Pedofilia e abusi sessuali non saranno più reati “contro gli obblighi dei consacrati” ma “contro la persona e la sua dignità”. Svolta nella riforma del Diritto canonico. Cambia la gravità che assume la violenza sessuale in Vaticano, nella riscrittura di un intero libro, il VI, del codice ecclesiastico. “Chi, oltre ai casi già previsti dal diritto, abusa della potestà ecclesiastica, dell’ufficio o dell’incarico sia punito a seconda della gravità dell’atto o dell’omissione, non escluso con la privazione dell’ufficio o dell’incarico, fermo restando l’obbligo di riparare il danno, sancisce il nuovo testo pubblicato il 23 maggio, che entrerà in vigore l’8 dicembre. Un passaggio della riforma riguarda anche l’aborto, collegato appunto agli episodi di violenza sessuale, di pedofilia e pedopornografia. “Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae”, si legge, “nei casi più gravi il chierico reo sia dimesso dallo stato clericale”. Uguale eventualità per chi “commette un delitto contro il sesto comandamento del Decalogo con un minore o con persona che abitualmente ha un uso imperfetto della ragione”.
I soldi del Recovery e gli incontri. Il governo “corteggia” Stellantis
Sarà l’8 luglio il D day per Stellantis in Italia e per il futuro dell’automotive in quella che fu la patria della Fiat. Quel giorno, infatti, Carlos Tavares, l’ad del nuovo colosso e uomo del primato di Psa-Peugeot, presiederà a Parigi un Electrification Day, l’evento sulle scelte di Stellantis per l’abbandono del motore termico. L’ad aveva già indicato la strategia: entro il 2030, il 70% della produzione dovrà essere di e-car. A sua volta, il nostro Piano nazionale di ripartenza e resilienza ha previsto in 6 milioni di auto elettriche il rinnovamento della mobilità entro i prossimi 9 anni: una sorta di “mercato parallelo” a quello attuale, in profonda crisi.
Perché tutto ciò si avveri, dice Tavares, bisogna attrezzare degli hub per la produzione di batterie di nuova generazione che assicurino l’indipendenza dal mercato asiatico, una “vita” più lunga e ricariche almeno dopo 500 chilometri. Secondo le prime stime, un hub vale tra gli 800 e i mille posti di lavoro e investimenti di alcuni miliardi. Stellantis, forte di un accordo tra lo Stato francese (socio col 6,5 per cento) e quello tedesco, ha già previsto due hub in Francia e in Germania, in collaborazione con Total. Subito dopo, l’ad ha annunciato che, entro il 2025, ne serviranno altri due: negli Usa e in Europa.
L’8 luglio garantirà all’Italia del presidente di Stellantis, John Elkann, la scelta europea? Qui tutto si complica: sempre Tavares aveva ammesso che la produzione delle batterie è legata ai volumi di vendita. E su questo fronte, c’è un Paese che ci batte: la Spagna. Lì, nel 2020, sono state prodotte 2 milioni e 250 mila auto, nonostante un calo del 19,6% per la pandemia, e con la presenza di quattro marchi: Seat, Peugeot, Renault e Ford. In Italia invece c’è un solo produttore, Stellantis, che nel 2020 ha messo assieme solo 500 mila auto e 450 mila furgoni commerciali. Sempre a favore della Spagna, giocano anche le decisioni di Madrid. L’equivalente iberico del Pnrr, infatti, ha stanziato 12 miliardi per l’elettrico, in accordo con Endesa, l’ente energetico spagnolo. Meno generoso, per ora, quello italiano: che punta in prospettiva sull’opzione idrogeno e destina 740 milioni per la creazione di nuovi punti di ricarica, l’altro grave handicap italiano.
Una decisione finale sulla quale sarà decisiva una netta moral suasion del governo Draghi. Qualcosa si è già mosso nei giorni scorsi. Una settimana fa, c’è stato un breve incontro a Roma tra il premier, il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti, Tavares ed Elkann. Non ci sono stati comunicati ufficiali, ma le indiscrezioni hanno ricostruito le posizioni in campo: il governo ha chiesto rassicurazioni sul fatto che l’Italia rimanga uno dei Paesi nel quale il gruppo continuerà a produrre e ha chiesto lumi sulle batterie. Tavares ed Elkann, invece, avrebbero soprattutto ascoltato.
In realtà, i contatti con Stellantis vanno avanti da tempo, ben prima che tutto si incardinasse al Mise. Se infatti gli investimenti nella mobilità elettrica vogliono dire “transizione ecologica”, il primo interlocutore non poteva che essere Roberto Cingolani, il cui ministero indirizzerà circa il 40% dell’intero Pnrr. Così, i vertici di Stellantis, come testimonia il registro pubblico degli incontri coi lobbisti (introdotto dall’ex ministro Sergio Costa), hanno partecipato a ben cinque incontri in due mesi con Cingolani. Il più importante s’è tenuto il 23 aprile scorso: un’ora e mezza in cui il ministro ha discusso di “progetti” – così dice il registro – coi manager del gruppo e con Yann Vincent e Jean Baptiste Pernot, ad e direttore operativo di ACC (Automotive Cells Co), ovvero la joint venture tra Psa e Total. L’incontro, confermano fonti del ministero, è stato proprio l’avvio di un confronto sull’ipotesi dell’hub in Italia. Nella discussione, è emerso il nodo da sciogliere: come strutturare questo intervento in modo compatibile con la normativa europea, cioè senza che poi vengano contestati gli aiuti di Stato. Per gli investimenti in batterie, esiste anche un programma che coinvolge 12 Paesi Ue (Italia compresa) e chiamato European Battery Innovation che vale 2,9 miliardi. Altro problema è quello della collocazione dell’impianto: Cingolani ha parlato del Mezzogiorno, le forze politiche e sindacali piemontesi spingono invece per Torino e lo storico stabilimento di Mirafiori. Una garanzia per il mantenimento dell’occupazione nel luogo simbolo della dinastia Agnelli.
Prima di mettere mano al portafogli, però, è toccato a Cingolani e Giorgetti precisare come sia necessario conoscere le intenzioni di Stellantis. E su questo, le indiscrezioni dicono che il governo ha sempre ricordato a Tavares e a Elkann, oltre agli ammortizzatori sociali, anche e soprattutto la garanzia pubblica fornita da Sace sul prestito da 6,3 miliardi concesso a Fca da Intesa San Paolo nei primi mesi della pandemia. Tra le clausole, c’erano anche gli investimenti in Italia.
Argomenti capaci di far prevalere l’Italia sulla Spagna, l’8 luglio? Restano solo poche settimane per consentire altre trattative e, in particolare, per far riflettere Stellantis.
“Sono inaccettabili le parole di Vendola. Anche Cingolani è un ‘negazionista’”
“Vendola ha il diritto di difendersi ma non può delegittimare la magistratura che ha emesso una sentenza storica. Una delegittimazione che ha l’effetto di disorientare l’opinione pubblica proprio sulla portata di questa sentenza dando sponda a chi nega che l’inquinamento a Taranto abbia causato malattie e morti”. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, è una furia nel day after della sentenza di primo grado dell’Ilva.
L’ex governatore della Puglia, condannato a 3 anni e sei mesi, si è difeso dicendo che “anche la giustizia va bonificata…
Le parole di Vendola non fanno bene alla democrazia. È stato condannato in primo grado, potrebbe anche venire assolto. C’è tempo per difendersi, non avrebbe dovuto alterare la verità.
Qual è?
A Taranto c’è una fabbrica che inquina in assenza di controlli grazie a una politica che non è mai intervenuta, che ha permesso all’Ilva con svariati decreti di emergenza di continuare a inquinare e a uccidere. Ilva è il simbolo del fallimento della politica.
La politica è fatta di persone…
Sì , sono quelle che hanno sempre negato che l’inquinamento portasse alla morte. Come fanno i negazionisti. Lo è stato nel 2013 l’allora commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi, escludendo una connessione tra i veleni emessi dallo stabilimento e l’alta percentuale di tumori, attribuendone le cause a “tabacco, alcol e difficoltà di accesso alle cure”. Lo è ora, negazionista, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha contestato il rapporto fra emissioni e patologie. Insomma per il ministro non è ancora dimostrato che l’eccesso di mortalità sia collegato all’inquinamento. Cingolani ha anche detto che a Taranto si dovrebbe fare come a Duisburg in Germania, dove hanno trasferito le famiglie in zone più salubri. Ma non è vero. È esattamente il contrario: a essere stati spostati sono gli impianti. Il governo parla dell’acciaio verde e a Taranto si continua a morire.
Il suk partitico dei commissari: c’è pure il Tav
Sui commissari “sblocca cantieri”, governo e Parlamento iniziano a prenderci parecchio gusto. A soli due mesi dall’ultima infornata – 29 commissari per 57 opere (valore 83 miliardi) – il ministro delle Infrastrutture e mobilità sostenibili”, Enrico Giovannini, sta per licenziare la nuova lista. Sarà approvata per decreto della Presidenza del Consiglio (Dpcm) in settimana. Doveva essere l’ultima e, secondo Giovannini, anche “più contenuta”: al momento la bozza conta 42 opere, per un totale di 12 miliardi. A scorrerla, l’impressione è che stiano saltando tutti i criteri per far spazio al più classico “tutti dentro”. I commissari sono del “modello Genova” (poteri in deroga a tutto, gare comprese) previsti dallo “sblocca cantieri” di Danilo Toninelli dell’aprile 2019, confermato da quello del governo Conte-2 e ora permessi anche per i progetti del Piano nazionale di ripresa (Pnrr), se non dovessero bastare le “semplificazioni” sblocca tutto appena approvate per decreto. L’11 marzo, Giovannini aveva solo firmato un testo preparato dalla ex ministra Paola De Micheli. Nella lista comparivano grandi opere come l’alta velocità Brescia-Padova, la Palermo-Catania o la Metro C di Roma, ma anche caserme e dighe.
La nuova lista è curiosa. Il grosso è formato da opere medio-piccole, per le quali non è chiaro il motivo del commissariamento e peraltro non del tutto finanziate. Funziona così: Giovannini ha chiesto alle Camere di dargli delle priorità, le commissioni parlamentari competenti si sono messe all’opera, anche ascoltando le esigenze dei mitici “territori”. L’elenco contiene di tutto. C’è il grosso delle opere accessorie per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 – care alla Lega – per quasi 1 miliardo di euro e già finanziate (dalla bretella ferroviaria di Bressanone ai collegamenti per gli aeroporti di Venezia e Bergamo, al “lotto II ss 42 – variante Est di Edolo”, in provincia di Brescia). C’è poi, giusto per fare un esempio, l’adeguamento a quattro corsie della statale “telesina” Caianiello-Benevento (468 milioni) caro ai 5Stelle, i più parsimoniosi nelle pretese. Il Pd (e quasi l’intero arco parlamentare) ha invece acclamato il commissariamento della tratta italiana al tunnel transfrontaliero del Tav Torino-Lione. E qui si toccano vette surreali. La tratta è quella Bussoleno-Avigliana-Orbassano. Costo stimato in 1,9 miliardi, di cui finanziati solo 160 milioni. Mancano all’appello 1,7 miliardi e mica solo quelli. Non c’è un progetto (il preliminare del 2011 di Rfi, mai approvato, è stato accantonato). L’ipotesi iniziale valeva oltre 4 miliardi ma fu bocciata dal Cipe. Nel 2015, l’allora ministro Graziano Delrio si inventò il progetto low cost: prevede di usare la linea esistente tra Bussoleno e Avigliana e poi, tra questa e Torino San Paolo, passando per Orbassano, di costruire un nuovo tratto. Tutto perfettamente inutile dal momento che parte e ritorna sulla linea esistente senza nulla di nuovo in termini di capacità aggiuntiva. Ma poco importa. Adesso arriva il commissario “modello Genova” che, senza soldi, potrà commissariare non l’opera, ma il progetto per intercettare i fondi del nuovo regolamento Ue che apre al finanziamento delle tratte nazionali (la Francia, però, la sua non vuol farla prima del 2030). La politica locale è già in festa e fioccheranno le consulenze.
Sembra uno scherzo. In teoria, dalla lista andavano escluse le opere non finanziate, e invece all’appello mancano 7,2 miliardi dei 12 totali di costo previsto (le strutture commissariali, peraltro, sono pagate a valere sui fondi delle opere). Non un bel segnale in vista del Pnrr, che deve spendere i 200 miliardi dei fondi Ue, tanto più che alcune delle opere sono già inserite nel Piano. Insomma, la lista potrà crescere, senza che nessuno si degni di spiegare perché va commissariato il “raddoppio della Cesano-Bracciano” o la “variante della statale 27 del San Bernardo” in Val d’Aosta e non le opere di tutta Italia. Ma forse si arriverà anche a quello.
Ilva, non solo veleni e morti: i risarcimenti ultima beffa
Miliardi di euro in sanzioni e provvisionali. Una montagna di denaro che, probabilmente, nessuno a Taranto vedrà mai. Nonostante le condanne inflitte dal Tribunale di Taranto, il rischio della beffa è concreto per le quasi mille parti civili costituite nel processo “ambiente svenduto” come vittime dell’ex Ilva. La sentenza della Corte d’assise, infatti, oltre ai 280 anni di carcere inflitti agli imputati, tra i quali Fabio e Nicola Riva e l’ex presidente della Puglia, Nichi Vendola, ha stabilito anche le somme che gli imputati dovranno versare immediatamente alle parti civili, in attesa che la sentenza diventi definitiva e su quella venga avviato un processo civile che possa quantificare l’ammontare del risarcimento. Una sorta di anticipo che si aggira complessivamente intorno agli 8 milioni di euro, ma per capire come andrà a finire, basta studiare la storia recente di un vecchio processo che vide condannato definitivamente Emilio Riva, l’ex patron dell’acciaio scomparso nel 2014. In quella sentenza, la Cassazione impose a Riva di risarcire alcuni abitanti del quartiere Tamburi – il più vicino all’acciaieria ed esposto alle polveri inquinanti – e Legambiente per i danni patiti.
La parte emblematica di questa storia comincia il 30 aprile 2014, giorno della morte di Riva senior. In quel momento, il valore dei beni a lui direttamente intestati è di circa 3 milioni di euro: una cifra ragguardevole che, tuttavia, nessuno dei suoi familiari vuole accettare perché su Riva pende un provvedimento in sede civile con una maxi richiesta di risarcimento: solo il Comune di Taranto, infatti, chiede danni per 3 miliardi. A sorpresa, però, dopo il periodo di latitanza e di detenzione, è Fabio Riva ad accettare l’eredità del padre. Quando però i legali delle vittime chiedono aggiornamenti al Tribunale di Varese scoprono che il piccolo tesoro del capostipite è scomparso. Dai due conti correnti sui quali erano stati individuati inizialmente poco meno di 250mila euro, titoli azionari per qualche milione e infine un elenco di 14 fabbricati, sparisce tutto. Non resta nemmeno un euro e all’avvocato Massimo Moretti che chiede conto di immobili e quote societarie, il curatore dell’eredità nominato dal Tribunale di Varese risponde che era stato un errore. Emilio Riva, insomma, non aveva né beni né titoli. Niente. Moretti e gli altri avvocati delle vittime avviano un pignoramento contro Fabio Riva, ma riescono a sequestrare solo un pianoforte, un attrezzo da palestra e addirittura un’affettatrice. Un valore ridicolo per una beffa enorme.
Lo stesso rischio ora aleggia sulle mille parti civili che hanno affrontato il processo e per i quali la Corte d’assise di Taranto ha stabilito il pagamento di una provvisionale compresa tra 5 e 100mila euro a testa. Soldi che, come accaduto per la vicenda di Emilio Riva, rischiano di non arrivare.
Ma non è l’unica beffa per chi vive a pochi metri dalla fabbrica o, peggio, continua a lavorarci. La sentenza di “ambiente svenduto” di lunedì, infatti, ha confermato al termine del primo grado che le emissioni nocive di Ilva hanno generato tra il 1995 e il 2012 “effetti di malattia e morte” nella popolazione. Ma, per quanto rispetto agli anni scorsi la situazione sia migliorata, la popolazione di Taranto oggi non è affatto al sicuro. A dirlo è stato il Tar di Lecce che ha ordinato lo spegnimento dei reparti dell’area a caldo, su richiesta del sindaco Rinaldo Melucci, perché ancora pericolosi per i tarantini. La palla, com’è noto, è passata al Consiglio di Stato chiamato a decidere se confermare o meno l’ordine di stop imposta dai giudici salentini. Nella loro sentenza, i magistrati amministrativi del Tar di Lecce avevano spiegato che i cittadini vivono in un “stato di grave pericolo” causato dal “sempre più frequente ripetersi di emissioni nocive ricollegabili direttamente all’attività del siderurgico”. Non un fenomeno legato alla passata gestione, ma “permanente ed immanente”.
Uno studio aggiornato ai dati di mortalità al 2020 ha certificato che i livelli di mortalità hanno raggiunto livelli inquietanti: dai risultati presentati lo scorso 30 aprile al convegno dell’Associazione Italiana di Epidemiologia, emerge ancora una volta come i quartieri Tamburi, Paolo VI e Città vecchia-Borgo, quelli geograficamente più vicini alle ciminiere dello stabilimento siderurgico, “soffrono di eccessi di mortalità” sia rispetto ad altre zone della città che ad altre zone della Regione Puglia. “Il dato peggiore che emerge – si legge nel documento che il sindaco Melucci ha inviato a diversi Ministeri – è il netto aumento di mortalità negli uomini del quartiere Paolo VI, specialmente negli ultimi 2 anni, con eccessi di mortalità significativi, pari al 68 per cento. E del resto sui balconi del quartiere Tamburi e sulle tombe del cimitero che si trova a pochi metri dai camini, continua ancora oggi a depositarsi la polvere rosa che si solleva dalla fabbrica e che ha condannato per anni i cittadini di Taranto.
Ma la beffa continua soprattutto per chi in quella fabbrica lavora. La sentenza del Tar ha anche chiarito che le emissioni nocive tra agosto 2019 e febbraio 2020 erano state causate da “malfunzionamento tecnico, difettosa attività di monitoraggio e di pronto intervento” e da “criticità nella gestione del rischio e nel sistema delle procedure di approvvigionamento di forniture”. L’allarme sulle drammatiche condizioni degli impianti tutti i sindacati metalmeccanici lo hanno puntualmente denunciato negli ultimi due anni arrivando a parlare di “una situazione impiantistica che rischia il collasso qualora si dovesse continuare con un regime di produzione di ghisa negli altiforni al di sotto del minino tecnico”. Del resto era stata la stessa Lucia Morselli, ad di ArcelorMittal nel novembre del 2019 a definire “criminali” le condizioni dell’area a caldo dell’ex Ilva, salvo poi affermare che tutti gli italiani dovrebbero essere “orgogliosi” dello stabilimento ex Ilva: “Il più bello d’Europa, il più moderno, il più potente. Un impianto che tutti ci invidiano. Credo sia un privilegio lavorare lì”. Dal 2012 a oggi sono ben nove gli operai morti nella fabbrica che tutti ci invidiano. Gli incidenti non si contano neppure più.
Solinas ancora nei guai: terza inchiesta dei pm sulle nomine
Un’altra nomina borderline inguaia il presidente della Sardegna, Christian Solinas, già indagato in due inchieste. Ieri nel faro della Procura di Cagliari – che ha aperto un fascicolo esplorativo – è finita la neo direttrice generale dell’Agenzia sarda per le politiche attive del lavoro (Aspal), Maika Aversano (nomina denunciata pochi giorni fa dal Fatto Quotidiano).
Ad attirare l’attenzione dei pm, sia l’esistenza dei requisiti richiesti per dirigere Aspal (che Aversano non avrebbe), sia l’iter amministrativo che l’ha portata in quella posizione apicale. Iter curato della dg della Regione, Silvia Curto (anche la sua nomina è materia di indagine dei magistrati), come ricorda sardiniapost.it. La Procura intende chiarire come Aversano, precaria della Pubblica amministrazione, con alcune esperienze al Comune di Castiadas, sia potuta arrivare tanto in alto. Anche perché la legge prevede che per Aspal il Dg sia scelto “tra persone in possesso del diploma di laurea di comprovata esperienza e competenza in materia di servizi per il lavoro e politiche attive e che abbiano svolto, per almeno 5 anni, funzioni dirigenziali in strutture pubbliche o private”.
Già nel 2019 Aversano aveva autocertificato di avere i titoli necessari per poter svolgere il ruolo di dg dell’assessorato al Personale, tuttavia dopo un rapidissimo controllo, gli uffici scoprirono che non era così e dovette rinunciare all’incarico. Ora la situazione si ripropone e ci si chiede: cosa sarà mai cambiato negli ultimi 24 mesi? E probabilmente se lo chiede anche la Regione, visto che a lungo la delibera di nomina ad Aspal datata 7 aprile è rimasta segreta. Poi, quando è stata consultabile dal sito, si è scoperto che Aversano era stata sì nominata, ma sub iudice: era infatti in attesa della “positiva verifica dei requisiti richiesti”. Un lavoro non velocissimo, visto che a oggi la neo dg non ha ancora preso servizio.
Calabria, il Pd ora sonda Ciconte
Francesco Boccia, responsabile Enti locali del Pd, avrebbe chiamato lo scrittore ed ex parlamentare del Pci, Enzo Ciconte per “sondarlo”, già qualche giorno fa. La saga delle Regionali in Calabria si arricchisce di un altro spiffero. La vicenda che ha portato al ritiro di Irto è tutto un gioco di specchi, con posizioni poco chiare e approdo ancora meno certo.
Eppure un bandolo della matassa si va delineando. Che riporta alle dinamiche interne del Pd. L’accordo su Nicola Irto lo chiusero Nicola Zingaretti insieme a Nicola Oddati (per lui responsabile Enti locali) e Marco Miccoli (commissario in Calabria) con Base Riformista. Cambiata la segreteria, è iniziato tutto un lavorio, portato avanti prima di tutto da Peppe Provenzano, ma avallato anche da Enrico Letta e Boccia, per allargare la coalizione. Che secondo un piano inclinato ha portato il candidato a farsi da parte. Ora dal Nazareno sono tutti pronti a dire che Irto va bene, nell’ottica di allargare la coalizione. E il punto è tutto lì. Con Pina Picierno e Base Riformista all’attacco. E il sospetto che in realtà si stia lavorando per un accordo di scambio con Napoli: i voti di Luigi de Magistris per Manfredi, in cambio della sua candidatura in Calabria.
Non è un caso che, mentre in Campania, il Pd e il M5S discutono di come risolvere, dopo le elezioni, il deficit del capoluogo di regione, in Calabria tutto è più complicato: nessuno parla del debito sanitario ma solo di accordi e alleanze. Orticelli privati di consiglieri e capicorrente di partito desiderosi di un “posto al sole” confermando quanto è improbabile un eventuale accordo con De Magistris. Il sindaco di Napoli, intanto, in questi mesi di immobilismo del Pd, ha macinato chilometri, formato liste e fatto campagna elettorale. Ma anche rifiutato qualsiasi approccio con il Pd, compresa la proposta di partecipare alle primarie per allargare la coalizione. Le primarie le voleva fare il sottosegretario grillino Dalila Nesci mettendo in fuorigioco gli altri esponenti del M5S divisi tra chi sperava ancora in un accordo con De Magistris e chi lavorava per un’alleanza con il Pd. C’è pure chi sospetta che la candidatura della Nesci sia stata organizzata a tavolino da qualcuno del Pd che conosce bene il protagonismo del sottosegretario. A proposito di primarie, Irto si era detto subito disponibile a partecipare ma nessuno le ha organizzate, prendendo tempo e proseguendo in un gioco logorante per il Pd. Ma ora il ritiro della candidatura di Irto pare irrevocabile. I temi posti sul tappeto, però, sono tutti aperti: se il Pd in Calabria è in un guado spaccato in tanti “piccoli feudi”, il centrosinistra è nel pieno di una guerra tra bande dove è difficile anche sapere chi sta con chi. Una guerra tra bande con cui Ciconte, se accetta, dovrà fare i conti.
Il vitalizio torna reversibile: in Campania vince la Casta
Oplà, si riallargano i cordoni della borsa: in Campania torneranno a prendere il vitalizio anche vedove e vedovi degli ex consiglieri. Lo ha deciso l’altro giorno il consiglio regionale, che si è rimangiato quanto disposto solo due anni fa, quando in nome dell’austerity era stata negata la possibilità ai superstiti degli eletti a partire dal 2015 di godersi l’assegno. Solo 8 i voti contrari: Francesco Borrelli dei Verdi e i Cinquestelle che in commissione però erano stati favorevoli insieme a tutti gli altri gruppi per ripristinare il vecchio regime: un fronte vasto che va dal Pd a Forza Italia passando per i leghisti. “Con lo stop alla reversibilità (e con l’obbligo per i beneficiari degli assegni di versarsi una parte dei contributi per godere dell’assegno), la Campania si era posta all’avanguardia rispetto alle altre regioni. Invece adesso abbiamo fatto un enorme e ingiustificato passo indietro. E senza nemmeno guardare alle condizioni economiche di questi beneficiari: io avevo proposto almeno di basarsi sull’Isee e invece niente. Ma non mollo”, spiega Borrelli, che però non si fa grandi illusioni.Già in passato aveva perso altre battaglie: come quella per mettere mano ai vitalizi diretti o in reversibilità maturati prima del 2015 che non sono mai stati toccati e che restano a carico della regione. O quella per impedire il cumulo degli assegni per chi sia stato consigliere regionale e anche deputato o europarlamentare. “Nel 2017 ho fatto approvare una norma che consente di rinunciare al cumulo: inutile dire che nessuno vi ha rinunciato, neppure chi aveva giurato di farlo”. Insomma un pacco a favore di telecamera. E qualcuno ancora deride Borrelli per aver creduto che qualcuno si sarebbe fatto sotto con un beau geste.
Ora, reintrodotto pure il vitalizio in reversibilità, figurarsi toccare il resto, mai messo in discussione. Gli ex consiglieri regionali percepiscono, chi più chi meno, vitalizi assai consistenti maturati prima del 2015 per i quali non hanno sborsato mai un centesimo. E che in alcuni casi sommano a quelli erogati per gli anni che hanno seduto alla Camera, al Senato o al Parlamento europeo: come l’ex ministro del Lavoro che sogna di riconquistare la fascia tricolore di sindaco di Napoli Antonio Bassolino, che solo dalla Campania di cui è stato presidentissimo intasca 84 mila euro all’anno, che somma a un assegno mensile che supera i 3 mila euro da Montecitorio. Non è il solo: cumulano anche gli ex consiglieri regionali Marcello Taglialatela (An), Cosimo Izzo (Forza Italia) e Domenico Zinzi (Udc) che hanno fatto un giro o due pure sugli scranni a Montecitorio o Palazzo Madama. Anche se il record spetta ad Antonio Mazzone (Msi), Ortenzio Zecchino (Dc) e Giovanni Russo Spena (Rifondazione comunista), già inquilini della regione, del Parlamento italiano e di quello europeo. Risultato? Meglio del triplete: cumulano, cumulano e cumulano.
Tutti ex che a quanto pare non hanno rinunciato al becco di un quattrino nonostante la legge regionale che consentirebbe loro di far professione di generosità, ossia di dirottare i loro vitalizi eccedentari per una buona causa: sostenere la sanità campana. “Macché – dice Borrelli – dal 2017, da quando è prevista questa possibilità, non si è visto un centesimo”. E le vedove? Pure loro ci danno dentro: quella dell’ex banchiere Antonio Girfatti, tra i fondatori campani di Forza Italia, continua a percepire 20 mila euro annui dalla regione. E da qualche giorno è tornata a prendere pure l’assegno dal Senato, nonostante i rovesci giudiziari del de cuius che avevano portato Palazzo Madama a sospendergli il vitalizio nel 2015. Oggi ripristinato per tutti i condannati e pure per gli eredi in regime di reversibilità.
Stresa, show della giudice: “Italia è Paese democratico”
“Dovete essere felici di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia, invece sembra che non siate felici. L’Italia è un Paese democratico”. Sono le parole del giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici, a due giorni dalle scarcerazioni di due dei tre indagati per la strage del Mottarone. Uno sfogo davanti ai giornalisti, che la assediavano da giorni dopo la svolta clamorosa di sabato notte, quando il gip ha smontato le misure richieste dalla Procura di Verbania e rimandato a casa il direttore d’esercizio della funivia di Stresa, Enrico Perocchio, e il proprietario della concessionaria, Luigi Nerini (assistiti dagli avvocati Andrea Da Prato e Pasquale Pantano). Entrambi erano stati accusati da Gabriele Tadini, il capo servizio che ha ammesso di aver disattivato i freni d’emergenza, inserendo i cosiddetti forchettoni. Per lui (difeso dall’avvocato Marcello Perillo) sono stati concessi i domiciliari. “Il pericolo di fuga non esisteva – ha precisato ancora il magistrato –. Non ho ritenuto per due persone la sussistenza di gravi indizi, non perché non abbia creduto a uno, ma perché ho ritenuto non riscontrata la chiamata in correità”.
Nel frattempo negli ultimi giorni, si sono moltiplicati online i post di foto e video che mostrano le cabine trasportare passeggeri con i forchettoni inseriti, anche negli anni passati. Documentazione acquisita anche dagli inquirenti, che stanno cercando di capire se la disattivazione dei sistemi d’emergenza fosse una pratica abituale: “Ce ne vuole prima che si rompa una fune traente o una testa fusa”, sono le parole riferite da Tadini a uno dei suoi sottoposti. Invece, è proprio quello che è successo. E ora saranno i periti a dover dare una risposta alla domanda principale: perché si è rotto quel cavo? Ieri sul monte Mottarone si è svolto un sopralluogo della commissione d’indagine nominata dal Ministero. E il difensore di Tadini ha ufficializzato la nomina di due consulenti, Riccardo Falco e Andrea Gruttadauria.
Mafiosi, Morandi e funivia: il garantismo a targhe alterne
Qual piuma al vento, il garantismo è più mobile che mai. Merito di veri professionisti che ogni settimana declinano in maniera diversa la loro concezione di giustizia, ora impugnando la clava ora alzando il ditino sulla gogna mediatica e sulla dittatura della misure cautelari.
Neanche a farlo apposta, gli ultimi dieci giorni hanno fornito spunti formidabili per le acrobazie di cui sopra. Prendiamo la scarcerazione del mafioso Giovanni Brusca, uscito di prigione dopo 25 anni grazie alle agevolazioni concesse illo tempore ai pentiti. Matteo Salvini, lo stesso che ieri presentava 6 referendum sulla giustizia insieme ai Radicali, si è scatenato: “Brusca è una bestia. Non doveva uscire di galera. L’ergastolo con il lavoro obbligatorio in carcere è il minimo della pena”. E meno male che tre anni fa Salvini girava le carceri con Annalisa Chirico e l’associazione “Fino a prova contraria”: “Farò attenzione, non userò più l’espressione ‘marcire in galera’. A marcire lasciamo le piante”.
Persino in Forza Italia oggi ci si indigna: “La scarcerazione di Brusca è un pugno nello stomaco”, dice Licia Ronzulli, con Maurizio Gasparri che parla di “notizia che inorridisce le persone perbene”. Proprio la stessa FI che gridava alla “barbarie giudiziaria” per lo stop alla prescrizione o che lanciava appelli umanitari per salvare Marcello Dell’Utri dal carcere dopo la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Per non dire dei giornali. Sul Tempo, Francesco Storace parla di “Stato clamorosamente in ginocchio”, mentre cinque anni fa, alla morte di Bernardo Provenzano (morto al 41-bis nonostante una campagna per la scarcerazione) titolava: “Una lenta agonia di Stato”. Il tutto seguito da un “Forza Marcello!” a caratteri cubitali: “Dell’Utri ha un tumore: liberatelo!”. Anche Alessandro Sallusti si stracciava le vesti per Dell’Utri: “Stiamo diventando un Paese fascista, un anziano e malato viene tenuto in carcere”. Guai però a liberare i pentiti: “Siamo di fronte a un cancro della democrazia”, sbraita oggi Sallusti.
D’altra parte il garantismo a targhe alterne era emerso già dopo il disastro della funivia del Mottarone. Quasi tutti i giornali, in coro, hanno cavalcato l’indignazione contro i gestori: “Morti per denaro” (Il Giornale); “Hanno tolto i freni per soldi” (Il Corriere); “La strage dell’avidità” (Repubblica); “La banda della forchetta” (ancora Rep). Il tutto basandosi sulle prime indagini già ridimensionate dal gip, ma per una volta prese a Bibbia dagli stessi quotidiani che tre anni fa usarono i guanti per raccontare il crollo del Ponte Morandi. Lì nessun accenno all’avidità dei Benetton o a eventuali bande. Anzi: “Sotto al ponte si sgretola lo Stato di diritto” (Il Giornale); “Il governo della forca” (Il Foglio); “Le favolette pericolose dei populisti” (La Stampa); mentre il Corriere riferiva “lo choc della famiglia Benetton”.
E che ne è delle anime candide del caso Uggetti? La vicenda è quella dell’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, arrestato 5 anni fa e assolto in appello per turbativa d’asta. Ci si è dati un gran da fare nel parlare della “fine del populismo” (Matteo Renzi su Repubblica), di “laboratorio dell’antipopulismo” (Il Foglio), di 5 Stelle che hanno “calpestato il diritto e rovinato decine di famiglie” (Libero).
Chissà cosa direbbero certi giornali e certi politici, se rileggessero cosa dicevano su Virginia Raggi, Chiara Appendino o Filippo Nogarin, sindaci incriminati talvolta ancor prima dell’avviso di garanzia. Sulla sindaca di Torino si è sbizzarrita soprattutto La Stampa. Il 2 novembre 2017 annuncia in prima pagina: “Piazza San Carlo, l’atto d’accusa dei pm. Pronti gli avvisi di garanzia”. L’editoriale elogia la Procura: “Una passo verso la verità.” Manca ancora l’indagine, ma c’è già la sentenza. Sulla Raggi invece il capolavoro è del Foglio, che a inizio 2017 funge da Consulta: “Sciogliere il M5S. Il caso Raggi svela la truffa legale del blog solo al comando, che rende il Movimento incompatibile con la Costituzione”. E Nogarin? Indagato e poi archiviato per abuso d’ufficio e concorso in bancarotta fraudolenta nella sua Livorno, fu schernito da Maria Elena Boschi: “Si passa da onestà-onestà a omertà”. Altri tempi e altri garantismi.