Madre natura vota Lega? Pillon, Spirlì e il sesso: il Medioevo alla riscossa

 

BOCCIATI

Peccato che sia femmina. “L’università di Bari spinge per far iscrivere ragazze a corsi di laurea tipicamente frequentati in prevalenza dai ragazzi. È naturale che i maschi siano più appassionati a discipline tecniche, tipo ingegneria mineraria per esempio, mentre le femmine abbiano una maggiore propensione per materie legate all’accudimento, come per esempio ostetricia”: se non sapessimo con quanta disinvoltura le genera da sé, scommetteremmo che quando Simone Pillon partorisce simili trovate, attorno al suo letto di travaglio, una pletora di ostetriche si premurino di assisterlo. Chissà se la maieutica, come metodo socratico per far nascere le risposte, appartiene ancora alle propensioni femminili; o se quando bisogna dare alla luce i pensieri al posto dei bambini torna ad essere appannaggio maschile. Il senatore ha dato autonomamente alla luce anche quest’ulteriore perla, in calce alla riflessione: “La cosa divertente è che proprio sulla base della stessa ideologia Gender, orgogliosamente propugnata dal ddl Zan, agli studenti maschi basterà autopercepirsi come femmine per i pochi minuti necessari all’atto dell’iscrizione per poter beneficiare legalmente dello sconto…”. Chissà se anche alle studentesse femmine basterà percepirsi maschi per i pochi minuti necessari all’atto dell’iscrizione per poter propendere verso quello che decidono loro e non verso ciò che propugna l’autonominato portavoce di Madre Natura.

Voto 4

 

NON CLASSIFICATI

Parole contro. “Esistono gli stati d’animo che disprezzano, non le parole, fra poco dovremo stare attenti a come respiriamo per non finire in tribunale. Si può usare la parola frocio? Sì, se non è usata in modo dispregiativo la userò e continuerò a usarla. Se noi la utilizziamo per un gioco o perché la leggiamo in un libro corriamo il rischio di essere accusati. La legge Zan è un capestro, una forca caudina. Cerca di tappare la bocca e impedire la libertà per cui abbiamo combattuto duemila anni e adesso dobbiamo stare attenti a quello che diciamo. Vi rendete conto che già non possiamo utilizzare parole come zingaro, negro, siamo alla follia. Le parole non sono armi, se non quando caricate a pallettoni da chi le pronuncia”. Credere al fatto che queste parole siano state pronunciate da un omosessuale che non fa mistero della propria omosessualità riesce davvero difficile, ma per sospendere l’incredulità è sufficiente sapere che si tratta di Nino Spirlì. L’attuale presidente della Calabria si è già distinto in passato per i suoi eccessi verbali contro quello che lui ritiene essere il politicamente corretto: “Userò ‘negro’ e ‘frocio’ fino alla fine dei miei giorni”, aveva affermato poco prima di sostituire la scomparsa Iole Santelli alla guida della Regione. Spirlì è una figura eccentrica, che si è sempre fatta vanto dell’apparente contraddizione tra le proprie scelte personali e le proprie posizioni politiche radicalmente conservatrici, eppure stupisce come un uomo che non può non conoscere la brutalità di alcune offese e l’efferatezza della discriminazione legata all’orientamento sessuale, finga di non sapere. Chissà se quando resta solo con se stesso, trova che il mondo del ‘frocio’ gridato al prossimo sia davvero il mondo migliore possibile. Purtroppo non lo sapremo mai.

 

Classifica reale. Il Crotone di Messias&Simy straccia la Juve di Dybala, Rabiot e Ramsey

Leggere la classifica del campionato di serie A è esercizio facile: Inter punti 91 campione d’Italia, Milan 79 e Atalanta e Juventus 78 in Champions league, Napoli 77 e Lazio 68 in Europa league, Roma 62 in Conference league. Retrocedono in serie B: Benevento con 33 punti, Crotone con 23 e Parma con 20. Tutto chiaro? Tutto scontato? Non direi. Perchè i modi di leggere i numeri possono essere tanti: quello che ora vi propongo è il modello meritocratico che considera il rapporto tra il monte-stipendi di ogni club di serie A e i punti conquistati sul campo.

Converrete infatti che avere una rosa di giocatori da 200 e passa milioni netti di ingaggio (vedi Juventus) non sia lo stesso che avere una rosa da 17 milioni (vedi Spezia e Crotone), squadre cioè 12 volte meno costose. Calcio & Finanza ha avuto un’idea bellissima: avvalendosi dei dati ufficiali Figc relativi agli stipendi netti erogati dai club di serie A, ha stilato la classifica di chi ha speso meno per ogni punto conquistato in rapporto al monte ingaggi. Ebbene: a vincere lo scudetto del “far di conto” è stato lo Spezia i cui punti in classifica (39) sono costati in media 440 mila euro l’uno. Con lo Spezia, in Champions sono finiti il Sassuolo (490 mila a punto), l’Atalanta (500) e il Verona (520). All’Europa league sono approdate Sampdoria (570) e Udinese (610) e in Conference league è finito il Crotone (740). Vi domanderete: e la lotta per non retrocedere com’è andata? Tenetevi forte. All’ultimo posto troviamo infatti la Juventus che a fronte di un monte-stipendi di 204,96 milioni netti ha speso 2,63 milioni per ogni punto conquistato (i 78 che le sono valsi il 4° posto reale); al penultimo posto la Roma che a fronte di un monte-ingaggi di 109,88 milioni ha speso 1,78 milioni per ogni punto in classifica (i 62 del suo 7° posto). Terza retrocessa il Parma (1,74 milioni) con l’Inter e il Napoli salve per miracolo: la brigata guidata dall’ex comandante Antonio Conte si è piazzata 17^ con un costo-punto di 1,45 milioni mentre i soldati di Rino Gattuso – costo-punto 1,35 milioni –, sono finiti sedicesimi.

Restringendo l’analisi alle 7 Sorelle che nel campionato reale si sono contese scudetto e piazzamenti Uefa, le risultanze sono sempre molto interessanti. Chi esce promossa a pieni voti è l’Atalanta che con un monte-stipendi di 38,96 milioni, il 10° della A, inferiore anche a quelli di Cagliari, Torino e Fiorentina, sbaraglia la concorrenza: ogni punto le è costato, come già detto, 500 mila euro, la metà esatta del Milan (1,01 milioni), secondo in questa graduatoria ristretta. Seguono la Lazio (1,10 milioni a punto), il Napoli (1,35), l’Inter (1,45), la Roma (1,78) e la Juventus (2,63).

Per puro divertissement sono poi andato a spulciare gli stipendi dei singoli giocatori mettendoli in rapporto ai gol messi a segno da ognuno. E ho visto ad esempio che Simy, stipendiato dal Crotone a 600 mila euro netti, ha segnato 20 gol: lo stesso numero che si ottiene sommando i gol di Morata (11) e di Chiesa (9) cui la Juventus corrisponde un ingaggio di 5 milioni netti ciascuno. In quanto all’altra stella del Crotone, il brasiliano Messias, che ha uno stipendio di 110 mila euro (avete capito bene: centodiecimila), ha segnato 10 gol: quelli che si ottengono sommando i gol di Dybala (4: ingaggio 7,3 milioni), Rabiot (4: ingaggio 7 milioni) e Ramsey (2: ingaggio 7 milioni). Come si dice in questi casi: vai avanti tu che mi scappa da ridere.

 

Michela l’eclettica e il mondo dei volontari. “Basta chiedere, noi siamo sempre pronti”

La vidi per la prima volta in università a una lezione di mezzo pomeriggio, quando entrò in aula una giovane signora dai lunghi capelli ricci e ramati, con andatura da tailleur e tacchi. Né l’età né l’abbigliamento erano quelli di una studentessa. Sembrava interessatissima alla materia, educazione alla legalità. Pensai fosse il solito cittadino/a che per curiosità mette il naso nelle lezioni, per scivolare poi altrove. Lei invece fece tutto il corso, se ricordo sostenne anche una prova scritta. Ma, appunto, non era una studentessa. Mi spiegò che cavava con qualche fatica le lezioni dal suo tempo di lavoro, essendo responsabile della sede italiana di una associazione inglese che si occupa della cecità nei paesi in via di sviluppo. Non aveva nulla a che fare con Scienze politiche. Si era laureata in Storia dell’arte a Pavia. Era solo interessata a distanza ad alcune esperienze di recupero di minori. L’anno successivo seguì un altro mio corso, ora di pranzo. E si appassionò al tema della mafia, stabilendo contatti con diversi studenti che se ne occupavano a tempo pieno.

Fu così che Michela Ledi, questo il suo nome, è diventata volontaria della scuola di formazione intitolata ad Antonino Caponnetto, il capo del celebre pool di Falcone e Borsellino. E l’idea che me ne sono fatta è che di persone come lei le città dovrebbero essere piene. Nel senso che rappresenta il popolo largo dei volontari. Ci sono infatti i volontari “professionali”, come i pensionati che continuano a offrire gratuitamente le loro abilità o gli appassionati che per decenni si dedicano a un loro specifico tema. Ma ci sono poi quelli che in un cerchio più esterno e mobile sono disponibili a offrire lavoro gratis ovunque e quando ce ne sia bisogno, si tratti di grandi nevicate, di alluvioni, di istituzioni o buone associazioni in sofferenza, di ondate migratorie, o di grandi iniziative di valore simbolico. Sono quelli a cui basta chiedere e ci sono. Ecco, questa signora benemerita appartiene al cerchio mobile, quello che a volte è decisivo. Ha d’altronde cultura, disponibilità a imparare, capacità relazionali e disinteresse tali da metterla in condizione di trasferirsi dalla salute al carcere alla formazione.

Figlia di un artigiano capace di passare dalle barche agli strumenti musicali, ha messo la stessa poliedricità nel suo “farsi prossima”. Oltre a essere manager di “Sightsevers Italia Onlus”, che qualcosa con l’altruismo ha comunque a che fare, dedica tempo gratuito agli ospiti di San Vittore. “Andai per curiosità a sentire in parrocchia un discorso di don Ciotti sulle Beatitudini. Disse ‘non basta commuoversi, bisogna muoversi’, e io decisi che mi sarei occupata dei carcerati, qualcosa che avevo un po’ nel retrocervello, dal momento che la privazione della libertà mi sembra la cosa più terribile. Il Covid ha un po’ allentato tutto, ma riprenderò appena possibile i miei colloqui settimanali di accompagnamento con detenuti di vari reparti”. A questo aggiunge i progetti di formazione civile di Radio Popolare e della Scuola Caponnetto, in cui copre con continuità ruoli di organizzazione e comunicazione. Senza contare la correzione delle bozze che assicura a riviste senza mezzi. Mentre negli anni novanta dedicò quasi un decennio al Vidas, l’associazione che interpreta sul campo il grande progetto medico di terapia del dolore, lavorando lì nell’ufficio raccolta fondi.

Dice: e poi? Legge, legge moltissimo. È ottima consulente per i romanzi stranieri come per i saggi sulla mafia e sulla corruzione E soprattutto per i libri d’arte. Tenendo però sempre tutto insieme. I preziosi strumenti musicali del padre, una chitarra e due ukulele, ad esempio, li ha regalati a un’orchestra di Marsala. Ma la ragione è un progetto di recupero dei minori. E ora ditelo, non sarebbe bello se le città fossero piene di persone così?

 

L’Italia dei “Figliuoli”. Vietati i buffet, pranzi e cene al chiuso: “Fatta la legge, ecco l’inganno”

 

Truffe d’amore: “Ho sperperato i miei soldi e tradito mia moglie”

Cara Selvaggia, mi chiamo Massimo e ho 33 anni. Sono sposato da 5 anni e l’anno scorso ho avuto una “relazione” extraconiugale con una donna più grande di me di 20 anni, anche lei sposata. Ho messo il virgolettato perché solo alla fine mi sono accorto che ero solo il “bancomat” della signora. Ero proprio innamorato perso di questa donna, conosciuta per puro caso in un circolo sportivo e poi ritrovata mesi dopo su Instagram. Iniziamo a “messaggiare” e a vederci, io in poco tempo inizio a perdere la testa per lei. La “relazione” si nutre d’incontri fugaci (entrambi sposati e carichi di lavoro): mi toccava correre durante le pause per vederla. Regali su regali, per me era una Dea.

Ma presto inizia a lamentarsi della sua situazione economica, e del marito che invece di aiutarla la faceva sentire sempre più un peso, lasciandola sola ad affrontare i debiti e il poco lavoro. Quindi le presto circa 4 mila euro tra bonifico, assegno e contanti. Mi dice che è riuscita a sistemare i suoi problemi e che non appena avrebbe ripreso a lavorare mi avrebbe restituito il denaro. Io non avevo fretta, ero innamorato perso e volevo solo che stesse bene. Lei invece continua a lamentare problemi economici, e io non ero più in grado di aiutarla senza farmi scoprire: ogni tanto le davo piccole cifre in contanti.

Passano i giorni e le settimane. Il pericolo del secondo lockdown si avvicina e io le chiedo di fare la pazzia di andare a vivere insieme. Decido di raccontare tutto a mia moglie, che non appena si accorge del denaro uscito, capisce subito la situazione e avvisa il marito di lei. L’uomo afferma (ho ancora i suoi messaggi vocali) che sono stato raggirato e non era vero la storia che mi aveva raccontato: i soldi le servivano solo per continuare a fare la bella vita di un tempo che ora non poteva più permettersi. Quando scoppia la bomba lei mi blocca sul telefono, sui social, così non posso più contattarla. Non solo: i “signori”, colti dalla paura che potessimo raccontare la storia (abbiamo conoscenze in comune), telefonano a mia moglie mentre sono al lavoro minacciano denunce, nel caso mi fossi avvicinato a loro o avessi parlato con qualcuno che conoscevano. Mi sono rivolto ad un avvocato per provare a riprendere parte del denaro (per fortuna certe somme sono tracciati) ma so già che sarà dura e lunga. Sinceramente, non ho voglia di spendere altro tempo e denaro per quei due, e di infliggere altre sofferenze a mia moglie. So che la vita è una ruota e prima o poi il male inflitto torna indietro, ma ho quel senso di rabbia dentro che a volte mi fa impazzire. Ho una moglie veramente fantastica che anziché distruggermi è sempre lì a leccarmi le ferite, ed è anche per questo che non voglio commettere sciocchezze, per non darle altro dolore.

Massimo

 

Caro Massimo, truffe del genere, perché di truffa stiamo parlando, si chiamano “love scam” e sono all’ordine del giorno da anni. Con i messaggi vocali in tuo possesso però potresti essere in grado di denunciare, e ti consiglio di farlo: anche se loro “lo dicessero a qualcuno”, c’è davvero qualcuno che ti fa paura più di tua moglie?

 

“Un tavolo fuori, pareti chiuse e l’assembramento è servito”

Cara Selvaggia, devo dirti che le foto del buffet “proibito” a cui ha partecipato il Generale Figliuolo non mi hanno dato particolare fastidio. Non perché non mi sia sembrato inopportuno, ma perché cose inopportune come queste ne vedo da un bel po’. Sono un ristoratore, ho un bistrot con tante finestre ma affacciato su una strada trafficata e con un marciapiede minuscolo, in una via di Milano. Ho una sola vetrina, quella della porta d’ingresso, e gli altri esercizi sono così vicini che potrei sistemare solo due tavolini, da due persone ciascuno. Non credo che debba spiegarti perché non ho ancora riaperto il mio locale: cosa ci guadagno con due tavoli? E infatti sono rimasto chiuso anche dopo il 26 aprile, aspettando la benedetta zona bianca e la possibilità di riprendere a servire cibo in sala come il Natale. Allora, siccome ho un sacco di tempo libero, giro e osservo. E ho visto talmente tanto da farmi venire la nausea.

Ho osservato un sacco di presunti “dehor” coperti, alti due metri e poco più, completamente chiusi da vetri su tutti i lati. Ho osservato verande di vetro addirittura attaccate alla sala “chiusa” principale, teloni di plastica a sigillare dei gazebo di fortuna, bar di hotel pieni di clienti a consumare il loro pasto con pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro. Li ho osservati tutti, saturi di avventori, con un distanziamento tra i tavoli ridicolo e fino a qualche giorno fa (quando la sera il freddo a Milano ancora si faceva sentire) con tutte le finestre chiuse. Che differenza c’è tra una situazione così e quella di un locale come il mio, tenendo aperte le finestre? Nessuna. Eppure loro sono aperti, io sono chiuso. Loro fanno il tutto esaurito tutti i giorni perché sono “all’aperto”; io resisto senza una lira da quasi 12 mesi, perché sono “al chiuso”. Non c’è niente di giusto in tutto ciò. So bene che è difficile scrivere leggi generali considerando tutti i “particolari”, ma non è possibile nemmeno assistere inerme a questa enorme presa in giro.

Giovanni

 

Caro Giovanni, va così dall’inizio della pandemia e, in generale, da quando ho ricordi di questo paese. Se ti può consolare, però, sappi che ‘fatta la legge, trovato l’inganno’ ha una traduzione in quasi tutte le lingue del mondo.

 

Festa di Vesak. È il compleanno del Buddha: gli auguri di Mattarella e della Chiesa cattolica

Ibuddhisti nel nostro Paese sono poco più di 300mila, secondo le statistiche ufficiali. Per la precisione: 208mila italiani e 124mila immigrati asiatici. Per numero sono la terza religione, dopo cristianesimo e islam. Hanno varie festività ma l’unica riconosciuta in base all’intesa con lo Stato italiano del 2000 (governo D’Alema) è quella di Vesak, che quest’anno è caduta sabato scorso, il 29 maggio.

In questo giorno si celebrano i tre momenti principali della vita del Buddha: nascita, illuminazione e morte. Il Buddha si chiamava Siddharta Gautama (da qui il nome del famoso romanzo di Herman Hesse) e visse nell’India del nord nel VI secolo avanti Cristo. Di famiglia ricca, non ancora trentenne Siddharta abbandonò il palazzo del padre per andare alla ricerca della saggezza in questa nostra vita precaria, fatta di malattie, vecchiaia e morte. E così a trentacinque anni Siddharta raggiunse l’acme della sua esplorazione spirituale con l’Illuminazione. Accadde sotto un albero e da allora divenne il “Risvegliato”, cioè il Buddha. In “questo stato di completa e profonda saggezza” i suoi primi insegnamenti furono le “Quattro nobili verità”. Il Buddha morì a ottanta anni.

Sovente sinonimo di equilibrio interiore, lavorando su se stessi, il buddhismo non è una religione rivelata da Dio in un Libro come le tre grandi fedi monoteiste e abramitiche: ebraismo, cristianesimo e islam. Centri e comunità monastiche sono regolate da un sistema di valori e comportamenti codificati nel corso di secoli. Il monaco buddhista più noto e autorevole è il Dalai Lama del Tibet. Esistono varie “tradizioni” della religione e in Italia sono raggruppate nell’Ubi, l’Unione buddhista italiana oggi presieduta da Filippo Scianna, avvocato e manager.

Ed è all’Ubi che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha indirizzato il suo messaggio di auguri per il Vesak: “Con piacere rivolgo un pensiero e un saluto ai buddhisti d’Italia – concittadini o residenti nel nostro Paese – in occasione del Vesak, ricorrenza che segna per la comunità buddhista un’occasione di preghiera, di festa e di impegno. Essa offre anche l’occasione per riscoprire un più saldo senso di coesione e di rinnovata solidarietà, elemento essenziale per superare le impegnative sfide del momento attuale e raggiungere – sul saldo fondamento della Costituzione e dei valori universali che essa riconosce e tutela – una ancor più efficace valorizzazione del pluralismo”.

Anche il Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso ha inviato un messaggio. In particolare il dicastero vaticano cita l’esortazione buddhista alla “gentilezza d’amore”. Queste le parole del Buddha: “Come una madre protegge il figlio anche a costo della vita, così si coltivi una gentilezza d’amore incommensurabile verso tutti gli esseri viventi”. L’Ubi ha pure organizzato un convegno che affronta due questioni di questo tempo pandemico: “La crisi dell’essere, la fragilità del Pianeta”. E sono molte le assonanze con la Laudato si’, l’enciclica green di papa Francesco.

Post scriptum. Nell’immaginario popolare Buddha è speso raffigurato come obeso. In realtà era magro. Il Buddha monaco ciccione è una variante cinese.

 

Bibi troppo ingombrante ormai anche per Joe Biden

By by Bibi! Sembra proprio che sia la volta buona e che debba andarsene a casa il più longevo dei premier israeliani, Benjamin Netanyahu, esponente di una destra laica, il Likud, che per sopravvivere al potere non aveva esitato a cavalcare l’estremismo più spericolato.

Orfano del suo protettore Donald Trump, non gli è bastato agitare lo spauracchio iraniano su cui si fondano gli accordi di Abramo con le petromonarchie del Golfo, né l’ultima guerra di Gaza, per rimettere in riga il paese dietro di sé.

Predestinato a tradirlo, come previsto, è stato Naftali Bennett, esponente di un sionismo religioso capace di unire i soldi della cybersecurity, l’esperienza maturata nei reparti d’eccellenza delle forze armate, e la retorica pionieristica cara ai coloni dei territori palestinesi. Un misto di integralismo e modernità cui non è estranea la sua origine statunitense. Bennett con gli Usa ha conservato legami forti, e se ora può liberarsi di Netanyahu (di cui fu stretto collaboratore), a ciò non è estraneo il nuovo presidente americano Biden.

Netanyahu risultava ingombrante per il nuovo inquilino della Casa Bianca. Persa la sponda di Washington, ora Bibi difficilmente manterrà la presa sui deputati del Likud e gli toccherà affrontare da posizioni di debolezza i processi per corruzione che, in Israele, comportano il rischio della galera.

Pur di formare un governo alternativo, senza e oltre Bibi, si profila un fronte davvero eterogeneo. Il premier incaricato, il laico di centro Yair Lapid, dovrà quasi certamente cedere a Bennet il ruolo di numero uno nel governo. E quest’ultimo è pronto ad avvalersi dell’appoggio parlamentare “contronatura” dei laburisti e del Meretz, altro partito di sinistra. Resta da vedere se, per raggiungere la maggioranza di 61 seggi alla Knesset, accetterà anche i voti di una o di entrambe le liste della minoranza arabo-palestinese. Sarebbe un segnale importante di ricomposizione interna alla società israeliana dopo il trauma degli scontri nelle città-miste fomentati dall’estrema destra razzista. La quale, purtroppo è da prevedere, non resterà con le mani in mano e cercherà di radicalizzare lo scontro politico.

Class action, così lobby&politica affossano la legge da ben 14 anni

Quasi due settimane fa, il 19 maggio, nel silenzio più assordante, è entrata in vigore la nuova “azione di classe” (class action) che cambia in modo sostanziale la normativa introdotta 14 anni fa e di fatto mai applicata. D’ora in avanti, un gruppo di persone potrà tutelare i propri diritti individuali lesi dalla stessa condotta di un’impresa o di un ente. Passata dal Codice del consumo all’interno del Codice civile, la rinnovata azione collettiva ha, infatti, allargato i settori su cui si può promuovere la causa e ha aumentato la platea dei possibili aderenti. Non più solo consumatori, ma tutti i soggetti danneggiati. Insomma, un incentivo per tutte le imprese a comportarsi correttamente.

Peccato che, dopo ben 25 mesi di proroghe dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della nuova legge (aprile 2019), degli ultimi due problemi – in ordine di tempo – che l’hanno azzoppata, solo uno è stato risolto: anche se è stata avviata la tanto attesa piattaforma telematica del ministero della Giustizia per semplificare le procedure e dare pubblicità alle azioni collettive, non risulta ancora operativo l’albo del ministero dello Sviluppo economico che raggruppa organizzazioni e associazioni abilitate a promuovere le azioni di classe. Insomma, per un’eterna incompiuta anche l’entrata in vigore non poteva che avere una specie di falsa partenza.

Fino a oggi a prevalere sono state le fortissime resistenze da parte delle lobby: da sempre temono che l’azione collettiva possa consentire alle vittime deboli e indifese di mettere spalle al muro le imprese, imponendo i risarcimenti milionari di cui si legge sui giornali nelle notizie dall’estero. Per capirci, basta andare al modello statunitense delle azioni collettive da miliardi di dollari di risarcimenti, come i 23,5 miliardi pagati nel 2014 dal colosso Usa del tabacco RJ Reynolds accusata di non aver pubblicizzato abbastanza i pericoli per la salute o ai 333 milioni ottenuti dall’ambientalista eroina Erin Brockovich (interpretata nel film di Steven Soderbergh da Julia Roberts) dopo aver portato in tribunale la Pacific Gas&Eletric con l’accusa di aver contaminato le falde acquifere di un’intera città. Quella che segue è la triste storia della class action all’italiana.

Nel nostro Paese una specie di azione di classe esiste dal 2007, quando è stata introdotta dal governo Prodi. Ma l’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chiese qualche mese in più per l’attuazione della misura che poi, grazie ai ministri del Berlusconi 3, Claudio Scajola e Giulio Tremonti, è stata rinviata per quattro anni. Nel 2012 (governo Monti) viene poi modificata col decreto Liberalizzazioni, facendo così sfumare la possibilità di poterla utilizzare per i risparmiatori coinvolti nei crac Parmalat, Cirio e Argentina dei primi Duemila.

È nel 2015, poi, che l’allora deputato M5S Alfonso Bonafede riesce a far passare all’esame della Camera, un nuovo testo di legge per l’introduzione di una rinnovata class action, ma tutto si arena nel passaggio al Senato, col niet del governo targato Pd ufficializzato dall’allora ministra Maria Elena Boschi che annuncia l’ennesimo stop durante l’assemblea dei giovani di Confindustria. Bisognerà aspettare altri 4 anni per arrivare al via libera del Senato, il 18 aprile 2019. Tutti i gruppi si sono pronunciati a favore, tranne Forza Italia che si è astenuta. Ma da quel giorno sono passati 25 mesi e tre rinvii che hanno affossato il debutto della nuova versione della class action: l’ultimo è stato previsto dal decreto Ristori bis che ha spostato l’entrata in vigore dal 19 novembre 2020 allo scorso 19 maggio.

È stato concesso del tempo in più un po’ per l’emergenza Covid, ma soprattutto per consentire al ministeri della Giustizia e dello Sviluppo economico di realizzare, rispettivamente, il sito dedicato e l’albo di organizzazioni e associazioni che possono proporre l’azione di classe. Ma, nonostante i 6 mesi a disposizione, del nuovo elenco non c’è traccia. Insomma, la beffa dell’ultimo miglio che nega agli italiani la possibilità di promuovere un’azione collettiva con tutte le sue novità. “Solo quando sarà pronto l’albo, che interagirà con il sistema informatico dei tribunali, potranno finalmente concretizzarsi una serie di modifiche che cambieranno radicalmente la natura dell’istituto”, spiega l’ex ministro Bonafede, che aveva inserito la riforma della class action nella sua relazione sulla Giustizia, quella presa a pretesto per la caduta del governo Conte.

In pratica, nella nuova azione di classe sono stati eliminati paletti e limiti che garantiranno ai cittadini di agire in giudizio più facilmente. L’iter è abbastanza facile: l’azione va proposta al tribunale in cui ha sede l’impresa oggetto dell’azione di classe. Se il giudice dichiara la causa collettiva ammissibile, la notizia viene pubblicata sul portale dei servizi telematici del ministero della Giustizia consentendo agli utenti di aderirvi per i successivi 6 mesi .

Intanto, nella lunga attesa dell’avvio della norma, le associazioni dei consumatori e qualche politico continueranno a millantare una class action al giorno, anche se sanno bene che è uno strumento inutile: (quasi) tutte le cause sono state respinte perché giudicate inammissibili, lasciando pure ai proponenti il problema delle ingenti spese legali a cui far fronte. In 14 anni sono state vinte solo tre azioni collettive e con risarcimenti minimi.

“La class action ha finora rappresentato più una minaccia che uno strumento di tutela: alla fine ci si accordava per la copertura delle spese legali a chi l’aveva promossa piuttosto che per ristorare i consumatori che sono sempre stati usati dalle associazioni come grimaldello per obbligare le aziende a negoziare”, spiega Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo No profit. Con la nuova azione collettiva, invece, tutto sarà più facile: “Dal mancato rimborso dei biglietti aerei ai disservizi dei gestori dei pubblici servizi, passando per la mancata raccolta dei rifiuti o l’attivazione non richiesta dei contratti luce e gas, ce ne saranno di occasioni per gli italiani di aderire alla class action…”.

Sempre che il sistema informatizzato inizi a funzionare.

La transizione verde all’italiana tutela soprattutto Eni, Fca & C.

La base di ogni “transizione ecologica” è la transizione energetica per abbattere le emissioni dei gas serra, dei quali l’anidride carbonica (CO2) è il principale. In termini quantitativi – dando per buona l’interpretazione del ministro Roberto Cingolani di un obiettivo “italiano” di un taglio del 51%rispetto al 1990 (quello europeo è del 55%) – il nostro Paese dovrà ridurre di circa 174 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti al 2030. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina circa il 40% delle risorse all’obiettivo climatico, ma non è dato sapere quale quota di riduzione delle emissioni riuscirà a ottenere, anche se le prime stime sono di riduzioni assolutamente insufficienti.

La gran parte delle attese del governo è, infatti, sulle riforme per sveltire la burocrazia e lo spezzettamento delle competenze che hanno sostanzialmente bloccato il settore rinnovabili dal governo Monti ad oggi. Nell’era degli incentivi – legati al pacchetto energia 20-20 dell’Unione Europea – in Italia si era segnato un record (mondiale) di installazioni nel 2011 pari a circa 11 GW in un solo anno (l’anno scorso erano 0,8). Certo, gli incentivi erano sin troppo generosi – o, meglio: il meccanismo degli incentivi che in Germania veniva aggiornato ogni 3 mesi, da noi non aveva avuto lo stesso controllo risultando generoso – ma quel record ha mostrato che anche in Italia è possibile uno sviluppo rapido del settore. Che significò anche occupazione di tecnici e operai specializzati nell’ordine delle decine di migliaia.

Eravamo allora in un’epoca di stagnazione economica e dei consumi di energia elettrica. Tutta questa nuova potenza elettrica legata a impianti solari, eolici e a biomasse andò a scapito delle fonti fossili – carbone ma anche gas. Sul gas c’era stata negli stessi anni una corsa a installare impianti che poi funzionarono poco perché sulla rete le rinnovabili hanno la precedenza e, essendo incentivate, entrano con un prezzo nullo. Un fenomeno simile accadeva anche in Germania: in certe ore il prezzo all’ingrosso dell’elettricità era negativo, cioè per poter produrre con il fossile bisognava pagare.

Questo conflitto gas-rinnovabili ha segnato gli ultimi dieci anni. Una ripresa seria della produzione da rinnovabili avrebbe come conseguenza una compressione del mercato del gas. Con il “capacity market” – impianti pagati per esser pronti a entrare in funzione per stabilizzare la rete – si è trovata una funzione agli impianti a gas, che però può essere assolta dalle rinnovabili accoppiate a batterie industriali, come già avviene in alcuni degli stati americani, e negli Usa il prezzo industriale del gas è meno della metà che da noi.

Ecco: se si facesse sul serio con la transizione ecologica, un primo settore ad andare in difficoltà sarebbe quello del gas e, tradotto in nomi e cognomi, Eni e Snam anzitutto. Che stanno utilizzando il tema idrogeno per riqualificare le proprie attività, ma nella direzione assai improbabile di sostituire l’idrogeno (prodotto da gas) al gas per mantenere la loro quota di mercato. Questa strategia è una sorta di “ammuina del gas”: Eni vuol farlo producendo idrogeno da gas e iniettando la CO2 sottoterra col CCS come a Ravenna – una tecnologia promossa dai petrolieri con risultati assai scarsi e costi elevati – Snam vuole intervenire trasformando i metanodotti in “idrogenodotti”, operazione costosissima e insensata in termini energetici. L’idrogeno gassoso ha, infatti, circa un terzo dell’energia del metano e costi circa tripli di trasporto: meglio trasportare l’elettricità e produrre in loco l’idrogeno (verde, se l’elettricità è da rinnovabili).

Se poi si facesse davvero sul serio anche per la mobilità sostenibile in ambito urbano e si creassero le condizioni (cioè colonnine di ricarica in numero significativo) per la diffusione dei veicoli elettrici, a soffrire sarebbe l’ex Fca ora Stellantis, in ritardo su questo settore. Quindi oltre al settore del gas anche quello dell’automobile è tra quelli che frenano, essendo (colpevolmente) in ritardo. E, infatti, l’ad del colosso Carlos Tavarez lamenta che “l’auto elettrica è imposta dai governi”. Certo, sono i governi che devono rispondere alla sfida climatica, cioè uscire dall’era del petrolio e delle fossili. Anche se travestite da idrogeno.

Il governo Draghi farà sul serio? Se il ministro Cingolani non trova di meglio che mostrare a John Kerry – inviato speciale USA sul clima – gasdotti attuali e progettati, peraltro ricevendone critiche, sembra improbabile: al momento più che transizione ecologica ciò che vediamo è una finzione a tutela di chi non vuole un vero cambiamento (Eni, Snam) o è in ritardo (ex Fiat). Perdere tempo e fare greenwashing è la nuova forma della “resistenza fossile” al cambiamento.

Molta retorica, nessuna pianificazione: l’estate non salverà il turismo

“Prenotate le vacanze in Italia”: il 5 maggio, il premier Mario Draghi lo ha detto in inglese, in conferenza stampa. Dopo sei mesi di limitazioni agli spostamenti – era il messaggio – si cambia rotta e si torna a viaggiare. Il contesto non è dei migliori. Nel 2020, il turismo globale è calato del 74%, tornando ai livelli degli anni 60 dopo settant’anni di crescita costante, tanto che nel 2019 si contavano 1,5 miliardi di spostamenti internazionali. L’Italia ha sofferto meno di altri, eppure il turismo si è più che dimezzato, con una perdita economica di 88 miliardi. In questa prospettiva, l’invito governativo potrebbe non bastare a riportare i turisti stranieri: da mesi il cauto ottimismo per una veloce ripartenza ha lasciato spazio a una realistica preoccupazione.

Guardiamo ai numeri. Assoturismo e Federalberghi, a metà maggio, lamentavano l’assenza di misure e il rischio di un 2021 peggiore del 2020 (anno in cui, nei primi mesi, si registrava l’ennesimo segno più). Quest’anno, infatti, si è aperto con un -95% di arrivi internazionali mentre nel mondo il traffico turistico si è ridotto dell’87% (rispetto al 2019). Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto), le prospettive per una ripresa nel 2021 sono peggiorate: “La metà degli intervistati attende un rilancio solo nel 2022”. A ottobre 2020 solo il 21% era così pessimista. L’Unwto nota anche che ci sarà, sul medio-lungo termine, una maggiore domanda per attività all’aria aperta e legate alla natura, con un interesse crescente per il turismo domestico e cosiddetto ‘lento’. “La tendenza è chiara, l’hanno capito i maggiori tour operator ma anche gli enti locali, che come mai prima d’ora stanno provando ad attirare il turismo di prossimità e puntare ad attività all’aperto” spiega Mario Francavilla, responsabile per il Friuli-Venezia Giulia dell’Aigae – Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche. L’assenza di piani e di programmi governativi sta però spingendo molti a proporre collaborazioni brevi, modulate in base all’andamento della stagione. Ma non solo: “Nonostante tanta retorica, la trasformazione della città in strumento a servizio della monocultura turistica, vista come principale se non unica attività economica del territorio, è proseguita incessante. Il conflitto con i residenti è irrisolto e manca ancora una regolamentazione per la ricettività extralberghiera – spiega Grazia Galli, presidente dell’associazione Progetto Firenze – Il collasso del turismo ha lasciato centinaia di migliaia di lavoratori in emergenza economica e sociale, mentre si allarga lo spazio per chi ha maggiori capitali, a scapito dei più piccoli, dai proprietari ai lavoratori”. Agli operatori ora spesso vengono proposti, o imposti, compensi ancora più bassi del 2019.

Il governo intanto prosegue con le proroghe: dalla proroga per la validità dei voucher per biglietti e pacchetti turistici comprati per il 2020, per cui il nostro Paese è già stato bacchettato dalla Commissione Europea, al bonus vacanze (prorogato fino a giugno 2022), pensato per essere speso entro la fine del 2020 e rimasto in larga parte inutilizzato (820 milioni di euro a fronte dei 2,6 miliardi stanziati). E mentre i grandi portatori d’interesse del settore sperano in una, poco probabile, ripartenza lineare, restano molte questioni irrisolte. Secondo il World Tourism Barometer, sempre dell’Unwto, in Italia il mercato del lavoro del settore è peggiore della media europea. Mancano infatti i lavoratori stagionali, proprio perché le condizioni di lavoro sono scarse. E ancora: secondo l’Istat, il 50% dei visitatori dei musei, nel 2019, si è concentrato solo nell’1% degli istituti. Pessima anche la situazione delle concessioni nei servizi, come dimostrano la recente tragedia del Mottarone, ma anche le gestioni in deroga ventennale di siti come il Colosseo. Il ministro Garavaglia a febbraio ha affermato che “il mercato supererà la politica”, mentre il ministro Franceschini nel settembre 2020 garantiva che il turismo sarebbe tornato “più impetuoso di prima”, come fosse un fiume, un fenomeno naturale. Di fronte a cambiamenti tanto strutturali e radicali, nell’industria che vale il 13% del Pil, forse la politica dovrebbe fare la propria parte: per regolare, per offrire prospettive.

Nei campi la crisi Covid risolta con più lavoro nero: ecco i dati

C’è un fenomeno strano che in Italia si manifesta ai primi caldi estivi: la natura si risveglia così come la prospettiva degli imprenditori agricoli di raccogliere quanto seminato. E allora si preparano i campi e d’improvviso, quasi che temano di poter guadagnare qualcosa, i lavoratori scompaiono. “Facciamo fatica a trovare manodopera in agricoltura”, spiegano disperati i padroni dei campi, proprio come fanno nello stesso periodo ristoratori e albergatori. Non si tratta, pare, di un fenomeno naturale, ma antropologico: in giro ci sono solo disoccupati fannulloni e giovani che se ne stanno comodi col loro Reddito di cittadinanza e non hanno voglia di lavorare.

Già l’anno scorso i titoli dei giornali urlavano l’allarme delle imprese, persino più alto perché la chiusura delle frontiere impediva di importare le braccia sufficienti. Fu l’occasione per chiedere il ritorno dei voucher iper-semplificati e quindi più flessibilità in un settore che già impiega 9 stagionali ogni 10 addetti. Tutto si risolse rapidamente: dopo poco le urla datoriali si sedarono, la Coldiretti anche. Tutto sembrò risolto.

oggi, che tornano le urla, amplificate non di rado da commentatori e politici, torna utile analizzare i numeri del 2020. I dati non solo raccontano che frutta e verdura sono stati regolarmente raccolti, salvati dal macero all’epoca dato per certo, ma addirittura che in alcune regioni – anche quelle da cui sono arrivati gli allarmi più forti – la produzione è aumentata e pure l’export. E dove c’è stata produzione, logica vuole ci sia stata anche la manodopera: dunque più giornate di lavoro e più braccianti. Detto in altro modo: più lavoro nero complici il flop della sanatoria voluta dall’allora ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e la scarsa operatività dell’Ispettorato del Lavoro che ha dovuto ridurre i controlli.

Ma andiamo con ordine. La crisi dovuta al Covid ha ovviamente colpito anche l’agricoltura. Secondo l’Istat, la produzione del 2020 in Italia si è fermata a 56,9 miliardi di euro, con riduzione del valore aggiunto dell’1,2%. La stagione turistica più corta ha contratto la domanda soprattutto di alcuni beni come il vino, che in genere arriva da hotel, bar e ristoranti (il circuito Ho.re.ca.). Un calo, però, tutto sommato contenuto, anzi: i dati mostrano che alcune Regioni hanno resistito bene e i numeri sono pure cresciuti rispetto al 2019, almeno nelle esportazioni.

È il caso della Puglia: l’export di prodotti da agricoltura, silvicoltura e pesca è salito di 79,5 milioni di euro, superando i 500 milioni, come emerge da un’indagine dell’Unioncamere sull’impatto del virus sull’economia pugliese. Il report definisce però “spiazzante” il fatto che, malgrado la buona performance nel commercio estero, la forza lavoro si sia ridotta di ben 8.277 unità. “Su questo versante – si legge – valgano però due considerazioni. La prima è che l’agricoltura in ogni parte d’Italia reagisce spesso alle situazioni di incertezza attraverso il ricorso al sommerso. La seconda considerazione invece riguarda la minore disponibilità di manodopera, anche straniera, a seguito di politiche restrittive in materia di immigrazione”.

Sembra che soprattutto le incognite dovute all’emergenza sanitaria abbiano spinto le imprese verso il “nero” più del solito. Secondo il rapporto annuale dell’Ispettorato del Lavoro, il tasso di irregolarità dell’agricoltura pugliese è del 58,95%: 688 ispezioni irregolari su 1.167 definite; 530 lavoratori in nero trovati e 162 casi di caporalato. “Sulla regolarizzazione non avevamo dato un giudizio positivo, anche se condividevamo la battaglia – spiega Pietro Buongiorno, segretario UilA in Puglia – I numeri nella nostra Regione sono stati esigui. Non ha funzionato perché era in mano ai soli datori e non consentiva al lavoratore di denunciare e far emergere il nero: le imprese che volevano continuare a lavorare nell’illegalità hanno potuto farlo”.

Daniele Iacovelli della Flai Cgil Foggia fa notare che le aziende hanno “un modus operandi standardizzato, durante l’emergenza sapevano che c’erano meno controlli”. E aggiunge: “Non sono convinto che il nero sia aumentato durante la pandemia, più che altro perché era già prima a un livello molto alto”. In genere nei campi non si ricorre all’irregolarità totale: spesso si dichiarano meno giornate rispetto a quelle effettuate nella realtà, risparmiando su assicurazioni e contributi, una sorta di “grigio”. Gli effetti della sanatoria della Bellanova sono stati sostanzialmente nulli ovunque: solo 30 mila domande in tutta Italia erano riferite ai braccianti e solo poche centinaia sono state accolte.

In Campania, invece, la produzione totale è cresciuta di circa 70 milioni, da 3,79 a 3,86 miliardi dice l’Istat, ma l’occupazione è calata per gli indipendenti e rimasta uguale per i dipendenti. Il tasso di irregolarità rilevato dagli ispettori è al 66,4%. Le verifiche, va specificato, sono mirate, arrivano dopo attività di intelligence, perciò le percentuali non possono essere prese come una statistica a campione. Offrono tuttavia un’importante indicazione su un fenomeno ovviamente difficile da quantificare.

Anche in Veneto le cose sono andate bene per le aziende agricole: essendo cresciuta di circa 45 milioni sul 2019, la produzione ha superato i 6,3 miliardi e il numero di occupati conteggiato dall’Istat è salito di 6mila unità. L’incremento delle assunzioni è testimoniato anche dai dati dell’osservatorio Veneto Lavoro, per cui gli ingressi sono passati da 77.659 a 78.402. Una circostanza curiosa, visto che la Regione del Nord Est era tra le più attive nel recriminare la carenza di manodopera: alla fine ha avuto a disposizione più braccia che negli anni passati e gli affari sono migliorati. Questo, però, non vuol dire che non si sia fatto ricorso anche al lavoro nero: su sole 200 ispezioni definite, 136 hanno permesso di riscontrare violazioni per un tasso di irregolarità del 68%. Gli addetti in nero trovati sono stati 163 e, di questi, 18 erano extra-comunitari senza permesso, che pure si sarebbero potuti regolarizzare con la norma Bellanova.

Altro territorio con imprenditori parecchio agitati un anno fa era il Lazio. Qui la Regione aveva anche provato a venire loro incontro con un’app che favoriva la ricerca di personale agricolo. Un progetto che voleva anche contrastare l’intermediazione illecita ma che, dopo mesi dal lancio, ha registrato l’iscrizione di sole cinque aziende, a fronte di centinaia di disponibilità da parte di disoccupati. L’occupazione dipendente nei campi laziali è comunque aumentata di 6 mila unità, la produzione ha portato 78 milioni in più rispetto al 2019. La vigilanza ha definito solo 193 ispezioni e in 121 ha trovato irregolarità (tasso di violazione al 62,7%). Lavoro nero per 139 persone, 258 casi di caporalato o sfruttamento. Le paghe, infatti, sono da fame ed è alto il rischio di finire in nero almeno “per metà”.

Basti pensare che in agricoltura la media è di 80 giornate a testa e ci sono circa 150mila braccianti per i quali ne vengono dichiarate meno di dieci all’anno. Il cosiddetto part time involontario incide per il 72%. A conti fatti il lavoro c’è e i lavoratori pure, ma sono sottopagati, irregolari e socialmente invisibili: così possono essere sfruttati meglio, mentre si continua a lamentarsi dei fannulloni.