I giudici: da Vendola pressioni sull’ente ambientale. E lui: “Verità calpestata”

L’ex presidente della Puglia Nichi Vendola fece pressioni su Arpa Puglia per ammorbidirne la linea nei confronti dell’Ilva. Ne è convinta la Corte d’Assise di Taranto, che ieri ha condannato l’ex governatore a 3 anni e 6 mesi di reclusione. La sua azione, insomma, avrebbe favorito la fabbrica gestita dai Riva. Una lettura che Vendola ha rigettato in maniera veemente: “Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità, a una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare” che colpisce “quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali”. Di più: per Vendola, questa sentenza “rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata”. Il suo difensore, l’avvocato Nicola Muscatiello, aveva chiesto l’assoluzione spiegando che non c’è stata alcuna pressione sul dg di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, e che durante l’amministrazione Vendola, la Regione passò “da una sorta di medioevo ambientale a una nuova stagione” grazie ai provvedimenti da lui voluti. Non è bastato.

Nel luglio 2010, secondo quanto contestato dai pubblici ministeri, mentre l’Ilva era travolta dall’emergenza per i livelli troppo alti di benzo(a)pirene nell’aria di Taranto, Vendola avrebbe implicitamente minacciato Assennato di non riconfermarlo al vertice di Arpa Puglia se non avesse ammorbidito la sua linea su Ilva. Assennato aveva proposto di ridurre la produzione nei giorni di vento, quando polveri e inquinanti si abbattono in maniera più violenta sulla città. Una proposta che aveva gettato nel panico i vertici aziendali che s’erano rivolti direttamente a Vendola. E il 6 luglio 2010, i finanzieri di Taranto che indagano sulla vicenda, intercettano la chiamata del governatore a Girolamo Archinà, in cui, dopo aver scherzato col dirigente dell’Ilva, gli consegna un messaggio da riferire ai Riva: “Il presidente non si è defilato”. Poi il 15 luglio Vendola incontra i vertici del Gruppo e, secondo l’accusa, tiene Assennato fuori dalla porta come forma di punizione.

Al termine di quell’incontro, Ilva e Regione Puglia concordano l’avvio del monitoraggio diagnostico: una scelta che appare rivoluzionaria, ma in realtà affossa la proposta di Assennato. Nelle intercettazioni si sente Fabio Riva dire al figlio Emilio che il nuovo piano d’azione è basato sul “vendere fumo”: Ilva comunicherà di essere disposta a collaborare con la Regione e questa spiegherà che il rapporto instaurato con l’Ilva è l’esempio da seguire anche con le altre grandi realtà industriali del territorio.

È forse per questo che quella mattina quando la stampa arriva per la conferenza stampa convocata d’urgenza, Assennato appare ai cronisti particolarmente abbattuto. “Ero rassegnato – spiegherà dinanzi alla Corte il 17 maggio 2021 – non per le inesistenti pressioni, ma perché vedevo fallire il mio programma, da medico di sanità pubblica, di risanamento della qualità dell’aria dei Tamburi”. Insomma per l’ex dg dell’Arpa, l’amministrazione Vendola con l’allora assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro avrebbe svuotato “di senso le nostre relazioni” non dando seguito alla proposta di ridurre la produzione di Ilva nei giorni di vento.

Per aver negato anche in aula le pressioni di Vendola, peraltro, anche Giorgio Assennato è tra i condannati: due anni con pena sospesa. “Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna – dice ancora Vendola – Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità”.

Per la Procura, invece, la sentenza di ieri rappresenta “un momento importante per la città di Taranto”. In una nota il procuratore facente funzione Maurizio Carbone ha espresso “grande apprezzamento” per il lavoro svolto dai colleghi Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano: “Oggi possiamo esprimere la nostra soddisfazione per questo primo importante risultato. Leggeremo con attenzione le motivazioni di questa sentenza che rappresenta una svolta storica sul piano giudiziario per la città di Taranto, e non solo”.

Maxi condanne per Riva e soci: l’ex Ilva ha avvelenato Taranto

Taranto è stata avvelenata dalle emissioni nocive prodotte dallo stabilimento Ilva gestito tra il 1995 e il 2012 dalla famiglia Riva. Lo ha stabilito la Corte d’assise di Taranto con la sentenza di primo grado nella quale ha inflitto 26 condanne e 280 anni totali di carcere. Un verdetto pesante, con condanne che superano i 20 anni di reclusione. Al di là dei numeri, la sentenza ha confermato l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere in grado di garantire a Ilva leggi e provvedimenti a essa favorevoli, capaci di neutralizzare la necessità di investimenti costosi per abbattere l’inquinamento o per rendere gli impianti più sicuri per gli operai. L’associazione che aveva al vertice Nicola e Fabio Riva, condannati rispettivamente a 20 e 22 anni di carcere, poteva contare su esponenti del mondo politico, istituzionale, della stampa, delle organizzazioni sindacali, del settore scientifico per concordare soluzioni a basso costo. Tutti alla corte dei Riva.

La logica del massimo profitto al minimo sforzo economico, così, è diventata la causa del disastro ambientale tarantino, dell’avvelenamento di sostanze alimentari che ha costretto le autorità sanitarie ad abbattere oltre 2mila ovini contaminati da diossina e PCB e anche di almeno due incidenti mortali in cui hanno perso la vita due operai poco più che ragazzi: Claudio Marsella e Francesco Zaccaria.

Ieri la Corte d’assise ha presentato il conto. Pesante. Oltre alle condanne per i Riva, il verdetto ha condannato anche una parte della politica: tre anni e 6 mesi per l’ex governatore Nichi Vendola, colpevole di concussione per le pressioni esercitate su Giorgio Assennato, l’ex dg di Arpa Puglia ritenuto troppo severo con la fabbrica. E poi 3 anni per l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido e l’allora assessore all’ambiente Michele Conserva: anche loro avrebbero fatto pressioni sui dirigenti per concedere l’Autorizzazione integrata ambientale alla discarica interna dell’Ilva, che in realtà è stata concessa dopo il sequestro dal governo con uno dei tanti decreti salva-Ilva. La prescrizione invece è intervenuta per numerosi imputati. Tra questi il senatore Nicola Fratoianni, all’epoca dei fatti assessore regionale, che rispondeva di favoreggiamento nei confronti di Vendola e per il quale la Procura aveva chiesto la condanna a 1 anno di reclusione. E prescrizione anche per l’attuale assessore regionale all’agricoltura Donato Pentassuglia, che invece era accusato di favoreggiamento nei confronti di Girolamo Archinà, il potentissimo dirigente che tesseva le trame per combattere i nemici dell’Ilva e che ieri ha rimediato una condanna a 21 anni e mezzo di reclusione.

È stato invece assolto dall’accusa di omissione in atti d’ufficio l’ex sindaco di Taranto Ippazio Stefàno: l’accusa era di non aver adottato alcun provvedimento contro Ilva, nella sua qualità di massima autorità sanitaria del territorio, nonostante fosse pienamente a conoscenza delle “criticità ambientali”. La Procura aveva ritenuto il reato già prescritto, ma la Corte lo ha assolto nel merito perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Assolto anche Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, a capo di Ilva per pochi mesi durante la bufera giudiziaria del 2012.

Il verdetto contiene inoltre le condanne (severe) per i dirigenti dello stabilimento tarantino: pene che vanno da un minimo di 11 anni a un massimo di 21 come nel caso dell’ex direttore Luigi Capogrosso. E infine condanna anche per i membri del cosiddetto “governo ombra”, la rete di fiduciari al servizio di Riva per massimizzare la produzione: a cinque di loro sono state inflitte condanne tra i 17 e i 18 anni di carcere.

La corte ha inoltre accolto la richiesta di confisca dei reparti dell’area a caldo e del profitto incassato grazie agli illeciti amministrativi contestati alle società coinvolte: 2,1 miliardi di euro. Una montagna di denaro cui si aggiungono i maxi risarcimenti che i processi civili dovranno quantificare per le vittime e le istituzioni costituite in giudizio. Oltre 900 in totale: allevatori, mitilicoltori, abitanti del quartiere Tamburi, associazioni ambientaliste, familiari di operai deceduti e di cittadini colpiti da malattie legate all’inquinamento. Uno piccolo esercito di tarantini, che ieri ha sentito più vicino il significato della parola giustizia.

Il professor Cerchiobot

Dobbiamo delle scuse all’emerito Sabino Cassese per aver dubitato della sua arzillitudine. Ultimamente ci era parso un po’ sulle sue, fuori forma ecco. Ma domenica, con un’intera pagina d’intervista alla Stampa, il Capannelle del costituzionalismo è tornato più rutilante e pimpante che pria. Gli han chiesto della governance del Recovery Plan, che quel sincero democratico di Draghi ha accentrato nelle proprie manine e in quelle del fido Franco, con l’ausilio (secondo le ultime stime) di 550 tecnici, e s’è pure dato il potere di commissariare financo i ministri e di relegare il Parlamento a puro arredo ornamentale. Figurarsi, ci siam detti prima di inerpicarci nella lettura, come la prenderà l’emerito, che per molto meno (i Dpcm e lo stato d’emergenza, peraltro tuttora vigente), paragonava Conte a Orbán, l’accusava di “violare la Costituzione” e prometteva che “i Dpcm illegali e saranno bocciati dalla Consulta” (che poi li promosse, ma lui ne desunse che “ha sbagliato il governo”). Quanto al progetto contiano di governance del Recovery, molto più light di quello draghiano, l’attempato leguleio aveva strillato urbi et orbi (ma soprattutto orbi): “Troppi poteri a un solo uomo. Soluzione rococò” (Stampa, 9.12); “Conte è un pirata che usurpa i poteri di ministri e governatori” (Libero, 22.12); “Il governo disprezza il Parlamento” (Libero, 3.1). Ecco perché attendevamo con ansia i suoi taglienti giudizi sulla governance draghiana che, se la contiana era roba da Orbán, dovrebbe ricordargli quantomeno Pinochet.

Invece, sorpresa: “L’accentramento non è esagerato: piano straordinario, tocca al premier”. E le Camere? Sticazzi: “Il Parlamento non può governare l’attuazione del Pnrr”. A saperlo prima, uno si teneva Conte e risparmiava pure, visto che di tecnici voleva ingaggiarne 300, non 550. Ma cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione: “Nell’impianto abbozzato da Conte tutto era affidato all’esterno, lo Stato era solo un attuatore”. Strano: la direzione era affidata al premier e ai ministri del Mef e del Mise, quindi tutto all’interno. Purtroppo l’intervistatore s’è scordato di rammentarglielo. Così l’arzillo misirizzi ha pure aggiunto che la struttura di Draghi avrà “un costo modesto”: in effetti, portando i tecnici da 300 a 550, si risparmia un casino. Questo giurista a intermittenza, come certe insegne al neon, ci ricorda un personaggio di Raiot, affidato da Sabina Guzzanti a Roberto Herlitzka: il professor Ludovico Cerchiobot, che sosteneva tutto e il suo contrario a seconda delle convenienze e concludeva immancabilmente teorizzando la legittimità della censura, perché “diciamocelo: agli italiani piace la frusta”.

Ora ridateci il corpo. La chiamavano adolescenza

Dal 3 giugno in libreria “La pietra oscura” di Marco Baliani, un romanzo per ragazzi (ma non solo) sul potere dei legami e sull’energia che collega mondi e tempi lontani. Abbiamo chiesto all’autore di spiegarci cosa rappresentano, oggi, i legami per gli adolescenti.

Da sempre l’adolescenza mi ha affascinato. Appartiene a quel tempo di metamorfosi del corpo e dello spirito che lascia sgomenti, stupiti, impauriti, sbandati. Un luogo di eccezionali conflitti dove è arduo districarsi, ma proprio per questo un luogo di attrazione, per me, che vivo di teatro e scrittura. Oggi ancora di più, l’adolescenza mi appare come una nebulosa priva di confini, composta di molti sotto insiemi, tra loro spesso divergenti. Per la prima volta nella storia dell’umanità un adolescente ha a disposizione una quantità inesauribile di immagini, quotidianamente rinnovantesi, a cui occorre dedicare anima e corpo per non perderne il flusso.

 

Ma tutta questa abbondanza inaudita viene visionata su un supporto appena più grande di un francobollo. Il mondo così facilmente disponibile è un mondo ridotto, lillipuzianamente ristretto. E comunque, anche quando lo schermo si allarga, è sempre un mondo inscatolato.

Quello che lì dentro si vede è stato già visto, registrato e montato in sequenza da altri occhi e sensi che lo hanno definito una volta per tutte. L’onnipotenza del visibile trasmette sempre un’esperienza vicaria, non diretta.

La contrazione percettiva del mondo comporta altre contrazioni, della parola, del linguaggio, che necessita di tempi ristrettissimi, non c’è spazio per descrizioni ampie di paesaggi interiori o esteriori, neppure per un pensiero lungo, esteso, vince la brevità della sintesi, lo slogan del twitter. La dimensione epica dello spirito, che necessita di orizzonti ampi per esercitarsi sembrerebbe scomparire del tutto.

Camminando in città di venerdì o sabato sera quando i giovani sciamano per le vie del centro, mi accorgo che hanno difficoltà a scansare i corpi che incontrano, si urtano, non cambiano direzione. Non per volontaria sfida di contrasto, ma per mancanza di coscienza della propria corporeità. Mi sembra sia diminuita in sostanza la capacità propriocettiva, meno coscienza dello spazio che il proprio corpo occupa e della relazione tra il corpo e le cose del mondo, compresi gli altri corpi. Se lo sguardo è sempre incollato al piccolo e al basso, rivoltolato in sé stesso, è impossibile alzarlo all’orizzonte e, quand’anche questo movimento avvenisse, l’orizzonte non si percepisce più.

Poi però ci sono le truppe adolescenti dei fagocitatori di fumetti, manga grafic novel, dove l’occhio deve compiere una fatica immaginativa per completare le sequenze frammentate delle singole tavole, una percezione del tutto diversa dalla sintesi accattivante e preconfezionata di Youtube.

Sotto casa mia c’è un grande negozio dove, intorno a cinque lunghe tavole, siedono gruppi di adolescenti che si sfidano in interminabili partite di giochi di ruolo. Qui a vincere è la parola parlata, la costruzione di narrazioni orali che si rinnovano in appuntamenti successivi, una serialità narrativa.

E ancora che dire delle mandrie di onnivori lettori di libri o e-book, che si trovano di fronte al silenzio di una pagina che tocca loro movimentare immaginativamente, di parola in parola. E pare che a compiere questa esperienza siano moltissimi a sentire le tirature delle vendite di questo settore della editoria.

Ci sono poi quelli, non pochi, che hanno cominciato a dire cose inaudite, tipo smettere di consumare, smettere di credere solo nel Pil o nella crescita illimitata, aa occuparsi del futuro ambientale. Non si tratta, per loro, di salvare solo la pelle degli umani, ma dell’intero ecosistema. Un’impresa immensa.

Queste diverse tribù di adolescenti percepiscono mondi diversi? E se si annusano tra loro come avviene l’interferenza, cosa si trasmettono?

In questa pandemia i neuroni specchio sono stati messi in quarantena, ma l’essere umano sa, per atavico istinto, che per esistere ha bisogno degli altri, per un adolescente poi possibilmente di molti altri, ha bisogno di toccarli, percepirli in presa diretta.

E allora accade anche l’inaspettato, che gli adolescenti scendano in piazza a manifestare per tornare sui banchi di scuola. Quello che vogliono in realtà è la possibilità del contatto tra i corpi, vogliono un “corpo” docente che stia lì, faccia a faccia, vogliono potersi urtare, toccare, sfiorare, ridere, insultarsi, relazionarsi.

A questo servono i concerti rock, le movide, le discoteche, luoghi ove poter sfogare le energie represse, dove sfidarsi, cercare legami, conferme, condivisioni delle proprie incertezze.

La compressione subita può poi portare alle derive della rissa collettiva, della tifoseria violenta, per sentirsi ancora vivi, in dimostrazioni eccessive di vitalità quasi primordiale.

Diventare interlocutori di queste tante adolescenze diverse è una bella sfida, creativa e linguistica, e merita l’impegno di tutte quelle adultanzie che per necessità o per curiosità ne vengono a contatto.

La semplificazione di Draghi: abbattere il freno delle regole

Il responsabile “commercio e lavoro” di Forza Italia Giovani Milano ha dichiarato che tra le vittime del disastro della funivia del Mottarone ci sarebbero anche “i gestori dell’impianto”, perché “costretti alla fame da regole assurde e tanto disperati all’idea di dover ritardare la riapertura da arrivare a voler riaprire ad ogni costo”. Insomma, quei quattordici morti non li avrebbe uccisi la criminale avidità di chi voleva aumentare gli utili (comunque cospicui): no, li avrebbero uccisi le “regole”.

Se oggi c’è ancora un’ideologia trionfante è proprio questa: la demonizzazione delle regole. Togliere il freno, dalle funivie all’economia: ecco la soluzione.

Così, il governo di un Paese che nel 2020 ha avuto 1270 morti sul lavoro (nonostante il lockdown), propone il massimo ribasso e il subappalto libero (salvo doverseli poi in parte rimangiare di fronte alla reazione di sindacati e associazioni antimafia): come se la corsa a tagliare i costi del lavoro e le scatole cinesi dei subappalti non avessero come principale “effetto collaterale” l’abbassamento, fino all’annullamento, delle garanzie per chi lavora. Fino allo schiavismo e alla morte, come ha, da ultimo, mostrato la sconvolgente inchiesta di Piazzapulita sul distretto tessile di Prato: un’inchiesta che dovrebbe aprire gli occhi sull’altra faccia del made in Italy, visto che offre una prospettiva agghiacciante di ciò che c’è, non di rado, dietro la retorica trionfante della moda italiana. Chi, per esempio, ricorre con disinvoltura alle sponsorizzazioni che i grandi marchi della moda offrono alle grandi mostre dovrebbe chiedersi come si possa finanziare la cultura con lo schiavismo: dovrebbe rammentarsi del monito di John Ruskin (1860): “Ogni volta che compri qualcosa, prima considera le condizioni di esistenza dei lavoratori che la producono”. Ma alle ideologie dominanti è difficile resistere: e dunque la parola d’ordine non è “corresponsabilità”, ma “semplificazione”.

Nell’ultima versione (entrata in Consiglio dei ministri il 28 maggio) il decreto “semplificazioni” che imposta la “governance del Pnrr” appare come la bandiera stessa di questa ideologia delle mani libere: tanto che potremo chiamarlo, con un acronimo di quelli che oggi piacciono tanto, Dclr – Decreto contro le regole.

Il nucleo ideologico è sempre lo stesso: dalla Legge obiettivo di Berlusconi allo Sblocca Italia di Renzi si costruiscono procedure speciali, commissariamenti, silenzi-assensi per aggirare le regole in nome di urgenze eccezionali e interessi strategici. Naturalmente, sempre giurando di voler rispettare ambiente e paesaggio: ma se fosse vero, basterebbe far funzionare le regole che ci sono (e che garantiscono tutti), per esempio assumendo personale e formandolo adeguatamente. Invece, con le procedure eccezionali si fanno le Grandi Opere che stanno a cuore al governo di turno: in genere con eccezionali profitti privati, eccezionali danni ambientali e scarsissima, o nulla, utilità pubblica.

Nella semplificazione “variante Draghi”, la tutela del patrimonio culturale viene letteralmente massacrata: si crea il monstrum giuridico di una controllabile Soprintendenza speciale incardinata a Roma che tratterà tutti i progetti del Pnrr che riguardano più di una soprintendenza (ma che potrà avocare anche gli altri), anche avvalendosi di “esperti” esterni (leggi: cavalli di Troia); il “dissenso” delle soprintendenze verrà “risolto” direttamente dal Consiglio dei Ministri; per gli impianti di energia rinnovabile spariscono di fatto le aree contermini a quelle vincolate (cioè si potranno mettere pale eoliche enormi nell’area visiva, per dire, di Castel del Monte o della Sacra di San Michele); il silenzio assenso se lo certificherà direttamente il privato, e il tempo per annullare autorizzazioni illegittime scende ancora; sulle foreste vincolate (come la dantesca Pineta di Ravenna) si potrà intervenire senza autorizzazione; e per decidere se autorizzare l’Alta Velocità a sventrare mezza Magna Grecia non si potrà prendere più di una manciata di giorni. Nei fatti, l’articolo 9 della Costituzione è sostanzialmente sospeso per le opere del Pnrr.

Se lo “sviluppo sostenibile”, del resto, è rimasto fuori dal testo (per ora) che si vorrebbe aggiungere proprio all’articolo 9, basta e avanza l’inutile emendamento che menziona l’ “ambiente” ad aprire il varco mortale con cui pale eoliche e pannelli fotovoltaici saranno messi là dove non dovrebbero stare, al largo delle Egadi o sui crinali appenninici, devastando il paesaggio. E questo è un caso particolarmente raffinato della deregolamentazione: quando le regole non si possono cancellare o abbattere, si possono mettere però l’una contro l’altra (per esempio: energie rinnovabili contro paesaggio), facendole implodere.

Non per caso questa riforma costituzionale “ambientalista” è proposta dal Governo che scatena le trivellazioni, resuscita inceneritori e nucleare e apre la porta al Ponte sullo Stretto.

“Non siamo avidi, solo ricchi. Al business non si comanda”

Flavio Briatore, multiforme imprenditore con residenza fiscale nel principato di Monaco, e Massimo Calearo, vicentino, capo di un’azienda che fa affari nel mondo.

Briatore: “Io sono ricco ma non sono avido”.

Calearo: “Posso dire? Io anche un po’ generoso”.

Eppure voi ricchi siete spietati. Non vi bastano mai i soldi, sempre di più e di più. Briatore: Ma se li ho dati anche al San Raffaele? Quando faccio business devo però essere concentrato.

Calearo: Per essere generoso devi avere i soldi. Quindi prima devi farli. Dicevo ai miei genitori, veneti e cattolicissimi che avevano sempre la parrocchia in testa: prima mettiamo da parte i quattrini.

Il disastro di Stresa è un monumento all’avidità. Briatore: Ma quella è pazzia!

Calearo: Sono dei malati!

Malati, quindi. Calearo: Noi veneti siamo più tignosi, forse più feroci nella voglia di riuscire perché i nostri nonni erano poveri, quindi c’è questa molla dentro di noi, questo spirito guerriero, questa fame.

Memorabile Briatore quando propose di fare del Salento un resort di lusso. Briatore: Se fai venire in vacanza il povero ti lascia povero. Se ospiti il ricco ti fa diventare ricco.

Lei declinava i principi dell’altruismo ai pugliesi. Briatore: Ci vogliono hotel a cinque stelle, gente che investe. Il brand famoso chiama turisti che possono spendere e questo smuove un po’ tutto. È così difficile da capire?

Vuole un Billionaire ovunque. Briatore: Il Billionaire non è affatto caro. Le dico: a Dubai, dove ho un locale, una coppia di sposini non aveva il coraggio di metter piede, temeva che li spennassimo. Invece li abbiamo invitati e si sono accorti che con 180/200 euro si trascorre la serata.

Quegli sposini lo ricorderanno per sempre. Briatore: Formula base. Poi se vuoi lo champagne da seimila euro te lo diamo.

Calearo: Noi veneti non siamo esibizionisti. I meneghini, i parmensi girano con le Ferrari. Noi preferiamo tenerla in garage. Non siamo gente che ostenta.

Briatore: Adesso sono al Forte dei Marmi. Al Twiga si riprende finalmente. Avrei in mente di fare un hub vaccinale, così togliamo di mezzo la paura e ripartiamo.

Calearo: L’anno scorso abbiamo perso parecchio, soprattutto per via di un nostro stabilimento in Tunisia che ci ha dato tanti problemi. Ma quest’anno corriamo, il fatturato cresce.

Un lettino al Twiga? Briatore: Se non vuoi cose particolari con un centinaio di euro te la cavi. E con altri sessanta euro ti fai un bel lunch.

Se non hai in tasca nemmeno 160 euro, amen. Briatore: Non mi dica che sono prezzi enormi. L’azienda costa.

Calearo: Capiamoci. L’azienda non si mantiene se i ricavi non sono al livello che attendi. Poi il resto lo fa il talento.

Briatore: Molto lo fa il talento. Nel Salento non mi hanno capito, io dicevo delle cose abbastanza chiare.

Lei diceva di far andare i ricchi e mandar via i poveri. Briatore: Il povero mangia se c’è il ricco che lo fa mangiare. Lavora se c’è l’imprenditore che investe.

Si diventa ricchi anche sfruttando il lavoro, a volte anche fregando la legge. Calearo: Diciamoci la verità, noi veneti facciamo pazzie per gli schei. Però nessuno resiste con le mani in mano. Coniughiamo la disciplina asburgica con la fantasia dei meridionali. Siamo i migliori.

Briatore: Sa cosa sto pensando? Che al Twiga potremmo vaccinare i nipoti e i loro nonni. Anzi: a te giovane ti vacciniamo se porti anche tuo nonno.

Al Twiga? Briatore: all’hub del Twiga. Senza vaccinazioni a tappeto l’economia non gira come dovrebbe, il turismo non libera tutte le sue energie.

Calearo: Non sono più mondialista, non credo all’economia globale.

Non ha stabilimenti in Tunisia e Slovacchia? Calearo: Vede? Mi sto seriamente ricredendo.

“Bellissimo, non dovevi!” Regali, cicli e ricicli. Quando l’effetto boomerang coglie di sorpresa

Che differenza c’è tra un regalo nuovo e uno riciclato? Nessuna. Sempre che non si venga scoperti. E lì, ci vuole un’arte particolare, a cominciare dal modo con cui si consegna l’oggetto riciclato; bisogna avere negli occhi l’entusiasmo di chi sta facendo un dono pensato, scelto, unico, scovato chissà dove, forse in un negozietto di Parigi, o in un mercato di Saigon “… perché tu sei perfetta per questo regalo! Non so come hai fatto fino a oggi a farne a meno”. La minima incertezza, o anche solo un piccolo calo di entusiasmo al momento della consegna, può generare dubbi e delusione nel beneficiario: “… Bellissimo, non dovevi!”. Ma tu sai che il ricevente sta pensando “… ma cos’è ’sta schifezza? Questo appena posso lo riciclo”. Eh sì, perché nella maggior parte dei casi il riciclo viene a sua volta riciclato e non una volta sola, diventa “triciclo”, e poi “quadriciclo”, “quinticiclo”, e può anche capitare che, magari dopo anni, ritorni nelle mani del primo che se ne è liberato. Tempo fa mi capitò di imbattermi in un riciclone totale, non ricordo neanche com’era arrivato a casa mia, uno di quegli oggetti che non dovrebbero esistere, che andrebbero vietati per legge: un porta-baguette, quel pane francese che fra l’altro in italia pochissimi frequentano.

Subito pensai a come sbarazzarmene, e alla prima occasione, lo ammollai a una amica che non mi era neanche tanto simpatica, presentandolo come una delle sette meraviglie del mondo che solo lei, la mia non amica, aveva il “diritto di avere”. Nessuna reazione, uno sguardo perso nel vuoto , quasi disperato, poi con un filo di voce, la mia non amica mi disse: “Ti ringrazio è bellissimo, però come vedi…”, mi indicò uno scaffale dove campeggiavano 6 porta-baguette perfettamente uguali. Da quel momento quella mia non amica è uscita per sempre dalla mia vita, credo abbia sposato un fornaio!

 

Paolo Mieli viviseziona il Ventennio: “L’eco gelido del Duce risuona ancora oggi”

Il progetto di questo nuovo libro dell’infaticabile officina di Paolo Mieli (Fascismo dalla nascita alla’eredità politica, Bur-Rizzoli, 2021) non è giudicare il fascismo ma conoscerlo. E riconoscerlo anche quando si spaccia di nuovo come il futuro.

Si tratta di un identikit, non di un racconto, sia pure fondato sulla storia. L’autore non permette alla sua scrittura, pedagogicamente priva di giudizi e di interpretazioni, di spostarsi dal resoconto al racconto, e di coinvolgere il lettore in responsabilità ideologiche o giudizi morali. Mieli sceglie un’altra strada. Il fascismo è osservato con gelida estraneità ma anche con ostinata attenzione ai dettagli; affinché l’evento, tuttora misterioso, di una violenta e crudele trasformazione del mondo (intesa come distruzione e sgombero ma del tutto priva di immagini e idee sul che fare) sia l’unico aspetto davvero rilevante di un complesso fenomeno storico.

Nel libro inventario di Mieli non sono trascurati i particolari, gli eventi e i personaggi minori, il mormorare succube dei gregari. Mussolini è visto con lo sguardo freddo e lontano del presente, come in una registrazione in cui non manca il boato di approvazione della folla e le voci di un Paese spezzato. Le vittime ci sono, non come rimpianto o celebrazione, ma come elenco completo, seguendo con attenzione gli strati della fascistizzazione mentre diventa ricca e borghese, ma non sa distaccarsi dall’unico Dio del fascismo (un Dio della persecuzione, della sottomissione, della morte).

Qui – nel libro di Mieli – diventano chiare le due parti oscure dei fascismi: il bisogno di morte (e non importa che non ci sia guerra o catastrofe intorno), e il ripudio della libertà. Il primo – lo capisci leggendo attraverso i decenni del potere fascista, borghese-monarchico e, poi, rivoluzionario di Salò – è l’impossibilità di convivere con altre idee e altri valori estranei al fascismo o antifascisti. Non può che trattarsi di tradimenti. Il secondo dimostra che non può esistere un Paese che sia “anche” fascista, come dimostrano Polonia e Ungheria. Fino ad ora le condizioni storiche sospendono le nuove esecuzioni, ma si vede e si sente che la necessità di eliminazione pende su tutti i sospetti di antifascismo.

Tocca a un libro del tutto privo di prontuari ideologici e composto quasi solo di accurati tabelloni del fascismo e dei fascisti nel tempo (e fino ai giorni nostri) di avvisare che niente è finito. E che vale la pena di osservare con attenzione i tempi in cui viviamo. O vogliono farci vivere.

 

Risparmio gestito. Piani di accumulo capitale, il vizio d’origine tra durata e alte commissioni

Molti insulti, molto onore. E parecchi me ne arriveranno per questo articolo da quanti sistematicamente si arricchiscono a danno dei loro clienti. Sono 50 anni che bancari e sedicenti consulenti finanziari accalappiano i piccoli risparmiatori con una formula chiamata “pac”, piano di accumulo di capitale. Ovviamente di per sé non è sbagliato accantonare regolarmente risparmi, comportamento previdente del proverbiale buon padre o madre di famiglia. Col termine pac si intendono però specifici prodotti del risparmio gestito, sottoscrivendo i quali uno si impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per dieci anni, in un determinato fondo comune o altro contenitore: fondo pensione, etf o polizza. Comunque di una ben precisa società. Molte sono le loro magagne. Per cominciare dalle commissioni micidiali sulle prime rate, pari anche all’80 per cento delle somme versate. Sono andate avanti così per decenni, prima di essere ridotte.

Altra magagna è il trasformismo alla “Fregoli” dei contenitori destinatari dei versamenti: uno sceglie per 20 anni un fondo azionario e questo prima diventa bilanciato e dopo magari qualcos’altro ancora. Non parliamo poi delle sostituzioni dei gestori e/o della società controllante. Insomma, gli cambiano impunemente le carte in tavola. Ma il vizio di origine per cui i pac sono da bocciare di sana pianta è un altro. Nell’ambito delle decisioni un principio basilare è assumerle il più tardi possibile: più avanti si va col tempo, più si hanno informazioni. Non si decide ora un’escursione in montagna per il 18 luglio prossimo, ma il giorno prima se non la mattina stessa, in base al tempo.

È assurdo fare una scelta molto circostanziata, come investire in un ben determinato fondo comune o fondo pensione, a valere per anni e anni, anzi decenni. Non sappiamo come saremo messi dopo l’estate, figuriamo nel 2028 o nel 2035. Così per esempio dieci anni fa magari uno aveva sottoscritto un pac in un fondo monetario sintonizzato su rendimenti del 3%; ora i suoi risparmi continuano a confluirvi, però con rendimenti attesi negativi.

Le organizzazioni di vendita sono specializzate nello sbandierare confronti artefatti, da cui appare la convenienza di tale formula d’investimento. E i giornali premurosamente li riportano nelle pagine di consigli, come fossero oro colato.

Benché non vincolino legalmente ai versamenti, i pac riescono a creare un automatismo. Cioè a intrappolare psicologicamente il cliente, per raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo. Convengono così tanto a chi li vende, che c’è una società (Fidelity) che sorteggia smartphone da 630 euro fra chi li sottoscrive.

Conclusione operativa, meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i pac sottoscritti. Poi si vedrà.

 

 

Il rock dei Maneskin manda in tilt i francesi: ma che vi siete fumati?

 

BOCCIATI

Amici mai. Bugo porta Morgan in tribunale. Marco Castoldi è stato citato in giudizio a Milano da Bugo e dagli autori del brano “Sincero” per quanto avvenuto al Festival dello scorso anno, con il testo della canzone cambiato e la squalifica dalla competizione. Richiesta di risarcimento: 240mila euro. Volevano restare sotto il tetto dei compensi Rai.

Cartellino rosso/1. Alla vigilia della “Partita del cuore” giocata a Torino il 24 maggio e trasmessa su Canale5, Aurora Leone dei The Jackal ha pubblicato un post per raccontare che, durante una riunione con la Nazionale Cantanti, Gianluca Pecchini, direttore generale della Nazionale Cantanti, insieme a un altro dirigente, avrebbe cortesemente invitato Aurora ad andarsene, perché donna. Lei ha provato a protestare, spiegando di essere stata invitata, tanto che le avevano persino chiesto la taglia dei completini. È, giustamente, scoppiato il finimondo: Eros Ramazzotti ha deciso di non scendere in campo, ed Enrico Ruggeri, presidente con Ramazzotti della Nazionale Cantanti, ha invitato Aurora Leone a partecipare. I due dirigenti sono stati cacciati, la partita del cuore ha fatto il 9 per cento in prima serata (non proprio uno share da festeggiare). Speriamo che abbiano imparato la lezione: è uno sport per signorine.

Cartellino rosso/2. Dopo due settimane di indagini, l’Uefa ha comunicato di aver aperto un procedimento disciplinare contro Juve, Barcellona e Real Madrid per il progetto Superlega, per una potenziale violazione del protocollo legale.

Tais-toi. Non so se ve ne siete accorti, ma i Maneskin, vincitori del “Sanremo Covid 71”, hanno trionfato anche all’Eurovision Song Contest (competizione che nessuno si è filato mai, prima di quest’anno). Giornali, siti e social ci hanno campato per giorni, scassando i cabassisi all’intero orbe terracqueo. Anche perché a un certo punto è iniziata a circolare l’ipotesi che Damiano avesse sniffato coca durante la diretta. La tesi è stata avvalorata da Paris Match e un presentatore tv famosissimo (che è tipo il loro Fiorello) ha chiesto la squalifica della band… E’ intervenuto persino il Ministro degli esteri, Jean Yves Le Drian: come si dice “rosicare” nella lingua di Proust? Manco ai “Giochi senza frontiere” si sentivano queste sciocchezze da bambini viziati. Comunque Damiano ha risposto immediatamente rendendosi disponibile a un test anti-droga, risultato poi negativo. La nostra vera rockstar mondiale, Vasco Rossi, ha pubblicato un post definitivo: “Testatevi voi, bigotti”. Testatevi e tacete. Ma siccome il comandante è anche uomo di spirito (oltre a stimare i Maneskin, di cui ha detto: “Siamo gli ultimi ribelli rock. In loro sento quella voglia di andare contro l’omologazione che provavo io. La loro ‘Zitti e buoni’ è la mia ‘Siamo solo noi’”) ha pure postato una foto di Mick Jagger e Keith Richards con la scritta “Faremo il test antidroga”.

 

NON CLASSIFICATI

Squadra che vince si cambia. Mister Antonio Conte non è più l’allenatore dell’Inter. Ci mancherà la sua simpatia.

The Front Page. Elliot Page si mostra sorridente, per la prima volta su Instagram in costume da bagno dopo l’intervento di rimozione del seno con la frase “Trans è bello”. La foto ha ricevuto oltre 2 milioni di like e commenti di celebrità che lodano il nuovo aspetto. Page, 34 anni, aveva rivelato a dicembre di essere trans chiedendo di riferirsi alla sua persona con il neutro “loro”. Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace.