5S, il Garante ha quasi fatto. Ora cresce l’ala anti-Draghi

Stavolta ci siamo, forse. Stavolta l’avvento di Giuseppe Conte a capo del Movimento potrebbe davvero essere vicino. Perché a breve, forse già oggi, il Garante per la privacy dovrebbe esprimersi sull’esposto-segnalazione con cui il M5S gli ha chiesto di obbligare la piattaforma Rousseau, cioè Davide Casaleggio, a consegnare gli elenchi degli iscritti al Movimento. Cioè quei dati che sono necessari per l’elezione di Conte a guida politica dei Cinque Stelle, nonché per votare anche il nuovo Statuto e la nuova Carta dei valori. E sarebbe la rifondazione. Urgente, perché il M5S esplode di malessere, come dimostra il dato diffuso dall’AdnKronos, secondo cui solo il 33 per cento dei parlamentari ha versato al partito i mille euro chiesti per avviare il nuovo corso. Soprattutto, una fetta sempre più ampia di eletti se lo chiede nelle chat e nelle conversazioni: “Perché restare nel governo Draghi se non tocchiamo palla?”. Una domanda arrivata anche alle orecchie di Conte, che non a caso domenica ha ridato la linea, ribadendo che sulla prescrizione il M5S non può ammainare la bandiera, e chiedendo poi la rimozione del sottosegretario leghista Durigon (“Intollerabile che sia ancora al suo posto nonostante le gravi affermazioni”). Ma ora l’avvocato ha bisogno dell’investitura formale.

Impossibile però, senza quei dati che da mesi Casaleggio si ostina a non consegnare, sostenendo che il reggente Vito Crimi non sia più il capo, quindi neppure il rappresentante legale del M5S. Così ora dipende tutto dal Garante, da cui già ieri ai piani alti dei 5Stelle si aspettavano comunicazioni. “Ma ci vorrà ancora qualche giorno” spiegano fonti qualificate al Fatto. Le stesse che la scorsa settimana avevano raccontato di una richiesta di documentazione inoltrata dall’Autorità a Rousseau, a conferma che l’istruttoria non era semplicissima. Conte e Crimi però restano convinti che il Garante darà loro ragione.

Possibile: con un “ma”, sussurrano un paio di 5Stelle: “Casaleggio potrebbe comunque fare ricorso al tribunale civile”. Ma di tempo prezioso Conte ne ha già perso troppo. Il patron di Rousseau lo sa bene. Per questo, nelle ultime ore ha rilanciato. Perché una sorta di trattativa con il M5S è comunque rimasta in piedi. Non con Crimi e Conte, con cui ormai è rottura totale. Ma ad altri esponenti dei 5Stelle Casaleggio ha formulato due proposte. Con la prima, il figlio di Gianroberto si offre di consegnare i dati e di chiudere ogni contenzioso in cambio del pagamento 250mila euro da parte del M5S, a fronte dell’iniziale richiesta di 450mila, l’ammontare dei mancati versamenti degli eletti alla piattaforma. La seconda opzione sarebbe la disponibilità a concedere Rousseau per la votazione di Conte come capo politico e del nuovo Statuto, in cambio di una cifra che dal Movimento definiscono “rilevante”: cioè nell’ordine di alcune decine di migliaia di euro. Difficile, quasi impossibile che i 5Stelle accettino. “Ma non possiamo andare avanti così ancora a lungo” ribatte un big, che spinge per un accordo.

Nell’attesa, l’abiura di Luigi Di Maio sulla “gogna” per i politici arrestati o sotto inchiesta ha riproposto il tema dei rapporti di forza tra il ministro e l’avvocato. “Ma io mi sono mosso in pieno accordo con Giuseppe”, ha spiegato in vari colloqui Di Maio.

Di sicuro l’ex capo politico è preoccupato dalle difficoltà del Movimento, ma non ritiene affatto che la soluzione sia l’uscita dal governo Draghi. “Senza questo esecutivo ci sono le elezioni”, sostiene Di Maio. Ma molti maggiorenti, anche vicini a Conte, la pensano diversamente. E figurarsi Alessandro Di Battista, che ieri lo ha scandito così: “Un movimento (ancora?) di rottura/cambiamento dovrebbe uscire all’istante dal governo e chi ha spinto perché entrasse dovrebbe scusarsi e ammettere l’errore”. Parole che pesano, nei 5Stelle dove Di Battista è tornato ad avere molto consenso. Conte lo sa, e vuole recuperare nel M5S l’ex deputato, con cui ha avuto diversi contatti nelle ultime settimane. “Ma io rientrerei solo con il M5S fuori da questo esecutivo” ripete Di Battista: la carta cui l’ex premier non vorrebbe rinunciare.

Bankitalia elogia gli aiuti anti-Covid. E avvisa la Bce su spread in salita

In una sala di Palazzo Koch semivuota per le restrizioni Covid, il governatore Ignazio Visco ha illustrato le sue “considerazioni finali” sull’anno passato, tra i più difficili dal dopoguerra. Giusto un anno fa, Visco ipotizzò la possibilità che l’economia italiana crollasse del 13%, la caduta si è fermata poco sotto il 9%. Grazie alle misure del governo, che qualcuno prematuramente si azzardò a definire da “sussidistan”, si è riusciti a contenere le ripercussioni della pandemia sulle famiglie e sul sistema produttivo. L’estensione della Cig, il reddito di emergenza, i bonus etc. hanno fermato la caduta del reddito disponibile per le famiglie al 2,6% in termini reali, con un impatto molto più rilevante su quelle a basso reddito, che altrimenti avrebbero subito le conseguenze maggiori. Le imprese, grazie alle garanzie pubbliche e alle moratorie sui prestiti hanno avuto ampio accesso alla liquidità. Il loro saldo finanziario (la differenza tra attività e passività) è cresciuto di 38 miliardi. Tutto questo ha permesso di tenere sotto controllo i crediti deteriorati del settore bancario, che si sono ridotti rispetto al 2019, e la cui incidenza sul totale dei prestiti è arrivata al 2,2%, ben 7,6 punti meno del picco del 2015. (dall’ultimo trimestre 2020 si registra però una ripresa, anche se la dinamica dovrebbe esser più contenuta rispetto all’ultima crisi). A ogni modo, alle banche è raccomandato di fare pulizia nei bilanci (con le relative perdite). Con la ripresa, e l’auspicabile controllo della pandemia, anche le straordinarie misure di sostegno pubblico dovranno diventar più selettive, dice Visco. Bankitalia stima che quest’anno il Pil potrebbe salire più del 4% e ritornare al livello pre-Covid nel 2022. Molta enfasi è data al Pnrr, da cui “dipenderanno le opportunità che l’Italia potrà offrire alle nuove generazioni”. Secondo il governatore sarà il motore dello sviluppo nell’immediato futuro, in grado di aumentare la crescita potenziale in media di un punto l’anno nel prossimo decennio. Non c’è che da augurarsi che le previsioni si rivelino azzeccate, anche perché una crescita più sostenuta permetterebbe di ridurre più velocemente il rapporto debito pubblico/Pil che, nonostante il forte incremento del 2020/2021, è stimato in calo, grazie al fatto che anche nei prossimi anni il costo di finanziamento rimarrà limitato. Qui Visco ha sottolineato che “aumenti ampi e persistenti dei tassi di interesse non sono giustificati dalle attuali prospettive economiche e andranno contrastati, anche con il pieno utilizzo dei programmi di acquisto di titoli già definiti”. Insomma, la Bce deve evitare il rialzo degli spread. Resta da vedere se quest’idea è così condivisa tra gli altri membri di Francoforte.

Via i Benetton da Autostrade. Entra lo Stato (ma non vince)

A volerla sintetizzare bruscamente, la vicenda Autostrade si chiude con l’uscita dei Benetton dopo oltre 20 anni, con l’ingresso, in qualche modo, dello Stato e un bilancio che non vede, in chiaro, né vincitori né vinti. Alla luce dei 43 morti del crollo del ponte Morandi – disastro che per gli esperti del ministero (e per la Procura di Genova) vede nella gestione targata Atlantia il responsabile –, il pasticcio in cui si è cacciato il governo si risolve con una “punizione” finanziaria curiosa. C’è un’azienda che è stata più attenta agli utili dei suoi azionisti che alla sicurezza dei clienti: i primi escono di scena vendendo, per i secondi si vedrà.

Andiamo con ordine. Ieri l’assemblea dei soci di Atlantia, che controlla l’88% del capitale di Autostrade per l’Italia, ha dato l’ok all’offerta avanzata dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti e dai due fondi speculativi Blackstone e Macquarie. Ha votato a favore l’86% del capitale presente: non solo i Benetton (che controllano la holding con il 30%), decisi a vendere, ma anche i grandi fondi esteri. Hanno detto tutti sì dopo l’ultimo ritocco all’offerta: circa 200 milioni in più e le garanzie legali dimezzate a 800 milioni (come tetto massimo). Cdp e soci offrono 9,3 miliardi per Aspi, che Atlantia valorizza a bilancio 6,3 miliardi. Tradotto: la holding ottiene una plusvalenza finanziaria sulla partecipata di oltre 2 miliardi. Soldi che non dovrebbero andare agli azionisti sotto forma di dividendi (nel caso, ai Benetton spetterebbero 2,4 miliardi). Il colosso ha promesso di non farlo negli accordi col governo del 14 luglio 2020 e a destinare i ricavi per ridurre il pesante debito finanziario e avviare acquisizioni.

La chiusura dell’operazione – se il 10 giugno il cda darà l’ok – avverrà a inizio 2022. Nel mentre, andrà deciso a chi andranno i profitti del 2021 e gli indennizzi “Covid” che il governo garantirà ai concessionari (ad Aspi andranno 400 milioni, a cui non avrebbe diritto in base alla concessione, e a spese degli automobilisti al casello).

Si chiude così un braccio di ferro durato quasi tre anni.

Il 17 agosto 2018, a soli tre giorni dal crollo del Morandi, il governo Conte annunciò l’avvio “del processo di caducazione della concessione”. Dopo un anno e mezzo di schermaglie e pareri legali, spaventato dalla vergognosa clausola inserita nella concessione del 2008 (che garantisce ad Atlantia un maxi-indennizzo in caso di revoca anche in caso di colpa) e dall’armageddon finanziario della possibile implosione di Altantia, si è arrivati alla notte del 14 luglio 2020: si è scelta la strada della trattativa col colosso accusato di aver fatto crollare un ponte per avidità. L’epilogo – contro cui si sono scagliati i familiari delle vittime del Morandi – è quello di ieri.

Resta un punto: col controllo alla pubblica Cdp, cosa ci guadagnano i milioni di automobilisti che ogni giorno percorrono i 3.000 chilometri di rete Aspi? La generosa concessione e l’acquiescenza dei ministri di ogni colore hanno permesso ai manager della famiglia veneta di trasformare la concessionaria in un bancomat con pochi paragoni nel mondo. Dalla privatizzazione (1999) a oggi, Aspi ha distribuito quasi 11 miliardi di dividendi. Solo dal 2009, 8 miliardi, di cui 7 ad Atlantia. A Edizione, la cassaforte dei Benetton, è andato circa un terzo di questo flusso di denaro: poco più di 2 miliardi (3 se si parte dal 1999) oltre al controllo di un gruppo, Altantia, che prima del Morandi valeva in Borsa 20 miliardi.

La gestione privata ha spremuto utili anche a scapito della manutenzione e i risultati sono evidenti a tutti. Per invertire il trend servono ora investimenti pesanti sulla rete. Quelli inseriti nel Piano economico finanziario (Pef) presentato da Autostrade ammontano a 13 miliardi per i prossimi 18 anni, fino a fine concessione. Problema: per garantire a Cdp e soci profitti adeguati, il Pef prevedeva aumenti dei pedaggi dell’ordine dell’1,75% l’anno. L’Authority dei Trasporti lo ha bocciato, suggerendo di dimezzare l’aumento altrimenti Autostrade diventerà perfino più redditizia che in passato. Tesoro e ministero dei Trasporti se ne sono infischiati, cavandosela con una limatura a 1,67%, come fosse una trattativa a chi è più furbo. Il Pef dovrà ora essere approvato dal Comitato per la programmazione economica (Cipe), che dovrà assumersi la responsabilità di ignorare il parere dell’Autorità di settore.

Insomma, spariti i Benetton arriverà la manutenzione, ma non il calo dei pedaggi. “Nulla può estinguere il dolore di chi ha perso un familiare o un amico a causa dell’incuria, dell’omesso controllo, della consapevole superficialità, della brama di profitto”, ha detto Sergio Mattarella. Si vedrà se questo epilogo – in un Paese dove, dopo il crollo del Morandi, la grande stampa era più interessata alle gaffe del ministro Toninelli che a spiegare l’epopea dei Benetton – era inevitabile.

Funivia, nel mirino dei magistrati altri operai. A giorni l’incidente probatorio su funi e freni

Sarà un incidente probatorio a fornire la risposta più importante sulla strage della funivia di Stresa, che domenica 23 maggio ha provocato la morte di 14 persone: perché si è spezzata la fune traente, il guasto che ha innescato il disastro? È questa l’intenzione della Procura di Verbania, che si è affidata a un consulente, il professore del Politecnico di Torino Giorgio Chiandussi. I primi sopralluoghi hanno consentito al docente di farsi un’idea preliminare sul punto di rottura e le possibili cause, ma per proseguire l’indagine saranno necessari accertamenti irripetibili, che avverranno in contraddittorio con i consulenti delle parti. In parallelo gli inquirenti affideranno una perizia informatica, per estrarre i dati contenuti nella scatola nera dell’impianto. Mentre stamattina è previsto un nuovo sopralluogo sul monte Mottarone, questa volta alla presenza della commissione d’indagine incaricata dal ministero.

Sabato notte il gip Donatella Banci Buonamici aveva scarcerato due dei tre indagati, fermati martedì: Enrico Perocchio, direttore d’esercizio dell’impianto, e Luigi Nerini, amministratore della concessionaria Funivie del Mottarone. Erano stati accusati da Gabriele Tadini, il capo servizio della struttura, che ha ammesso di aver disattivato i freni, inserendo i cosiddetti “forchettoni”. Una decisione presa per ovviare a un’anomalia che causava di continuo il blocco dell’impianto. Il giudice ha ritenuto che non vi siano prove per dimostrare che i superiori di Tadini abbiano avallato l’uso dei dispositivi. Invece, potrebbe aprirsi un altro fronte che potrebbe portare a indagare la squadra di operatori che dipendeva da Tadini: chi sapeva dell’uso dei bloccafreni, vietati per il trasporto passeggeri, rischia una contestazione per favoreggiamento o concorso nel disastro. Al vaglio degli inquirenti ci sono chat e mail, per ricostruire le comunicazioni fra i vari personaggi coinvolti. L’avvocato di Nerini ha anche depositato il contratto sottoscritto dalla Ferrovie del Mottarone con la Leitner (ditta per cui lavora Perocchio): un accordo che prevedeva un forfait di 120mila euro annui per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Dall’ospedale Santa Margherita di Torino, nel frattempo, è arrivata una buona notizia. È uscito dal reparto di terapia intensiva il piccolo Eitan Biran, 5 anni, unico sopravvissuto all’incidente.

Friuli, il direttore del team anti Covid non si è vaccinato

Lo strano caso del dottor Amato De Monte, direttore del Dipartimento di Anestesia e rianimazione di Udine, il medico che nel 2009 interruppe l’alimentazione e l’idratazione di Eluana Englaro. Non si è vaccinato contro il Covid, eppure è stato designato a guidare la Struttura operativa regionale dell’Emergenza sanitaria (Sores) del Friuli Venezia Giulia. Anzi, per assegnargli quel posto, a partire dall’1 giugno, è stata addirittura sospesa una procedura concorsuale avviata. Sono insorti i sindacati dei dirigenti medici. De Monte ha replicato: “Rifiuto l’etichetta di ‘no vax’, sto solo aspettando per motivi di salute. Ho le sufficienti competenze per valutare i tempi e i modi più compatibili per accedere alla vaccinazione”. Ma la deputata Beatrice Lorenzin, ex ministro della salute, e la senatrice Tatjana Rojc, entrambe dem, hanno interrogato il ministro Speranza, contestando il blocco del concorso e chiedendogli “se sussistono elementi per intervenire sulla Regione affinché De Monte venga ricollocato o sospeso dall’incarico”.

“Errore formale”. Tornano in libertà i boss condannati

Per un errore processuale tornano in libertà 15 condannati del mandamento di Brancaccio. Erano stati giudicati in abbreviato, nel processo Maredolce 2 celebrato a Palermo, con l’accusa di associazione mafiosa ed estorsione, ricevendo pesanti pene che andavano da un massimo di 20 anni fino a un minimo di alcuni mesi. Ma c’era un errore, segnalato dai difensori in appello, il processo di primo grado era viziato: il giudice dell’udienza preliminare (gup) non si era astenuto essendo stato anche gip e avendo firmato, in fase d’indagine, i decreti per la proroga delle intercettazioni. L’incompatibilità è stata riconosciuta dal giudice che ha annullato le condanne in appello. Tra i 15 tornati in libertà, anche alcuni boss di Brancaccio arrestati nell’inchiesta del 2017, che con minacce ed estorsioni gestivano le macchinette del videopoker illegale. Tutto da rifare quindi. Servirà tornare davanti al gup, che dovrà essere diverso dal precedente, per poi celebrare un nuovo processo in primo grado.

Calabria, il Pd spaccato in piccoli feudi. Irto scrive a Letta e si ritira dalla corsa

“Piccoli feudi”. “Volontà di mettere in discussione le decisioni prese da molto tempo”. Ma anche “trasversalismo di pezzi del centrosinistra” che hanno “interessi comuni con pezzi del centrodestra”. Il Pd in Calabria rischia di implodere a pochi mesi dalle regionali. Le ragioni sono scritte nella lettera che nove giorni fa Nicola Irto ha inviato al segretario Enrico Letta senza ricevere risposta se non un generico “adesso vediamo”. L’intervista di Irto pubblicata ieri dall’Espresso non è solo il ritiro della sua candidatura a governatore della Calabria. È il j’accuse di chi è stato lasciato solo dopo aver accettato una “sfida titanica”.

In Calabria come a Roma, le parole di Irto hanno messo a nudo le ambiguità di un Pd che sta facendo di tutto per perdere le elezioni e riconsegnare la Regione alla destra. La sua intervista va oltre la solita dinamica, che si riflette a livello nazionale, della base riformista che contesta l’alleanza con il M5S. Con tre federazioni provinciali commissariate su cinque, nel Pd c’è chi insegue i grillini che intanto vanno in ordine sparso tra chi guarda a de Magistris, chi punta alle primarie e chi non sa nemmeno cosa vuole. Irto è convinto: si continua a “perdere tempo” e “si lascia terreno alla destra e a De Magistris”. “Rinuncio quindi all’incarico – dice Irto – e chiedo a Enrico Letta di trovare una soluzione per non continuare a svilire la dignità degli elettori e dei militanti del Pd in Calabria”. Il ritiro è irrevocabile e Irto lo motiva: “Non possiamo solo pensare con chi ci alleiamo. Un partito non può suddividersi in piccoli feudi. Allargare la coalizione è una cosa giusta, ma non possiamo condannarci a muoverci col bilancino”. Dopo l’investitura di Zingaretti, poi ratificata da Letta, “ci sono stati troppi cambi di linea, troppi pezzi di partito impegnati. Non si è fatta chiarezza con il M5S, ad esempio. Ho dato subito la mia disponibilità alle primarie ma a oggi siamo fermi”. Parole che pesano come macigni. Il segretario Letta cerca di tamponare. Prima definisce Irto “la punta di diamante” e poi si lascia scappare l’ennesimo “ne parleremo”: “Voglio confermare la fiducia a Irto, nei prossimi giorni ne parleremo, manderò giovedì in Calabria il responsabile enti locali Boccia per ridare speranza ai calabresi”.

Dieci anni buttati con leggine ad hoc: le bonifiche al palo, i veleni in circolo

La prima inchiesta sull’inquinamento all’Ilva, all’epoca Italsider, è del 1978. Le prime condanne per inquinamento degli anni Duemila, di ieri quella all’intero sistema dei Riva che si presero il siderurgico tarantino con le privatizzazioni riuscendo, se possibile, a peggiorare la situazione.

Qui ci occupiamo dei dieci anni dell’Ilva inaugurati dalla mitica Autorizzazione integrata ambientale (AIA) firmata nell’agosto 2011 – e da attuare entro il 2013 – da Stefania Prestigiacomo, ministro nell’ultimo governo Berlusconi: i Riva – buoni amici di Silvio e parte dei “capitani coraggiosi” che su sua richiesta (non) salvarono Alitalia nel 2008 – si rivolsero a Gianni Letta per darle un’ammorbidita. Premure inutili visto che il 26 luglio 2012 quell’Aia saltò in aria quando il gip Patrizia Todisco firmò il provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso dell’acciaieria per disastro ambientale: si rivelava dunque il segreto di Pulcinella dei morti di sviluppo a Taranto e, nello stesso istante, iniziava la commedia dell’arte dei “salva-Ilva”, corredati di dichiarazioni che oggi dovrebbero far arrossire i loro autori.

Anche nel 2012 c’era un governo tecnico, quello di Mario Monti: fu suo il primo decreto ad hoc, in cui fu infilata – per darle forza di legge – anche l’AIA riscritta dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Di fatto, si aggirava la magistratura consentendo a Ilva di continuare a produrre per 36 mesi mentre si conformava alle prescrizioni ambientali.

Il governo Letta affidò poi gli impianti a un commissario, Enrico Bondi, già in Ilva coi Riva: il piano di Mr Parmalat a colpi di forni elettrici e “pre-ridotto” all’epoca sparì dall’agenda, oggi è risorto e andrebbe applicato entro il 2025…

Nel 2015 per evitare un nuovo sequestro dell’impianto – era morto un operaio, Alessandro Morricella – Matteo Renzi produsse un ennesimo Salva-Ilva e, già che c’era, s’inventò pure il famigerato “scudo penale” ai gestori su cui si litiga ancora adesso (il fatto che ora copra solo la gestione nei limiti definiti dall’AIA ha spinto i Mittal a minacciare di andarsene).

Nel frattempo, l’attuazione delle prescrizioni ambientali era stata spostata al 2017 col fulgido obiettivo di vendere l’Ilva “risanata” sul mercato. Risanata, ma anche solo in parte. Sempre il governo Renzi s’inventò il criterio dell’80% per considerare raggiunti gli obiettivi: i gestori di Ilva si limitarono a spacchettare gli interventi in tanti micro passaggi che realizzavano all’80%, mancando – forse per sfortuna – in genere proprio la bonifica. La gara insomma partì sotto l’egida del ministro Carlo Calenda: ne uscì il “Gronchi rosa” in cui la cordata con la pubblica Cdp riuscì a perdere contro quella di ArcelorMittal. Mistero gaudioso, ma quel che qui rileva è che il piano ambientale contrattato dal colosso dell’acciaio con tre governi ha come orizzonte il 2023, orizzonte peraltro in fuga visto che la stessa Mittal nell’estate del 2020 – colpa del Covid! – ammetteva ritardi tra cinque e nove mesi (and counting, dicono gli americani).

Com’è la situazione adesso? Si studia molto, ci si riunisce assai, massiva è la spedizione di posta certificata per le bonifiche: ad esempio si sa ufficialmente che ci sono problemi con la falda acquifera dall’estate scorsa, ma – monitora di qua, studia di là – ad aprile non s’era mossa foglia.

Deliziosa, ed emblematica, è la storia della “copertura dei nastri traportatori” (il materiale libero finisce per essere soffiato via e inquinare aria e terreni), una cosetta abbastanza importante e una previsione contenuta fin dalla prima AIA. Ebbene, nell’autunno 2020 Arcelor chiese l’ennesima proroga (al 31 luglio 2021) per completare la copertura. Ad Arpa Puglia venne il nervoso: “Non si può avallare il protrarsi di una condizione d’inquinamento che avrebbe dovuto essere risolta già a partire da gennaio 2013 e che, viceversa, è stata rinviata con successive proroghe al 2015, al 2017, al maggio 2020 e infine al 30 settembre 2020”. È appena il caso di dire che il governo Conte concesse la proroga, ma “solo” fino al 30 aprile 2021.

Dirà il lettore: quindi ora questi nastri sono coperti. No, perché il Tar del Lazio ha concesso più tempo ai Mittal a patto che – bontà loro – procedano “con la massima celerità”.

Rischi giudiziari, Stato padrone e una certezza: l’Ilva inquinerà

E adesso che succede all’Ilva? Sempre che il Consiglio di Stato non risolva alla radice il problema (è attesa a giorni la sentenza sulla chiusura dell’area a caldo), non cambia nulla: bisogna procedere con l’eterna riconversione degli impianti, ammesso che la situazione disastrosa dei conti non comporti la fine dello stabilimento per via economica. La riconversione dovrebbero pagarla Invitalia, i fondi del Pnrr e – se va bene – ArcelorMittal. Ad oggi è chiara solo una cosa: non sarà verde, almeno nei prossimi anni.

La fabbrica tarantina, peraltro semi-ferma, produce ancora col carbone e il nuovo piano industriale – concordato a dicembre tra il colosso franco-indiano entrato nel 2018 e la società pubblica – prevede una molto graduale “decarbonizzazione” dopo il 2025 puntando sul cosiddetto pre-ridotto e il gas (e, in un lontano futuro, sull’idrogeno da fossili): l’Ilva che sta per nascere sarà insomma inquinante giusto un po’ meno – se va bene – di quella che va morendo da un decennio.

Il ruolo del pubblico in questa riverniciatura verde, sarà centrale in opere e omissioni. Pur di permettere a Enel, Snam e Eni (peraltro consulente di Mittal per le bonifiche) di creare l’infrastruttura energetica necessaria alla nuova Ilva, nel decreto Semplificazioni appena approvato sono state inserite l’autorizzazione “di corsa” per gli impianti di produzione di energia nei Siti di interesse nazionale (Taranto) e il permesso a fare bonifiche meno costose (e persino parziali) nelle aree agricole limitrofe alle riconversioni industriali (Ilva).

Ovviamente per gestire un processo così articolato dentro e fuori lo stabilimento dovrebbe arrivare un management indicato dal pubblico. Si usa il condizionale perché la vicenda è lontana dall’essere chiusa. Attualmente l’Ilva di Taranto è sotto sequestro della magistratura, ma con diritto d’uso ai proprietari, che poi sarebbe lo Stato attraverso i suoi commissari: ArcelorMittal è affittuaria e doveva rilevare l’azienda all’esito di certe condizioni. Lo farà invece Acciaierie d’Italia, l’azienda formata da AM e Invitalia con l’accordo di dicembre: la società pubblica dovrebbe investire oltre un miliardo per avere il 60% delle quote, i Mittal mettere altri 70 milioni per ritrovarsi col 40%. Finora Invitalia ha versato 400 milioni (già spariti), ma attende – come previsto dagli accordi – la sentenza del Consiglio di Stato prima di versare il resto (non è giudicata preoccupante, invece, la confisca degli impianti decisa ieri). Il rischio è che Ilva sia una scatola vuota già ora.

La festa triste dei familiari: “Se non chiude, è inutile”

A Taranto la festa, quella vera, è rimandata. C’è chi considera “una sentenza storica” la decisione presa ieri dai giudici della Corte di Assise del tribunale ionico nell’ambito del processo “Ambiente svenduto”. E chi, invece, per i festeggiamenti attende il giorno in cui si decreterà la chiusura della più grande acciaieria d’Europa. Il conto alla rovescia è partito già da tempo, ma ci hanno pensato tutti i governi a riportare le lancette ogni volta al rintocco iniziale. Ieri mattina una sessantina di cittadini, accorsi fuori dal Tribunale, hanno accolto con soddisfazione la notizia delle condanne, ma la città in festa – quella che ci si aspetterebbe alla luce di una sentenza così tanto attesa – non c’è. Il grande macigno che pesa sul presente e sul futuro dei cittadini è ancora lì e la lista dei morti aumenta. Sono in tanti tra gli attivisti in prima linea a dirlo.

C’è anche spazio per la soddisfazione. Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione Peacelink, non ha dubbi: “Questa – ha detto – è una grande giornata di liberazione dopo una lunga resistenza e tante vittime”. La sua battaglia parte da lontano, già nel 2005 denunciò la presenza di diossina a Taranto. Poi nel 2008 arrivò la conferma che il latte delle pecore e delle capre che avevano brucato nei pascoli attorno all’acciaieria era contaminato. “Un segreto che allora – racconta – veniva gelosamente custodito”. Sono trascorsi nove anni dalla notifica del decreto di sequestro, firmato dalla gip Patrizia Todisco il 26 luglio 2012. Nove anni in cui chi svelava i segreti nascosti all’interno dello stabilimento veniva tacciato di allarmismo. È stata “la rivoluzione dei dettagli”, secondo Marescotti, a fare la differenza: “I ficcanaso impiccioni, gli allarmisti, avevano ragione – dice – oggi fioccano le condanne. E gli impianti pericolosi vengono confiscati”. È questo ciò che ora si attende. “Tutti sapevano che il 93% della diossina e il 67% del piombo immessi in atmosfera in Italia – spiega Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi – provenivano dall’Ilva di Taranto. La magistratura è dovuta intervenire per fare quello che la politica avrebbe dovuto fare. Nessuna aula di tribunale potrà risarcire del dolore versato dalle famiglie tarantine. La vicenda è il simbolo del fallimento della politica italiana”.

L’urgenza di risposte in un tempo dilatato da una dozzina di decreti salva-Ilva non si esaurisce con la decisione dei giudici. “Prendiamo la sentenza per quello che è: l’attribuzione di responsabilità nel danno causato all’ambiente e alla comunità. Questo danno era già accertato, ora sono stati trovati i colpevoli, alcuni”, commenta il Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti. “Che i tarantini non si accontentino di questa sentenza – denuncia – non si accontentino di un eventuale fermo dell’area a caldo. Quella fabbrica ci dissangua. La politica deve smettere di ignorare una verità sancita ormai in tante di quelle sedi che diventa sempre più imbarazzante sostenerne la continuità produttiva”.

Neanche uno dei testimoni chiave del processo, l’ex operaio Cataldo Ranieri, che ha identificato i gestori fantasma dello stabilimento ai tempi dei Riva, si dice felice: “Finalmente c’è qualcuno che paga, ma a perderci sono sempre i cittadini di Taranto perché i reati vengono ancora perpetrati. Se per il primo grado abbiamo atteso nove anni, figuriamoci quanto dovremo attendere per il terzo. Nel frattempo la fabbrica sarà collassata perché non si fa manutenzione”. Stessa linea dell’associazione Giustizia per Taranto, che non si accontenta della chiusura dell’area a caldo: “Non c’è alcuna prova che finiranno i danni dello stabilimento. Oggi la palla passa allo Stato, urge che si decida cosa fare della città”. Per l’attivista Luciano Manna di Veraleaks “questa sentenza riguarda il passato, la prova – chiarisce – che quell’impianto va chiuso”. Della stessa idea sono i genitori “orfani”, quelli che hanno perso i bambini a causa di patologie tumorali riconducibili all’inquinamento. “Noi – ha detto Carla Lucarelli, madre di Giorgio Di Ponzio, morto a 15 anni – siamo condannati all’ergastolo, saremo soddisfatti quando quel mostro sparirà!”.