Prendete la lettera del 18 maggio con la quale l’ex ministro di Conte, Gaetano Manfredi, annunciava il ritiro della sua candidatura a sindaco di Napoli. Lettera scritta sottolineando che la città è ingovernabile perché indebitata fino al collo e in dissesto di fatto, fino a invocare per salvarla un nuovo “patto per Napoli”. Fatene coriandoli. Ieri Manfredi ha invertito la rotta e ha annunciato la candidatura. Sarà lui il leader dell’alleanza Pd-5Stelle-Leu e le forze di centrosinistra che si riconosceranno in questa coalizione. È stato accontentato: ha in tasca un documento firmato da Giuseppe Conte, Enrico Letta e Roberto Speranza dall’ambizioso titolo “Un patto per Napoli” e altrettanto ambizioso sottotitolo “come rendere sostenibile il debito e liberare risorse per il rilancio della città”.
Un libretto delle buone intenzioni riassumibile in tre punti: una gestione del debito disegnata sul modello utilizzato per Roma, che affidi a un commissario di governo la montagna di debiti ereditata dal passato (il terremoto, l’emergenza rifiuti) e lasci al Comune la gestione ordinaria dei debiti successivi a una certa data; l’estensione al triennio 21-23 e l’incremento da 500 milioni ad almeno un miliardo annuo della dotazione del Fondo per il sostegno all’equilibrio di bilancio degli enti locali; un piano straordinario per l’assunzione e la riqualificazione di personale.
Insomma, c’è la promessa che arriveranno i soldi. Quelli necessari a rendere Manfredi un sindaco che non sia costretto, tra lacrime e sangue, a dismettere, svendere, tagliare intorno a un debito le cui dimensioni sono tanto grandi quanto ignote – lui ha parlato di 5 miliardi di passività, secondo gli uomini di Luigi de Magistris staremmo intorno ai 2 miliardi e mezzo –, ma che riesca a disegnare un progetto di sviluppo intorno ai fondi del Recovery.
Portato a casa il risultato, Manfredi ha annunciato la discesa in campo con il rituale post su Facebook: “Napoli torna finalmente protagonista sullo scenario politico nazionale. Adesso possiamo partire tutti insieme per costruire la città del futuro. Un grande sforzo che deve mettere in campo le migliori energie della città. Ognuno deve fare la sua parte e io farò la mia”.
Ma tra le sei paginette del Patto per Napoli e il traguardo della sua realizzazione, c’è ovviamente la distanza enorme rappresentata dalla realtà. Tanto per cominciare: il governo Draghi – e la sua composita maggioranza, fatta anche dai partiti di centrodestra che osteggeranno Manfredi – reggerà alle pressioni delle altre grandi città indebitate che chiederanno attenzioni analoghe? E questi soldi, poi, ci sono davvero?
In ogni caso si registra un dato politico importante e incontrovertibile: Napoli è l’unica grande città in cui si concretizza l’alleanza Pd-M5S. Il patto del bar e dei selfie di Posillipo si incarna in Manfredi, figura a metà tra il tecnico e il politico – a lungo rettore della Federico II di Napoli, un fratello, Massimiliano, già parlamentare Pd e oggi consigliere regionale – che mette d’accordo anche le anime inquiete di chi coi pentastellati non voleva avere nulla a che fare e reagiva all’ipotesi Roberto Fico come i vampiri davanti all’aglio. Ovvero la galassia che ruota intorno al sole del governatore Pd Vincenzo De Luca e, almeno ufficialmente, quelli di Italia Viva. Che sono con Manfredi, sì, ma alcuni renziani col timbro doc delle prime Leopolde sono già transitati da tempo negli staff elettorali di Antonio Bassolino. Il vecchio leone due volte sindaco del Rinascimento napoletano e poi governatore della catastrofe dei rifiuti, non si è arreso. Da settimane gira per mercati, piazze e associazioni. Ancora ieri mattina, Bassolino, intervistato da Radio Crc, si augurava “che il Pd possa sostenere la mia candidatura, essendo io uno dei fondatori del Pd”.
Nel coro quasi unanime di apprezzamenti del centrosinistra alla candidatura di Manfredi ci sono le note stonate di Clemente Mastella e dei Verdi. Il primo si chiede perché dovrebbe allearsi coi Cinque Stelle a Napoli mentre a Benevento “mi fanno la guerra”. I secondi insistono nel chiedere le primarie, con le quali capitalizzare la popolarità del loro leader Francesco Borrelli. Nel campo avversario, il candidato sindaco di centrodestra, Catello Maresca, commenta pungente: “Se Manfredi ha trovato 5 miliardi in 5 giorni siamo di fronte a Mandrake”. Il mago, presumiamo, non il personaggio di Gigi Proietti in Febbre da cavallo: lui era uno che i soldi li perdeva al gioco.