C’è un fenomeno strano che in Italia si manifesta ai primi caldi estivi: la natura si risveglia così come la prospettiva degli imprenditori agricoli di raccogliere quanto seminato. E allora si preparano i campi e d’improvviso, quasi che temano di poter guadagnare qualcosa, i lavoratori scompaiono. “Facciamo fatica a trovare manodopera in agricoltura”, spiegano disperati i padroni dei campi, proprio come fanno nello stesso periodo ristoratori e albergatori. Non si tratta, pare, di un fenomeno naturale, ma antropologico: in giro ci sono solo disoccupati fannulloni e giovani che se ne stanno comodi col loro Reddito di cittadinanza e non hanno voglia di lavorare.
Già l’anno scorso i titoli dei giornali urlavano l’allarme delle imprese, persino più alto perché la chiusura delle frontiere impediva di importare le braccia sufficienti. Fu l’occasione per chiedere il ritorno dei voucher iper-semplificati e quindi più flessibilità in un settore che già impiega 9 stagionali ogni 10 addetti. Tutto si risolse rapidamente: dopo poco le urla datoriali si sedarono, la Coldiretti anche. Tutto sembrò risolto.
oggi, che tornano le urla, amplificate non di rado da commentatori e politici, torna utile analizzare i numeri del 2020. I dati non solo raccontano che frutta e verdura sono stati regolarmente raccolti, salvati dal macero all’epoca dato per certo, ma addirittura che in alcune regioni – anche quelle da cui sono arrivati gli allarmi più forti – la produzione è aumentata e pure l’export. E dove c’è stata produzione, logica vuole ci sia stata anche la manodopera: dunque più giornate di lavoro e più braccianti. Detto in altro modo: più lavoro nero complici il flop della sanatoria voluta dall’allora ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e la scarsa operatività dell’Ispettorato del Lavoro che ha dovuto ridurre i controlli.
Ma andiamo con ordine. La crisi dovuta al Covid ha ovviamente colpito anche l’agricoltura. Secondo l’Istat, la produzione del 2020 in Italia si è fermata a 56,9 miliardi di euro, con riduzione del valore aggiunto dell’1,2%. La stagione turistica più corta ha contratto la domanda soprattutto di alcuni beni come il vino, che in genere arriva da hotel, bar e ristoranti (il circuito Ho.re.ca.). Un calo, però, tutto sommato contenuto, anzi: i dati mostrano che alcune Regioni hanno resistito bene e i numeri sono pure cresciuti rispetto al 2019, almeno nelle esportazioni.
È il caso della Puglia: l’export di prodotti da agricoltura, silvicoltura e pesca è salito di 79,5 milioni di euro, superando i 500 milioni, come emerge da un’indagine dell’Unioncamere sull’impatto del virus sull’economia pugliese. Il report definisce però “spiazzante” il fatto che, malgrado la buona performance nel commercio estero, la forza lavoro si sia ridotta di ben 8.277 unità. “Su questo versante – si legge – valgano però due considerazioni. La prima è che l’agricoltura in ogni parte d’Italia reagisce spesso alle situazioni di incertezza attraverso il ricorso al sommerso. La seconda considerazione invece riguarda la minore disponibilità di manodopera, anche straniera, a seguito di politiche restrittive in materia di immigrazione”.
Sembra che soprattutto le incognite dovute all’emergenza sanitaria abbiano spinto le imprese verso il “nero” più del solito. Secondo il rapporto annuale dell’Ispettorato del Lavoro, il tasso di irregolarità dell’agricoltura pugliese è del 58,95%: 688 ispezioni irregolari su 1.167 definite; 530 lavoratori in nero trovati e 162 casi di caporalato. “Sulla regolarizzazione non avevamo dato un giudizio positivo, anche se condividevamo la battaglia – spiega Pietro Buongiorno, segretario UilA in Puglia – I numeri nella nostra Regione sono stati esigui. Non ha funzionato perché era in mano ai soli datori e non consentiva al lavoratore di denunciare e far emergere il nero: le imprese che volevano continuare a lavorare nell’illegalità hanno potuto farlo”.
Daniele Iacovelli della Flai Cgil Foggia fa notare che le aziende hanno “un modus operandi standardizzato, durante l’emergenza sapevano che c’erano meno controlli”. E aggiunge: “Non sono convinto che il nero sia aumentato durante la pandemia, più che altro perché era già prima a un livello molto alto”. In genere nei campi non si ricorre all’irregolarità totale: spesso si dichiarano meno giornate rispetto a quelle effettuate nella realtà, risparmiando su assicurazioni e contributi, una sorta di “grigio”. Gli effetti della sanatoria della Bellanova sono stati sostanzialmente nulli ovunque: solo 30 mila domande in tutta Italia erano riferite ai braccianti e solo poche centinaia sono state accolte.
In Campania, invece, la produzione totale è cresciuta di circa 70 milioni, da 3,79 a 3,86 miliardi dice l’Istat, ma l’occupazione è calata per gli indipendenti e rimasta uguale per i dipendenti. Il tasso di irregolarità rilevato dagli ispettori è al 66,4%. Le verifiche, va specificato, sono mirate, arrivano dopo attività di intelligence, perciò le percentuali non possono essere prese come una statistica a campione. Offrono tuttavia un’importante indicazione su un fenomeno ovviamente difficile da quantificare.
Anche in Veneto le cose sono andate bene per le aziende agricole: essendo cresciuta di circa 45 milioni sul 2019, la produzione ha superato i 6,3 miliardi e il numero di occupati conteggiato dall’Istat è salito di 6mila unità. L’incremento delle assunzioni è testimoniato anche dai dati dell’osservatorio Veneto Lavoro, per cui gli ingressi sono passati da 77.659 a 78.402. Una circostanza curiosa, visto che la Regione del Nord Est era tra le più attive nel recriminare la carenza di manodopera: alla fine ha avuto a disposizione più braccia che negli anni passati e gli affari sono migliorati. Questo, però, non vuol dire che non si sia fatto ricorso anche al lavoro nero: su sole 200 ispezioni definite, 136 hanno permesso di riscontrare violazioni per un tasso di irregolarità del 68%. Gli addetti in nero trovati sono stati 163 e, di questi, 18 erano extra-comunitari senza permesso, che pure si sarebbero potuti regolarizzare con la norma Bellanova.
Altro territorio con imprenditori parecchio agitati un anno fa era il Lazio. Qui la Regione aveva anche provato a venire loro incontro con un’app che favoriva la ricerca di personale agricolo. Un progetto che voleva anche contrastare l’intermediazione illecita ma che, dopo mesi dal lancio, ha registrato l’iscrizione di sole cinque aziende, a fronte di centinaia di disponibilità da parte di disoccupati. L’occupazione dipendente nei campi laziali è comunque aumentata di 6 mila unità, la produzione ha portato 78 milioni in più rispetto al 2019. La vigilanza ha definito solo 193 ispezioni e in 121 ha trovato irregolarità (tasso di violazione al 62,7%). Lavoro nero per 139 persone, 258 casi di caporalato o sfruttamento. Le paghe, infatti, sono da fame ed è alto il rischio di finire in nero almeno “per metà”.
Basti pensare che in agricoltura la media è di 80 giornate a testa e ci sono circa 150mila braccianti per i quali ne vengono dichiarate meno di dieci all’anno. Il cosiddetto part time involontario incide per il 72%. A conti fatti il lavoro c’è e i lavoratori pure, ma sono sottopagati, irregolari e socialmente invisibili: così possono essere sfruttati meglio, mentre si continua a lamentarsi dei fannulloni.