Governo, Lapid accelera e Netanyahu semina odio

In piazza Rabin c’è la targa sotto le scale del municipio che ricorda la data della morte dell’allora premier, Yitzhak Rabin il 4 novembre 1995. Io c’ero e ricordo. Ricordo quando si cantò la speranza di pace e e sotto il municipio una grande folla si unì al coro, anche Rabin che era timido e stonatissimo. Era felice. Poco dopo quel colpo di pistola. Vi furono politici, allora, che dissero che gli accordi di Oslo firmati da Rabin erano stati una tragedia, che Rabin aveva tradito il paese. Vi furono feroci dimostrazioni contro Rabin, apparvero immagini del premier vestito con l’uniforme della SS, gli urlarono traditore. In una dimostrazione apparve una bara coperta da un velo nero e il suo nome. C’era anche lui a quella dimostrazione, Benjamin Netanyahu detto Bibi. Non credo si fosse immaginato che sarebbe finito in un omicidio da parte di un giovane israeliano di estrema destra che credeva così di salvare il Paese. Ma di certo sapeva delle accuse di tradimento, lo sapeva perché ne era in parte responsabile. E non fece nulla per calmare gli animi. Anzi. Poco dopo sarebbe diventato primo ministro.

Sono passati molti anni, oggi sarebbe molto più difficile riuscire ad assassinare un primo ministro , la sicurezza è talmente fitta intorno a certi politici che non credo sia possibile ad alcuno avvicinarsi , e molti dei giovani che oggi dimostrano contro Bennett e i partner della futura coalizione al governo non erano ancora nati quel giorno di novembre.Tutto è cambiato, ma non Netanyahu. E questo è un momento molto pericoloso. Dietro le quinte il premier sta ancora lavorando per seminare zizzania, far organizzare dimostrazioni davanti alla casa di Bennett e Ayelet Shaked di Yemina, che è stata anche minacciata di morte ed è ora protetta dalla sicurezza. I giochi sono aperti fino a domani. Nel frattempo questo fragilissimo governo del cambiamento sta prendendo forma tra difficoltà di ogni genere. Cominciano anche le prime dispute interne tra cui quella di due tra i futuri partner che chiedono il ministero dell’agricoltura. E tra i più ottimisti, e ce ne sono, c’è chi comincia a pensare che forse anche i partiti che rappresentano gli haredim più avanti entreranno nel nuovo governo, dato che ormai sono abituati ad esserci e non hanno intenzione di rimanere fuori dai giochi e dai bilanci. Ma è davvero ancora troppo presto. Cosa ancora può inventarsi il mago politico del Likud entro mercoledì pur di non trovarsi con le spalle scoperte davanti al suo processo? Cosa ancora farà pur di non lasciare la dimora del premier in via Balfour alla quale sembra affezionato in modo quasi morboso? Continuerà di certo a sentirsi tradito. Il suo pensiero è: come possono i cittadini non credere in lui che tanto ha fatto per il benessere del paese? Per il Covid, gli accordi di Abramo? Purtroppo il vero traditore è lui: Netanyahu detto Bibi, che ha tradito e mentito a tutti. E ora nessuno più gli crede Ha tradito ai suoi ministri, al suo partito, ai suoi alleati, ai suoi collaboratori anche a quelli che avrebbero dato la vita per lui. E soprattutto ha tradito e mentito al suo paese e a sé stesso. Con le sue qualità politiche e la sua intelligenza e carisma avrebbe potuto essere un grande statista e essere ricordato come tale nella storia di questo paese. Due giorni fa nel suo discorso ha affermato che Lapid e Bennett sono un pericolo per lo Stato di Israele. Lapid, oggi consiglia a tutti di riascoltare quel discorso.

 

Vertice Italia-Libia: Draghi e le industrie a caccia di affari

L’Italia si vuole riprendere prima di tutto la supremazia economica in Libia, e poi quella politica. E attraverso una recuperata influenza cercare di portare l’Europa a occuparsi della questione migranti. Secondo l’assioma (ribadito più volte ieri da Mario Draghi) che “senza sicurezza, non ci sono affari”. È questo il senso della visita di mezzo governo libico nel nostro Paese, all’interno di un business Forum organizzato alla Farnesina, con sette ministri del Paese nordafricano e vari italiani, seguito da un bilaterale tra Draghi e il premier libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Non a caso “la nuova Libia si presenta alle imprese italiane” (che poi è il titolo dell’evento) dopo il bilaterale tra lo stesso Draghi e il presidente francese, Emmanuel Macron a Bruxelles la settimana scorsa. Nel segno di una nuova collaborazione su Nord Africa e migranti, anche per provare ad arginare l’influenza di Russia e Turchia. Dbeibeh viene ricevuto prima a Roma, ma oggi comunque va a Parigi, principale rivale dell’Italia nei rapporti commerciali

L’obiettivo numero uno è quello di “riattivare tutti i memorandum di intesa”, come dice il premier libico. “Il nostro interscambio ha superato i 2 miliardi e mezzo di euro e contiamo di riportarlo ai ben più alti livelli precedenti alla fase di instabilità politica. Nel 2012 i nostri scambi commerciali hanno raggiunto la cifra di 15 miliardi di euro”, chiarisce Luigi Di Maio. Al forum alla Fanesina ci sono pure i rappresentanti di 30 gruppi industriali italiani, da Eni a Fincantieri, da Leonardo a Saipem, da Terna a Snam. Si parla di accordi economici, ma anche sanitari (Draghi ribadisce la volontà italiana di costruire ospedali). Sul tavolo, dunque, dal rinnovato impegno a costruire l’autostrada costiera, alle infrastrutture aeroportuali, dalla tradizionale cooperazione petrolifera, alle energie rinnovabili. Se l’Italia mette a disposizione la capacità delle proprie imprese, la Libia resta centrale per gli interessi economici del nostro paese. Che si tratta ancora di un inizio, di un percorso in divenire, lo ammettono a Palazzo Chigi. Ma lo sottolinea – per dire – anche Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli: “Scenario alquanto delicato quello libico che ancora oggi non riesce a dare una chiara fotografia di come procedere negli investimenti da parte delle aziende italiane”. L’instabilità del Paese, nonostante la tregua tra Tripoli e il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, resta il primo ostacolo.

L’altro dossier fondamentale è quello sui migranti. Il bilaterale tra Draghi e Dbeibeh dura un’ora e mezzo. Stavolta, il premier italiano non ringrazia la Libia per i “salvataggi” in mare come aveva fatto due mesi fa a Tripoli (suscitando un polverone, visto lo scarso per non dire nullo rispetto dei diritti umani nel Paese). Ma anzi evidenzia gli aspetti problematici: “Ritengo sia un dovere morale ma anche un interesse della Libia assicurare il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti”. Della questione si parlerà al Consiglio europeo di fine giugno: se l’asse con la Francia sembra più forte, si punta a ottenere qualche apertura sulla redistribuzione anche dalla Germania. Da sottolineare qualche problema sul fronte giustizia: il premier libico annuncia in conferenza stampa che il ministro Marta Cartabia andrà a Tripoli per discutere di uno scambio di detenuti. Da Via Arenula si affrettano a dire che la visita non è mai stata in programma e che sarà il ministro libico a venire in Italia.

Mail Box

 

Le scuse di Di Maio? Frequenta troppi salotti

Gentile direttore, ha attirato particolarmente la mia attenzione l’atteggiamento tenuto da Luigi Di Maio in occasione del proscioglimento in appello dell’ex sindaco di Lodi. Sarebbe opportuno conoscere le motivazioni che hanno determinato tale assoluzione prima di cospargersi il capo di cenere. Risulta quindi sospetto questo atto di contrizione di Luigino, soprattutto nel momento in cui il preterito atteggiamento di sdegno nei confronti di un condannato viene ora inquadrato in un “modus operandi” tenuto dal Movimento per il quale lo stesso Di Maio ha avuto i voti necessari per potersi sedere nella poltrona in cui sta e ci sta anche comodo . Probabilmente se qualche tempo fa si fosse trovato in una posizione di estremo garantismo, oggi non ricoprirebbe il ruolo che detiene e farebbe qualcosa di diverso. Ciò premesso, temo soltanto che il poverino parvenu si sia fatto ammaliare dalla frequentazione dei salotti nei quali si viene invitati non appena si rivesta qualche carica pubblica importante. È qui che bisogna stare attenti poiché ci vuole poco a rinnegare i princìpi che ti hanno portato ad arrivare a ricoprire un ruolo, se vieni blandito, accarezzato “affettato” made in Gianni Letta. Ho paura che anche il Di Maietto (come lo chiama De Luca durante la trasmissione di Crozza) abbia finito per prediligere i complimenti di Brunetta al consenso della propria “base” che lo ha mandato a fare il ministro.

Marco Olla

 

Prevenzione e controlli, serve una rivoluzione

Serve una rivoluzione contro la “banalità del male”. In un paese normale la garanzia della sicurezza deve essere un valore morale etico. Dobbiamo interrogarci sulla deriva culturale di una società che, troppo spesso, sta sacrificando i propri valori più profondi in nome del tutto e subito. Come si può, come nel caso del Mottarone, provocare una strage per non perdere i soldi di una domenica di bel tempo? Con i morti ci rendiamo conto di essere nelle mani di tanti assassini. L’Italia, le nostre Comunità purtroppo non sono un paese normale. La diffusione della cultura della sicurezza, della prevenzione e dell’Etica dovrebbero essere nel programma della scuola di ogni grado e di chi vuole rappresentare le nostre Comunità, ma si può e si deve fare di più, soprattutto alla luce dell’evento tragico degli e degli ultimi eventi di ponti che crollano, di terreni agricoli avvelenati, di fabbriche fuori controllo dai loro veleni non messe in sicurezza e di incapacità politica nel prevenire, mettere in sicurezza dalla pandemia Covid. Ci vuole una rivoluzione…

Celso Vassalini

 

Facciamo qualche nome da eleggere al Quirinale

Mi ha incoraggiato la lettera di Giovanni Brancati. Qui abbiamo una massa enorme di interessi intorno alla presidenza della Repubblica. Tutti lanciano, per un motivo o per l’altro la candidatura di Mario Draghi. Non c’è tempo, bisogna muoversi prima che tale candidatura si incancrenisca e propongo i seguenti candidati. Rosy Bindi: è una donna, ha l’esperienza giusta, la cultura costituzionale giusta, è una cattolica non ortodossa con ampia visione, è stata ministra della Sanità,, ha un profilo e una reputazione irreprensibili, è stata alla guida della Commissione anti-mafia. Gustavo Zagrebelsky: costituzionalista di chiara fama, riconosciuto ad ampio spettro da tutte le parti politiche. Certamente in grado, più di ogni altro, di difendere la nostra Costituzione con competenza e lungimiranza. Ha un Cv trasparente e inconfutabile. Oppure Nadia Urbinati o Sandra Bonsanti.

Annamaria B.

 

Una legge per licenziare i parlamentari assenteisti

Per frenare la piaga dei parlamentari-assenteisti, che sono un numero considerevolmente maggiore e probabilmente i peggiori lavoratori tra i dipendenti pubblici, non si potrebbe inserire la decadenza se la soglia di presenza, al netto delle assenze giustificate come per i comuni lavoratori, sia minore di una soglia, per esempio 90% in un anno? Nel diritto del lavoro si chiama “periodo di comporto”. Perché mai dovremmo pagare, e anche profumatamente, persone come Angelucci, Salvini, Renzi e compagnia bella, che non si recano sul posto di lavoro a legiferare ma pretendono quel lauto stipendio per compensare altre attività, legittime per carità, ma che poco hanno a che vedere col mestiere di parlamentare?

Marco

 

Il vitalizio ai condannati è un abuso, non un diritto

La destra difende il ripristino del vitalizio ai condannati appoggiandosi a leggi sulle pensioni che dicono tutto e il contrario di tutto. Se il vitalizio è pensione, che se ne dia allora a tutti una e una sola! Non si capisce perché si continua a erogare a senatori, deputati e innumerevoli consiglieri regionali vitalizio e pensione; è questo un vero e proprio abuso e un aggravio per le casse dello Stato che da tempo navigano sull’orlo della bancarotta. È ora di fare un po’ di pulizia di tanta ingiustizia sociale.

Vincenzo Rizzuto

 

Sono veramente troppe le fake news sulla Raggi

Dopo l’articolo sul grande Gigi (per noi romani basta il nome!) bisognerebbe sviluppare una sorta di elenco di fake news sulla sindaca Virginia Raggi che subisce da 5 anni di tutto, dalle minacce alle offese sui giornaloni, media vari e tv sparse…

Stefano Palumbo

Rimborsi Covid. Non c’è l’obbligo di accettare il voucher in palestra

 

A seguito dell’emergenza Covid, la maggior parte di noi si ritrova con un numero di voucher per attività sospese, che visto l’aumento dei prezzi praticamente non valgono nulla. Tra le attività sospese ci sono anche le palestre. Nel 2020, con il governo precedente, si decise in maniera intelligente e a favore anche dei clienti, di sospendere gli abbonamenti per poi successivamente riattivarli, così come fu fatto, per poter usufruire dei restanti mesi. Adesso che ci sono i Migliori si sia deciso che per i restanti mesi degli abbonamenti venga corrisposto un voucher, ma in contemporanea le palestre hanno variato le soluzioni di abbonamento. E alla fine, ad esempio, di un residuo di 5 mesi si possono comprare con il voucher solo due mesi con le restrizioni del caso. Questo ha scaturito tutta una serie di discussioni tra clienti e gestori, sempre a sfavore dei clienti, che per poter richiedere un rimborso monetario non hanno altra scelta che rivolgersi a un avvocato.

Paola Buonomo

 

Gentile Buonomo, con la riapertura delle palestre e delle piscine lo scorso 24 maggio, sono sorti anche svariati problemi tra gestori e utenti sui rimborsi degli abbonamenti non utilizzati durante le varie fasi dell’emergenza sanitaria. Chi gestisce queste strutture, infatti, nella grande maggioranza dei casi, sta proponendo rimborsi ridotti a fronte dell’obbligo di sottoscrizione di un nuovo abbonamento. È, praticamente, una prassi comune in tutta Italia. “Ma non è assolutamente obbligatorio accettare il voucher e sottostare a qualsiasi condizione”, spiega Luigi Gabriele, presidente dell’associazione Consumerismo No Profit. Il punto è che anche seguire la legge non è facile. Il decreto Sostegni, infatti, ha previsto che in alternativa al rimborso in denaro o alla realizzazione delle attività sportive con modalità a distanza (quando realizzabili), possa essere riconosciuto un voucher di valore pari al credito vantato utilizzabile entro 6 mesi dalla fine dell’emergenza. Peccato che la data sia fissata al 31 luglio 2021 e non è detto che possa essere prolungata. Appigli normativi che complicano ancora di più la situazione, anche perché va anche ricordato che le strutture che hanno realizzato corsi online oppure outdoor, comunque alternativi a quelli in presenza, non sono obbligati al rimborso.

Patrizia De Rubertis

Quei “malati di Camilleri” e la farmacopea dei buoni libri

Arricchito da un’intervista di Antonio D’Orrico, torna in libreria per Sellerio La pensione Eva di Andrea Camilleri. Sin dalle prime battute della detta intervista mi ha punto una curiosità parascientifica, laddove, citando un saggio di Ornella Palumbo, L’incantesimo di Camilleri, D’Orrico cataloga i patiti del grande siciliano in tre categorie cliniche, che vanno dai Camilleròmani ai Camilleròpati per finire coi Camilleròfagi.

Bon, chiedendomi a quale quadro clinico potessi appartenere, ho cercato di individuare i segni e i sintomi distintivi di una patologia che a un’eziologia ben precisa è determinata dall’infezione che si contrae dopo l’incontro con la prosa di Camilleri. Da cui è conseguita per milioni e milioni di persone una dipendenza che ha portato alle categorie di cui sopra studiando le quali ho azzardato alcune ipotesi. I Camilleròpati sono coloro che, dopo l’acquisto, delibano un solo capitolo al giorno, al fine di prolungare il più possibile il piacere. Non così i Camilleròmani che leggono e leggono fino a che non cascano dal sonno. Più assatanati, invece, i Camilleròfagi aggrediscono il libro subito dopo l’acquisto tralasciando pranzo, cena e sonno per giungere alla fine quasi senza respiro. Per quanto possa sembrare approssimativa la mia analisi, è indiscutibile che ci si trovi di fronte a una forma di dipendenza. Ed è stato a questo punto, poiché l’intervista ha preso altre strade, che mi sono azzardato a immaginare un’aggiunta terapeutica, al fine di completare il trattatello: Andrea Camilleri medica la patologia da lui stesso indotta e quindi, secondo l’enunciato similia similibus curantur eccolo diventare, oltre che patologico, pure omeopatico. Poteva il farmaco-Camilleri soccorrere solo i dipendenti ? Sarebbe contro ogni etica. Perché allora non proporlo come intervento in casi urgenti, quei casi in cui, dopo settimane o addirittura mesi in cui abbiamo letto sempre e solo libri che ci hanno ammorbato lo spirito, avvertiamo la necessità di una boccata di prosa come se fosse ossigeno? Una certa, striminzita eppur necessaria farmacopea letteraria ne uscirebbe ulteriormente arricchita. S’intenda, la mia è solo una proposta (e attendo il parere dell’Ema). E circa La pensione Eva, si dirà, be’, mica volevo rovinare il gusto a chi ancora non l’ha letto, intervista compresa.

Tra mascarpone e socialisti, mai votare in inverno

Si vota. “Si vota per il futuro, non per il passato. Si vota per una persona, non per un partito. Si vota per un’idea, non per un’ideologia” (Jacques Séguéla, pubblicitario francese, primo in Europa a occuparsi di comunicazione politica).

Mascarpone. Già nel 2011, quando era ancora un europarlamentare senza uno staff che si occupasse dei social, Salvini annunciava a tutti su Facebook la sua passione per la crema al mascarpone.

Tre. “Se ci metti più di tre minuti a capirlo, il messaggio è sbagliato” (Silvio Berlusconi ai tempi di Publitalia).

Quattro. L’elettore medio americano s’informa di politica per quattro minuti a settimana (stima dello spin doctor Jim Messina).

Uno. “L’opinione è dei molti, il consiglio è dei pochi e la decisione di uno solo” (Benedetto Croce).

Inverno. Joe Napolitan (1919-2013) sosteneva che “le elezioni che si tengono col tempo cattivo, dopo un lungo inverno, di solito favoriscono i partiti d’opposizione” perché l’elettore è più stanco e irritato, mentre in primavera è sensibile ai messaggi positivi.

Cento. “Ottenere cento vittorie su cento battaglie non è il massimo dell’abilità. Vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo” (Sun Tzu).

Zeta. “L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero portava con sé un piccolo difetto di pronuncia, forse tipico della sua terra: pronunciava la lettera ‘d’, quando situata al termine della parola, come fosse una ‘z’. Così equidad diventava equidaz, solidaridad diventava solidaridaz, e via dicendo… Nel 2008, nella campagna elettorale per la rielezione, il suo principale spot di campagna fu tutto incentrato su un autoironico utilizzo di parole che accentuassero questa sua pronuncia, richiamata poi ancor più chiaramente dallo slogan Con z de Zapatero”.

Strategia. “Se non la puoi mettere per iscritto, non hai una strategia” (Joe Napolitan).

Socialisti. Il problema del Psi nella campagna elettorale del 1992: tutti i dirigenti socialisti erano in grado di riassumere il messaggio della Lega, nessuno era capace di riassumere il messaggio del Partito socialista.

Sorpresa. “La cosa fondamentale è la sorpresa e la rapidità dell’attacco” (Ernesto Che Guevara).

Età. Nel dibattito Reagan-Mondale del 1984 il candidato democratico sollevò il tema dell’età contro il presidente uscente, che era all’epoca il più anziano presidente della storia degli Stati Uniti. Risposta di Reagan: “Mi impegno a non fare dell’età anagrafica un tema di questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare politicamente a mio vantaggio la gioventù e l’inesperienza del mio avversario”.

Imprevisto. “I piani che non lasciano uno spazio all’imprevisto possono portare al disastro” (Carl von Clausewitz).

Televisione. Italiani che guardano quotidianamente la televisione: 68,8%: che usano i social network: 41,8%; che ascoltano la radio: 24,6%; che leggono i giornali: 17,3% (dati dell’Agcom).

Campo. “Di solito, chi ha occupato per primo il campo di battaglia e attende il nemico è riposato; chi invece arriva più tardi e si impegna all’ultimo momento nella battaglia è affaticato. Per questo il generale esperto non va, ma fa in modo che sia il nemico a venire: non si lascia condurre da lui” (Sun Tzu).

Notizie tratte da Giovanni Diamanti, “I segreti dell’urna. Storie, strategie e passi falsi delle campagne elettorali”, Utet, pagine 160, euro 15

La Carta e i partiti piccoli piccoli

Troppi commentatori continuano a sostenere che il problema politico fondamentale dell’Italia repubblicana è rappresentato dalla debolezza del capo del governo.

Definito, tutt’altro che casualmente, presidente del Consiglio, il capo del governo italiano sarebbe/è nel migliore dei casi un primus inter pares. Così i Costituenti lo vollero, continuano i critici, perché avevano il “complesso del tiranno”: erano preoccupati dall’eventualità che facesse la sua comparsa un capo del governo autoritario dotato di troppo potere come fu Mussolini. Difficile dire quanto importante fu questa preoccupazione, (…) ma è innegabile che anche altrove, per lo più nelle democrazie parlamentari europee, i capi del governo non avevano poteri significativamente superiori al presidente del Consiglio italiano. Più in generale, credo si possa affermare che la quantità di potere politico disponibile per il capo di un governo parlamentare dipenda dalla natura e dal formato del sistema dei partiti. Il primo ministro inglese ha certamente poteri notevoli (…) [che] gli deriva[no] dall’essere il capo riconosciuto del suo partito, al quale ha fatto conquistare la maggioranza parlamentare. Di conseguenza, rimane saldamente e operativamente in carica fintantoché riesce a guidare il suo partito e a controllare la maggioranza parlamentare. I casi dei due più potenti primi ministri del XX secolo (e breve propaggine nel XXI), ovvero Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997- 2007), entrambi diversamente “accompagnati” alle dimissioni prima della fine dei loro rispettivi mandati, sono estremamente istruttivi. (…) La potenziale e presunta debolezza del presidente del Consiglio italiano è dipesa e dipende in special modo, da un lato, da un elemento comune ad altri sistemi politici europei: l’esistenza di governi di coalizione multipartitici; dall’altro, da un elemento quasi esclusivo dell’Italia: l’esistenza di una pluralità di correnti interne ai partiti. (…) Molto curiosamente, non si è mai aperto né fra gli studiosi né fra i riformatori costituzionali un dibattito significativo sull’utilità del voto di sfiducia costruttivo e sulla possibilità di “importarlo” nel sistema politico-costituzionale italiano. Molti commentatori hanno preferito discutere piuttosto sulla necessità di dare più potere e più poteri al presidente del Consiglio, per esempio consentendogli di “licenziare” i ministri da lui già nominati secondo la Costituzione con l’approvazione del presidente della Repubblica. Ma tutti dovremmo sapere che nei governi di coalizione prima si stabilisce quanti ministri spettano ai partiti coalizzati in base alla loro percentuale di voti/seggi, poi il presidente del consiglio sostanzialmente recepisce le preferenze e le indicazioni dei capi dei partiti. (…) Quanto alla stabilità dei governi e dei governanti, è impreciso, forse persino ingannevole sottolineare che l’instabilità dei governi italiani sia un indicatore probante. Nel corso della storia politica italiana del secondo dopo guerra sono caduti moltissimi governi, ma spesso sono stati sostituiti da governi molto simili per composizione partitica e con buona parte dei ministri che tornavano nelle loro cariche, o comunque rimanevano nella compagine governativa. È sufficiente segnalare che dal 1945 al 2020 l’Italia ha avuto 66 governi (…), ma “soltanto” 29 presidenti del Consiglio. (…)

Abolita la monarchia, i Costituenti furono obbligati a definire la figura e i poteri del capo dello Stato. (…) Il presidente della Repubblica italiana è più forte sia del presidente della Quarta Repubblica francese sia del presidente della Repubblica federale tedesca. Relativamente ai poteri presidenziali, il resto, che è moltissimo, lo hanno fatto, in quest’ordine, l’evoluzione della politica italiana e le personalità dei presidenti. Nella prima lunga fase della Repubblica italiana (1948-1992), il controllo sulla politica rimase saldamente nelle mani dei partiti e dei loro dirigenti. Conseguentemente e logicamente anche la designazione del presidente della Repubblica era una prerogativa alla quale i partiti, massimamente quelli di governo, non pensarono neanche per un momento di rinunciare. Oggi molti rivalutano l’indipendenza, di giudizio più che di azione, pur nelle loro notevolissime diversità, di quei presidenti della Repubblica. Però, che le opinioni, le preferenze, le valutazioni espresse da quei presidenti abbiano effettivamente inciso sulle scelte e sulle politiche dei partiti è largamente illusorio. Il titolo apposto a un suo libro di bilancio e memoria dal presidente Luigi Einaudi (1948-1955), Prediche inutili, la dice lunga. (…) La svolta avvenne dopo il 1992 et pour cause poiché iniziò allora una fase nuova e imprevista, che continua. Sulla scia di una metafora pronunciata da Giuliano Amato, ho formulato la tesi della “fisarmonica”. In estrema sintesi, il presidente della Repubblica italiana è, a causa della debolezza dei partiti e della destrutturazione del sistema partitico, facilitato, incentivato e persino costretto, in una pluralità di situazioni e di modi, a esercitare tutti i poteri, che sono molti, che la Costituzione gli conferisce. Gode di maggiore discrezionalità nella nomina del presidente del Consiglio. Può effettivamente decidere se sciogliere e, soprattutto, se non sciogliere, il parlamento. (…) Ne consegue che, quando i partiti sono deboli, non in grado di condizionarlo, il presidente può “aprire” tutta la fisarmonica dei suoi poteri e suonarli in base alla propria valutazione politica, tenendo conto unicamente delle norme costituzionali. Nella misura in cui i partiti riacquistano forza, il presidente non ha più necessità di suonare la fisarmonica dei suoi poteri se non, talvolta, a loro stessa richiesta. (…) Prima della loro elezione al Quirinale, tanto Scalfaro quanto Napolitano erano stati fermamente e coerentemente difensori del ruolo e dei poteri del parlamento anche nei confronti dei presidenti della Repubblica. Una volta diventati essi stessi presidenti si sono immediatamente resi conto di dovere (e di potere) supplire ai compiti che il parlamento popolato da partiti deboli, privi di coesione e visione, non riusciva a svolgere. (…) Naturalmente, non sono mancate le critiche ai presidenti che, con leggera forzatura, definirò “presidenziali”. La più frequente delle critiche era quella, sempre sbagliata, di eccedere, di uscire dai confini tracciati dalla Costituzione, di interferire nella politica dei partiti favorendo una parte. Accusato di essere di parte, Napolitano replicò in maniera sferzante che, sì, stava da una parte: “Dalla parte della Costituzione”. (…) Ripercorrendo, seppure a volo d’uccello, gli sviluppi politici e i tentativi di riforma della Costituzione, la lezione complessiva che se ne può trarre è che troppo spesso i riformatori hanno pensato e tentato di risolvere problemi che derivano dall’inadeguatezza dei partiti e dei loro dirigenti – e che dunque sono eminentemente politici – con interventi sui meccanismi e sulle strutture costituzionali. Questa sorta di scaricabarile si è rivelata al tempo stesso di cortissimo respiro e fondamentalmente inadeguata. Per fortuna, forse non a caso, questo scaricabarile istituzionale è stato respinto dall’esito degli importanti referendum costituzionali del 2005 e 2016. Andò diversamente con il referendum del 2001, che confermò la riforma del titolo V relativo alle regioni, le province e i comuni, ma proprio quella riforma è oramai ampiamente criticata e ritenuta responsabile di non pochi, gravi, ricorrenti e improduttivi conflitti fra lo Stato e gli enti locali. (…) Chi volesse concludere su una nota positiva l’analisi dei più di settant’anni vissuti dalla Costituzione italiana – attraversati da insistenti critiche e da richieste di attuazione completa, di ritorno al testo, di riforme più o meno ben congegnate – potrebbe limitarsi a notare che la Costituzione repubblicana è viva e vitale. Ha rivelato di essere pluralista, progressista e, aggettivo scelto da Calamandrei, presbite, cioè naturalmente più adatta a guardare lontano.

 

Sanità, fuga continua anche dopo l’emergenza

Nel decennio, la Sanità ha perso 44 mila posti di lavoro, pari al 6,4%. I tagli sono stati richiesti annualmente senza tener conto della crescente domanda di assistenza medica. Negli ultimi 10 anni il numero di ospedali è diminuito da circa 1.200 a circa 1.000. Il numero di posti letto da 225.000 nel 2009 è stato ridotto a 191.000 nel 2019. Lo stipendio annuo lordo di un dirigente non medico è 73.000 euro, di un dirigente medico 83.000. Un pari grado governativo ha una retribuzione più alta di oltre 50.000 euro. Ciò ha determinato una fuga dei sanitari dal pubblico. Si è determinata una situazione che ha arrecato notevoli disservizi che è esplosa in occasione dell’emergenza Covid. Per cercare di arginare, nel maggio 2020 il decreto Rilancio ha dedicato un capitolo importante al Ssn e sono stati destinati 1,25 miliardi all’emergenza per l’assunzione di circa 20.000 tra medici, infermieri e tecnici. La domanda è stata improvvisa e sproporzionata rispetto all’offerta, tanto che si è stati costretti a utilizzare anche i medici ancora non specialisti. Malgrado questi interventi, la pandemia è stata affrontata da un numero di sanitari ancora molto inferiore di quello in servizio dieci anni fa, ma comunque ha costituito nuova energia. Che fine faranno questi nuovi assunti? Rimarranno in servizio per una sanità più efficiente? Sembra di no. Le regioni stanno cominciando a chiudere i rubinetti dei finanziamenti. Pochissimi giovani saranno stabilizzati, gli incarichi a tempo determinato, la maggioranza, non saranno confermati.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

MotoMondiale, il gioco di restare vivi tra gli sponsor e i soliti guardoni

La morte è compresa nel prezzo: al tempo dei gladiatori il gioco era uccidersi a vicenda. In quello nostro contemporaneo, dove abitano i piloti rivestiti dagli sponsor, il gioco è diventato rimanere vivi. È più sofisticato, infinitamente più ipocrita. E sporca meno la pista.

Frignare buoni sentimenti per la circostanza che i corridori del Moto Gp abbiano sbrigato in un solo minuto di silenzio il lutto per Jason Dupasquier (19 anni, morto ammazzato due ore prima sulla medesima arena del Mugello) prima di risalire sui rispettivi missili a due ruote, significa non avere ancora capito che la loro gara è proprio quella: sfidare la morte in pista e rimanere vivi. Batterla in velocità sui rettilinei. Ingannarla alla staccata, quando si arriva di traverso con gli occhi spalancati e le gomme roventi.

La gara non è tra i pistoni dei motori Yamaha o Ducati, ma tra le valvole del cuore dei piloti, se reggeranno agli strapazzi della fisica durante l’accelerazione dei 340 all’ora e a quelli della frenata che fa sbandare l’asfalto e la vita.

C’è sempre e solo la morte in gioco. Quella che il pilota Franco Morbidelli ha chiamato “la macchia nera che ci portiamo dentro”. La stessa, dai tempi dei gladiatori. È lei che disegna i confini dello spettacolo, affila il rasoio di ogni curva, lancia la sfida della velocità, predispone gli ostacoli che istante per istante ingombrano il destino.

È per la macchia nera che i piloti mettono la loro passione in gioco, gli sponsor pagano i costi stratosferici della gara, gli spettatori quelli a buon mercato del brivido. Per questo restare ai box un minuto, un’ora o un giorno intero era perfettamente inutile, un’ipocrisia in più a intralciare quella di tutti i tifosi. Che sono lì proprio per questo: assaporare il gusto conturbante della morte altrui senza rischiare la propria.

Ex Ilva: la vittoria dei cittadini e quel silenzio impunito di Stato

In un Paese normale, civile, democratico, dopo una sentenza, seppur di primo grado, così pesante, come quella pronunciata ieri dalla Corte d’Assise nell’ambito del procedimento giudiziario Ambiente Svenduto, un governo convoca una riunione d’urgenza e valuta il da farsi. Subito dopo il premier parla alla cittadinanza e illustra chiaramente le tappe per la messa in sicurezza di popolazione e operai. Rassicura tutti che nessuno sarà lasciato indietro ma nemmeno sacrificato. E invece ancora una volta il silenzio dello Stato fa un rumore assordante. In serata parla il Ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti: “Attendiamo le decisioni del Consiglio di Stato – dice – servono certezze. Dopo si potrà capire il quadro giuridico per operare”. Forse le certezze a cui allude il ministro leghista sono quelle che forniranno al governo elementi per capire come poter andare avanti per la loro strada. Ma ancora una volta la domanda è: servono ulteriori certezze sull’impatto che questa industria ha avuto sulla salute della popolazione tarantina? E quale sarà l’impatto che potrà avere in futuro?

Gli impianti siderurgici sono per definizione di legge fabbriche che producono esalazioni insalubri, cioè nocive, per questo le prescrizioni dicono che devono essere poste lontane dalle abitazioni. Per capire quando diffusa sia la percezione a Taranto di essere un popolo avvelenato basta entrare nel reparto oncologia dell’Ospedale Moscati. La prima volta che ho fatto questo esperimento era il 2007. Sono stata in altri reparti oncologici per lavoro, di altre città, non mi è mai capitato che i pazienti spontaneamente legassero il loro male all’esposizione ambientale. Dopo di allora, solo in altre due zone d’Italia ho vissuto la stessa esperienza: nella Terra dei Fuochi e nel triangolo siciliano di Priolo-Augusta-Melilli.

Taranto porta da sempre le cicatrici della città avvelenata. E quando perdi un amore grande, come un figlio, esci in balcone e vedi la fabbrica, quando è notte e ti affacci alla finestra e vedi all’orizzonte le ciminiere che sparano in cielo nuvole di fumo bianco, nero, rosso, non ti senti sicuro. Quando pulisci i balconi, le case, le macchine dal minerale, hai la certezza di averlo anche dentro e che prima o poi quel veleno potresti sputarlo fuori con dolore. Nessuno può biasimare queste persone solo per il fatto di sentirsi avvelenate, non sono loro ad aver scelto di convivere con il dubbio.

E siccome non è detto che tutti coloro che si sentono avvelenati lo siano effettivamente è importante stabilire un nesso di causalità tra gli inquinanti e le malattie. È il compito naturale di uno Stato che dovrebbe sempre farsi carico delle paure della sua gente, provando a dare risposte, a sanare il senso di insicurezza che li tormenta, stabilendo dove possibile la verità. Nessuno invece si è mai preso cura della paura dei tarantini, lo Stato non ha mai cercato di stabilire se c’era una relazione di causa-effetto tra le malattie e l’inquinamento. Per questo quella di ieri è una grande vittoria della cittadinanza attiva che con le sue lotte e le sue denunce, invece, ha cercato insistentemente di raccogliere le prove del disastro ambientale. È una prima sentenza, certo, tutti sono innocenti fino all’ultimo grado di giudizio, ma ora ci sono le ricerche scientifiche, gli studi medici, quelli fatti sulla popolazione. C’è una verità storica con cui Taranto ha già fatto i conti. L’Italia no. Non c’è da gioire per le condanne emesse. C’è solo da piangere. Perché quella su Taranto è una verità troppo dolorosa e pesante perché possa essere portata sulle spalle da sola da una cittadinanza. Caro Stato, se ci sei, batti un colpo. Non è mai troppo tardi.