Illustrissimi 5 Stelle, che ci fate in questo governo di destra?

C’è una domanda, tra le tante, che mi rimbalza in testa. Una domanda che riguarda una cosa da nulla. Ovvero la politica italiana attuale. E un partito ieri movimento, ovvero i 5 Stelle. Andiamo per ordine.

1. Il Movimento 5 Stelle, dopo la prevedibilissima carognata politica di Renzi, vede cadere il Conte-2 e morire sul nascere il Conte-3.

2. A questo punto i 5 Stelle possono stare all’opposizione o dentro il governo. Fino al minuto prima Crimi ha garantito che staranno all’opposizione, quindi è ovvio che entreranno nel governo.

3. L’idea di entrare nel “governo dei migliori” non è in sé sbagliata. Può avere un senso: si entra – dicono i 5 Stelle – per vigilare dall’interno. Ok. Si tratta però di capire come il M5S entrerà nel governo Draghi.

4. Il M5S ha la maggioranza relativa a Camera e Senato. Ha il coltello dalla parte del manico. Draghi ha fatto sapere che, se i 5 Stelle non entrano, lui non accetta. I 5 Stelle hanno quindi un’occasione incredibile: dettare la linea.

5. Ed ecco il capolavoro dei 5 Stelle: l’harakiri totale. La loro non è neanche una trattativa, bensì una mitologica resa incondizionata. Spacciata poi comicamente per vittoria, perché “Draghi è grillino” (Grillo dixit) e “abbiamo ottenuto il Superministero della Transizione Ecologica!” (come fosse Antani).

6. Draghi ovviamente non è grillino, il Superministero verde ovviamente non va a un grillino e il MSS subisce un ridimensionamento brutale nel governo Draghi. Dove, nonostante i numeri in Parlamento, incide meno di Arturito nella serie La casa di carta.

7. Si dirà: “Eh, ma poi i 5 Stelle si sono fatti valere!”. Siete sicuri? Facciamo un rapido consuntivo. I 5 Stelle non stanno toccando palla sulle nuove nomine (Cdp, Fs). Il “grillino Draghi” li tratta come il Poro Schifoso. Il grillino (in realtà renziano) Cingolani, tra inceneritori e mininucleari, ha un’idea di futuro assai poco verde. Sui vitalizi sono stati sconfitti, sulla giustizia sono in minoranza, su semplificazioni e codici appalti si son sentiti poco. Eccetera.

8. Non solo: la prateria dell’opposizione (furbina) è stata interamente lasciata alla Meloni. Sempre volpi strategiche, i 5 Stelle!

9. Il M5S, giova ripeterlo, ha la maggioranza relativa a Camera e Senato. Senza i numeri dei 5 Stelle il governo non andrebbe certo lontano. Eppure il M5S non tocca palla: nessuno lo sente, nessuno lo considera. E non si capisce – in perdurante attesa di Conte – chi detti la linea. Anzi: si dubita proprio che oggi esista una linea. Ma i 5 Stelle paiono felici così. Sembra quasi che ci godano nell’esser diventati irrilevanti. Evaporanti, silenti e acquiescenti.

10. Sintesi finale: c’è più vita in un manipolo di nutrie morte che non nell’attuale M5S.

Da qui la domanda che mi assilla da un po’. Esimio Movimento 5 Stelle, che a oggi non sei più quello di prima ma che non sei neanche quello di domani, e dunque a oggi in buona sostanza non sei; esimio Movimento 5 Stelle, che te ne stai bello pasciuto al governo con Renzi, Salvini e financo il fu Psiconano; esimio Movimento 5 Stelle, che tra un’espulsione a caso e un’inversione a U sul ponte sullo Stretto perdi tempo a parlare di doppi mandati e piattaforme Rousseau. Ecco, esimi nonché illustrissimi 5 Stelle, la domanda semplice semplice che vi rivolgo è questa: ma voi, esattamente, in questo governo iperliberista di destra tecnocratica dove non contate una mazza e nessuno vi fila; ecco, voi, esattamente in questo governo, che cazzo ci state dentro a fare?

 

Poche storie: la riforma blocca-prescrizione è ok

Sarebbe bello poter discutere di giustizia al netto dei torbidi casi Palamara e Amara. Credo però che per un tempo ancora lunghissimo dovremo tapparci il naso e occuparci sia del “Sistema” che un magistrato (ex?) ha creato facendone un piedestallo del suo potere inquinante (mentre ora se ne proclama allegramente vittima in tutti i talk show); sia del metodo perfezionato da un avvocato d’affari di Augusta, che lancia ami ovunque per mettere sotto scacco mezzo mondo, a partire dalla magistratura, con una vischiosa e ambigua rete di relazioni e ricatti, insinuazioni e ben dosati “ricordi”.

Volendo, si potrebbe ricorrere allo humour di Piero Calamandrei, che nel suo celebre libro Elogio dei giudici scritto da un avvocato ammonisce: “Chi entra in tribunale (con) secrete inframmettenze, occulte sollecitazioni, sospetti sulla corruttibilità dei giudici e speranze sulla loro parzialità, non si meravigli se, invece che nel severo tempio della giustizia, si accorgerà di trovarsi in un allucinante baraccone da fiera in cui da ogni parte uno specchio gli restituirà, moltiplicati e deformati, i suoi intrighi”. Un quadro di un realismo senza tempo, riferibile con mestizia anche agli scandali di oggi.

Nello stesso tempo un prezioso monito a non trasformare in un baraccone da fiera neppure il dibattito sulle riforme della giustizia in generale, rese necessarie e indifferibili anche dagli scandali. Un dibattito che invece si avvita su se stesso fino a diventare una specie di sfida all’O.K. Corral, per lo zelo di sedicenti garantisti sempre pronti a mettere in riga chi non la pensa come loro, al punto che i cosiddetti giustizialisti ormai devono lottare per sopravvivere alle scomuniche (o ai singolari “auto dafé” di Luigi Di Maio sul Foglio); oppure uno scontro fra Guardasigilli di ieri, Bonafede, e di oggi, Cartabia; o uno scontro fra fazioni politiche a caccia di voti (in attesa dei fuochi d’artificio dei referendum organizzati dalla strana coppia leghisti-radicali); o ancora fra avvocati e magistrati se non addirittura fra magistrati, in particolare pm e giudici.

Ma lo scontro assume i toni delle curve da stadio quando si parla di prescrizione. Mentre è il caso di dire semplicemente, con linguaggio schietto: “Poche storie!” – Il nocciolo del problema è sempre stato e rimane tuttora uno solo. Ed è che la nostra non è per niente una giustizia giusta, ma una giustizia articolata su due piani diseguali. A questa disuguaglianza ingiusta (strutturale !) si dovrebbe mettere finalmente mano prima di parlar d’altro, per quanto importante sia.

Un difetto di base di cui si trova un’eco autorevole nelle parole di Franco Cordero: “Abbiamo una procedura ipertrofica, invadente, confusionaria, assordante padrona della casa penalistica. L’exploit tecnico ormai sta nell’eludere i temi capitali: se quel fatto sia avvenuto, chi l’abbia commesso, come qualificarlo. L’antagonista nouveau style parla d’altro, finché la prescrizione chiuda i conti seppellendo le carte in archivio”.

Ora, un forte contributo alle distorsioni del sistema lo dà proprio la prescrizione infinita (senza mai uno stop definitivo), in quanto funziona da incentivo a far durare all’infinito certi processi, perché i “galantuomini” considerati tali “a prescindere”, per il loro censo o posizione politico-sociale, non paghino quasi mai dazio. E ciò porta a dire (con buona pace di coloro che si autoproclamano garantisti doc) che non sono – come si vuol far credere – gli aspetti tecnici, bensì – in soldoni – l’importanza di certi interessi in gioco a scatenare la bagarre sulla prescrizione. E che riportare in un modo o nell’altro la disciplina della prescrizione a quando non si interrompeva mai significa assecondare di fatto tali interessi spiccioli. Che poi, gira e rigira, non sono certamente quelli dell’Italia delle regole, ma quelli dell’Italia dei furbi, degli affaristi e degli impuniti; nonché dell’Italia, inestricabilmente intrecciata con queste, dell’indifferenza, della normalizzazione e del compromesso: quella di una improponibile pacificazione fra chi ha rubato e chi no. Di nuovo: poche storie!

 

Il web, un’ottima idea con esiti tossici: colpa anche di Mark & C.

L’inventore del Web Tim Berners Lee pensa che la sua creatura sia fuori controllo (“Bbc Science Focus Magazine”, 21 aprile).

Gli utopisti alla Tim Berners Lee creano mostri che sfuggono al loro controllo perché non considerano mai due realtà umane che dirottano ogni buona idea verso direzioni tossiche: gli sfruttatori e gli stronzi. Al primo insieme appartengono gli industriali, gli speculatori finanziari e i vampiri digitali: si arricchiscono inquinando, vessando, impoverendo. Il loro menefreghismo nei confronti del resto del mondo mi ha sempre incuriosito, perché evoca la terzietà del killer professionista immortalato da Max von Sydow ne I tre giorni del Condor, che agiva per contratto, ovvero facendo solo gli interessi propri: e dormiva tranquillo. Invece i miei genitori, e i sacerdoti della mia parrocchia, e i miei insegnanti dall’asilo all’università, e gli educatori delle associazioni cattoliche che frequentavo, mi hanno inculcato princìpi che mi fanno comportare come se al primo posto nella gerarchia delle attenzioni dovute non ci fossi mai io, ma la mia relazione col resto del mondo: sicché le ingiustizie non mi fanno dormire. La mia infanzia è quella degli anni 60 dell’Occidente, un periodo apparentemente felice e prospero in cui, mentre non ti informavano più di tanto sugli inquinatori che davano lavoro alle masse (espropriate tre volte: dell’opera, della salute e dell’antropologia) (ma artisti/intellettuali di sinistra come Antonioni, Guerra e Nicolini giravano Deserto rosso, dove il mood esistenzialista dell’alienazione aveva per sfondo il mostro ecologico della neonata Anic di Ravenna), tutti i bambini crescevano imparando a cantare “Viva la gente!”, un inno gioioso contro il razzismo. A molti boomer, la meschinità del razzismo risulta incomprensibile anche grazie a quella canzone statunitense, Up with People!, appresa da piccoli. Up with People! era un gruppo musicale di un centinaio di elementi (negli anni 60 ne fece parte anche Glenn Close) che girava il mondo con uno spettacolo di canzoni, fra cui l’omonima, sulla pace, l’amore, la comprensione reciproca. Era un’espressione della destra americana: sulla copertina del disco 1965, l’endorsement viene da John Wayne, Pat Boone e Walt Disney, con tanto di foto-ritratto; fu apprezzato pubblicamente da Nixon, Reagan e Bush Sr; e riceveva finanziamenti da General Motors, Exxon, Searle Pharmaceuticals, Halliburton. L’operazione, a causa del noto fenomeno dell’eterogenesi dei fini, univa due casi ortogonali: l’evangelizzazione capitalista (cioè conformare il popolo a ciò che conviene al Capitale: l’utopistica concordia universale, che mantiene intatti i rapporti di forze esistenti) e l’anti-capitalismo (l’anti-razzismo è contro lo sfruttamento capitalista poiché il Capitale esercita un’egemonia sulle popolazioni vessate che gli permettono di esistere).

Al secondo insieme, gli stronzi, appartengono i troll e i bulli che allignano nel fastidioso mondo fuori casa e traggono piacere dal rovinare quello che dà piacere al prossimo. Se il Web è il luogo mefitico che è, lo dobbiamo a quegli stronzi, e agli sfruttatori irresponsabili alla Mark Zuckerberg (cfr. Contro gli imperatori del web, Millennium, agosto 2020). Se il Web è il luogo meraviglioso che è, invece, lo dobbiamo a visionarie come Klammi Pravda, una sirena del sesso da schioccare le labbra, che ha un grande specchio sul soffitto della sua camera da letto e una telecamerina funzionante. Se avete bisogno di lezioni su come succhiare le uova, non perdetevi i suoi video.

 

Lodi, le scuse dell’ex capo e i voti al M5S

Auna settimana dal titolo “Mai più gogna, chiedo scusa”, il bilancio delle reazioni alla lettera di Luigi Di Maio pubblicata sul Foglio non sembra esattamente esaltante. I numerosi nemici dei 5stelle ne approfittano per celebrare l’ennesimo funerale del Movimento che oltre ad avere nuovamente “perso l’anima” (intasando l’ufficio anime smarrite) vegeterebbe in uno stato di prostrazione tale da costringere il ministro degli Esteri alla più vigorosa ripulsa dell’orrido giustizialismo nonché alla pubblica abiura. Per non parlare del richiesto percorso penitenziale, ginocchioni sui ceci, per poi prostrarsi ai piedi dell’altare garantista. Gli è andata perfino peggio con gli amici, o presunti tali, perplessi nel domandarsi come mai, tra i tanti casi giudiziari controversi, Di Maio sia andato a infilarsi con tutte le scarpe nella vicenda dell’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti. Assolto in appello, è vero, ma che in primo grado aveva ammesso di aver fatto sparire alcune prove a suo carico (“ho sbagliato”). Tanto che cinque anni fa, a proposito della gara “alterata” per la costruzione di due piscine, i giornali (non solo il Fatto) scrivevano: “Ha confessato”.

Ok, avrà sbagliato processo, capita, ma a questo punto c’interessa l’altro aspetto della questione che riguarda gli elettori che nel 2016 votavano in massa M5S, riconoscendo ai grillini il merito di aver sollevato il tema della legalità troppo a lungo ignorata e violata nel Paese certificato tra i più corrotti nelle graduatorie internazionali. Perciò, quando l’ex capo politico si dichiara pentito per “l’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale”, e per le connesse “modalità grottesche e disdicevoli”, forse sarà lecito chiedersi come faccia a distinguere ciò che fu gogna (non soltanto a Lodi) dall’uso legittimo della polemica politica, pur aspra, contro gli amministratori colpevoli di aver intascato e/o dilapidato il pubblico denaro? E se il Di Maio redento è pronto a sconfessare il Di Maio forcaiolo di cinque anni fa (e con lui l’intero gruppo dirigente grillino che strillava qualunque cosa contro tutti gli Uggetti della penisola) è solo un argomento capzioso affermare che qualcosa non torna? Che, per esempio, i voti giustizialisti di allora (sui quali egli ha costruito una brillante carriera governativa) non apparterrebbero più né a lui e neppure all’intero Movimento? Questo per dire che purtroppo in politica non c’è un prete che ti assolve, ma una comunità che ti giudica sì. Come ha compreso Giuseppe Conte, lesto a metterci una toppa, ricordando “i valori inossidabili del principio di legalità e dell’etica pubblica”. Amen.

Si fa presto a dire 3ª dose. Solo 3 Regioni son pronte

Con i medici di famiglia ha sfondato una porta aperta: “Sarà molto probabile una terza dose di vaccino, un richiamo che sarà probabilmente modificato per coprire le varianti – ha annunciato domenica il ministro alla Salute, Roberto Speranza, ospite di Rai3 a Che tempo che fa –. Bisognerà dunque passare da una fase straordinaria a una fase ordinaria e penso che questa nuova ordinarietà possa essere affidata alla nostra straordinaria rete di medici di medicina generale”.

Un piano per la terza dose, dunque, da mettere nelle mani della medicina territoriale. Che finora, lamentano i medici di base, è stata coinvolta a pieno titolo sulla carta, con l’accordo nazionale e le intese regionali, ma molto meno nella realtà. “Adesso partecipiamo solo se siamo capaci di fare pressione sulle aziende sanitarie per ottenere le dosi che sono necessarie”, dice Silvestro Scotti, segretario nazionale Fimmg, federazione dei medici di medicina generale.

Certo, le incognite sono ancora tante, a partire dalla durata della risposta immunitaria indotta dal vaccino. “Bisogna prepararsi in maniera molto, molto seria per ottobre”, avverte Guido Rasi, ex direttore esecutivo di Ema, l’agenzia europea del farmaco, e attuale consulente del commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo.

È necessario cioè, secondo Rasi, tracciare tutti i casi, sequenziare il virus per monitorare le sue varianti, verificare l’immunità per pianificare eventualmente la terza dose: gli studi sono in corso e al momento sembra che il vaccino non copra oltre gli 8-9 mesi. Già affidare ai medici di base la vaccinazione, significherebbe “portare il sistema alla normalità, superando i grandi hub vaccinali, che sono emblemi di emergenza”, osserva ancora Scotti. Poi, però, ci sono altre questioni da considerare. Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei medici, dice “che è la cosa più logica che a fare i vaccini siano i medici di famiglia”, anche se dovranno essere tenuti in conto i carichi di lavoro. “Perché per organizzare tutto con modalità ordinaria bisogna rafforzare la medicina generale, contrattualizzare un accordo e darle supporto se dovrà affrontare anche la vaccinazione anti Covid ogni dodici mesi”, prosegue Anelli. C’è poi il tema delle anagrafi vaccinali, con quella Covid che non dialoga con le altre, richiede procedure lunghe, non permette di fare modifiche in caso di errori.

Per questo la Fimmg assieme a Cittadinanzattiva ha chiesto un incontro al presidente della Conferenza della Regioni Massimiliano Fedriga per allineare le piattaforme, per farle comunicare. E le Regioni? La Lombardia di essere già pronta per la campagna d’autunno della terza dose. E i primi a fare il richiamo saranno, ovviamente, i sanitari. Parola della vicepresidente e assessore al Welfare Letizia Moratti e del consulente Guido Bertolaso. Il piano (si punterà su medici di famiglia, pediatri di libera scelta, farmacie e aziende) è già pronto è dovrà essere sottoposto alla valutazione di Figliuolo.

Anche altri stanno procedendo. Il presidente della Campania Vincenzo De Luca a metà maggio ha allertato i dirigenti delle aziende sanitarie, ordinando loro di cominciare a progettare un piano per la terza dose. Quanto alla Regione Piemonte si dice pronta. “L’anno scorso i nostri medici di famiglia in due mesi hanno fatto un milione di vaccini antinfluenzali – dicono dallo staff dell’assessore alla Salute Luigi Icardi –. Il modello ha funzionato e siamo pronti a replicarlo”.

Dall’Aifa, intanto, è arrivato il via libera all’uso del vaccino Pfizer sui ragazzi tra i 12 e i 15 anni.

Trattativa, il pm: “La sentenza su Mannino travisa i fatti”

Per i fatti accertati nel processo “per concorso esterno in associazione mafiosa”, “indicativi di pluriennali rapporti con importanti esponenti mafiosi”, la sentenza sull’ex ministro Calogero Mannino “manifesta illogicità della motivazione assolutoria”. È il giudizio dei magistrati Palermo Giuseppe Fici e Sergio Barbiera nella requisitoria in appello del processo Trattativa Stato-mafia, in cui sono imputati, con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, gli ufficiali dell’Arma Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, Nino Cinà e il boss Leoluca Bagarella.

“Non si mette in discussione il giudicato assolutorio” dicono i pm, ma c’è la “necessità di parlarne”. Come la “verosimile consapevolezza e verosimile approvazione di Paolo Borsellino dell’iniziativa dei carabinieri Mori e De Donno di agganciare Vito Ciancimino”. E il “travisamento della prova – spiegano i pm –, sulle dichiarazioni rese da Agnese Borsellino in merito a quanto riferitogli dal marito pochi giorni prima di essere ucciso sul fatto che il generale Subranni era punciutu”. “Sul mio abbreviato c’è un giudicato definitivo con sentenza della Cassazione”, ha replicato all’Adnkronos Mannino.

In aula, i legali di Mori e Subranni hanno attaccato Report di Rai3 perché “condiziona” l’opinione pubblica e “interferisce” sul processo in corso, depositando la lettera invita al presidente Sergio Mattarella, al guardasigilli Marta Cartabia, al vicepresidente del Csm David Ermini, al presidente della commissione antimafia Nicola Morra e al presidente Rai Marcello Foa. “Viene scambiato un diritto-dovere di informare per un’interferenza. Abbiamo più volte chiesto, senza esito, al generale Mori e ai suoi legali di fornire la loro versione sui fatti”, ribatte il giornalista Sigfrido Ranucci.

Sciolse un bimbo nell’acido, Brusca è di nuovo libero

’U verru, il porco, o lo scannacristiani. Giovanni Brusca, oggi 64 anni, il più feroce, pronto a tutto, figlio di Bernardo, boss di San Giuseppe Jato, “uomo d’onore” schierato con i Corleonesi della fazione stragista di Totò Riina e Leoluca Bagarella, è uscito dal carcere di Rebibbia ieri pomeriggio. Quarantacinque giorni prima del fine pena come da decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma avallata dalla Corte d’appello di Milano che ne ha anche disposto altri quattro anni di libertà vigilata, controllo e protezione. Esce, quindi, dopo 25 anni di detenzione l’uomo condannato anche per aver premuto il pulsante del telecomando il 23 maggio 1992 all’altezza dello svincolo di Capaci uccidendo in un colpo solo i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Brusca si rese poi protagonista di una delle pagine più odiose della storia di Cosa nostra in quegli anni: il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino che doveva essere punito per le rivelazioni che stava facendo proprio sulla strage di Capaci. Il ragazzino fu rapito in un maneggio a Piana degli Albanesi il 23 novembre 1993 da un gruppo di mafiosi inviati proprio da Brusca e vestiti da poliziotti della Dia. Trascinato e rinchiuso in diversi covi nelle inaccessibili campagne siciliane, nell’estate del 1995 Giuseppe fu nascosto sotto terra in un casolare proprio nel territorio di San Giuseppe Jato, nel regno dei Brusca. Fino all’11 gennaio 1996 quando il ragazzino su ordine proprio di Giovanni Brusca fu prima barbaramente strangolato e poi sciolto nell’acido da Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo. E sono rimaste negli occhi di tutti le immagini dell’arrivo dei poliziotti della Squadra mobile di Palermo, mascherati ed esultanti fuori dai finestrini, mentre portano i fratelli Giovanni ed Enzo Brusca in questura tra gli applausi dei palermitani dopo la cattura avvenuta il 20 maggio 1996 in una località, contrada Cannatello, vicino Agrigento.

Neppure un mese dopo Giovanni Brusca cominciò a “cantare” ai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze impegnati nelle indagini sulle stragi. Le sue importanti rivelazioni gli sono valse gli sconti di pena fino all’addio al carcere di ieri, che era stato anticipato da diversi permessi premio per buona condotta nel corso degli anni. Inevitabilmente, però, l’orologio della storia corre all’indietro fino alla strage di Capaci e Tina Montinaro, moglie del capo scorta di Falcone, ora a caldo attacca: “Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l’uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l’uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente? C’è una giustizia che non è giustizia, allora è inutile continuare a cercare Matteo Messina Denaro”. Maria Falcone, sorella del giudice, afferma: “È una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello. Mi auguro solo che vigilino con attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere”.

Ecco la mano dei Servizi su stragi e latitanze

Servizi segreti deviati bloccano una collaborazione che – dopo il mancato arresto del 1995 a Mezzojuso e l’omicidio di Gino Ilardo il 10 maggio 1996 – poteva ancora arrivare alla cattura di Bernardo Provenzano tra 2001 e 2002, ben prima dell’11 aprile 2006. Così “canta” Pietro Riggio, ex guardia penitenziaria poi entrato in Cosa nostra grazie ai buoni uffici del cugino Carmelo Barbieri, braccio destro del capo della famiglia di Vallelunga Pratameno Piddu Madonia, dominus della mafia a Caltanissetta. La collaborazione di Riggio prosegue da dodici anni e la procura nissena, dopo aver conseguito diversi riscontri ai racconti del pentito, lo ritiene credibile, così come ribadito anche ieri dal procuratore generale di Palermo Francesco Fici nella requisitoria del processo d’appello Trattativa Stato-mafia. È stato Riggio a riferire dei colloqui in carcere col boss Vincenzo Ferrara, il quale gli avrebbe svelato come fosse stato il senatore Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, chiamato “il Professore”, ad aver suggerito a Cosa nostra “i punti delle stragi in Continente”, dove piazzare le bombe che nel 1993 terrorizzarono Roma, Milano e Firenze colpendo il patrimonio artistico del Paese.

Riggio è dentro Cosa nostra dal 2000 al 2004 ma, riferisce, da “infiltrato” per la Direzione investigativa antimafia di Palermo , con l’obiettivo di arrivare alla cattura di Provenzano prima o poi, facendo parte di una task force dei Servizi creata appositamente e nella quale era stato assoldato dall’ex poliziotto al soldo degli 007 Giovanni Peluso. E Riggio si relazionava al capo della mafia con l’invio di pizzini tramite un altro punciutu, Angelo Schillaci: foglietti in cui Riggio avrebbe chiesto a Provenzano in persona come comportarsi per la “messa a posto” di alcuni appalti in provincia di Caltanissetta. Il lavoro da infiltrato di Riggio non era animato da slanci etici, ma da due promesse: una ricompensa in denaro e l’ingresso a tutti gli effetti nei Servizi segreti. A ogni modo le sue rivelazioni alla Dia di Palermo, in quello stesso periodo, a un certo punto vengono bloccate. Convocato, fine estate 2002, ad un incontro sulla Palermo-Catania, nei pressi dello svincolo autostradale di Resuttano, provincia di Caltanissetta, dallo stesso Peluso, altro ambiguo personaggio, ex poliziotto, anch’egli utilizzato dai Servizi come “informatore”, Riggio troverà all’incontro anche l’ormai celeberrimo Giovanni Aiello, quel “Faccia di mostro”, già poliziotto e agente dei Servizi a tutti gli effetti – vicino al vertice del Sisde rappresentato da Bruno Contrada – sul quale sono stati spesi fiumi di incostro, accusato dal pentito Nino Lo Giudice di esser coinvolto proprio nella strage di via dei Georgofili a Firenze e nei falliti attentati a Roma contro Maurizio Costanzo in via Fauro e contro lo stadio Olimpico fra 1993 e 1994.

Ieri il procuratore generale di Palermo Fici, appunto, ha detto che Riggio “va creduto se è vero che il suo rapporto con la Dia di Palermo è stato riscontrato: lo Stato, attraverso il collaboratore di giustizia Pietro Riggio era a due passi dal latitante Provenzano ma in autonomia carabinieri del Ros e Dia decidono di rinunciare alla ‘talpa’, sacrificandola, che li avrebbe potuti condurre all’allora boss latitante Bernardo Provenzano”, una “scelta sospetta anche in considerazione del trattamento che i carabinieri hanno riservato a Provenzano. È doveroso tenere conto in questa sede processuale del complesso racconto del collaboratore di giustizia Pietro Riggio limitatamente al suo ruolo di confidente del centro Dia di Palermo finalizzato alla cattura di Bernardo Provenzano: un ruolo che non può essere spazzato via solo perché in altre parti le sue dichiarazioni sono state indebolite da un eccesso di rivendicazioni emotive”. Dopo gli anni alla guida del Ros dei carabinieri proprio nel 2001 Mario Mori viene nominato prefetto e posto alla direzione del Sisde, il Servizio segreto civile. Una delle tante coincidenze che si accavallano almeno dal fallito botto dell’Addaura, 1989, in poi.

E sono importanti a questo proposito le parole spese dall’ex pm Antonio Ingroia qualche giorno fa alla commissione Antimafia siciliana presieduta da Claudio Fava. “Subito dopo la strage di via D’Amelio – ha riferito Ingoria – fui chiamato dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che mi volle sentire senza però verbalizzare le mie dichiarazioni. Ricordo che mi disse: avremo tempo per raccogliere a verbale le tue dichiarazioni, intanto ci puoi dire quello che sai a braccio? Io avevo appena 30 anni, e si diceva che Tinebra era in buoni rapporti con Borsellino, erano anche nella stessa corrente di Magistratura indipendente, per cui raccontai subito cosa mi era stato riferito dai pm Teresa Principato e Ignazio De Francisci. Furono loro a raccontarmi quello che sabato 18 luglio Borsellino aveva rivelato loro in ufficio sull’incontro con il pentito Gaspare Mutolo in cui gli aveva parlato di Bruno Contrada. Dissi a Tinebra questa cosa su Contrada, ma lui non ha mai verbalizzato, io verbalizzai solo parecchio tempo dopo, quando mi sentirono Fausto Cardella e Ilda Boccassini”. Tinebra, morto nel 2017, quindi incassa subito dopo via D’Amelio il racconto di Ingroia sui sospetti che Borsellino aveva rispetto a Contrada, ma soltanto poche ore prima lo stesso Tinebra aveva delegato, in modo illegale più che irrituale, le indagini su via D’Amelio proprio al Servizio segreto guidato da Contrada. Lo stesso Servizio segreto, il Sisde, la cui presenza in via D’Amelio nell’immediatezza della strage del 19 luglio 1992 non è un’ipotesi o una teoria del complotto, ma una realtà ormai accertata. Così come è noto il biglietto ritrovato nel cratere di Capaci con su scritto: “Guasto n-2 portare assistenza. 0337806133 G.u.s., via in “Selci, 26 Roma”, biglietto riferibile a Lorenzo Narracci, uomo di Contrada al Sisde. Altri due indizi: Falcone dopo il fallitto attentato dell’Addaura nel 1989 parla di “menti raffinatissime” all’allora procuratore di Caltanissetta Salvatore Celesti e in una ormai storica intervista a Saverio Lodato su l’Unità: “Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Un anno fa ad Atlantide su La7 lo stesso giornalista Lodato ha svelato che Falcone si riferiva proprio a Contrada, ma promise al giudice di non scriverlo. Falcone era convinto che la bomba fu piazzata là davanti alla casa al mare per ucciderlo, ma fu Mario Mori già nel 1993 a sminuire l’evento riferendo alla Dia: “Sin dal primo momento ho avuto la certezza che il collocamento dell’ordigno, fosse da interpretare come un atto intimidatorio nei confronti del dottor Falcone e non come un tentativo concreto di eliminarlo”.

Nogarin: “Anch’io ero indagato e i renziani mi misero alla gogna”

Del caso che riguarda l’ex sindaco di Lodi del Pd Simone Uggetti, condannato in primo grado e assolto in Appello, oggi restano solo le scuse di Luigi Di Maio che molti hanno definito come la “svolta garantista” del M5S. Inoltre gli avversari politici e i falchi ultragarantisti accusano i 5S di aver costruito le proprie fortune politiche sulla “gogna”. Ieri Matteo Renzi, nella sua enews, ha addirittura detto che le scuse del ministro degli Esteri sono “il sigillo finale sulla storia del M5S”. Eppure in pochi ricordano che in quei giorni, siamo a inizio maggio 2016, fu proprio il Pd renziano a passare al contrattacco “giustizialista” nei confronti del M5S.

Il 7 maggio infatti, lo stesso giorno in cui Di Maio andò a Lodi dopo l’arresto del sindaco, al primo cittadino di Livorno del M5S, Filippo Nogarin, fu destinato un avviso di garanzia con l’accusa di abuso d’ufficio e concorso in bancarotta fraudolenta per la vicenda di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti. Nogarin scrisse su Facebook: “Se già durante le indagini dovesse emergere una condotta contraria ai principi del M5S sono pronto a dimettermi”. Eppure i dem andarono all’attacco: il premier Renzi parlò di “doppia morale”, Maria Elena Boschi di passaggio da “onestà-onestà a omertà” mentre Ernesto Carbone disse ai 5S di “passare per Livorno prima di Lodi”. Peccato che i due casi erano ben diversi: nel caso di Lodi c’era un sindaco del Pd arrestato e che non avrebbe potuto continuare ad amministrare mentre a Livorno Nogarin aveva ricevuto un avviso di garanzia dopo aver portato lui stesso i libri dell’azienda al Tribunale fallimentare per aprire la pratica del concordato preventivo. Nogarin infatti aveva ereditato dalle giunte Pd una municipalizzata con 42 milioni di debiti e sull’orlo del fallimento e il sindaco fu indagato per decisioni amministrative che ha sempre rivendicato: il salvataggio dell’azienda, l’assunzione di 33 precari e l’approvazione del bilancio ereditato dalla giunta dem. Che il caso fosse diverso lo aveva ammesso lo stesso Di Maio: “Nogarin non è come Uggetti – aveva detto il 9 maggio al Secolo XIX – siamo diversi: se l’avviso di garanzia non è un atto dovuto, noi non aspettiamo la sentenza e sarà lui a dare l’esempio e a dimettersi”.

Non ce ne fu bisogno: dopo due anni la Procura di Livorno chiese e ottenne l’archiviazione del sindaco. L’azienda poi è stata salvata e il modello del concordato preventivo è stato esportato a Roma dall’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti con Atac. “In quel momento era il primo avviso di garanzia per un amministratore del M5S – ricorda oggi Nogarin, amministratore della società Metropark di Ferrovie e oggi sotto inchiesta per l’alluvione del 2017 – e quando avviai il concordato sapevo che mi avrebbero potuto indagare ma io agii solo come sindaco ed ero sereno. Eppure gli avversari mi aggredirono per speculare politicamente e senza sapere di cosa ero accusato”. Insomma, valutare caso per caso è servito : “È così, il tempo mi ha dato ragione”, conclude Nogarin.

Fondi Lega, l’email con le “istruzioni” per evitare sequestri

La mattina del 10 gennaio 2017, il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, oggi deputato, scrive una email che invierà alle 5.42. I destinatari sono Luca Morisi e Andrea Paganella, membri dello staff di Matteo Salvini. Centemero, già quattro anni fa, illustra come gestire “le casse” del partito rispetto ai possibili sequestri dei pm. Il tutto, scrive, anche “nell’ottica di una famiglia allargata”. In copia alla email leggeranno i commercialisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, che in quell’inverno non sono indagati né imputati per l’indagine milanese sul caso della fondazione regionale Lombardia Film Commission (Lfc) e gestiscono i bilanci dei gruppi del Carroccio in Parlamento. Oggetto del messaggio: “Veicolo Matteo Salvini Premier”. A quella data è in cantiere il passaggio dalla Lega di Bossi alla Newco salviniana. Il senatur e il partito sono da tempo nella bufera per l’inchiesta The Family. Il fascicolo milanese sull’utilizzo “indebito” dei rimborsi pubblici sarà in parte trasmesso alla Procura di Genova. L’indagine ligure si rivelerà la più scivolosa per il partito. Da lì a pochi mesi infatti arriveranno le prime condanne poi in parte prescritte. Ma già la sentenza di primo grado porterà i magistrati a ottenere il sequestro dei 49 milioni, mai trovati e sulla cui scomparsa oggi è aperta un’indagine per riciclaggio. Eppure già nel gennaio del 2017 Centemero pianifica i nuovi “veicoli” politici per allontanare i soldi della Lega da possibili sequestri. Il messaggio inviato dal tesoriere è contenuto in alcuni atti della Procura di Genova che indaga sul riciclaggio dei 49 milioni. Atti che poi sono stati trasmessi a Milano dove è incardinata l’indagine sul caso Lfc. Il testo della email è stato estrapolato dai pc della società Dea Consulting di Bergamo riferibile al duo Di Rubba-Manzoni durante le perquisizioni dei pm di Genova nel dicembre 2018. A oggi Centemero non è indagato né a Genova né per il caso Lfc.

“Carissimi – inizia a scrivere Centemero nel 2017 –, ho scambiato quattro parole giovedì con Matteo”. Dopodiché va al punto dei soldi: “Ricapitolando la situazione dei veicoli abbiamo: la Lega nord che verrà messa su un binario morto giusto per stare in giudizio fino al terzo grado. La nuova Lega che nascerà per svolgere le attività di partito e su cui confluiranno gli iscritti di Lega nord e di Noi con Salvini (Ncs)”. Poi spiega che “Noi con Salvini di fatto verrà svuotata perché il veicolo partitico sarà la nuova Lega”. E “dato che Ncs non ha ancora problemi giudiziari, il consiglio è quello di chiudere l’associazione, la nuova Lega sarà pronta a fine mese”. Alla email è allegata poi una bozza di statuto. Siamo a gennaio. In realtà, ricostruiscono i pm milanesi, la nascita del nuovo soggetto politico si concretizza a fine 2017. L’email prosegue: “Il veicolo che (…) servirà per le elezioni è l’associazione Matteo Salvini Premier (Amsp). Una fondazione presenta profili di rischio troppo elevati e visto il momento storico dobbiamo ridurre al minimo i rischi pur preservando l’indipendenza delle attività”. Dopodiché l’uomo a cui Salvini ha affidato la gestione delle casse della Lega spiega come tutelare i big del partito: “A tal fine bisognerà escludere dai soci fondatori chi ricopre cariche nel movimento Lega o chi è identificabile come i parlamentari”, per questo “il sottoscritto è meglio che ne stia ufficialmente fuori come anche” i parlamentari “Borghi e Siri” ma pure “Manzoni e Di Rubba che sono amministratori in partecipate Lega come Pontida e Mc”. Il tutto, ragiona Centemero, “per evitare che le autorità possano contestare l’elusione della norma sul finanziamento pubblico ai partiti”. A schermo degli attori del “veicolo” vanno “invece bene persone più defilate” e che non ricoprano “cariche visibili”. Fissato il punto, Centemero tranquillizza tutti: “Anche se ufficialmente non saremo in Amsp assicuriamo la gestione contabile e bancaria (…) nell’ottica di gruppo o di famiglia allargata che sempre ci ha contraddistinto”. Il 4 giugno 2017, Centemero si occupa del denaro che la Lega deve ricevere dai suoi parlamentari. Scrive a Elena Paglialonga già della segreteria di Matteo Salvini. “SuperElena – scrive – per quanto riguarda il prestito dei parlamentari (…) dovranno effettuare un bonifico su un conto dedicato che stiamo aprendo con la causale: finanziamento infruttifero”.