La Corte dei Conti indaga sulla Fondazione di Michetti

Il “candidato civico” di Giorgia Meloni, Enrico Michetti, è sotto indagine della Corte dei Conti del Lazio per alcuni appalti milionari affidati da enti pubblici senza gara. La Procura contabile è abbottonatissima, ma la notizia non depone a favore del cavallo che, forte dei sondaggi, potrebbe correre per il centrodestra la partita del Campidoglio. È anche uno smacco per il candidato-docente che all’Università di Cassino insegna proprio Diritto degli enti locali, e la cui cifra professionale è usata dalla Meloni a metro della distanza coi candidati più “politici” e come livella per gli eccessi istrionici da tribuno delle radio romane.

Ma per chi voteranno i romani? Per il professore, per l’avvocato, l’opinionista o l’imprenditore? Il curriculum di Michetti è lungo ben 18 pagine, più di quello di Draghi. Dal 2017 è insignito del titolo di “benemerito Cavaliere della Repubblica”. Come avvocato dal 1996 difende centinaia di amministratori locali laziali, dal Comune di Ariccia a Zagarolo. Ha difeso Marrazzo, la Regione Lazio, l’Atac e l’Asl dalle pretese della giustizia contabile che bussa ora alla sua porta: lo studio legale in via Giovanni Nicotera 29, a Roma. Qui ha sede legale la “Fondazione Gazzetta Amministrativa”, centro nevralgico di una florida industria di servizi per la pubblica amministrazione (Pa) ma anche fonte di guai per alcuni enti che l’hanno alimentata e si ritrovano ora come Pinocchio tra i gendarmi: l’Anac da una parte, la Corte dei Conti dall’altra.

Abbiamo chiamato il quasi-candidato per saperne di più, non ha mai risposto. Il Michetti-imprenditore potrebbe sembrare solo il “re” dei siti civetta della Pa, ma sarebbe riduttivo. La sua creatura più nota è la Gazzetta amministrativa della Repubblica Italiana, una piattaforma online che per grafica e loghi evoca quella ufficiale edita dal Poligrafico dello Stato. Ma nulla c’entra, e neppure col sito giustiziamministrativa.it. La Gazzetta ha poi figliato “L’Accademia della Pa” per offrire corsi di alta formazione, da non confondere con la Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) fondata nel 1957 per sfornare quadri e dirigenti sotto l’ombrello del governo. “Mai sentita”, taglia corto la funzionaria che da 12 anni si occupa di formazione alla SNA. Sul sito di Michetti si cercano docenti “in vista dell’apertura delle sedi dell’Accademia in tutto il territorio nazionale”. Per loro, dicono dal call center, è previsto un rimborso spese. Nel 2013 Michetti lancia poi il sito Quotidiano della Pa, da lui diretto. Sembra un bollettino ufficiale del ministero, ma non lo è.

Torniamo alla Gazzetta, il cuore dell’impero: offre soluzioni di formazione, banche dati di norme, sentenze e notizie agli enti locali. Hanno aderito oltre 1.200 enti che – precisano dal call center – “non pagano per servizi commerciali, bensì versano una quota di sottoscrizione in favore della Fondazione”. La quota minima è 100 euro l’anno ma c’è anche l’“adesione istituzionale” da 10mila. Tra gli aderenti-paganti ci sono piccoli e medi comuni, ma pure l’ Accademia di Brera. Le “quote” raccolte sono briciole di un business che sforna torte ben più grosse, anche grazie ad affidamenti senza gara.

Oltre un milione di euro solo dal Consiglio Regionale del Lazio, che nel 2008 spicca il volo con gli abbonamenti alla rivista giuridica per 33mila euro l’anno. Nel 2011 il Consiglio acquista 1500 accessi online al “sistema informativo e di supporto tecnico-giuridico” per i dipendenti: 675mila euro oltre Iva. Nel 2012 compra anche la formazione per loro: 360mila euro. Spese finite nel mirino dell’Anac: quegli affidamenti, secondo l’Anticorruzione, sono tutti diretti, senza gara pubblica e senza una preliminare ricerca comparativa di mercato e dunque illegittimi. A fine 2018, li deferisce alla Procura della Corte dei Conti. Lo stesso fa con altri. Al fondo c’è un nodo tecnico-giuridico raffinato. Se si telefona alla Gazzetta, il refrain è sempre lo stesso: “Siamo una Fondazione istituzionale partecipata da enti pubblici, non vendiamo servizi commerciali, ma forniamo soluzioni in convenzione con gli enti che aderiscono al progetto, sottoscrivendo le quote”. Per l’Anac però si tratta di comuni “forniture di servizi svolti a titolo oneroso”, acquistate perlopiù da un soggetto privato (Gazzetta Amministrativa Srl) e come tali “non possono sussistere i presupposti applicativi degli accordi tra pubbliche amministrazioni”. Come fosse un paravento per aggirare il codice degli appalti.

La Fondazione per tutto brilla, salvo la trasparenza. Dal 2013 offre ai comuni il servizio “Amministrazione Trasparente”. Pagando la quota di 100 euro possono caricare su un sito ospite bilanci, personale, bandi, spese etc. Ma la Fondazione si preoccupa poco dei propri: sul suo sito non c’è nulla di tutto questo, nonostante la stessa legge (art. 51) li imponga alle “Fondazioni e agli enti di diritto privato… con bilancio superiore ai 500mila euro la cui attività sia finanziata in modo maggioritario da pubbliche amministrazioni”. Sarebbe questo il caso, ma la trasparenza si fa col sito degli altri.

Ora Conte chiama Sala, ma lui non dirà sì ai 5S

Ci proverà direttamente Giuseppe Conte, anche se la strada è tutta in salita. Nei prossimi giorni il leader del Movimento 5 Stelle tenterà di convincere il sindaco di Milano Beppe Sala a costruire un’alleanza già al primo turno delle amministrative di ottobre, nonostante l’intesa, su cui si era già lavorato per settimane, sia stata di recente esclusa dallo stesso Sala. Troppi gli imbarazzi per il sindaco, il quale non ha mai avuto preclusioni personali per il M5S – più volte, anzi, ha caldeggiato la convergenza tra grillini e centrosinistra sul piano nazionale – ma finirebbe per scontentare le diverse liste civiche e centriste in suo sostegno, renziani e Azione in testa.

In ogni caso, il Movimento tiene uno spiraglio aperto. A inizio settimana Conte ha incontrato via Zoom gli attivisti lombardi, ribadendo la sua volontà “di provare a concludere accordi col centrosinistra in tutti i Comuni dove sarà possibile”. E dunque anche a Milano, dove già l’ex viceministro grillino Stefano Buffagni si era speso pubblicamente – senza successo – per l’alleanza con Sala. Nei piani dei 5 Stelle, l’intesa alle amministrative sarebbe la strada migliore per anticipare una coalizione vera alle prossime regionali del 2023, quando la Lombardia sarà contendibile alla destra, complici i disastri leghisti di Attilio Fontana e compagnia, a patto di non presentarsi divisi.

Il lavoro di Conte non sarà però facile, coi lombardi già parecchio scoraggiati rispetto a un possibile accordo col centrosinistra al punto che la scelta di far intervenire Conte nelle interlocuzioni con Sala non è stata una richiesta arrivata dai locali, ma un’idea dell’ex premier. A Milano poi la consigliera comunale Patrizia Bedori ha le valigie in mano già dall’adesione del Movimento al governo Draghi, mentre l’altro eletto a Palazzo Marino, Gianluca Corrado, l’altro giorno non era presente all’incontro. Segno che la partita non sarà certo in mano agli attivisti del territorio, che rischiano di essere coinvolti soltanto a cose fatte, anche se Corrado giura di non essere mancato per polemica nei confronti di Conte e che parteciperà al prossimo vertice sulle Amministrative.

Conte sentirà dunque Sala – con cui, spiegano fonti dei 5 Stelle lombardi, il rapporto è buono e ci sono già stati contatti in passato – per capire i margini dell’alleanza e arrivare con le idee chiare a settimana prossima, quando riunirà di nuovo gli esponenti lombardi. Se l’accordo con Sala non s’avrà da fare, a quel punto il M5S cercherà un proprio candidato sindaco, con la pacifica accettazione da parte di tutti che con l’ex manager di Expo sarà più facile rivedersi all’eventuale secondo turno, quando anche i suoi alleati avranno placato i mal di pancia.

D’altra parte soltanto pochi giorni fa, parlando a margine di un evento, Sala lo ha fatto capire: “L’avvicinamento con i 5 Stelle deve essere progressivo e non deve suonare soltanto come un andare a caccia di voti”.

Anche nei vari colloqui privati con le liste a suo sostegno, il sindaco ha rassicurato i più ostili al Movimento chiarendo che il perimetro dell’alleanza al primo turno sarà quello indicato. Un concetto sempre esposto alla volatilità della politica, come in effetti spera Conte, ma che intanto Sala ribadito in tutte le ultime interviste: “In questo momento stiamo pensando di andare separati, la nostra sarà una scelta condivisa”. Ma perché sia “condivisa”, appunto, manca un passaggio con Conte. Sulla strada dell’alleanza, però, l’ex presidente del Consiglio ha un altro ostacolo: nei mesi scorsi Sala si è svincolato pubblicamente dal Pd, iscrivendosi ai Verdi europei. Dunque a convincere il sindaco non potrà essere un ordine di scuderia romano, magari in nome di un orizzonte comune tra dem e Movimento. Da battitore libero nel centrosinistra, Sala farà i conti solo con la sua corsa alla riconferma.

“Polpetta” per Maresca: Cesaro a rischio manette

L’ossimoro del centrodestra. Il pm anticamorra Catello Maresca, sotto scorta per le minacce di morte del clan dei Casalesi, candidato sindaco di Napoli a capo di una coalizione dove è un punto di riferimento, nell’ombra, la macchina dei consensi del senatore di Forza Italia, Luigi Cesaro, inseguito da inchieste e richieste di arresto per collusioni camorristiche. “Non salirò mai su un palco con lui”, la risposta tranchant di Maresca a una domanda del quotidiano Domani. Un pochino più sfumata la risposta, rilasciata in una successiva intervista al Mattino, a una domanda sull’eventuale imbarazzo a stare nello stesso schieramento di Cesaro: “Non posso nutrire alcun imbarazzo per qualcosa che non esiste e non potrà mai esistere”. Che sembra quasi invitare Cesaro a uscire da Forza Italia, una casa dove il senatore abita da più di venti anni. Mentre il magistrato c’è appena entrato come ospite. Civico.

Non è semplice stare appresso a tutte le inchieste che hanno colpito (i) Cesaro. Dell’ultima c’è stato un recente sviluppo: il Senato ha autorizzato l’utilizzo di 6 intercettazioni contro Luigi ’a purpetta, estrapolate da un’indagine della Dda di Napoli sulle infiltrazioni del clan nel comune di Sant’Antimo. Il nastro va riavvolto al giugno 2020, quando furono arrestati (di nuovo) i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro (già sotto processo per altra inchiesta del 2017 che pure toccò Luigi) e fu arrestato per la prima volta l’altro fratello Antimo. Mentre per Luigi Cesaro, anche lui indagato di concorso esterno in associazione camorristica, il gip Maria Luisa Miranda decise di non decidere sulla richiesta di arresto in carcere. Preferì chiedere prima al Senato un chiarimento sull’utilizzabilità di alcune intercettazioni indirette del parlamentare. Di quelle 28 conversazioni, ora gliene tornano indietro sei. In base alle quali provvederà sulla richiesta di arresto.

L’eventuale ordinanza verrebbe poi notificata al Senato per il consueto iter sull’accoglimento o meno che Cesaro conosce bene, non essendo la prima volta che gli capita. Finora, come nel 2014 per il Pip di Lusciano (fu poi prosciolto), o come l’anno scorso per un’accusa di corruzione della Procura di Torre Annunziata, il Riesame l’ha sempre annullata prima che la giunta per le autorizzazioni analizzasse il fascicolo.

Cesaro ha attraversato acquazzoni senza bagnarsi. Salvandosi anche con le guarentigie parlamentari o le modifiche giurisprudenziali sull’utilizzo delle intercettazioni. Come nel caso dell’inchiesta di Torre Annunziata su un progetto di housing sociale di Castellammare di Stabia sponsorizzato da Adolfo Greco, imprenditore del latte che negli anni 70 con altri due soci acquistò il Castello Mediceo a Raffaele Cutolo e nel 1981 accompagnò gli uomini dei servizi segreti nel carcere di Ascoli Piceno a trattare con il boss della Nco, la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo rapito dalle Br. Cesaro fu rinviato a giudizio – e assolto – nel maxi-processo ai cutoliani nel quale emerse che si era rivolto a donna Rosetta Cutolo per chiedere protezione. Ora i pm torresi lo accusano di aver ricevuto da Greco una mazzetta da 10 mila euro. Hanno intercettato l’imprenditore mentre dice “prepara diecimila, debbo fare un servizio…”. Intercettazione, come altre, inutilizzabile per il Riesame, perché proveniente da altra indagine su reati di camorra a carico di Greco. Il ricorso in Cassazione dei pm è stato accolto. Ma le motivazioni non sono ancora uscite, a distanza di mesi. Il tintinnio di manette è un rumore di fondo della vita di Cesaro. Ma è rimasto, per l’appunto, solo un rumore di fondo.

Lodi, Di Maio chiede scusa. Ma l’ex sindaco assolto ha confessato

Quando un caso giudiziario diventa un caso politico, di solito va a finire che a farne le spese sono tanto la giustizia quanto la politica. Il caso Uggetti, per esempio. Si apre il 3 maggio 2016, quando viene arrestato il sindaco Pd di Lodi, Simone Uggetti, successore e fedelissimo del vicesegretario renziano del Partito democratico, Lorenzo Guerini. Condannato in primo grado a 10 mesi per turbativa d’asta, ora è assolto in appello. Parte la consueta onda dei sedicenti “garantisti” che attaccano la magistratura e il “partito delle manette”, si scagliano contro la “barbarie del giustizialismo” e santificano Uggetti come vittima. A questo però si aggiunge – ecco la novità – la reazione di Luigi Di Maio (il Pd nel 2016 era concorrente dei 5 Stelle, oggi è alleato) che con una lettera al Foglio chiede scusa per la “gogna mediatica” a cui Uggetti fu sottoposto. Giuseppe Conte aggiunge che “riconoscere un errore è una virtù”, Chiara Appendino loda il suo “coraggio”, Stefano Buffagni arriva a proporre di candidare Uggetti nel collegio vacante di Siena, a titolo risarcitorio. Eppure il resto del M5S, rimasto ufficialmente in silenzio, è atterrito dall’ennesima inversione a U e dai toni feroci con cui Di Maio fa autocritica, arrivando a definire i comportamenti di allora come “grotteschi e disdicevoli”.

Ma i fatti, i nudi fatti, come si sono svolti, al di là delle qualificazioni giuridiche e delle altalenanti sentenze? L’arresto del sindaco, chiesto dal pubblico ministero in base a denunce e intercettazioni, fu concesso dal giudice perché Uggetti stava cercando di distruggere le prove e inquinare le indagini. Era accusato di aver truccato un bando d’appalto comunale per favorire un’azienda chiamata addirittura a partecipare alla stesura del bando: una gara self-service. Aveva poi fatto pressioni su una funzionaria del Comune, Caterina Uggè, che gli aveva detto che non se la sentiva di forzare le norme e poi era andata a denunciarlo. Quando poi lo avevano avvertito di essere sotto indagine, Uggetti si era presentato dal comandante locale della Guardia di finanza per chiedere un trattamento di favore. Non avendolo ottenuto, si era dato da fare per cancellare le prove dal suo pc e dal telefono: “Estrai tutti i documenti e formattali!”, ordina (intercettato). Non ci riesce e viene arrestato. Il gip scrive che il sindaco dimostra, nelle intercettazioni e nelle testimonianze, una “personalità negativa e abietta”, “proterva” e “spregiudicata”. Truccava appalti, intimidiva la funzionaria che non lo voleva assecondare, aveva a disposizione talpe che lo informavano sull’indagine, chiedeva un occhio di riguardo al comandante della polizia giudiziaria, provava a distruggere le prove. Dopo il suo arresto, i 5 Stelle chiedono che si dimetta da sindaco. E lui lo fa, anche perché ammette le sue colpe, confessa che sì, ha truccato la gara: ma solo per il bene della città, aggiunge a sua discolpa.

Tutta colpa della piscina di Guerini: Uggetti viola le leggi per cercare di aggiustare una situazione disastrosa creata dal suo predecessore. È il 2007 quando Guerini, allora sindaco di Lodi, lancia il progetto La Faustina, grande centro sportivo comunale con piscina coperta. Costo: 13,6 milioni di euro. È un bagno di sangue. Ci perde il Comune e ci perdono i privati coinvolti nell’operazione di project financing. La ditta costruttrice, la Iter coop di Lugo di Romagna, nel 2014 dichiara fallimento. A gestire La Faustina arriva la società Sporting Lodi, che chiude la stagione 2014-2015 con 500 mila euro di buco, che si aggiungono ai 350 mila della stagione precedente. È a questo punto che Uggetti cerca il modo per aggiustare le cose: lancia una gara (truccata) per la gestione delle due piscine scoperte Belgiardino e Concardi (che a differenza della Faustina rendono bene) e con un bando su misura la fa vincere alla Sporting Lodi, per compensarla delle perdite della Faustina. In primo grado, la sentenza ritiene provata “l’esistenza del fatto antigiuridico e colpevole degli imputati” e sostiene che “non vi è dubbio che Uggetti e Marini (il legale della società favorita, ndr) non solo abbiano interloquito illegittimamente tra loro per tutta la durata della procedura, dalla sua ideazione a oltre l’aggiudicazione, ma abbiano di fatto gestito e diretto l’intero sviluppo della stessa, fino a concordare addirittura il sistema per cancellare eventuali prove compromettenti”. Tutto puntualmente provato in diretta da intercettazioni e documenti e confermato dalla confessione di Uggetti. Il 25 maggio 2021, la Corte d’appello di Milano assolve perché “il fatto non sussiste”. Leggeremo le motivazioni della sentenza, per capire questa svolta. I fatti restano però quelli qui raccontati e ammessi dallo stesso Uggetti, che ora diventa un eroe, ingiustamente sottoposto a “gogna mediatica”. Cui ha partecipato, ammettendo le sue colpe.

La legge dei Migliori

Contravvenendo all’impegno preso ieri, ho letto i giornali. E – sorpresa! – nessuno di quelli che attaccavano Conte perché voleva assumere 300 tecnici nella task force a Palazzo Chigi per controllare gli appalti del Recovery ha attaccato Draghi perché vuole assumere 350 tecnici nella task force a Palazzo Chigi per controllare gli appalti del Recovery (salvo cambiare idea ieri). Strano, vero?

Ora immaginate che sarebbe accaduto se Domenico Arcuri, quand’era commissario, fosse stato fotografato mentre chiacchiera al chiuso con altri a distanza ravvicinata e senza mascherina e pranza in piedi in un locale chiuso (cose vietate a tutti gli altri italiani), per giunta in un buffet senza distanze di sicurezza in un assembramento di decine di persone (mentre i buffet, a noi comuni mortali, sono consentiti solo a distanza di 1 o 2 metri e senz’assembramenti). Tutti ne avrebbero preteso le immediate dimissioni, come peraltro hanno fatto anche se Arcuri non faceva nulla del genere. L’ha fatto ieri a Perugia, come ha documentato Tpi con le foto qui accanto, il generalissimo Figliuolo. Possiamo anticiparvi in esclusiva mondiale che nessuno chiederà la sua testa, anche per l’oggettiva difficoltà di trovarla.

Un ultimo esercizio. Sentite queste parole, riportate dall’Ansa: sul prossimo via libera dell’Ema al vaccino dai 12 anni in su, “speriamo domani ci sia il via, speriamo a immunizzare tutti i nostri ragazzi, è fondamentale non solo per essere a scuola ma anche dal prima e il dopo: si devono incontrare è giusto lo facciano, la scuola è già sicura”. E ancora: “Abbiamo predisposto tutto per un esame di maturità che sia tale: quest’anno abbiamo introdotto il fatto che da marzo i Consigli di istituto hanno predisposto un elaborato. Non è un esame a caso ma un esame che parte da uno scritto pensato, ragionato, discusso. È importante sapere scrivere, altrimenti non si sa parlare”. Sante parole, almeno le ultime nove. Il resto appartiene a un idioma finora sconosciuto, probabilmente di ceppo non indoeuropeo. Immaginate se a parlare così fosse stata Lucia Azzolina: apriti cielo. Invece per fortuna è il suo successore Patrizio Bianchi, non nuovo alle licenze poetiche, o prosaiche. Al giuramento, gli domandarono quando avesse saputo della nomina e lui rispose sicuro: “L’ho imparato ieri… Speriamo che faremo tutti bene”. Inezie, rispetto agli annunci sulla scuola che “sarà la prima a riaprire” e invece è stata la prima a richiudere”; o sulla fine dell’anno scolastico spostata “a fine giugno per recuperare le ore perse” e poi addirittura anticipata di una settimana. Ma nessuno dice niente. È la legge dei Migliori, detta anche del marchese del Grillo: io so’ io e voi nun siete un cazzo.

“Alle feste mi annoio: preferisco immedesimarmi nella sedia”

Sapete come si fa alle feste, arriva il momento durante la conversazione in cui qualcuno si alza e va a preparare un altro drink. La stanza è silenziosa e piena di fumo. Nessuno parla, lasci che gli occhi si fissino e vedi doppio. Lasci andare gli occhi; vuoi lasciarli andare; preferisci, per esempio, osservare una sedia. Guardala! Il suo colore, la grana delle sue striature, le ombre soffici, i braccioli rigidi al loro posto, le quattro gambe che battono sul pavimento. Niente è più importante di quella sedia. La guardi e la riguardi. Poi qualcuno si muove, parla, ti riempie il bicchiere e mentre le bocche si muovono e gli occhi mettono a fuoco la stanza riquadra. I tuoi occhi sono veramente ritornati o li hai perduti in quella sedia? Penso che i miei li darò via. Il punto del pericolo deve essere questo – la sedia. Penso che abbia inizio qui, ma non sono sicura. Che sia una qualche malattia? Sono così stravagante io? Sono sicura che tutti adottino un trucco per fissare lo sguardo. Ma loro ritornano. Forse ho concesso troppa fiducia a me stessa; forse non avrei dovuto cercare di diventare la sedia. Probabilmente gli altri lo fanno diversamente. Ma loro non hanno paura. Perché ho detto paura? Io non ho paura. Mi annoio: mi annoio della festa, della gente, di me stessa. Oppure ho usato la parola paura perché ho paura. Sono spaventata. Non dalla sedia; dall’insieme della festa, che trasforma occhi in sedia… una sedia così priva di senso che alla fine devo mangiare la musica. Sono distaccata, ordinaria come una sedia, immobile, insignificante…

Guardo l’anello portatovagliolo. Lo tengo come uno specchio e un oggetto di fuga, un oggetto degno di essere guardato e riguardato. Sono affascinata. Brillo. Di lei non mi importa. Non mi importa ma vorrei che smettesse. Io sono altrove. Gli altri stanno parlando. Mia Madre mi taglia la carne. Sta parlando e tagliando. Odio la carne. Le mie sorelle si lamentano e ridacchiano. Mamma, Mamma, non tagliarle la carne. È grande ormai. Un po’ le sento. Sono grande ormai. Sono più grande di prima. Ho dieci o dodici anni, penso. Non porto il rossetto e non ho seno. Ma sono alta. Alta come mia Madre. Non dico niente e mia Madre mi taglia la carne. Sta ancora masticando. Mi rigiro il portatovagliolo fra le dita. È molto liscio. Brilliamo. Io sono l’anello portatovagliolo… Prende il mio anello e lo appoggia accanto al suo piatto, poi mi rimette il piatto di fronte. Tra poco finirà di mangiare e fumerà. Il portatovagliolo non c’è più e io devo mangiare la carne. Provo a non ascoltarla. Se la ascolto divento lei. È difficile pensare.

© 1972 by L. G. Sexton, as Literary Executor of the Estate. By arrangement with The Italian Literary Agency and Sterling Lord Literistc

“Dio esiste. È nella macchina da scrivere di Anne Sexton”

Icona della poesia confessionale, premio Pulitzer nel 1967 con la raccolta Live or Die, ribelle, irrequieta, alla costante ricerca di nuovi stimoli, frammentata, dipendente (da alcol e psicofarmaci) ma anche geniale, passionale, anticonformista, chic, sempre ben truccata, spesso fasciata da abiti rossi e fedele ai tacchi a spillo, artisticamente unica. Suicida a 45 anni, dopo diversi tentativi, come l’amica Silvia Plath. Insieme parlavano di morte e autodistruzione “con ardente intensità, attratte da questa come le zanzare dalla luce elettrica”. A Sylvia, che compì il gesto estremo undici anni prima di lei, dedicò anche una lirica in cui scrisse “She took something that was mine”, prese qualcosa che era mio. Eppure sulla carta Anne Sexton avrebbe potuto avere un’esistenza invidiabile.

Sfrontatamente bella e magnetica, nacque nel 1928 in una un’agiata famiglia del New England, padre industriale, madre discendente di politici e intellettuali. Peccato che dietro la facciata si nascondessero due genitori duri, algidi, giudicanti, alcolizzati, tanto che non si sentì mai accettata, stimata (se non dalla prozia Nana, suo doppio identitario) e continuò a dire di esser stata “chiusa a chiave nella casa sbagliata”. Così provò a crearsi quella giusta: sposò diciannovenne il ricco commerciante Alfred Muller Sexton, si trasferì da Weston a Boston, ebbe due figlie nel giro di due anni, ancora inconsapevole, anche per via della modesta istruzione ricevuta per suo scarso interesse, di avere una profondità creativa. Confidava che aderire al sogno americano della classe media e “badare ai bambini e rimescolare besciamella”, come facevano tutte, l’avrebbe pacificata.

“Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se avessi messo abbastanza amore nello scacciarli”. Scivolò invece nella depressione post parto, le fu diagnosticato un disturbo bipolare e le cliniche psichiatriche diventarono familiari. L’ancora di salvezza fu l’incoraggiamento dello psichiatra Orne, che la spinse a coltivare la sua vena poetica, e il corso tenuto da John Holmes al Boston Center for Adult Education dove conobbe la poetessa Maxime Kunim, che le restò sempre amica.

Anne capì che la poesia poteva essere la terapia più efficace. Sul foglio bianco riversava ciò che la tormentava, dava spazio a temi come aborto, alcol, eros e thanatos, disagio psichico, oppressione dei ruoli sociali imposti, la ricerca di Dio pur essendo atea. Negli anni Sessanta nessuno scriveva come lei. Anne era novità, rivoluzione, cambiamento.

Il libro della follia – uscito nel 1972 e ora riproposto in versione integrale da La Nave di Teseo con l’ottima curatela di Rosaria Lo Russo (e testo inglese a fronte) – contiene venti poesie in stile confessionale, quindi autobiografico, nove componimenti sulla figura di Cristo e tre folgoranti racconti inediti – Ballare la giga (il ritmo narrativo richiama l’andamento veloce di questa antica danza tradizionale; qui sotto ne pubblichiamo uno stralcio in anteprima, ndr), Il balletto del buffone e Cala le ciocche, ispirato alla fiaba Rapunzel dei fratelli Grimm – espunti nell’edizione originaria. Pagine in cui la dolorosa essenza di Sexton pulsa all’impazzata. Quando il 4 ottobre 1974 indossò una vecchia pelliccia appartenuta alla madre, bevve un bicchiere di vodka e si chiuse nel garage per farsi fuori col monossido di carbonio, pose fine anche alla sua poetica, il cui lascito consta di sette preziosi volumi di poesie e quattro libri per bambini con Kumin.

A leggerla viene spontaneo dare ragione a quel prete che un giorno, per confortarla e sedare i suoi dubbi, le disse: “Dio è nella tua macchina da scrivere”.

Passo dopo passo. Fracci: “La mia vita a piedi nudi”

Con l’inizio della guerra sfollai a Volongo dalla mia nonna materna Argelide, per tutti Angelica. Io, mio padre, Fracci Luigi, alpino sergente maggiore in Russia, e mia madre, Rocca Santina, operaia alla Innocenti di Milano, città in cui sono nata e bersaglio del Bomber Command britannico. Libera dalle violenze della guerra, mi divertivo un mondo a far la guardiana delle oche e a menarle al pascolo fino alla riva del fiume Oglio, che fluiva placido con le sue strisce azzurre e verdastre sotto il sole del mattino. (…) La campagna dona a chi la ama tante benedizioni: l’erba, la terra, la luna molto meno diafana e più carnale di quella tra le polveri di Milano; giocare con i vitellini e cadere al loro fianco addormentata, correre nei prati profumati da milioni di fiori e nascondermi tra i miliardi di ombre di pioppi e gelsi per sfuggire alle mie paure di bambina. (…) Vivevo a piedi nudi e trascorrevo le mie giornate tra donne e uomini dai valori autentici che lavoravano i campi con grande dedizione e umiltà e che mi insegnavano l’importanza delle mie radici. (…) Io ero felice: giocavo con la bambolina fatta da mia nonna annodando un fazzoletto e ascoltavo con i miei cugini le fiabe raccontate dagli anziani, ognuna con protagonisti un bimbo obbediente ricompensato e un bimbo disobbediente punito; sempre un lieto fine, quasi a voler riscattare la povertà di cui, in realtà, noi piccoli non sentivamo alcun peso, perché per noi quello che c’era c’era e quello che non c’era non c’era. (…) Alla nonna raccontavo dei giochi che avevo fatto durante la giornata, e lei raccontava a me storie della sua e della mia infanzia, come quando la mamma aveva pochissimo latte e, per non farmi soffrire la fame, lei prendeva un pezzetto di mollica di pane, la masticava ben bene e me la passava in bocca. Ancora oggi questi sono i ricordi nei quali mi rifugio se mi sento a corto di me stessa. (…)

Con la fine della guerra tornammo a Milano. In un primo tempo fummo ospiti in via Tallone da zia Virginia, presto però mio padre fu impiegato all’azienda tranviaria come bigliettaio, così ci trasferimmo in una casa popolare di via Tommei, uno di quei casermoni gialli con scale buie e strette. La vita in città era molto diversa da quella in campagna, non potevo più stare a piedi nudi, ma c’era un cortile grande dove trascorrevo le giornate a correre, giocare a nascondino e cantare filastrocche come Madama Doré o Giro giro tondo… erano giornate innocenti, leggere, luminose. Giornate incredibili. (…) I miei genitori erano ancora molto giovani (…) e, nonostante la guerra avesse rubato loro gli anni migliori, erano ancora pieni di voglia di divertirsi. Qualche sera mi portavano con loro al bar-biliardo dell’incrocio vicino a casa; mentre loro danzavano il tango figurato, io giravo in tondo ondeggiando a ritmo di musica e reggendo la gonnellina scozzese con la mano destra. Al termine di ogni ballo, gli amici dei miei genitori mi offrivano piccoli cioccolatini al latte fino a quando una signora figlia di un orchestrale chiese: “Perché non la portate alla Scuola della Scala? Ha molta musicalità”.

Riaperta da poco grazie all’intervento del sindaco Antonio Greppi, la scuola era gratuita e mio padre decise di accompagnarmi con la mamma agli esami di ammissione, fiero di me e della sua divisa di manovratore, incarico che aveva iniziato a ricoprire dopo quello di bigliettaio. (…) Era un uomo di grande tempra e mi chiamava “Nervuseti” o “Gamba de seller”, “gamba di sedano”, perché avevo le gambe magre come lui e il suo stesso carattere impaziente. La sera smontava al deposito di viale Molise e, una volta a casa, metteva sul grammofono un disco con un’aria della Turandot o della Bohème. Pur amando l’opera, di certo non immaginava che il futuro avesse in serbo per sua figlia una carriera di fronte a un pubblico. (…)

Il mio non fu un bell’esordio: “Gracilina, ma la ghà un bel faccin, prendee anca questa” disse in autentico milanese l’allora direttrice Ettorina Mazzucchelli. Superammo l’esame in trentacinque. (…) Avrei conseguito un titolo di studio e, con ogni comparsata, avrei guadagnato qualche lira per contribuire al bilancio della famiglia. (…). La maestra Edda Martignoni convocava spesso mia madre: “Non si applica. Dovrebbe impegnarsi di più”. Le spiegava che la scuola di ballo mette una bambina in condizione di formarsi per il mondo e per la vita, ma dà anche pochissime certezze, soprattutto se la piccola non dimostra l’interesse necessario. Lei tornava a casa e diceva: “Carla, tuo papà e io lavoriamo molto. La vita è difficile, si fa tanta fatica, e per affrontarla ognuno di noi deve trovare la propria speranza.” (…) Un giorno tornai a casa e le dissi che avrei dovuto portare un mazzo di fiori o una scatola di cioccolatini alla maestra, come facevano altre bambine: “Noi, cara, non possiamo. Vedrai che basterà la tua capacità”. Imparai a darle ascolto.

Italia, basta regole ci pensa il bomber “Ronaldo” Draghi

Licenziatoristi à gogo, pontisti sullo Stretto, appaltatoristi no-Cod (contrari al Codice degli appalti), liquidatori no-Sopr (contrari alle Soprintendenze), lib-ripartisti, roadmappisti estremi, filo-militar-vaccinisti, l’italiariapristi: parlano tutti alla stessa maniera, con gli stessi stilemi. Sconfitto il Covid, liquidati Galli e Crisanti, il grande partito Lega Italia Viva Confindustria Federalberghi Gedi Libero Il Giornale fa finalmente ripartire l’Italia; alto si alzi il grido di urrà! anche dalle nostre colonne.

Ecco la road map delle aperture (Ansa). La road map delle riaperture (Linkiesta). Transizione ecologica, Cingolani: “Ecco la roadmap” (Adnkronos). Caffè al bar e matrimoni: la road map delle riaperture (Il Giornale). Riaperture, la road map (L’Eco di Bergamo). La road map è pronta (La Stampa).

Manca che fanno fare una road map anche al Papa.

Papa Francesco accelera il Sinodo in Italia, ecco la road map per rinnovare la Chiesa (Il Messaggero).

Ecco il timing delle riaperture (Agi).

Oh, finalmente un po’ di originalità.

Licenziamenti, l’inganno di Orlando (Il Sole 24 Ore).

Come si permette Confindustria di trattare il Governo che non segue pedissequamente i suoi diktat come un cameriere che ruba? Chi mai gli ha fatto credere di avere questo potere? Certo non il Governo!

A metà aprile 500mila vaccini al giorno. Il mio obiettivo è superare le 500mila somministrazioni al giorno entro giugno. 1 milioni di vaccini a giugno: l’imperativo è categorico. A settembre saremo tutti vaccinati. L’80 per cento della popolazione: obiettivo a fine settembre (Gen. Figliuolo, Comm. Straord. Emergenza Covid).

Ci vuole pazienza.

Bisogna liberare risorse, liberare energie! (Stefano Zurlo Il Giornale, a Ottoemezzo).

Dice Zurlo che i ricchi e le imprese sono “energia creativa del Paese che cresce dal basso”. Bisogna aiutare gli imprenditori che “non trovano camerieri, un artigiano in Salento non trova artigiani, gli stabilimenti balneari non trovano parcheggiatori”. Perciò occorre licenziare più lavoratori: non fa una piega.

I gestori della funivia ammettono: “Disattivato il freno per evitare disagi e non perdere turisti”. Un mese di problemi ignorati per aprire a tutti i costi (Il Giornale).

Ma sì, togliamo un po’ di regole, facilitiamo gli appalti e diamo un po’ di soldi a queste energie creative che crescono dal basso.

L’assedio dei comunisti (Il Giornale).

E questo è niente. Vedrete quando ci saremo organizzati e costringeremo le imprese pure a pagarci il lavoro!

Se quei 10mila euro (della tassa di successione, ndr) li dai a un imprenditore, poi quello crea un posto di lavoro per un ragazzo. Va aiutato chi è in grado di aiutare il ragazzo (Sallusti, Libero).

Ma io toglierei pure la paghetta ai ragazzi poveri per darla a chi li fa lavorare.

L’Italia riparte (coro unanime).

L’ultima volta che il Paese è stato investito dalla piena di uno slogan altrettanto pervasivo (e demenziale: non a caso era lo slogan di Renzi 2014), lo slogan era “Andrà tutto bene”, seguito a ruota da “Ne usciremo migliori”. Vedete un po’ voi.

Draghi: “Tra due mesi mascherine via” (Il Messaggero).

Verso che ora?

Mi piacerebbe che epidemiologi, microbiologi, virologi facessero come i grandi artisti, trovassero il momento giusto per uscire di scena. E il momento giusto è questo (Giuliano Guida Bardi, albergatore sardo, Ottoemezzo).

Che escano i virologi, che entrino gli albergatori. Intanto comincino a disinfettare i telecomandi. Poi parlano.

Il blocco dei licenziamenti finisce per bloccare ogni cambiamento (Domenico Siniscalco, Ministro dell’Economia nei Governi Berlusconi II e III, Repubblica).

Che sono quelle facce? Chi viene licenziato deve gioire: contribuisce al cambiamento!

Draghi è la nostra fideiussione bancaria verso l’Europa (Pera, ex presidente del Senato).

Il nostro Mes è lei, Presidente Draghi (Faraone, senatore Iv). Mario Draghi è il nostro Churchill. (Ungaro, deputato Iv).

Quando sarà esaurito il parco statisti, sistemi di credito, eroi greci e personaggi del mito, cominceranno a dargli dell’orsacchiotto, del gattino, del passerotto loro?

Draghi è un fuoriclasse, come Ronaldo: non può stare in panchina (Giorgetti, Lega). Draghi è come Baggio: non gli spieghi come si tirano i rigori (Renzi, Iv). Ho sentito paragonarla a Ronaldo e a Baggio. Mi consentirà di paragonarla a Totti, al Capitano, al quale riconosciamo lungimiranza, intelligenza e precisione nei passaggi (Giachetti, Iv).

Ma piantatela, su.

Ponte sullo Stretto: opera strategica per rilanciare il Mezzogiorno (FI). Un sogno realizzabile (Iv).

I contrari ormai si contano sulle dita di una mano. Stai a vedere che è davvero una buona idea, nel Paese che ha affrontato una pandemia con poche migliaia di terapie intensive e dove medici e infermieri sono caduti come mosche perché mancavano le mascherine negli ospedali.

Allora non facciamole proprio, le opere! (Sebastiano Barisoni, Il Sole 24 Ore).

Lei ci tenta, tentatore!

Idea folla di Letta. Il bonus ai 18enni è una buona cosa, l’idea di alzare le tasse è una follia, è masochismo. (Renzi, Iv).

Il bonus ai 18enni era pagato con soldi pubblici, anche dei poveri, e destinato a ricchi e poveri. Adesso si tratterebbe di togliere ai ricchi per dare ai poveri, il che, voi capite, per uno come Renzi è follia (o parafilia per certe serate mosce).

È il momento di dare soldi, non di prenderli (Draghi, PdC, sulla proposta di tassa di successione sopra 1 milione di euro).

Dev’essere per questo che in Italia ci sono 5,6 milioni di poveri assoluti, un milione in più dall’inizio della pandemia. Abbiamo fatto troppo gli interessi dei deboli e penalizzato i ricchi.

BoJo: “Disastro Covid? Fake news”

“Metto agli atti del Parlamento che quelle accuse senza prove sulla mia onestà sono false. Sono sempre stato totalmente sincero in pubblico e in privato”. Durante un question time alla Camera dei Comuni, il ministro della Salute Matt Hancock ha replicato così al gravissimo attacco dell’ex consigliere speciale del governo, Dominic Cummings, che mercoledì, di fronte alla Commissione parlamentare Scienze e Salute, lo ha accusato di aver mentito ripetutamente su aspetti decisivi della gestione della pandemia Covid e di essere di conseguenza corresponsabile di “decine di migliaia di morti” evitabili. Ha aggiunto di non aver visto tutta la deposizione di Cummings perché “era occupato a salvare vite”, e ha liquidato le parole dell’accusatore con il sempre sospetto “alla gente queste cose non interessano”.

È probabile che abbia ragione: i primi sondaggi lampo post-deposizione confermano che solo una forbice fra il 14 e il 21% del campione considera Cummings credibile e che le sue parole non hanno per ora smosso il consenso per il governo. Sulla deposizione è intervenuto anche il primo ministro Boris Johnson, che Cummings ha definito, fra le altre cose, “del tutto inadeguato”. In un’intervista video, opportunamente girata in un ospedale, in maniche di camicia e con mascherina chirurgica, ha dichiarato che “alcuni di quei commenti sono lontanissimi dalla realtà” e che quello che importa alla gente (sic) è che si proceda con il piano di riaperture. Che rischia qualche ritardo: se il numero di casi di variante indiana cresce ancora, la riapertura totale prevista per il 21 giugno finirà per slittare. Ora sta a Cummings portare le prove, come si è impegnato a fare: e potrebbe essere difficile se gli scambi a cui ha fatto riferimento erano i cosiddetti explosive messages, messaggi telefonici che si auto-cancellano dopo qualche giorno: una pratica di comunicazione apparentemente molto utilizzata dai membri dell’esecutivo, e stigmatizzata dagli attivisti per la democrazia visto che rende impossibile ogni verifica indipendente sul loro operato.