“Siri, finanziamenti illeciti”: ora rischia un nuovo processo

Il senatore della Lega, Armando Siri, già sottosegretario ai Trasporti nel primo governo Conte, è indagato per due episodi di finanziamento illecito ai partiti e per “dichiarazioni infedeli” rispetto allo Spazio Pin gestito assieme al suo capo segreteria, Luca Perini. Il dato è emerso ieri dopo l’avviso di chiusura indagini notificato dalla Procura di Milano. Otto le persone indagate. Tra loro anche il figlio di un ex presidente della Consob. L’inchiesta milanese coordinata dalla Guardia di finanza parte nella primavera del 2019 dopo alcune segnalazioni sospette rispetto a due mutui dati a Siri dalla Banca agricola commerciale (Bac) di San Marino. Finanziamenti concessi, sarà ricostruito grazie a email, chat e documenti interni della banca, anche per “avere un ritorno” da Siri rispetto al suo ruolo istituzionale. Per questo Marco Perotti, già direttore generale della banca, è indagato per finanziamento illecito. Il primo mutuo di 750mila euro concesso nel gennaio 2019, quando Siri è già sottosegretario, sarà utilizzato dal leghista per acquistare una palazzina a Bresso (Milano) intestandola alla figlia. Il secondo mutuo di 600mila euro, che porta la cifra totale a circa 1,3 milioni, viene incassato nell’aprile 2019 dalla Tf Holding riferibile all’imprenditore Fiore Turchiarulo (non indagato) titolare di un esercizio commerciale presso la stazione della metropolitana di Rogoredo. Turchiarulo in passato si era candidato per il partito Italia nuova il cui presidente è stato lo stesso Siri.

Il denaro del secondo mutuo, stando agli atti dell’indagine, sarebbe finito a Turchiarulo e a un’altra persona. Entrambi erano presenti a San Marino assieme a Luca Perini (nella foto in basso) che avrebbe fatto le presentazioni con i vertici della banca. Questo secondo mutuo, così come il primo personale al politico leghista, era stato denunciato nei primi mesi del 2019 dall’Agenzia di informazione finanziaria trasmessa alla Banca centrale del Titano, che a sua volta ha girato il fascicolo alla Procura di Milano. Risulterà decennale e concesso senza garanzie. L’inchiesta era partita con una prima ipotesi di autoriciclaggio nei confronti di Siri, accusa poi caduta. Sempre per finanziamento illecito è indagato anche l’avvocato Marco Cardia, figlio di Lamberto ex presidente della Consob. L’episodio contestato, come si legge nelle sette pagine di avviso di conclusione delle indagini, riguarda un debito fiscale che il senatore Siri aveva nei confronti dell’Agenzia delle entrate. Si tratta di una pendenza di 220mila euro. Da qui l’interessamento di Cardia presso una società lussemburghese con sede a Milano, che, secondo i pm, riesce grazie alla mediazione di altri soggetti a estinguere il debito del leghista, accreditando la provvista su un conto romano di Ubi Banca, che sarà usata per saldare il debito. Tra gli indagati anche la manager Domenica Ferragù. Per lei l’accusa è di finanziamento illecito rispetto ai due mutui concessi dalla Bac. Secondo i pm, la donna avrebbe messo in contatto l’allora direttore della banca con il senatore. L’ultimo capo d’accusa riguarda la dichiarazione infedele rispetto allo Spazio Pin (Partito Italia Nuova) usato per corsi di promozione e per tenere alcune lezioni della scuola di formazione politica pensata da Siri e da Matteo Salvini. Oltre al senatore è indagato Perini. Parte degli utili, secondo i pm, sarebbe stata usata per spese personali. La Procura ha poi individuato cinque episodi di usura che nulla hanno a che vedere con con il politico leghista.

Da Brusca ai referendum, Salvini in tilt sulla giustizia

Da una parte vorrebbe che Giovanni Brusca, il boss che uccise Giovanni Falcone premendo il telecomando a Capaci, restasse in carcere a vita (“la scarcerazione è una schifezza, Brusca è una bestia”), dall’altra propone sei referendum per “punire” i giudici e limitare il carcere ai colletti bianchi. Ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, ha presentato nella sede del Partito Radicale i sei quesiti referendari sulla giustizia che saranno depositati domani in Cassazione: la raccolta firme partirà nel weekend del 2-4 luglio e andrà avanti fino al 30 settembre, data ultima per presentare le 500 mila firme necessaria per ogni quesito per indire il referendum popolare. A fianco di Salvini a presentare i quesiti referendari ieri c’erano anche il segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, e la tesoriera, Irene Testa, che da anni portano avanti battaglie iper-garantiste come l’abolizione dell’ergastolo, l’amnistia o l’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non proprio in linea con le posizioni di Salvini negli anni, noto per voler vedere “marcire in galera” terroristi, assassini e mafiosi e per la “castrazione chimica” per gli stupratori.

Ma ieri mattina, nella sede storica dei Radicali di Torre Argentina, tutte le differenze tra la Lega e il partito di Marco Pannella sembravano sparite. A ognuno serve l’altro: i Radicali vogliono sfruttare la potenza di fuoco del primo partito italiano per raccogliere le firme e avere un punto di riferimento in Parlamento, il Carroccio invece vuole intestarsi il sentimento anti-pm che sta emergendo nel Paese dopo gli scandali Palamara e Csm (e anche dopo i processi a Salvini). “Non stiamo qui a discutere delle cose su cui non siamo d’accordo, perché abbiamo tanto da fare”, ha detto il segretario dei Radicali Turco. Salvini invece ha elogiato il Partito Radicale per “la sua storia” e per la sua “capacità di partecipazione e di democrazia” e ammettendo che con la Lega ci sono “idee e culture diverse”. I quesiti referendari sono sei, presentati dall’avvocato e responsabile Giustizia dei Radicali, Giuseppe Rossodivita: la responsabilità civile dei magistrati (già ritoccata dal governo Renzi), la separazione delle carriere, i limiti alla custodia cautelare, l’abolizione della legge Severino, l’elezione del Csm e l’equa valutazione dei pm.

Oltre alla responsabilità civile e alla separazione delle carriere, storiche battaglie berlusconiane, a Salvini interessa l’abolizione della legge Severino che prevede l’incandidabilità o l’ineleggibilità per il parlamentare che abbia avuto una condanna superiore ai due anni o la decadenza (anche da membro del governo) se il mandato è in corso. Ipotesi che potrebbe riguardare anche il leader della Lega che dovrà affrontare un processo a Palermo per il caso Open Arms con l’accusa di sequestro di persona con pene fino a 15 anni: una condanna potrebbe definitivamente fermare la sua carriera politica.

“È troppo facile utilizzare l’arma giudiziaria per far fuori avversari politici”, gli ha dato manforte l’avvocato Rossodivita. L’altro quesito che avrebbe conseguenze esplosive è quello sul limite alla custodia cautelare: si chiede di abolire il criterio di rischio di reiterazione del reato per decidere se disporre il carcere per un indagato. In questo caso però i casi di indagati in carcere diminuirebbero molto, anche tra i colletti bianchi. Ma il leader della Lega è stato molto meno garantista su Brusca: “Con 100 omicidi sulle spalle, sapere che c’è un signore libero è preoccupante, va cambiata la norma”. I referendum creano anche una spaccatura nella maggioranza. “È un’arma di distrazione, si vogliono imbrigliare i pm”, dice il M5S Mario Perantoni, mentre la responsabile Giustizia Pd, Anna Rossomando, chiede a Salvini di “affrontare i dossier in Parlamento”. Duro Alessandro Di Battista: “Salvini governa da anni con Berlusconi: stia lontano dalla giustizia”.

Recovery, Draghi fa spot in giro per l’Italia: “Operazione fiducia”

Da Palazzo Chigi l’hanno ribattezzata così: “L’operazione fiducia”. Ovvero: una serie di eventi pubblici cui il presidente del Consiglio Mario Draghi parteciperà nelle prossime settimane per invocare la “ripartenza” del Paese ora che le restrizioni anti-Covid stanno venendo meno e anche per far conoscere agli italiani che il vero strumento per la “rinascita” economica sarà il Recovery e le relative riforme che governo e Parlamento dovranno approvare nelle prossime settimane. La prima occasione è arrivata ieri in Emilia-Romagna visitando il Tecnopolo di Bologna e il distretto della ceramica modenese: “È la prima volta che esco da Roma da quando si è attenuata la pandemia e quello che si percepisce è un sollievo, un entusiasmo, una voglia di ricominciare e sprigionare le proprie energie produttive e imprenditoriali: è la voglia di ricominciare”, ha detto Draghi invitando gli italiani a “stare uniti”. Poi il premier ha spiegato che servono “gli investimenti e le riforme del Pnrr” come quella sul decreto Semplificazione nonostante le molte critiche: “Riduce le incertezze e la burocrazia” ha concluso Draghi. Il premier si è rallegrato per i dati economici positivi: secondo l’Istat, nel primo trimestre del 2021 il Pil è cresciuto dello 0,1%. Venerdì intanto in Cdm sarà approvato il terzo decreto legato al Recovery, quello sul reclutamento del personale nella P.A per attuare i progetti. Dopo, Draghi parlerà in conferenza stampa ancora una volta per cercare di infondere “fiducia” nei cittadini.

Intanto ieri Matteo Salvini ha incontrato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che nei giorni scorsi aveva chiesto e ottenuto dal governo lo stop al blocco dei licenziamenti. Il leader della Lega nelle ultime ore aveva fatto balenare la possibilità di prorogarlo in Parlamento d’accordo con il Pd. Ma ieri Salvini si è piegato a Confindustria: “Siamo in sintonia con Draghi – ha detto il leghista – servono strumenti più efficaci per facilitare le assunzioni delle imprese”.

“È stato un brutto spettacolo, ora pronti per votare online”

I l tono è quello di chi spera che una fase difficile si sia chiusa, per davvero: “La vicenda con Rousseau ha assunto toni e modalità privi di una logica lineare”. Fastidioso, e forse di più, per Davide Crippa, capogruppo alla Camera del M5S.

Cosa rappresenta la decisione del Garante per voi 5Stelle?

Una cosa semplice: il Garante dà all’associazione Rousseau cinque giorni di tempo per restituire i dati degli iscritti al Movimento. Ovvero, a fare ciò che era già ovvio si dovesse fare.

Casaleggio contesta che il reggente Vito Crimi sia il rappresentante legale del M5S, cioè colui che è legittimato a ricevere i dati.

Se ne può discutere finché si vuole, ma è evidente che in ogni fase di transizione ci deve essere un reggente, ossia una figura facente funzioni del capo. E Crimi lo è. Di cosa stiamo parlando?

È vero che si era riaperta una trattativa con Rousseau?

Il dialogo non si è mai interrotto. Noi del M5S abbiamo sempre cercato di capire le difficoltà sul tavolo. Ma certe pretese economiche dovevano tenere conto della realtà attuale del M5S.

Cioè Casaleggio vi ha chiesto troppi soldi?

Io dico che per discutere a un tavolo bisogna innanzitutto riconoscere come tale il proprio interlocutore.

Ovvero, Crimi…

Sì.

Ma ora? Casaleggio vi porterà in tribunale?

Spero di no. Quello visto finora è stato un brutto spettacolo anche per gli iscritti. Ma saranno loro a dire se accettano il nuovo corso guidato da Giuseppe Conte: nessuno imporrà nulla dall’alto.

Siete in grado di votare? Avete la nuova piattaforma?

Abbiamo sondato varie opzioni e siamo tecnicamente attrezzati per partire.

Molti parlamentari del M5S chiedono di uscire dal governo Draghi “perché non tocchiamo palla”. Conferma?

La governance che lavorerà al Pnrr è in chiara continuità con quella del governo Conte, anzi sarà perfino più folta. E la mozione che ha spinto Draghi ad aprire alla sospensione dei brevetti per i vaccini è a firma di due deputate del Movimento, Grillo e Ianaro. Non mi sembrano la prova dello scarso incidere.

Il premier manda i testi di legge all’ultimo minuto e lascia le briciole ai partiti.

Non c’è dubbio che il Parlamento debba recuperare i suoi spazi. E bisogna cominciare con il decreto sostegni-bis, che presenta alcuni punti su cui bisogna intervenire. E poi c’è il tema dei licenziamenti. Non chiediamo il blocco perenne, ma ora serve una seria riforma degli ammortizzatori sociali. E dobbiamo discuterne.

Il nodo centrale è la giustizia. Cioè la prescrizione.

Come sempre siamo disposti a sederci e discutere. La velocizzazione dei processi non porrebbe nemmeno il tema della prescrizione, che per noi è giustizia negata. Un colpo di mano su questo andrebbe anche contro le indicazioni della Ue, che ci ha spesso contestato i danni della prescrizione.

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’ergastolo ostativo (che vieta la libertà condizionale ai rei di delitti particolarmente gravi, ndr) per i detenuti per mafia che non collaborano con la giustizia. E voi avete chiesto un intervento celere del Parlamento. Vi ascolteranno?

Il Parlamento deve intervenire entro un anno, dice la Consulta, e noi abbiamo presentato già una proposta di legge che prevede determinati paletti e controlli, a partire dal parere obbligatorio della Direzione nazionale antimafia. Serve una risposta di tutti i partiti.

Il Garante dà torto a Rousseau. Conte: “Ora finalmente si parte”

Il Garante atteso dai Cinque Stelle come l’oracolo ha dato il suo responso, spiegando che sì, “l’associazione Rousseau dovrà consegnare al Movimento entro cinque giorni i dati degli iscritti”. E Giuseppe Conte, il rifondatore che non riesce a diventare capo perché senza dati non possono eleggerlo, subito celebra: “Il provvedimento fa chiarezza e spazza via ogni pretesto, ora si parte”. Tradotto, l’ex premier ora vuole andare dritto, con votazioni nel giro di pochi giorni su una nuova piattaforma per eleggere un nuovo capo (se stesso) e una segreteria, e approvare un nuovo Statuto. A ruota, seguiranno una convention per i nuovi 5Stelle e un tour dell’ex premier per l’Italia. E se i dati non arrivassero? “Ci sarebbero conseguenze penali” mostrano i denti dal M5S. Ma lì fuori c’è ancora Davide Casaleggio, l’Erede, per cui la guerra non è finita. Non può finire così, per lui che chiedeva soldi e riconoscimenti in cambio degli elenchi. Perché questa sarebbe una resa.

Così il patron di Rousseau avverte: “Gli scogli sono vicini”. Fuor di metafora, è pronto a ricorrere al tribunale civile e ad altre strategie di battaglia, per portare Conte e il M5S nella palude delle carte bollate. E al di là dell’esito, la rifondazione con l’avvocato a capo di tutto potrebbe scivolare ancora via, per settimane o mesi. “Davide non si rassegna”, è il commento preoccupato di tanti grillini nel martedì che poteva risolvere tutto. Ma lo scenario è ancora incerto, friabile. E la decisione del Garante della Privacy, arrivata ieri come anticipato dal Fatto, potrebbe diventare soltanto una tappa di uno scontro infinito. Non è un caso che Luigi Di Maio commenti solo a pomeriggio inoltrato, con sillabe che chiedono pace: “Il M5S è in evoluzione, verso un nuovo Movimento con Giuseppe Conte al timone. Dobbiamo guardare al futuro con una visione chiara: confrontandoci, ma sempre in maniera costruttiva”.

D’altronde la trattativa con Milano si era riaperta, nel fine settimana. “C’eravamo quasi”, sospira uno dei mediatori. Con Casaleggio pronto ad accettare 250mila euro invece dei 450mila euro reclamati dagli eletti per i mancati versamenti degli ultimi mesi. E invece il tavolo si è arenato, un po’ per l’avvicinarsi del pronunciamento del Garante e un po’ perché – sibilano fonti del Movimento – “Conte non avrebbe potuto accettare ingerenze politiche” e “farsi ricattare da Rousseau” avrebbe minato in partenza “la credibilità del nuovo percorso”. L’avvocato e Crimi vogliono chiudere. E ieri lo hanno ribadito in vari colloqui: “Con Davide non si può trattare”. Ma dentro il M5S c’è chi spinge ancora per una trattativa “perché così rischiamo di non uscirne più”.

Di certo per adesso c’è solo la decisione del Garante. E la sostanza è chiara: “Il Garante ordina all’Associazione Rousseau, responsabile del trattamento dei dati degli iscritti al Movimento 5 Stelle” di consegnare “al predetto Movimento, nelle forme e secondo le modalità indicate dallo stesso, tutti i dati personali degli iscritti”. In questo momento però per Casaleggio ogni cavillo è un appiglio buono per proseguire la melina.

E allora il patron di Rousseau rilancia: “Il Garante indica di consegnare genericamente i dati al Movimento, ma non indica chi sia la persona che riveste il ruolo di rappresentante legale, quindi il legittimo titolare dei dati al quale Rousseau può consegnarli”. Va bene restituire i dati, ma a chi?

L’Autorità stabilisce che sia il M5S a decidere, ma il problema è che Rousseau non riconosce né Crimi come rappresentante legale né tantomeno Giuseppe Conte come leader in pectore. Anche se da Roma sostengono che, avendo accolto il ricorso del reggente, il Garante lo abbia di fatto riconosciuto come rappresentante legale. Ma siamo alle interpretazioni. Per questo Casaleggio medita strade alternative, come consegnare i dati a un notaio o comunque a un soggetto terzo, per prendere ancora tempo e chiedere intanto al Garante delucidazioni in merito. La questione però c’entra poco con le prerogative dell’Autorità, che non è detto si possa esprimere. Per questo Casaleggio continua a battere cassa chiedendo di “onorare i debiti pregressi” e invoca lo Statuto per scongiurare che il M5S voti altrove la nuova leadership, convinto che eleggerla altrove sarebbe una violazione delle norme.

Su questo però i 5 Stelle sono netti: su Rousseau non si torna e non solo per una ragione di principio, ma anche perché è lo stesso Garante ad imporre che Casaleggio non prosegua il trattamento dei dati degli iscritti. Non solo. “Lo Statuto parla anche di altre modalità di voto rispetto a Rousseau”, obiettano sempre fonti del M5S. Ma in questo scenario è altamente probabile che si finisca in tribunale. E si capirà in fretta, perché a Casaleggio restano solo 4 giorni per uscire dallo stallo, termine oltre il quale si esporrebbe a gravi rischi penali. Mentre il Movimento ha fretta, stretto tra la necessità di darsi una nuova organizzazione politica e alcuni problemi materiali, come l’autenticazione delle liste per le prossime amministrative di ottobre. “Però è tutto complicato”, rumina un big. Mentre dai 5 Stelle raccontano di un’altra grana: gli avvocati e notai che hanno lavorato gratis per il Movimento in questi anni potrebbero chiedere soldi per le loro prestazioni. “Nessuno gli ha fatto firmare nulla, neppure delle scritture private”, scuote la testa un veterano. Perché la notte potrebbe essere ancora lunga.

Il pastorello del Papeete

Magari non è niente, ma siamo molto preoccupati per le condizioni psicofisiche del Cazzaro Verde che, da quando Giorgetti l’ha sedato, Draghi l’ha gabbato e la Meloni l’ha quasi sorpassato, dà segni evidenti di squilibrio. L’altro giorno intimava al governo di farla finita col blocco dei licenziamenti, come se il governo non ci avesse già pensato da solo. Poi ha detto che ora parla con Draghi per prorogare il blocco dei licenziamenti (pensando evidentemente al suo). E, in attesa che Draghi trovi del tempo libero, ha parlato con la Madonna (all’insaputa della medesima), andandola a trovare a Fatima, e ne ha subito spifferato le confidenze a Libero, ancor più autorevole dopo l’avvento di Sallusti. Titoli: “La Madonna mi ha detto che…”, “Salvini: ‘La Madonna ci vuole tutti più uniti’”. Dove “tutti” sono gli altri leader del centrodestra, in particolare alla Meloni che – gli ha detto sempre la Vergine – deve smetterla di fare opposizione e di insidiarlo nei sondaggi, sennò “il cuore immacolato di Maria” poi sanguina. Intanto (lui, non la Vergine) fa campagna per i referendum dei radicali per una giustizia giusta e garantista: lui che a qualunque arrestato (leghisti esclusi) augura di “marcire in galera” e quando fu catturato il sindaco pd Uggetti gli fece il gesto delle manette ai polsi (infatti s’è scusato Di Maio). In attesa che la Madonna di Fatima gli spieghi la differenza fra garantismo e giustizialismo, il pastorello del Papeete Beach s’indigna perché, dopo 25 anni di galera, Giovanni Brusca è uscito per aver collaborato con la giustizia: È una schifezza. Bisogna cambiare la legge. Uno che ha 100 omicidi sulle spalle, ha sciolto un bambino nell’acido e ha ucciso Falcone e la sua scorta è una bestia. Se c’è l’ergastolo e non lo dai a lui a chi lo dai?”. Ora, la legge che lui vorrebbe cambiare la ispirò Falcone, che lui vorrebbe difendere da una legge voluta da lui: prevede l’ergastolo senza sconti (ostativo) per i mafiosi che non parlano e con lo sconto per quelli che parlano. E il bello è che i radicali, suoi alleati nei referendum garantisti, vogliono abolirlo, l’ergastolo: ostativo e non. Ma si può trovare un buon compromesso: dentro i pentiti e fuori i non pentiti, che poi sono i mafiosi migliori perché non parlano. Così nessun mafioso parla più e non si rischia che qualcuno faccia il nome di qualche amico tuo.

Ps. Da qualche giorno riceviamo lezioni di garantismo dai “colleghi” di Repubblica, il giornale che il giorno dopo la sciagura della funivia aveva già deciso che i tre arrestati erano “La banda del forchettone” o “della forchetta”, salvo poi vederne scarcerare due su tre perché forse la banda non c’era. Se questi sono i garantisti, siamo fieri del nostro giustizialismo.

“Dialoghi con Pasolini”: una rubrica “utile e vitale”

I fatti sono questi. Tra la fine di maggio del 1960 e il 30 settembre 1965, Pier Paolo Pasolini tiene, più o meno regolarmente, una rubrica sul settimanale Vie nuove. Fondata nel 1946 da Luigi Longo, la rivista era in una sorta di dialettica costante con il Partito comunista, pur non essendone un organo. Più mondana, per i tempi, ma di grande rigore: alte tirature e un pubblico di interlocutori esigenti, più che di lettori proni a tutto…

La rubrica si intitola “Dialoghi con Pasolini”, e lo scrittore più discusso d’Italia la immagina come una conversazione con un “pubblico non specializzato”. Da qualche mese ha cominciato a sperimentare dal vivo delle azioni dialettiche. Non più il monologo o la conferenza cattedratica – per quanto poco cattedratico sia Pasolini già a quei tempi – ma una sorta di “conferenza stampa pubblica… Ho, di tutte queste chiacchierate, un ricordo bellissimo”, scrive. Vuole che la rubrica segua quella stessa impostazione, la immagina uno spazio “utile e vitale”.

Il 28 maggio 1960 è dunque una data spartiacque, e la rubrica su Vie nuove un evento programmatico. È un punto di non ritorno, certifica la nascita di un metodo. Invece di arroccarsi in una posizione difensiva, Pier Paolo Pasolini decide di aprire la guardia, di esporsi. Lo fa in un contesto protetto, è vero – che peraltro come vedremo non gli risparmierà colpi ben assestati – ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto che qui l’indole di Pasolini diventa metodo…

La rubrica di Vie nuove è un’azione programmatica, la più importante forse dell’intera parabola artistica di Pasolini. È lì che Pier Paolo Pasolini tematizza la necessità di esporsi, e dunque di pagare il prezzo che quella esposizione comporterà, se ce ne sarà da pagare uno. Cioè di “lottare nella storia, non fuori dalla storia”, come scriverà a un lettore nel giugno del 1961… I “Dialoghi con Pasolini” sono la chiave di volta. Senza comprenderne la portata è impossibile capire fino in fondo tutto quello che seguirà e che non a caso comincia in quegli stessi anni: il cinema prima di tutto (Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo, ma anche l’inchiesta di Comizi d’amore), le sue presenze televisive, i versi di Trasumanar e organizzar, Petrolio, e poi giù fino alla fine tragica all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975.

© 2021, Garzanti S.r.l., Milano

La posta del cuore di PPP

In queste pagine anticipiamo stralci del carteggio coi lettori di Pier Paolo Pasolini e la prefazione di Andrea Bajani a “Le belle bandiere”, in uscita giovedì con Garzanti.

 

Signor Pasolini, vorrei che conoscesse l’opinione di uno studente che, pur essendo un cattivo cattolico, aspirerebbe a diventare un buon cristiano… Io credo che bisogna aiutare, rivendicare, educare. Educare è più di istruire. Questo imperfetto discorso l’ho fatto per venire a un punto: il giovane e l’amore. Il giovane dev’essere istruito all’amore e prim’ancora educato, perché io credo, nella mia poca esperienza, che l’amore non sia semplicemente un se coucher, ma qualcosa di più. Io credo che l’essenza dell’amore sia anche qui nell’altruismo, nel rispetto della persona amata, ch’è pure carne amata. Il nascere dell’amore è istintivo, immediato. Il fidanzamento è l’intervallo necessario, che permetterà ai due di conoscersi meglio, di capirsi, di lasciarsi. Oggi non c’è molto tempo per l’amore. Ci si prende, ci si piace, ci si lascia. Questo si legge sui vostri libri, questa è la realtà. Ma questo, che voi illustrate, non è amore ma un suo surrogato, perversione, egoismo. Anche Lenin era del mio stesso parere. Vi sono poi i due comandamenti: non commettere atti impuri e non desiderare la donna di altri… Noi giovani abbiamo bisogno di essere istruiti. Invece voi rimestate il fango, forse per dimostrare che la società borghese è putrida. Ma bisogna anche prospettare soluzioni e illustrare speranze. Lo sa che il comunista è ottimista e che il suo pessimismo è un residuo piccoloborghese?… Io dico che oggi la realtà va poggiata su un piano morale.

Giovanni Petti, Roma

 

Caro ragazzo… so tutto della tua vita. Quella che si svolge intorno a te, e, fino a un certo punto, quella che si svolge dentro di te. Conosco qual è il meccanismo psicologico che ti fa desiderare, con autentica passione, un livello più aristocratico rispetto a quello in cui socialmente e fisicamente vivi: che fa scattare in te la “nobilitazione” di quel mondo di sentimenti che a te pare volgare, che cova in te, l’antico, irremovibile, irrefutabile stilnovismo dei venti anni!… È chiaro come la tua “operazione nobilitante” avvenga lungo il fatale piano inclinato del conformismo… Anche se tu sai che non bisogna essere conformisti! Che studente moderno saresti, se non sapessi questo. Ma lo sai a parole.

Il tuo anticonformismo è, direi, non nelle idee e nelle espressioni della tua lettera – che sono tutte conformiste, alcune fino a un’involontaria ipocrisia – ma nel “tono”, in quel tanto di irrazionale che ti spinge a volere, disperatamente a volere quella “nobilitazione”… Sei un borghese: e, nel tuo particolare caso, dovresti sentire, in questa parola, una accusa. Perché ciò che ti contraddice nella tua operazione nobilitante, nel tuo ingenuo idealismo erotico di ventenne, è proprio e solo la borghesia. Che è avida, meschina, ipocrita, egoista, e, essa sì!, volgare. Non dico che anche i comunisti non possano essere volgari, ma lo sono nella misura in cui sono influenzati dal mondo borghese: l’aspirazione al frigidaire è intimamente volgare, l’ottimismo televisivo è volgarissimo… Dietro la tua lettera delicatissima, idealistica, sensibile, c’è un fondiglio terribile di volgarità: l’idea di essere un privilegiato.

Tu, nella tua lettera, non fai altro che ribadire la tua superiorità – la minima superiorità economica, e la rilevante superiorità spirituale – su coloro che tu ritieni volgari, perché rozzi, semplici, violenti o maleducati. Tu hai voluto impartire una lezione su che cos’è l’amore per un’anima bella. L’anima bella è la tua: perciò io ti dico, mio ragazzo cristiano, che, senza volerlo, hai peccato di presunzione. Fino a che punto siamo responsabili di ciò che facciamo “senza volerlo”? Oh, molto. Tu, per esempio, al tuo atto di presunzione involontaria sei giunto attraverso un atto di cui sei invece pienamente responsabile: la mancanza di informazione. Gli apprezzamenti letterari da cui parti, sono completamente privi di fondamento: il tuo giudizio sul modo in cui è trattato il problema sessuale negli scrittori moderni (tra cui mi accludi) è tutto orecchiato, basato sul giudizio, interessato e ipocrita, degli altri. Tu non hai letto i testi di cui parli, o li hai letti solo in parte, o li hai letti male, cioè non con la tua testa. Di questo ti senti responsabile?

Mettiti una mano sul cuore e risponditi. (Ho risposto più alla sostanza della tua lettera – alla lettera che forse tu non sai di avere scritto – che ai problemi particolari che mi poni. Ma, rispondendo a questi, dovrei dare delle risposte ovvie: per esempio: certo che l’amore è una cosa e l’eros un’altra, certo che la “realtà va poggiata su un piano morale” ecc. ecc.! Ma perché vuoi farmi dire delle banalità? Riscrivimi fra un anno, quando avrai più letto e più pensato, e, magari, più fatto all’amore…).

© 2021, Garzanti S.r.l., Milano

Merkel spiata dagli 007 Usa con l’aiuto di Copenaghen

Se dal 2012 al 2014 gli americani riuscirono a intercettare e spiare la cancelliera Angela Merkel, l’ex ministro degli Esteri e ora presidente della Repubblica federale Frank Walter Steinmeier e altri politici europei, fu anche grazie alla cooperazione degli uomini dei servizi segreti di Copenaghen.

Le operazioni di spionaggio della Nsa, Agenzia Nazionale Sicurezza statunitense, già svelate da Edward Snowden nel 2013, tornano a essere sulle prime pagine dei quotidiani scandinavi, accompagnate da nuovi dettagli. Il report testimonia la complicità dell’Fe, servizio d’informazione della Difesa danese, nelle attività di intelligence di Washington. Tra gli obiettivi degli Usa non c’erano solo i vertici del Bundestag, ma anche Peer Steinbruck, all’epoca candidato cancelliere per l’Spd, partito di centro-sinistra. Sono state ascoltate anche riunioni e informazioni segrete di politici svedesi, norvegesi, olandesi e francesi; l’Fe ha aiutato gli americani anche a spiare la loro stessa patria: intercettati i ministri delle Finanze e degli Esteri danesi. Le autorità di Copenaghen hanno scoperto il legame delle due agenzie di spionaggio nel 2015, ma i vertici della Fe – che concedeva all’Nsa di usare i cavi di telecomunicazione sottomarini –, sono stati allontanati dalle loro poltrone solo l’anno scorso.

Chiarimenti sulle intercettazioni di alti funzionari europei li attendono adesso non solo in Germania, ma anche in Francia: “Se le informazioni sono vere, è un fatto inaccettabile tra partner alleati” ha detto il presidente Macron. Per il tradimento consumato da Washington con il consenso di servizi segreti europei, Berlino ha chiesto subito “un chiarimento ad interlocutori nazionali ed internazionali”, ha riferito Steffen Seibert, portavoce del governo tedesco, ma ai giornalisti che lo hanno interrogato, ha risposto che al momento “non verrà presa posizione” sulle attività condotte dagli organi di intelligence.

Il Politburo ordina: “Fate più figli”

Chi ha mai detto che i cinesi s’adeguano ai dettami dello Stato e del Partito? Sono dei ‘bastian contrari’, almeno se c’è da fare figli. Quando la regola era un bimbo per famiglia e basta, ne volevano di più; da quando era due, non ne hanno mai fatti di meno. Adesso Pechino alza la barra: tutte le coppie potranno avere tre figli per frenare il calo della crescita demografica. L’espressione “crisi demografica” può persino apparire assurda nel Paese più popoloso al mondo: quasi un miliardo e mezzo di persone, un abitante del pianeta su cinque è cinese. Ma i numeri sono preoccupanti. C’è uno squilibrio ‘maschi/femmine’ dell’ordine di 40 milioni, e un invecchiamento dell’età media che si traduce in una carenza di forza lavoro e che può rallentare la crescita dell’economia, oltre che mettere in crisi il sistema previdenziale e quello sanitario: gli ultrasessantenni prendono la pensione e s’ammalano di più, senza contare che la loro speranza di vita s’è allungata. Gli esperti indicano che entro il 2035 il fondo delle pensioni statali sarà prosciugato.

Nell’annunciare le nuove indicazioni, il Politburo del Partito comunista cinese – c’era il presidente Xi Jinping – le ha spiegate “per la sicurezza nazionale e per la stabilità sociale”, senza fare cenno all’impatto negativo di 35 anni di politica del figlio unico imposta da Deng Xiaoping negli Anni 80 e all’inefficacia della scelta del doppio figlio fatta nel 2016. Non è affatto sicuro che i risultati del via libera al terzo figlio saranno quelli sperati. Gli ‘under 30’ cinesi antepongono la propria indipendenza e il fare carriera al fare figli. E pure l’aumento del costo della vita nelle città cinesi ha un effetto dissuasivo: mantenere un figlio oggi costa quattro volte più che nel 2005. Pochi giorni or sono, l’Ufficio nazionale di statistica aveva comunicato che la crescita demografica è in calo per il quarto anno consecutivo: l’allentamento nel 2016 della stretta sulle nascite non ha quasi sortito effetti. E, lo scorso anno, la pandemia di Covid-19 ha peggiorato il contesto. La crescita della popolazione non era mai stata così bassa dagli Anni 50. Nel 2020, sono nati solo 12 milioni di bambini in Cina, il 18% in meno rispetto ai 14,6 milioni del 2019. Il tasso di fertilità delle donne cinesi è 1,3, fra i più bassi al mondo. A stimolarlo, invece delle direttive del Partito, potrebbero forse essere aiuti alle famiglie, come propone l’Università di Pechino. C’è anche il retaggio psicologico di 35 anni di terrore demografico, quando una donna doveva avere un permesso per concepire e, se voleva un secondo figlio, veniva multata o costretta ad abortire, con strascichi di violazioni di diritti umani, sterilizzazioni, violenze. Ancora oggi, l’Oms calcola che ogni anno si effettuino in Cina 14 milioni di aborti, circa un quarto del totale al mondo.