La posta di Luttazzi: Letta, il Medio Oriente e la vita di coppia

E per la serie “Il mio cane è marrone il tuo cane è marrone dunque il mio cane è il tuo cane”, la posta della settimana.

Caro Daniele, cosa ne pensi di Enrico Letta? (Paola Mignogna, Campobasso)

Enrico Letta? Be’, diciamoci la verità: non è Occhetto.

Degli scienziati hanno clonato un gattino. (Gianni Traverso, Teramo)

I gatti sono confusi: “Prima ci castrano, poi ci clonano. Cazzo vogliono da noi?”

Che bambino eri? (Rita D’Orazio, Chieti)

Una peste. Un’estate chiedo a mio padre cinquanta lire per comprare un ghiacciolo. Lui cerca di spiegarmi il valore dei soldi: “Quando avevo la tua età, dio grazia se riuscivamo a mangiare una volta al giorno, altro che ghiaccioli!” Gli dico: “Uh, allora sarai contento di vivere con noi, adesso”. Una peste.

Ho intenzione di comprarmi un cavallo. Qualche consiglio? (Riccardo Paverani, Modena)

Assicurati che non abbia abitudini strane. Una volta ho comprato un cavallo da un amico. Costava poco perché aveva la cattiva abitudine di sedersi sui grappoli d’uva. “Non importa”, dico io. “Riuscirò ad addestrarlo”. Mentre stiamo galoppando verso casa, passiamo accanto a diverse vigne e ogni volta il cavallo fa un balzo e si siede sopra un grappolo d’uva. Ogni volta lo faccio rialzare a colpi di sperone e proseguiamo. All’improvviso, sopra un ponticello, il cavallo fa un balzo e si siede nell’acqua. Quando finalmente arriviamo a casa, telefono infuriato al mio amico. “Che razza di cavallo mi hai venduto?” “Te l’avevo detto che si siede sui grappoli d’uva”. “Questo me l’aspettavo. Ma perché è saltato dal ponte per sedersi nell’acqua?” “Oh, m’ero dimenticato di dirtelo. Si siede anche sui pesci”.

Com’è la vita di coppia? (Ernesto Di Lello, Terracina)

I primi due mesi è uno sballo. Poi una sera a tavola tu dici una cosa innocente e lei ti fa: “Sei proprio uno stronzo!”.

Usi mai i servizi bancari della Posta? (Silvana Fabiani, Ascoli Piceno)

Mai. Non mi fido della Posta che conta i miei soldi. Se in Posta sanno contare, come mai hanno sempre otto sportelli e due impiegate?

Messaggio per Luttazzi: sei una testa di cazzo. Sparisci, sporco comunista di merda. (Alberto Salvi, Roma)

Ho rispedito questa lettera al mittente perché credo che come cittadino responsabile il signor Alberto Salvi abbia il diritto di sapere che in giro c’è un coglione che spedisce email firmandole col suo nome.

Israeliani e palestinesi vivranno mai in pace? (Diana Marras, Sassari)

Un giorno un papero si stava accingendo ad attraversare il canale di Suez. Arrivò uno scorpione e gli chiese se poteva attraversare anche lui standogli sul dorso. “Oh, no”, disse il papero”. Mia madre mi ha messo in guardia dal pungiglione avvelenato degli scorpioni. Come faccio a sapere che non mi pungerai in mezzo al guado?” “Stupido papero”, disse lo scorpione. “Se lo facessi, affogheremmo entrambi!”. Giusto, pensò il papero, e gli disse di montare su. In mezzo al canale, lo scorpione punge il papero. “Perché l’hai fatto?” urlò il papero mentre affogava. E lo scorpione, andando a fondo con lui: “Cosa t’aspettavi? Siamo in Medio Oriente!”.

Cercate anche voi una guida spirituale? Scrivetemi (lettere@ilfattoquotidiano.it)

 

B. e il declino “irreversibile” di Forza Italia

Gli amici di Silvio Berlusconi, quelli autentici, non sono poi così pessimisti sullo stato di salute dell’ex Cav. Come invece si mostra il procuratore aggiunto di Milano, Tiziana Siciliano, che ha parlato espressamente di patologie “croniche” e “difficilmente reversibili” di natura “neurologica o psichiatrica”. Due versioni non esattamente conciliabili sotto l’aspetto giudiziario, poiché l’esistenza di una malattia “irreversibile” giustifica il rinvio dell’udienza del processo Ruby Ter all’8 settembre. Mentre, secondo le testimonianze più affettuose, l’ex premier, dopo avere subito la brutta botta post-Covid, sarebbe in una fase di lenta ma sicura ripresa e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Infatti, qualcuno nei giorni scorsi aveva diffuso la voce che l’illustre infermo alternasse momenti di lucidità ad altri di annebbiamento (qualche menagramo aveva perfino parlato di un suo decesso). Se, come ci auguriamo, Berlusconi si sentirà presto meglio, meglio potrà difendersi in aula dalle accuse. Non siamo però altrettanto sicuri che il suo ristabilirsi possa consentirgli di evitare il declino definitivo di Forza Italia. Che, a parte i sondaggi sempre più mesti (intorno al 7%) ha subito la scissione di una decina di deputati e di un paio di senatori, confluiti nella cosa di centro, Coraggio Italia, targata Giovanni Toti e Luigi Brugnaro. Un si salvi chi può in ottica elettorale poiché nel Parlamento ristretto che verrà potrebbero rientrare, se va bene, soltanto 24 deputati sui 96 attuali (più una manciata di senatori). Oltre al declino anagrafico prima che sanitario del fondatore, l’esaurimento di Forza Italia ha camminato di pari passo con la crescita della destra sovranista di Salvini e Meloni, presso i quali si preparano a chiedere asilo altri profughi azzurri. Del resto, il progetto di un partito liberale di massa era già fallito negli anni del berlusconismo trionfante, compromesso da una visione padronale, e ad personam

, che di liberale aveva ben poco. Adesso c’è chi tra i forzisti residuali individua quegli antichi valori nell’azione di governo di Mario Draghi. Non è certo un mistero che agli occhi di ministri come Mara Carfagna e Renato Brunetta il premier rappresenti una stella polare. Quanto alla nascita un movimento che a Draghi si richiami, tra i fan draghisti qualcuno risponde che Charles de Gaulle non aveva certo bisogno del partito gollista per essere Charles de Gaulle.

Luciana Novaro, dalla Fracci a Visconti e Muti

Come due strade che tornano a incrociarsi proprio sul finale. Ieri, giorno della morte di Carla Fracci, per singolare coincidenza è arrivata anche quella di una delle sue maestre e prime sostenitrici: la ballerina e coreografa Luciana Novaro si è spenta a Milano all’età di 98 anni. Fu lei a scoprire il talento della Fracci quando muoveva i primi passi nella danza. Una vita straordinaria anche la sua. La Novaro ha diretto il Corpo di Ballo della Scala dal 1962 al 1964 e dell’Arena di Verona dal 1968 al 1972. Novaro era la vedova del giornalista Nino Nutrizio, storico direttore del quotidiano milanese La Notte. Nata a Genova il 3 marzo 1923, Novaro fu allieva (1933-41) della scuola di ballo del Teatro alla Scala di Milano, dove è stata Prima ballerina dal 1941 al 1956. Si impose poi come danzatrice di carattere, particolarmente nel genere spagnolo: eccelse nella donna indemoniata del Boléro di Maurice Ravel, interpretato nel 1947 alla Scala e nel Giardino di Boboli di Firenze per il Maggio Musicale Fiorentino. Sempre nello stesso anno, fu la mugnaia ne Il cappello a tre punte a Firenze; nel 1949 è Candelas in El amor brujo diretta da Issay Dobrowen, nel 1954 è l’étoile in Les noces diretta da Carlo Maria Giulini con Magda László e Cloe Elmo.

Coreografa al Teatro municipale di San Paolo del Brasile dal 1951, Novaro nel 1955 assunse il medesimo incarico all’Arena di Verona con Carmen diretta da Antonino Votto (rimanendo in cartellone fino al 1975) e nel 1956 alla Scala debuttando con La traviata per la regia di Luchino Visconti diretta da Giulini. Alla Scala nel 1956 è la coreografa di Sebastian di Gian Carlo Menotti diretta da Luciano Rosada con Carla Fracci e nel 1962 de La giara di Alfredo Casella. All’Opera di Vienna debuttò come coreografa nel 1957 con La traviata diretta da Herbert von Karajan, che andrà in scena fino al 1968, in 99 recite, tornando nel 1974 con La forza del destino diretta da Riccardo Muti per la regia di Luigi Squarzina, che rimase in scena fino al 1982 in 33 recite.

Di Fazio, le sue “relazioni pericolose” e la nuova mappa delle ’ndrine a Milano

Dietro le relazioni pericolose di Antonio Di Fazio, l’imprenditore milanese indagato per violenza sessuale, si disegna l’attuale rete del potere della ’ndrangheta nel capoluogo lombardo. Il nuovo capitolo della storia, come ricostruito dal Fatto, illustra i rapporti di forza tra due cosche influenti e inizia pochi anni fa, quando un conoscente di Di Fazio si trova con quasi mezzo milione di euro bloccato su alcuni conti in Svizzera. Il denaro è “pulito”, ma non si riesce a portarlo in Italia. Il professionista contatta Di Fazio. I due si conoscono perché il primo noleggia auto di lusso anche a personaggi molto noti dello spettacolo. Di Fazio, grazie ai buoni uffici di un notaio svizzero, riesce a far rientrare il denaro in Italia. Conclusa l’operazione, ha ricostruito il Fatto incrociando diverse fonti, Di Fazio si mette in tasca i soldi e non li gira al professionista. Nemmeno le vie legali sbloccano la situazione. Fino a che l’imprenditore nel settore delle auto di lusso fa intervenire personaggi vicini alle cosche di San Luca. Uno di loro poi tratta il noleggio di berline anche con targa tedesca. Gli emissari dei clan incontrano Di Fazio nel suo appartamento e negli uffici della Global Farma. La situazione si trascina senza risultati fino a che nell’inverno del 2020, grazie alla mediazione di un professionista, in via Pagano si affacciano i rappresentanti del clan Mancuso. Davanti al blasone mafioso di questi ultimi i rappresentanti di San Luca fanno un passo indietro. Non solo loro, molti altri. Di Fazio così ottiene la tutela, ma finirà comunque nei guai, visto che, come spiegato dal Fatto, i Mancuso chiedono 200mila euro. Non un debito, ma la “tassa mafiosa” per averli coinvolti nel tentativo di recuperare altri soldi su conti esteri. Le pretese dei Mancuso, per come ricostruito, non si sono fermate nemmeno dopo l’arresto dell’imprenditore. Il professionista che ha aperto il canale con i boss farà sapere a persone vicine a Di Fazio che i soldi dovranno comunque arrivare, magari non in una volta sola. E del resto, spiega una terza fonte, pochi mesi fa i Mancuso avevano prestato 30mila euro all’imprenditore. Di più: nel 2017 Di Fazio aveva avuto problemi con una cosca radicata a nord del quartiere di Niguarda. Come tutela si farà scortare da un ex collaboratore di giustizia molto noto a Milano. Lo scenario è delicato. A renderlo più complesso la vecchia farmaceutica I.Fi. riferibile anche a Di Fazio che nel 2018 presenta un valore della produzione di 31 milioni a fronte degli 11 del 2017. Il tutto con tre dipendenti.

Lite con Bonomi, l’eterno Palenzona lascia Aiscat

Tutto, prima o poi, finisce. È forse solo per dimostrare questo assunto che è finito il regno di Fabrizio Palenzona all’Aiscat, l’associazione dei concessionari autostradali. Lo storico manager sta legato ai Benetton (ha ricoperto cariche nella Schemaventotto, la holding di famiglia, in Aeroporti di Roma etc.) si è dimesso dopo un duro scontro con Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria, a cui Aiscat aderisce. Bonomi gli aveva ricordato con una lettera che, come in tutta la galassia confindustriale, le cariche hanno un limite di due mandati. Palenzona, che è al sesto mandato ed è lì da 18 anni, ha reagito dimettendosi in protesta.

Negli ultimi due decenni ha incassato i rincari stellari che hanno fatto la fortuna dei signori delle autostrade, con i ministeri acquiescenti. Un andazzo interrotto solo dal disastro del ponte Morandi. Gli ultimi anni li ha spesi battagliando contro la stretta di governo e Authority allo strapotere dei concessionari. È stato uno dei lobbisti più potenti del settore. Ne sentiremo ancora parlare.

Caso Palamara: “Il trojan che lo intercettò attivo anche 4 mesi dopo lo scandalo Csm”

Il trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara e acceso il 2 maggio 2019, grazie al quale si è aperto il vaso di Pandora delle lottizzazioni correntizie delle nomine giudiziarie, avrebbe dovuto spegnersi il 30 maggio successivo ma sarebbe rimasto in funzione fino a settembre. Il dato emergerebbe da un report dell’ispezione della polizia postale sul server a Napoli di Rcs, la società che ha fornito apparati e programmi che hanno trasformato il cellulare dell’ex consigliere del Csm in un microfono. Ispezione effettuata su ordine dei pm di Napoli e Firenze nelle scorse settimane.

Sul punto ieri è stato sentito il vice-ispettore di polizia Francesco Sperandeo, nel corso dell’udienza preliminare davanti al Gup di Perugia Piercarlo Frabotta che vede Palamara imputato di corruzione per i favori ricevuti dall’imprenditore Fabrizio Centofanti. “È un elemento eclatante sul quale anche il giudice è rimasto colpito – secondo Benedetto Buratti, uno dei legali di Palamara – dai file di log il trojan risulterebbe spento l’8 settembre 2019 ed il teste non ha potuto escludere la possibilità che le attività siano continuate: loro fanno delle ipotesi, tra queste che potrebbe esserci stata un’indicazione di registrazione ovvero il trojan comunicava di essere ancora vivo e presente all’interno del telefono di Palamara”. “La polizia postale – ha sottolineato Buratti – non ha fatto un accertamento diretto, ma indiretto su quello che diceva Rcs, ma non hanno aperto i file ancora esistenti sul server. Ci sono una ventina di cartelle, di file, riferibili a Palamara”. Gli avvocati a questo punto sollecitano una perizia perché “l’accertamento della polizia postale sui server di Napoli è stato superficiale, per non renderlo irripetibile, e dunque non si è potuto riscontrare con certezza che questo server sia stato effettivamente trasferito, come dice Rcs, il 4 aprile 2019 dai loro uffici alla sala server della Procura di Napoli”. Secondo la Procura di Perugia, estranea agli eventuali errori di Rcs, non c’è bisogno di perizia: le intercettazioni sono state “legittime perché sono state fatte in modo rituale”. Ovvero: i server erano fisicamente in una procura da una data antecendente all’inizio delle intercettazioni. Per Cantone “la questione degli impianti è stata chiarita”. Il giudice deciderà il 4 giugno dopo gli interventi delle parti civili.

Funivia, così in un mese si è innescata la trappola

 

La “deliberata e ripetuta” disattivazione dei freni per “ovviare ai problemi che si manifestavano da tempo”. L’avallo dei superiori, “che non si attivavano per avviare i necessari interventi di manutenzione che avrebbero richiesto il fermo dell’impianto”. La “gravità straordinaria dei fatti, in ragione della deliberata volontà di eludere gli indispensabili sicurezza della funivia per ragioni di carattere economico e in assoluto spregio delle più basilari regole di sicurezza, finalizzate alla sicurezza e all’incolumità dei passeggeri trasportati”. Infine, il “pericolo di fuga”, legato alle “tragiche conseguenze che tale sconsiderata condotta ha provocato” e “all’elevatissima pena detentiva in caso di accertamento della responsabilità”.

A quattro giorni dalla strage di Stresa è questo il quadro definito dai carabinieri e dalla Procura di Verbania e che ha portato a tre fermi: il capo del servizio tecnico dell’impianto Gianluca Tadini, 63 anni; il responsabile tecnico Enrico Perocchio, 51 anni, il titolare della Ferrovie del Mottarone srl, Luigi Nerini, 56 anni.

26 aprile. La funivia che collega Stresa al monte Mottarone riapre dopo il lockdown. Anomalie continue fanno scattare i freni d’emergenza, che vengono disattivati. Viene avvertita la ditta incaricata della manutenzione, la Leitner, che interviene il 3 maggio, ma i problemi persistono.

22 maggio. Il pomeriggio prima dell’incidente si verifica un altro stop. Viene cambiato un rullo, ovvero una ruota attraverso cui passa il cavo traente, quello che issa la cabina.

23 maggio. Alle 12, a pochi metri dall’arrivo, si spezza il cavo traente. Senza freni, la cabina scivola per un centinaio di metri all’indietro “a folle velocità”. poi si stacca e precipita. Muoiono in 14, tra cui 2 bambini. C’è un solo sopravvissuto, Eitan Biran, 5 anni. Alle 12.09 Perocchio riceve la telefonata di Tadini: “Enrico, ho una fune a terra. È giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi”.

25 maggio. La mattina Perocchio, attraverso il suo legale, scrive ai pm di avere informazioni riguardo “all’uso improprio del sistema frenante”. Nel pomeriggio va in scena un lungo interrogatorio a Tadini che dice sostanzialmente che i freni erano stati disattivati nell’ultimo mese e che la cosa era nota ai suoi superiori.

27 maggio. Ieri effettuato un sopralluogo sul Mottarone con il consulente del pm Giorgio Gandolfi, professore del Politecnico di Torino. Eitan, ricoverato all’ospedale Santa Margherita di Torino, ha riaperto gli occhi. Il ministero ha avviato un’indagine. La Leitner ha annunciato che si costituirà parte civile e darà un eventuale risarcimento alle vittime

Trivelle, l’ok arrivato da Cingolani

Repetita iuvant, ma certo non convince. È il caso del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che qualche giorno fa in tv, per la precisione nella trasmissione Progress su Sky Tg24, parlando delle trivelle approvate nelle scorse settimane, ha detto: “Quelle trivelle erano già lì. C’erano delle autorizzazioni, le ho trovate, erano state completate, non posso fare una operazione scorretta, ne abbiamo semplicemente preso atto. Non c’è nessuna trivella nuova. Non le ho autorizzate io”.

Le ipotesi sono due: o Cingolani non ha chiaro cosa accade nel suo ministero e quali siano i suoi poteri o lo sa e finge di non sapere. Proviamo a chiarirlo.

Per gli iter approvati, il ministro Cingolani ha infatti firmato intorno a metà aprile 2021, con il ministero di Dario Franceschini, un decreto di Valutazione d’Impatto Ambientale. Si tratta di fatto di una autorizzazione basata sul parere espresso dalla commissione Via e da quello del ministero della Cultura, pareri di cui il ministro può anche non tenere conto. Per le trivelle in questione però – si tratta sostanzialmente di nove permessi di prospezione e ricerca, quelli i cui iter sono bloccati dal 2019 – i pareri di entrambi i ministeri erano già arrivati da tempo, tra il 2018 e il 2019.

Fino a oggi, dunque, erano stati tenuti sospesi proprio per attendere l’arrivo del Pitesai (Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee) che dovrà stabilire dove si possa trivellare e dove no sulla base di precisi, ma ancora non ben delineati, parametri ambientali e sociali. Non si tratta quindi di una questione tecnica e burocratica come Cingolani prova a far credere bensì di una precisa decisione politica. Se attendere è stata una scelta dell’ex ministro Sergio Costa (ed evidentemente anche del governo e dei suoi equilibri) procedere col decreto che è di fatto il penultimo passo alla piena autorizzazione è stata invece una scelta del ministro attuale, spinta magari anche dalle dinamiche e dai giochi di forza di questo governo.

La decisione potrebbe poi fare la differenza per i petrolieri (nel caso specifico Po Valley, Siam ed Eni). Se dopo l’approvazione del Pitesai alcune di queste zone dovessero cadere nelle aree dove non si può estrarre, i permessi saranno ovviamente revocati. Ma i titolari di quei permessi potranno a quel punto chiedere risarcimenti in virtù di un “diritto” acquisito che, senza autorizzazione, non avrebbero certamente avuto.

Arriva lo “sblocca tutto”: mano libera per sei anni

Se, come si suol dire, tutto andrà come previsto, già oggi il governo potrebbe licenziare il decreto con le misure cardine del Piano di ripresa (Pnrr) che deve spendere i miliardi del Recovery fund. Un unico provvedimento che disegna la governance, cioè il meccanismo di gestione e controllo dei fondi – incardinata a Palazzo Chigi e con i ministeri in mano ai tecnici scelti dal premier Mario Draghi – ma soprattutto le ennesime “semplificazioni” in materia di appalti. L’ultimo decreto risale solo a luglio scorso ma stavolta, con la scusa della transizione ecologica e la fretta di spendere i fondi europei, lo “sblocca cantieri” arriva in un formato mastodontico e durata assai lunga: almeno i sei anni dell’arco di tempo del piano.

Queste semplificazioni disegnano un quadro che stravolge il sistema di appalti e regole, e quindi controlli, dando ai progetti del Pnrr una corsia preferenziale fatta di tempi dimezzati, autocertificazioni in deroga, autorizzazioni veloci (fast track) e silenzio-assenso potenziato, nell’idea, cara a tutti i governi, che ci siano forze ancestrali annidiate nella burocrazia che frenano l’economia.

Dal testo dovrebbero saltare alcuni dei punti più contestati negli ultimi giorni. Nelle bozze, per esempio, non compare più l’allargamento del massimo ribasso come criterio cardine per assegnare le gare. La naturale conseguenza della misura, cioè la liberalizzazione totale del subappalto, è rimasta invece appesa al confronto con i sindacati, convocati ieri a Palazzo Chigi dopo la rivolta scoppiata all’uscita delle prime bozze che eliminavano qualsiasi vincolo. Il negoziato è andato avanti fino a sera. Palazzo Chigi insiste sul fatto che tetti rigidi violano le norme Ue e che basti “tutelare i lavoratori e la legalità”. La realtà è che serve alle imprese per ridurre i costi esternalizzando i lavori. I sindacati aspettano i testi definitivi per oggi prima di esprimersi.

Il grosso del testo resta però sostanzialmente uguale, con tutte le norme critiche raccontate dal Fatto nei giorni scorsi. Palazzo Chigi insiste sulla possibilità di usare “l’appalto integrato”, cioè di affidare progettazione ed esecuzione dell’opera allo stesso soggetto, facendo saltare la distanza tra controllore e controllato. Già previsto dal governo Conte, ora viene esteso per sei anni. È il famoso general contractor della Legge Obiettivo del governo Berlusconi, travolta dalle inchieste sulle grandi opere. È sempre alla Legge Obiettivo è ispirata la procedura lampo per le “opere di particolare complessità e rilevante impatto”: una lista (dall’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria e quella Palermo-Catania) affidata a un “comitato speciale” che delibera in massimo 45 giorni (o si va col silenzio assenso). Il parere delle Soprintendenze – ce ne sarà una “speciale” per il Pnrr che esautorerà quelle territoriali – e della Commissione Via per l’impatto ambientale (anch’essa costituita ad hoc per il Pnrr) arriveranno direttamente in conferenza dei servizi e avranno effetto di “variante urbanistica”, di fatto aggirando i Comuni e le stazioni appaltanti. Nel testo salgono poi i tetti per gli affidamenti senza gara sotto i 5 milioni di euro.

La parte più inquietante riguarda le opere “ambientali”, impianti per le rinnovabili e quant’altro. Viene dato un via libera semplificato (fast track) con tempi ridottissimi per una serie di opere (il famigerato “Allegato 1-bis”) che con la transizione ecologica hanno poco a che fare, dagli inceneritori (a cui ieri ha aperto il ministro Roberto Cingolani, come leggete a destra) ai grandi gasdotti, alla riconversione delle raffinerie e via discorrendo. Il testo riduce anche al minimo o sostanzialmente elimina l’obbligo di dover bonificare i terreni agricoli limitrofi ai siti contaminati per poter realizzare impianti “rinnovabili”. Viene poi confermato il sistema di autorizzazioni ambientali a misura di grandi imprese pensato da Cingolani: azzerati i controlli per gli impianti di energia rinnovabile fino a 10 MW (anche se limitrofi ad aree archeologiche) e consegnato alle Regioni il potere di decidere su quali rifiuti consentire il riciclo industriale (il cosiddetto end of waste), come chiedeva la Lega.

Il testo, come detto, contiene anche la governance del Piano. In cima a tutto ci sarà il premier e una cabina di regia composta dai ministri di volta in volta coinvolti dai progetti, per l’80% in mano ai tecnici, con la possibilità di affidare i poteri sostituivi per esautorare le amministrazioni inadempienti (o si procede con i soliti commissari). Monitoraggio e controllo spettano al Tesoro. Arriva una prima infornata di assunzioni con un concorso semplificato: 350 tecnici, tutti con contratti a termine.

Raggi vince al Tar: “Regione indichi il sito discarica”

Nicola Zingaretti non poteva imporre a Virginia Raggi, attraverso un’ordinanza di indicare un sito nella città di Roma dove realizzare la futura discarica capitolina. Avrebbe dovuto (anzi, dovrebbe), valutata la presunta “omessa adozione” da parte della sindaca, utilizzare i “poteri sostitutivi” che la legge gli concede e indicare direttamente lui, in quanto presidente della Regione, l’area più adatta per realizzare l’impianto. Argomento che impazza ormai almeno da tre anni. Lo spiega, in sostanza, il Tar del Lazio, che si è pronunciato accogliendo il ricorso del Campidoglio contro l’ordinanza della Regione Lazio del 1° aprile scorso che imponeva al Comune di Roma, “entro 30 giorni” di “trasmettere un piano impiantistico ai fini dell’autosufficienza” territoriale “in termini di trattamento, trasferenza e smaltimento” dei rifiuti. I giudici amministrativi spiegano che “l’ordinanza contingibile e urgente è utilizzabile soltanto in via provvisoria, sussidiaria e straordinaria, quando la norma non preveda un atto amministrativo tipico”. La Regione, se vuole, però, può utilizzare i “poteri sostitutivi”: “Nel caso di specie, l’articolo 13 della legge regionale n. 27 del 1998 (…) attribuisce alla Regione un potere sostitutivo in caso di omessa adozione, da parte delle Province e dei Comuni, di atti obbligatori (…) così escludendo la necessità di ricorrere al potere extra ordinem. Suggeriscono i giudici: “Conseguentemente, la complessa attività di gestione del corretto ciclo dei rifiuti richiede un’attività sinergica ad opera di tutti gli Enti preposti alla cura degli interessi di settore”.

Una decisione che fa ripartire la giostra politica, ma che segna un punto per Virginia Raggi. Nell’ultimo piano rifiuti della Regione – in gran parte scritto da Flaminia Tosini, la manager arrestata il 16 marzo scorso per corruzione perché per i pm da anni è “asservita” al nuovo monopolista laziale del settore, Valter Lozza – si chiede alla città di Roma di essere “autosufficiente” rinunciando a portare i rifiuti nella sua Città metropolitana (caso unico in Italia). Alla luce dell’esaurimento di tutte le discariche presenti nelle cinque province del Lazio, Zingaretti aveva minacciato il “commissariamento” se Raggi non avesse ottemperato all’ordinanza. Ma, paradossalmente, è il Tar a dare al governatore il via libera: se l’attività pianificatoria è “allo stato mancante”, come rilevato dai giudici, e la Regione ne ritiene responsabile il Comune, l’Ente può procedere a individuare direttamente il nuovo sito. Lo farà? Difficile, perché in autunno ci saranno le elezioni amministrative e i candidati di Pd e M5S (Roberto Gualtieri e Raggi stessa) sono già in campo l’uno contro l’altra. “La sostanza non cambia: il Tar conferma chiaramente che Roma non ha un piano impiantistico, non ha indicato i siti dove collocare gli impianti e non sa dove portare i rifiuti che produce. La situazione sta diventando gravissima: Roma rischia di essere invasa dai rifiuti”, ha detto ieri Zingaretti, che poi ha annunciato: “Già oggi informerò il governo del pericolo che corre Roma”. Questa potrebbe essere la prossima mossa: far decidere al governo Draghi – che non ha grosse necessità elettorali – quale buca nel territorio della città di Roma dovrà essere utilizzata per i rifiuti dei romani.