Come difendersi dai “covidioti”

 

 

“L’Oxford Dictionary lo ha inserito tra le nuove parole di quest’anno: covidiot. In italiano: covidiota. Appellativo che mette insieme due pezzi di parole diverse. La prima in questo caso è il nome Covid, la seconda proprio l’appellativo idiota, riservato a chi – non rispettando le regole – mostra di pensare solo a se stesso e ai suoi interessi, ma in realtà mette a rischio la propria salute, oltre a quella di tutti gli altri”.

Stefania Salmaso, “L’Antidoto. Come sconfiggere la pandemia facendo scelte consapevoli”, Mondadori

 

Come numerosi altri virologi, epidemiologi, scienziati, ricercatori, abbiamo imparato a conoscere Stefania Salmaso dai suoi interventi televisivi (soprattutto a “Otto e Mezzo”). Mai con il protagonismo spettacolare di certi suoi colleghi, sempre con il tono giusto dettato da conoscenza ed esperienza (maturate in ruoli apicali presso l’Istituto superiore di Sanità). Armata soprattutto di buon senso ogniqualvolta viene chiamata a spiegare a un vastissimo pubblico, intimorito e spesso attonito, in cosa consista il reale pericolo del Covid-19, e come combatterlo. La professoressa ci perdonerà se dalla preziosa bussola che il suo libro ci fornisce per orientarci davanti a un nemico oggi contenuto grazie ai vaccini, forse respinto ma non del tutto sconfitto, abbiamo scelto una definizione tratta dal capitolo sul vocabolario delle nuove parole create dalla pandemia. E se citeremo qui di seguito, a mo’ d’esempio, il termine covidiota applicandolo ad alcuni comportamenti che, purtroppo, hanno finito per creare ulteriori problemi a chi era impegnato sul campo di battaglia. Sul podio ideale dei covidioti meritano naturalmente una menzione coloro che, mentre il contagio si moltiplicava a livello esponenziale, non solo giravano senza mascherina ma ne teorizzavano l’inutilità in pubblici convegni. Senza contare le loro reazioni infastidite riguardo alle regole sui distanziamenti, giudicate uno strumento quasi criminale per danneggiare commercianti, negozianti e addetti alla ristorazione. Nelle olimpiadi dei covidioti la medaglia d’oro spetta indubbiamente a quelli che sostenevano (e sostengono) che il lockdown non soltanto non serve a niente ma costituisce un arbitrio intollerabile, anzi un attentato alle libertà costituzionali. Sul merito l’autrice scrive quanto segue: “La linea italiana è decisamente interventista e molte nazioni seguiranno il nostro esempio, pur con diversi gradi di rigore, che da noi invece nella primavera 2020, è totale. Un’analisi delle conseguenze del lockdown indica un effetto positivo delle misure di contenimento sulla diffusione del Covid-19 in tutti i Paesi studiati, e dimostra che il miglioramento è stato maggiore in quelli che hanno implementato il lockdown prima e in modo più restrittivo”.

Ps1. Per evitare strumentalizzazioni politiche abbiamo evitato di ricordare quale è stato il governo promotore di lockdown, obbligo delle mascherine e distanziamento. Così come preferiamo omettere i nomi dei leader d’opposizione (e dei giornali e giornalisti al seguito) fieramente avversi alle misure succitate.

Ps2. Quanto ai No-Vax, riteniamo che per essi la definizione di covidioti sia ingiustamente restrittiva.

 

Cirielli si sbaglia pure sulla prescrizione

Edmondo Cirielli ci prova da una vita, invano, a scappare dalla legge che porta ancora il suo nome. La “Cirielli” fu una delle leggi vergogna dell’epopea berlusconiana: dimezzava i tempi della prescrizione per una serie di reati che interessavano al suo ex capo – ovviamente B. – e alla numerosa schiera di sodali che avevano problemi con la giustizia (non a caso la norma fu battezzata in origine come “salva Previti”). Quando infine venne approvata, nel 2005, era già diventata “ex Cirielli”, in quanto l’onorevole (oggi in Fratelli d’Italia) volle togliere la sua firma dal testo. Ma era tardi: in Italia “Cirielli” è sinonimo di prescrizione, nel senso più berlusconiano del termine.

Per questo motivo è molto divertente che in questi giorni l’onorevole Edmondo sia tornato sul luogo del (suo) metaforico delitto, con una provocazione maliziosa: “Gli ipocriti grillini lo sanno che il loro candidato a sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, non ha rinunciato alla prescrizione nell’inchiesta dell’Aquila per falso ideologico per i crolli a Cese di Preturo dopo la ricostruzione post-terremoto?”.

La domanda di Cirielli fa sorgere una curiosità spontanea: possibile che lui non sappia, invece, che Manfredi non poteva materialmente rinunciare alla prescrizione, poiché è sopravvenuta in fase di indagine, prima ancora che venisse formulato un eventuale capo di imputazione? Davvero Cirielli si imbroglia sulla prescrizione? Dovrebbe esserne tra i massimi esperti.

L’Analisi – Adesso rilanciamo l’app Immuni, con questi numeri può funzionare

Da 10 settimane cala la curva dei contagi, la media dell’ultima settimana è la più bassa dalla metà di ottobre. Gli ingressi in terapia intensiva sotto i 500 negli ultimi sette giorni, valore più basso da quando viene registrato il dato. Calano anche i decessi, seppur ancora troppi, per la prima volta da ottobre sotto i mille a settimana. Infine, il tasso di positività, il rapporto tra i positivi e i tamponi effettuati, ormai stabilmente sotto al 2%. Nel frattempo prosegue la campagna vaccinale, con 22,3 milioni di persone (43,6% dei vaccinabili) con prima dose e 11,2 milioni (21,9%) con ciclo completo (82% degli over 80, 33,4% di over 70, 26,2% degli over 60).

I dati, dunque, lasciano intravedere un’estate serena, che dovrà però essere ben diversa da quella precedente. È vero, oggi abbiamo l’arma in più dei vaccini, ma sarebbe sbagliato affidarsi solo a loro viste le domande ancora senza risposta sulla durata degli anticorpi e il proliferare di nuove varianti.

È in tempo di pace che si pianifica la gestione delle emergenze. E allora è in questa tregua estiva che dobbiamo cogliere l’occasione di riprendere in mano le redini dell’epidemia attraverso la vecchia ma fondamentale regola delle 3T: testare, tracciare, trattare.

Testare significa continuare a monitorare l’andamento epidemiologico attraverso i tamponi. Tracciare significa essere in grado di ricostruire la catena dei contagi per anticipare le mosse del virus, cosa che non siamo più stati in grado di fare dallo scorso autunno. Oggi, con il tasso di positività sotto al 3% e quasi tutte le regioni con un’incidenza inferiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, abbiamo un’occasione unica di poter ricominciare il contact tracing e di rilanciare, ad esempio, l’app Immuni. Infine c’è l’ultima T, quella per il trattamento dei pazienti Covid, dove medici e scienziati continuano a ricercare le cure più efficaci.

C’è poi il capitolo varianti, il cui monitoraggio rimane fondamentale per testare l’efficacia dei vaccini. Al momento le notizie sembrano rassicuranti, l’Oms ha dichiarato efficaci tutti i vaccini contro le attuali varianti. Ma che il virus continui a circolare in molte zone del pianeta dove le vaccinazioni procedono estremamente a rilento, pone un enorme problema sanitario mondiale, oltre che di uguaglianza. La pandemia potrà essere sconfitta solo attraverso un grande impegno internazionale sulla distribuzione dei vaccini.

I beffati della Cassa Covid: stipendi tagliati e più tasse

Se non fosse per la drammaticità dei risvolti, si potrebbe anche pensare che la beffa che si è abbattuta su 3,5 milioni di lavoratori che nel 2020 sono stati in cassa integrazione sia degna delle migliori opere di Plauto. Ma quando si tratta di tasse e politica, si sa, la realtà supera ogni immaginazione. Per farla facile, si può brutalmente sintetizzare così: i dipendenti che lo scorso anno hanno usufruito della Cassa integrazione Covid pagata dall’Inps e che, quindi, hanno ricevuto più di una Certificazione unica (il vecchio Cud), ora dovranno pagare più tasse, perché i vari decreti che nel corso dell’ultimo anno e mezzo hanno introdotto, e poi prorogato per tre volte, la Cig Covid, non hanno mai previsto la sterilizzazione della misura, come avviene ad esempio con i bonus.

Insomma, è un puro calcolo matematico quello che sta costringendo milioni di lavoratori a pagare più Irpef quando presenteranno la dichiarazione dei redditi. “Come lavoratrice dipendente, dopo anni di saldo a credito del modello 730, mi ritrovo quest’anno a dover pagare quasi 400 euro. Oltre al danno dello stipendio decurtato, anche la beffa di vedermi aumentare il debito di tasse nei confronti dello Stato”, racconta al Fatto la signora Dorotea. Che aggiunge: “È come se avessi percepito due fonti di reddito per cui, nel calcolo, alla fine ci ho rimesso moltissimo”. Tecnicamente, infatti, è sufficiente aver ricevuto anche un solo accredito dall’Inps relativo alla cassa integrazione per far scattare la doppia Certificazione unica che, a sua volta, rende sia obbligatoria la presentazione del modello 730 (anche per tutti quei lavoratori che non l’hanno mai presentato) che il pagamento a conguaglio delle tasse. “Quello che sta accadendo è un po’ una fregatura, nel senso che è inaspettato. Coinvolge dei lavoratori che nel 2020 hanno ricevuto uno stipendio più che dimezzato e che ora si ritrovano anche a dover pagare degli importi a conguaglio considerevoli senza averlo saputo prima. Più tempo si è stati in cassa integrazione, più si è penalizzati”, spiega Massimo Braghin, consigliere nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ed esperto della Fondazione Studi. Se, infatti, la Cig è anticipata dall’azienda ed erogata in busta paga, lo stipendio è già al netto poiché viene tassato alla fonte dal datore di lavoro.

Nel caso del pagamento della Cig da parte dell’Inps, non conoscendo il reddito del lavoratore, è stata usata un’aliquota forfettaria del 23%. E, solo con la dichiarazione dei redditi, si può determinare il reddito complessivo e calcolare il conguaglio. Uno di quei tecnicismi che si è trasformato in una batosta per chi si è già visto ridurre il reddito a causa della Cig e che ora è costretto a sborsare migliaia di euro di tasse di cui non si conosceva l’esistenza.

Tra gli esperti fiscali già da mesi circola il suggerimento di trattare i pagamenti della Cig come bonus sterilizzati. O comunque di prevedere una modalità forfettaria minore dell’attuale 23% per evitare che questi redditi concorrano al calcolo del reddito lordo. Suggerimenti rimasti inascoltati.

Guidi e “Tempa Rossa”, Renzi fa il buono ma la fece dimettere lui

“Penso al caso Tempa Rossa che coinvolse Federica Guidi” sostiene Luigi Di Maio nella sua svolta garantista, vergata con mille scuse sulle pagine de Il Foglio. “Fu una strategica aggressione contro di noi”, gli risponde su Repubblica Matteo Renzi. Mentre lei, l’ex ministra del suo governo, al Corriere dice che si sente “lontana anni luce” da “quei signori” che le hanno “devastato” la vita. Ma cosa accadde quando il 31 marzo 2016 Federica Guidi, all’epoca titolare dello Sviluppo Economico, decise di dimettersi? Fu sulla spinta di Matteo Renzi che la ministra svuotò i cassetti dell’ufficio e tornò a casa. “Dobbiamo dimostrare” disse Renzi, nei retroscena ricostruiti da giornali e mai smentiti, “che non siamo come i grillini, quelli che hanno traccheggiato per un mese su Quarto”. Ah già, Quarto. E che accadde nel comune campano di Quarto, in quel 2016? Rosa Capuozzo – non indagata, ma al centro delle polemiche per settimane, per via di un’inchiesta sui tentativi di infiltrazione della camorra nel Comune – fu espulsa dai grillini per non aver denunciato di aver ricevuto delle minacce (sarà il caso che Di Maio si scusi anche con lei). Segnaliamo che per Capuozzo, professando il suo inscalfibile garantismo, Renzi non chiese tuttavia le dimissioni. Anzi. Poi, per coerenza, le pretese però da Guidi. E per marcare la differenza con il M5S (che invece aveva espulso la Capuozzo). Guidi vergò una lettera: “Caro Matteo sono assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato. Credo tuttavia necessario, per una questione di opportunità politica, rassegnare le mie dimissioni”. Però a scusarsi con lei oggi è Di Maio (tuttavia è vero che il M5S sostenne con veemenza che Guidi “aveva le mani sporche di petrolio”). Ma perché mai?

Era il marzo 2016 quando Federica Guidi lasciò il ministero dello Sviluppo Economico. La procura di Potenza indagava su tre filoni d’inchiesta: lo sforamento delle emissioni nell’impianto Eni di Viggiano, l’iter che aveva portato all’autorizzazione del giacimento Total di Tempa Rossa, alcune autorizzazioni legate al porto di Augusta in Sicilia. E aveva iscritto nel registro degli indagati – chiedendone l’arresto che fu rigettato dal gip – il compagno della ministra, Gianluca Gemelli, ex commissario di Confindustria Sicilia con l’accusa di concorso in corruzione e millantato credito (dalle quali sarà archiviato quando l’inchiesta viene trasferita alla Procura di Roma). Per la Procura di Potenza, Gemelli avrebbe puntato ad avere “vantaggi patrimoniali” in cambio della garanzia di alcuni lavori nel centro oli proprio grazie al suo rapporto con la ministra. Guidi viene intercettata nel 2014 con il suo compagno: “E poi – dice la ministra – dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato, se è d’accordo anche ‘Mariaelena’ (Boschi, ndr), quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte”. Il governo sta inserendo nella legge di stabilità un emendamento, precedentemente bocciato, che riguarda il centro oli della Total in contrada Tempa Rossa. E Gemelli poco dopo chiama il dirigente di una società petrolifera per avvertirlo: “la chiamo – dice – per darle una buona notizia”.

È qui che Matteo Renzi decide di chiedere le dimissioni: “La cavolata quindi non è l’emendamento ma la telefonata al compagno – commentò allora il premier – e il fatto che il ministro abbia rappresentato una decisione politica come un favore al fidanzato. Questo un ministro non se lo può permettere”. E poi scrive: “Cara Federica, ho molto apprezzato il tuo lavoro di questi anni. Rispetto la tua scelta personale, sofferta, dettata da ragioni di opportunità che condivido. Nel frattempo ti invio un grande abbraccio”. E poi commenta ancora: “L’Italia non è più quella di una volta: se prima per telefonate inopportune non ci si dimetteva, ora ci si dimette. Abbiamo sempre detto che di fronte agli italiani noi siamo un governo diverso dal passato”. Vabbè, però ora Di Maio mette tutto a posto e si scusa con la Guidi. E più in generale, nella sua lettera al Foglio – partendo dal caso dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato, processato e poi assolto in appello per turbativa d’asta – scrive che “il punto è l’utilizzo della gogna come strumento di campagna elettorale” e che “una cosa è la legittima richiesta politica, altro è l’imbarbarimento del dibattito, associato ai temi giudiziari”.

Ma il tema giudiziario, sulla Guidi (così come sulla Capuozzo), non vi fu mai. Innanzitutto perché non era neanche indagata (al contrario del suo compagno). Peraltro lei stessa, incalzata dal segretario del suo partito nonché premier Matteo Renzi, valutò poco opportuna la telefonata sull’emendamento. Infine, la telefonata in questione riguardava un tema prettamente politico, ovvero l’emendamento stesso, con il fortissimo sospetto – emerso, quello sì, dagli atti d’indagine – di un “conflitto d’interessi” in famiglia. “L’ennesimo, mostruoso conflitto d’interesse di questo governo” sentenziò infatti Matteo Salvini, aggiungendo: “Più che Guidi o Boschi la vera responsabilità è quella di Matteo Renzi”. Che come abbiamo già ricordato, per smarcarsi dal M5S sul caso di Quarto, dopo aver ribadito che il suo “garantismo” gli imponeva di non chiedere le dimissioni della sindaca grillina, nel frattempo espulsa dal Movimento, chiedeva invece le dimissioni della Guidi. Prendendo le mosse dalle odierne scuse di Di Maio alla Guidi, ci piace concludere quest’articolo citando le considerazioni di Berlusconi, all’epoca, sulla vicenda Guidi: “Le intercettazioni sono un vulnus della democrazia”. L’unico, ammettiamolo, con un’idea fissa.

Meloni, più cresce e più “perde”

Il paradosso lascia basiti i parlamentari di Fratelli d’Italia, unica forza di opposizione al governo Draghi: più il partito cresce nei sondaggi, meno ottiene nelle presidenze delle commissioni di garanzia in Parlamento che, teoricamente, spetterebbero all’opposizione. A partire dal Copasir, dove lo stallo dura da tre mesi, provocato prima dalle mancate dimissioni del presidente leghista Raffaele Volpi e poi dal suo passo indietro di pochi giorni fa che ha portato alla Lega a chiedere l’azzeramento e la ricomposizione dell’organo. La poltrona più alta di San Macuto spetterebbe al meloniano Adolfo Urso ma Salvini non vuole concedergliela accusandolo di essere “un amico dell’Iran”. Nessun cambio anche in Vigilanza Rai mentre uno schiaffo al partito di Giorgia Meloni è arrivato anche su altre due commissioni parlamentari d’inchiesta che Fratelli d’Italia rivendicava: quella sugli affidi di Bibbiano e quella sulla morte di David Rossi, il capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena che ha perso la vita il 6 marzo 2013 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio. Nessuna delle due presidenze è andata a Fratelli d’Italia e, grazie all’accordo di maggioranza, sono stati eletti la leghista Laura Cavandoli con 24 voti per la commissione di Bibbiano e Pierantonio Zanettin di Forza Italia per quella su David Rossi e Mps. Quest’ultima commissione era stata molto richiesta da Fd’I con il suo deputato Walter Rizzetto che ci lavorava da due anni ed è stato uno dei parlamentari che ha spinto di più per istituirla. Il Pd e la Lega però si sono messi di traverso e Rizzetto ha ottenuto solo 3 voti rispetto ai 14 di Zanettin, falco iper-garantista e responsabile Giustizia di Forza Italia. Una spartizione che non è piaciuta per niente agli esponenti di Fd’I: “In nessuna precedente legislatura era accaduto che né presidenze né vicepresidenze siano state affidate all’opposizione – ha denunciato il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida – la maggioranza ha occupato tutti i ruoli guida, spartendoseli senza alcun rispetto della delicatezza dei temi”. Rizzetto e gli esponenti meloniani ora stanno pensando di abbandonare le commissioni. Nel partito di Meloni il sospetto è che, soprattutto su David Rossi, Pd e Lega non abbiano voluto dare la presidenza a Fd’I perché sensibili al tema: la commissione dovrà indagare anche sulle questioni bancarie di Mps, feudo della finanza rossa, e anche sulla nuova pista investigativa dei pm di Siena che, come ha scritto il Fatto, porterebbe anche al Carroccio. Il tutto mentre Fd’I continua a crescere nei sondaggi a discapito di Lega e Pd: secondo la rilevazione Ipsos pubblicata ieri sul Corriere, Fd’I ha agganciato il Pd come secondo partito al 19,4% (+0,5%) a soli tre punti dal Carroccio.

Da Totò Cuffaro a Giorgetti: l’ultima promozione leghista

Nei ministeri occupati dalla Lega e nella cerchia ristretta di Matteo Salvini da un pezzo non si parla più solo il dialetto padano. Le ampolle del Po, i riti col druido, la lira padana ideata da Roberto Calderoli, i cori contro i “terroni” ormai sono solo un lontano ricordo. E la distinzione tra i “barbari” ormai romanizzati e i nordisti che restano fedeli alla secessione si è andata via via dissolvendo, in corrispondenza con le posizioni di governo assunte dalla Lega salviniana. E dunque non può essere un caso che tra gli ultimi arrivati ci sia Benedetto Mineo, 60 anni, nato a Bagheria (alle porte di Palermo) e cresciuto alla corte di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia condannato per mafia nel 2011: Mineo è stato suo capo di gabinetto vicario in Regione dal 2001 al 2005, gli anni d’oro di Totò “vasa vasa” e del centrodestra in Sicilia che alle politiche del 2001 vinse in 61 collegi elettorali contro nessuno al centrosinistra. Mineo, commercialista e grand commis di Stato, è stato nominato nuovo segretario generale del ministero dello Sviluppo Economico nel Consiglio dei ministri del 17 maggio. A volerlo fortemente è stato il titolare del Mise Giancarlo Giorgetti, testa d’uovo del leghismo: i due si conoscono da quando il vicesegretario della Lega era presidente della commissione Bilancio. Ora Mineo, come segretario generale di via Veneto, governerà una struttura da oltre 3 mila dipendenti, di cui 150 dirigenti, e dal suo tavolo passeranno tutti i dossier più delicati del ministero facendo da raccordo con Giorgetti.

Figlio di uno storico esponente della Dc siciliana, Mineo non è stato solo il capo di gabinetto di Cuffaro: nel 2005 è diventato l’uomo dei conti come Dg del dipartimento Finanze. Quando a palazzo d’Orleans arriva l’autonomista Raffaele Lombardo però, Mineo deve lasciare e farsi una nuova vita a Equitalia, dove ricoprirà le cariche di Ad al Sud e poi a Roma fino all’avvento di Matteo Renzi, che nel 2015 gli preferirà Ernesto Maria Ruffini, nonostante i suoi ottimi rapporti con Angelino Alfano. Ma per il grande salto deve aspettare che la Lega torni al governo nel corso salviniano: nel 2018 Mineo viene nominato, sponsorizzato dal sottosegretario a Palazzo Chigi del Conte I, Giorgetti appunto, direttore delle Dogane, carica che dovrà lasciare solo un anno dopo quando il governo giallorosa gli preferirà Marcello Minenna, vicino al M5S. Con la Lega fuori dalla maggioranza, Mineo è costretto a tornare in Sicilia alla corte del governatore vicino a Salvini Nello Musumeci, che nell’aprile 2020 lo nomina prima dirigente del dipartimento Finanze e poi capo della task force per la “rinascita economica” della regione dopo la pandemia. Adesso il grande ritorno a Roma a fare da spalla a Giorgetti.

Ma Mineo non è l’unico politico di scuola “cuffariana” che la Lega ha deciso di imbarcare. Prima di lui, a portare la Lega in Sicilia con il movimento “Noi con Salvini” era stato Alessandro Pagano, ex coordinatore della Sicilia occidentale e con un passato da assessore al Bilancio e alla Cultura con Cuffaro. Deputato di Forza Italia, poi del Ncd di Alfano, è stato eletto con la Lega nel 2018 assumendo la carica di vice capogruppo a Montecitorio: lo si ricorda per aver definito “neo terrorista” Silvia Romano dopo 535 giorni di prigionia. Dal mondo di Lombardo, invece, viene l’altro fondatore di “Noi con Salvini” in Sicilia, cioè Angelo Attaguile. Sia Pagano che Attaguile nell’aprile 2018 sono stati indagati dalla procura di Termini Imerese per un’inchiesta su una presunta truffa elettorale: i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio e l’11 marzo scorso è iniziata l’udienza preliminare. Dopo l’inchiesta, Salvini aveva spedito in Sicilia il commissario brianzolo Stefano Candiani, che a dicembre è stato sostituito da Nino Minardo. Fedelissimo di Alfano, è grazie a lui che si è potuto formare il gruppo leghista all’Ars: è il teorico dell’accordo con gli autonomisti di Lombardo in vista delle prossime elezioni regionali.

In Puglia invece a comandare è il coordinatore Roberto Marti, ex Pdl molto vicino a Raffaele Fitto. Il 14 aprile la giunta per le Immunità del Senato ha detto “no” all’utilizzo di parte delle intercettazioni chieste dal gip di Lecce nell’ambito di un’inchiesta sulle case popolari che vede indagato proprio Marti. Pugliese è anche Rossano Sasso, proveniente dal sindacato di destra Ugl e oggi sottosegretario all’Istruzione: è noto per aver portato al ministero il presunto stalker di Lucia Azzolina, Pasquale Vespa, poi cacciato dal ministro Bianchi. Chi decide in Puglia è anche Massimo Casanova, proprietario del Papeete di Milano Marittima, che nel 2019 è stato eletto a Bruxelles con 64 mila preferenze. Che lo sbarco della Lega in Puglia non sia andato benissimo lo dimostra il caso del sindaco di Foggia Franco Landella, arrestato una settimana fa con l’accusa di corruzione e tentata concussione. Era stato uno dei primi sindaci della Lega al Sud: oggi è ai domiciliari. Nel centro-sud gli altri nomi di peso della Lega sono Domenico Furgiuele in Calabria, deputato e riciclato da An, e Claudio Durigon, coordinatore in Lazio dopo la lunga esperienza nell’Ugl. Oggi è sottosegretario all’Economia e possibile candidato a governatore del Lazio nel 2023. Da Fanpage è stato ripreso a parlare così dell’inchiesta sui 49 milioni della Lega: “Quello che indaga della Guardia di Finanza… lo abbiamo messo noi”. Nonostante le richieste di dimissioni, il premier Draghi non ha risposto sulla vicenda.

Speranza firma: domani tre Regioni in “bianco”

È stata firmata dal ministro della Salute Roberto Speranza l’ordinanza che dispone il passaggio delle Regioni Friuli Venezia-Giulia, Molise e Sardegna in zona bianca, come annunciato venerdì sulla base degli ultimi dati della Cabina di regia su Covid-19. L’ordinanza entra in vigore lunedì 31 maggio. Le altre Regioni e le Province autonome restano in zona gialla.

Con il passaggio di alcune Regioni in zona bianca e con le relative aperture “cambierà tutto”, ma “ovviamente mantenendo le regole delle linee guida che la Conferenza delle Regioni ha scritto e che verranno concluse in queste ore insieme al Cts per dare al ministro della Salute Roberto Speranza la possibilità di allegare le linee guida della Conferenza alla sua ordinanza”. Lo ha detto il presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga. Lo stesso presidente del Friuli Venezia-Giulia dovrà, al pari dei colleghi presidenti delle altre regioni interessate dall’allentamento delle restrizioni, firmare l’ordinanza regionale che determinerà la riapertura anticipata di molte attività a partire da domani 31 maggio. Nello specifico, ricorda una nota della Regione, si tratta di: ristoranti, parchi tematici e di divertimento, anche temporanei (attività di spettacolo viaggiante, parchi avventura e centri d’intrattenimento per famiglie); piscine e centri natatori in impianti coperti; centri benessere e termali; feste private anche conseguenti alle cerimonie civili e/o religiose all’aperto e al chiuso; fiere (comprese sagre e fiere locali), grandi manifestazioni fieristiche, congressi e convegni; eventi sportivi aperti al pubblico, diversi da quelli di cui all’articolo 5 del decreto legge 52/2021, che si svolgono al chiuso; sale giochi e scommesse, sale bingo e casinò; centri culturali, centri sociali e centri ricreativi; corsi di formazione.

“Il buffet vietato di Figliuolo? Li mortacci… Bell’esempio!”

Gianfranco Vissani, che effetto le ha fatto vedere il commissario Figliuolo banchettare al chiuso mentre per voi ristoratori è ancora vietato?

Li mortacci sua!

Buongiorno Vissani.

Ma dai, che stia più attento! Uno come lui deve dare il buon esempio. Ora diranno che hanno preso precauzioni, ma per favore! Anche noi ristoratori le abbiamo prese, però siamo ancora chiusi.

Tra poco potrete aprire…

Sì, ma intanto ? Mi dicono di lavorare con le mense, ma lo puoi fare nelle grandi città: qui da noi come si fa?! Che faccio, cucino venti cinghiali per una mensa?!

Figliuolo è stato accolto da Donatella Tesei, presidente della Regione Umbria…

È una mia amica. Sta lavorando molto bene, come tutti è stata presa alla sprovvista da questo maledetto Covid.

Non potevano organizzare il banchetto all’aperto come fanno tutti?

Forse sì, una disattenzione.

Senta, come commissario meglio Arcuri o Figliuolo?

Arcuri ha fatto tutto quello che poteva, non c’erano vaccini tre mesi fa. Figliuolo ora ha i vaccini, è più semplice.

Che effetto le fa vederlo sempre in divisa?

Mah, un effetto strano, sembra un po’ un Paese militarizzato. Preferirei vedere i politici a gestire questa cosa, non i militari. Però le vere colpe stanno altrove.

Dove?

In Europa, Von der Leyen non ha comprato vaccini a sufficienza. E anche Christine Lagarde con sti foulard del c… al collo non ha lavorato bene. Questa è l’Europa dei radical chic, non sanno un tubo dei problemi della piccola e media impresa.

Torniamo in Italia. Lei è stato davanti a casa Draghi per protestare e chiedere aiuti al settore della ristorazione…

Sì, e mi sono rotto tre costole! Stavo di fronte a casa sua e c’erano tre gradini, sono inciampato e sono rotolato a terra come un salame…

I rischi del mestiere del rivoluzionario… cosa voleva dire a Draghi?

Di darsi una mossa con questi ristori, sono lenti come le lumache! Era più veloce Conte. I ristori arrivavano più puntuali.

Attenzione. A Vissani piaceva più Conte di Draghi.

Conte è una brava persona e in quel casino che c’era all’inizio si è comportato molto bene. Draghi ha un grande spessore internazionale, però sta proseguendo quello che stava facendo Conte. D’altronde cosa potrebbe fare di diverso? Questi prima di mettersi d’accordo passano i mesi… Con sto casino di partiti non deve essere semplice.

Il suo amico Matteo Salvini ci mette del suo…

Ma Matteo è un bravo ragazzo, è entrato al governo perché glielo ha detto Giorgetti.

Ha sentito Salvini recentemente?

Sì, e gli ho detto che ha fatto bene a entrare nel governo così almeno contrasta un po’ il Pd, che invece di pensare agli italiani si fa i c… suoi!

Però nei mesi scorsi Salvini andava in giro senza mascherina, diceva tutto e il contrario di tutto. Ha sbagliato?

Sì, ha sbagliato. Però è meglio del Pd.

Torniamo al ristorante: come vanno le cose?

Come vuole che vadano? Fatichiamo e fatichiamo. Lavoriamo un po’ perché abbiamo anche le camere, altrimenti sarebbe un disastro. Al chiuso non possiamo ancora ricevere i clienti, all’aperto qui da noi fa ancora freddo. E poi noi viviamo con i turisti, ancora se ne vedono pochi.

Pochi o nessuno?

L’altro giorno ho visto un pullman pieno di belle ragazze straniere, speriamo non sia la classica prima rondine che non fa primavera…

Con il Covid avete rischiato di chiudere per sempre?

Ringraziando Dio questo no, però è stato un anno molto duro. Mio figlio Luca ha gestito bene l’emergenza.

Quanto fatturava Vissani prima del Covid?

Di preciso non lo so, credo 1 milione e mezzo di euro.

E quanto avete preso di ristori?

Poco più di 15 mila euro, ma dovrei chiedere a mio figlio. Comunque poca roba.

Le piace la Meloni?

Molto.

Più di Salvini?

È un testa a testa.

Lei chi voterebbe alle prossime elezioni?

O la Meloni o Salvini.

Detto dallo chef di Massimo D’Alema…

Il Pd ha rotto i cogl…

Un messaggio finale a Figliuolo…

Caro Figliuolo devi fare i vaccini a tappeto! E non mangiare più tartine al chiuso…

Le nuove paure: varianti in Asia e contagi in Uk

Dopo l’indiana è la volta della vietnamita. Il governo di Hanoi ha annunciato ieri l’isolamento di una nuova variante Covid che – stando a quanto riportato dai media locali – si manifesta come “un mix tra quella indiana e quella britannica ed ha come caratteristica principale quella di diffondersi rapidamente attraverso l’aria e di essere molto più trasmissibile rispetto alle precedenti”.

Il Vietnam fino a oggi, almeno stando alle statistiche ufficiali, è stato sostanzialmente risparmiato dalla pandemia, ma nelle ultime settimane ha registrato quasi 7 mila contagi e 47 morti.

La Cina, come di consueto, segnala pochi nuovi casi giornalieri e afferma che quasi tutti riguardino persone infettatesi all’estero. Le autorità di Guangzhou, città industriale di 15 milioni di abitanti della Cina meridionale – con appena 20 nuovi casi accertati nell’ultima settimana – hanno chiuso il quartiere centrale di Liwan.

Il governo giapponese, invece, ha deciso l’estensione dello stato di emergenza di tre settimane fino al 20 giugno, a meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Tokyo. L’attuale provvedimento in vigore in 9 prefetture, tra cui la stessa capitale e la città di Osaka, sarebbe durato fino al 31 maggio: “La curva delle infezioni è in calo in alcune aree ma a livello generale la situazione rimane imprevedibile”, ha detto alla stampa il premier nipponico Yoshihide Suga. Oltre a Tokyo, dove il calo delle infezioni da Covid rimane “troppo contenuto” secondo le autorità sanitarie, le restrizioni riguarderanno altre 8 prefetture.

Sul fronte europeo, desta qualche preoccupazione la ripresa – seppur contenuta – dei contagi nel Regno Unito (oltre 20 mila casi in una settimana con un aumento rispetto alla precedente che sfiora il 25%), al punto che il governo di Londra – che guarda al 21 giugno, data fissata per la fine della quasi totalità delle restrizioni – teme una nuova ondata in arrivo e molti esperti chiedono al governo Johnson di tornare a frenare. La crescita è dovuta alla maggior circolazione della variante indiana rispetto agli altri Paesi e – si teme – all’eccessiva dilazione tra prime e seconde dosi di vaccino (intervallo allungato fino a 12 settimane), politica che ha contribuito alla percentuale di britannici vaccinati con una sola dose molto più alta rispetto ai Paesi Ue.

Sul tema è intervenuto ieri il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Giorgio Palù: “L’incidenza della variante indiana in Italia – ha detto a Rai News24 – è inferiore all’1%”. Gli ultimi dati dell’Istituto superiore di Sanità sulla circolazione delle varianti nel nostro Paese sono del 18 maggio e indicano una nettissima prevalenza della variante inglese (88%, in lieve discesa rispetto al 91,6% della precedente rilevazione); seguono la variante brasiliana (7,3%, in aumento rispetto al 4,5% del penultimo report) e – appunto – l’indiana (1%): “Nel contesto italiano – si legge nel report Iss – in cui la campagna di vaccinazione sta accelerando anche se non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante. Mentre la variante inglese è ancora predominante, particolare attenzione va riservata alla variante P.1, la cosiddetta brasiliana, la cui prevalenza è in leggero aumento rispetto alla precedente indagine. La variante B.1.167.2 (quella cosidetta indiana) è stata identificata in 16 casi totali di cui diversi autoctoni”.

Va detto che per la ricerca delle varianti è decisivo il cosiddetto sequenziamento dei genomi, che in Italia, seppur migliorato rispetto alla quota zero o quasi di pochi mesi fa, è ancora insufficiente, nonostante il contributo di tutte le regioni e il lavoro di 116 laboratori. Ed è lo stesso Giorgio Palù a sottolinearlo: “In Gran Bretagna – ha detto – non è che la variante indiana sia ancora dominante. Il virus evolve. Gli inglesi sono più attenti e se ne accorgono rapidamente, sequenziano il 50% degli isolati virali, noi meno dell’1%”.

Si avvicina intanto il traguardo del 20% (siamo il 19,57%) della popolazione italiana che ha concluso il ciclo vaccinale contro il Covid: le persone che hanno ricevuto la doppia dose sono 11.596.495, 33.770.194 le somministrazioni totali, pari a circa il 95% delle dosi finora a disposizione in Italia