incontro i non vaccinati.

“Ma che ‘Azelio’ mò se scrive con la ‘g’?” E il Comune scivolò sulla targa a Ciampi

“Ahò, ma che avete scritto? Ma siete matti? Ma ‘Azeglio’ se scrive così?”. “Ma perché? Ma come se scrive?”. Il funzionario dell’ufficio Toponomastica del Comune di Roma, ieri mattina alle 6, ancora non voleva arrendersi. Per lui “Azeglio” si scrive “Azelio”, senza la “g”. Gli hanno dovuto mostrare il cellulare con la pagina di Wikipedia dedicata allo scomparso ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per convincerlo. E se avesse avuto qualche capello bianco in meno, il capo del cerimoniale del Campidoglio avrebbe fatto partir la classica “scoppola” dietro la nuca che un tempo si rifilava al ragazzo di bottega quando commetteva una stupidaggine.

È nata proprio così l’incredibile figuraccia cui è andata incontro ieri, suo malgrado, la sindaca di Roma, Virginia Raggi, costretta a inaugurare la targa in “Largo Carlo Azeglio Ciampi”, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella – con un certo imbarazzo dello staff del Quirinale – senza poterla scoprire, lasciandola coperta da un drappo giallorosso (semi trasparente). Sotto la copertura c’era appunto il nome di Carlo “Azelio” Ciampi, proprio così, senza “g”. L’errore, a quanto ricostruito, è stato di un funzionario dell’ufficio Toponomastica. Lui ha ricevuto l’input a voce dal Gabinetto della Sindaca, lui ha inviato per email la richiesta al marmista con la scritta da inserire. Ma nessuno, c’è da dire, ha avuto lo scrupolo di avvertire che c’era un “refuso” in quella richiesta. Né il marmista, né chi ha montato la targa. Se n’è dovuto accorgere ieri all’alba il capo del cerimoniale, accorso sul Lungotevere Aventino per controllare che tutto andasse per il verso giusto. A nulla, a quel punto, è valsa la corsa contro il tempo: allertato il marmista, la nuova targa è arrivata solo all’ora di pranzo, quando la cerimonia delle 11 era già stata svolta. Qui è fallito anche il tentativo di evitare che la stampa potesse accorgersi di ciò che stava accadendo. “Perché non scoprite la targa?”, hanno chiesto i fotografi accorsi all’evento. “Perché c’è stato un problema nel trasporto e si è scheggiata”, il tentativo del cerimoniale di eludere la curiosità dei cronisti. Ma la “pezza” in realtà è stata peggio del buco. Perché il drappo scelto per coprire la targa sbagliata era trasparente: è stato a quel punto un gioco da ragazzi per i cronisti far sì che dalle foto si leggesse il “refuso”. Ne è nato un profluvio di polemiche. “Oltre a confondere l’arena di Nimes con il Colosseo, la Raggi non conosce neanche i nomi del presidente Ciampi”, scrive Andrea Casu, segretario romano del Pd. “Ma quale errore, ci sono le elezioni e si inventano tutto per fermare Raggi”, replica Paolo Ferrara, fedelissimo della sindaca.