Oggi il nostro Paese compie 75 anni: il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a votare per il referendum istituzionale e per la prima volta andarono alle urne tutti i maggiorenni, senza distinzioni di censo o sesso. L’affluenza fu altissima: 89,1 per cento degli aventi diritto. La scelta finale fu in favore della Repubblica e nelle stesse elezioni vennero scelti – con il sistema proporzionale, voluto proprio per garantire la massima rappresentanza possibile – anche i deputati dell’Assemblea costituente. “Giuridicamente gli italiani non avevano una casa. La Costituente era necessaria: un popolo ha bisogno di una casa dove possa sentirsi al sicuro”, disse Oscar Luigi Scalfaro spiegando con una perfetta immagine il valore di quel passaggio. Il 2 giugno, con l’elezione dei deputati della Costituente, rappresenta il primo passo di un’inversione del rapporto tra gli italiani e lo Stato. Non più sudditi ma cittadini che scelgono i loro rappresentanti per scrivere le regole di una convivenza basata su valori nuovi. Tra le molte decisioni dibattute dai costituenti ci fu quella di non mettere in Costituzione la legge elettorale, anche se tutta l’architettura della Carta suggerisce che pensassero al sistema proporzionale, che resta – a parere di chi scrive – il più adatto alla storia italiana e al suo quadro politico-istituzionale.
Ma leviamo di mezzo per un momento il derby col maggioritario e proviamo a concentrarci sul fatto che per quasi 50 anni, fino al 1993, l’Italia ha avuto la stessa legge elettorale (escludendo la fortunatamente infruttuosa parentesi della legge truffa, nel ’53). Poi abbiamo votato col Mattarellum, dal 2005 è entrato in vigore il Porcellum, poi il mai utilizzato Italicum, infine il Rosatellum. Ora siamo di nuovo da capo, con una non irrilevante novità e cioè che il prossimo Parlamento sarà notevolmente dimagrito dopo la riforma sul taglio degli eletti. E dunque per una volta è giusto e necessario che Camera e Senato scrivano una nuova legge elettorale. Certo sarebbe bene – e non solo per le raccomandazioni del Consiglio d’Europa ma per una questione di igiene democratica – che la legge vedesse la luce con buon anticipo rispetto alla scadenza elettorale. I partiti dovrebbero fare un immenso sforzo di maturità e lungimiranza, dotando il Paese di una legge elettorale costituzionale, democratica e duratura: possono riuscirci solo mettendo da parte la stupida tentazione della legge-sondaggio, cioè una legge concepita sulla base delle rilevazioni più recenti, negli ultimi scampoli di legislatura, a un passo dalle urne. Da un punto di vista di risultati è un metodo illusorio, a meno che non si tratti di leggi col trucco, palesemente incostituzionali come erano Porcellum e Italicum.
Non è ben chiaro perché la legge elettorale sia considerata dai più (specie nei salotti televisivi) un argomento noioso e di scarso interesse pubblico. Basta pensarci un attimo: è la legge attraverso cui si realizza la rappresentanza, grazie alla quale ogni cittadino condiziona la vita democratica assegnando la propria preferenza in base a valori e programmi da realizzare. È lo strumento con cui dare e revocare la fiducia politica. Per quale ragione dovrebbe essere meno interessante dell’ultimo cretino che sbarca su Tik Tok? Spiegare i meccanismi attraverso cui la macchina elettorale digerisce il voto e lo trasforma in seggio non è semplice (tra l’altro: più una legge elettorale è difficile da capire, meno bisogna fidarsi) soprattutto se si pensa a come, in generale, le redazioni stanno combinate quanto a capacità speculative (mentre urlano al merito e alla competenza). Il sospetto però è che, al di là delle inettitudini, si preferiscano sudditi anestetizzati a cittadini consapevoli. Non è un caso che la legge elettorale sia considerata materia da tecnici: sostantivo di cui bisogna diffidare sempre più.