Sicilia maglia nera: il 35% degli over 80 non è immune

Mentre il commissario all’emergenza Figliuolo apre alle vaccinazioni di massa, la Sicilia resta inchiodata al dato più basso a livello nazionale per quanto riguarda la copertura degli ultraottantenni. Proprio quelli, insieme ai soggetti fragili, sui quali si è sempre maggiormente concentrata l’attenzione del generale. La regione di Nello Musumeci è la maglia nera del Paese. A livello nazionale ha già completato il ciclo vaccinale – ha cioè ricevuto prima e seconda dose – oltre l’82% degli over 80. La Sicilia, invece, è ancora ferma al 66,35%. Le si accoda la Calabria, con il 69,66%. Ed è decisamente sotto quota nazionale anche la Sardegna, con il 75,2%. “Ora è evidente che dovranno ridurre il gap, per recuperare tutti gli anziani che fino ad ora non si sono vaccinati – dicono dalla struttura del commissario –. Anche se rispetto ad alcune settimane fa stanno correndo, dovranno essere tutti maggiormente coinvolti anche con l’impegno dei medici di base e dei farmacisti. Del resto se si allarga la platea dei vaccinatori e ci sono più dosi a disposizione dovremmo essere in grado di avere maggiori riscontri”. All’inizio è stata la diffidenza dei più anziani nei confronti del vaccino AstraZeneca a frenare le somministrazioni. Ostacolo che la Regione ha rimosso dando ai cittadini la possibilità di scegliere – avviene dal 13 maggio scorso – il vaccino che preferiscono. E naturalmente le preferenze si orientano su Pfizer e Moderna. C’è da dire che il presidente della Sicilia Nello Musumeci sembra che le stia studiando tutte per riprendere terreno. Da una settimana si è anche inventato la formula “Proteggi te e i nonni”. In pratica se un giovane, dai 18 anni in su, riesce a convincere un ultraottantenne a farsi somministrare la dose viene vaccinato seduta stante anche lui, pur in assenza di vincolo di sangue. Ciò che non va è invece il rapporto con i medici di base. L’85% di loro aveva aderito alla fine di marzo all’intesa con la Regione per fare le vaccinazioni ai propri assistiti. Sembrava un successo. E invece molti si stanno defilando. “Nel mega hub di Palermo, che non fa capo all’azienda sanitaria ma risponde direttamente alla direzione generale della sanità della Regione, di fatto ci hanno messo alla porta: ci danno pochissime dosi – dice Luigi Galvano, segretario regionale della Fimmg, Federazione dei medici di famiglia –. In partica ci girano ciò che resta. Poi per giustificare le inefficienze della macchina organizzativa hanno anche cominciato a dire che avremmo preso molti vaccini, negli hub periferici, facendo scorte ormai prossime alla scadenza”.

Il buffet (vietato) di Tesei apparecchiato a Figliuolo

Una scena talmente surreale a cui, se non ci fossero le foto pubblicate ieri da Tpi, sarebbe impossibile credere: un buffet in un corridoio al chiuso, per quanto con un soffitto molto alto, con le persone attorno al tavolo per recuperare il pasto e impegnate a mangiare. Come se non ci fossero le restrizioni anti-pandemiche. Come se quelle persone non fossero operatori sanitari, appartenenti alla task force anti-Covid dell’Umbria, la governatrice Donatella Tesi, il sindaco di Perugia Andrea Romizi, il direttore generale dell’azienda sanitaria Marcello Giannico e il commissario all’emergenza pandemica Francesco Paolo Figliuolo. In mimetica, come sempre.

È successo ieri a Perugia, nel giorno in cui il generale Figliuolo ha annunciato urbi et orbi che da giovedì prossimo le prenotazioni per i vaccini saranno aperte a tutte le fasce d’età, a partire dai 12 anni anche, infatti ieri l’Ema ha dato il via libera alla somministrazione del vaccino Pfizer anche a bambini e adolescenti. Certo, Nino Cartabellotta, il solito guastafeste della Fondazione Gimbe, nota: “Bene apertura a tutte le fasce di età, ma 3,7 milioni di over 60 sono ancora senza la prima dose del vaccino”. Tanto che lo stesso Figliuolo ha dovuto puntualizzare: “Dobbiamo intercettare la parte della popolazione degli over 60 che ci manca in modo da mettere in sicurezza le fasce che rischiano più di finire in ospedale o in terapia intensiva”.

Chissà quanti erano i vaccinati ieri al banchetto, ma anche fossero stati tutti vaccinati le restrizioni persistono e prevedono la possibilità di mangiare al ristorante soltanto all’aperto, seduti ai tavoli, ben distanziati, con le mascherine una volta in piedi. Addirittura i matrimoni, eventi dove buffet e banchetti non mancano mai, sono ancora vietati fino al 15 giugno e per la ripartenza sono previsti per pranzi e cene tavoli a due metri di distanza e divieto assoluto di self service. Per dire.

Chi era presente, ieri al Centro di ricerca emato-oncologico dell’ospedale, racconta di un Figliuolo in grande imbarazzo per la scelta della Regione Umbria, che tra il taglio del nastro al nuovo Modular hospital di Perugia e la visita al punto vaccinale di Solomeo, ha deciso di portare la comitiva al Centro di ricerca appunto, struttura inaugurata nel 2015 con tre piani di ricerca/diagnostica, la direzione al quarto, e una sala conferenze. Per l’occasione è stata ingaggiata appositamente una società di catering. E la frittata è stata servita, perché è difficile nel 2021 che qualcuno non abbia uno smartphone e che le foto non vengano poi diffuse. Come non pensarci? Era così difficile organizzare qualche tavolo all’aperto, magari facendo felice un ristoratore locale in difficoltà dopo la prolungata chiusura degli scorsi mesi? Domande impossibili da fare alla governatrice Tesei o al suo portavoce che, ieri, non hanno risposto alle ripetute chiamate del Fatto. Anche alla struttura commissariale guidata dal generale Figliuolo solo imbarazzo per le fotografie e nessuna risposta ai cronisti in merito.

L’incontro con Figliuolo è stato voluto dalla Regione Umbria dopo le polemiche delle scorse settimane seguite alle parole del generale che esortava i governatori a “non fare annunci e vaccinare di più”. Quindi, racconta un medico ieri presente alla visita del commissario, si respirava già una certa tensione tra la governatrice Tesei e l’uomo in mimetica, divenuta poi imbarazzo quando il generale si è reso conto del pranzo apparecchiato, con buffet, in corridoio, al chiuso, in completa violazione delle restrizioni ancora in vigore.

Familiari vittime, ieri l’Appello: “Prescrizione, ora una riforma”

“Per noi sopravvissuti delle stragi, o parenti dei morti, il percorso è sempre uguale: c’è l’attenzione del momento, spinta da morbosità, ma si esaurisce in fretta. E poi arriva l’isolamento”. I familiari di chi ha perso la vita sul lavoro o nelle tragedie avvenute in Italia negli ultimi decenni si sono riuniti in un gruppo di associazioni e il prossimo 9 ottobre manifesteranno a Roma per chiedere una riforma della Giustizia. Affinché si riconosca alle vittime un ruolo più importante nei processi penali. Quegli stessi processi che, per molti, si sono tradotti in una lunga odissea, e che spesso hanno procurato loro lo stigma di “assetati di vendetta”. C’è il comitato nato dopo l’incidente ferroviario di Viareggio del 2009, quello che raggruppa i lavoratori esposti all’amianto, l’associazione Vittime del Salvemini (la scuola in Provincia di Bologna che nel 1990 fu colpita da un aereo militare che uccise 12 persone). C’è anche la mamma di Giuseppe Tusa, morto per il crollo della Torre Piloti di Genova avvenuta nel 2013. Ciò che li accomuna è l’ostilità affrontata nei vari percorsi giudiziari. “Nella maggioranza dei casi – raccontano – il consiglio che viene dato tra le righe è lasciar perdere, accettare risarcimenti e metterci l’anima in pace”. E non mancano i casi di conflitto di interessi: “Troviamo consulenti tecnici nominati dalle difese che dicono il contrario di quello che viene affermato da tutta la comunità scientifica – ha spiegato l’avvocato Laura Mara –. Bisognerebbe istituire un albo nazionale dei consulenti, in cui vi sia un curriculum trasparente”. L’elenco di proposte è lungo: una modifica alla Costituzione e al Codice di procedura penale affinché alle vittime dei reati venga attribuito un ruolo specifico a prescindere dalla costituzione di parte civile, quindi dalle richieste di risarcimento. Ma anche una riforma della prescrizione, affinché – per i crimini ambientali – non inizi a decorrere fino a che non siano cessati gli effetti pericolosi.

I pm: “Sui freni falsificati i registri”

C’è un momento di questo lungo confronto in cui Gabriele Tadini sembra liberarsi di un peso. I carabinieri continuano a incalzarlo. Tadini, descritto come un fervente cattolico, tramortito da giorni dai sensi di colpa, sospira e allarga le braccia: “Lo sapevano tutti”. È un interrogatorio drammatico, il suo. È cominciato alle 14.25 di martedì, da testimone. Alle 20.45 viene interrotto perché le sue parole lo stanno trasformando in un indagato e gli viene affidato un avvocato d’ufficio. Termina alle 23.45, dopo più di 9 ore. E apre le porte del carcere ai suoi superiori, Enrico Perocchio e Luigi Nerini.

In questo flusso di coscienza emerge per la prima volta la falsificazione di alcuni controlli: prima di salire a bordo, domenica, aveva notato un’anomalia; che risolve inserendo i forchettoni, e “senza avvertire nessuno”. Nulla di tutto questo, notano i pm, “viene annotato sul libro giornale”. “Già sulla scorta di quanto sinora emerso – scrivono gli inquirenti – si è riscontrata la non corrispondenza al vero delle annotazioni relative agli esiti dei controllo quotidiani, finalizzati a occultare il verificarsi di anomalie. Sono necessari ulteriori accertamenti per verificare l’eventuale alterazione anche di altre annotazioni e il verosimile coinvolgimento anche degli altri due indagati”.

Il racconto di Tadini parte dall’inizio di quella giornata: “La mattina di domenica 23 maggio ho aperto la stazione, accertato la presenza del segnali di sicurezza e avviato l’impianto intorno alle ore 9-9.10 per una corsa di prova, che consiste nell’effettuare una corsa completa, a bassa velocità, per verificare il regolare funzionamento dell’impianto. In quel momento, presso la stazione intermedia di Alpino era presente la cabina 4 (quella gemella, che, non avendo i forchettoni, non è caduta)”. Qualcosa non va. “Ho udito un rumore provenire dalla centralina, un suono caratteristico, riconducibile alla presumibile perdita di pressione del sistema frenante della cabina, che si ripeteva ogni 2-3 minuti”. In altre parole, il sistema bloccante, rilevando un’anomalia, chiude le ganasce continuamente. E se succedesse durante il tragitto sarebbe un problema: occorrerebbe recuperare la cabina metà strada, pratica “onerosa e difficoltosa”, che “al contempo provocherebbe “l’esaurimento delle batterie di alimentazione delle centraline”, che “avevano già dovuto essere sostituite”. Così Tadini inserisce i forchettoni e disattiva i freni. “Una decisione mia, che ho preso senza consultare né Nerini, né Perocchio”. Solo più avanti, nella notte, tira dentro anche loro. “Voglio precisare che avevo parlato con entrambi delle problematiche in atto e della soluzione adottata”. Perocchio nega tutto, dice di non sapere nulla dei forchettoni. E che Tadini lo chiama a disastro avvenuto: “La fune è a terra, la vettura aveva i ceppi”. Quale versione è vera?

Il giallo dell’altra funivia: chiusa dopo il Mottarone

C’è una “coincidenza”, definita dalla Procura di Verbania “significativa e singolare”. Dopo gli arresti per la strage di Stresa, c’è un’altra funivia ad aver chiuso frettolosamente: l’impianto Nostra Signora di Montallegro, in provincia di Genova. Il Comune di Rapallo, un paio di giorni fa, si è affrettato a comunicare che si tratta di una “manutenzione ordinaria già programmata”. Una versione che non convince gli investigatori che stanno indagando sulle cause del disastro che domenica scorsa ha provocato la morte di 14 persone, fra cui due bambini.

La struttura chiusa in Liguria, notano i magistrati, ha lo stesso direttore d’esercizio appena finito in carcere: Enrico Perocchio, 51, “dipendente della Leitner”, società di Vipiteno che aveva ristrutturato fra il 2014 e il 2016 l’impianto del monte Mottarone, e che ne curava la manutenzione. Inoltre la funivia Nostra Signora di Montallegro non viene interrotta in un momento qualsiasi, ma proprio “a seguito dell’arresto di Perocchio”. I sospetti si accompagnano a un nuovo scenario, emerso nelle ultime ore: le prime falsificazioni dei documenti emerse nell’impianto del Mottarone, attribuite al capo del servizio Gabriele Tadini, a cui, scrivono i pm, “potrebbero aggiungersene altre”.

i primi interrogatori vanno in scena già domenica 23 maggio, a poche ore dalla strage. I carabinieri della compagnia di Verbania, guidati dal capitano Luca Geminale, convocano in caserma i dipendenti della società di gestione Ferrovie del Mottarone srl: Emanuele Rossi, Stefania Bazzarro, Ahmed El Kattabi, Pietro Tarizzo, Fabrizio Coppi. Tutti confermano una pratica “assolutamente vietata”, quando “si trasportano passeggeri”, “perché inibisce l’innesco del sistema d’emergenza”: l’utilizzo dei cosiddetti “forchettoni”, staffe di metallo che, inserite, bloccavano i freni d’emergenza. Non è un dettaglio. I freni sono un dispositivo “essenziale” e “obbligatorio”, perché, in caso di rottura del cavo traente (caso rarissimo, che però è esattamente ciò che si è verificato domenica scorsa) possono salvare le vite di chi è a bordo, agganciando la cabina alla seconda fune, detto portante. Proprio per evitare che qualcuno li dimentichi, erano stati colorati di rosso.

La svolta arriva martedì, quando i pm convocano il capo degli operai, Gabriele Tadini, veterano della funivia, da 38 anni fidato braccio destro del proprietario della concessionaria, Luigi Nerini: è Tadini a inserire i forchettoni, per sua stessa ammissione (i dettagli della sua deposizione nell’articolo a fianco). Una decisione che, però, per chi indaga “viene condivisa e avallata” dai suoi superiori, “Nerini e Perocchio”, si legge nella richiesta di misure cautelari di undici pagine depositata ieri dal procuratore Olimpia Bossi e dal sostituto Laura Carrera. È “irrealistico”, proseguono i magistrati, che non ne fossero informati. I malfunzionamenti andavano avanti da un mese, e “la necessità di non interrompere il funzionamento dell’impianto” sarebbe legata alle “ripercussioni di carattere economico”. La Procura chiede il carcere per tutti e tre, esigenze cautelari motivate dalla “reiterazione del reato”, dal “pericolo di fuga” e da possibile “inquinamento probatorio”.

Sia Nerini che Perocchio (assistiti dagli avvocati Marcello Perillo e Andrea Da Prato) negano le contestazioni. Riguardo alla chiusura di Rapallo, Perocchio precisa, documenti alla mano, come fosse già prevista il 26 aprile. L’ingegnere aveva già sollecitato il Comune di Rapallo a provvedere. Ma forse la chiusura dopo gli arresti è una coincidenza su cui chiedere un chiarimento proprio all’amministrazione comunale.

2019, la Lega sapeva: “Renzi lo farà cadere”

21 ottobre 2019, interno giorno. Siamo a Milano, nella Sala Commissioni del “Pirellone”, sede del Consiglio regionale della Lombardia. Paolo Grimoldi, deputato della Lega, segretario della Lega Lombarda e fedelissimo di Salvini, riunisce un gruppo di consiglieri regionali del partito e li aggiorna sulla situazione politica nazionale. Non sa che in quella sala tutte le conversazioni sono registrate. Il Carroccio ha perso il potere da due mesi e mezzo, dopo la crisi del Papeete e la nascita del Conte-2, propiziata paradossalmente proprio da Renzi. Il governo giallorosa ha giurato il 5 settembre.

Ma già il 17, dodici giorni dopo, il Rignanese ha mollato il Pd con una quarantina di parlamentari e si è fatto un partitino tutto suo, per ricominciare a manovrare contro il suo governo. Vuole rovesciarlo a fine anno, subito dopo la legge di Bilancio. E con chi fa sponda? Proprio con il Matteo leghista, grazie anche alla mediazione del paraninfo Denis Verdini, il plurimputato ex capatàz forzista in procinto di finire in galera, direttore editoriale del gruppo Angelucci, quasi suocero di Salvini (la figlia Francesca è la fidanzata di Matteo), nonché conterraneo e amico di Renzi fin dai tempi in cui questi era sindaco di Firenze, nonché coimputato di Tiziano Renzi nel processo Consip per traffico di influenze e turbativa d’asta.

I due Matteo s’incontrano, si parlano in gran segreto e mettono a punto il timing dell’agguato a Conte per l’inizio del 2020, mentre in pubblico fingono di attaccarsi un giorno sì e l’altro pure. Il 15 ottobre Renzi sfida addirittura Salvini a Porta a Porta e l’altro accetta: 90 minuti di botte da orbi arbitrati da Bruno Vespa.

Ma è tutta scena. Che cosa bolle davvero nel loro pentolone lo rivela l’onorevole Grimoldi ai consiglieri leghisti esattamente sei giorni dopo: “Che cosa volevo dirvi di politicamente rilevante? Che riteniamo che Conte abbia i giorni contati. Questo non vuol dire che riusciremo ad andare a votare come vogliamo. Ma molto probabilmente, dopo la legge di Stabilità, Renzi in testa ma non solo Renzi andranno a batter cassa per avere ulteriori spazi politici”.

Sono informazioni riservate, di cui non c’è traccia sui giornali. Il governo è nato da un mese e mezzo e nessuno immagina che, al netto di qualche scaramuccia fra 5 Stelle e Pd da una parte e Iv dall’altra sulle tasse “green”, sia già agli sgoccioli. Evidentemente Grimoldi ha saputo tutto da Salvini o dai pochi altri ammessi al suo inner circle. Il deputato spiega il movente che spinge Renzi a liberarsi del premier: “Molto probabilmente Conte verrà sacrificato sull’altare degli interessi di chi tiene in piedi questo governo e vuole avere spazio politico, cosa che non mi dispiace assolutamente, anzi, però tant’è”.

In pratica Renzi – forte del controllo ferreo sui gruppi parlamentari del Pd, dove il neosegretario Nicola Zingaretti è in minoranza – prima sventa le elezioni anticipate con il Conte-2; e poi lavora per affossarlo e creare un altro governo, con un premier diverso (meno popolare e meno “grillino”) e una coalizione di larghe intese che gli consenta di giocare di sponda con gli amici di Forza Italia e della Lega. Un disegno che ha subito condiviso con Salvini: altrimenti Grimoldi non lo conoscerebbe fin nei minimi dettagli. Eccoli.

“Che cosa vogliono fare? È ovvio che Renzi, dall’alto del suo 3, 4 o 5 per cento, nonostante riesca a occupare mediaticamente ampi spazi, vuole rappresentare quell’area di persone normali… (mormorii in sala: qualcuno fa notare che a fregare la Lega è stato proprio Renzi, ndr). Sì, Renzi nemico numero 1! Però all’interno di questa maggioranza non gli riesce difficile cercare di apparire come quello più normale. Se gli altri parlano dei pesci rossi, di dare il carcere se sbagli una fattura, di mettere la tassa sulle merendine o sulle bibite zuccherate, nel momento in cui lui fa una battaglia normale per dire che vuole difendere le partite Iva e non vuole aumentare le tasse, sembra un genio all’interno di questa maggioranza”.

Altro che nemico numero 1: Renzi è la sponda ideale per la Lega, per esempio contro le tasse “green” che tanto allarmano Confindustria e i padroni padani. Lui sì che, nell’ottica leghista, è “normale”. E poi è un ottimo piede di porco per scardinare il governo. La Lega non otterrà le elezioni anticipate, ma il taxi Rignano-1 lo riporterà al potere. Ancora Grimoldi: “Zingaretti è in seria difficoltà, perché i gruppi parlamentari del Pd sono rimasti tali semplicemente perché Renzi gli ha detto di rimanere nel Pd. A cominciare dal capogruppo al Senato (Andrea Marcucci, ndr), ma anche alla Camera ne abbiamo diversi. Questi… lui l’ha già detto, lo abbiamo sentito ieri (incomprensibile, ndr)… non fa segreto che da qui alla fine dell’anno i gruppi di Italia Viva aumenteranno ampiamente: lui adesso sta cercando di fare campagna acquisti in Forza Italia e nei 5 Stelle. Col nuovo anno ne farà tornare all’ovile non pochi invece dal Pd, che sono lì momentaneamente congelati”.

Quindi Renzi ha detto a Salvini di tenersi pronto, perché a gennaio richiamerà le sue quinte colonne parcheggiate nel Pd, a partire dal capogruppo al Senato Marcucci, e sferrerà l’offensiva finale: “Si giocherà la partita per mettere un presidente del Consiglio quantomeno che a lui vada bene, e ovviamente si giocherà la partita per il presidente della Repubblica”.

Così la Lega non solo potrà rimettere piede al governo, uscendo dall’astinenza da potere cui l’ha condannata l’improvvida crisi del Papeete, ma parteciperà anche alla scelta del nuovo capo dello Stato. Che, grazie a Renzi, non sarà più appannaggio della maggioranza giallorosa a trazione 5 Stelle. Ma di una grande ammucchiata a trazione centrodestra. Poi ci si mette di mezzo il Covid-19, il piano dei due Matteo viene congelato e il Conticidio accantonato per cause di forza maggiore. Ma è solo rinviato di un anno.

Voi capite, cari lettori, quanto è difficile credere che il Conte-2 sia caduto da solo perché aveva fallito, visto che i due Matteo avevano già deciso di pugnalarlo appena nato nella culla?

L’incontro Draghi-D’alema, poi l’agguato a Conte

Inizio di dicembre del 2020, interno giorno. Siamo a Roma, quartiere Parioli, nella bella casa semiabbandonata di Mario Draghi, che con la moglie vive ormai stabilmente a Città della Pieve. Quel giorno è lì perché deve incontrare Massimo D’Alema, ex segretario del Pds, ex presidente dei Ds e del Consiglio, ex ministro degli Esteri, candidato non eletto in Leu nel 2018, ora dedito ad attività internazionali come presidente dell’advisory board di Ernst & Young, consulente del premier albanese Edi Rama e di alcuni think tank vicini alla Silk Road Initiative del governo cinese.

Da cofondatore di Articolo Uno con Bersani e Speranza, è molto ascoltato da Zingaretti e Bettini, ma anche da Conte, condividendo con loro il sostegno al progetto giallorosa. Draghi e D’Alema non si sono mai amati, anzi sul caso Telecom del 1999 si sono apertamente scontrati. Ogni tanto si sentono per fare quattro chiacchiere di politica e di economia. Ma non si vedono da molti anni.

All’inizio del Conte-2, l’allora governatore della Bce aveva chiamato l’ex premier per raccomandargli di dare una mano al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Questa volta però gli ha chiesto improvvisamente di vedersi a quattr’occhi a casa sua. Con una certa urgenza. Lo fa accomodare nel suo salotto. E inizia a parlare di politica. Le versioni dei due protagonisti divergono.

Secondo D’Alema, Draghi gli parla male del governo Conte. Non ha gradito che nell’estate del 2019 il premier l’abbia candidato a commissario europeo, quasi a voler usare il suo nome. Ma soprattutto è convinto che il suo esecutivo sia destinato a fallire e occorra pensare a un’alternativa. E, visto che è lui a sondare il suo ospite, è implicito che per la successione pensi a se stesso. D’Alema – è sempre la sua versione, raccontata a pochissimi amici – lo contraddice: ritiene che a Conte non ci siano alternative e che un governo di larghe intese con questa destra sarebbe una sciagura. Anche perché il premier si è conquistato un ampio consenso sia in Italia sia a livello internazionale (vedi Recovery). Aggiunge che il miglior contributo che Draghi può offrire all’Italia è quello di aiutare il governo Conte e attendere serenamente il rush finale della corsa al Colle, dove sarebbe il miglior candidato possibile.

Il banchiere fa notare che al Quirinale non ci si candida, poi cambia discorso. D’Alema esce da casa sua con la ferma convinzione che Draghi stia scaldando i motori non per succedere a Mattarella, ma a Conte. O che almeno si sia rimesso in movimento e stia riallacciando vecchi e nuovi rapporti, proprio mentre è partito l’assalto finale di Renzi e dei potentati retrostanti al Conte-2 con i pretesti più svariati. Tant’è che, allarmato, il 19 dicembre D’Alema rilascia un’intervista al Corriere: “Conte non ha alternative. La destra italiana non ha oggi la maturità per governare”. Quanto ai 5 Stelle, “quando prendono 3-4 milioni di voti alla sinistra e vincono al Sud sulla base di un programma di redistribuzione del reddito, di destra non sembrano”.

La versione di Draghi – anch’essa affidata a pochi fedelissimi – è molto più sfumata: in linea col personaggio. Sì, forse è stato lui a chiamare D’Alema, ma non ricorda di preciso. Si erano sentiti tempo prima per una conferenza per Ernst & Young, che aveva declinato, e si erano ripromessi di rivedersi. L’ha incontrato a casa sua ai primi di dicembre. Ma di politica s’è parlato solo di sfuggita, niente di che. Poi s’è discusso di varie cose, soprattutto di Cina. Del resto lui non ne voleva sapere di fare il premier e non ci pensava proprio a sostituire Conte. Anzi, quando Renzi lo chiamava per tirarlo dentro, lui rispondeva di lasciarlo in pace e di non nominare il suo nome invano. E quando a gennaio gli riferirono che il Rignanese diceva in giro che lui “smaniava” per andare a Palazzo Chigi, oppure al Mef, avvertì subito Mattarella di non dargli retta: se lui smaniava, era per non fare il premier, non certo per farlo.

Già, perché Mattarella è così schivo e corretto che mai gli aveva prospettato, nemmeno alla lontana a titolo di sondaggio, una simile ipotesi. Né a dicembre, né a gennaio. Neanche dopo il ritiro delle ministre renziane dal governo. Neppure dopo le dimissioni di Conte. Anche se tutti, da Renzi a Berlusconi, da Giorgetti a Salvini, da Bisignani all’intera stampa italiana, lo invocavano come il Salvatore della Patria.

Lui per un attimo era stato tentato di dettare due righe per diffidarli tutti, ma poi aveva deciso di evitare: sarebbe stato anche quello un modo per entrare in una logica politica. E li aveva lasciati dire.

Quando Conte si dimise, lo chiamò Giorgetti per sapere se ci fossero novità, e lui: nessuna. Poi tornò alla carica Renzi, che voleva parlare. Lui rispose che potevano parlare solo del tempo. Ma quello attaccò bottone su un governo di larghe intese e lui tagliò subito corto: non c’erano le condizioni politiche e non era interessato, quindi la smettesse di tirarlo in ballo nei suoi giochi e lo lasciasse perdere. La domenica 31 gennaio, durante l’esplorazione di Fico, quando La Stampa scrisse che Mattarella l’aveva sondato come “piano B” e il Quirinale smenti, lui ringraziò il presidente. Che poi lo chiamò al buio per offrirgli l’incarico solo nel pomeriggio di martedì 2 febbraio, quando Fico dichiarò fallita l’esplorazione per il Conte-3. E lui ne fu sorpreso: Mattarella non gliene aveva mai parlato prima. Però non se la sentì di rifiutare: come avrebbe potuto dire di no al capo dello Stato, in quella situazione? Ma non ci aveva mai puntato, né sperato, né pensato.

E dire che D’Alema, non proprio uno sprovveduto, era uscito da casa sua con tutt’altra impressione. Non quella di essere stato convocato dopo tanti anni per parlare della Cina, ecco.

Semplificazioni dl approvato: via i subappalti (quasi)

Per verificare i dettagli bisognerà aspettare il testo in Gazzetta Ufficiale, ma – a stare alla bozza entrata ieri pomeriggio in Consiglio dei ministri per essere approvata – il giudizio sul decreto Semplificazioni non può che essere negativo: il combinato disposto dei 68 articoli attuali travolge il sistema delle autorizzazioni e dei controlli all’insegna del “fare presto” per attuare il Piano di ripresa, mentre traveste da “transizione ecologica” praticamente tutto, dagli inceneritori ai mega gasdotti, dall’insediamento di grandi centrali (possibilmente senza valutazione d’impatto ambientale) nei Siti di interesse nazionale che si sarebbero dovuti bonificare alle faraoniche e spesso inutili opere infrastrutturali che il ministro Giovannini gestirà sul modello della “criminogena” Legge Obiettivo.

Il dibattito su questo testo sarà necessariamente troppo breve per la portata delle modifiche che apporta al Testo unico ambientale, al codice degli appalti e in generale al rapporto tra Pubblica amministrazione e progetti economici. C’è da scommetterci che oggi si concentrerà sulle modifiche all’indigeribile disciplina dei contratti pubblici che prevedeva di resuscitare sia l’assegnazione delle gare col massimo ribasso e che la completa liberalizzazione dei subappalti. L’unica tra le molte, pessime novità anticipate dal Fatto che ha un po’ svegliato la società civile: i sindacati, com’è noto, avevano minacciato lo sciopero generale. Il governo ha fatto un passo indietro, anche se non totale: dovrebbe essere sparito il massimo ribasso, ma non l’ampliamento (anche se con qualche garanzia) dei subappalti. Senza entrare troppo nei dettagli, resta qualche limite soprattutto quanto al costo di lavoro, sicurezza e materiali (che non potrà essere ribassato rispetto al valore di gara) e pure sulla quantità e qualità dei lavori affidabili a ditte terze. Resta, soprattutto, che l’appaltatore principale è “responsabile in solido” di tutto quel che avviene nei lavori messi a gara, anche se realizzati in subappalto. Landini (Cgil) s’è detto soddisfatto: “Un buon risultato”.

Un’altra novità dell’ultim’ora è che dalla parte “governance” del Pnrr sarebbero saltate le 350 assunzioni “per l’attuazione delle disposizioni sulla governance del Pnr” previste fino a ieri: niente task force della task force al ministero di Renato Brunetta.

Nomine, il ‘draghiano’ Giorgetti fa arrabbiare (di nuovo) la Lega

Sulle nomine nelle partecipate di Stato decide il premier Mario Draghi, dando ascolto solo ai suoi più stretti collaboratori Francesco Giavazzi, Roberto Garofoli e, in seconda battuta, a Daniele Franco e al dg del Tesoro Alessandro Rivera. I partiti, come sul caso della nomina di Dario Scannapieco ai vertici di Cassa Depositi e Prestiti e di Luigi Ferraris alle Ferrovie, vengono informati solo a cose fatte. Con grande irritazione dei ministri che scoprono tutto dai giornali. Tranne uno: Giancarlo Giorgetti. Il titolare dello Sviluppo Economico e vicesegretario della Lega è l’unico ministro a cui Draghi dà del tu – i due si conoscono da quando il giovane bossiano di Cazzago Brabbia (Varese) era presidente della commissione Bilancio e Draghi direttore generale del Tesoro – ed è l’uomo delle nomine nel Carroccio, almeno dai tempi del governo gialloverde quando, da potente sottosegretario a Palazzo Chigi, smistava i suoi fedelissimi nei ministeri e, appunto, nelle partecipate.

Se a questo si aggiunge la fitta rete di relazioni che Giorgetti nel tempo ha tessuto tra Vaticano, alti burocrati fino ai Servizi, non è difficile capire perché nelle ultime settimane il titolare del Mise sia stato invitato più volte a Palazzo Chigi per partecipare alla grande abbuffata delle nomine di Stato. Giorgetti nei giorni scorsi ne ha parlato con Giavazzi, consigliere economico del premier, e con Garofoli, sottosegretario a Chigi, indicando anche le sue preferenze su alcune pedine chiave. Tra queste la nomina di Scannapieco in Cdp, fortemente sponsorizzato dal consulente di Giorgetti al Mise Giovanni Tria che già lo voleva nel 2018 contro il volere del M5S che la spuntò con Fabrizio Palermo, ma anche la richiesta di rimuovere Alessandro Profumo da Leonardo (un dossier da cui per ora Draghi si tiene lontano perché Profumo non è in scadenza) e un nome per la Rai: dopo aver chiesto a Giorgetti un rapporto sullo stato dei conti della tv pubblica, il titolare del Mise avrebbe indicato al premier Raffaele Agrusti per prendere il posto di Fabrizio Salini come Ad. Agrusti, ex manager di Generali e di Rai Way, potrebbe essere quel tecnico che sta cercando il premier, modello Luigi Gubitosi, per mettere in ordine i conti di viale Mazzini e non scontentare i partiti. Non è detto che la palla di Giorgetti vada in buca ma chi lo conosce bene ricorda che a febbraio era stato proprio lui a tifare per la nomina di Luigi Signorini a Dg di Bankitalia per sostituire il ministro Franco.

L’attivismo sulle nomine della testa d’uovo del Carroccio però ha fatto molto arrabbiare il leader della Lega Matteo Salvini. Era stato proprio lui a chiedere a Draghi di essere coinvolto nelle nomine e, in uno dei tanti momenti di scontro col suo numero due, gli aveva fatto sapere: “Decido io”. Non è andata così e adesso Salvini, informato solo a cose fatte, non nasconde coi suoi la sua irritazione. Giorgetti, “GG” come viene chiamato nelle chat leghiste quasi a non volerlo nominare, ormai viene considerato un corpo estraneo alla cerchia ristretta del segretario: “Risponde più a Draghi che a Salvini…” è la sentenza di un salviniano di ferro. Tant’è che giovedì non è passata inosservata l’uscita di Giorgetti agli europarlamentari sulla collocazione del partito in Ue: “Io ho le mie idee, ma mi risulta che Salvini stia lavorando verso nuove prospettive”.

 

I 2 Matteo a cena insieme per festeggiare Angelucci

Cambia la location, ma non i protagonisti. Se un anno e mezzo fa, nel novembre 2019, Matteo Renzi e Matteo Salvini si erano ritrovati nella villa di Denis Verdini sulle colline di Firenze per bere un bicchiere di Chianti e parlare del futuro del governo Conte-2, poi caduto un anno dopo per mano del leader di Italia Viva, ora che l’ex sherpa berlusconiano è agli arresti domiciliari i due “Matteo” domenica sera si sono incontrati nella villa ai Castelli romani di Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia e re delle cliniche private nel Lazio.

L’occasione era il quarantanovesimo compleanno di Giampaolo Angelucci, primo dei tre figli di Antonio che detiene la Tosinvest ed è l’editore dei quotidiani di famiglia Libero, Il Tempo e i Corrieri del Centro Italia. Chi collega la famiglia Angelucci con Renzi e Salvini, gli unici leader politici presenti alla cena, è sempre lui, Verdini, a cui proprio nel febbraio 2018 Angelucci Jr. affidò la presidenza del ramo dell’editoria di Tosinvest prima dei guai giudiziari che lo hanno portato in carcere e poi ai domiciliari per la condanna a 6 anni e 6 mesi per il crac del credito cooperativo fiorentino. Alla cena del 23 maggio era presente anche Francesca Verdini, figlia di Denis e compagna di Salvini. Attovagliati nella lussuosa villa c’erano solo pochi altri eletti tra cui l’amica di famiglia e assessore all’Istruzione in Lombardia, Melania Rizzoli, mentre non erano presenti giornalisti, nemmeno i due direttori di Libero: né il nuovo arrivato Alessandro Sallusti né Vittorio Feltri, messo un po’ all’angolo nel quotidiano di viale Majno dopo l’arrivo dell’ex direttore del Giornale.

Fonti vicine al segretario del Carroccio confermano la presenza di Salvini alla cena ma fanno sapere che “non si è incrociato” con Renzi. A quanto risulta al Fatto, però, i due si sarebbero visti eccome finendo anche a tavola insieme.

I due “Matteo” si sono fermati a lungo a parlare con Angelucci padre e figlio. Cosa si siano detti non è dato saperlo. E non è una questione di poco conto visto quello che si sta muovendo nei giornali di destra: mentre non è ancora stata trovata la soluzione al busillis della direzione del Giornale, si racconta che la “dipartita” della coppia Feltri-Senaldi a Libero sia stata motivata dalla voglia degli Angelucci di dare un’identità più “governista” al quotidiano milanese. E sullo sfondo resta anche la questione politica visto che negli ultimi mesi Renzi e Salvini hanno ripreso a sentirsi con regolarità, almeno dal dicembre scorso quando il leader di Iv decise di aprire la crisi del governo Conte-2.

Dopo aver condiviso la scelta di un governo di larghe intese guidato da Mario Draghi, nelle ultime settimane i due “Matteo” hanno portato avanti delle battaglie comuni: dalle riaperture alla Giustizia passando per un asse parlamentare che si è consolidato sulla presidenza del Copasir (entrambi hanno incontrato lo 007 Marco Mancini) e, da ultimo, sul ddl Zan con i renziani che chiedono di modificare il testo come la Lega. Nel mezzo, il 23 e il 24 dicembre scorso, la visita separata nel carcere di Rebibbia all’allora detenuto Verdini. L’antivigilia di Natale a trovare Denis passò anche Antonio Angelucci.