Genocidio, Macron (quasi) si scusa pur di fare affari

Macron è il primo presidente francese ad ammettere le responsabilità che Parigi ha avuto nel massacro dei Tutsi del 1994, in Ruanda, ma chi si aspettava di sentirgli pronunciare delle scuse esplicite sarà rimasto deluso. “La Francia ha un ruolo, una storia e una responsabilità politica in Ruanda. E ha un dovere: guardare in faccia la storia e riconoscere la sofferenza inflitta al popolo ruandese”, ha detto ieri in un luogo carico di emozione come il Memoriale del genocidio di Kigali, dove sono sepolti i resti di 250 mila vittime.

“Un genocidio non si scusa, ci si convive – ha aggiunto –. Solo coloro che hanno attraversato la notte possono perdonare, e farci allora il dono di perdonarci”. Se non si tratta di un mea culpa in piena regola, se non c’è pentimento, né si additano le colpe di chi all’epoca era alla testa dello Stato, il presidente François Mitterrand e il suo primo ministro Michel Rocard, Macron ha fatto comunque un passo in più rispetto a Nicolas Sarkozy, che, nel 2010, primo presidente francese a recarsi in Ruanda dal genocidio, aveva riconosciuto i “gravi errori” e la “cecità” delle autorità francesi. Ma si era fermato qui, e il suo discorso non era servito a riscaldare le relazioni tra i due Paesi. Per Macron invece il viaggio di ieri è stato “la tappa finale del cammino di normalizzazione delle relazioni” tra Francia e Ruanda. Ha annunciato il ritorno di un ambasciatore a Kigali, posto rimasto vacante dal 2015. E, come ha fatto notare Le Monde, ha portato con sé una decina di dirigenti di aziende francesi, tra cui il direttore generale dell’Agenzia per lo sviluppo, Rémy Rioux. “Il Ruanda ha registrato performance notevoli negli ultimi anni e può essere considerato una piattaforma potenziale di sviluppo nella regione”, ha detto una fonte diplomatica.

Il dialogo sul piano economico tra Parigi e Kigali sarebbe del resto stato avviato nel 2019 e dei primi accordi firmati già nel 2020 per una “busta di 40 milioni di euro di prestiti a tasso ridotto per contrastare gli effetti della pandemia – scrive Le Monde – e 5,8 milioni di euro di doni per un programma di formazione professionale e insegnamento del francese”. Nel suo discorso di ieri Macron si è ispirato molto al rapporto che lui stesso aveva commissionato allo storico Vincent Duclert per indagare sul ruolo di Parigi nel genocidio, in cui sono morti più di 800 mila Tutsi. Il documento, consegnato a marzo, aveva concluso che la Francia ha avuto una “responsabilità seria e schiacciante”, per non avere riconosciuto la portata della tragedia che si preparava e non aver reagito per impedirla. Ma che non poteva essere considerata “complice”. Sono appunto le parole usate ieri da Macron.

Nel pomeriggio, il presidente Kagame ha riconosciuto che il discorso di Macron è stato “un gesto di coraggio” e che per lui ha “più valore delle scuse”. Ma per i ruandesi, oltre che per molte personalità francesi, le scuse ufficiali a nome della Francia sarebbero state un gesto più forte. Un’occasione mancata. Il Collettivo di parti civili per il Ruanda ritiene ci sia stata “una mancanza di rispetto per le vittime”. “Ci aspettavamo scuse chiare, non ci sono state – ha commentato anche Egide Nkuranga, presidente dell’associazione Ibuka di sostegno alle vittime del genocidio –. Ma Macron – ha aggiunto – ha davvero cercato di spiegare cosa è successo e cosa non hanno fatto. È importante. Vediamo cosa ci riserva in futuro”.

 

“Il mondo è cambiato, e anche io. Aiutiamo Gaza a vivere meglio”

Finita la cacofonia della guerra, è venuto in Israele il momento delle domande. “Sarà sempre così? Morti di qua e morti di là, fino alla fine dei giorni?”. Lo chiedo a Ehud Olmert, ex premier, oggi uomo d’affari, conferenziere e opinionista che scrive ogni settimana analisi politiche per il giornale Maariv. Mi riceve nella sua casa di Tel Aviv, sul tavolo un cartello usato in una dimostrazione che dice “ebrei e arabi rifiutano di essere nemici”.

“La guerra è finita – afferma – e i terroristi di Hamas ne sono assolutamente colpevoli e responsabili. Da anni si accaniscono in modo sistematico contro civili israeliani della zona limitrofa a Gaza per rendere la loro vita un inferno. E che sia chiaro: noi non occupiamo Gaza. Ci siamo ritirati da Gaza nel 2006. Gaza non è una colonia israeliana. I civili israeliani sono vittime innocenti di Hamas così come lo sono quelli di Gaza.

Cosa farebbe se oggi lei fosse alla guida del governo?

Cambierei totalmente la nostra politica nei confronti di Gaza.

In che modo?

Creando un rapporto diretto con i suoi abitanti, non mediato attraverso Hamas. Vivere a Gaza è molto difficile, e lo è ancora di più sotto i bombardamenti; bisogna aiutare i suoi residenti che per la grandissima maggioranza non sono dei fanatici o dei terroristi. La mia idea prevede l’elaborazione di una serie di progetti per migliorare la vita nella Striscia, permettendo a chi lo desidera di tornare a lavorare in Israele, creando facilitazioni al commercio, costruendo il porto, realizzando nuovi posti di lavoro.

Chi potrebbe lavorare con Israele a questo progetto?

Europei, americani e chiunque altro abbia a cuore la vita dei cittadini di Gaza e la fine di questo conflitto. Solo il benessere potrà aiutarli a staccarsi dal dominio del terrorismo di Hamas. Molti qui dicono che potrebbe essere pericoloso, comporterebbe per Israele dei rischi dal punto di vista della sicurezza, ma siamo un Paese forte, abbiamo un esercito tra i più forti del mondo e quindi ci possiamo permettere di prendere decisioni che potrebbero risultare pericolose. Altrimenti non c’è speranza e possibilità di cambiamento.

Anche con i palestinesi della Cisgiordania è possibile trovare una soluzione, raggiungere un accordo?

Certamente. I palestinesi vivono accanto a noi, ci osservano e vogliono vivere nel miglior modo possibile, e perché no, a volte anche imparare da noi. Anche in questo caso la autodeterminazione e la creazione di uno Stato palestinese comporterebbero per la nostra sicurezza notevoli rischi ma, ripeto, senza osare non si può creare una realtà di pace e convivenza.

Se ciò avvenisse, si verrebbero a creare non uno ma due Stati palestinesi, uno a Gaza, uno nella Cisgiordania.

No, sarebbe un unico Stato unito da un’autostrada.

E Gerusalemme?

Gerusalemme rimane il nodo del conflitto, ma anche qui ci sarebbe la soluzione. La parte araba dovrebbe diventare la capitale palestinese e quella ebraica, la capitale israeliana, mentre i luoghi santi alle tre religioni rimarrebbero di “proprietà” solo di Dio che appartiene a tutte le religioni, e potrebbero godere della supervisione di un comitato internazionale. Lo proposi ad Abu Mazen nel 2008. Se solo avesse accettato…

Un bel cambiamento dall’inizio della sua carriera politica, un bel passaggio dalla destra cui apparteneva un tempo alla posizione attuale.

Il mondo è molto cambiato in questi anni, non crede? E perché non dovrei cambiare io?

E nel frattempo la politica israeliana sta vivendo un momento tutt’altro che facile. Tra pochi giorni sapremo se “la coalizione del cambiamento” ce la farà a creare un governo.

Lo spero davvero, con tutto il cuore. E poco importa chi diventerebbe a questo punto il nuovo premier, se Bennett il religioso, Merav Michaeli la femminista, Yair Lapid il liberale, Lieberman il russo o Benny Gantz, l’ex capo di Stato maggiore. L’importante è cambiare governo, tenendo anche conto della nuova posizione dei politici arabi israeliani che per la prima volta stanno diventando parte attiva del gioco politico. Finora, per le quattro precedenti elezioni, ci avevo visto giusto nella mia analisi della situazione e temo che anche questa volta, per fine settembre inizio ottobre, saremo di nuovo alle urne per la quinta volta. La coalizione del cambiamento alla fine non ce la farà, temo.

E alle quinte elezioni di nuovo si finirà con un pareggio?

A mio parere questa volta Netanyahu perderà definitivamente la possibilità di tornare al governo e sarà la fine della sua carriera politica, e per questo faccio fatica ad accettare il pessimismo che gravita intorno a molti dei ‘no-Bibi’.

Inutile chiederle se è ottimista o pessimista…

Ottimista, chiaro. Ottimista a mio parere è colui che vede davanti a sé tutti i pericoli ma cerca in ogni modo come aggirarli. Diciamo che sono un ottimista pragmatico.

Un commento sulle sue vicende giudiziarie?

Non sono stato il primo a subire una grave ingiustizia né sarò certo l’ultimo. Potevo scegliere di rimanere chiuso nel mio risentimento o andare avanti. Ho deciso di andare avanti e di continuare a lavorare per il mio Paese.

Armeni, il silenzio come maledizione

Le storie degli apolidi quasi sempre possono far venire il mal di testa, da quanto sono complicate. Prendete ad esempio Sonya Orfalian, oggi felicemente cittadina italiana. Nata a Tripoli, non fu mai riconosciuta cittadina libica perché il padre vi era giunto, arruolato nell’armata britannica, da Gerusalemme dove a sua volta era nato.

Dunque per la burocrazia di re Idris e poi di Gheddafi, gli Orfalian erano da considerarsi profughi palestinesi. Ciò che rese molto complicato l’espatrio di Sonya in Italia, dove infine le fu riconosciuta, in base alla Convenzione di Ginevra, lo status di rifugiata a lei spettante in quanto apparteneva alla terza generazione di fuggiaschi sopravvissuti al genocidio armeno.

Solo ottant’anni dopo gli avvenimenti che avevano strappato con la violenza la sua famiglia dalla città turca di Urfa (nota anche come capitale del regno crociato di Edessa), costringendone in diaspora i pochi superstiti, l’identità di Sonya otteneva un riconoscimento giuridico delle persecuzioni subite. Gli Orfalian in verità non avevano un vero cognome. Gli venne assegnato per richiamo al luogo d’origine. Erano cioè un brandello di quel che restava del popolo armeno che nel 1915, poco prima di crollare, l’Impero ottomano aveva diagnosticato corpo estraneo, nemico interno da estirpare. Un progetto di annullamento delle minoranze nazionali sul territorio della penisola anatolica intorno a cui i “Giovani Turchi”, guidati da Atatürk, intendevano fondare il nuovo assetto dello Stato. Come? Liberandosi delle etnie non islamiche (armeni e greci); e assimilando con la forza i curdi e le altre minoranze islamiche. Non a caso, ancora oggi, i kemalisti, cioè gli eredi politici laici di Atatürk, pur rivaleggiando con il neo-ottomano presidente Erdogan, restano i più accesi negazionisti dello sterminio di un milione e mezzo di armeni. Ciò che nel mondo, da papa Francesco a Biden, viene ricordato come il primo genocidio del XX secolo, resta in Turchia argomento intoccabile. A citarlo si può incorrere nel reato di “vilipendio dell’identità nazionale”, com’è accaduto al premio Nobel Orhan Pamuk e al giornalista Hrant Dink, assassinato nel 2007 da un sicario per aver osato tanto.

Questa censura, questa proibizione anche solo a evocare i manifesti che imponevano agli armeni di lasciare le loro case entro cinque giorni, le marce della morte dei deportati verso la Siria, l’addestramento a sterminare senza pietà anche le donne e i bambini, restano un gigantesco non detto. Anche fuori dai confini della Turchia si è creato un clima per cui parlarne sembra pericoloso. O quantomeno inopportuno.

Lo sa bene Sonya Orfalian che per tutta la sua gioventù, a Tripoli, in casa conservava per lingua madre l’armeno e vedeva perpetuarsi le tradizioni della perduta Urfa, ma delle atrocità subite sentiva parlare solo per accenni. Anche dal nonno materno, deportato in catene in Libia quand’era ancora sotto l’Impero ottomano, e per questo scampato al genocidio.

Nel corso della sua vita, Sonya si è dedicata a custodire in diaspora la propria cultura d’origine, dalle favole per bambini alle usanze di cucina. Ma solo di recente ha trovato il coraggio di trascrivere in un libro pubblicato in Francia dall’editore Gallimard l’indicibile. Si intitola semplicemente Parole di bambini armeni. 1915-1922. Si compone di 36 racconti in prima persona, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto armeno. Le rimbombano dentro fin dalla sua prima infanzia, ma li ha sempre catturati solo per accenni perché i sopravvissuti della comunità armena – a loro volta testimoni bambini sopravvissuti per caso all’epoca dei fatti – certo non volevano infliggerne il peso sulle spalle di chi aveva ancora una vita davanti.

Difatti, più che racconti Sonya li definisce sussurri. Quasi sempre catturati origliando, chiedendo timidamente e sentendosi rispondere che forse era meglio non sapere. Leggerli è un’esperienza dura, al limite dell’insopportabile, e qui non mi dilungherò nel resoconto delle atrocità subite spesso in prima persona da chi si è salvato solo perché ricoperto dal corpo insanguinato di un nonno; o da chi ricorda le donne contrassegnate in volto come usavano fare i pastori con le pecore: kiliç artigi (“i resti della spada”) venivano chiamati quegli sfregi.

Gli autorevoli inquadramenti storici di Joel Kotek, Yves Ternon e Gérard Chaliand che corredano questo struggente libro della memoria, confutano definitivamente le obiezioni di chi a lungo si è ostinato a negare la correlazione diretta fra il genocidio armeno e lo sterminio degli ebrei europei perpetrato meno di trent’anni dopo: la Shoah. Ormai è dimostrato che Hitler concepì e pianificò la “soluzione finale” della questione ebraica ispirandosi agli avvenimenti turchi del 1915.

Più volte Sonya Orfalian stessa e gli studiosi citati citano un personaggio che mi è assai caro, e non solo perché frequentò l’università ucraino-polacca di Leopoli negli stessi anni di mio nonno paterno, prima della salvifica emigrazione in Palestina: si tratta di Raphael Lemkin, quasi sempre percepito dai suoi contemporanei come un gran rompiscatole. Lemkin aveva 21 anni e studiava legge quando il suo senso di giustizia venne turbato dalla condanna a morte in contumacia dell’armeno Soghomon Tehlirian. Questi, a Berlino nel 1921, aveva ucciso con un colpo di pistola Mehmed Talaat Pascia, il ministro degli Interni ottomano che fu l’organizzatore dello sterminio dei suoi famigliari. In un secondo processo Talaat fu assolto. L’ebreo Lemkin fu colpito dalla sorte degli armeni: “È reato per Tehlirian uccidere un uomo, ma non lo è per il suo oppressore uccidere più di un milione di uomini?”, si chiedeva. Vent’anni dopo toccò a lui scampare fortunosamente alla distruzione di tutta la sua famiglia a opera dei nazisti. Da avvocato, fu Lemkin a coniare nel 1944 il termine “genocidio”, ma ci vollero ancora degli anni affinché nel 1951 le Nazioni Unite ne riconoscessero la fattispecie giuridica di reato contro l’umanità. Lemkin morì d’infarto a 59 anni senza il becco di un quattrino, e al suo funerale parteciparono sette persone. Ma il diritto internazionale gli deve eterna gratitudine.

Così come noi ne dobbiamo a chi recupera dall’oblio la memoria del genocidio armeno, in un’epoca storica che vede riproporsi sinistramente ideologia e pratiche oscene di pulizia etnica.

 

Il Baggio di Netflix: karma & Martufello

Devozione verso gli dèi del calcio (l’unica fede che col tempo non demorde, anzi rinfocola) ne abbiamo vista tanta, ma mai abbiamo visto amare un giocatore quanto fu amato Roberto Baggio. A Firenze avevo un compagno di università, tifoso sfegatato della Fiorentina, che quando Roby fu ceduto passò anche lui alla Juventus, non so se mi spiego. Diceva: “Io tifo Baggio”. Ruppe con gli ultrà viola, si ritrovò solo al Chiosco degli sportivi, diventò buddista anche lui. E certo, la parabola di Baggio, Siddharta in calzoncini di un calcio non ancora desacralizzato, quando il karma contava ancora più di sette milioni di buonuscita, meritava qualcosa di più della patetica, trasognata fiction Il Divin codino. L’estetica di Netflix consiste nella riverniciatura simil-cinematografica di quelli che Sergio Saviane chiamava i fumeggiati televisivi. Primissimi piani, campi lunghi, musiche emozionali, ralenti, patinatura, colpi di sole; ma se gratti, salta fuori la solita vecchia storia da libro Cuore, la piccola vedetta di Caldogno a un passo dal cielo, anzi no, a due passi dal Nirvana, la voglia di farcela che affonda nel rapporto col padre, duro conflitto monosillabico che ogni volta si rinnova in campo – dagli Appennini alle Ande –, finché Mazzone-Martufello non ne spara una degna di Massimo Recalcati: “Stringi stringi, tutti i calciatori nell’allenatore cercano il padre”. Pensa un po’, averlo saputo prima. Soprattutto prima di quel famoso rigore tirato nella finalissima dei Mondiali 1994; e a questo a proposito la fiction di Netflix insinua una morale attualissima in tempi di pandemia. Le previsioni aiutano la nostra volontà, o la fiaccano? Il professor Galli non c’era ancora, ma Baggio padre aveva raccontato al figlio di una promessa fattagli a tre anni: “Papà, ti vincerò i Mondiali battendo il Brasile”. Non era vero, ma il figlio ci credeva ciecamente. E dunque, chi tirò, quel famoso rigore contro il Brasile? L’ego, il karma, o l’inconscio? Dei tre, uno solo ha la mira infallibile.

Una mazzetta da 10 (euro) e lode

E con altri 15 nuovi indagati per corruzione, questa settimana si tocca quota 300, mentre i nuovi accusati di mafia salgono a 1.214. Questa settimana il premio mazzetta va a Vito Pappalardo, indagato per istigazione alla corruzione. Secondo l’accusa, in qualità di incaricato di pubblico servizio, in quanto ausiliario specializzato nel pronto soccorso dell’ospedale Gravina di Caltagirone, Pappalardo ha “sollecitato” la “dazione dell’importo di 10 euro” per aver segnalato un paziente da trasportare. Ricordiamolo: non è mai il prezzo della mazzetta a fare la differenza, ma l’acume, la prontezza di riflessi, la capacità di investire sul proprio ruolo pubblico. Il premio, per quanto simbolico, sarà altrettanto simbolicamente revocato qualora Pappalardo dovesse essere archiviato o assolto.

 

Mail box

 

Semplifichiamo il lessico: chiamiamoli “padroni”

Mi inserisco nel dibattito pubblico sulle “Semplificazioni” con questa modesta proposta di semplificazione del lessico, aggiornando quella di un volantino dei situazionisti francesi nel 1968. Non dite: “Il governo Draghi”. Dite: “I padroni”. Non dite: “Le grandi imprese”. Dite: “I padroni”. Non dite: “I manager”. Dite: “I padroni”. Non dite: “I funzionari”. Dite: “I padroni”. Non dite: “I burocrati”. Dite: “I padroni”. Non dite: “I mercati”. Dite: “I padroni”. Non dite: “Le banche”. Dite: “I padroni”. Non dite: “Salvini, Berlusconi, Meloni, Calenda, Renzi”. Dite: “I padroni”. Non dite: “I grandi giornali”. Dite: “I padroni”. Non dite: “La televisione pubblica”. Dite: “I padroni”. Non dite: “Le televisioni private”. Dite: “I padroni”. Il vantaggio è duplice: oltre che rendere più scorrevole il discorso pubblico, si ottiene il risultato di capire meglio la realtà in cui viviamo.

Riccardo Giagni

 

Ecologia, la transizione al contrario di Cingolani

Faccio presente allo stimato direttore, che si doleva dell’operato del ministro Cingolani attribuendogli addirittura il Premio Attila, che il titolo del ministero non è “Ecologia”, né “Tutela Ecologica”, bensì “Transizione Ecologica” dove per “Transizione” possiamo intendere sia il passaggio da 0 a 100 che quello opposto, da 100 a 0. Il ministro interpreta quindi il suo ruolo in modo impeccabile. Basta intendersi sulle parole.

Vincenzo Orsini

 

Che tristezza le parole di Santoro sulla sinistra

“La sinistra quando deve avere un’idea… qual è l’idea della sinistra? Una tassa”. Questa frase contro la proposta di Letta per un’imposta di successione per i ricchi è di Salvini? (acqua)… di Meloni? (fuochino)… di un radical-chic? (fuoco!) È di Michele Santoro. Un giornalista che mi ha sempre suscitato distanza per la sua supponenza. E che ospite di Propaganda Live ha voluto criticare la sinistra e il suo ritrovato impegno per la giustizia sociale, come fosse un vizio vintage da sessantottini sfigati. La motivazione capziosa è che i soldi recuperati con le imposte di successione sarebbero pochi rispetto a quelli del Recovery Plan, ignorando così il valore sociale di questa imposizione fiscale, nel ridurre la distanza tra eredi di immeritati grandi patrimoni e i nati in famiglie modeste. Un’affermazione così insulsa, sebbene camuffata da benaltrismo, avrebbe dovuto farmi arrabbiare; invece mi ha intristito. Vedere la decadenza di un arrogante invecchiato male non dà soddisfazione, ma pena. Quella che suscita un uomo affetto da un narcisismo così devastante, che neanche la senilità riesce a lenirlo.

Massimo Marnetto

 

Appalti e 41-bis: l’oblio di Falcone e Borsellino

Caro direttore, mentre si ricorda la morte di Falcone, Borsellino e delle loro scorte, contemporaneamente in tv si sente dire che per il bene della ripresa economica (di chi ?) è necessario semplificare (cioè abolire) il codice degli appalti, per essere quindi più liberi, come dice Salvini, da tutti i condizionamenti che bloccano lo sviluppo del nostro paese, cioè di poter “rubare meglio”! Inoltre è in discussione il 41-bis voluto proprio da Falcone e non si mette mano alla riforma del Csm paventando una riforma della giustizia che abolisce quel poco di buono proposto da Bonafede/Conte ! Allora mi domando: ma che modo è questo di commemorare le vittime di mafia ?

Raffaele Fabbrocino

 

Il palinsesto Rai non è all’altezza del canone

Assisto in questi giorni, come ogni anno, al saluto uno a uno di tutti i programmi Rai per le vacanze estive. Dopo aver sopportato che la Rai oltre al canone raccoglie pubblicità come tutte le altre tv commerciali dico: decidiamo, o il canone lo si paga per nove mesi, oppure si rinuncia alla pubblicità, oppure la Rai venga privatizzata. Non è più sopportabile una situazione del genere, un tale comportamento è offensivo per l’intelligenza dei cittadini, o mi sbaglio?

Roberto Gioconda

 

Digitalizziamo tutto, ma che disagio lo Spid

Un amico smanettone mi ha convinto a farmi lo Spid. Provo col computer e mi perdo. Telefono in giro e mi dicono di andare in posta che è più facile. Vado e scopro che devo prenotarmi. Stamattina prenoto, vado e mi fanno quasi tutto con gentilezza ed efficienza. Torno a casa per fare il resto, mi metto al computer e mi perdo. Rivado in posta anche se per telefono non riesco più a prenotare, e mi dicono di annullare la pratica online. Torno a casa e riprovo sul computer; per andare avanti devo accettare cose che il garante della privacy dovrebbe buttarsi dalla torre, ma non riesco a venirne fuori. Il numero verde dopo avermi fatto tutta la pubblicità del mondo non mi fa parlare con nessuno poi non so come, forse hanno vaccinato il sito delle poste, ho potuto parlare con una gentile signorina che dopo aver cercato di aiutarmi mi ha consigliato di andare a un Caf, ma tra 10 giorni così il mio tentativo si annullerà automaticamente. Lo Spid non mi ricordo più a cosa serve ma mi è venuto un gran mal di pancia. Meno male che da lunedì posso prenotare il vaccino… on line.

Vareno Boreatti

 

Per gestire le Regioni, va ripensato l’art. 117

Per sgonfiare lo strapotere delle Regioni in materia sanitaria occorrerebbe non tanto una riforma della Costituzione quanto una “de-riforma”, ovvero l’abrogazione dell’art.117 introdotto nel 2001 da un centro-sinistra esausto, sotto l’arrogante pressione devolutoria della lega bossiana. La legge 833 del 1978 è già stata smontata pezzo a pezzo da pressoché tutti i governi succedutisi nel quarantennio, nel segno dell’aziendalizzazione e della privatizzazione, escludendo i Comuni e riservando le “greppie” a manager nominati ancora una volta, per fedeltà politica, dai “governatori” regionali.

Valentino Ballabio

 

L’impegno per gli altri di un edicolante modello

Vorrei ringraziare Massimo – edicolante de “Lo Strillone” di Romano di Lombardia (Bg) – perché da quando è iniziata la pandemia e il lockdown il 23 febbraio del 2020, si è fatto carico di portare sempre tutti i giorni i quotidiani a domicilio, regalando a tutti la speranza di un ritorno alla vita normale quando a tutti noi, qui nella Bergamasca, non era concesso neppure l’uscita di casa.

Stefano Gelsomini

“I nostri anziani non muoiono più di Covid-19, ma di solitudine”

Buongiorno, vi scrivo perché mi colpisce e mi rattrista leggere e sentire notizie sui “green pass” per essere liberi di andare lontani a fare le vacanze e non si dice di come, nonostante gli anziani delle Rsa siano vaccinati, ai loro FIGLI (nonostante siano vaccinati da tempo anch’essi) viene tassativamente impedito di avere un contatto fisico (certo con tutte le protezioni del caso) che li faccia sentire vicini ai suoi cari laddove è l’unico mezzo di comunicazione (ed è questo il mio caso e non l’unico comunque) che gli è rimasto. Il motivo è che tutta la responsabilità adesso è nelle mani della direzione delle Rsa, che ovviamente non la vogliono addosso e ci negano la possibilità di vedere i nostri cari, nonostante sia prevista nell’ordinanza della giunta regionale (la Toscana, nel mio caso).

Mi chiedo: ma queste vaccinazioni servono solo all’”economia che deve girare”? Questi anziani nelle Rsa forse adesso non moriranno di Covid-19, ma stanno morendo di tutto il resto: posso denunciare qualcuno?

Cordiali saluti, una Vostra affezionata lettrice da sempre.

Angela Di Gregorio

La Corte Suprema degli Stati Uniti e la virtù della brevità

Il tesoro dei Guelfi (Welfenschatz) consiste in 42 pezzi d’arte devozionale risalenti al Medioevo conservati nel Museo delle arti e mestieri di Berlino. L’intera collezione, più cospicua, fu acquisita nel 1929 da un consorzio di antiquari ebrei di Francoforte, che vendette 40 pezzi a diversi musei soprattutto americani (Cleveland e Chicago). I 42 pezzi di maggior valore furono ceduti nel 1935 alla Prussia il cui primo ministro era Hermann Göring. Gli eredi degli antiquari, ritenendo il prezzo d’acquisto non corrispondente al valore venale, perché determinato in clima di persecuzione razziale, si sono rivolti senza successo alle autorità amministrative germaniche per il debito ristoro. In esito al rifiuto hanno radicato una controversia nei confronti della Repubblica federale tedesca avanti una corte statunitense, sostenendo che la vendita del Welfenschatz era nulla perché inficiata alla stregua della Convenzione sui crimini di genocidio e, per questo, in violazione del diritto internazionale. Il 3 febbraio 2021 la Corte Suprema ha respinto la tesi rilevando che la disciplina applicabile nel caso concreto era quella in materia espropriativa e gli asseriti spogli avevano colpito cittadini tedeschi: il che escludeva la giurisdizione dei tribunali americani, non potendosi invocare gli speciali rimedi concessi dalla legge del 1976 sulle immunità degli Stati sovrani (Foreign Sovereign Immunities Act: FSIA) (applicabili se l’esproprio avesse riguardato cittadini di nazionalità diversa dalla tedesca). La decisione, che rimette alle Corti di merito la valutazione di altre e diverse domande degli eredi, è stata redatta dal Presidente della Corte John Roberts. La pronuncia non ha rilievo solo perché conclude una lunga storia, di precipuo interesse per gli storici dell’arte, ma anche per il pregio dei suoi contenuti. Il primo riguarda l’esegesi della normativa (FSIA), della quale gli eredi reclamano l’applicazione. Nell’excursus semplice e chiaro sulla formazione delle disposizioni FSIA, s’indulge a qualche ironico commento sull’atteggiamento del Congresso americano, irritato dalla decisione della Corte Suprema di non riconoscere la propria giurisdizione sulle espropriazioni del governo castrista (sentenza Sabbatino del 1964). Nell’esposizione, priva di retorica, si usa il “noi” riferendosi alla Corte Suprema degli anni 60. Non è un plurale maiestatico, ma di continuità: il giudice del 2021 e quello del 1960 sono lo stesso soggetto in quanto istituzione. Secondo pregio: l’estensore della sentenza è il Presidente della Corte, che si cimenta con discreta continuità nel ruolo di relatore. Terzo pregio: poche pagine per estendere una motivazione chiara e convincente. In realtà, la sintesi motivazionale sta in una frase a pagina 10 secondo la quale “non daremo troppo peso ad un gerundio”… L’ampio resoconto induce spunti di riflessione sul contesto giudiziario nazionale. Non si pretende certo dai giudici un ironico ésprit de finesse, peraltro non sempre opportuno nelle trattazioni, ma semplicità e sinteticità espositive: le parti vogliono capire se e perché hanno ragione o torto senza perdersi nell’ostica e talora estenuante lettura di almeno una cinquantina di pagine, quale è la media dimensione di molte sentenze delle giurisdizioni superiori. A volte è sufficiente (e più elegante) affermare che non si concede troppa importanza ad un gerundio. Diversamente ci si perde in elucubrazioni talvolta fini a se stesse: mi è capitato, nella combattuta discussione di un parere al Consiglio di Stato, di ascoltare la perorazione di un collega sulla presunta mancanza di una virgola nel testo normativo da interpretare… È evidente che al risultato deve collaborare l’avvocatura rinunciando a voluminosi copia e incolla per ribadire ovvietà giuridiche e convergendo le difese sul punto effettivo del contendere (che è quasi sempre unitario). Sarebbe, infine, il caso che i tanti presidenti di tutte le giurisdizioni nazionali redigessero un certo numero di sentenze, adeguandosi all’eccellente esempio del Presidente della Corte Suprema Usa.

 

Vandali del motocross nei prati. L’Italia, Paese allo stato brado

Un mostro strepitante si aggira per prati e foreste, lungo spiagge, fiumi e torrenti. È il petocentauro dei boschi, risorta creatura mitologica che scorrazza impunemente nei luoghi naturali più belli d’Italia, financo nelle oasi e nei parchi nazionali.

Ha il vuoto pneumatico nella testa, un cuore a motore e rotozampe di gomma dentata, con cui saltare e derapare ovunque abbia voglia. Fedele alla leggenda, l’ibrido biforme è inscindibile, tanto che è rarissimo vedere un busto disgiunto dal suo cavallo di latta. Sfreccia senza posa, fermandosi solo quando si è perso o per qualche urgente bisogno. Il suo implacabile rumoreggiare tramortisce le vallate, risuona come un monito che invita a fuggire, o almeno a scansarsi. Sempre prudente, il mite escursionista tende di tanto in tanto l’orecchio per udirne il ruggito, per capire se la belva è in arrivo. E quando questa si palesa, la lascia passare inorridito sperando che torni la pace. Resta però una traccia di malinconia, l’umiliazione di quel transito prepotente e oltraggioso che mette in imbarazzo anche il mondo dei bravi centauri, dove la moto è un simbolo di libertà, non di barbarie.

Il fuoristrada è vietato da leggi nazionali e regionali, ma lui se ne frega o forse nemmeno lo sa. E se ricordarglielo in corsa è impossibile, denunciare il reato lo è quasi altrettanto. L’animale ha terga senza targa, se la zompa e se la ride senza bollo e senza assicurazione, corrodendo l’aspetto e la voce dei luoghi: prati feriti dalle sgommate, greti fluviali scambiati per strade, vecchi tratturi ridotti in solchi profondi e non più camminabili.

Lungo i sentieri dove un tempo si potevano cercare le orme leggere di un capriolo è oggi più facile trovare le strisce tacchettate della belva a motore, che cancellano i passi delicati della natura. Gli animali vengono terrorizzati, il canto degli uccelli è eclissato dai peti delle marmitte vicine e lontane. Lo scorso anno osservavo un nido di un’aquila che si trovava a circa 500 metri da uno stradello: a ogni passaggio di moto, il rapace fuggiva abbandonando il pulcino che avrebbe dovuto proteggere.

Ma i ragazzi a motore che ne sanno? Attraversano il mondo senza vederlo, riducendo la natura a cornice di chissà quale misteriosa avventura, nello schermo di un videogioco in realtà virtuale.

Ve l’immaginate un petocentauro che corra nel bel mezzo di piazza San Pietro? Multa astronomica, sequestro del mezzo. Nei luoghi naturali è invece illegalità allo stato brado, aree protette trasformate in un immenso e abusivo campo per amanti di sgommate e impennate. Che si impenni invece l’ammontare delle sanzioni, che aumenti il numero delle moto caricate sui carroattrezzi, perché siano portate il più lontano possibile dalla natura.

Escursionisti, allevatori e agricoltori sono stanchi di questo sfregio quotidiano. Siamo una silenziosa folla di mortali che chiede una battaglia di civiltà, una nuova “Centauromachia” che possa concludersi come avvenne nel mito: con la sconfitta dei mostri e la loro cacciata dai boschi. Nel frattempo, in attesa che lo Stato reagisca come si deve, loro si riproducono e formano branchi che ruspano beati e tranquilli. Hanno forse capito che un Paese che non sa far rispettare la natura non merita alcun rispetto.

 

Certi vizi sono necessari: è un segno di equilibrio

“Hey Freddy, tu bevi da morir, non pensi all’avvenir? (…) Sono Freddy dal whisky facile, son criticabile ma son fatto così. Non credete, non sono un debole, m’han fatto abile. E la guerra finì. Se c’è una cosa che mi fa tanto male è l’acqua minerale, miracolosa sarà, ma per piacere io non la posso bere (…) Non mi correggo, no, non mi tentate, altre persone si son provate, scusate tanto se ho il whisky facile”. (Whisky facile, Fred Buscaglione).

Buscaglione è morto il 3 febbraio 1960 a quarant’anni, non di cirrosi, ma in un incidente stradale. Buscaglione ha portato nella canzone italiana un’ironia del tutto sconosciuta alla melensa musica leggera dei suoi tempi, ma anche al cantautorato successivo (Paoli, Tenco, Bindi ed Endrigo, oggi il più potabile) certamente più pregevole ma lagnoso la sua parte (“un vecchio bambino che gioca con un pettirosso, un vecchio bambino in un giardino…” insopportabile, Gino Paoli). Jannacci e Gaber verranno dopo.

“Ehi, ehi ,ehi, le grido, piccola, dai, dai, dai, non far la stupida, sai, sai, sai, io son volubile, se non mi baci subito tu perdi una occasion” Che bambola! “Sono il dritto di Chicago Sugar Bing, arrivato fresco fresco da Sing Sing. Io ho avuto da bambino Al Capone per padrino e mia madre mi allattava a whisky e gin (…) Sono il dritto di Chicago Sugar Bing, deputato del distretto di Sing Sing (…) Sono il dritto di Chicago Sugar Bing, ho una villa riservata giù a Sing Sing” Il dritto di Chicago.

Il lettore dirà che da qualche tempo la pretendo a critico musicale. No, io rivivo semplicemente le sensazioni che certe canzoni mi diedero nei miei anni giovanili e comunque se Luzzato Fegiz è un critico musicale lo posso fare anch’io.

Non ho mai bevuto l’acqua minerale e detesto le bollicine, champagne compreso, tanto care alle ragazze convinte che facciano meno male di un buon rosso. In compenso ho bevuto whisky in termini di Lago di Garda. E il whisky non mi è mai piaciuto, ma giocando a poker, fra mille sigarette, era indispensabile. E poi vodka, Carlos Primero, il micidiale Alexander, tequila, gin.

Non credo di avere un fisico particolarmente robusto. Mio padre è morto a 61 anni, di infarto. Penso che la mia resistenza all’alcol derivi da mia madre che è russa (ebrea, lo dico a pro di quegli ebrei stronzi che mi danno dell’antisemita). E in Russia bere è una necessità. Fa troppo freddo. Ci provò per primo Trotskij a debellare l’alcolismo in Russia. Stroncò la rivolta dei marinai di Kronstadt, ma sull’alcolismo dovette alzare bandiera bianca. Settant’anni dopo ci riprovò Gorbaciov (distruggi un Impero e andrai a Sanremo). Ordinò che nei ristoranti non si servisse alcol prima delle due del pomeriggio. E prima delle due nei ristoranti non c’era nessuno. Ordinò che negli spacci la vodka (e gli altri liquori) fosse venduta solo fra le due e le quattro. Mezz’ora prima delle due si formavano file interminabili che si arrotolavano per interi isolati intorno ai brutti grattacieli di Mosca. Il primo che ce la faceva usciva con tre bottiglie di vodka, una se la teneva, le altre le dava agli amici in attesa e tutti andavano a sbronzarsi nel giardinetto più vicino.

I giovani di oggi, quando non si drogano, sono salutisti. Bevono in modica quantità, non fumano, spesso sono vegetariani, vegani, se hanno un dolorino al mignolo del piede si fiondano subito dal medico. Li conosco abbastanza bene perché ho un pubblico di giovani (se posso evito di frequentare i miei coetanei, mi ammosciano, perché mi rispecchio in loro e perché parlano solo di medicine, malattie e iniezioni). Se fossi giovane non mi farei tante turbe. Nel suo libro De senectute Norberto Bobbio, che in quel momento è ultraottantenne, nota che molto è dovuto al Caso e che per arrivare alla sua età bisogna dribblare mille ostacoli di cui neanche ci accorgiamo. Siamo alle solite: per evitare rischi ipotetici, e comunque imprevedibili, è sciocco rinunciare a vivere.

I vizi poi sono necessari, quasi un segno di equilibrio. In un uomo senza alcun vizio, soprattutto se ha le mani curatissime e le unghie perfettamente arrotondate, si nasconde un potenziale serial killer.

Evvabbè, adesso ho 77 anni, un’età “spaventosa” come la chiama Grillo che pur ne ha alcuni meno di me. E sono ancora qua a scrivere cazzate. Molti miei coetanei e anche persone parecchio più giovani hanno già raggiunto l’Antologia di Spoon River, “dormono, dormono sulla collina”. E quasi ogni giorno cade qualcuno dei superstiti. Sembra di essere in una battaglia, senza nemmeno la battaglia.