L’ex presidente della Puglia Nichi Vendola fece pressioni su Arpa Puglia per ammorbidirne la linea nei confronti dell’Ilva. Ne è convinta la Corte d’Assise di Taranto, che ieri ha condannato l’ex governatore a 3 anni e 6 mesi di reclusione. La sua azione, insomma, avrebbe favorito la fabbrica gestita dai Riva. Una lettura che Vendola ha rigettato in maniera veemente: “Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità, a una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare” che colpisce “quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali”. Di più: per Vendola, questa sentenza “rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata”. Il suo difensore, l’avvocato Nicola Muscatiello, aveva chiesto l’assoluzione spiegando che non c’è stata alcuna pressione sul dg di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, e che durante l’amministrazione Vendola, la Regione passò “da una sorta di medioevo ambientale a una nuova stagione” grazie ai provvedimenti da lui voluti. Non è bastato.
Nel luglio 2010, secondo quanto contestato dai pubblici ministeri, mentre l’Ilva era travolta dall’emergenza per i livelli troppo alti di benzo(a)pirene nell’aria di Taranto, Vendola avrebbe implicitamente minacciato Assennato di non riconfermarlo al vertice di Arpa Puglia se non avesse ammorbidito la sua linea su Ilva. Assennato aveva proposto di ridurre la produzione nei giorni di vento, quando polveri e inquinanti si abbattono in maniera più violenta sulla città. Una proposta che aveva gettato nel panico i vertici aziendali che s’erano rivolti direttamente a Vendola. E il 6 luglio 2010, i finanzieri di Taranto che indagano sulla vicenda, intercettano la chiamata del governatore a Girolamo Archinà, in cui, dopo aver scherzato col dirigente dell’Ilva, gli consegna un messaggio da riferire ai Riva: “Il presidente non si è defilato”. Poi il 15 luglio Vendola incontra i vertici del Gruppo e, secondo l’accusa, tiene Assennato fuori dalla porta come forma di punizione.
Al termine di quell’incontro, Ilva e Regione Puglia concordano l’avvio del monitoraggio diagnostico: una scelta che appare rivoluzionaria, ma in realtà affossa la proposta di Assennato. Nelle intercettazioni si sente Fabio Riva dire al figlio Emilio che il nuovo piano d’azione è basato sul “vendere fumo”: Ilva comunicherà di essere disposta a collaborare con la Regione e questa spiegherà che il rapporto instaurato con l’Ilva è l’esempio da seguire anche con le altre grandi realtà industriali del territorio.
È forse per questo che quella mattina quando la stampa arriva per la conferenza stampa convocata d’urgenza, Assennato appare ai cronisti particolarmente abbattuto. “Ero rassegnato – spiegherà dinanzi alla Corte il 17 maggio 2021 – non per le inesistenti pressioni, ma perché vedevo fallire il mio programma, da medico di sanità pubblica, di risanamento della qualità dell’aria dei Tamburi”. Insomma per l’ex dg dell’Arpa, l’amministrazione Vendola con l’allora assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro avrebbe svuotato “di senso le nostre relazioni” non dando seguito alla proposta di ridurre la produzione di Ilva nei giorni di vento.
Per aver negato anche in aula le pressioni di Vendola, peraltro, anche Giorgio Assennato è tra i condannati: due anni con pena sospesa. “Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna – dice ancora Vendola – Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità”.
Per la Procura, invece, la sentenza di ieri rappresenta “un momento importante per la città di Taranto”. In una nota il procuratore facente funzione Maurizio Carbone ha espresso “grande apprezzamento” per il lavoro svolto dai colleghi Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano: “Oggi possiamo esprimere la nostra soddisfazione per questo primo importante risultato. Leggeremo con attenzione le motivazioni di questa sentenza che rappresenta una svolta storica sul piano giudiziario per la città di Taranto, e non solo”.