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Covid, troppe vittime e poco tracciamento

Nonostante l’indice Rt in discesa, il numero dei decessi da/con Covid-19 continua a rimanere ancora troppo elevato, a dispetto delle 8 settimane già trascorse da quando il trend dei contagi ha iniziato a invertire la rotta. Sebbene il numero delle morti sia l’ultimo parametro destinato a subire una flessione, penso che dovremmo oramai assistere a una riduzione dei decessi ben più marcata di quella attualmente rilevata. Ciò potrebbe dipendere dalla campagna di vaccinazione anti-Covid-19, che nelle varie Regioni italiane ha interessato ultraottantenni e ultrasettantenni in maniera tutt’altro che uniforme e capillare. Inoltre, fatto salvo il know how acquisito nella terapia della Covid-19, l’Italia non ha certamente brillato nel contact tracing. Ne consegue che i numeri non ci hanno presumibilmente narrato la reale portata della pandemia da Sars-Cov-2 in Italia (così come in altri Paesi), alla quale risulterebbe strettamente correlato anche il numero dei decessi da/con Covid-19.

Sappiamo bene, altresì, che i tamponi “rapidi” (alias “antigenici”) hanno una “sensibilità” inferiore rispetto a quelli “molecolari”, ai quali vengono solitamente preferiti per il risparmio di tempo grazie a essi ottenuto. Inferiori sarebbero pure le loro “performance” nel diagnosticare le infezioni sostenute da certe “varianti” di Sars-Cov-2 circolanti in Italia e altrove. Il nostro Paese non si è inoltre distinto nell’attività di sequenziamento genetico condotta sui tamponi molecolari positivi, di strategica rilevanza per mappare la diffusione delle varianti, che è pari al 5% nel Regno Unito e a un risicato 1% in Italia. I numeri non vanno soltanto letti, ma anche interpretati!

Giovanni Di Guardo, Già prof. di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria all’Università di Teramo

 

Regole per gli appalti: perché non il sorteggio?

In questi giorni c’è un gran discutere delle modifiche del codice degli appalti previste nel decreto Semplificazioni. Premesso che non sono un esperto in materia, mi è venuto però da pensare a un possibile sistema differente. Lo Stato, tramite il ministero competente, pubblica una “Offerta di Partecipazione” alle opere di realizzazione di una qualsiasi opera pubblica, dettagliatissima sotto tutti gli aspetti tecnici e strutturali e aperta a tutte le imprese in possesso dei requisiti che saranno ritenuti necessari, anch’essi dettagliatissimi in termini di strutture, mezzi, sicurezza lavoro, mancanza di elementi ostativi, stabilendo a priori il corrispettivo finale, stimato in maniera equa e seria in relazione ai prezzi del mercato. Tutte le imprese interessate dovranno far pervenire la loro “adesione” scritta, corredata da tutta la documentazione che sarà ritenuta obbligatoria entro un termine stabilito. Fra tutte le aderenti sarà scelta l’impresa vincitrice col metodo del sorteggio. Ritengo non debba esserci la possibilità di subappalto.

Gianpaolo Annessi Mecci

 

Il governo Draghi è “di classe” padronale

Egregio direttore Marco Travaglio, a proposito del suo editoriale “Vi serve un disegnino?”, non crede che il governo Draghi possa essere definito, riutilizzando il termine “di classe”, purtroppo desueto anche a sinistra, ma secondo me appropriato e pertinente? Perché l’operazione Renzi-Mattarella-Draghi per la caduta del governo Conte-2 e la nascita dell’attuale mi pare abbia esattamente il significato di restaurare gli interessi della classe dominante, non sufficientemente garantiti dal precedente governo.

Patrizio Innamorati

Sì.

M. Trav.

 

È triste l’impotenza sugli abusi del potere

Sono vecchio e stanco, anche di leggere ciò che mi aiuta a esistere. Il Sistema lo vedo come un tiranno che ha un solo Credo, portare la ricchezza del mondo in poche mani. Noi siamo attenti a come si veste e siamo i suoi stracci, di nero o di rosso, di destra o di sinistra, da leccaculi o dignitosi, con bava o con sarcasmo critico… con relativi schierati lettori. Noi masse ci contrapponiamo, supponenti, in un gioco grottesco e idiota. Come è triste la mia vecchiaia, impotente ad affrontare e colpire al cuore quel mostro tiranno senza volto o identità che ci rende prigionieri senza scampo.

Toto Dal Tio

 

Ancora sostegni per Bindi al Quirinale

Condivido in pieno la candidatura della Bindi a presidente della Repubblica! Cattolica, per la Sanità pubblica, donna libera, intelligente e capacissima! Sono ateo, ma è la mia preferita!

Andrea Pellizzari

 

Una poesia in ricordo di Franco Battiato

Invio una poesia pensando a Battiato: O tra un album di foto/ o in una canzone/ o in un video,/ vienimi a cercare,/ anima buona./ Ti seguirò/ oltre i muri,/ aprirò porte mai viste prima/ senza impazzire./ Entrerò nella mente/ per scoprire,/ infine,/ il viaggio, l’eterno.

Roberto Calò

Riforme. Ambiente e paesaggio non possono essere contrapposti

Gentile Direttore, Tomaso Montanari critica severamente la proposta di inserire nella Costituzione la tutela dell’ambiente. Deve esserci stata un po’ di confusione circa il testo di modifica costituzionale approvato in Commissione al Senato. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche richiamate nell’articolo, l’intento sarebbe quello di costituzionalizzare il principio di sviluppo sostenibile per spalancare le porte a operazioni di greenwashing. Peccato che lo sviluppo sostenibile non sia affatto nominato nel testo, da cui risulta invece un articolo 9 della Costituzione rafforzato nei suoi obiettivi di tutela di paesaggio, ambiente e animali: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

È stato forse il rinvio alle future generazioni a confondere una parte dei commentatori? Bisogna ricordare che il diritto ambientale è una materia complessa, in grado di superare non solo i confini spaziali e disciplinari, ma anche i limiti temporali, essendo titolari di tale diritto le generazioni presenti così come le prossime. Appare dunque assurdo, se non strumentale, un attacco diretto alla sua costituzionalizzazione. Dalla modifica, inoltre, emerge un testo particolarmente rafforzato e all’avanguardia: da un lato viene inserito infatti un richiamo alla tutela degli animali, dall’altro viene costituzionalizzata la non comprimibilità della protezione dell’ambiente da parte della libera iniziativa economica privata. Sono dunque sicura che le critiche di Montanari siano frutto di un equivoco indotto dalla diffusione di notizie false sulla lettera e sul significato della proposta di modifica costituzionale e sono altrettanto certa che, una volta fatta chiarezza, Montanari, il cui impegno in difesa dell’ambiente e del paesaggio è indiscusso, non potrà che sostenere una riforma che rafforza in modo molto significativo le tutele.

Loredana De Petris – Cap.gruppo LeU al Senato

 

Lo “sviluppo sostenibile” è rimasto fuori, per ora: vedremo nel lungo iter parlamentare. Ma l’inserimento dell’”ambiente” (già protetto dalla Carta, secondo la Corte costituzionale) distinto dal paesaggio servirà solo a metterli l’uno contro l’altro, spalancando la porta a un industrialismo “ecologico” dagli esiti drammatici: porte aperte alle pale eoliche selvagge, e non solo. Non sarà questa l’intenzione di LeU, ma è con ogni evidenza il progetto del governo Draghi di cui fa parte. E toccare uno dei principi fondamentali costituisce un precedente terribile: sappiamo come lo userà la destra.

Tomaso Montanari

Sviluppo sostenibile, un vuoto da colmare nella Costituzione

 

“La Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”

(Articolo 9, II comma, della Costituzione)

 

Quattordici vite spezzate, in un giorno di sole e di vacanza, sono un prezzo intollerabile per la coscienza civile. E se si prova a immaginare il futuro di quel povero bambino di cinque anni, unico superstite nella strage della funivia, viene da pensare che la vittima principale sia proprio lui, destinato a crescere senza genitori e senza famiglia. Ma quella di domenica scorsa, al di là del dolore e della commozione, è una tragedia che lancia un ammonimento contro la mancanza o la superficialità dei controlli e la semplificazione degli appalti o subappalti. E come il crollo del ponte Morandi a Genova e i tanti disastri quotidiani del Malpaese, colpisce l’immagine del nostro Paese e l’organizzazione del nostro turismo.

La coincidenza fra quest’ultima strage e la ripartenza dell’Italia provata dall’epidemia assume perciò un significato tanto sinistro quanto simbolico. Attenti alla fretta di “riaprire, riaprire tutto”, senza preoccuparsi dell’incolumità personale e della sicurezza collettiva. E attenti a sacrificare o a subordinare questi valori alla ripresa, alla crescita e allo sviluppo, incuranti dei rischi, dei pericoli, delle cosiddette “morti bianche” sui luoghi di lavoro (306 nei primi quattro mesi di quest’anno, le ultime due ieri a Pavia).

Quando si predica (bene) la “transizione ecologica” bisogna evitare di razzolare (male) in una specie di “inversione ecologica”, un ritorno al passato a scapito dell’ambiente e della salute. Ma l’aumento della discrezionalità nella concessione degli appalti (e meno male che è stato tralciato il “massimo ribasso”), lo sblocco e l’accelerazione dei cantieri, il via libera alle trivellazioni petrolifere, sono segnali preoccupanti che non depongono a favore di uno sviluppo sostenibile. È proprio questo il punto cruciale, il cardine di un “New Green Deal”, una svolta verde che deve caratterizzare la ripresa nazionale.

È comprensibile che settant’anni fa, alla fine della dittatura e della guerra, gli artefici della “Costituzione più bella del mondo” si siano limitati a parlare di “tutela del paesaggio” nei toni contemplativi di chi tornava a respirare un’aria di libertà. Ma a quell’epoca l’Italia usciva dalla civiltà contadina e si affacciava a quella industriale. Ormai siamo in piena civiltà post-industriale, mentre il Malpaese è cresciuto come un bubbone e il pianeta sta diventando sempre meno vivibile, sotto l’effetto dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici.

Fa bene, allora, papa Francesco a invocare una maggiore consapevolezza e responsabilità nei confronti della natura. E ha ragione la giovane Greta Thunberg a sollecitare una “rivoluzione verde” per salvaguardare la Terra e l’ecosistema. Ma intanto che cosa può fare ora e subito la politica? Che cosa possono fare i nostri parlamentari e governanti?

Il primo impegno dovrebbe essere quello di attribuire dignità costituzionale allo sviluppo sostenibile, integrando l’articolo 9 della Carta. Oggi tutelare il paesaggio, insieme al patrimonio storico e artistico, non basta più. Occorre inserire nella Costituzione il concetto di Ambiente, inteso come habitat naturale e sociale: non solo per sanzionare il “danno ambientale” – come fa già la legislazione ordinaria – ma soprattutto per prevenirlo e impedirlo. L’assenza dello sviluppo sostenibile nei lavori della Commissione Affari costituzionali del Senato, come ha rilevato su Avvenire il parlamentare Mauro Del Barba (Italia Viva-ex Pd), non può passare inosservata. Né tantomeno si può delegare alle future generazioni una generica protezione dell’ambiente e degli animali.

 

Povero “Corriere”, nessuno gli dà retta sul maggioritario

Dovrebbe essere oramai chiaro che i Paesi frugali sono assolutamente ostili all’Italia. Non soltanto nessuno di loro ha imitato, come sosteneva Renzi, l’Italicum. Ma tutti si ostinano a mantenere le loro vecchie leggi elettorali proporzionali che, nella maggioranza dei casi, risalgono addirittura all’inizio del secolo scorso. Nonostante i molti accoratissimi editoriali del Corriere della Sera, sembra che i politici italiani si ostinino a volere, anche se finora non hanno saputo elaborarla, una legge proporzionale invece di, gravissima colpa, compiere finalmente il passaggio al maggioritario. In verità, chi ha letto qualche articolo (non voglio esagerare chiedendo addirittura la lettura di un libro in materia) sui sistemi elettorali, sa che: primo, la legge vigente, Rosato è due terzi proporzionale e un terzo maggioritario, e che la legge precedente, Calderoli, giustamente definita Porcellum, era una legge proporzionale con premi di maggioranza per il Senato in ciascuna regione, nazionale per la Camera. Secondo, è facile constatare che il “maggioritario” voluto dagli editorialisti del Corriere non ha niente a che vedere con il maggioritario di tipo inglese nei collegi uninominali né con quello francese a doppio turno ugualmente in collegi uninominali. Il maggioritario del Corriere non ha nessuna parentela con i due sistemi maggioritari effettivamente esistenti. Invece, è/sarebbe ancora una volta un sistema non meglio definito, tecnicamente “misto”, caratterizzato da un cospicuo premio in seggi per chi (partito? coalizione?; assegnato come?) ottiene più voti. Non conta, naturalmente, che un sistema di questo genere non esista, anzi, non sia mai esistito da nessuna parte. L’italiano è un popolo di inventori, come dimostrano il Porcellum, l’Italicum e la legge Rosato. Peraltro, gli inventori più recenti possono farsi (relativamente) forti di alcuni precedenti. La legge Acerbo usata nel 1924 era un sistema proporzionale con grande premio maggioranza. Non elesse il governo, ma creò una maggioranza davvero stabile. Galli della Loggia (Governi e maggioranza. L’eredità che ci penalizza, in Corriere della Sera,27 maggio, p. 1 e 32) dà la colpa del malgoverno e dei mali governi alla proporzionale insita nel Comitato di Liberazione Nazionale e poi alla Costituzione e rivaluta la legge truffa del 1953. Trattavasi di una legge proporzionale con eventuale premio in seggi (per conseguire i 2/3 dei parlamentari) da attribuirsi a una coalizione di quattro partiti che avessero ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Lo storico non sa, non ricorda, non ritiene importante che quella eventuale maggioranza dei 2/3 avrebbe potuto modificare a piacimento, qui la truffa, una Costituzione all’attuazione della quale stava applicando, come scrisse Calamandrei, “l’ostruzionismo di maggioranza”. Addio, ad esempio, alla Corte costituzionale. Concretamente, sulla scia degli altri editorialisti sedicenti liberali, il bersaglio del della Loggia è la presunta insufficienza dei poteri nelle mani del capo del governo. A me pare(va) che il liberalismo fosse specialmente una tecnica di freni e contrappesi, di controllo e di limitazione del potere, anche dell’esecutivo. A ogni buon conto direi che è il caso di affermare con chiarezza che non c’è nessuna legge elettorale nelle democrazie parlamentari intesa ad attribuire grandi poteri al capo del governo. Chi vuole questo esito deve chiedere una Repubblica presidenziale. Il problema italiano è la destrutturazione del sistema dei partiti che consegue alla loro frammentazione. Non troppo paradossalmente, a sua volta la frammentazione dei partiti offre buona rappresentanza a una società molto frammentata. Pretendere di comprimerla con un massiccio premio in seggi è una soluzione semplicemente sbagliata.

 

Giustizia sociale: Letta la invoca (a bassa voce)

Ecco a noi la ripartenza. Mario Draghi, chiamato a salvare l’Italia nella sua veste di “dittatore benevolo” (copyright Michele Salvati), procede imperterrito a nominare nei posti-chiave del sistema economico i fedelissimi della stagione delle privatizzazioni. Questi tecnocrati cresciuti alla sua scuola, fra il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia, per i prossimi cinque anni, quale che sia il governo espresso dal futuro Parlamento, continueranno a imporgli i vincoli del Recovery Plan, pena l’interruzione dei finanziamenti provenienti dall’Ue.

È all’interno di questa corsia obbligata che il nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, si propone di ritagliare uno spazio politico di sinistra, a partire da un’ammissione tanto grave quanto veritiera: “Quasi vergognandoci di pronunciare l’espressione ‘giustizia sociale’, abbiamo smarrito l’aspirazione stessa al progresso, non vedendo che intorno a noi si consumava invece un regresso”. Sono parole contenute nel suo libro Anima e cacciavite (Solferino editore) che sanciscono il riconoscimento di una colpa storica: approdata al governo del Paese, la sinistra è venuta meno alla sua missione originaria di promozione degli interessi delle classi sociali meno abbienti. Che si ritrovano impoverite e meno tutelate rispetto all’epoca in cui i loro partiti di rappresentanza stavano all’opposizione ma erano ben radicati nella società.

Letta non viene da Marte. Ha frequentato con familiarità le stanze dei ministeri e delle università in cui Draghi ha reclutato la sua rispettabile schiera di alti burocrati. E dunque, meglio di chiunque altro, sa che il perseguimento della giustizia sociale lo porrà inevitabilmente in rotta di collisione con chi ha sempre agito con altre priorità: crescita, pareggio di bilancio, sintonia con gli investitori finanziari e con i grandi gruppi capitalistici. In questi giorni è bastato che Letta proponesse una sovrattassa sulle eredità dai 5 milioni in su, e insieme ai sindacati chiedesse maggiori tutele dei lavoratori in materia di appalti, per evidenziare questa diversità di vedute. Per non parlare della spinosa questione del blocco dei licenziamenti almeno fin quando verrà finalmente varata la riforma degli ammortizzatori sociali. È solo l’antipasto di una divaricazione inevitabile, ma bastante perché sull’allievo di Nino Andreatta piovessero da destra ridicole accuse di comunismo; mentre la corrente renziana del Pd si è divertita a coniare per lui il soprannome “tupamaro”. Non illudiamoci: ammesso che sia ancora possibile, il recupero di una dimensione “sociale” del Pd comporterà lacerazioni e fuoriuscite; perché spiazza le componenti governiste da anni insediate nei palazzi del potere nonostante una raffica di sconfitte elettorali.

Nel suo libro, Letta mostra di aver capito quale errore sia stato “derubricare il conflitto sociale a orpello novecentesco” e “vivere le disuguaglianze come un prezzo da pagare”. Ma lì si ferma, senza trarne le conseguenze. Quando si accontenta di definire il riformismo “un metodo, non un fine in sé, né tanto meno un’ideologia”, sottovaluta la perdita di idealità derivata da questa visione meramente pragmatica. Poco dopo aggiunge che il riformismo “è un ricalibrare le energie del decisore”. Davvero poca cosa, quasi che si trattasse di un codice riservato a chi comanda e non un movimento di lotta capace di rendere protagoniste le masse degli esclusi.

Se davvero Letta vuol fare i conti col riformismo degli anni Novanta ridotto a “nostra zona di comfort ideologico”, non può limitarsi a individuare nel sovranismo della destra il suo unico avversario. Chiedere a uno come lui di riesumare la terminologia della lotta di classe sarebbe contronatura, anacronistico. Ma neppure può pretendere di rifugiarsi nella visione superata dell’interclassismo democristiano. E allora fa impressione che delle 137 pagine del suo libro neanche una sia dedicata a un giudizio sul capitalismo italiano. Non un cenno critico ai nostri imprenditori e ai nostri manager, non un solo nome di quelli che contano. Come se la mancata crescita della nostra economia, e il contemporaneo arricchimento di chi ha vissuto di rendita o esportato altrove i suoi investimenti, non fosse uno degli ostacoli da rimuovere per una ripartenza su basi più eque. Se, tra gli altri, il Pd ha reciso i suoi legami con le organizzazioni sindacali (a loro volta in crisi) lo si deve anche al fatto che da decenni il padronato – altra parola proibita che invece andrebbe recuperata – ha strappato leggi vantaggiose in materia di flessibilità del lavoro, avvantaggiandosene, decurtando i salari, ma senza porre alcun freno alla retrocessione del Paese.

Più che giusto porre l’accento sull’istruzione dei giovani e sulla formazione permanente. Ma se aggira questo scoglio, il riformismo si riduce a flebile lamento.

 

I programmi in televisione: dalla santa messa all’infermiera di Banfi

E per la serie “Chiudi gli occhi e apri la bocca”, eccovi i migliori programmi tv della settimana:

Sky Cinema 2, 21.15: Crescendo, film drammatico. Un direttore d’orchestra accetta l’incarico di creare un’orchestra giovanile israelo-palestinese. Suonare la 5ª Sinfonia di Mahler, però, si rivela presto un’impresa impossibile, perché le trombe in si bemolle sono finanziate dall’Iran, i due fagotti sono militanti di Hamas, e i contrabbassi israeliani continuano a occupare le sedie dei violini palestinesi.

Rai Movie, 21.10: In nome di mia figlia, film commedia. Una ragazzina muore mentre è in vacanza con la madre e il patrigno. Il padre sospetta che il patrigno ne abbia abusato prima di ucciderla, e allora decide di sconfiggerlo in una gara di merengue.

Rai 1, 10.15: La Santa Messa, omelie barbose. Quando Maria di Magdala ruppe il vasetto di alabastro e versò il prezioso profumo di nardo sul capo e sui piedi di Gesù, Giuda Iscariota le disse: “Perché questo spreco di profumo? Lo si poteva vendere per trecento denari, e dare i soldi ai poveri!”. Ma dopo la Resurrezione, Gesù apparve, prima che agli altri, a lei. Perché era un gagà. Da non perdere lo sguardo del sacerdote che, durante la predica, si adagia pesante sulla sciantosa scollata in prima fila.

Paramount Network, 21.10: Il cliente, film-thriller. Un bambino assiste al suicidio di un avvocato della mafia e raccoglie le sue ultime parole: “Rosebud”. Da quel momento un critico cinematografico al soldo della famiglia Gambino si mette sulle sue tracce.

Cine 34, 21.00: L’infermiera nella corsia dei militari, film commedia con Lino Banfi e Nadia Cassini. Una bella cantante si finge infermiera per introdursi in un ospedale militare e mostrare le tette ai soldati costretti a letto da bendaggi e ingessature che impediscono loro di muoversi. Lino Banfi, in seguito alla sua interpretazione convincente del medico militare che strabuzza gli occhi e suda mentre spia dal buco della serratura Nadia Cassini che fa la doccia nuda, è stato nominato Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Rai 3, 13.15: Passato e presente, documentario. Il 4 giugno 1944 le truppe americane entrano a Roma e pongono fine all’occupazione nazifascista: le spie fasciste dell’Ovra restano nei nuovi servizi segreti della Repubblica in funzione anticomunista, e l’Italia diventa una colonia Usa. In cambio, gli Usa ci concedono la libertà di doppiare i loro film in italiano. Quindi è praticamente una patta. Paolo Mieli ne parla con lo storico Umberto Gentiloni.

La7, 20.35: Non è l’Arena, attualità. Ogni domenica pomeriggio Massimo Giletti affronta i temi caldi della cronaca. Immancabile il momento in cui si stringe fatuamente nelle spalle, come per dire “Non è colpa mia se piaccio”.

Rai 4, 23.00: The Strain, film thriller. Un terribile virus trasforma gli esseri umani in spettatori di questo film.

Rai 3, 11.00: Elisir, medicina. Dopo 21 edizioni, Michele Mirabella non sa più cosa inventarsi per rendere interessante il programma. Per esempio, la puntata di questa settimana si intitola: “Riflusso gastro-esofageo: si può curare con l’asfissia autoerotica?”.

National Geographic, 20.00: Africa, documentario. La prima puntata è dedicata all’ora calma del crepuscolo: l’ora in cui, nella savana, i leoni vanno a bere, essendo finita anche per loro la giornata lavorativa. Cosa resta della giovane esploratrice vista all’inizio? Niente, neanche un orecchio. Che ingordi, questi leoni!

 

Scoppia una tubatura: morti due operai Inail: “Nel 2021 già 306 decessi sul lavoro”

Ieri mattina, proprio mentre Cgil, Cisl e Uil manifestavano in piazza a Roma per chiedere maggiore sicurezza sul lavoro, è avvenuta l’ennesima tragedia, in una fabbrica del Pavese, dove sono morti due operai, uno di 50 e l’altro di 51 anni. Si tratta di un’azienda che lavora scarti di animali, la Digima di Villanterio: dopo la rottura di una valvola, gli addetti sono stati investiti da una nube tossica che li ha uccisi. Altri due nomi si aggiungono a una lista che cresce giorno dopo giorno, a maggior ragione da quando anche il Covid si è inserito tra le cause dei decessi sul lavoro. Solo nel primo quadrimestre del 2021, all’Inail sono stati segnalati 306 incidenti mortali. Di questi, 48 si riferiscono a episodi capitati in itinere, cioè sul tragitto tra l’azienda e l’abitazione della vittima, e sono in calo rispetto allo scorso anno. Ad aumentare, con la complicità della pandemia, sono invece quelli in occasione di lavoro, passati dai 220 del 2020 ai 258 del 2021. I numeri vanno contestualizzati proprio alla luce della pandemia, visto che le morti per Covid contratto al lavoro hanno tempi di denuncia più dilatati rispetto a quelli degli incidenti violenti. Inoltre bisogna ricordare che quest’anno le attività produttive non si sono mai fermate, a differenza del lockdown della scorsa primavera. I dati restano gravi e vanno di pari passo con lo scarso numero di controlli. Come ha fatto notare il segretario Cgil Maurizio Landini, “in Italia ci sono 4 milioni di imprese, ma gli addetti ai controlli possono controllarne al massimo 15 mila”. Il concorso previsto dall’Ispettorato nel 2020 è saltato proprio per l’emergenza sanitaria. Il Piano di ripresa (Pnrr) prevede 2 mila nuovi ingressi. Il decreto Sostegni bis, a fronte dei miliardi destinati alle imprese, per il 2021 ha stanziato solo 3,4 milioni per assumere nuovo personale di vigilanza da parte delle Asl. Da poche settimane è inoltre operativa la commissione del Senato sulla sicurezza sul lavoro. Prevista già da ottobre 2019, la presidente Casellati l’ha convocata per la prima volta solo il 12 maggio, sull’onda emotiva creata dalla morte di Luana D’Orazio. Il 20 sono stati eletti i vertici: Gianclaudio Bressa (Autonomie) sarà il presidente, mentre i vice saranno Iunio Valerio Romano (M5S) e Gianpietro Maffoni (FdI).

Cashback, via alle verifiche anti-furbetti

Il cashback avrà il meccanismo antifurbetti. Niente più operazioni fittizie, come i micropagamenti al distributore, per moltiplicare il numero delle transazioni e accedere all’ambito superbonus da 1.500 euro previsto per i primi 100mila utilizzatori che hanno fatto più pagamenti elettronici. In vista della chiusura del primo semestre del programma, nel caso di operazioni anomale, arriverà un messaggio che avvisa del controllo e dà agli utenti sette giorni per provare che si tratta di un errore.

Nelle scorse settimane il governo, anche in risposta a recenti interrogazioni parlamentari, aveva fatto sapere che il monitoraggio sul Cashback era costante e che gli esiti sarebbero stati utili anche per “proporre eventuali modifiche”.

In Rete già circolano i messaggi che gli utenti si sono visti recapitare con l’avviso dello storno delle operazioni e la possibilità di giustificare uno per uno, con apposito modulo, i pagamenti anomali.

Revisione processo disciplinare, Csm accoglie richiesta

A13 anni dalla condanna disciplinare che lo ha spinto alle dimissioni dalla magistratura, Luigi De Magistris ha visto accolta, anche se in parte, la sua richiesta di revisione del processo che era nato per presunti abusi, come pm di Catanzaro, durante le indagini denominate Why Not e Poseidone. Il Csm, ha spiegato De Magistris, “ha ritenuto parzialmente accoglibile la mia richiesta. È un risultato enorme per il quale devo ringraziare la mia avvocata Elena Lepre”. L’attuale sindaco di Napoli era stato anche trasferito nel capoluogo partenopeo per incompatibilità ambientale e funzionale, diventando giudice. De Magistris ricorda che i giudici di Salerno avevano “da tempo riconosciuto la correttezza del mio operato, ora il Csm, a distanza di 13 anni, riconosce per taluni fatti”, ritenuti nuovi, “la fondatezza della richiesta di revisione”. E cioè “il contesto ambientale ostile in cui operavo e l’inesigibilità da parte mia di condotte altre rispetto a quelle tenute”. Infine, i ringraziamenti: “A tutte le persone che hanno creduto in me”.

Tiziana Cantone, giallo su Dna e cellulare. Il pm ordina la riesumazione della salma

Ha il sapore dell’atto dovuto, suggerito dalle consulenze in atti di un medico legale e di un anatomopatologo disposte dalla Procura di Napoli Nord, la decisione del pm Giovanni Corona di riesumare il cadavere di Tiziana Cantone. Il corpo verrà disseppellito a inizio giugno per cercare una risposta definitiva alla domanda se fu suicidio od omicidio. La 31enne di Mugnano fu trovata morta con il collo stretto da una sciarpetta legata a una ringhiera della tavernetta di casa. Da tempo erano finiti in rete i suoi video hard e stava combattendo una battaglia legale per farli rimuovere dal web e individuare chi li aveva diffusi. Era il 13 settembre 2016. Suicidio, si disse subito, e questa finora è la verità giudiziaria, non scalfita da una prima indagine per induzione al suicidio archiviata negli anni scorsi. Il caso si è riaperto il 26 gennaio con l’iscrizione per ‘omicidio contro ignoti’ di una denuncia sporta dall’avvocato Salvatore Pettirossi, difensore della mamma di Tiziana, Maria Teresa Giglio. Si fonda su due circostanze nuove: la presenza del dna di una seconda persona sulla sciarpetta trovata al collo della ragazza, e lo studio del suo telefonino e dei tabulati telefonici, in particolare da quelli che riguardano il traffico (vocale e internet) sviluppato da Cantone il giorno della sua scomparsa, tracce dalle quali emerge il sospetto che il cellulare sia stato usato anche dopo l’ora del decesso. Il pm si augura che il collo di Tiziana sia rinvenuto in condizioni tali da poter verificare se il tipo di solco lasciato dalla sciarpetta (una pashmina) sia o meno compatibile con quello di un suicidio per impiccagione. Solco che ha caratteristiche diverse da quello provocato per asfissia da strangolamento nel corso di un’aggressione. C’è poi la questione del secondo Dna: è quello di un uomo, è stato individuato sulla pashmina grazie ad analisi di laboratorio disposte dal team di legali della signora Giglio. Analisi avvenute dopo l’archiviazione della prima indagine per induzione al suicidio, e la restituzione del reperto alla mamma della ragazza. Un accertamento che porta notizie importanti e degne della massima attenzione investigativa, ma con un limite: non è stato effettuato in contraddittorio con la Procura, come sottolineano fonti inquirenti secondo le quali sarebbe stato meglio verificare la presenza di altri Dna attraverso un incidente probatorio nel corso della prima indagine.