Oman, anche il sultano fa i conti col lavoro che manca

Tempi difficili per il sultano dell’Oman Haitham Bin Tariq, dopo le manifestazioni di piazza contro la disoccupazione, il carovita e la corruzione.

Le proteste segnano la prima grande sfida per Haitham, succeduto a Sultan Qaboos bin Said alla testa del sultanato per mezzo secolo con un governo autoritario sostenuto da Regno Unito e Stati Uniti. Non è usuale che nelle strade di Muscat o delle altre città omanite ci siano proteste che investono governo e casa regnante. La vita nel piccolo ma strategico sultanato affacciato sull’ingresso del Golfo Persico è di solito molto tranquilla. Haitham bin Tariq, ha così ordinato al governo di accelerare i piani per creare migliaia di posti di lavoro nel settore pubblico e sovvenzionare l’occupazione nel settore privato. La scorsa settimana sono stati segnalati incidenti e numerosi arresti a Sohar e Salalah, la polizia antisommossa ha sparato lacrimogeni per disperdere la folla nel nord del paese, a Nizwa, Ibri, Rustaq, Suwayq, al-Khaburah. Poi la polizia ha cambiato tattica: si è tirata indietro e ha permesso che le manifestazioni continuassero, ed è stata filmata mentre distribuiva bottiglie d’acqua alla gente in un sit-in di protesta a Sohar.

La televisione di Stato ha iniziato a riferire sulle proteste, intervistando le persone sulle loro lotte e aspettative per trovare lavoro in Oman, dove la disoccupazione è aumentata dopo la recente pandemia di coronavirus.

Il sultano, salito al potere nel gennaio 2020, ha annunciato in tv che saranno creati 32.000 posti di lavoro a tempo pieno e part-time nel settore governativo. Le entrate del bilancio generale dell’Oman sono scese nei primi due mesi del 2021 poiché le entrate petrolifere sono diminuite del 35%, secondo i dati del ministero delle finanze. Il deficit di bilancio ammontava a circa 456,6 milioni di riyal dell’Oman (1,2 miliardi di dollari), mentre i ricavi sono diminuiti di circa il 21,6% su base annua a seguito del calo delle entrate petrolifere e della crisi del coronavirus, secondo quanto riportato da “Arab News”.

 

Minneapolis, come superare il trauma di George Floyd

Gilbert Kamafa si ferma a osservare il giardino di cento “lapidi” bianche di cartone, in un tranquillo quartiere di Minneapolis. Eric Garner, Breonna Taylor, Emmett Till e ovviamente George Floyd: su ognuna è indicato il nome di una vittima della polizia, la data della morte, l’età e la scritta “Rest in power”. “Vengo spesso a raccogliermi in questo luogo. Queste persone non sarebbero dovute morire”, dice Gilbert, nigeriano di 42 anni, che vive non lontano da Minneapolis. Questo luogo viene chiamato Say Their Names. L’installazione, come un giardino della memoria, è stata creata da due artisti nel sud di Minneapolis dopo l’omicidio di Floyd, il 25 maggio 2020, ed è gestita da volontari. Poco lontano c’è il George Floyd Square, un altro memoriale a cielo aperto sorto nel luogo esatto in cui l’afroamericano, di 46 anni, è morto soffocato dal ginocchio del poliziotto bianco Dereck Chauvin. Lo Square, dominato da un grande pugno chiuso di metallo, simbolo di resistenza e solidarietà, non è solo un luogo di memoria.

All’ingresso un cartello invita i visitatori bianchi a fare un passo indietro, a meno che non vedano altri bianchi “comportarsi in modo strano”. In questo caso, sono invitati a “levare la voce con compassione in modo da liberare da questo fardello le nostri sorelle e fratelli neri”. È anche un luogo di ricostruzione per Minneapolis, tranquilla cittadina del Midwest-Nord diventata da un giorno all’altro l’epicentro delle grandi proteste antirazziste del movimento Black Lives Matter che hanno investito tutto il paese. Tra il Covid-19 e i cortei a volte violenti che obbligavano i negozi a barricarsi, il dopo 25 maggio 2020 è stato difficile da vivere per la città. Certo, Dereck Chauvin è stato condannato ad aprile. Ma, proprio durante il processo, sotto i riflettori dei media, un giovane di colore, Daunte Wright, è stato ucciso nella periferia della città da un poliziotto che sostiene di aver confuso la sua pistola col taser. La popolazione di Minneapolis è stanca di queste morti a ripetizione. Soprattutto sono stanchi i neri di Minneapolis, che rappresentano il 19% della sua popolazione, e tornano a vivere il trauma dello scorso anno. “Ci vorrà tempo per ricostruirci. In questa città si vive bene. Non avremmo mai pensato che saremmo diventati il simbolo del razzismo e della crudeltà della polizia”, osserva Marlene McMillan, una donna bianca che abbiamo incontrato al George Floyd Square. Minneapolis, 420.000 abitanti, in maggioranza bianchi, baluardo progressista, è una delle città degli Stati Uniti che presenta le maggiori disparità razziali. Solo un quarto delle famiglie nere della città è proprietaria della casa in cui vive, contro il 76% dei bianchi. Lo scarto di reddito medio (36.000 dollari, circa 30.000 euro, per le famiglie nere, contro 83.000 per le famiglie bianche, nel 2018) è, secondo il Washington Post, tra i più importanti del paese. “Negli anni 70, Minneapolis era all’apice della sua reputazione progressista grazie a leader riconosciuti a livello nazionale per la loro lotta a favore della giustizia sociale e dei diritti civili, come Walter Mondale e Hubert Humphrey. Tuttavia, malgrado l’impegno legislativo e retorico, la realtà dei fatti è un’altra”, osserva Kirsten Delegard, storica nata a Minneapolis, co-fondatrice del Mapping Prejudice Project, un’iniziativa che punta a mettere in luce le disuguaglianze razziali della città. Secondo lei, queste ultime sono in gran parte il risultato delle restrizioni che erano in vigore all’inizio del XX secolo.

Per frenare l’afflusso di abitanti nelle “Twin Cities” (Minneapolis e la vicina Saint Paul) e preservare il valore dei quartieri, le agenzie immobiliari e le autorità locali hanno riservato ai bianchi l’accesso alla proprietà. Nel 1910, sugli atti di proprietà si stipulava per esempio che “i locali non potevano essere, in nessun momento, trasmessi, prestati, affittati a persone di sangue o di origine cinese, giapponese, moresca, turca, negra, mongola o africana”. Nella prima metà del 900 era previsto anche che un locale non dovesse “mai essere venduto, trasmesso, affittato, subaffittato o occupato da uno o più individui il cui sangue non fosse pienamente della cosiddetta razza caucasica o bianca”. Queste disposizioni sono state soppresse alla metà del secolo scorso, ma il danno ormai era fatto. “Se vuoi iscriverti all’università, o se vuoi andare in pensione per esempio, devi aver accumulato ricchezze nel corso della tua vita. Per gli stati Uniti, il modo migliore per riuscirci è diventare proprietari perché, diversamente dall’Europa, i sussidi sociali qui sono modesti”, riassume Kirsten Delegard. Oltre a rendere più difficile l’accesso al credito bancario, alla sanità e all’istruzione, questa realtà ha definito i rapporti tra le popolazioni nere e la polizia locale, il Minneapolis Police Department (MPD). “Tutte le violenze commesse dalla polizia negli ultimi venti anni si sono verificate in luoghi non bianchi”, osserva l’esperta. In materia, Minneapolis vanta un triste bilancio. Nel 2015, un commissariato di North Minneapolis, un quartiere a maggioranza afroamericana, è stato occupato per diciotto giorni dopo la morte di Jamar Clark, un uomo di colore di 24 anni colpito a morte dai poliziotti. Alcuni testimoni avevano visto che l’uomo era ammanettato quando gli hanno sparato. Nessuna procedura è stata mai avviata contro gli agenti. “Ci battiamo da molto tempo contro le violenze della polizia. A Minneapolis, quando sei nero, non hai un momento di tregua. Mentalmente, è estenuante”, sottolinea Labissa Brown, una donna afroamericana che vive nel quartiere in cui è stato ucciso George Floyd. Labissa, anche se prova rancore, non pensa che la polizia vada abolita, come reclamavano l’anno scorso gli attivisti più radicali del movimento Defund the Police. Non è sola a pensarla così. Nell’agosto 2020, solo il 35% degli abitanti neri della città si dicevano favorevoli a una riduzione degli effettivi della polizia, secondo il giornale locale Star Tribune. “Le comunità non bianche non vogliono sbarazzarsi della polizia, vogliono trasformarla – osserva Suwanna Kirkland, presidente della sezione locale dell’Associazione nazionale dei poliziotti neri -. Senza la polizia, i crimini nelle popolazioni nere sarebbero più numerosi. Le gang sarebbero più attive”. I consiglieri comunali di Minneapolis se ne stanno a loro volta accorgendo.

Di fronte all’incremento della delinquenza degli ultimi mesi, alcuni hanno discretamente rinnegato la promessa fatta davanti alle telecamere dopo la morte di George Floyd, cioè di sopprimere l’MPD. Gli abitanti di Minneapolis avranno probabilmente l’opportunità di pronunciarsi sul futuro delle forze di polizia locali in occasione del referendum di novembre, che coincide con le elezioni municipali. Nel frattempo, l’MPD sta cercando di riformarsi. Dopo la morte di George Floyd, il sindaco democratico Jacob Frey, contrario all’abolizione della polizia, ha annunciato una serie di misure per limitare l’uso della forza da parte dei poliziotti. Ad aprile, il ministero della Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un’inchiesta sulle pratiche dell’MPD, una decisione condivisa dal sindaco e attuale capo della polizia di Minneapolis. Kirsten Delegard ritiene che i tanti dibattiti sulle disuguaglianze razziali nati nella sua città dalla morte di George Floyd siano molto positivi, ma preferisce restare prudente. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando Minneapolis era diventata nota a causa del suo diffuso antisemitismo, la città, guidata dal sindaco (e futuro vicepresidente degli Stati Uniti) Hubert Humphrey, realizzò un “esperimento” che avrebbe radicato le sue posizioni progressiste: un’ampia indagine tra gli abitanti per valutare il livello di discriminazione razziale e religiosa della città. “Il sondaggio però valutava solo come queste discriminazioni erano percepite dalla popolazione. Si parlava cioè solo di sentimenti e non delle discriminazioni in sé – osserva -. Non è dunque la prima volta che Minneapolis intraprende un esame di coscienza che coinvolge la sua popolazione bianca. Dobbiamo assicurarci però che questa volta ne scaturisca un reale cambiamento”.

(Traduzione di Luana De Micco)

Svolta in Israele: dopo 12 anni tramonta Netanyahu

Ieri sera alle venti un intero Paese era incollato davanti alla televisione, per il discorso di Natali Bennet e il suo annuncio di essere riuscito a formare un governo del cambiamento.

Sembrava, solo alcune settimane fa, che la guerra avesse definitivamente distrutto e calpestato ogni possibilità di governo di coalizione e di cambiamento. Che questo perpetuo mobile fosse diventato il nostro destino per sempre… E alla stanchezza del post Covid, al dolore per l’ennesima guerra e per i disordini tra arabi e ebrei nelle città miste si era aggiunto anche questa ultima angoscia di continuare a rimanere ostaggi di Benjamin Netanyahu e del suo processo. A votare ogni qualche mese per poi tornare al punto di partenza, con un governo di transizione , sempre con lui al governo.

Già da ieri sapevano che probabilmente Yair Lapid e Naftaly Bennet , due uomini che più diversi non potrebbero essere, avrebbero cercato di fare l’impossibile e creare un governo di coalizione per poter fermare finalmente la follia. Nella coalizione che guiderà Israele ci saranno personaggi lontanissimi l’uno dall’alto sia politicamente che umanamente: Merav Michaeli laburista e femminista, Nizan Horowitz, del Meretz (sinistra), il rappresentante degli ebrei russi Liberman, super laico e anti religioso, Ganz , ex capo di Stato maggiore – entrato ingenuamente con Netanyahu al governo e poi ingannato e stritolato – e Gideon Saar, il grande deluso del Likud). Con loro dovrebbe finalmente fermarsi la follia a tre, di cui fanno parte, oltre a Netanyahu, la moglie Sara e il figlio Yair che non poco influiscono nella politica dell’attuale premier

Speravamo. Ma avevamo paura di crederci.

E mentre ieri sera scoltavamo i discorsi di Bennet , prima , e di Nethanyau , subito dopo, ci chiedevo ancora se fosse vero , se non fosse troppo presto per gioire, e tutti ci dicevamo che per esserne assolutamente certi bisognerà aspettare la parte burocratica e per questa ci vorrà forse persino una intera settimana.

Per primo, come dicevamo, ha parlato il Leader di Yamina (letteralmente la destra) Bennet, il viso lucido dall’emozione: “Quattro tornate elettorali – ha spiegato Bennett – hanno indebolito il Paese. Stiamo smontando mattone per mattone l’edificio dello Stato che rischia di crollarci addosso, dobbiamo fermare la follia e prenderci la responsabilità. Vediamo il nostro paese che soffre, ministri che neanche si parlano tra di loro e non sono in grado di governare. Il sistema di Bibi è dividere e seminare odio. Duemila anni fa abbiamo perso questa nostra terra per liti interne. Non possiamo permettere che ciò succeda di nuovo. Netanyahu intende trascinare tutti noi nella propria Masada (luogo simbolo di uno storico suicidio, ndr) personale”.

E poi, a prendere la parola nella Knesset israeliana, è stato Bibi, dritto accanto alla bandiera: “Bennett vi imbroglia, questa è la truffa del secolo – Ha risposto Netanyahu – L’unica cosa che gli interessa (a Bennet, ndr) è fare il premier. È scandaloso che con sei seggi si possa fare il premier (Lapid effettivamente ha generosamente permesso nel governo di coalizione e di “rotazione” Bennet di essere il primo malgrado i pochi seggi, ndr). Gli israeliani che mi hanno scelto con 2 milioni e mezzo di voti volevano me come premier”. E ha aggiunto che solo lui sa come trattare Hamas e solo lui sa cosa fare vis a vis con l’Iran e solo lui sa parlare con gli Stati Uniti.

Forse non solo lui. Sperano molti israeliani. Bennet sarà il primo premier religioso, dati in ebraico. Che Dio lo aiuti.

La sai l’ultima?

 

India Lo youtuber fa volare il suo cagnolino con i palloncini ad elio. La polizia lo arresta

Uno youtuber indiano ha “fatto volare” il suo cane legandolo a una manciata di palloncini ad elio. Gli pareva un’idea gagliarda e visionaria per intrattenere il suo pubblico – il suo canale ha 4 milioni di iscritti – ma non è andata a finire benissimo: dopo le proteste feroci il 32enne Gaurav Sharma è stato costretto a rimuovere il filmato e poi arrestato in seguito alla denuncia di un’associazione animalista. A nessun cane è stato fatto male nella realizzazione dell’opera d’arte, come spiega il sito La Zampa.it: “Nelle immagini si vede l’animale che prende il volo per poi essere preso da alcune persone che affacciate dal balcone del secondo piano dell’edificio”. Lo youtuber si è scusato pubblicamente, si è giustificato dicendo di aver preso “tutte le misure di sicurezza” e di amare il suo cagnolino Dollar come fosse un figlio, ha chiesto di non imitare il suo gesto. Ma non è bastato: il video del cane volante si è trasformato in una grana gigantesca.

 

Italia L’Inps scrive a un morto: “Lei non ha più diritto alla pensione perché è deceduto, ma può fare ricorso”

Meraviglia ultraterrena della burocrazia italiana: l’Inps ha scritto una lettera a un pensionato morto per fargli sapere che – in quanto morto – non aveva più diritto alla pensione. Secondo Il Tempo la comunicazione è stata notificata all’ingegnere Franco O., scomparso a Roma lo scorso 17 marzo. “Gentile Signore, le comunichiamo che lei è decaduto dal diritto alla pensione di cittadinanza per le seguenti motivazioni: è deceduto”. Tuttavia il signor Franco non si disperi, non tutto è perduto. La lettera prosegue così_ “Lei potrà recarsi presso i nostri uffici per ricevere ulteriori chiarimenti e inoltre, entro 30 giorni dal ricevimento della presente, potrà proporre istanza motivata di riesame”. L’ingegnere aveva lavorato per molti anni all’estero raccogliendo pochi contributi e aveva ottenuto una pensione di cittadinanza nel 2019. In questi casi si immagina il defunto rivoltarsi nella tomba, ma è più probabile si faccia una grassa risata.

 

Roma C’è un roditore che mangia nel banco gastronomia: il supermercato Tigre chiuso per colpa di un grosso topo

Se un piccolo supermercato Tigre incontra un grosso topo capitolino, il piccolo Tigre è spacciato. Il video di un corpulento roditore che banchetta dietro il vetro del reparto gastronomia ha fatto il giro del paese grazie alla pagina Instagram Welcome to Favelas. Immagini francamente raccapriccianti: il roditore sgranocchia in gran serenità un filetto di pesce fritto, un avventore si chiede come sia possibile, il negoziante non pare molto scosso: “Questo sarà entrato con la pioggia”. Il bancone, scrive Repubblica, è quello del mercato Tigre di viale Angelico, nel quartiere romano di Prati. Dietro al video del topo, secondo il quotidiano, “c’è una storia di estorsione, di ricatto, di ‘revenge mouse’, per dirla con termini attuali”. Giura il negoziante: “Queste persone mi hanno ricattato, facendosi dare dei soldi per non pubblicare il video. Io glieli ho dati, che altro avrei potuto fare?”. Il filmato è stato pubblicato lo stesso, due mesi più tardi. E il Tigre è stato chiuso dal topo.

 

Teorie del complotto Twitter dà il meglio di sé: “Il cantante dei Maneskin ha una somiglianza incredibile con Lady Diana”

Potevamo sopravvivere senza una teoria del complotto sul cantante belloccio dei Maneskin e l’ex moglie di Carlo d’Inghilterra? Non potevamo. Damiano, leader della band che ha appena vinto l’Eurovision, ha una somiglianza “incredibile” con Lady Diana, la principessa del Galles morta in un incidente d’auto a Parigi nell’estate del 1997, in circostanze che hanno evocato da sempre misteri e cospirazioni. Al gran popolo di Twitter non potevano sfuggire alcuni tratti in comune tra i volti delle due icone, così distanti nello spazio e nella storia, così vicini nelle fantasie speciali di chi ha un sacco di tempo da perdere. “In particolar modo gli occhi – scrive Fq Magazine – avrebbero attirato la curiosità di alcuni utenti, perlopiù stranieri e il collage realizzato da una di loro è diventato virale, scatenando le più assurde teorie complottiste e raggiungendo quasi 100mila like”. Internet è un luogo oscuro.

 

Messina I vigili del fuoco corrono a spegnere l’incendio ma era solo un vecchietto che faceva le salsicce alla brace

Pensavano fosse un incendio invece era solo un povero cristiano che provava a farsi una braciata. A Tremestieri, in provincia di Messina, i vigili del fuoco sono stati chiamati dai residenti di un palazzo, preoccupati da una copiosa coltre di fumo che si addensava sopra un balcone condominiale. Come appunta la cronaca locale, il fattaccio si è consumato vicino al bivio “Larderia” lungo la via Nazionale. Mai nome fu più adeguato. Non c’era nessun incendio, infatti, ma solo un anziano signore che grigliava le salsicce. “Inutile la corsa dei pompieri – scrive Messina Today – che si sono precipitati sul posto con l’autopompa dopo la telefonata, ma che al loro arrivo hanno trovato soltanto una grigliata allestita da un vecchietto, residente nella palazzina. ‘Quando siamo arrivati c’era soltanto un brace con braciole, salsiccia e castrato’, commentano i vigili della sala operativa che hanno gestito l’intervento immediato. ‘Ormai non si può più essere liberi di arrostire un po’ di carne’, conclude laconico il pompiere”.

 

Repubblica Anastasia: “Ho comprato il mio primo sex toy e mi chiedo perché non lo abbia fatto prima”

La notizia della settimana era in hompage sul sito di Repubblica, sezione “moda e beauty”. Racconta l’imprescindibile esperienza di una lettrice del quotidiano – Anastasia – che ha voluto comunicare la sua soddisfazione per l’acquisto di un dildo e ha sentito il bisogno di metterne al corrente il maggior pubblico possibile. Già dal titolo, malgrado l’incerta concordanza verbale, capiamo di essere di fronte a un importante momento di giornalismo: “Anastasia: ‘Ho comprato il mio primo sex toy e mi chiedo perché non lo abbia fatto prima’”. La testimonianza di Anastasia è davvero preziosa: “Non riesco quasi a descrivere la gioia che ho provato quando è arrivato quel pacco. Lo so, è una cosa che per molte e per molti sembrerà di poco conto. Ma in quell’esatto momento ho realizzato di aver fatto qualcosa per me stessa, fregandomene del potenziale giudizio altrui, e mi sono sentita libera. Cosa ho fatto? Mi sono regalata un sex toy. Un oggetto del piacere. È carino, leggero, funzionale. Soddisfa i miei desideri”.

 

Giappone Il treno arriva con un minutodi ritardo e scatta subito l’inchiesta: il conducente doveva andare in bagno

Per i più ottusi nostalgici, quando c’era Lvi i treni arrivavano in orario. E poi c’è il treno del Generale di De Gregori, che “non fa più fermate neanche per pisciare”. In Giappone è davvero così: un treno arrivato in stazione con un minuto di ritardo ha fatto aprire un’inchiesta che è diventata un caso nazionale. Lo racconta l’Agi: “È successo che il conducente di un treno ad alta velocità abbia lasciato il controllo del convoglio a un dipendente non qualificato nel mezzo del viaggio”. Motivo? Doveva andare in bagno. “L’episodio sarebbe anche passato inosservato, se non che il treno è arrivato con un minuto di ritardo. Un’inadempienza che ha scatenato un’indagine nel paese. Il macchinista ha ammesso di aver lasciato il suo posto perché aveva mal di pancia e aveva quindi chiesto ad un suo collega (non qualificato) di assumere il controllo. Si è assentato per 3 minuti, ma è bastato perché il convoglio arrivasse in ritardo rispetto alla tabella di marcia”. L’azienda si è scusata in conferenza stampa, il povero macchinista ne “pagherà le conseguenze”.

I soldi e anche il destino chiudono il Giro

Il Giro d’Italia al tempo del Recovery Fund si è concluso a Milano domenica pomeriggio alle cinque della sera, ma non in punto. Ha vinto l’ultima tappa a cronometro Filippo Ganna della Ineos Grenadiers. Come ampiamente pronosticato. Il Giro è stato conquistato dal ventiquattrenne colombiano Egan Bernal, della Ineos Grenadiers. Come ampiamente pronosticato. La Ineos ha vinto anche la classifica a squadre, Bernal pure quella di miglior giovane. Lui e Ganna hanno intascato due tappe a testa. I 50 milioni di sterline di budget annuale stanziati dalla britannica Ineos, erede dello Sky team che ha spadroneggiato per un decennio, dimostrano come anche nel ciclismo i risultati sono frutto soprattutto di investimenti indovinati.

A meno che… non interferisca una variabile imprevedibile, sempre in agguato. Quella delle “tre ruote”. Tre? Due, quelle della bicicletta. La terza, la fatidica ruota del destino. Al Giro di quest’anno, mai un momento ferma. La falce della malasorte ha liquidato quasi un quarto del plotone, scusate se è poco: partiti da Torino in 184, sono arrivati a Milano in 140. Anche ieri, nella giornata conclusiva, a classifiche ormai scolpite e dunque in situazione di limitato agonismo, Ganna ha rischiato di perdere la tappa che stava vincendo facilmente – è il campione del mondo delle corse contro il tempo – per una banalissima foratura causata da un binario sporgente. Il rivale più accreditato, lo specialista francese Remi Cavagna (origini piemontesi, come Ganna che è di Verbania) si è trovato scodellato sul piatto un inatteso successo. L’entusiasmo l’ha tradito. A trecento metri dal traguardo, in fondo a corso Matteotti, ha preso dritta una curva secca a sinistra, per uno scarto della bici. È finito sparato contro le transenne, con una bella capriola di testa (e, per fortuna, di casco). È rimontato prontamente in sella, ma ha perso il vantaggio che aveva. E ha perso la tappa.

Gli incidenti hanno tradito mille volte fuoriclasse come Fausto Coppi, le folle si commuovevano fino alle lacrime per quante disgrazie si erano abbattute sul Campionissimo, tant’è che c’era chi accendeva le candele nei santuari perché egli potesse avere rivincita sul destino. Lui stesso, però, conquistò nel 1940 il primo dei suoi cinque Giri perché il suo capitano Gino Bartali si era infortunato. Colse l’occasione. E cambiò il suo fato.

Come Damiano Caruso, 33 anni e mezzo, ragusano. L’eroe di questo Giro 2021. Per anni, vita (onorevole) da mediano del pedale. Umile, leale, affidabile. Al servizio di tanti capitani: come Cadel Evans, Vincenzo Nibali. E oggi Mikel Landa, alla Bahrain Victorious. Fino al giorno in cui la fatalità della terza ruota ha cambiato i piani della Bahrain, facendo cadere disastrosamente Landa (clavicola destra e varie costole fratturate) nel finale della quinta tappa da Modena a Cattolica – tutta dritta e senza difficoltà. Caruso si è ritrovato all’improvviso capitano per caso. Ma forse non per caso… perché ha saputo gestire con acume la nuova responsabilità. Piano piano, da eterno secondo delle gerarchie di squadra, è diventato addirittura il prestigioso secondo di questo Giro, domando corridori ben più reputati. Ha legittimato sogni e ambizioni trionfando all’antica, in un sabato da leone e da campione, sui tornanti dell’Alpe Motta. Più del Giro di Bernal, è stato il Giro di Caruso. Potenza della lirica suonata a colpi di pedivella.

“Mi disse: ‘Disattiva i freni, tanto il cavo non si rompe’”

Fabrizio Coppi, operatore della funivia di Stresa, sapeva che i “ceppi” (o “forchettoni”) disattivavano i freni in caso di incidente. Da un mese il suo superiore – il capo servizio Gabriele Tadini, 36 anni d’esperienza alle spalle– gli aveva chiesto di “lasciarli inseriti”, “specificamente sulla vettura numero 3”, su cui persisteva una “perdita di pressione alla centralina dei freni”. E in attesa di risolvere il problema, per non fermare l’impianto, era stato deciso di neutralizzare il dispositivo salvavita, che in caso di rottura di un cavo avrebbe agganciato la vettura alla seconda fune. Ma non era un azzardo pericolosissimo, trasportare passeggeri in quelle condizioni? “Ricordo di averlo chiesto proprio a Tadini – ricorda Coppi – quando mi ordinò di non rimuovere il ceppo. Lui mi rispose: ‘Prima che si rompa un cavo traente o una testa fusa, ce ne vuole’. Ricordo bene queste parole. Non ho replicato anche perché è lui il responsabile”. È un evento rarissimo, il cigno nero degli impianti a fune. Un cavo trainante che si spezza o che si rompe nel punto dove è saldato alla vettura, detto appunto testa fusa. È successo davvero, il 23 maggio, e sono morte 14 persone.

La testimonianza di Coppi è uno degli elementi più importanti raccolti finora dagli inquirenti che stanno indagando sul disastro. Un’inchiesta che sabato notte ha avuto una brusca battuta d’arresto. Il giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici ha sconfessato la linea della Procura di Verbania e ha disposto la scarcerazione delle due figure apicali della funivia: Enrico Perocchio, direttore d’esercizio, e Luigi Nerini, amministratore della società concessionaria Ferrovie del Mottarone srl (assistiti dagli avvocati Andrea Da Prato e Pasquale Pantano). A chiamarli in causa, dopo un interrogatorio di oltre dieci ore avvenuto martedì, era stato lo stesso Tadini (difeso dall’avvocato Marcello Perillo, da ieri è tornato ai domiciliari): “La decisione era stata condivisa e avallata da loro”. Tadini, difeso dal legale Marcello Perillo, è tornato ieri ai domiciliari.

Quella stessa notte era scattato il fermo in carcere per tutti e tre, provvedimento annullato ieri dal gip: “Non sussiste alcun elemento per ipotizzare il pericolo di fuga”. Il tribunale ha anche rigettato la richiesta di misure cautelari presentata dal procuratore Olimpia Bossi e dal pm Laura Carrera, ritenendo Tadini “non credibile”: “Sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere del disastro causato in termini di perdita di vite umane e in sede civile – si legge nell’ordinanza – E allora, perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni? Perché non attribuire anche a Nerini e Perocchio la decisione di non rimuovere i ceppi?”.

ma per quale motivo Tadini, un dipendente della Ferrovie del Mottarone, si sarebbe preso una tale responsabilità? Si è trattato solo della sottovalutazione del rischio di uomo che faceva lo stesso lavoro da troppo tempo? “La decisione è stata condivisa da tutti – ha ripetuto il tecnico al gip – nessuno mi ha detto di disattivare il freno, ma mi hanno detto comunque vai avanti. A Perocchio ho detto che mettevo i forchettoni e non mi ha detto niente. Nerini diceva di andare avanti, e io gliel’ho detto tre volte che mettevo i ceppi”.

A confermare in parte questa versione è Coppi, sentito dai militari due volte, martedì e venerdì: “Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini di fermarlo. Dopo alcune telefonate l’ho visto molto turbato e demoralizzato”. Quanto all’esistenza di un interesse economico, escluso per il momento dal giudice, ecco cosa racconta Coppi: “Con la stagione appena ricominciata dopo il Covid una chiusura sarebbe stata una catastrofe. Tadini aveva ricevuto talvolta il permesso di fermarsi, ma quando c’era brutto tempo”. E ancora: “Nel 2012, quando iniziai a lavorare, Nerini, a proposito del pericolo sul lavoro in funivia, mi disse che tanto non sarebbe mai successo niente. Questa frase mi rimase impressa perché poi il mese dopo fui costretto a calare 38 persone da una cabina bloccata”. Coppi, in ogni caso, è per il giudice un potenziale indagato, perché avrebbe potuto rifiutarsi di mettere i ceppi. E come lui adesso rischiano altri operatori.

Conte su Di Maio: “Il M5S matura, ma non si tratta su etica e legalità”

Con un post su Facebook Giuseppe Conte è intervenuto sull’iniziativa di Luigi Di Maio, che ha chiesto scusa all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato nel 2016 per turbativa d’asta e ora assolto in appello, dicendo “contribuii ad alzare i toni e a esacerbare il clima” e censurando “l’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale”. Nel M5S non tutti sono d’accordo. Secondo l’ex presidente del consiglio e leader in pectore, “il Movimento 5 Stelle sta completando un processo di profonda maturazione” e “in questo nuovo corso, riconoscere come errori alcuni toni e alcuni metodi usati in passato – come ha fatto Luigi Di Maio – vuol dire segnalare, anche all’esterno, alcuni fondamentali passaggi di questo importante processo di maturazione collettiva, che avrà al suo centro, sempre e comunque, il rispetto della persona”. Però Conte aggiunge che “il principio di legalità e il valore dell’etica pubblica per la nostra comunità politica sono valori inossidabili”, rivendica tra l’altro “lo Spazzacorrotti e le riforme sulla giustizia” e torna sulle dichiarazioni del sottosegretario leghista Claudio Durigon (“l’abbiamo messo noi” con riferimento a un ufficiale della Finanza impegnato in indagini sui fondi della Lega) per dire che non dovrebbe più essere al governo. “Chi pensa – scrive ancora Conte – che il nuovo Movimento possa venire meno a queste convinzioni o pensa di strumentalizzare questo percorso di maturazione, rimarrà deluso.

“A Lodi una battaglia giusta, il Movimento ha perso la bussola”

Il cinque stelle Massimo Casiraghi, consigliere comunale a Lodi, è stato tra i protagonisti del processo Uggetti: grazie alla sua iniziativa, per la prima volta un giudice ha riconosciuto il diritto di un cittadino a costituirsi parte civile per conto del suo Comune, nonostante la giunta e il commissario si fossero rifiutati di farlo.

Cinque anni dopo, si è pentito di quella battaglia?

No. Il sindaco era stato arrestato e non si voleva dimettere, per cui le nostre richieste erano più che legittime. Eravamo convinti che il danno economico per la città fosse evidente. E comunque penso che il nostro impegno abbia creato una possibilità e un diritto in più. Prima di noi, se un Comune si rifiutava di costituirsi parte civile, i cittadini non potevano fare nulla. Abbiamo creato un precedente che può diventare importante per tante altre inchieste, penso a quella sui fanghi tossici in Lombardia. Il Movimento nasceva per dare più diritti.

Ora non lo fa più? Non condivide il mea culpa di Di Maio?

Dal punto di vista processuale c’è ancora un grado di giudizio e non abbiamo nemmeno letto le motivazioni dell’assoluzione in appello: forse le scuse sono un po’ affrettate. Comunque se Di Maio intende scusarsi per i suoi toni, lo faccia pure. Noi attivisti a Lodi non abbiamo usato slogan aggressivi, siamo stati molto più contenuti dei leader nazionali. Abbiamo lavorato per vedere riconosciuto il danno subìto dalla città e l’abbiamo fatto in modo serio, per stabilire un principio di etica pubblica.

A Lodi vi sentite abbandonati dai vertici del Movimento?

La nostra battaglia non era contro i quattro imputati, ma per sostenere il valore dell’azione civile. I leader nazionali cavalcarono l’iniziativa, ora se ne dissociano. Si affrettano a scusarsi con Uggetti, ma con noi non parlano più. Siamo molto delusi. Il Movimento ha perso un po’ la bussola, sembra si sia dimenticato da dove viene e dove va.

Anche Conte?

Conte non era nel Movimento Cinque Stelle all’epoca. Invece Di Maio e gli altri qui c’erano venuti, eccome. Magari dopo 4 o 5 anni se lo sono dimenticato, di certo adesso non si fa vivo più nessuno. Oltre a scusarsi avrebbero potuto difendere il nostro lavoro.

Davvero non ci fu nessuna gogna?

In quel momento chiedere le dimissioni di Uggetti era un fatto doveroso. Il dato certo è che c’era un consigliere di amministrazione di una società, metà pubblica e metà privata, nominato dal sindaco che interloquiva con il sindaco stesso su un bando a cui poi la sua società avrebbe partecipato e vinto.

Resta il fatto che Uggetti si è fatto dieci giorni di carcere e oggi risulta innocente.

Umanamente dispiace, il carcere non si augura mai a nessuno. Nel merito non sono nelle condizioni di giudicare il lavoro di altri, le indagini della Guardia di finanza e la decisione del collegio giudicante.

La parte civile sarà costituita anche in Cassazione, eventualmente?

No, basta. Ho dato. Un po’ per ragioni economiche: le spese le sostiene la parte civile, ma i soldi in caso sono restituiti al Comune. Ma pure perché sono stanco: era una battaglia che il M5S aveva combattuto come una comunità, ora siamo soli.

Fu lui che si scusò. E tutti scrissero: “Ha confessato”

Navigando tra i titoli e le dichiarazioni di cinque anni fa, è complicato cercare la “gogna” di cui si autoaccusa oggi Luigi Di Maio insieme a una parte del mondo grillino. Al contrario, il senso di oltraggio e imbarazzo per l’inchiesta di Lodi erano trasversali all’opinione pubblica, sui giornali e tra i partiti.

Fanno fede, per cominciare, le dichiarazioni dello stesso ex sindaco Simone Uggetti all’indomani dell’arresto, definite dai giornali una “confessione”. Di fronte al gip, all’indomani dell’arresto. Uggetti “ammette”: “Sì, ho alterato il bando per l’assegnazione della gestione delle due piscine. Ma l’ho fatto pensando ai vantaggi per le casse del Comune’” (Il Messaggero, 5 maggio 2016).

Lo ripete all’atto delle dimissioni, di fronte al consiglio comunale nella sua ultima seduta da sindaco di Lodi, il 19 luglio 2016: “Chiedo scusa alla città”. Anche in questo caso sostiene di aver fatto gli interessi del Comune: “Un sindaco in questo momento storico ha molte difficoltà economiche ma si trova anche di fronte ad un groviglio formativo oneroso che crea sempre più difficoltà nell’operare. E all’ordine del giorno si delineano anche forzature che spesso diventano necessarie”. Uggetti era quindi consapevole di aver commesso un reato, seppure “a fin di bene”.

Fin qui le parole del diretto interessato, ma pure l’orientamento dell’opinione pubblica era quasi unanime. Basta rileggere i quotidiani del 4 maggio, il giorno dopo l’arresto. La Stampa: “Appalti su misura a Lodi. Un altro sindaco Pd in manette”. Il Messaggero: “Sindaco in cella, Pd nei guai. È il braccio destro di Guerini”. Il Corriere della Sera citava le carte dell’inchiesta: “‘Formattiamo’? Le manovre per cancellare le prove dai pc”. Repubblica, ai tempi molto vicina al Pd renziano, pur in un editoriale dal taglio garantista (“Quelle manette a tutti i costi”) riconosceva la solidità dell’indagine: “Questa inchiesta lo ritrae (Uggetti, ndr) mentre con disinvoltura trucca una gara pubblica. Gli elementi raccolti da Procura e Fiamme Gialle appaiono fortissimi”. Scatenati, ovviamente, i quotidiani di destra. Libero: “Un arresto al giorno leva Renzi di torno”. Il Giornale: “Voleva cancellare le prove: ‘Formatta il computer’. Ma era intercettato dai pm”.

E le dichiarazioni politiche? Davvero fu una gogna tutta grillina? Non proprio. È nota la posizione di allora di Matteo Salvini e il suo gesto delle manette. Ma pure a sinistra erano in pochi a parlare di gogna. “La questione morale è di tutti” (Beppe Sala, 3 maggio 2016); “Il Pd cambi rotta e assuma la gravità della questione morale” (Alfredo D’Attorre, 3 maggio); “La preoccupazione c’è. È una sorpresa che amareggia tutti” (Graziano Delrio, 4 maggio); “C’è un problema di gestione del Pd, rischia di diventare puro strumento di potere, con una prevalenza degli interessi personali su quelli pubblici” (Luciano Violante, 5 maggio).

“Sì, ho cancellato i file dal pc. Ho sbagliato e l’ho ammesso”

“Sono molto rammaricato e ho sofferto molto in questi giorni e gli sbagli che ho fatto sono stati fatti per il bene della mia città”. Erano le 11.26 del 9 maggio 2016 quando Simone Uggetti, sindaco di Lodi, chiudeva così il suo interrogatorio reso al pm dal carcere di San Vittore. Aveva ammesso di aver tentato di cancellare le prove: “Il contenuto dei file che volevo cancellare riguardano una delle bozze del bando della gara che ho mandato all’avvocato Marini. Comunque poca roba, una o due mail”. Cristiano Marini è il rappresentante della società Sporting Lodi, per cui il bando è stato costruito su misura. Gestiva il centro sportivo con piscina coperta La Faustina, che si era dimostrato economicamente un bagno di sangue. La gara doveva servire a far gestire a Sporting Lodi anche le due più remunerative piscine all’aperto, Belgiardino e Concardi, in modo da compensare le perdite. “Penso, ma non sono sicuro, di aver cancellato delle conversazioni whatsapp”, continua Uggetti. “Ero preoccupato perché pensavo di aver fatto delle cavolate, tanto è che mi sono dato del coglione”. Nel verbale è ammesso a chiare lettere: “Ho fatto degli errori e l’ho ammesso”. Le “cavolate” le aveva colte per prima la funzionaria del Comune, Caterina Uggè, che trova il sindaco a colloquio con l’avvocato Marini, ritiene la cosa scorretta e la va a denunciare, perché la ritiene una procedura illegittima.

Il sindaco annusa il pericolo e incarica il suo comandante della polizia municipale di verificare se è stata aperta un’inchiesta: “Più di una volta ho chiesto informazioni al comandante Di Legge perché come amministrazione abbiamo avuto più fatti riguardanti violazioni di legge”, spiega Uggetti. “La mia era una preoccupazione di ordine politico… Di Legge mi disse che si era interessato e che non vi era nulla”. Poi però va direttamente dal comandante locale della Guardia di finanza: “Il mio colloquio con il colonnello Benassi era assolutamente genuino. Non immaginavo che sotto ci fosse questa vicenda. Ho sbagliato a non muovermi in autotutela”. Nel frattempo viene fabbricato il bando. “Ho fatto delle correzioni sul bando che riguardano i punteggi. Le altre correzioni forse sono appunti della Uggè”. Gli mostrano l’allegato 9, il bando: “Non riconosco la mia grafia nelle correzioni. Potrebbe essere di Marini”. Cioè del rappresentante dell’azienda che poi vincerà la gara.

Nel suo interrogatorio durante il dibattimento, il 17 ottobre 2017, Uggetti ammette di essersi dato da fare per Sporting Lodi: “Per me era indispensabile che Sporting non fosse esclusa”. Spiega: “Io da un lato utilizzavo Marini, impropriamente, come consulente informale, gratuito, perché è una persona che si è messa a disposizione come pochi nell’amministrazione senza chiedere niente… Io ero consapevole dei rischi che potevo correre… io sapevo che… io uscivo la mattina col coltello tra i denti… Ero assediato, ero assediato, e l’ultima cosa che volevo era tirar dentro una persona come Marini che non c’entrava proprio niente… Io volevo che Sporting non fosse esclusa. Poi certo… non mi sarebbe dispiaciuto se avesse vinto”. Prosegue: “Si è creato un grandissimo fraintendimento tra me e Cristiano”. Si sentono al telefono, poi “io gli dico ok grazie ciao, ci sentiamo più avanti. Gli mando il giorno dopo, ma questo è colpa mia, gli mando un whatsapp con un… né ciao né niente: Legge regionale 26 del 2006”. “Io intendevo chiedergli di verificare se Sporting con quella legge regionale lì poteva partecipare, oppure no?”. Nel documento powerpoint mandato da Uggetti a Marini c’è scritto – gli fa notare il pm – “individuare modalità di conferimento gestione a Sporting dei due impianti, anche a regime di affidamento diretto” e altre osservazioni del tipo: inserire “vincoli di manutenzione straordinaria e bando ad evidenza pubblica prevedendo requisiti locali volti a scoraggiare partecipazioni esterne e requisiti di solidità economica volti a scoraggiare soggetti estemporanei”. Uggetti, imbarazzato, risponde: “Sì, sì, ma mi ricordo perché l’ho guardato dopo i fatti”. Reagisce la pm: “Stavate discutendo del bando”. Il bando self-service per le piscine “buone” che dovevano compensare la gestione della megapiscina “cattiva”.