“Veleno”, quei poveri diavoli della Bassa

Un filo rosso che attraversa l’Emilia per quasi 25 anni. Dal 1997, l’anno in cui scoppiò il caso dei Diavoli della Bassa modenese, a oggi. Passando per Bibbiano, dove nel 2019 l’inchiesta Angeli e demoni ha messo in discussione il sistema degli affidi e il ruolo degli assistenti sociali. Dopo un podcast e un libro, la docuserie Veleno (Amazon Prime Video) prova a mettere ordine in una vicenda sconcertante che tra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila portò all’allontanamento da casa di 16 bambini. “Non volevamo fare un’altra inchiesta ma raccontare questa storia, restituirle una sua coerenza interna, creare un filo narrativo che tenesse insieme tutte le voci” spiega il regista Hugo Berkeley.

Siamo a Mirandola e Massa Finalese, provincia di Modena, alla fine degli anni Novanta. Un bambino proveniente da una famiglia disagiata racconta agli psicologi di aver subito degli abusi. Il caso si estende, i racconti diventano sempre più raccapriccianti: non solo abusi domestici ma riti satanici durante i quali i piccoli sarebbero stati costretti a uccidere altri bambini. I minori vengono allontanati dalle famiglie di origine. Oltre 20 persone, tra cui un parroco accusato di essere il capo della setta, finiscono sotto processo. Dopo il terzo grado di giudizio alcuni di loro verranno condannati per gli abusi domestici ma non per quelli che secondo l’accusa avrebbero commesso nei cimiteri. I bambini allontanati non torneranno mai più da genitori.

I primi tre episodi della serie ripercorrono attraverso interviste, immagini d’archivio e scene ricostruite con degli attori la storia già raccontata dal podcast Veleno, realizzato da Pablo Trincia con Alessia Rafanelli, e dal libro omonimo scritto dallo stesso Trincia. Una storia di cui esistono due versioni radicalmente opposte: da una parte i genitori a cui furono sottratti i figli e i loro avvocati, dall’altra gli assistenti sociali e i periti che confermarono le violenze. E in mezzo i bambini che in questa vicenda rappresentano senza dubbio le vittime. Ma vittime di chi? Dei genitori che abusarono di loro oppure degli psicologi che li convinsero di aver subito violenze inesistenti?

Gli ultimi due episodi vanno oltre. Si citano casi simili avvenuti all’estero e si parla dell’inchiesta che nel 2019 ha fatto emergere a Bibbiano un presunto business legato agli affidi, in cui sarebbero coinvolti anche psicologi e assistenti sociali (il processo è in corso). Soprattutto, si dà voce ai veri protagonisti: quei bambini che nei vecchi filmati mostrati in Veleno descrivono con espressione imperturbabile i terribili abusi subiti e che oggi sono diventati adulti. A distanza di quasi 25 anni alcuni hanno deciso di ricontattare le famiglie d’origine, altri hanno fondato il comitato Voci vere per riaffermare la verità dei loro racconti.

Creata da Ettore Paternò e prodotta da Fremantle, la prima docuserie true-crime italiana di Amazon è stata girata da Hugo Berkeley. “Non conoscevo la vicenda dei Diavoli della Bassa modenese. Ho letto, ho ascoltato, mi sono documentato: è una storia talmente forte e stratificata che non è possibile non esserne coinvolti” dice il regista inglese. Come Sanpa, la docuserie di Netflix su San Patrignano, che pur è stata molto criticata della comunità, Veleno pone tante domande ma non offre risposte preconfezionate. Il suo merito principale è quello di offrire una pluralità di voci. Comprese quelle di chi aveva aspramente criticato il lavoro di Pablo Trincia: come la psicologa Valeria Donati, lo psicoterapeuta Claudio Foti, i membri del comitato Voci vere.

“Abbiamo contattato tantissime persone e a tutti abbiamo promesso che li avremmo ascoltati” Hugo Berkeley. “Non ci interessava giudicare cos’è accaduto vent’anni fa, piuttosto capire come stanno oggi le persone coinvolte: la sofferenza è stata tantissima da entrambe le parti. La mia scena preferita di Veleno è quella in cui Vanessa, una delle bambine che furono allontanate da casa, apre la scatola in cui conserva le lettere che in tutti questi anni le ha inviato la madre Lorena e le legge. Anche se non sono in contatto, anche nel dolore reciproco, la loro relazione è continuata fino a oggi”.

 

Veleno

Su Amazon Prime Video, regia di Hugo Berkeley

Martone e Favino insieme sul set con “nostalgia”

Mario Martone dirigerà a fine settembre Pierfrancesco Favino in Nostalgia, un film tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea ambientato a Napoli nel rione Sanità che sarà prodotto da Carolina Terzi e Luciano Stella per Mad Entertainment. Il protagonista è un uomo maturo, Felice Lasco, che dopo aver lavorato per 45 anni tra Medio Oriente e Africa torna nella sua Napoli per assistere la madre morente.

Valeria Bruni Tedeschi dirige in Francia Louis Garrel e Micha Lescot in Les Amandiers, il suo quinto lungometraggio ambientato alla fine degli anni 80 dove quattro ventenni superano gli esami di ammissione alla celebre scuola creata da Patrice Chéreau e Pierre Romans al Théâtre des Amandiers di Nanterre e si lanciano a folle velocità tra amori e passioni vivendo una svolta epocale nelle loro vite ma anche la loro prima tragedia. Negli ultimi due anni la 56enne attrice e regista torinese naturalizzata francese ha intanto recitato nel suo Paese d’elezione con Diane Kruger e Camille Cottin nella serie tv H24, 24 h de la vie d’une femme e nei film Cette musique ne joue pour personne di Samuele Benchetrit con Vanessa Paradis, Les amours d’Anaïs di Charline Bourgeois-Tacquet con Anaïs Demoustier e Denis Podalydès e La Ligne di Ursula Meier dove è una madre aggredita da una figlia ribelle e violenta (Stéphanie Blanchoud). L’infiltré di Thierry de Peretti con Vincent Lindon e Roschdy Zem è invece incentrato su un ex detenuto diventato informatore dell’agenzia antidroga e La fracture di Catherine Corsini è ambientato durante le manifestazioni di protesta dei cosiddetti Gilet gialli. Inavouable, remake di Catherine Breillat del film danese Queen of Hearts affronterà infine la questione dell’attrazione di una donna per il suo figliastro e le conseguenze sulla cerchia familiare.

“Fortuna”, quando i bambini vengono traditi dagli adulti

Una bambina (Cristina Magnotti) con due nomi, Nancy e Fortuna, una madre e una psicologa (alternativamente interpretate da Valeria Golino e Pina Turco), e una vita difficile. Non a dettare, bensì a ispirare è una tragedia: la morte di Fortuna Loffredo, bambina di sei anni gettata dall’ottavo piano di un palazzo al Parco Verde di Caivano, Napoli, nel 2014. È Fortuna, opera prima di Nicolangelo Gelormini, già assistente di Paolo Sorrentino, che prende la strada più stretta: sottrarre il fatto di cronaca nera al genere d’elezione, il (Neo)realismo, e sublimare nel pudore fantastico.

Alle nostre latitudini non è solo un rischio, ma un azzardo: buona parte della critica italiana ritiene che al sordido, al criminale, all’aberrante si confacciano unicamente la poetica e lo stile informati nel Dopoguerra cinematografico, rielaborati dall’impegno anni Settanta e più recentemente corroborati da Gomorra ed epigoni. Nondimeno, la trasfigurazione non ha evitato le polemiche: il padre di Fortuna, Pietro Loffredo, ha sporto denuncia e chiesto il blocco del film, istanza rigettata dal tribunale di Napoli giacché l’opera non implica danno o dolo ai familiari, ovvero non lede il diritto alla privacy e all’oblio. Del resto, l’intento di Gelormini è dichiaratamente altro dal film-inchiesta. Il regista prende l’inquadratura dallo statuto più ambiguo, se non infido, la semi-soggettiva e ci fa un lungometraggio intero: se il piccolo schermo è uso al Chi l’ha visto?, questo grande, e non solo per formato, si vota al “Come l’ha visto?”, con una terza persona che non è esclusivo appannaggio della protagonista ma di tutti noi. Anziché rassicurare, Gelormini, che scrive con Massimiliano Virgilio, eleva il non riconoscimento – nominale: Nancy/Fortuna; facciale: la madre Rita e la psicologa Gina che si scambiano Golino e Turco – a valore ideologico, traslando il senso di non appartenenza di Fortuna nella sensazione di spaesamento dello spettatore. Fosse soggettiva tout court l’esperienza della piccola vittima sarebbe derubricabile ad alterazione psicofisica, viceversa, la semisoggettiva ci richiama all’assunzione di responsabilità: spogliata dell’infanzia, dell’amore materno, della solidarietà umana, Fortuna pensa di essere una principessa in attesa di tornare sul suo pianeta nello spazio, e noi, chi pensiamo di essere? Il film delega molto allo spettatore, gli chiede di abitare il fuoricampo e di tradurre la sottrazione spettacolare in posizione morale: non è facile, questa trasformazione del fatto di cronaca in epifania cinematografica (ed etica), ma è preziosa. Con Anna e Nicola, gli amici del cuore con cui condivide le giornate di giochi nel palazzone, Fortuna dice di quel che avrebbe potuto essere il suo essere bambina, e di quel che non è stato: il miracolo dell’osceno di Gelormini non elude le colpevolezze, ma alla fedina penale preferisce la fede nel potere immaginifico – e salvifico – del cinema. Non perdetelo.

 

L’artista torna sul palco “Via con” Paolo Conte

“Guardando fuori un paesaggio avrai/ E laggiù montagne languide vedrai/ E sempre te ne invaghirai/ Grande amore e ancora tu le vorrai”. I paesaggi ancestrali invocati in Nord di Paolo Conte si materializzano nelle immagini del docufilm Via con me, diretto da Giorgio Verdelli, pubblicato in versione homevideo e dedicato alla scomparsa del suo manager Renzo Fantini.

L’artista astigiano ha appena ottenuto un sold out per il primo dei suoi concerti estivi – compatibilmente con la capienza prevista dalle normative vigenti – per la data del Festival Collisioni ad Alba il 16 luglio. Confermato anche l’appuntamento a Grado il 24 luglio, Lugano il 24 agosto e Mantova il 29 agosto, per proseguire nel 2022 a Padova, San Remo e Zurigo. A oggi l’ultima fatica discografica è Amazing Game pubblicata nel 2016 e il Live in Caracalla – 50 Years Of Azzurro del 2018 contenente l’ultimo inedito Lavavetri.

Il film Via Con Me, disponibile in dvd e bluray, è stato precedentemente presentato fuori concorso alla 77esima Mostra di Venezia. Si resta folgorati dalla scena iniziale: il regista inquadra un bellissimo scorcio di campagna introdotto dalle parole dell’ex Avvocato, incastrate perfettamente: “Io mi sono sempre vantato di essere uno scrittore di paesaggi, rifuggo l’autobiografia”. Per approfondire il tema abbiamo scomodato l’autore, piacevolmente immerso nelle sue valli piemontesi.

La sua analisi è tranchant

Ho sempre provato disagio a parlare in prima persona e ancora di più a dire di me stesso, preferendo lasciare la scena ai miei personaggi. Ma intorno a loro sento la necessità di creare un ambiente, un paesaggio.

Cosa la ispira maggiormente per una nuova canzone?

Le indicazioni che mi suggerisce la musica – che compongo sempre prima di scrivere le parole – sono indicazioni molto fisiche: sapori, odori, colori, spazi…

Dice lei: “Ho cominciato a cantare per difendere le mie canzoni”. A chi sente di dovere qualcosa per la sua scelta di dedicarsi interamente alla musica?

I miei genitori se ne sono andati molto giovani. Nel “salto” da un mestiere all’altro mi è stata vicina Egle, mia moglie, giovane e di spirito libero e complice.

Ha esordito suonando il trombone. A quali strumenti è più appassionato e quali avrebbe desiderato imparare?

Il trombone a coulisse è uno strumento di grande sensualità espressiva, ma lo suonavo malissimo. Meglio me la cavavo con il vibrafono, strumento di ben altra natura.

Qual è il suo rapporto con la musica elettronica e la tecnologia?

Ho assistito alla nascita dei primi strumenti sintetici – dal Moog in poi – creati per ragioni di comodità, anche economica, ma sono contrario al delegare a questi strumenti compiti impegnativi sul terreno della creatività.

Ha elogiato “la qualità di tanti piccoli pubblici, élite”. Come interagisce con i suoi fan?

Non faccio uso di email e altre birbanterie in voga. Il contatto con il pubblico avviene nei concerti o attraverso lettere che mi scrivono e alle quali puntualmente rispondo.

“I genovesi dicono mugugni, sussulti, gamberoni, rossi, piaceri, fantasia”: è l’incipit di Genova per noi, una strana liaison per un piemontese.

È la curiosità per la somiglianza caratteriale tra i liguri e i piemontesi, insieme alla grande differenza tra i rispettivi paesaggi: mare e campagna.

“Paolo è sexy, i francesi amano la sua voce seducente, il suo formidabile charme”. Ha dato sensualità alla musica, dice Jane Birkin.

I graditi complimenti che mi rivolge la Birkin nascondono un po’ la pigrizia dei francesi nell’occuparsi di testi in una lingua forestiera. Se mai conoscessero i miei testi, chissà!

“L’eroe perdente che sarebbe piaciuto a Fellini”: come nasce l’uomo del Mokambo?

Il prototipo è l’uomo del dopoguerra che ricomincia a vivere con una simpatica disinvoltura che travalica nel sogno le sue possibilità economiche.

“Il mio stile era confusione mentale di fine secolo. La pittura è stata un vizio”. Sono frasi che si confondono tra lei e Hugo Pratt

Non ho mai “collaborato” con Hugo Pratt, se non scrivendo le musiche per un’edizione teatrale di Corto Maltese. Ho avuto comunque il privilegio di conoscerlo di persona.

C’est beau è ricca di frasi misteriose, doppi sensi, incipit…

C’est beau è quello che si definisce un “pastiche”: ci sono gli indiani, i fiori, il treno, i legumi, Manitù che tuona tra le nuvole. “Pour en faire un bon bouillon il faut mettre dans ce bouillon les legumes de toutes les saisons”, un bel minestrone.

“Fa niente/ Questo è un gioco che fan gli Dei/ E ridono in fondo”.

“L’idea dei due Stati è pura fantascienza”

“L’idea dei due Stati è pura fantascienza. E poi qualcuno ha mai provato a chiedere ai palestinesi se lo vorrebbero? Perché la risposta sarebbe ‘a queste condizioni no’. Layla Sit Aboha è una ragazza poco più che ventenne italo-palestinese, attivista, membro dei Giovani palestinesi d’Italia. Una seconda generazione nata e cresciuta in un Paese che non è più solo un rifugio come lo fu per i genitori. Una generazione che si “è costruita la propria identità palestinese”, ci spiega e che “ha un’idea della situazione in Medio Oriente diversa da quella dei padri e delle madri anche se attivisti come noi”.

Come ha vissuto quest’ultimo il conflitto?

Essendo stata a Gaza, nei Territori e in Israele poco prima della pandemia, ciò che ho visto e che è stato evidente anche in questi giorni è la assoluta disparità delle condizioni dei palestinesi da quelle degli israeliani. Anche nella narrazione del conflitto: per i giornali occidentali, non solo italiani, esiste solo Hamas. La Palestina è Hamas. Non c’è altro. Non si parla d’altro.

La domanda è: si può prescindere da Hamas?

Si potrebbe. Se venissero indette finalmente le elezioni. Sa, la maggior parte dei palestinesi non è contenta dell’Autorità nazionale palestinese né di Hamas. Solo eleggendo nuovi e veri rappresentanti si potrebbe togliere ad Hamas il ruolo che ha. Invece il voto è stato rimandato. Così si mantiene il potere di Hamas da una parte e quello dei soliti partiti israeliani dall’altro. Se Israele eleggesse dei politici illuminati potrebbe esserci un vero cambiamento.

È tutta colpa dei politici? Abbiamo visto cittadini palestinesi e israeliani aggredirsi a vicenda nelle città miste.

Sì. Quelle città sono luoghi in cui non tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, in cui si vive isolati: città ghetto. Gerusalemme ne è l’esempio, è un luogo difficile. E come ultimo gesto gli israeliani hanno profanato la moschea di al-Aqsa. Se mio nonno non fosse scappata con la Nakbha nel 1948, anche io vivrei ancora ad Haifa, dove abbiamo visto gli scontri più duri tra palestinesi e israeliani. È evidente che la soluzione per la convivenza non sono i due Stati: alle condizioni attuali è impraticabile.

Pensa che la tregua durerà?

È il termine ‘tregua’ che trovo scorretto. Sono laureata in Relazioni internazionali e so che per parlare di tregue si deve trattare di una guerra e una guerra è tale se a scontrarsi sono due entità Stato con due eserciti. Non è il caso dello scontro israelo-palestinese. L’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero agire sulla vendita di armi a Israele, oltre a spingere per una Commissione che indaghi sulla violazione dei diritti umani da parte di Israele sul popolo palestinese. L’esercito israeliano ha abbattuto anche la Torre dei media: l’ultimo baluardo della verità, visto che ai giornalisti stranieri non è permesso entrare a Gaza in quanto testimoni scomodi. Non si può stare a guardare.

Fatture false per le elezioni In tre inguaiano Sarkozy

“Tutti sapevano all’Ump, da Sarkozy alla centralinista”: la prima bomba nel processo sui conti della campagna elettorale di Nicolas Sarkozy per l’Eliseo del 2012 l’ha sganciata mercoledì Franck Attal, che all’epoca era uno dei dirigenti della Bygmalion, l’agenzia di comunicazione che organizzava i meeting del presidente-candidato.

Le altre due bombe sono state sganciate in tribunale ieri da altri due dirigenti della società, Sébastien Borivent e Guy Alvès, co-fondatore di Bygmalion: tutti e tre hanno ammesso davanti ai giudici che era stato costruito un sistema di false fatture per nascondere le spese eccessive di campagna e sfuggire ai controlli pubblici e alle conseguenti sanzioni. La legge francese fissa un plafond massimo di spesa di 22,5 milioni di euro, quella campagna ne costò quasi il doppio, 42,8 milioni di euro. Malgrado le spese folli, non andò a buon fine per Sarkozy, che era già all’Eliseo dal 2008: con i sondaggi contro, fu battuto al ballottaggio dal candidato Ps François Hollande, che aveva tenuto solo dieci comizi, contro i 44, spettacoli, meeting di Sarkozy. Il processo si è aperto il 20 maggio scorso. Compaiono 14 imputati, ex dirigenti di Bygmalion ed ex responsabili dell’Ump, il partito della destra neogollista, oggi Les Républicains, tra cui Jérôme Lavrilleux, allora vice direttore della campagna presidenziale. Sarkozy, che ha tentato più volte di far annullare la procedura, dovrà essere a sua volta interrogato intorno al 14 giugno.

Già condannato a tre anni, di cui due con la condizionale, per corruzione e traffico di influenza nel caso detto “Bismuth” (condanna per cui ha fatto appello), è ora accusato di finanziamento illecito di campagna elettorale e rischia un anno di detenzione e fino a 3.750 euro di multa. Sarkozy ha sempre negato di essere stato al corrente degli illeciti. Per il pm Serge Tournaire, l’inchiesta non ha potuto stabilire che l’ex presidente fosse al corrente delle frodi né che le abbia ordinate, ma ha riconosciuto che ne ha “senza dubbio beneficiato”. Per questo, a differenza degli altri imputati, Sarkozy non è stato rinviato a giudizio per “frode”. Il caso “Bygmalion” era scoppiato nel 2014 dopo la pubblicazione di una serie di inchieste giornalistiche. Il giornale online Mediapart pubblicò la “contabilità segreta” dell’agenzia di comunicazione e 58 false fatture. Davanti ai giudici Franck Attal ha spiegato il sistema di “doppia fatture”. Codirettore della Event & Cie, filiale di Bygmalion, era stato contattato da Lavrilleux per gestire l’organizzazione dei meeting. “All’inizio mi avevano parlato di quattro, cinque meeting. Poi le domande si sono moltiplicate e bisognava fare le cose sempre più in grande – ha detto –. Durante una riunione con i responsabili della campagna, ci è stato chiesto di sottofatturare gli eventi futuri e di fatturare il resto all’Ump per “convention del partito di destra”. Mi caddero le braccia – ha aggiunto –. Andai a parlarne con i miei superiori. Meno di 24 ore dopo, hanno dato il via libera”.

Sébastien Borivent, superiore diretto di Attal, ha confermato: “Franck venne nel mio ufficio e mi riferì della richiesta dell’Ump. Mi spiegò che c’era un tetto di spesa che non si doveva assolutamente superare e che l’idea era di fatturare al partito e non all’associazione di finanziamento della campagna. Capii subito che era una frode. Fui molto sorpreso – ha aggiunto –. Non si trattava di un contabile che frodava l’Iva. Ma della frode di un potere politico in carica”. Borivent si è dimesso nel giugno 2012. Ma non è stato a dare lui il famoso “via libera”. Guy Alvès, all’epoca presidente di Bygmalion, non ha cercato scuse: “Ho accettato sapendo che era illegale, l’ho fatto e mi prendo le mie responsabilità. Avevo due scelte – ha detto –, o dicevo di sì ed entravo nell’illegalità o dicevo di no e la mia società era morta. Avrei messo alla porta 40 collaboratori”. Alvès ha fondato Bygmalion nel 2009 insieme a Bastien Millot, che invece continua a negare ogni implicazione: “Sarebbe stato un suicidio professionale”, ha detto. Entrambi sono amici di Jean-François Copé, segretario dell’Ump nel 2012, ma non imputato.

Siria, Assad si ripulisce alle urne

Per la seconda volta dopo l’esplosione della guerra civile dieci anni fa in Siria, le elezioni sono state vinte, come da copione, dal sanguinario autocrate Bashar al-Assad. Queste ennesime Presidenziali-farsa sono state ancora più fittizie del solito essendosi tenute solo nelle aree controllate dal governo. Gli aspiranti elettori che vivono nelle ultime roccaforti detenute dai ribelli a Idlib e nel nord-est della Siria a maggioranza curda non hanno potuto così esercitare uno dei diritti alla base delle democrazie. Ma la Siria non lo è più da mezzo secolo.

Questa limitazione ha minato fin dall’inizio il processo elettorale essendo in netto contrasto con la risoluzione 2254 delle Nazioni Unite, non del tutto ultimata, che richiede un processo politico inclusivo guidato dalla Siria e la nascita di un organo di governo transitorio, una nuova Costituzione ed elezioni supervisionate dalle Nazioni Unite. I colloqui di pace di Ginevra del resto sono appena decollati a causa dei veti incrociati delle grandi potenze che negli anni sono entrate in campo trasformando il conflitto civile in un’altrettanto devastante guerra per procura. Non sorprende che i governi occidentali abbiano espresso la propria opposizione al voto, screditandolo come nient’altro che una “performance teatrale”. Solo la Russia, che ha mandato armi, istruttori e bombardato le aree ribelli del Paese permettendo ad Assad di rimanere al vertice della Siria, ha denunciato queste critiche come un’ingerenza negli affari interni di Damasco.

Le conseguenze dell’amore per il potere di Assad (e del Cremlino) avranno molto probabilmente l’effetto che sarà la Russia a gestire gli aiuti umanitari. La questione più urgente, infatti, è l’autorizzazione degli aiuti umanitari a Idlib (l’ultima roccaforte dei “ribelli” e dei gruppi islamisti) e nel nord-est dove risiede la minoranza curda. La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli aiuti umanitari transfrontalieri scadrà a luglio. La Russia potrebbe sfruttare il risultato elettorale a favore del “proprio uomo a Damasco” per accreditarsi come l’unica autorità deputata a distribuire aiuti con tutte le implicazioni del caso, ovvero un consolidamento del proprio potere in tutta la Siria.

A questo proposito, il presidente Vladimir Putin farà pressione anche per ottenere la riapertura dell’autostrada M4, a seguito di un patto con la Turchia, che gestisce la provincia di Idlib e occupa militarmente i cantoni curdi. Un accordo che potrebbe imporre alle forze di opposizione, principalmente la coalizione estremista islamica Hay’at Tahrir al-Sham, (Hts) di accettare compromessi con i nemici Assad-Putin. Un’altra conseguenza forse sarà un riavvicinamento della Siria con i paesi arabi che avevano sostenuto i “ribelli” contro Assad sferrando un ulteriore colpo contro l’opposizione interna laica che non ha potuto organizzarsi in quest dieci anni di guerra. La Russia potrebbe anche sostenere un dialogo con questa debole e acefala opposizione interna allo scopo di ostacolare i negoziati portati avanti dall’Onu.

Il leader dell’opposizione con sede a Damasco, l’avvocato Hassan Abdul Azim del Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico, ha detto che il voto di mercoledì non farà altro che peggiorare la situazione di un paese afflitto da fame, povertà e da un regime autoritario. Azim ha sottolineato all’agenzia Reuters la grave carenza di carburante e di cibo e all’inflazione alle stelle che ha spinto la maggior parte dei siriani già impoveriti per la guerra nel baratro della miseria più estrema. “La gente ora muore di fame”, ha denunciato. Azim è a capo di una coalizione di partiti di opposizione principalmente fuorilegge in Siria che riunisce liberali, esponenti di sinistra e nazionalisti che chiedono un vero cambiamento democratico. “Il futuro politico della Siria – sostiene Azim – è nelle mani delle grandi potenze che spingono per sbloccare la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che aprirebbe la strada a un governo di transizione e a elezioni libere ed eque sotto la supervisione delle Nazioni Unite”. Azim sostiene che i partiti di opposizione, principalmente interni, hanno fatto passi da gigante nell’unificazione dei loro ranghi questo mese, formando l’ampia coalizione del National Democratic Front (Jood). Il raggruppamento rappresenta circa 15 partiti politici di un ampio spettro di gruppi sia all’interno che all’esterno della Siria. Azim ha accusato il presidente di aver sabotato i cicli di riunioni del Comitato costituzionale siriano a Ginevra dall’ottobre 2019 finalizzati a riunire l’opposizione e il governo per redigere una nuova Costituzione.

Wuhan, il discorso è sempre aperto

La mancanza di certezze circa l’origine del SarSCoV2 è la “certezza” che ci siano molti lati oscuri ancora da chiarire. Non è mai successo che dopo più di un anno dall’outbreak di un’infezione si brancolasse nel buio. Eppure i mezzi oggi a disposizione rendono questo tipo di indagine molto più facile. Durante questi mesi, benché periodicamente dagli Usa arrivassero dichiarazioni sui sospetti circa l’operato della Cina, il silenzio assordante dell’Oms si è tradotto in un tacito divieto ad affrontare l’argomento. Anche in Italia chi ha avanzato qualche perplessità sui fatti raccontati dai cinesi, è stato tacciato di complottismo. Dopo la storia del pipistrello e poi del pangolino, l’Oms ha dovuto nominare una commissione che, solo dopo mesi, ha avuto il permesso di visitare il laboratorio di Wuhan. La commissione si era proposta di mettere definitivamente a tacere i dubbi. Purtroppo, non solo non è riuscita nel suo intento di scoprire da dove questo virus sia originato, ma ha suscitato ancor più sospetti, dovuti soprattutto alle stranezze legate alla pubblicazione del report degli esperti, prima segretato, poi pubblicato (per intero?) e dichiarante l’insuccesso. A questo si aggiunga la dichiarazione da parte di uno dei tecnici del team che si è dissociato dai colleghi. La vicenda è stata ufficialmente riaperta da 18 scienziati americani in una lettera pubblicata su Nature, nella quale chiedono di far luce sui fatti. Biden ha preso una decisione molto forte, dando incarico all’Intelligence di far chiarezza in massimo 90 giorni. Non sappiamo a cosa porterà quest’indagine, anche perché i cinesi hanno già fatto sapere di non accettare alcuna nuova ispezione. Lascio a chi di competenza ogni considerazione politica, ma dal punto di vista della sanità pubblica, il pericolo globale è reale. Si permette che esistano laboratori che sfuggano a ogni controllo, nei quali si manipolano virus letali, in un Paese che peraltro ha dimostrato e dichiarato di aver occultato alcune fasi dell’inizio della pandemia. Ci rendiamo conto di stare seduti su una bomba a orologeria della quale non conosciamo i tempi d’esplosione?

 

Roma, in bicicletta contro l’ambiente

Ricordate il Nerone che, finanziato da una società legata alla Regione, venne rappresentato a forza, quasi, per alcune sere sul Palatino? Fu un fiasco orrendo voluto soprattutto, pare, dalla signora del ministro Franceschini, la quale aspira, si sa, a cariche più alte.

Adesso salta fuori questo maxi-progetto di creare l’Arena Colosseo, presentato come ipertecnologico, una lignea piattaforma di spettacolo che dovrebbe avere una utilizzazione di qualità, rara, e non tale da disturbare il flusso dei visitatori che si spera (quelli sì, numerosi). La cosa che stupisce sempre quando si parla di Colosseo è che ne venga proposto lo sfruttamento spettacolare quando ci sono da risolvere problemi ben più gravi e “a monte” dello spettacolo: a cominciare dalla sistemazione dei flussi dei visitatori e quindi del piazzale antistante che, prima del Covid, sembrava davvero un mercatino rionale e anche peggio. Ma anche sul piano tariffario c’erano discordanze fra le varie forme di visita legate al rinnovo ancora da venire delle concessioni.

Inoltre tutti speriamo che prima di realizzare quest’opera costosa (per la quale il solito Franceschini aveva stanziato 18 milioni di euro, una bella cifretta) i supertecnici del progetto Arena abbiano fatto bene i conti col difficilissimo sottosuolo del Colosseo che in concomitanza con l’ultima grande piena del Tevere (13,49 metri di massima nel 2012) fece risalire impetuosamente le acque limacciose in maniera persino violenta allagandolo fino al primo piano. Da allora sono state prese grandi misure protettive “a monte”? Anzi sono ancora lì gli ingombri di allora e cioè gli stabilimenti galleggianti che impediscono un flusso ordinato delle acque di questo torrentone scatenato che può passare da 40 metri cubi al secondo di magra a 2000 e più metri cubi di piena in poche ore, mentre il Po aumenta di quattro volte soltanto e il Danubio raddoppia la sua portata. Non a caso le prime cattedre di Idraulica furono istituite nel 600 a Padova (idraulica lagunare a Galileo) e a Roma per questo fiume scatenato che ha sempre dato problemi seri alla città. Disastrosi nel 1870 con una piena delle peggiori che consentì ai clericali di gridare al “castigo di Dio” per il già tremebondo Vittorio Emanuele II.

Ma pare che resti molto da fare. Per chi risiede a Roma, all’epoca intensamente abitata da 212.000 persone quasi tutti dentro le Mura Aureliane con l’appendice di Trastevere. Oggi la si vuole città soprattutto da visitare, quindi da spettacolarizzare. L’ultima pensata si chiama Grab Velolove. Roma è stata fino ad una certa epoca anche città di biciclette. Non a caso Vittorio De Sica vi girò un capolavoro, Ladri di biciclette, che si conclude all’uscita dello Stadio con una marea di bici che porta via i tifosi dopo un Roma-Modena, mi pare, e col povero protagonista disperato per il furto del suo strumento di lavoro. Questo Grab Velolove viene presentato invece come una sorta di grand tour turistico della città, che potrebbe andare a tranciare però pure l’Appia Antica e altre zone che è bene lasciare in pace (la Sovrintendenza ha già bocciato l’accesso a Villa Ada ed è attenta alla regina viarum). Inoltre le sue corsie non vengono ad aggiungersi a quelle viarie esistenti, ma ricavate dalle stesse che quindi per auto, moto e pedoni vengono ristrette. Ora, già adesso fra biciclette “velocizzate”, monopattini sfreccianti che spesso non rispettano alcun “rosso” semaforico, il povero pedone non sa più decidere dove camminare e magari attraversare. Nel gennaio 2020 sono stati 4 i pedoni investiti a Roma sulle strisce , 10 nel Lazio, su una media di 40 in tutta Italia. Le piste ciclabili furono pensate nei primi anni 80 come un arricchimento della mobilità, con una propria rete, la prima correva e corre da piazza Cavour sino a Malborghetto prevalentemente sull’argine di sinistra del Tevere, ma la sua manutenzione è risultata subito insufficiente, erbe alte e invadenti, auto che si infilano e sostano magari per prostitute e protettori. Eppure a Roma ci sono due dislivelli a pensar bene: quello fra piazza di Spagna a Porta Pinciana che si poteva e si può risolvere con un trasporto a mano in metropolitana (l’ho fatto anch’io tante volte, oppure lasciando la bici legata, e magari sorvegliata, vicino a Babington e salendo a piedi sulle scale mobili). Per il Gianicolo situazione più complessa, qui ci vorrebbe un piccolo bus con rastrelliera per biciclette che fa la spola. Per il resto Roma è tutta largamente pianeggiante e però va pensata per i residenti oltre che per i turisti che già adesso, prima del Covid, si scatenavano in folla su bici affittate per vie e viuzze del centro storico. Tutto si è complicato e si complicherà con la concomitanza di bici velocizzate e di monopattini pure rapidi senza che ci sia una sorveglianza adeguata. Scorgere un vigile urbano operativo nel centro storico, non so perché, è una vera rarità. Franceschini parla sempre di “investire in cultura”, ma a Roma non c’era nulla di prioritario rispetto all’Arena Colosseo che fa venire in mente un delizioso film inglese di tanti anni fa tratto da GB Shaw in cui i martiri, avviati colà, cantavano: “Dateci ai leoni che ci mangeranno”? Anche se i leoni al Colosseo non ci sono mai stati. Almeno quelli.

 

La funivia e il Ponte: trova le differenze

La stamPaitaliana ha davvero fatto il suo lavoro sulla tragedia della funivia Stresa-Mottarone: sì, c’è stato parecchio giornalismo del dolore, ma anche molta inchiesta, com’è giusto che sia di fronte a una strage. Un po’ di titoli a caso. Il Corriere della Sera: “Quelle vite stroncate dalla negligenza”; “Tre fermi per la strage in funivia: Hanno scelto di bloccare i freni”. Repubblica: “La strage dell’avidità” (prima pagina); “Non volevano perdere l’incasso. I freni della funivia bloccati per scelta”. La Stampa: “Una strage per 140mila euro” (prima pagina); “Freni disattivati da un mese per lucrare sulle corse: Tanto cosa vuoi che capiti?”. Il Giornale: “Così precipita l’Italia: il gestore già cacciato per grave degrado”. Libero: “Funivia senza freni per salvare gli incassi”. Anche gli editoriali non sono stati da meno: “Uno scambio – l’ennesimo – tra sicurezza e profitto” (Repubblica); “Niente può giustificare la scommessa sulla vita degli altri” (Corriere). In questi ultimi due manufatti, peraltro, si traccia un corretto paragone tra la vicenda odierna e il crollo del ponte Morandi. Bene, giusto, complimenti: ci sembra però di ricordare che nell’agosto 2018, quando il viadotto genovese venne giù uccidendo 43 persone, i toni del racconto furono più gentili. Un conto sono “Il meccanico, l’ingegnere e l’imprenditore tuttofare: la banda della forchetta” (Repubblica), un conto i Benetton: “Pagano la fama, la gloria di imprenditori del primo Made in Italy”, “i successi internazionali” e “le campagne etiche, e di sinistra”, sono “il bersaglio perfetto” (Repubblica, agosto 2018). Allora molto si pianse sul “capro espiatorio su cui far sfogare l’indignazione”, roba da “paesi barbari” dinanzi “a una questione complessa come il crollo del Ponte Morandi” (La Stampa). Si fecero interviste sdraiate ai Benetton (Corriere); ci si preoccupò dei corsi di Borsa (“le prime vittime sono gli azionisti di Atlantia”, Il Foglio) e – quando arrivò la prima relazione sul crollo, che puntava il dito sulle manutenzioni – lo si scrisse riportando giudiziosamente nei titoli la posizione di Aspi: “Per la Commissione Mit rischi sottovalutati. Autostrade: test accurati, non c’era allarme” (Messaggero). Chissà a cosa si devono atteggiamenti così diversi: qualche idea?