Ancora cento morti al giorno: ecco perché

Il triste bollettino di contabilizzazione della morte, diventato ormai da più di un anno appuntamento quotidiano, segna ancora un centinaio di vittime al giorno. “Ancora troppi”, per uno scienziato di fama come Silvio Garattini, rispetto al resto d’Europa: ieri 83 in Italia, 7 nel Regno Unito, 17 in Spagna, 28 in Germania e 68 in Francia.

Il 95% degli oltre 126 mila morti in Italia per la pandemia di coronavirus aveva più di 65 anni e l’età mediana dei decessi, 81 anni ancora al 28 aprile, è scesa a 78 nell’ultimo mese. Adesso alla vigilia dell’apertura delle prenotazioni a tutte le fasce di età prevista per giovedì prossimo, la fascia di popolazione più esposta al rischio malattia grave e morte è quella tra i 60 e i 79 anni, con gli over 80 ormai coperti dai vaccini per il 92% con almeno una dose e per l’81% con entrambe. L’effetto-vaccini, infatti, sta facendo abbassare tutte le età nei parametri di riferimento: contagi, 39 anni; ricoveri in terapia intensiva, 69 anni; ricoveri ordinari, da 62 a 60 anni.

Terapie intensive ancora un migliaio di ricoverati

Nelle rianimazioni ci sono ancora un migliaio di posti letto occupati, ieri il saldo segnava -47 con 29 nuovi ingressi e un totale di ricoverati poco sopra quota mille. E il tasso di letalità in terapia intensiva rimane consistente, non scendendo mai dall’inizio della pandemia sotto il 30, 35%. Per avere un’istantanea dei morti di oggi bisogna anche considerare che il Covid-19 in forma grave ha un decorso piuttosto lungo: i decessi avvengono tra le due e le quattro settimane dall’inizio del ricovero in ospedale. Quindi con la riduzione della circolazione di SarsCov2, i contagi che calano e i posti in terapia intensiva che si liberano, tra vaccinazioni e bella stagione, anche il numero dei morti scenderà ancora. Ma “il numero dei soggetti a rischio sopra gli 80 anni – spiega il professor Franco Locatelli del Cts – è sempre più ridotto”, quindi adesso, come abbiamo visto, la fascia più esposta è quella degli over 60. Di cui le persone tra 60 e 69 anni che hanno ricevuto la prima dose sono il 67,8% e quelle che hanno già completato la vaccinazione sono il 26,2%; le persone tra 70 e 79 che hanno ricevuto la prima dose sono l’81,4% e quelle che hanno già completato la vaccinazione sono il 33,4%. Mancano ancora all’appello 3,7 milioni di italiani della fascia di età compresa tra i 60 e i 79 anni quindi, tanto che lo stesso generale Francesco Paolo Figliuolo, responsabile della campagna vaccinale, due giorni fa annunciando l’apertura del 3 giugno a tutte le fasce di età per le prenotazioni, ha anche puntualizzato: “Dobbiamo intercettare la parte della popolazione degli over 60 che ci manca in modo da mettere in sicurezza le fasce che rischiano di più di finire in ospedale o in terapia intensiva”. E rischiano di più anche di morire, ovviamente.

Garattini “Troppi annunci ma i fatti restano pochi”

È critico il luminare Silvio Garattini: “Sento sempre annunci di grandi risultati ma c’è ancora troppa gente da vaccinare. E i morti sono ancora troppi se pensiamo che in Inghilterra sono vicini allo zero”. E anche sugli over 60 Garattini ha qualcosa da dire: “Bisogna vedere di questi quasi 4 milioni quanti non hanno avuto la possibilità di vaccinarsi e quanti non hanno voluto. Il governo dovrebbe darci il dato dei no-vax, perché farebbe capire al netto di chi si rifiuta, quante vaccinazioni restano da fare. Perché se sapessimo che tra gli over 60 i no-vax sono diciamo il 20%, significherebbe diversi milioni di italiani, cosa che andrebbe a incidere notevolmente su tutto il resto, immunità di gregge compresa”. Garattini vede ancora un pericolo all’orizzonte: “C’è il rischio di dover ri-vaccinare il prossimo autunno-inverno e non avere di nuovo le dosi necessarie, perché bisogna trovare il modo di produrli qui i vaccini, liberalizzando i brevetti o su licenza: anche su questo il premier Mario Draghi si spende molto a parole, ma di fatti ancora non se ne sono visti molti rispetto alla realizzazione di strutture di produzione”.

Nuovo record venerdì 570 mila dosi in un giorno

Venerdì però le vaccinazioni hanno sfondato di nuovo quota 500 mila in un giorno (raggiunto il numero record di 570.950) e, sottolineano alla struttura commissariale del generale Figliuolo, “si avvia a toccare il traguardo del 20% della popolazione (sono il 19,57%) la quota degli italiani che ha concluso il ciclo vaccinale contro il Covid: sono 11.596.495”, quasi un italiano su cinque, 33.770.194 considerando anche chi ha avuto ancora solo una dose.

Palù “L’ok al vaccino per i 12enni è imminente”

Al più tardi domani, invece, come annunciato dal presidente dell’Aifa Giorgio Palù, arriverà anche il via libera dell’Agenzia italiana del farmaco per la somministrazione dei vaccini a bambini e adolescenti sopra i 12 anni, autorizzazione già concessa dall’agenzia europea Ema. Palù difende la scelta di ritardare la somministrazione delle seconde dosi: “Abbiamo distanziato le dosi di vaccino in base alla risposta sia clinica che immunitaria. Quindi portare l’mRna (Pfizer e Moderna) a 42 giorni è stato fatto in maniera razionale e non perdiamo nulla da questo punto di vista. Per AstraZeneca allungando fino alla dodicesima settimana si ha ancora una risposta ottimale”.

Il sospetto dei pm: “Passeggeri in nero per aggirare il fisco”

Il disastro ha aperto uno squarcio sulla gestione privata della funivia Stresa-Mottarone. Un impianto che, durante il controllo della concessionaria amministrata dall’imprenditore Luigi Nerini, secondo alcuni testimoni aveva un bel giro di “nero”. A riferirlo agli inquirenti sono gli stessi dipendenti della società, Ferrovie del Mottarone srl, che hanno raccontato come fosse prassi far passare una parte dei clienti senza battere scontrini. Una circostanza, per chi indaga, facilmente verificabile: i carabinieri di Verbania hanno sequestrato le telecamere, con i filmati che riprendono chi sale e chi scende, e i registri su cui è annotato quanti biglietti sono stati emessi. E se davvero trovassero conferma queste prime indiscrezioni, sarebbe difficile attribuire comportamenti simili all’iniziativa dei singoli operatori.

Le nuove rivelazioni potrebbero aprire presto un fronte di indagine per reati fiscali: al vaglio degli inquirenti non ci sono solo le eventuali entrate non contabilizzate, ma anche i contributi pubblici incassati dall’azienda sotto forma di sussidi dedicati al trasporto locale. E, nell’immediato, c’è un aspetto di queste dichiarazioni che ha a che fare anche con l’inchiesta sul disastro. La disattivazione dei freni viene collegata dalla Procura a preoccupazioni per le “ricadute economiche”: da più di un mese sull’impianto si verificavano blackout; la soluzione ottimale sarebbe stata quella di fermare tutto, ma, invece di risolvere il problema, si era scelto di trasportare ugualmente i passeggeri con i forchettoni, staffe che inibivano il sistema d’emergenza. I problemi andavano avanti dal 26 aprile, cioè dalla riapertura seguita a un anno di lockdown: è possibile che quella scelta “sconsiderata” fosse legata alla necessità di rientrare delle perdite accumulate durante la pandemia?

Il movente economico viene citato esplicitamente dal procuratore Olimpia Bossi e dal pm Laura Carrera nella richiesta di misura cautelare di 11 pagine emessa nei confronti dei tre indagati: il capo del servizio Gabriele Tadini, il responsabile tecnico dell’impianto Enrico Perocchio e lo stesso Nerini: “I fatti contestati sono di straordinaria gravità – si legge – considerando la deliberata volontà di eludere gli indispensabili sistemi di frenanti per ragioni dì carattere meramente economico e in assoluto spregio delle più basilari regole cautelari di sicurezza”.

Chi non si stupisce di fronte alle nuove rivelazioni è Claudio Zanotti, ex sindaco di Verbania e gestore della funivia nei quattro anni in cui fu tolta a Nerini. Fra il 1997 e il 2001 Zanotti era a capo dell’Azienda consortile consorzio servizi Vco, una multiutility pubblica con un ampio spettro di competenze, dalla raccolta differenziata al trasporto pubblico urbano: “Se mi chiedono – dice – se sia possibile che i passeggeri sono calati di decine di migliaia, da una gestione all’altra, rispondo che mi sembrerebbe strano. Noi battevamo ogni singolo scontrino. Nel 1997 il Comune di Stresa ci implorò di prendere in mano la funivia”. E ancora: “L’impianto, gestito per trent’anni dalla famiglia Nerini, era fatiscente, e aveva bisogno di un importante intervento di manutenzione straordinaria. Cambiammo tutte e tre le funi: portante, traente e tenditrice”. Non solo. “Attenzione – avverte Zanotti – i soldi, 3 miliardi di lire, li metteva la Regione Piemonte. Il fatto era che per il privato non era così conveniente gestire un periodo in cui l’impianto sarebbe rimasto fermo per molto tempo”. Nel 2001 la concessionaria pubblica viene estromessa dopo un incidente: a seguito di un calo di pressione sulla linea, quaranta passeggeri rimangono bloccati e vengono recuperati dai vigili del fuoco. “Provincia e Regione ci diedero un calcio nel sedere – dice ancora Zanotti – Non voglio pensare che c’entrasse il fatto che erano amministrazioni di destra, a trazione leghista, e noi espressione del centrosinistra. Fatto sta che fu bandita una nuova gara e l’impianto, rinnovato con soldi pubblici, tornò a chi lo aveva ridotto in quel modo: Nerini”. “Oggi provo rabbia – conclude – Penso che un impianto del genere avesse bisogno di un gestore che potesse badare alla sicurezza. Noi non avremmo mai portato gente con i forchettoni”.

Così la fune sfilacciata può “salvare” Leitner e inguaiare il gestore

L’uso dei “forchettoni bloccafreni” potrebbe avere un collegamento anche con l’altro mistero di questa vicenda: la rottura della fune traente, evento rarissimo nella casistica delle funivie. È l’ipotesi che si sta facendo largo tra gli inquirenti dopo le prime analisi visive effettuate dal consulente della Procura Giorgio Chiandussi, docente del Politecnico di Torino. Un sopralluogo effettuato negli ultimi due giorni durante il quale è stato ritrovato il punto di rottura: si tratta della parte terminale del cavo traente, il punto in cui la fune viene saldata alla stazione.

Il cavo non è stato tranciato. Di questo gli investigatori sono ragionevolmente certi. Il punto di distacco è stato trovato sulla sommità, in un tratto particolarmente vulnerabile, nel linguaggio tecnico è conosciuto come “testa fusa”. Ma perché è importante questa scoperta?

Facciamo un passo indietro. A novembre del 2020 l’impianto era stato oggetto di un controllo approfondito da parte della Leitner: società di Vipiteno che aveva effettuato un importante intervento di revamping, fra il 2014 e il 2016, ristrutturando, in parte con soldi pubblici, la funivia, considerata “a fine vita” (i lavori ammontavano a 4,5 milioni di euro); la stessa Leitner ha poi avuto in appalto, per circa 150mila euro l’anno, la manutenzione dal gestore, la Ferrovie del Mottarone srl, fino alla scadenza della concessione, nel 2028. “Secondo la relazione del novembre 2020 – precisa l’avvocato Marcello Perillo, legale di Gabriele Tadini, capotecnico della Ferrovie del Mottarone srl – il cavo era sano”. Ma in cosa consisteva l’ispezione? I tecnici avevano eseguito un “controllo magnetoscopico”, per semplificare una sorta di radiografia del cavo. E in effetti, l’ipotesi che sta emergendo sembra non gettare ombre sulla verifica: la fune, come detto, non si è spezzata, dunque il problema non era il deterioramento, mascherato da controlli che non rispondevano allo stato di fatto. Il fatto è che i rilievi magnetoscopici sono inefficaci per valutare la testa fusa, quella giuntura così delicata. Proprio per questo la legge prevede monitoraggi visivi quotidiani della sua salute, accertamenti demandati a chi gestisce l’impianto (dunque non alla Leitner, ma ancora una volta agli operatori della Ferrovie del Mottarone). E anche che ogni cinque anni, a prescindere, si proceda al taglio del pezzo finale della fune e della sua saldatura. Un appuntamento programmato a cui, il giorno dell’incidente, mancavano sei mesi.

Che ne è stato delle ispezioni visive? Non va dimenticato che l’interrogatorio di Gabriele Tadini, l’uomo che ha ammesso di aver disattivato il sistema frenante, ha aperto la strada per la prima volta all’ipotesi di falsificazioni: sul libro giornale non si fa cenno infatti degli strani rumori sentiti salendo a bordo la mattina di domenica 23 maggio, “anomalia” che spinge Tadini a disattivare il sistema frenante, che entrava in funzione “ogni 2-3 minuti”. “Non c’è connessione fra l’inserimento dei forchettoni e la rottura del cavo”, sostiene ancora Perillo. Questa possibilità, invece, non viene esclusa dagli inquirenti. Il dubbio è proprio che la disattivazione dei freni e la sollecitazione continua del cavo della funivia (che si è poi staccato nel punto di saldatura con la stazione) abbia avuto un ruolo nella rottura. E che l’accensione del freno, tutt’altro che malfunzionante, fosse la spia del problema, ignorato fino a trasformarsi in un disastro.

Funivia, tutti contro tutti. Il capo servizio ammette: “Bloccai i freni altre volte”

Dopo i primi interrogatori di garanzia è già tutti contro tutti. I tre indagati per la strage della funivia Stresa-Mottarone, fermati nella notte fra martedì e mercoledì scorso, hanno provato a scaricarsi la responsabilità l’un l’altro. Ieri sono stati interrogati per tutto il giorno dal giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Bonamici, alla presenza del procuratore di Verbania Olimpia Bossi. Un confronto in cui non sono mancati momenti anche molto tesi. Il gip ha sciolto solo a tarda sera la decisione sulla nuova richiesta di misure cautelari nei confronti dei tre indagati: Gabriele Tadini, capo del servizio, Enrico Perocchio, responsabile tecnico dell’impianto, e Luigi Nerini, amministratore e proprietario della concessionaria Ferrovie del Mottarone srl. Perocchio ha negato di essere mai stato informato dell’uso dei “forchettoni” bloccafreni. Nerini sostiene di non avere le competenze tecniche per fermare l’impianto (accusando implicitamente Perocchio). Entrambi attaccano il sottoposto che li ha tirati in ballo, Tadini, l’uomo che ha materialmente disinnescato il sistema d’emergenza.

Perocchio, ingegnere dipendente della società di manutenzione Leitner, sostiene di “non essere mai stato informato dei malfunzionamenti” e, soprattutto, di “non aver mai autorizzato” l’uso dei forchettoni. Lo riferisce il suo avvocato Andrea Da Prato. “Solo un pazzo – ha detto sostanzialmente al giudice – sarebbe salito su quell’impianto senza il sistema di sicurezza. Avevo fatto colorare di rosso i dispositivi perché non accadesse mai che un operatore potesse dimenticarli inseriti con passeggeri a bordo”. Perocchio si proclama innocente e il suo legale aveva chiesto la sua scarcerazione immediata. Il giorno dell’incidente, ha raccontato al giudice, sarebbe stato avvertito alle 12.09, pochi istanti dopo il disastro, proprio da una chiamata di Tadini: “Enrico, la fune è a terra. È giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi”. L’ingegnere, pagato dalla Leitner, percepiva per l’incarico presso la funivia “2mila euro l’anno”: “Non avevo interesse a farlo funzionare sapendo che esistevano delle avarie. Per me un impianto fermo è un impianto sicuro”.

Ad accusarlo, però, c’è un testimone che i carabinieri di Verbania hanno riascoltato venerdì pomeriggio: si chiama Fabrizio Coppi, ed è un operatore che domenica 23 maggio stava lavorando sulla funivia. Coppi conferma la versione del suo capo, Tadini, secondo cui Perocchio era a conoscenza di tutto. Tra le persone sentite c’è un altro testimone, che va in direzione opposta: Davide Marchetti, dipendente della Rvs, la ditta esterna intervenuta su impulso della Leitner ad aprile. Tadini, racconta Marchetti, non gli segnalò nessun “rumore alla centralina”, né la “perdita di pressione al sistema frenante”. Ossia, quei brutti segnali ignorati il giorno della strage. Chi era informato, dunque, dei problemi alla funivia?

Quanto a Luigi Nerini, il proprietario della Funivie del Mottarone srl, la sua versione è che non spettava a lui occuparsi degli aspetti tecnici: “La mia competenza era sulla gestione economica e amministrativa”. “La sicurezza non era affare suo – ha spiegato il suo avvocato Pasquale Pantano – smettetela di dire che il mio cliente ha risparmiato sulla sicurezza”. Rimane solo, dunque, Gabriele Tadini. L’uomo che martedì scorso, dopo oltre dieci ore di interrogatorio, si è prima autoaccusato (“domenica mattina ho inserito i forchettoni, è stata una decisione che ho preso senza consultare nessuno”) e poi ha coinvolto anche i suoi superiori: “Lo sapevano tutti”. “Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire persone se avessi pensato che la fune si spezzasse”, ha aggiunto. Il suo legale, Marcello Perillo, ha chiesto per lui i domiciliari. Su Tadini sono emersi alcuni dettagli inediti. La Ferrovie del Mottarone srl, riferiscono alcuni testimoni, ne avrebbe assunto la moglie, il figlio e anche due cugini. Inoltre, lo storico capo del servizio era stato sollevato dall’incarico dalla Leitner. Era tornato al vecchio ruolo dopo che il sostituto, un paio d’anni fa, era andato in pensione.

Sindrome di Stoccolma

Qualche specialista prima o poi indagherà sulla sindrome di Stoccolma che ha colpito i 5Stelle alla caduta di Conte. La forma più acuta si riscontra in Di Maio, che s’è scusato sul Foglio per aver avuto ragione sull’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato nel 2016 per aver truccato una gara d’appalto, minacciato l’ufficiale della Finanza che indagava, cancellato email dal suo pc e infine confessato al gup la turbativa d’asta (“a fin di bene”). Uggetti non si dimise perché glielo chiedevano le opposizioni (M5S e Lega), ma perché nessuno può fare il sindaco dal carcere: infatti, a norma di legge, fu sospeso dal prefetto e poi condannato in primo grado. Ora è stato assolto in appello: la giustizia così ridotta che assolve pure chi confessa. In pratica, il sant’uomo si credeva colpevole e poi, con sua grande sorpresa, ha scoperto di essere innocente. A sua insaputa. Resta da capire di cosa dovesse scusarsi Di Maio e che sia saltato in mente a Conte di lodare il suo autodafé. La Appendino si può capire: ha subìto due condanne in primo grado senz’aver fatto niente. Ma se non si possono più chiedere le dimissioni neppure di un sindaco in galera, che si fa: si riunisce la giunta nell’ora d’aria?

Già che c’era, Di Maio ha pure fatto mea culpa per la campagna contro la ministra Guidi, beccata a veicolare un emendamento pro petrolieri su richiesta dell’ex fidanzato lobbista. Ma la Guidi, neppure indagata, lasciò il Mise non perché glielo chiese Di Maio, ma il premier Renzi. Che ora la dipinge come una vittima dei 5Stelle dopo averla cacciata lui. Il 31 marzo 2016 fece sapere alla stampa che la riteneva “indifendibile”, era “furioso” (“È gravissimo che Federica non ci avesse detto chi fosse e che cosa facesse il fidanzato”) e le aveva chiesto di dimettersi. Cosa di cui si vantò al Tg2: “Il ministro Guidi ha fatto un errore. Non c’è niente di illecito ma ha fatto un errore e ne va preso atto. In Italia adesso chi sbaglia va a casa”. E nella sua newsletter: “Quando l’emendamento è stato formalmente presentato, il ministro l’ha comunicato in anticipo al suo compagno, che si è scoperto poi essere interessato al business. Così facendo Federica Guidi ha compiuto un errore e giustamente ha deciso subito di dare le dimissioni, per evidenti ragioni di opportunità”. Che avrebbe dovuto fare un movimento legalitario di opposizione: difendere una ministra cacciata dal premier? Se qualcuno, in altre occasioni, ha esagerato con toni fuori luogo e parole fuori posto, ledendo la dignità personale di indagati o arrestati, si scusi pure. Purché non dimentichi i fatti: l’unica bussola che deve orientare un politico sulla questione morale (da non confondere con quella penale).

Chi è raggiunto da prove schiaccianti o convincenti su fatti gravi e incompatibili con una carica pubblica (“disciplina e onore”) deve farsi da parte, sia che sia indagato sia che non lo sia, e se quei fatti alla fine vengono confermati deve lasciare la politica. Anche se viene assolto (o peggio ancora prescritto). Chi invece è sottoposto a indagine o a giudizio per fatti controversi o compatibili con la disciplina e l’onore, resta al suo posto fino al definitivo chiarimento. Ma il “primato della politica” non è delegare le decisioni ai giudici (visto, fra l’altro, come sono ridotti). Ogni leader deve esaminare i fatti, affidarsi a un collegio di probiviri autorevoli, dotarsi di un codice etico rigoroso e trasparente, prendere una decisione, assumersene la responsabilità e farla giudicare dagli elettori. Ora però, viste le fregole dei giornaloni arrapati per il mea culpa dimaiano, attendiamo a pie’ fermo le loro scuse a Virginia Raggi, dipinta come ladra e mignotta a proposito di processi basati sul nulla e finiti infatti nel nulla.
“Il bivio di Raggi: ammettere la bugia col patteggiamento o rischiare il posto”, “L’ultima spinta che avvicina di un’altra spanna la Raggi al suo abisso giudiziario e politico…” (Carlo Bonini, Repubblica, 26.1.17). “La Raggi teme l’arresto” (Giornale, 27.1.17). “La fatina e la menzogna”, “mesto déjà vu di una stagione lontana, quella di Mani Pulite”, “la Raggi è inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto… una polizza sulla vita”, “Romeo ha un legame privato, privatissimo con la Raggi”, “tesoretti segreti e ricatti” (Rep, 3.2.17). “Spunta la pista dei fondi elettorali”, “Fondi coperti”, “L’ombra dei voti comprati” (Messaggero, 3.2.17). “La pista che porta alla compravendita di voti”, “Il sospetto di finanziamenti occulti giunti al M5S” (Corriere, 3.2.17). “Come in House of Cards”, “L’accusa di corruzione è vicina” (Stampa, 3.2.17). “Patata bollente. La sua storia ricorda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine” (Libero, 10.2.17). “L’affare s’ingrossa: ‘Romeo e Virginia amanti’” (Libero, 12.2.17). “Berdini, nuovo audio: loro amanti” (Stampa, 20.2.17). “Una Forrest Gump con la fama di mantide” (Verità, 31.3.17). “Al Campidoglio il piacere dell’omertà” (Rep, 15.7.18). “La Raggi è riunita con i suoi legali per l’ultimo disperato tentativo di salvarsi” (Sky Tg24, 10.11.18). “La condanna di Raggi”, “E se l’unico modo per sbarrare la strada alla ricandidatura di Virginia Raggi fosse la condanna della sindaca nel processo d’Appello?… Di fatto sarebbe l’unica scappatoia dei rossogialli per togliersi di mezzo (forse) la grillina” (Simone Canettieri, Foglio, 2.9.20). Chi comincia? Daje

La “riservatezza” di Stefano Rodotà, il diritto al servizio del mestiere di vivere

La pubblicazione di questa “voce” Treccani dedicata al termine “Riservatezza”, a cura di Stefano Rodotà, costituisce un’occasione non solo per fare il punto sulla privacy, di cui il compianto giurista è stato l’ideatore sul piano del diritto in Italia svolgendo dal 1997 al 2005 il Garante dei dati personali, ma per ritornare proprio su Rodotà. Il cui contributo al pensiero giuridico e alla politica viene ricordato in questo volumetto da Antonello Soro, che ha ricoperto lo stesso incarico all’Autorità per i dati personali e dal costituzionalista Franco Gallo.

Ne viene fuori, a distanza di ricorrenze retoriche, due ricordi asciutti e adeguati alla persona. Soro, ad esempio, sottolinea che nella voce sulla privacy scaturisca “il senso più autentico del suo pensiero: il diritto quale strumento al servizio del mestiere di vivere”, espressione ideata da Rodotà nel suo La vita e le regole del 2006. Il diritto, cioè, come limite al potere in grado di restituire centralità all’uomo, meglio, alla persona.

Nella voce, del resto, ricordando la nascita del concetto di riservatezza e privacy in quel “senso di intimità” che si afferma con lo sgretolamento della vita feudale, e quindi con l’affermazione della società borghese, Rodotà sottolinea come, invece, al tempo in cui i dati personali non sono a disposizione solo della persona interessata, la privacy si proietta oltre la sfera privata “per divenire elemento costitutivo della cittadinanza”.

Gallo ricorda la storia politica di Rodotà, i suoi inizi al Mondo, “la militanza nel vecchio Partito radicale”, poi l’elezione tra gli Indipendenti di sinistra nelle liste del Pci e una attività giuridica che aveva a cuore i diritti, i “beni comuni”, la sottolineatura di quel “terribile diritto” che è la proprietà, la Costituzione europea. Una figura che in una politica dotata di pensiero e di sguardo lungo avrebbe potuto ricoprire i più alti incarichi della Repubblica.

 

Riservatezza Stefano Rodotà – Pagine: 110 – Prezzo: 10 – Editore: Treccani

 

“Scrivo cose vane e narcisistiche di me”

Emmanuel Carrère, classe 1957, è un classico figlio dell’élite culturale parigina. La madre, storica di fama, occupa un seggio nella prestigiosa Académie française. Dopo una laurea in Scienze politiche, è il cinema la sua passione divorante: scrive recensioni, sceneggiature, libri (il suo debutto sugli scaffali è una biografia del regista tedesco Herzog). Bussa alla porta della narrativa, si guadagna il suo cantuccio con opere come La settimana bianca: una gita scolastica sulla neve e l’orrore di un bambino del luogo rapito e ucciso. La sua fede nell’immaginazione è sublimata con Io sono vivo, voi siete morti: biografia di Philip K. Dick, maestro della fantascienza nel Novecento.

Carrère sembra insomma un romanziere come tanti altri, talentuoso ma tutto sommato innocuo. Poi la svolta che lo rende celebre e celebrato. Decide di continuare a scrivere storie ma di mettersi in mezzo, si introduce nelle sue stesse pagine, vi affonda costringendo il lettore ad aggrapparsi alle sue gambe. Non sale certo in una scena vuota ma la sua performance sul palcoscenico dell’autofiction tocca esiti impensati. Nel 2002 pubblica su Le Monde Facciamo un gioco: una serie di scritti erotici rivolti alla sua compagna di allora, in una girandola di perversioni sempre più estreme, che mise fine alla relazione.

“Quando penso alla letteratura, al genere di letteratura che faccio, di una cosa sola sono fermamente convinto: è il luogo in cui non si mente. È un imperativo assoluto, tutto il resto è secondario, e a questo imperativo penso di essermi sempre attenuto. Le cose che scrivo forse sono narcisistiche e vane, ma non sono false”. Ecco un passaggio tratto dal suo ultimo Yoga, in libreria per Adelphi, nel quale Carrère rivendica il suo statuto di autore. Bandito ogni slancio di immaginazione, la corrispondenza tra la sua propria vita e i suoi scritti è così radicale che ogni giudizio sulla vita è un giudizio sull’opera e viceversa. Sebbene proprio in Yoga – 300 pagine in cui si ha l’impressione che l’autore si rivolga a se stesso come uno che parli alla propria immagine riflessa in uno specchio – si compia una sorta di nemesi. L’ex moglie non solo lo ha accusato di averla utilizzata nel libro senza il suo consenso violando un contratto da loro stipulato ma di avere seminato qua e là diverse contraffazioni.

Il libro si dipana in tre sezioni: uno stage di meditazione yoga Vipassana interrotto dall’attentato a Charlie Hebdo, in cui tra le vittime figura l’amico Bernard Maris; il ricovero in un reparto psichiatrico scandito da ripetuti elettroshock; una parentesi di terapia umanitaria tra giovani rifugiati nell’isola greca di Leros. Ebbene, secondo la denuncia dell’ex moglie ci sono eventi rimontati secondo una cronologia fittizia, una descrizione compiacente sul suo crollo psichico, l’esperienza di volontariato è dilatata a due mesi quando invece si è esaurita nel volgere di pochi giorni.

La credibilità del 63enne autore francese è dunque messa in discussione? La bandierina dell’autenticità piantata su ogni suo volume è dunque solo marketing? Interrogativi che meritano di essere dissipati perché è lo stesso Carrère a gettare il suo Yoga nel fuoco della contesa: “Di questo libro non posso dire quello che con orgoglio ho detto di molti altri: È tutto vero”. Il punto è che il suo narcisismo autobiografico non serve a lustrare una reputazione ma semmai come forma retorica per aggregare pezzi di mondo. Nei suoi volumi c’è una storia, c’è lui che la racconta, c’è quello che gli succede durante il racconto. Per disvelarsi si è spesso cercato un doppio letterario. Dal mitomane finto medico che per nascondere la sua verità ha sterminato moglie, figli e genitori in L’avversario alla figura del nonno materno di origine russa ucciso perché collaborazionista dei tedeschi in Un romanzo russo. Dalla tragedia dello tsunami del 2014 e la lotta contro il cancro della compagna della sorella in Vite che non sono la mia al dissidente politico russo Limonov che è stato poeta, scrittore e senzatetto nell’omonimo Limonov. Chi legge Carrère soccombe alla sua seduzione perché insegue la stessa disperata ricerca: “Io mi occupo soprattutto di cosa significa essere me”.

Catania: il nuovo caso di Vanina Guarrasi, eroina sotto scorta

Cristina Cassar Scalia è ormai una fulgida stella del giallo italiano. Il suo nuovo romanzo, appena uscito, è già nella top ten di vendita. Su queste pagine ci siamo occupati da subito dei casi del vicequestore Vanina Guarrasi, nativa di Palermo ma fuggita a Catania: dapprima la mafia le uccise il papà poliziotto e poi ha fatto un agguato al suo ex fidanzato, il magistrato Paolo Malfitano. Lei stessa era presente e salvò la vita al pm. E così per sottrarsi a un fato tinto di morte, la tosta Vanina se n’è andata a Catania per indagare su omicidi comuni. Inchieste che mischiano cold case e cadaveri freschi e che mettono Vanina al centro di una squadra variegata in cui spiccano le celluline grigie di Patanè, amabile commissario in pensione che ha ottantatré anni.

Solo che in quest’ultimo libro, L’uomo del porto, anche Guarrasi deve guardarsi dalle cosche. Dopo un blitz fallito nel covo del mafioso latitante colpevole della morte del padre Giovanni, qualcuno le ha fatto trovare un proiettile nella casa di Santo Stefano, in campagna a un quarto d’ora da Catania. Vanina è costretta a vivere sotto scorta e questo le impedisce di muoversi come vorrebbe per indagare sull’omicidio di Enzo La Barbera, notissimo professore di filosofia trovato accoltellato in un pub sotterraneo, dove scorre persino un fiume. Trentacinque anni prima, La Barbera faceva parte di una comune di giovani, dov’erano in molti a farsi e morire d’eroina. La trama intrigante che depista abilmente è uno dei talenti di Cassar Scalia, oltre allo stile e ai personaggi, anche se stavolta una delle famose intuizioni di Vanina non è tanto geniale, il lettore medio ci arriva ben prima di lei. Lo diciamo a mo’ di consiglio, ché il successo spesso innesca dannose dinamiche commerciali.

 

L’uomo del porto Cristina Cassar Scalia – Pagine: 321 – Prezzo: 18,50 – Editore: Einaudi

 

Samanta e Mary, regine dell’inferno “domestico”

Tutto si può dire delle case in cui Samanta Schweblin intesse le sue storie tranne che siano vuote anche se Sette case vuote, titolo della sua più recente raccolta di racconti, fa pensare a involucri disabitati, abbandonati. Sono in realtà dimensioni domestiche traboccanti: di assenze definitive, del peso dei ricordi, della memoria che si appanna e scontorna il passato, di eventi apparentemente innocui, come un vicino che bussa alla porta, o più traumatici, come una bambina che ingoia un bicchiere di candeggina, e che introducono una frattura.

Sono teatro di accadimenti disturbanti che prendono avvio o si dispiegano in una dimensione spaziale delimitata, la casa appunto. Ne è esempio Il respiro cavernoso, il più lungo e più bello, sull’anziana Lola, che ha avuto un figlio malato, morto prima di raggiungere in altezza i mobiletti della cucina, e che si aggira tra le stanze con un foglietto nella tasca del grembiule. Lì ha annotato poche cose, quelle che deve assolutamente ricordarsi tra cui “concentrarsi sulla morte” perché Lola vuole morire, ma tutte le mattine, inevitabilmente, torna a svegliarsi. La lista è la sua sicurezza: la rilegge ogni volta che si disperde o si distrae o quando la mente la tradisce e distorce verità e realtà delle cose, tanto che anche il lettore resta disorientato. È affetta da demenza senile come forse lo sono i due vecchi coniugi che danzano nel loro giardino completamente nudi, e felici, mentre la nuora li osserva sbigottita, angosciata all’idea che il nuovo compagno li veda e concluda siano pazzi. Si troverà a doversi preoccupare per qualcosa di potenzialmente ben più serio.

Schweblin, argentina classe 1978 tradotta in 20 lingue, ha già firmato due romanzi (tra cui il bellissimo Kentuki) e tre raccolte di racconti, e dimostra la stoffa, oltre che un’innata eleganza stilistica, dei più grandi narratori di short stories. L’immersione nei suoi quadri domestico-quotidiani è immediata e desta una curiosità quasi morbosa, tratto comune anche all’americana Mary Robison, 72 anni, sconosciuta in Italia eppure considerata in patria maestra del minimalismo (lei ritiene la definizione “riduttiva, fuorviante, inconcludente e insultante”) al pari di Raymond Carver e Amy Hempel a cui anche Schweblin è stata accostata.

Folgorante il racconto che da il titolo alla raccolta inedita Guida alla notte per principianti, in cui una madre e una figlia, 35 e 17 anni, condividono notti di flirt e seduzione lasciando che i loro corteggiatori le scambino per sorelle. Dietro l’apparente spensieratezza amicale si nasconde però altro, come in tutte le storie di Robison. La madre è depressa mentre la figlia spera di riuscire a orientarsi nella vita, che le pare un ginepraio, attraverso l’osservazione delle stelle, sua grande passione. A un certo punto uno dei personaggi di Robison si dice: “Allora non capisco, proprio non capisco cosa ci impedisca di essere felici e dormire tutti quanti sogni tranquilli in questa casa”. Quesito chiave perché dietro esistenze apparentemente normali si cela il misterioso rumore di fondo che ogni vita emette quando viene smossa e s’increspa, lasciando intravedere dettagli a prima vista invisibili, nascosti sotto la superficie.

 

Sette case vuote – Samanta Schweblin – Pagine: 140 – Prezzo: 15 – Editore Sur

“It’s a Sin”: la Londra gay anni Ottanta, tra discriminazione e rischio Aids

La festa e il requiem, in rituale successione. Così accadeva nella scena Lgbt londinese negli ’80, dove l’essere gay comportava due condanne spesso sovrapposte: discriminazione e morte per Aids. It’s a Sin ideata, scritta e prodotta da Russell T Davies per Channel 4, ne è la vibrante sintesi, e costituisce a oggi il miglior prodotto seriale su questo spaccato di mondo, così gioiosamente impavido e dolorosamente fragile, specchio degli estremi di un decennio indimenticabile. A confermare il valore dei 5 episodi che snocciolano l’amicizia di cinque coinquilini tra il 1981 e il 1991 è lo straordinario successo di critica e audience ottenuto in Madrepatria e in Usa, la partecipazione a Berlinale Series, e una rinnovata attenzione alla prevenzione da Hiv. In effetti la visione (tutta d’un fiato) costituisce un’esperienza di emozioni contrastanti eppure ben mescolate nel loro accompagnarsi a una colonna sonora da miglior Brit Pop. Davies, già esperto narratore dell’universo gay ma fino ad oggi incurante di raccontare la piaga dell’Aids, ha compensato egregiamente la lacuna, edificando un testo non retorico e calibrato in ogni suo aspetto, laddove il conservatorismo integralista del tempo (siamo in piena era Thatcher) e il naturale desiderio di sovvertirlo da parte dei giovani superano la collocazione ambientale della storia, diventando co-protagonisti di Ritchie, Jill & c. I “nostri”, in fondo, sono ragazzi giocosi, i cosiddetti party people animati dalla sete di vita e sesso libero, e come chiunque all’epoca, ignorano lo spettro galoppante dell’Aids: sarà la società ipocrita e irrigidita su se stessa, e maggiormente spaventata dal contagio, a decretarli come “peccatori”, meritevoli di morire nell’isolamento da ogni affetto. It’s a Sin sarà disponibile su Starzplay dal 1 giugno e, giocando col titolo, è un peccato perderla.