Ma mi faccia il piacere

Viva la dittatura. “La strategia del premier. Non saranno i partiti a ridisegnare il fisco” (Repubblica, 21.5). “Cassa depositi e Fs. Draghi azzera i vertici e taglia fuori i partiti” (Stampa, 27.5). “Le nomine pensando al futuro. Responsabilità. I vertici li deciderà sempre il premier, e si certifica il fatto che oggi il sistema politico non è nelle condizioni di negoziare” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 28.5). “Il premier smantella il sistema Conte eliminando i suoi uomini a uno a uno. Draghi decide ignorando gli appetiti dei partiti” (Maurizio Belpietro, Verità, 28.5). Abbiamo un dittatore e siamo tutti bagnati.

Paletti. “Riforma della giustizia, i 5s pronti a piegarsi ai paletti della Cartabia” (Giornale, 28.5). Così i paletti entrano meglio.

Sessismo giudiziario. “I giudici italiani maltrattano le donne” (Giornale, 28.5). Non si sono bevuti neppure Ruby nipote di Mubarak.

La Supercazzola. “Serve l’innesco cognitivo per creare il nemico comune utile a compattare il gruppo parlamentare… Siamo nell’era della Platform Society… saranno le piattaforme digitali a definire le strutture sociali e politiche e a promuovere le relazioni e le idee che nasceranno dal basso. Il futuro della politica e della partecipazione civica nei prossimi dieci anni è questo, e noi saremo lì per costruirlo” (Enrica Sabatini, braccio destro di Davide Casaleggio, Corriere della sera, 23.5). Ecco, brava, mandaci una cartolina.

Uggetti smarriti/1. “Uggetti? Non diteci che alla fine vince la giustizia” (avv. Gian Domenico Caiazza, Riformista, 28.5). In effetti assolvere un reo confesso è un filo eccessivo.

Uggetti smarriti/2. “Uggetti assolto: ‘I 5S? Non odio nessuno, ma con loro non mi alleerei’” (Stampa, 27.5). Malgrado le cazzate che fanno, hanno una fortuna sfacciata.

La Fakepubblica/1. “Rifiuti, tutti sconfitti. Tar boccia la Regione: ‘Faremo una diffida. Dopo la decisione Zingaretti rilancia: ‘Comune inadempiente, allerterò il governo’” (Repubblica, 28.5). Quindi, se il Tar dà ragione alla Raggi sono tutti sconfitti e l’inadempiente è lei. Figurarsi se le avesse dato torto.

La Fakepubblica/2. “Roma non trova posto alle ceneri di Proietti” (Repubblica, 26.5). “La notizia data da Repubblica è una fake news. È un attacco alla città, alla sindaca, fatto usando il nome di mio padre” (Carlotta Proietti, Facebook, 27.5). “”Il nostro dovere è raccontare i fatti” (Repubblica, 28.5). Falsi.

Ascolta, si fa Pera. “È la Costituzione la prima riforma da votare. Si può fare in due anni” (Marcello Pera, Repubblica, 27.5). Mo’ me lo segno.

Maresca ‘a Purpetta. “Catello Maresca: ‘Io e Cesaro mai sul palco insieme’” (Domani, 25.5.). Si vedono poi nel retropalco.

Il ballerino di fila. “Centri sociali, Carla Fracci, Croce Rossa, Emma Bonino, Cgil, Roberto Vecchioni, Claudio Bisio, sindaci del Pd e Cooperative rosse. Tutti allegramente in piazza domani a Milano, col portafoglio pieno, per chiedere più diritti e più accoglienza per gli immigrati. A loro gli italiani interessano poco. Se anche a te girano le palle, fai girare. #stopinvasione” (Matteo Salvini, segretario Lega, 19.5.2017). “È mancata stamane nella sua Milano, al cui prestigio internazionale tanto ha dato. Un commosso addio a Carla Fracci, simbolo assoluto della danza, dell’arte e della cultura, che in tanti anni di carriera formidabile ha illustrato il nome dell’Italia nel mondo” (Salvini, 27.5.2021). Ma va’ a ciapà i ratt.

Casellati Airlines. “Alla fine sono arrivate le minacce di morte alla Presidente del Senato Maria Casellati. Era scontato che arrivassero vista la campagna di odio costruita dai media (un gruppo editoriale in primis), che hanno voluto deformare la verità per azzopparla. Spero esca la verità sui voli e sui mandanti” (Guido Crosetto, FdI, Twitter, 28.5). I piloti, gli steward o le hostess?

La mosca cocchiera. “Bene le riaperture varate dal governo Draghi. Un salto di qualità che Italia Viva chiedeva da tempo” (Raffaella Paita, deputata Iv, Twitter, 17.5). Fortuna che ci sono loro, sennò Draghi si scordava di riaprire.

La parola all’esperta. “L’agenzia per la Cybersecurity. Sicurezza, via al dossier su cui inciampò Conte” (Claudia Fusani, Riformista, 27.5). Te l’ha detto Pio Pompa?

Forza Assassini. “A Mottarone le vittime sono tante. Chi è morto, il povero bambino sopravvissuto, e i gestori dell’impianto: costretti alla fame da regole assurde e tanto disperati all’idea di dover ritardare la riapertura da arrivare a voler riaprire ad ogni costo, anche della sicurezza” (Klevis Gjoka, responsabile Commercio e Lavoro di Forza Italia Giovani Milano, Twitter, 27.5). Giusto, facciamo una colletta.

Il titolo della settimana/1. “Il Pd scatta agli ordini di Travaglio: basta vitalizi, basta politica!” (Riformista, 27.5). Uahahahahah.

Il titolo della settimana/2. “’Ucciso con le natiche’. Così la moglie sovrappeso soffoca il marito” (Giornale, 19.5). Quando si dice un titolo fatto col culo.

La variante di Maurensig. Addio allo scrittore “tardivo”: debuttò a 50 anni e fu subito bestseller

Paolo Maurensig si è spento ieri a 78 anni. Prima che la morte vincesse la sua partita è riuscito a lasciare sul tavolo un nuovo romanzo (già consegnato alla casa editrice Einaudi, presso la quale lo scorso anno è uscito il suo ultimo Pimpernel – Una storia d’amore). Segno di una vocazione feconda che, sia pure tardiva – esordì cinquantenne a metà degli anni Novanta dismettendo la professione di agente di commercio – è rimasta ancorata alla felicità della fabula.

Come per il protagonista di Il diavolo nel cassetto vale per lo stesso Maurensig la viscerale confessione: “Vivevo in mezzo ai libri, respirando il profumo dell’inchiostro da stampa che mi inebriava come una droga”. L’autore goriziano, in un tempo egemone di feticismi autobiografici, non ha mai smesso di affidarsi all’invenzione, fedele a una staffetta generazionale di narratori puri. Canone inverso del 1996, centrato sulla misteriosa doppia vita di un violinista ambulante, riesce a seminare in meno di duecento pagine una serie di ingegnosi colpi di scena degni del miglior feuilleton.

Sulla scorta della sua formazione mitteleuropea, Maurensig è stato scrittore di frontiera, alieno a certi birignao della nostra tradizione. Temprato nelle colline della sua Gorizia, si è distinto per uno stile controllato nel quale è coinciso sia l’uomo sia il letterato. “Scavare nel passato” è stato il suo mantra, mossa ereditata da quella passione per gli scacchi che lo ha reso celebre prima che irrompessero nell’immaginario collettivo mediazioni spettacolarizzate (vedi la serie Netflix La regina degli scacchi). Nel 1993 Maurensig scala le classifiche con La variante di Lüneburg: sfida a scacchi tra un ufficiale delle SS e la sua vittima ebrea con la più indicibile delle poste: la vita dei prigionieri. Il romanzo, favorito dall’allure del marchio Adelphi, resta uno dei rari esempi di narrativa d’autore capaci a suo tempo di macinare migliaia di copie vendute.

Molti dei suoi libri successivi non sono stati capaci di ripetere il miracolo commerciale. Le ragioni sono varie e imperscrutabili, ma forse una risposta è nel suo sguardo disincantato sul mondo: i suoi personaggi sono magari vincenti sulla scacchiera ma perdenti crepuscolari nella vita. È come se Maurensig inseguisse una fascinazione del male. Riprova è anche Teoria delle ombre: storia di uno scacchista russo assassinato perché collaborazionista dei tedeschi.

Maurensig ha sempre tirato fuori dal suo cilindro creativo tutti quei vissuti capaci, attraverso i chiaroscuri del genio, di rinnovare la scommessa della sua letteratura e cioè vincere la morte, persuaso al pari di Stefan Zweig che il gioco degli scacchi è “l’unico fra tutti quelli ideati dall’uomo che sovranamente si sottrae alla tirannia del caso e consegna la palma della vittoria esclusivamente all’intelletto”.

Al-Ula: il sito Unesco rischia di diventare resort per ricchi

A seguire Renzi non ci si annoia, soprattutto il “Renzi d’Arabia”, il “Rinascimento saudita” e “gli splendori” di Al-Ula, sito patrimonio Unesco dell’Arabia Saudita.

Il problema non è tanto capire se parlare di Rinascimento sia sacrilego, quanto tentare di rendersi conto di che si tratta: Al-Ula è in effetti un’area straordinaria, a 1.100 chilometri dalla capitale Riyadh, una striscia di 22.000 chilometri quadrati di pianure, altipiani, colate laviche, enormi rocce. Alle società di cacciatori e raccoglitori della più remota preistoria fanno seguito numerose trasformazioni: a 7.000 anni fa risalgono i numerosi “mustatil”, grandi aree sacre rettangolari; a partire dal XII secolo a.C. fiorisce il regno di Lihyan, la cui capitale, Dedan, è nota per le sue sculture colossali e per i suoi santuari; nel I a.C. è la volta del regno dei Nabatei, dinastia araba che controlla aree oggi appartenenti alla Giordania (celeberrime sono le tombe rupestri di Petra) e la città di Hegra, oggi Mada’in Salih. Nelle grandi rocce che costellano il paesaggio si ricavano, quasi gareggiando con la stessa Petra, tombe grandi e complesse, con opulente facciate in cui si alternano merli a gradini di tipo orientale con colonne e frontoni di tipo classico. Oggi è, nel regno saudita, l’unico sito Unesco “patrimonio mondiale dell’umanità”.

Mada’in Salih, insieme ai resti di Dedan, di Hegra e della città medievale, rivive nel piano quindicennale Journey Through Time del principe Mohamed bin Salman, finanziato con un budget di 15 miliardi di dollari e affidato a un’agenzia francese in collaborazione con la “Royal Commission for Al-Ula”, mentre il settore ricerca e conservazione del patrimonio archeologico è curato dallo spagnolo José Ignacio Gallego Revilla. Équipe francesi, britanniche, australiane, tedesche compiono scavi, ricognizioni, campagne aerofotografiche; si programma anche un’“Oasi culturale” attenta alla difesa dell’ambiente e delle risorse idriche, il tutto all’insegna del green e della promozione turistica, nell’intento, si direbbe, di riguadagnare prestigio internazionale. Nella stessa direzione vanno la realizzazione di una futuristica sala concerti, dove si è esibito anche l’immancabile Bocelli, e infine il progetto di un grandissimo “Kingdom’s Institute” dedicato alla storia della penisola araba.

Di fronte a tutto questo, lievita ulteriormente il dubbio: “Che ci sta a fare Renzi?”, uno che in Italia diceva di avere orrore delle Soprintendenze. Forse è meglio non saperlo; altre presenze (e i progetti di cui sono portatrici) sono più preoccupanti. Per esempio l’archistar francese Jean Nouvel, a cui si devono gigantesche realizzazioni in mezzo mondo: alcune sbagliate in partenza, come il Musée du Quai Branly a Parigi, dedicato alle culture lontane e diverse, a suo tempo voluto da Chirac ma ottenuto smembrando antiche e prestigiose collezioni francesi e affidandosi alla consulenza di Jacques Kerchache, gran conoscitore ma anche spregiudicato e discusso trafficante. Qui il suo progetto è smisurato: nel futuro una “smart-city”, nell’immediato lo Sharaan Hotel, con 43 camere, 3 ville, 14 padiglioni, il tutto seminascosto nella roccia. E anche altri architetti stanno realizzando enormi complessi alberghieri.

Partecipa al progetto anche Alejandro Agag, genero di Aznar, manager di grandi iniziative (Formula E, il campionato mondiale delle auto elettriche) ma anche amico di personaggi come Francisco Correa, protagonista di uno dei maggiori scandali finanziari spagnoli. Insomma, il turismo che si vuole lanciare sembra, un po’ fastidiosamente, quello di una super-élite talvolta discutibile, nell’ambito di una sorta di ossessione del denaro e del lusso.

“Ho cantato Bandiera rossa vicino alla Regina d’Olanda. E dico grazie a mio padre”

Rispetto a lui adolescente il giudizio è senza appello: “Ero uno stronzo clamoroso”; poi ha scoperto i libri, il palco, l’arte della recitazione, la politica (“Vent’anni fa ero a Genova, ancora prima a Napoli”) e ha scovato dentro di sé la giusta distanza tra due poli, realmente opposti, che hanno segnato la sua esistenza (“Mio padre comunista, intellettuale e senza una lira non era molto apprezzato dalla famiglia di mamma. A babbo devo molto”).

Il babbo era Vittorio Sermonti, dantista sopraffino e giornalista de l’Unità; la mamma è Samaritana Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, per molto tempo scioccata per la scelta del figlio di lasciare Scienze Politiche e diventare attore (“Non gli ho parlato per un mese” ha spiegato a Stefano Lorenzetto sul Corriere).

Lui è Pietro Sermonti, 50 anni a ottobre, una verve comica inaspettata, un desiderio vitale di ridere di sé senza sfuggire ai problemi o ai dubbi; un passato da promessa del calcio, poi l’arrivo di Luca Ronconi, la prima fama con Un medico in famiglia (“ancora mi fermano per quel ruolo”), una seconda con Boris, poi una terza, una quarta, e ora è tra i protagonisti di Tutti per Uma, una commedia a tratti surreale, divertente, in cui recita accanto a Lillo e Antonio Catania.

Lei non ha i social.

Non ho una mazza, sono un uomo del 900; e poi, grazie a Dio, il mio popstarismo si è diluito nel tempo, anche perché ho perso tutti i capelli e non sono attraente come vent’anni fa.

Quindi vent’anni fa era un bonazzo…

Rispetto a oggi avevo i capelli e recitavo in Un medico in famiglia; oggi sono un uomo di mezza età più interessante.

Dà poche interviste.

Ai tempi del Medico, ne rilasciai una che mi costò quasi una rappresaglia: mi presentai con una maglietta con sopra la scritta “Giù le mani dall’articolo 18”; quella scritta suscitò qualche dubbio dentro la Rai.

In Tutti per Uma è surreale.

(Ride) Penso a Lillo che in conferenza stampa ha dichiarato di sentirsi usato per il suo corpo, per il suo essere un sex symbol. È un genio. Da anni volevo stare con lui su un set.

Con chi altro vorrebbe?

Tantissimo con Fabrizio Gifuni, Kim Rossi Stuart o Valeria Bruni Tedeschi; però molti sfizi me li sono tolti…

Tipo?

Tanti anni fa ho lavorato con Luca Ronconi e un Picchio Favino all’inizio della carriera.

Lei ronconiano.

Una delle esperienze più incredibili della mia vita: a quel tempo ero assistente alla regia di Cristina Pezzoli, per caso parlo con l’assistente di Ronconi per capire come poter entrare all’Accademia; in quel momento stavano allestendo Il Pasticciaccio e cercavano giovani e aitanti romani. Preso. All’improvviso mi sono trovato in mezzo a tutti attori usciti dall’Accademia, alle prese con uno spettacolo monumentale di cinque ore e passa.

Serie A.

Una meraviglia, in quelle cinque ore accadeva di tutto: c’era chi mangiava, chi andava via e tornava, magari scoppiava una rissa e poi si fumava una canna; ma la vera magia si è materializzata nell’ascoltare Ronconi alla prima lettura: per cinque ore e un quarto ha letto e interpretato tutti i personaggi.

Si sentiva in difficoltà?

(Stupito) Difficoltà? Io mi consideravo un abusivo, uno scappato di casa: prima di entrare in scena stavo svenendo.

Metafora?

Macché! Eravamo al Teatro Argentina di Roma e quando mi sono accorto del sold out, mi è preso uno svarione: non ero pronto.

Cinque ore e un quarto non sono poche.

Popolizio nel frattempo andava a cena, Maria Grazia Bon dipingeva quadri; io stavo con i ragazzi di Torino e una delle comparse, pugliese, portava le orecchiette, mentre altri si presentavano con il vino: venivamo avvolti dalla puzza di broccoli e dagli effetti dell’alcol; (sorride) a un certo punto si materializzò anche Eimuntas Nekrošius che provava l’Otello in un’altra sala dell’Argentina: quella presenza rese ancor più evidente la distanza tra gli attori “alti” e noi, soggetti sporchi, pieni di sugo addosso, ubriachi, abbrutiti.

Suo padre era amico di Carmelo Bene.

L’ho conosciuto in camerino alla fine degli anni Settanta: era in scena con Pinocchio, ma allora non avevo la percezione di lui; poi, vent’anni fa, lo stesso Bene ha riportato quel Pinocchio all’Argentina e l’ho visto sette volte di seguito; stessa situazione con Sono un fenomeno di Peter Brook: alla settima replica si avvicinò preoccupato Bruce Myers, della serie “ma nun c’hai ‘na vita?”. Mi offrirono un tè.

Antonio Manzini la definisce: “Intelligente, ironico e colto”.

Persona fantastica, è un attore che non vuole più fare l’attore, quindi il massimo per chi recita; con lui ho girato la sua opera prima ed è stato un piccolo dolore: era una delizia ma è andata male; (cambia tono) eravamo in Puglia e un giorno sul set arrivò una giornalista bionda e procace e mi scambiò per Antonio; eppure in Puglia ho una certa fama grazie al Medico.

Ancora la fermano per quella fiction?

(È in Puglia per girare) Ora insomma: qui sono pelato, con la barba bianca e con una panza che sembro Calenda; quindi non mi riconoscono, e se mi riconoscono leggo nei loro occhi un certo imbarazzo, della serie “ammazza come si è ridotto questo”.

Dal Medico sono nate molte carriere…

In una delle prime puntate c’era Edoardo Leo, poi un giovanissimo Elio Germano e Stefano Fresi.

Fresi si defisce “innamoratissimo” di lei.

Sentimento corrisposto; ai tempi di Smetto quando voglio aveva un soggetto in testa: voleva raccontare la storia di un attore che non veniva scelto perché c’era sempre prima Battiston (spesso vengono confusi per la mole simile, ndr); lui è un vero artista: sa cantare, suonare, recitare, sembra uno formato alla scuola russa. È nella mia lista di amici per i quali sono felice se le cose vanno bene.

È raro nel suo mondo…

Premessa: dentro uno studio televisivo mi sento a mio agio come dal dentista senza anestesia, o come in una riunione del Kkk.

Detto questo?

Vado a Domenica In da Baudo: ero giovane e puro, prima di me c’era Kim Rossi Stuart per promuovere il primo film da regista, un film stupendo. Entro, mi siedo, e subito lodo Kim; mi giro e vedo l’ufficio stampa saltare sulla sedia, linciata al telefono perché stavo rubando dieci secondi per esaltare un altro.

Audace.

Infatti non cedo alla pubblicità: non posso sentirmi costretto a promuovere qualcosa che non mi piace, però amo esprimere il mio giudizio se qualcosa mi piace.

Le hanno proposto molte pubblicità?

Anni fa, ma il mio muso l’ho utilizzato solo per realtà che mi corrispondono come Banca Etica. Non per uno shampoo.

Per forza, è calvo.

Sogno di partire una settimana per un paesino sperduto della Turchia dove tutti girano con la bandana post-trapianto; quando Antonio Conte è tornato dall’intervento al ginocchio con una criniera alla Kevin Costner, ho detto porca miseria.

Ancora i capelli.

Per un attore sono importanti, altrimenti lasci le sgommate sui cuscini degli alberghi.

Eh?

Bruciano i tappi del vino e con il nero coprono la chierica; il problema sono i cuscini: la mattina ti svegli e trovi delle svirgolate improbabili, per questo negli alberghi evitavo il più possibile di far rassettare la stanza: mi vergognavo di ciò che avrebbero trovato; una specie di Sindone.

Sua madre racconta: “Ho scoperto della sua decisione attoriale con un biglietto: ‘Se vuoi venire a vedermi, siediti in ultima fila, altrimenti m’impappino’”.

Si piazzò in prima e fece bene, anche perché il numero di spettatori era inferiore al numero di attori sul palco; il gruppo era quello che poi avrebbe creato Boris, quindi Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre (sceneggiatori) più Andrea Sartoretti.

Sartoretti suo compagno di banco.

Prima di lui proprio Giacomo, mentre Andrea è arrivato due o tre anni dopo: ci hanno bocciato talmente tante volte da separarci; mamma lo considerava una cattiva compagnia.

Quante volte bocciato?

Tre alla scuola francese e in terza media anche agli esami in italiano: lì sono svenuto davanti alla commissione, mentre fuori dalla finestra guardavo la pubblicità del collirio con Dalila Di Lazzaro testimonial; sono caduto di testa ed ero convinto che mi avrebbero promosso, invece no.

Torniamo al teatro.

Portavamo in scena spettacoli belli, magari in sale da quattrocento posti dove passavano i gatti, ma in platea cinque o sei spettatori, quasi tutti parenti.

Ma alla fine, sua madre, cosa le disse?

Davanti al mondo attoriale ha un approccio tutto suo: i bravi attori recitano ruoli da buoni, mentre i cattivi sono dei cani; io di solito sono un buono, e a volte questo alone mistico del bravo ragazzo è faticoso.

A vent’anni, giacca e cravatta, sembrava il ragazzo perfetto.

Ero molto dandy, ma da attore mi sono tramutato in camionista.

Da ragazzo veniva trattato da buon partito?

Mi interessava il pallone, ed ero uno stronzo clamoroso: ignorante, presuntuoso, una brutta persona. Poi ho scoperto il teatro, mi sono ammalato di lettura e sono diventato una persona meno peggiore.

Impietoso.

Ero caruccio, giocavo bene a calcio, me la sentivo calda.

E non era povero.

Qui ho una grande fortuna: il mio babbo; l’aspetto della mia esistenza che mi fa più sorridere è la distanza tra la percezione della mia ricchezza e la mia ricchezza reale; in molti mi parlano come fossi Lapo e non sanno come ha vissuto mio padre.

Come…

Viaggiavamo per l’Europa sulla sua A112, viveva in un appartamentino ed è stata la mia fortuna; magari un giorno racconterò l’entità della parte economica lasciata dal lato ricco della famiglia, con i quali ho sempre avuto pochissimi rapporti.

Sempre?

Da bambino percepivo che accadeva qualcosa di strano quando le persone scoprivano della mia famiglia materna, mentre ero più felice a Santa Marinella con mio babbo, piuttosto che dentro al “palazzo”.

A che età l’ha capito?

A 12 o 13 anni, quando ho deciso di diventare calciatore; d’estate ascoltavo i racconti dei miei cugini, poliglotti, che avevano viaggiato in tutto il mondo, mentre io no; io sapevo di avere un padre comunista, intellettuale e senza una lira, aspetto non ben visto, soprattutto dalla componente argentina di mia nonna.

E lei?

Sentivo questa distanza sulla mia pelle; (sorride) ho cantato Bandiera Rossa seduto a tavola con la Regina d’Olanda, oppure amavo il pallone perché la parola “compagni” mi riempiva; (cambia tono) da ragazzo giocavo a Roma nel Tor di Quinto, il nostro sponsor era l’Unità, avevamo la bandiera sovietica dietro la porta e il presidente era Massimo Testa, capo del servizio d’ordine di Berlinguer. Per me non era una questione politica, ma fisica, emotiva, fisiologica: con loro mi sentivo a casa, con gli altri in trasferta.

Cosa la fa inalberare?

Quando sento minacciare: attenzione, con questa scelta politica i capitali fuggono.

Suo padre, da dantista, non amava molto Benigni.

(Silenzio) Qui il discorso è complicato e sarebbe lungo: babbo apprezzava il suo modo di recitarla, i problemi sono successivi, su come ha utilizzato la sua opera, gentilmente saccheggiandola.

È scaramantico?

Ne sto uscendo, era un continuo, da bravo calciatore.

Cioè?

Stavo attento al piede con il quale entrare in campo, indossavo le catenine, poi altre forme deliranti di autocontrollo, come non pestare le strisce pedonali… vabbè chiudiamo la fase clinica.

La sua fiaba preferita.

Mio padre mi propinava i fratelli Grimm, però me la facevo sotto; mi piaceva quella di Hänsel e Gretel.

Lei chi è?

Ho già deciso l’epitaffio della mia tomba, l’ho sognato un paio di settimane fa: “Non tirò mai in porta con un compagno piazzato meglio di lui”. E poi c’è anche la parola compagno.

 

Lukashenko corre da Putin. Washington impone sanzioni

Nel giorno in cui il presidente Lukashenko è a Mosca per incontrare l’omologo Vladimir Putin, torna la protesta di piazza a Minsk contro il regime. Analoga manifestazione è stata organizzata dai dissidenti a Kiev, in Ucraina. Per Lukashenko, che dallo scorso agosto – dopo che la sua vittoria alle elezioni per l’ennesimo mandato è stata contestata per brogli – reprime i cortei con pugno di ferro, “l’Ovest organizza le proteste, adesso preparano qualcosa come lo scorso agosto, è chiaro cosa vogliono i nostri amici occidentali da noi”. Così il dittatore ha dato la sua versione a Putin nel meeting di Sochi, dove è arrivato con una valigia piena di documenti sul dirottamento dell’aereo Ryanair con a bordo il giornalista del canale indipendente Nexta, Roman Protasevich, e la sua fidanzata, la cittadina russa Sofia Sapega, ora entrambi in carcere. Il russo Putin è l’unico alleato che è rimasto al regime bielorusso, e almeno fino a ora non ha lesinato appoggio, anche economico, oltre che intimare all’Ovest di “non intromettersi”. Dall’Unione europea previste altre sanzioni per indebolire gli uomini chiave del regime e sistema economico bielorusso ma per Svetlana Tikhanovskaya, leader dell’opposizione, non è abbastanza e “l’Europa dovrebbe essere più forte e coraggiosa”. “Mio marito Siarhei Tikhanovsky – ha aggiunto – è stato arrestato dal regime esattamente un anno fa. Determinato, coraggioso, con il desiderio di cambiare il futuro del suo Paese, come milioni di bielorussi. Io e miei figli sentiamo la mancanza di Siarhei ogni giorno. Ma noi crediamo, noi possiamo, noi vinceremo”. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Unione è disposta a concedere tre miliardi di euro a una “Bielorussia democratica”, se il presidente che regna dal 1994 deciderà di andarsene. “Per l’affronto diretto alle norme internazionali e abuso dei diritti umani” anche gli Usa impongono misure restrittive contro nove imprese bielorusse a partire dal 3 giugno, ma altre sanzioni contro gli uomini di Lukashenko, sottolinea la Casa Bianca, sono in arrivo.

Cali, da impero dei narcos a simbolo di rivolta sociale

Nelle strade di Cali è stato schierato l’esercito. Da un mese la città colombiana del Valle del Cauca è diventata il principale focolaio delle proteste anti-governative che scuotono il paese e hanno fatto un numero imprecisato di vittime e di dispersi. Le autorità parlano di 49 morti, di cui due poliziotti. Almeno 2.000 sarebbero i feriti e più di 120 i dispersi. Per l’Ong Human Rights Watch i morti sarebbero almeno 63. Centinaia poi gli arresti sommari e gli abusi delle forze di polizia, condannati dalla comunità internazionale. Cali, 2,2 milioni di abitanti, è la terza città del paese. Una delle ex capitali del narcotraffico il cui Cartello controllò fino all’80% delle esportazioni di cocaina verso gli Stati Uniti negli anni 70- 90.

È qui che Ivan Duque, il presidente colombiano, ha tenuto venerdì un consiglio di sicurezza annunciando il dispiegamento di settemila soldati in città per levare i blocchi stradali che in piena epidemia di Covid-19, con 500 morti al giorno e il sistema sanitario paralizzato, creano difficoltà nei trasporti e carenze di cibo e carburante. È stato decretato il coprifuoco dalle 19 alle 5. In giornata si era tenuta una nuova mobilitazione nazionale, la sesta da un mese, sfociata la sera, come ogni volta, nella brutale repressione della polizia. A Cali dieci persone sono morte. Un agente ha sparato sui manifestanti, uccidendo uno di loro, prima di essere linciato. “Cali non può diventare teatro di guerra”, ha detto l’assessore alla Sicurezza, Carlos Alberto Rojas. “La situazione è grave. Servono misure urgenti per mettere fine all’escalation di violenza – ha twittato ieri José Miguel Vivanco, direttore di Human Rights Watch per le Americhe –. Basta con i morti”. Oltre 140 inchieste per abusi commessi dalla polizia sono state aperte. Le proteste in Colombia sono scoppiate il 28 aprile scorso in reazione a una proposta di riforma fiscale del governo di destra che avrebbe pesato sulle classi medie e i meno abbienti. Il testo prevedeva l’aumento dell’Iva al 19% sui prodotti alimentari di base e delle accise sul carburante. L’epidemia ha colpito un paese già dilaniato dalle violenze e dall’insicurezza, dove il 42,5% della popolazione vive in povertà e esplodono le disuguaglianze e il lavoro nero.

I sussidi statali per le famiglie e le piccole e medie imprese sono stati quasi inesistenti in questo anno di crisi. Un primo sciopero generale contro l’austerità si era già tenuto nel novembre 2019, macchiato dalla morte di un adolescente colpito dai proiettili di un’arma non convenzionale di un poliziotto a Bogotà. Il 28 aprile scorso, dunque, migliaia di persone sono scese nelle piazze di Bogotà, Cali, Medellìn, nel primo giorno di Paro Nacional lanciato dai sindacati, a cui si sono uniti anche gli agricoltori e gli studenti. “Quando il governo è peggio del virus, il popolo è in strada”, uno degli slogan. Il 2 maggio Duque, a un anno dalle presidenziali, ha finito col ritirare il testo, contestato del resto all’interno della stessa maggioranza, e ha accettato le dimissioni del suo principale artefice, il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla. Ma le proteste non si sono placate. Al contrario i manifestanti ora avanzano nuove richieste, rivendicano una migliore istruzione, l’adozione di un salario minimo, il ritiro della legge sanitaria, e chiedono la riforma della polizia antisommossa Esmad e le dimissioni di Duque. Da parte sua, il presidente sta tentando la via del dialogo con i manifestanti per mettere fine alla crisi. Dialogo che finora sembra impossibile.

Seimila miliardi per ripartire: il Gop promette guerra in Senato

È in salita la strada che Joe Biden deve percorrere per fare varare dal Congresso il suo programma di spese pubbliche dell’ordine di 6.000 miliardi di dollari nel 2022: il livello più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quei soldi servono a finanziare i piani già annunciati per le infrastrutture fisiche e virtuali – 2300 miliardi –, per l’occupazione e l’istruzione – 1800 miliardi –, oltre che l’attività delle agenzie federali.

Nei progetti di Biden, la spesa federale continuerà a salire fino al 2031, toccando gli 8.200 miliardi di dollari, con livelli d’indebitamento record, a fronte di previsioni di crescita robuste – e, forse, ottimistiche – e di una riduzione della disoccupazione stabilmente sotto il 4%. Per il presidente, questo è il prezzo per rilanciare e trasformare l’economia – più verde e più digitale –, per rafforzare le reti di sicurezza sociale e per ridurre le diseguaglianze: “Non possiamo ritornare a come erano le cose prima della pandemia, dobbiamo cogliere il momento per reimpostare e ricostruire la nostra economia”.

Il pacchetto di proposte, pubblicato venerdì, prefigura uno scontro il Congresso con i repubblicani, perché puntare sugli investimenti federali è contrario alla filosofia dei conservatori – Biden riporta l’Unione ai tempi di Franklin Roosevelt e cancella il ‘reaganesimo’ – e perché Donald Trump, che ancora conta, non vuole dargliela vinta su nessun punto.

Ci sono però spiragli perché i progetti di Biden, o almeno parti di essi, passino. Lo dimostra il voto con cui il Senato, in settimana, ha bocciato la creazione di una commissione d’inchiesta sugli eventi del 6 gennaio, quando facinorosi sobillati dal presidente Trump diedero l’assalto al Campidoglio, per impedire al Congresso, riunito in sessione plenaria, d’avallare la vittoria di Biden nelle elezioni.

Fra i repubblicani, ci sono state crepe più larghe del previsto, senza però arrivare ai 60 voti su cento necessari. In materia di bilancio, però, per molte decisioni basta la maggioranza semplice: si va, dunque, verso un confronto sul filo del rasoio. Tanto più che, in un anno elettorale, alcune spese possono piacere anche a senatori repubblicani degli Stati beneficiari. Anche se resta il nodo dell’aumento delle tasse per i più ricchi e le aziende che è “tabù” per molti esponenti del Gop.

“Economia, troppi annunci. Ma Biden meglio dell’Ue”

Sorridente e spigliato, James Galbraith non ha peli sulla lingua. Professore all’Università del Texas, è uno degli osservatori più acuti dell’economia americana e di quella europea. Per lui le scelte economiche di Joe Biden sono ancora troppo timide, anche se rivelano un cambio di direzione interessante.

Con Biden c’è un cambiamento, almeno apparente, nella politica economica statunitense.

Apparente è la parola giusta.

Parliamo della tassazione delle grandi imprese. Quanto lontano andrà?

È una questione di calcoli politici, oltre che economici. Tutti sono d’accordo che bisogna fare qualcosa sul lato degli investimenti pubblici. Se si combina questa visione con un impegno a non aumentare il deficit, allora il sistema fiscale va reso più progressivo. Biden però rischia di non avere i voti per farlo e così di fallire sul lato delle tasse e di non poter procedere sul lato delle infrastrutture. C’è anche un terzo esito possibile: che debba ridurre le ambizioni su entrambi i fronti, ridimensionando la riforma fiscale e il piano infrastrutturale.

Qual è l’errore?

La Casa Bianca non ha voluto perseguire questi due obiettivi indipendentemente, il che avrebbe significato accettare in toto le posizioni della Modern monetary theory (Mmt). Poteva fare il più possibile sulle infrastrutture e poi fare tutto il necessario sulle tasse. Perché agire sulle tasse? Da una parte per ridurre la plutocrazia e aumentare il benessere generale, dall’altra per controllare l’inflazione. Ma non è quel che Biden sta facendo: ha fatto una scommessa politica, ma senza una solida maggioranza al Senato diventa difficile vincerla.

Cosa pensa del nuovo piano per il 2022 appena presentato? Passerà in Parlamento?

Non ho ancora analizzato in profondità i numeri, ma il corso dell’economia a breve termine è già fissato dalle norme in vigore: quelle decisioni avranno effetti per molti anni, ma solo nella misura in cui saranno attuate. Quindi c’è un tema di fattibilità politica: la questione sarà decisa dalle elezioni di mid term del 2022, in genere difficili per i presidenti in carica, ma c’è stata qualche eccezione.

Quali sono le differenze con la situazione Ue?

Si può dire quel che si vuole sul cauto e tradizionale liberalismo dei democratici Usa in questa amministrazione, ma è comunque molto diverso dall’ordoliberalismo della Bce e dall’ortodossia economica delle autorità in Europa. L’Europa è una confederazione in cui la politica economica è dominata dagli interessi dei creditori, mentre gli Stati Uniti sono una federazione dove la creazione di posti di lavoro e l’occupazione hanno un peso sostanziale. Per diventare Cancelliere tedesco non ti servono voti dall’Italia, dalla Grecia o dal Portogallo, mentre per essere il presidente Usa ti servono voti da tutto il Paese. Questa è una grande differenza, che ha giocato a favore degli Usa sia dopo la crisi del 2008 che nella pandemia. A un certo livello, nelle crisi si manifesta una specie di “istinto keynesiano”: non dura necessariamente a lungo, ma dà una certa resilienza. Altro aspetto importante è che il dollaro politicamente è un’entità molto più forte dell’euro, perciò si possono forzare di più i confini dell’ortodossia fiscale. C’è poi una differenza nella governance delle banche centrali.

Quale?

La Federal Reserve ha un doppio mandato: il controllo dell’inflazione, ma anche la piena occupazione. Alla Bce, invece, devono far finta di credere che l’unica cosa che fanno è controllare l’inflazione. Ovviamente, quando si arriva al whatever it takes per difendere la moneta si capisce quali sono le vere priorità. In ogni caso, però, non è bastato un whatever it takes per avere una bassa disoccupazione in Europa…

Questo istinto keynesiano emerso col Covid durerà anche dopo?

C’è stato un cambiamento nell’ortodossia economica, più profondo dell’ammaccatura che abbiamo visto nella crisi del 2008. All’epoca gli economisti più influenti avevano una visione accademica molto convenzionale, allineata al punto di vista di Wall Street. La loro idea era di riportare l’economia su un sentiero di crescita e poi fare austerità. La squadra di Biden non la vede così. La maggioranza dei suoi componenti sono “gente di Washington” con lunga esperienza nell’amministrazione o nei think tank. Non si preoccupano della loro rispettabilità accademica, perché non hanno posizioni accademiche. È una cosa molto buona, perché gli economisti accademici sono stati un freno per la politica, con la loro visione sicura di sé, la loro esperienza limitata e una certa arroganza.

Destra, la “marcia su Roma” come un casting di Verdone

Senza voler mancare di rispetto a Enrico Michetti, l’avvocato-tribuno in gara per il Campidoglio, che immagina il saluto romano come assai “più igienico” visti i tempi (“se per qualcuno è rievocativo del fascismo e del nazismo è un problema suo”, ha aggiunto spiegandosi anche meglio) perché non ritenere plausibile, nella ricca rosa di papabili dalla quale il centrodestra sceglierà sicuramente il nome più performante, anche quello di Armando Feroci, l’immortale candidato di Carlo Verdone nel suo Gallo Cedrone? “Signori elettori – diceva comiziando dal Gianicolo e dando le spalle al Tevere – ma sto’ fiume ve piace o nun ve piace? Ci serve o non ci serve? Se non ci serve, levamolo, sotterriamolo, prosciughiamolo”. Feroci immaginava una “lunga lingua d’asfalto, tre corsie come a Los Angeles”. Traffico finalmente “scorevole” senza più il fiume e soprattutto la città “senza più gabbiani: solo rondini”.

Ora il centrodestra, senza nulla togliere ai caratteri dei personaggi di Verdone, esibisce volti ciascuno dei quali raccoglie, tratteggia e soprattutto rimanda alla ricchissima tribuna capitolina, al cartellone affollato di papabili dal curriculum variabile per sedersi nel luogo del potere più grande e opaco che ci sia in Italia: il Campidoglio. Se dunque Giorgia Meloni ha proposto l’avvocato amministrativista, un po’ professore un po’ tribuno e un po’ imprenditore con la sua srl che governa una Fondazione che macina consulti per gli enti pubblici, Matteo Salvini ha tirato fuori, sembrerebbe più per non dargliela subito vinta all’alleata, un altro petalo dalla rosa: la magistrata Simonetta Matone, “che è stata Donna dell’anno del Lazio nel 2005”. I sedici anni che separano oggi dal premio conquistato, la Matone li ha trascorsi al tribunale dei minorenni, un po’ in quello televisivo di Bruno Vespa, per definire delitti e pene di vicende efferate ma tanto appassionanti per il pubblico di Porta a Porta, e un po’ ai ministeri. Prima con Mara Carfagna, quand’era alle Pari Opportunità, poi a via Arenula, alla Giustizia, ai tempi di Paola Severino. Salvini, già dentro la campagna elettorale, a margine di una sua incursione in periferia ha dimostrato che da qui in avanti tanti e tanti altri potranno essere della partita: “Michetti non lo conosco ma ne ho sentito parlar bene. Matone non la conosco ma ne ho sentito parlar bene. Ho parlato con alcuni architetti e alcuni medici di Roma di cui ho sentito parlar bene”. C’è da dire che anche ingegneri, geologi, commercianti (palazzinari no?) potrebbero, in teoria, entrare nel risiko romano perché, come si dice in casa Lega, “i politici non tirano più”. Serve un “civico”. Ecco perché Maurizio Gasparri, campione storico della destra romana, sempre fregato sulla linea del fuoco capitolino, nel suo mezzo secolo di militanza missina e poi forzista, ministro di Berlusconi per le tv, plurideputato e plurisenatore, oggi resta guardingo: “Io sono naturalmente disponibile. Si vedano e decidano”. Purtroppo per Gasparri è accaduto che gli ostacoli da superare, anche grazie alla sua penna, si sono andati gonfiando, come la pancia delle rane. Perché le ostilità nei suoi confronti si sono avviate per colpa della sua forsennata carica twittarola. Gasparri, al pari di Calenda, anch’egli candidato a Roma, macina ore sul social ma a differenza di Calenda deborda e si ribalta sotto i suoi stessi tweet. Ne riproponiamo solo tre, ricomparsi durante queste ore calde del negoziato conclusivo. Uno sulla virtù della famiglia naturale: “La famiglia VERA è quella diversa da quella con “diversi”, cioè coppie di sesso uguale ma diverse dalle altre coppie non diverse”. Un capolavoro del teatro del nonsense. Memorabile un altro suo tweet nel quale scambia una nota rivista sul mondo digitale (Wired) per un anonimo odiatore, un troll cioè: “WiredItalia non so chi sia, per viltà come tanti si cela dietro l’anonimato, senza nome e cognome”. Nel trio dei brevi capolavori gasparriani si rileva quello che scrisse a sostegno della candidatura di Meloni per Roma: “E’ figlia della destra e proprio per quello a suo tempo le chiesimo la disponibilità”.

Non saranno certo gli infortuni su Twitter a fermare la candidatura del senatore, come – ed è sicuro – non saranno né le inchieste della Corte dei conti sulla sua Fondazione, né le sue valutazioni sui vaccini anti Covid a rendere periglioso il cammino dell’avvocato Michetti, condottiero radiofonico. Certo, volendo essere puntigliosi, c’è da segnalare il suo inno alla libertà: “Si calpesta la libertà del cittadino che dev’essere posto al centro del Paese e non suddito, subalterno, da vaccinare come una vacca contro la sua volontà e somministrargli qualsiasi altra cosa come facevano alle atlete nel mondo dell’Est”.

Detto che poi Michetti ha avuto un ravvedimento operoso e ha offerto il suo braccio ad AstraZeneca, quando il centrodestra si ritroverà domani e nei giorni a seguire a valutare la miriade di candidature, non troverà solo il nome dello speaker radiofonico, della magistrata, del senatore, e anche del medico e dell’architetto conosciuti da Salvini nel suo tour di periferia, ma nell’infinita lista compare, non sappiamo con quali fortune, anche Rita Dalla Chiesa e, degna di nota, una sub candidatura. Vittorio Sgarbi, sempre presente nell’arcobaleno di ogni campagna elettorale, fa un passo indietro e indica, da quel che si legge, Achille Serra, ex prefetto ed ex parlamentare del Pd, come suo sub candidato. Così è se vi pare.

Anatre e farfalle, la risata trionfa (un po’) sul destino

Nella vita ci sono cose peggiori della morte: avete mai passato una serata con un assicuratore? (Woody Allen)

L’OPPOSIZIONE FONDAMENTALE

Un’opera divertente, come ogni prodotto artistico, è poli-isotopica, cioè può essere letta secondo percorsi di senso diversi; ma tutto l’universo semantico è animato dalla tensione fra due categorie di senso fondamentali: Anthropos/Cosmos (ovvero cultura/natura, uomo/destino). L’opposizione Anthropos/Cosmos è all’origine dei codici culturali: è quella del mito. Ogni isotopia appartiene o all’una o all’altra categoria, cioè un’isotopia che appartiene alla categoria Anthropos è un’allotopia rispetto a un’isotopia della categoria Cosmos (Gruppo di Liegi, 1977). Ogni opera, attraverso mediazioni (Qc #54), inscena una connessione semantica fra le due isotopie antagoniste: se la tensione fra Anthropos e Cosmos viene annullata (cioè trionfa l’uomo, la cultura, la società), nel pubblico si genera un effetto di euforia, come nel carnevale, e al termine delle commedie; se la tensione fra Anthropos e Cosmos non viene annullata (cioè trionfa il destino, la natura, il caos), nel lettore si genera un effetto di disforia, come nei lutti, e al termine delle tragedie. Le gag sono euforizzanti: ogni risata è un trionfo temporaneo sul destino. “Non ho paura della morte. Solo, non voglio esserci quando accadrà.” (Woody Allen). Anche le religioni sono euforizzanti: promettono il trionfo permanente sul destino. “Oggi sarai con me in Paradiso” (Gesù). Apprendere le procedure cognitive, pragmatiche e interpretative della comicità allena alla libertà di pensiero perché aiuta a decostruire le dialettiche con cui le comunità umane architettano la propria immagine del mondo (Anthropos/Cosmos, cultura/natura, uomo/destino, razionale/irrazionale, ragione/istinto &C.).

La mediazione fallita

Come abbiamo visto (Qc # 56), la mediazione fallita è la tecnica della prassi divertente: inceppa i meccanismi che danno a un testo la sua capacità unificante, e così il significante resta con un significato ambiguo, oppure senza significato (atopia). Prendiamo per esempio una frase con isotopia Anthropos: “Ieri sulla Statale 7 un’automobile correndo a 180 all’ora ha cozzato contro un platano. I quattro occupanti sono rimasti uccisi.” Se aggiungiamo la chiusa “I loro corpi sono stati deposti in bare di abete”, creiamo una gag: aggiungere abete a platano, infatti, introduce un’allotopia Cosmos, ma l’intersezione fra i significati è minima e la mediazione fallisce, perché situata solo sul piano dei significanti. La mediazione fallita converte l’ethos tragico in ethos comico. “Continuo a chiedermi se c’è una vita dopo la morte, e se sì, saranno in grado di cambiarmi un biglietto da venti?” (Woody Allen)

Rapporto con l’ideologico

L’ideologia è il modo con cui gli esseri umani articolano l’universo del senso. “C’è un tizio che va a caccia di anatre. Spara e un’anatra viene giù. Lo so, molti di voi sono animalisti, siete preoccupati, ma questa è solo una barzelletta, l’anatra non è morta per davvero. Sono certo che siete tutti vegetariani e non mangiate carne e siete molto preoccupati. Spero che una farfalla vi voli su per il naso e vi soffochi a morte. Oh, e spero che poi la farfalla voli via.” (Buddy Hackett) La connotazione ideologica è evidenziata dalle coppie oppositive che, nel discorso, assumono su di sé la bipartizione Anthropos/Cosmos (per esempio cultura/natura, armonia/caos, razionale/irrazionale, logica/analogia, tempo/spazio, soggetto/oggetto, vita/morte, &C.). La bipartizione del senso nelle due categorie oppositive Anthropos/Cosmos sottende un’episteme antropocentrica, in cui la mediazione semiotica rappresenta il sapere logico che separa uomo e mondo, e presuppone un universo come luogo omogeneo, ordinato e gerarchico, governato da leggi di identità, un universo che la mediazione stessa contribuisce a creare. La mediazione, inoltre, contribuisce alla conoscenza rivelando analogie tra le cose: l’uomo riduce lo scarto fra sé e il mondo, nel nome del grande ordine naturale. La mediazione semiotica ci conduce dalle strutture che l’antropologia simbolica definisce drammatiche (regime diurno) a quelle mistiche (regime notturno). Tramite l’arte, l’uomo si appropria di una parte dell’eternità della natura (funzione eufemizzante dell’arte). Lo vedremo in una prossima, entusiasmante puntata. Stay tuned!

Le due categorie isotopiche fondamentali (Anthropos/Cosmos) si dividono fra loro la totalità dell’universo semantico, e quindi anche gli elementi di un’opera. Non esistono criteri oggettivi per decidere l’appartenenza di una unità semiotica alle categorie fondamentali: perché un’opera sia significativa, basta che la lettura semiotica avverta l’opposizione. La coscienza (Qc #13) condiziona la lettura di un’opera come fa con la percezione (Qc #46 e #47): orienta le interpretazioni verso modelli conosciuti (le prime congetture, nel caso di campi percettivi ambigui, sono antropocentriche); ed esegue rivalutazioni del testo semiotico per retroazione (reframing). “Ho divorziato quando le mie figlie erano piccole. E l’hanno presa male, perché gli ho detto che era colpa loro” (Rich Vos).

(57. Continua)