Gilbert Kamafa si ferma a osservare il giardino di cento “lapidi” bianche di cartone, in un tranquillo quartiere di Minneapolis. Eric Garner, Breonna Taylor, Emmett Till e ovviamente George Floyd: su ognuna è indicato il nome di una vittima della polizia, la data della morte, l’età e la scritta “Rest in power”. “Vengo spesso a raccogliermi in questo luogo. Queste persone non sarebbero dovute morire”, dice Gilbert, nigeriano di 42 anni, che vive non lontano da Minneapolis. Questo luogo viene chiamato Say Their Names. L’installazione, come un giardino della memoria, è stata creata da due artisti nel sud di Minneapolis dopo l’omicidio di Floyd, il 25 maggio 2020, ed è gestita da volontari. Poco lontano c’è il George Floyd Square, un altro memoriale a cielo aperto sorto nel luogo esatto in cui l’afroamericano, di 46 anni, è morto soffocato dal ginocchio del poliziotto bianco Dereck Chauvin. Lo Square, dominato da un grande pugno chiuso di metallo, simbolo di resistenza e solidarietà, non è solo un luogo di memoria.
All’ingresso un cartello invita i visitatori bianchi a fare un passo indietro, a meno che non vedano altri bianchi “comportarsi in modo strano”. In questo caso, sono invitati a “levare la voce con compassione in modo da liberare da questo fardello le nostri sorelle e fratelli neri”. È anche un luogo di ricostruzione per Minneapolis, tranquilla cittadina del Midwest-Nord diventata da un giorno all’altro l’epicentro delle grandi proteste antirazziste del movimento Black Lives Matter che hanno investito tutto il paese. Tra il Covid-19 e i cortei a volte violenti che obbligavano i negozi a barricarsi, il dopo 25 maggio 2020 è stato difficile da vivere per la città. Certo, Dereck Chauvin è stato condannato ad aprile. Ma, proprio durante il processo, sotto i riflettori dei media, un giovane di colore, Daunte Wright, è stato ucciso nella periferia della città da un poliziotto che sostiene di aver confuso la sua pistola col taser. La popolazione di Minneapolis è stanca di queste morti a ripetizione. Soprattutto sono stanchi i neri di Minneapolis, che rappresentano il 19% della sua popolazione, e tornano a vivere il trauma dello scorso anno. “Ci vorrà tempo per ricostruirci. In questa città si vive bene. Non avremmo mai pensato che saremmo diventati il simbolo del razzismo e della crudeltà della polizia”, osserva Marlene McMillan, una donna bianca che abbiamo incontrato al George Floyd Square. Minneapolis, 420.000 abitanti, in maggioranza bianchi, baluardo progressista, è una delle città degli Stati Uniti che presenta le maggiori disparità razziali. Solo un quarto delle famiglie nere della città è proprietaria della casa in cui vive, contro il 76% dei bianchi. Lo scarto di reddito medio (36.000 dollari, circa 30.000 euro, per le famiglie nere, contro 83.000 per le famiglie bianche, nel 2018) è, secondo il Washington Post, tra i più importanti del paese. “Negli anni 70, Minneapolis era all’apice della sua reputazione progressista grazie a leader riconosciuti a livello nazionale per la loro lotta a favore della giustizia sociale e dei diritti civili, come Walter Mondale e Hubert Humphrey. Tuttavia, malgrado l’impegno legislativo e retorico, la realtà dei fatti è un’altra”, osserva Kirsten Delegard, storica nata a Minneapolis, co-fondatrice del Mapping Prejudice Project, un’iniziativa che punta a mettere in luce le disuguaglianze razziali della città. Secondo lei, queste ultime sono in gran parte il risultato delle restrizioni che erano in vigore all’inizio del XX secolo.
Per frenare l’afflusso di abitanti nelle “Twin Cities” (Minneapolis e la vicina Saint Paul) e preservare il valore dei quartieri, le agenzie immobiliari e le autorità locali hanno riservato ai bianchi l’accesso alla proprietà. Nel 1910, sugli atti di proprietà si stipulava per esempio che “i locali non potevano essere, in nessun momento, trasmessi, prestati, affittati a persone di sangue o di origine cinese, giapponese, moresca, turca, negra, mongola o africana”. Nella prima metà del 900 era previsto anche che un locale non dovesse “mai essere venduto, trasmesso, affittato, subaffittato o occupato da uno o più individui il cui sangue non fosse pienamente della cosiddetta razza caucasica o bianca”. Queste disposizioni sono state soppresse alla metà del secolo scorso, ma il danno ormai era fatto. “Se vuoi iscriverti all’università, o se vuoi andare in pensione per esempio, devi aver accumulato ricchezze nel corso della tua vita. Per gli stati Uniti, il modo migliore per riuscirci è diventare proprietari perché, diversamente dall’Europa, i sussidi sociali qui sono modesti”, riassume Kirsten Delegard. Oltre a rendere più difficile l’accesso al credito bancario, alla sanità e all’istruzione, questa realtà ha definito i rapporti tra le popolazioni nere e la polizia locale, il Minneapolis Police Department (MPD). “Tutte le violenze commesse dalla polizia negli ultimi venti anni si sono verificate in luoghi non bianchi”, osserva l’esperta. In materia, Minneapolis vanta un triste bilancio. Nel 2015, un commissariato di North Minneapolis, un quartiere a maggioranza afroamericana, è stato occupato per diciotto giorni dopo la morte di Jamar Clark, un uomo di colore di 24 anni colpito a morte dai poliziotti. Alcuni testimoni avevano visto che l’uomo era ammanettato quando gli hanno sparato. Nessuna procedura è stata mai avviata contro gli agenti. “Ci battiamo da molto tempo contro le violenze della polizia. A Minneapolis, quando sei nero, non hai un momento di tregua. Mentalmente, è estenuante”, sottolinea Labissa Brown, una donna afroamericana che vive nel quartiere in cui è stato ucciso George Floyd. Labissa, anche se prova rancore, non pensa che la polizia vada abolita, come reclamavano l’anno scorso gli attivisti più radicali del movimento Defund the Police. Non è sola a pensarla così. Nell’agosto 2020, solo il 35% degli abitanti neri della città si dicevano favorevoli a una riduzione degli effettivi della polizia, secondo il giornale locale Star Tribune. “Le comunità non bianche non vogliono sbarazzarsi della polizia, vogliono trasformarla – osserva Suwanna Kirkland, presidente della sezione locale dell’Associazione nazionale dei poliziotti neri -. Senza la polizia, i crimini nelle popolazioni nere sarebbero più numerosi. Le gang sarebbero più attive”. I consiglieri comunali di Minneapolis se ne stanno a loro volta accorgendo.
Di fronte all’incremento della delinquenza degli ultimi mesi, alcuni hanno discretamente rinnegato la promessa fatta davanti alle telecamere dopo la morte di George Floyd, cioè di sopprimere l’MPD. Gli abitanti di Minneapolis avranno probabilmente l’opportunità di pronunciarsi sul futuro delle forze di polizia locali in occasione del referendum di novembre, che coincide con le elezioni municipali. Nel frattempo, l’MPD sta cercando di riformarsi. Dopo la morte di George Floyd, il sindaco democratico Jacob Frey, contrario all’abolizione della polizia, ha annunciato una serie di misure per limitare l’uso della forza da parte dei poliziotti. Ad aprile, il ministero della Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un’inchiesta sulle pratiche dell’MPD, una decisione condivisa dal sindaco e attuale capo della polizia di Minneapolis. Kirsten Delegard ritiene che i tanti dibattiti sulle disuguaglianze razziali nati nella sua città dalla morte di George Floyd siano molto positivi, ma preferisce restare prudente. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando Minneapolis era diventata nota a causa del suo diffuso antisemitismo, la città, guidata dal sindaco (e futuro vicepresidente degli Stati Uniti) Hubert Humphrey, realizzò un “esperimento” che avrebbe radicato le sue posizioni progressiste: un’ampia indagine tra gli abitanti per valutare il livello di discriminazione razziale e religiosa della città. “Il sondaggio però valutava solo come queste discriminazioni erano percepite dalla popolazione. Si parlava cioè solo di sentimenti e non delle discriminazioni in sé – osserva -. Non è dunque la prima volta che Minneapolis intraprende un esame di coscienza che coinvolge la sua popolazione bianca. Dobbiamo assicurarci però che questa volta ne scaturisca un reale cambiamento”.
(Traduzione di Luana De Micco)