Promessi i soldi a Manfredi: a Napoli alleanza giallorosa

Prendete la lettera del 18 maggio con la quale l’ex ministro di Conte, Gaetano Manfredi, annunciava il ritiro della sua candidatura a sindaco di Napoli. Lettera scritta sottolineando che la città è ingovernabile perché indebitata fino al collo e in dissesto di fatto, fino a invocare per salvarla un nuovo “patto per Napoli”. Fatene coriandoli. Ieri Manfredi ha invertito la rotta e ha annunciato la candidatura. Sarà lui il leader dell’alleanza Pd-5Stelle-Leu e le forze di centrosinistra che si riconosceranno in questa coalizione. È stato accontentato: ha in tasca un documento firmato da Giuseppe Conte, Enrico Letta e Roberto Speranza dall’ambizioso titolo “Un patto per Napoli” e altrettanto ambizioso sottotitolo “come rendere sostenibile il debito e liberare risorse per il rilancio della città”.

Un libretto delle buone intenzioni riassumibile in tre punti: una gestione del debito disegnata sul modello utilizzato per Roma, che affidi a un commissario di governo la montagna di debiti ereditata dal passato (il terremoto, l’emergenza rifiuti) e lasci al Comune la gestione ordinaria dei debiti successivi a una certa data; l’estensione al triennio 21-23 e l’incremento da 500 milioni ad almeno un miliardo annuo della dotazione del Fondo per il sostegno all’equilibrio di bilancio degli enti locali; un piano straordinario per l’assunzione e la riqualificazione di personale.

Insomma, c’è la promessa che arriveranno i soldi. Quelli necessari a rendere Manfredi un sindaco che non sia costretto, tra lacrime e sangue, a dismettere, svendere, tagliare intorno a un debito le cui dimensioni sono tanto grandi quanto ignote – lui ha parlato di 5 miliardi di passività, secondo gli uomini di Luigi de Magistris staremmo intorno ai 2 miliardi e mezzo –, ma che riesca a disegnare un progetto di sviluppo intorno ai fondi del Recovery.

Portato a casa il risultato, Manfredi ha annunciato la discesa in campo con il rituale post su Facebook: “Napoli torna finalmente protagonista sullo scenario politico nazionale. Adesso possiamo partire tutti insieme per costruire la città del futuro. Un grande sforzo che deve mettere in campo le migliori energie della città. Ognuno deve fare la sua parte e io farò la mia”.

Ma tra le sei paginette del Patto per Napoli e il traguardo della sua realizzazione, c’è ovviamente la distanza enorme rappresentata dalla realtà. Tanto per cominciare: il governo Draghi – e la sua composita maggioranza, fatta anche dai partiti di centrodestra che osteggeranno Manfredi – reggerà alle pressioni delle altre grandi città indebitate che chiederanno attenzioni analoghe? E questi soldi, poi, ci sono davvero?

In ogni caso si registra un dato politico importante e incontrovertibile: Napoli è l’unica grande città in cui si concretizza l’alleanza Pd-M5S. Il patto del bar e dei selfie di Posillipo si incarna in Manfredi, figura a metà tra il tecnico e il politico – a lungo rettore della Federico II di Napoli, un fratello, Massimiliano, già parlamentare Pd e oggi consigliere regionale – che mette d’accordo anche le anime inquiete di chi coi pentastellati non voleva avere nulla a che fare e reagiva all’ipotesi Roberto Fico come i vampiri davanti all’aglio. Ovvero la galassia che ruota intorno al sole del governatore Pd Vincenzo De Luca e, almeno ufficialmente, quelli di Italia Viva. Che sono con Manfredi, sì, ma alcuni renziani col timbro doc delle prime Leopolde sono già transitati da tempo negli staff elettorali di Antonio Bassolino. Il vecchio leone due volte sindaco del Rinascimento napoletano e poi governatore della catastrofe dei rifiuti, non si è arreso. Da settimane gira per mercati, piazze e associazioni. Ancora ieri mattina, Bassolino, intervistato da Radio Crc, si augurava “che il Pd possa sostenere la mia candidatura, essendo io uno dei fondatori del Pd”.

Nel coro quasi unanime di apprezzamenti del centrosinistra alla candidatura di Manfredi ci sono le note stonate di Clemente Mastella e dei Verdi. Il primo si chiede perché dovrebbe allearsi coi Cinque Stelle a Napoli mentre a Benevento “mi fanno la guerra”. I secondi insistono nel chiedere le primarie, con le quali capitalizzare la popolarità del loro leader Francesco Borrelli. Nel campo avversario, il candidato sindaco di centrodestra, Catello Maresca, commenta pungente: “Se Manfredi ha trovato 5 miliardi in 5 giorni siamo di fronte a Mandrake”. Il mago, presumiamo, non il personaggio di Gigi Proietti in Febbre da cavallo: lui era uno che i soldi li perdeva al gioco.

Detenuto Verdini: assegno arrivato pure a Rebibbia

Miracoli del Senato: il vitalizio lo accreditano anche ai carcerati. Sì, perché a quanto pare, Denis Verdini non ha mai smesso di intascare l’assegno neppure durante il soggiorno obbligato a Rebibbia, che ha lasciato a inizio gennaio dopo aver ottenuto i domiciliari. La sentenza per il crac del Credito cooperativo fiorentino per il quale ha rimediato 6 anni e 6 mesi, infatti, è diventata definitiva in Cassazione tre mesi dopo la ricognizione fatta sui casellari giudiziali dagli uffici della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati: e così l’amministrazione di Palazzo Madama ha continuato a versargli l’assegno pure dietro le sbarre e continua a farlo pure oggi che non vede più il sole a scacchi.

Un assegno che ora non gli toglierà più nessuno perché nel frattempo la commissione contenziosa e il consiglio di garanzia, organi di “giustizia” interna dello stesso Palazzo di cui Verdini è stato influentissimo inquilino, hanno cancellato la delibera che lo avrebbe colpito nell’onore e pure nel portafogli con la perdita di circa 5mila euro al mese: quelle regole varate dall’allora presidente del Senato Pietro Grasso nel 2015 che negavano per indegnità il vitalizio agli ex senatori condannati in via definitiva per reati di particolare gravità e che ora non esistono più. Grazie alla sentenza vergata dai “giudici” di Forza Italia e della Lega di Matteo Salvini, fidanzatissimo, seppure non in odore di fiori d’arancio, proprio con la figlia di Denis. Insomma grazie al Senato il “suocero” del Capitano non è mai rimasto a secco né rischia di rimanerci, nonostante le traversie giudiziarie. Ed è solo l’ultima delle mirabolanti imprese dell’ex macellaio di Fivizzano che nella sua lunga carriera è riuscito a farsi banchiere, editore, gran ciambellano alla corte dell’ex Cavaliere e pure traghettatore di anime berlusconiane convertite alla stella di Matteo Renzi. Che, come Salvini e tanta parte del centrodestra era andato pure lui in processione a Rebibbia a ridosso del Santo Natale. Giorni indimenticabili per Verdini e pure per il leader di Italia Viva che in quei giorni teneva in scacco Giuseppe Conte, minacciando un giorno sì e l’altro pure di staccargli la spina come poi effettivamente è accaduto. Avrà chiesto consiglio all’amico Denis? Chissà. È certo che in molti sospettarono che Verdini si fosse rimesso a pensare al partito della Nazione e a tesser le sue tele, mestiere in cui è maestro riconosciuto.

Certo, il Mr Wolf di Fivazzano è ancora un leone, anche se restano i guai giudiziari che non sono affatto finiti. Come non è nemmeno archiviato il rischio che debba tornare a bottega: Il giudice del Tribunale di sorveglianza di Roma, infatti, gli aveva concesso i domiciliari a gennaio scorso perché il regime carcerario non era stato ritenuto compatibile con le condizioni di salute dell’ex senatore dopo il focolaio da Covid registrato a Rebibbia. Della udienza in cui si doveva decidere del suo eventuale ritorno in carcere non si si sa più nulla, solo che è slittata una prima volta dopo che uno dei legali di Verdini era risultato positivo al Covid. Intanto resta dov’è , nella sua villa di Pian dei Giullari a godersi le colline di Firenze, l’affetto dei familiari e perché no, pure il vitalizio. Che manterrà in ogni caso. Anche se dopo la condanna per la bancarotta del Credito fiorentino che gli è costato il carcere dovesse essere confermata anche quella per il crac della Società Toscana di Edizioni (società che editava il Giornale della Toscana) per cui nel 2018 è stato condannato a 5 anni e mezzo sempre per bancarotta fraudolenta.

Il malloppo dei vitalizi: i pregiudicati all’incasso

Indietro tutta. Con la delibera di Palazzo Madama che ha restituito il vitalizio a Roberto Formigoni, condannato a 5 anni e 10 mesi per corruzione, brindano anche tutti gli altri ex senatori condannati per mafia, terrorismo o reati contro la Pubblica amministrazione, a cui l’assegno era stato revocato nel 2015 per volere dell’allora presidente del Senato Pietro Grasso. Presto infatti anche per loro verrà meno la revoca e dunque torneranno a percepire l’assegno mensile, nell’attesa che il Senato si esprima anche sulla marea di ricorsi presentati – grazie allo zelante avvocato Maurizio Paniz, a sua volta ex parlamentare – da tutti quelli a cui il vitalizio è stato ricalcolato secondo il sistema contributivo.

Intanto però per i condannati tutto torna come prima e pure le vedove di alcuni di loro potranno ricevere l’agognata reversibilità. Non solo: gli interessati avranno indietro anche gli arretrati, ovvero gli assegni non percepiti in questi sei anni, al netto dei soldi già incassati da coloro i quali si erano già fatti restituire la quota accumulata in base ai contributi versati.

Silvio Berlusconi. B. è il più noto tra gli ex senatori condannati. Nel 2013, dopo un’infinita serie di processi conclusa tra prescrizioni, assoluzioni e leggi ad personam, la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset. Fino ad allora, Berlusconi aveva diritto a un assegno da circa 8 mila euro che ora potrà pretendere di nuovo.

Marcello Dell’Utri. Sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa non sono abbastanza per revocare l’assegno allo storico braccio destro di Berlusconi. Tutt’oggi pluri-indagato – nonché condannato in primo grado a 12 anni nel processo sulla trattativa Stato-mafia – al momento della delibera Grasso del 2015 Dell’Utri percepiva 4.985 euro al mese dal Senato, di cui ha fatto parte dal 2001 al 2013.

Vittorio Cecchi Gori. Sono invece diversi i guai finanziari in cui è incappato Cecchi Gori, l’ex magnate del cinema e storico presidente della Fiorentina negli anni 90. Vicende che lo hanno portato ad alcune condanne passate in giudicato per cui il Senato, nel 2015, decise la revoca dei suoi 3.400 euro di vitalizio. Senatore per sette anni con il Partito popolare, soltanto l’anno scorso per Cecchi Gori è arrivata l’ultima amarezza giudiziaria: la Cassazione ha confermato la condanna a 5 anni e 6 mesi per il crac della casa di produzione Safin.

Ferdinando Di Orio. La condanna definitiva di Di Orio, ex senatore Pds in carica dal 1994 al 2001, è successiva alla delibera Grasso. È stato dunque uno degli ultimi a perdere l’assegno, che ora potrà ri-ottenere nonostante la Cassazione gli abbia inflitto 2 anni e 6 mesi per il reato di induzione indebita: da rettore dell’Università dell’Aquila, Di Orio aveva costretto un suo docente, il medico Sergio Tiberti, a versargli denaro per non incorrere in possibili conseguenze negative per la sua carriera accademica.

Vincenzo Inzerillo. Poco meno di due anni in Senato valgono 2.381 euro di assegno mensile a vita. Così Vincenzo Inzerillo, ex Dc, ha messo a frutto i suoi 722 giorni passati in Parlamento tra il 1992 e il 1994, prima che Tangentopoli spazzasse via la Prima Repubblica. Ma non Inzerillo, che ora tornerà a percepire il vitalizio senza badare alla condanna definitiva a 5 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa.

Franco Righetti. Centrista per due legislature con la passione per gli affari immobiliari, Righetti non percepisce più l’assegno di Palazzo Madama da sei anni. Ma la sentenza Formigoni apre la strada al maxi-risarcimento anche per lui, che fino al 2015 prendeva 3.408 euro al mese.

Ottaviano Del Turco. Ministro, presidente dell’Abruzzo e senatore per otto anni, Del Turco è stato condannato in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione indebita alla fine di una lunghissimo processo sulla Sanità della sua Regione. La vicenda del vitalizio di Del Turco si trascina da mesi, perché l’ex senatore ha continuato a percepire i 5.500 euro – al netto di qualche congelamento provvisorio – nonostante la condanna definitiva, perché ammalato di Parkinson e Alzheimer e perché si è dichiarato indigente. Circostanza smentita da un Isee da 137 mila euro e 92 mila euro di reddito. A scanso di polemiche, Del Turco adesso potrà riavere tutti i soldi.

Reversibilità. Ci sono poi le famiglie di alcuni ex senatori defunti pronte a ricevere di nuovo gli assegni. Si tratta dei parenti di Antonio Girfatti (Forza Italia), Giorgio Moschetti (Dc), Giuseppe Ciarrapico (già senatore del Popolo della Libertà e noto anche per essere stato presidente della Roma) e Pasquale Squitieri, eclettico regista e senatore di Alleanza nazionale per una sola legislatura.

Gli altri. Da sottolineare, poi, come la sentenza Formigoni chiuda ogni dubbio anche su quegli ex senatori che il vitalizio non lo hanno mai perso nonostante abbiano commesso gravi reati. La delibera di Palazzo Madama del 2015, infatti, escludeva dalla perdita dell’assegno coloro i quali avevano patteggiato la condanna entro quella data, senza dunque essere stati condannati dopo al termine del processo. Parliamo di Luigi Grillo, ex Dc e FI condannato per associazione per delinquere, turbata libertà degli incanti, corruzione aggravata e utilizzazione di segreti d’ufficio (10 mila euro al mese di vitalizio); Giovanni Di Benedetto, Dc sparito dalla politica con una serie di condanne (tra cui corruzione aggravata) ma con i suoi 1.600 euro al mese garantiti dal Senato; il leghista Piergiorgio Stiffoni, 7 mila euro al mese nonostante la condanna per peculato; e Salvatore Marano, ex senatore forzista esperto – suo malgrado – di reati finanziari. Per tutti loro, dal prossimo mese ci sarà un po’ di compagnia in più tra i “vitaliziati”.

Flop di Bianchi: il Tesoro boccia l’infornata “bis” di assunzioni

L’idea del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, era di allargare il ministero, estenderlo ed espanderlo, per facilitare le riforme previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, senza perdere tempo, velocizzando tutto, già a partire dal decreto Semplificazioni. Ma almeno per il momento, il ministero dell’Economia non sembra essere d’accordo col progetto.

Dell’infornata di dirigenti e funzionari richiesti, così, è rimasto ben poco. Il dicastero di Viale Trastevere aveva proposto di mettere a bilancio cinque posti in più da direttore generale, 29 dirigenti di seconda fascia, 65 posti da funzionari di area III stabili e, soprattutto, altri 250 funzionari da assumere a tempo determinato. Il piano prevedeva procedure semplificate, puntando ad esempio su prove orali, insieme a uno stanziamento di 800mila euro per gli uffici di diretta collaborazione del ministro. Nulla di tutto ciò però è stato in prima battuta accettato (bisognerà capire se ci sarà una “controproposta”). Dalla Ragioneria dello Stato è stata prima rilevata la necessità di un maggior dettaglio nei criteri utilizzati per quantificare quanto richiesto, poi di tenere conto delle richieste che arriveranno dagli altri ministeri per riuscire a trattare la vicenda in modo omogeneo e unificato, previa verifica politica. È stato poi rilevato che le assunzioni a tempo determinato potrebbero essere poco coerenti per il fatto che il ministero ha già aumentato recentemente il suo organico (e a tal proposito, l’ideale sarebbe verificare che non ci siano già figure interne che potrebbero ricoprire quegli incarichi) e che genererebbero nuovo precariato, lo stesso su cui la Commissione Ue bacchetta l’Italia da anni. Lo stesso che ha costretto il ministro a scendere a patti e a varare una sanatoria di compromesso per i docenti precari storici.

Letta e Mario fanno (di nuovo) pace. Ma già lo sanno: litigheranno ancora

Una telefonata tesa, poi un incontro “chiarificatore”. Un’esortazione in punta di storia della politica italiana, poi una battuta tranchant. Quella tra Mario Draghi e Enrico Letta si va configurando sempre di più come una relazione difficile, particolarmente complicata perché sulla carta i due sembrerebbero più che compatibili. E dunque, c’è da stare certi che la prossima lite a distanza, che necessità di una riappacificazione pubblica, sia dietro l’angolo. Ieri, comunque, i due si sono visti a Palazzo Chigi dopo una settimana parecchio burrascosa. Prima, Letta aveva lanciato l’idea della dote ai 18enni da finanziare con il prelievo sulle tasse di successione superiori a 5 milioni, poi c’è stata la partita del blocco dei licenziamenti. E le critiche del Pd al decreto semplificazioni. Che però sono state almeno parzialmente accolte. Il Pd si era battuto contro la reintroduzione della norma sul “massimo ribasso”, che è poi stato stralciata e sul subappalto, in via di definizione. I due stavolta si sono visti da soli. Il colloquio è stato lungo e “proficuo”, ma è chiaro a entrambe le parti che i problemi torneranno e le distanze restano. Hanno parlato delle riforme contenute nel Pnnr (giustizia, lavoro con gli ammortizzatori sociali, fisco, semplificazioni), Draghi ha chiarito che quella del fisco arriverà dopo quella della giustizia. E Letta ha ribadito che sulla dote ai giovani non molla.

“Mentre tutto il mondo va a sinistra, noi non possiamo andare a destra”. L’altro ha preso atto. Tutto rimandato a un confronto nella maggioranza. Poi, sarebbe stata sancita la progressività delle imposte: una scelta che esclude la flat tax voluta da Salvini. Il Pd a breve presenterà le proprie proposte, con l’idea di ridurre le imposte per il ceto medio. Dopodiché, i due hanno fatto un ragionamento generale sull’Europa. Non è un caso che Letta sia stato due volte a Bruxelles negli scorsi giorni, per tessere una propria tela, complementare a quella di Draghi. Il segretario del Pd ci ha tenuto a portare anche la propria esperienza di ex premier. E di ex premier di un governo di larghe intese, che sa bene cosa significhi dover trovare continue mediazioni. Un modo per cercare ancora una volta di porsi come interlocutore privilegiato.

Chi l’ha visto subito dopo racconta che Letta era tranquillo, contento. Negli scorsi giorni, il Pd è stato percepito come un problema per l’esecutivo, e questa è una narrazione che al Nazareno non possono accettare. Un difficile equilibrio quello dei dem, tra portare avanti le proprie bandiere e non marcare troppo la differenza dall’agenda Draghi. Tanto da finire spesso nella poca incisività. Ma Letta almeno ieri poteva twittare: “Sintonia piena. Avanti”.

Rivolta nel M5S: “Perché restare al governo così?”

Le nomine sono state l’ultimo schiaffone. L’ultima conferma che il Movimento nella maggioranza di quasi tutti fa il portatore di voti, e pochissimo altro. “Mario Draghi si è mosso come al solito, ha deciso lui e poi ci ha fatto sapere” ruminano dal M5S, dove la rimozione di Fabrizio Palermo dal vertice di Cdp è stata vissuta come un’umiliazione. Così adesso i big, come i soldati semplici, molti dei 5Stelle di governo, come quelli che nell’esecutivo non ci sono più, si pongono la stessa domanda: “Ma in questo governo cosa ci stiamo a fare?”. Cosa ci restano a fare, i grillini, che non toccano palla e devono affannarsi per difendere almeno qualche bandiera, a partire dalla riforma della prescrizione?

Certo, i 5Stelle sono inconsistenti anche e forse innanzitutto per colpe proprie, visto che il capo prossimo venturo Giuseppe Conte è bloccato da mesi dalla guerra sui dati con Rousseau e il reggente Vito Crimi è reduce da infinite proroghe nella carica, che ne hanno stinto peso e rappresentatività. E figurarsi il fondatore e Garante Beppe Grillo, auto-affondatosi con il video sul figlio indagato per stupro. “Almeno Enrico Letta può andare a parlare da Draghi, ma per conto del M5S chi sarebbe legittimato a farlo?” dicono nel Movimento che non sa dove andare e soprattutto perché. Alla Camera i capannelli tra parlamentari sembrano ormai sedute di auto-coscienza. Mentre in Senato la battaglia sui vitalizi ha almeno raggrumato un po’ il gruppo, con Paola Taverna a fare da mastice. “Ma non è un caso che abbiano attaccato ora su quel tema – sibilano i grillini – Ci hanno visto deboli, e provano a schiantarci”. È stato difficile, raccontano, anche convincere il Pd a firmare la mozione sul tema. Ma è tutto complicato. Anche reggere certe posizioni del ministro alla Transizione ecologica Stefano Cingolani, per cui Grillo si era battuto durante le consultazioni e che nei suoi post il M5S aveva indicato come il 5° ministro grillino. Ieri però Cingolani ha ribadito la sua autonomia, con una frase che è l’antitesi della linea del Movimento sull’ambiente: “L’Italia deve fare una riflessione sugli inceneritori”. Notte fonda, insomma. E il Draghi che manda i testi di legge ai ministri all’ultimo minuto utile non aiuta. Anche se il premier deve aver fiutato che nel M5S il malessere trabocca. Non è un caso che la ministra della Giustizia Marta Cartabia abbia ricevuto la delegazione grillina, la prima rappresentanza di un partito vista separatamente. Perché ai piani alti sanno che sulla Giustizia il Movimento potrebbe veramente sollevarsi. Anche per questo Cartabia ha avuto un lungo e piuttosto franco colloquio innanzitutto con l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, con cui pare abbia ottimi rapporti.

Perché è stato lui a spiegare con toni pacati e concetti chiari che sulla prescrizione il M5S potrebbe al massimo tollerare il cosiddetto Orlando: ossia il decorrere dei termini solo per gli assolti in primo o secondo grado, mentre lo stop alla prescrizione rimarrebbe per i condannati. Di più, il Movimento, non può proprio concedere. Anche perché sul tavolo ci sono altre misure pesanti da deglutire, come il divieto di proporre appello per le procure. E allora si spiega perché i grillini puntino a far scivolare più avanti possibile il nuovo processo penale. “Le priorità sono la riforma del processo civile e del Csm”, ripetono da giorni Luigi Di Maio e gli altri maggiorenti. E proprio Di Maio, raccontano, è “preoccupato” dalla situazione interna al Movimento. “Sappiate che dopo il governo Draghi c’è solo il voto” ha ricordato in alcuni colloqui. Sottotesto: in queste condizioni il M5S sarebbe pronto?

Metodo Draghi. Nomine, premiati gli amici. Ai cacciati niente spiegazioni

Grazie tante, non ci serve niente. È il messaggio implicito che il governo Draghi indirizza ai vari manager e dirigenti pubblici che in questo periodo vengono accompagnati alla porta, più o meno gentilmente, ma soprattutto senza un giudizio o un valore sul loro operato.

Si è sempre fatto, si può dire, ed è vero. Ma stavolta non c’è un governo di colore politico nuovo che sostituisce quello precedente, non si è dentro al meccanismo tanto anglosassone quanto spietato dello spoils system. Il governo Draghi ha il 60% dei consensi che derivano dall’ex governo Conte, eppure è incredibile quanto la sua iniziativa, in termini di nomine, sia del tutto svincolata dalle forze politiche che lo sostengono. Se ne potrebbe gioire, perché finalmente si limita quella “partitocrazia” che tanta parte ha avuto nella storia italiana. Ma le dinamiche di nomina di Draghi non si svolgono mica con audit, vaglio di curriculum e concorsi pubblici. Si svolgono sempre con le logiche sotterranee del potere.

il “metodo Draghi” sembra essere quello di occupare le posizioni apicali, e decisive, con figure che rispondono direttamente al presidente del Consiglio, al suo entourage e alle sue provenienze, mentre per i piani più bassi viene lasciato ai partiti l’osso da spolpare. Le voci di palazzo, ad esempio, dicono che per la Rai il governo si concentrerà sui ruoli di presidente e amministratore delegato, mentre ai partiti si lasceranno le poltrone del Consiglio di amministrazione e poi le direzioni delle reti e dei Tg. E così via.

In questo modo, Draghi ha potuto indicare un uomo molto fidato come Dario Scannapieco per la gestione della Cassa Depositi e Prestiti con l’obiettivo, apparentemente unico, di togliere di mezzo l’ex ad Fabrizio Palermo ieri salutato con i ringraziamenti di rito, ma senza spiegare il motivo della scelta fatta. Eppure Palermo, chiamato dal governo gialloverde tre anni fa, su particolare richiesta dei M5S allora guidati da Luigi Di Maio, non ha fatto nulla che meriti la censura. A meno che non ci si riferisca al progetto di “nuova Iri” ipotizzato per la Cassa che si finanzia con il risparmio postale degli italiani e per cui nell’ultimo decreto Sostegni del governo Conte è stata individuata una dote di 44 miliardi, il “Patrimonio Rilancio” per sostenere e finanziare le imprese italiane.

Ma questo schema è stato definito dalla politica, non dai vertici della Cassa che comunque, anche per via della pandemia, dovrà gioco-forza presidiare ai destini di aziende come Tim e Autostrade, occuparsi di fibra ottica e altri dossier in una logica di sistema che chiama in causa il ruolo dello Stato.

Il consigliere speciale di Draghi che ha gestito questa partita, il professor Francesco Giavazzi, che non nasconde le sue idiosincrasie per il ruolo dello Stato in economia, non potrà fare tabula rasa di queste acquisizioni.

Il benservito ha riguardato anche Gianfranco Battisti di Ferrovie, anch’egli vittima di uno spoils system questa volta inteso nel senso più profondo, di “spoglie” di una parte politica, in particolare il M5S, il vero sconfitto di questa tornata.

Eppure Battisti aveva messo le Ferrovie al servizio dei faraonici piani di Alta velocità, che vanno a comporre il Piano nazionale di ripresa e resilienza, architettati in larga parte dalla predecessora di Enrico Giovannini, la ex ministra dem Paola De Micheli. Davvero poco da rimproverare all’ignaro Battisti, che in questi tre anni è stato comunque oggetto di un martellamento costante, forse perché “colpevole” di aver spodestato una gestione precedente fedele alla linea di comando del Pd a trazione renziana.

Tanti saluti, senza nemmeno un bacio, anche al prefetto Gennaro Vecchione, fatto uscire anticipatamente dalla direzione del Dis, il coordinamenti dei Servizi di sicurezza affidati all’ambasciatrice Elisabetta Belloni.

Raccontano che la decisione sia stata comunicata, per cortesia, un’ora prima a Luigi Di Maio, e solo su richiesta di quest’ultimo comunicata poi con una telefonata all’ex premier Giuseppe Conte. Il quale ne ha chiesto i motivi al suo successore senza però ricevere spiegazioni.

La prossima tappa cruciale sarà quella della Rai, da sempre termometro sensibile dei rapporti di potere della politica italiana. Come detto, Draghi tiene gli occhi puntati sulle caselle che contano (e non facciamo nomi perché ne vengono fatti girare troppi). Il metodo finora ha pagato, ma potrebbe anche stancare se è vero che, ad esempio nel M5S come raccontiamo nell’articolo a fianco, salgono i malumori.

Eran 300… e sono 350

Oggi non leggerò i giornali perché già so cosa scriveranno. Le stesse cose che scrissero quando Conte, a dicembre, annunciò una cabina di regia a Palazzo Chigi con il Mef, il Mise, 6 manager e 300 tecnici per vigilare sulle opere del Recovery, come richiesto a pagina 33 delle Linee guida dell’Ue. I renziani, inorriditi, bloccarono il decreto e lo tennero in ostaggio un mese e mezzo fino alla crisi di governo. “Abbiamo tagliato 300 parlamentari e ora mettiamo 300 consulenti?”, tuonò l’Innominabile: “Grazie a noi il Parlamento non sarà commissariato”. Salvini: “Ma siamo matti, una task force di 300 persone?”. La Casellati: “Sul Recovery nessuna cabina di regia o gruppo di esperti può sostituirsi al Parlamento”. E il Sole 24 Ore: “Incredibile ma vero. Sei super manager e 300 tecnici per i fondi Ue”. Messina su Repubblica: “Più o meno gli stessi poteri che avevano i quadrumviri nell’ottobre del 1922: i quadrumviri di Mussolini alla marcia su Roma”. Sempre su Rep, Bei seppelliva “la prova muscolare (già fallita)… con quella pletora di manager che avrebbero commissariato di fatto sia i singoli ministri che la Pa”. Sul Corriere, Polito el Drito definiva “quasi una beffa la cabina di regia con 300 tecnici”. E Fu(r)bini: “Renzi non è il solo a trovare fuori luogo il tentativo di Conte di accentrare il controllo dei fondi”. Di nuovo il Rignanese: “No a inutili task force. Abbiamo fatto nascere questo governo per togliere i pieni poteri a Salvini, non per darli a Conte”. E Faraone, a pappagallo: “Basta con questi metodi. Abbiamo evitato che Salvini prendesse i pieni poteri, ma non per darli a Conte”. E Rosato, a stampino: “No a un esercito di burocrati al posto dei ministri”. Geremicca sulla Stampa: “Una piramide che Conte ha maturato in assoluta solitudine”. Le Brigate Partigiane De Benedetti dalla clandestinità, cioè su Domani: “Conte ha provato a prendersi quei ‘pieni poteri’ che il Parlamento ha negato a Salvini”. E l’emerito Cassese, sulle barricate: “Troppi poteri a una sola task force incomprensibile. È una soluzione rococò, denota sfiducia nello Stato”. L’Innominabile in tournée sul Paìs: “Conte non ha il mojito ma vuole pieni poteri come Salvini”. Poi, con un gesto estremo, ritirò le due ministre per salvarci dal “vulnus democratico” del tiranno Giuseppi che “vuole pieni poteri che non gli consentiremo e gli chiediamo di rispettare la Costituzione”.

Ora il dl Semplificazioni di Draghi prevede una cabina di regia a Palazzo Chigi per vigilare sulle opere del Recovery con non 300, ma “350 collaboratori, consulenti o esperti, anche estranei alla Pa”. E adesso chi li sente i due Matteo, i renziani sfusi, i Cassese, i Messina, i Fu(r)bini, i Bei, i Polito, i Geremicca e i debenedettini? Anzi, chi li ha sentiti?

Friends, dopo 17 anni sembrano dei personaggi in cerca d’autore

Quasi amici: diciassette anni dopo, molto è cambiato. Anzi, molto è invecchiato: la fuoriserie (dieci anni e 236 episodi) e loro, i protagonisti. Chi ha gareggiato meglio col tempo, Lisa Kudrow (Phoebe) e David Schwimmer (Ross); chi s’è fatto manifestamente aiutare, Jennifer Aniston (Rachel) e Courteney Cox (Monica); chi ha messo panza, Matt LeBlanc (Joey); chi parrebbe non passarsela troppo bene, Matthew Perry (Chandler). Sono tornati per onorare il titolo che li ha resi famosi, Friends, e per dare un ritocco al conto in banca: tra due milioni e mezzo di dollari e tre il cachet di ognuno. E The Reunion sia, oggi alle 9.00 on demand su Sky e in streaming su NOW (versione originale sottotitolata), in contemporanea con la messa in onda americana, e dalle 21.15 su Sky Atlantic e Sky Uno. Nostalgia canaglia, e questo speciale di quasi due ore per alimentarla: James Corden quale host, ospiti eccellenti (da Lady Gaga a Malala, da David Beckham a Reese Whiterspoon, da Justin Bieber a Cindy Crawford) e l’istantanea back in the days del creatore David Crane, “Friends è quel tempo della vita in cui i tuoi amici sono la tua vita”. Non tutto vien per nuocere nella rimpatriata, ma se il momento più commovente rimane l’archivio, segnatamente l’ultimo ciak del 2004, qualche dubbio sulla bontà editoriale dell’operazione è lecito: paiono, chi più chi meno, persone in cerca d’autore, orfani del proprio personaggio e, ancor più, dell’affezione del pubblico.

Per un’Aniston che ha sonoramente smentito un suo vecchio produttore, “quello show non ti renderà una star”, gli altri nell’immaginario collettivo sono rimasti Friends e solo quelli: la loro assenza dal grande e piccolo schermo non può che catalizzare il nostro “ma quanto sono invecchiati!”, se la son cercata. Qualcosa però regalano: dopo Taylor Swift, Lisa Kudrow condivide con un’altra superstar canora la celebre Gatto rognoso; Jennifer Aniston ritrova – altro materiale d’archivio… – l’allora marito Brad Pitt e altri battiti sul set; tutti noi afferriamo il lascito perfino esistenziale della comedy ambientata a Manhattan ma girata allo Stage 24 degli studi Warner di Burbank. Come eravamo, noi, e come sono diventati, loro. Le risate registrate oggi come allora, il Central Perk al centro del villaggio globale, le battute che chissà come mai riuscivano e, a conti fatti, la consapevolezza di come così poco – a rivedere gli episodi si può agevolmente convenire – abbia potuto significare così tanto per così tante persone. Un feuilleton di formazione, che – pretendono gli organizzatori della reunion – ancora oggi si farebbe apprezzare ovunque. Insomma, chi trova un amico trova un tesoro, chi gira Friends di più.

Lo “Stradario” è la perfetta piramide olfattiva della realtà

Daniela Ranieri è nata per scrivere. Punto. Grazie a lei, dopo sconfinati continenti di cartacea inutilità, riscopriamo la differenza tra letteratura e narrativa: l’indispensabilità. Della seconda si può fare a meno. Della prima no. Questo Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle grazie, 2021) appartiene alla prima specie. Persino più di quel capolavoro sconosciuto di Mille esempi di cani smarriti (2015, stesso editore).

Libera dalle seduzioni e dai vincoli della trama, la scrittura può, finalmente, vivere del meglio di sé. Letteratura significa scrittura, non intreccio. I libri non sono tappeti, ceste di vimini o panama. Sono lingua, lessico, costrutto, ritmo, senso, suono, silenzio. Ispirazione che si fa creazione, che si fa, a sua volta, ispirazione. Espressione dell’inesprimibile.

Non fosse così, ci saremmo potuti fermare a Omero. Qui, la scrittura è una crisalide che frantuma il bozzolo e diventa farfalla. La osserviamo volteggiare, ammaliati dalla fantasmagoria di colori, ebbri della vertigine del suo volo.

Se dovessi definirla in un’unica parola, la direi “quantistica”. Così come l’intuizione di Heisenberg ha svelato la reale natura del tempo (se lo crediamo lineare, è solo perché, vivendone frammenti infinitesimali, non ne possiamo sperimentare le curvature), Ranieri dilata il tempo fino a rivelare sostanze, sue e nostre, delle quali ignoriamo del tutto l’esistenza.

Bacio dopo bacio (lo scrittore, il tirchio, il filosofo, il carnivoro, l’onorevole, il traditore, il feticista, il direttore), scopriamo che ciò che crediamo di vivere non è vita. Annaspiamo tra le correnti limacciose di una “vita consumistica, de-spiritualizzata, mercificata”, in famiglie che sono proiettili “di individualismi sparati contro la società”, dove “ciascuno è contro tutti e tutti insieme sono contro le altre famiglie”. Ignoranti, per una scuola che non incoraggia i ragazzi a “conquistarsi la loro voce, a rendere la loro penna un’arma potente e non una protesi da inzuppare nell’acquasantiera del concesso, del decente, del presentabile”; eternamente malati, per l’insipienza volgare dei medici (“l’insegnamento della Medicina nella scuola dell’obbligo. È questa la rivoluzione, possibile che nessuno lo veda?”), quotidianamente oltraggiati dal grottesco cinismo dei potenti. E, soprattutto, incapaci di vivere l’unico mistero in grado di rivaleggiare ad armi pari con la morte: l’amore. “Ho voluto credere ogni volta che fossi al cospetto della preziosità dell’amore, come certi cercatori d’oro che davanti alla roccia ferita venivano investiti dal brillio accecante della pirite, detta ‘oro degli stolti’ […] e se ne innamoravano. Ma io, ogni volta, in fondo, ho sempre saputo che era pirite”.

Lo Stradario, però, non è vento che soffia via la nebbia, rivelando, d’un tratto, la realtà. Ciò che abbiamo davanti agli occhi, è anche davanti agli occhi della voce narrante. Noi, però, non lo vediamo. Né ne percepiamo l’essenza. Parola chiave nella poetica di Ranieri: sia sostanza che profumo. Allo stesso tempo, oggetto e metafora della scrittura.

Rispetto all’esistenza, infatti, la maggior parte di noi soffre di una sorta di anosmia (l’incapacità di percepire tutti o solo alcuni odori) della coscienza. Risultato: non cogliamo l’essenza della realtà. All’opposto, Ranieri, vive di iperosmia. Percepisce qualunque odore, persino i più tenui, i più vaghi, i più nascosti. Le basta chiudere gli occhi e annusare tempo, spazio e (dis)umanità, per disegnare una perfetta piramide olfattiva della realtà. È questa sensibilità, fisica e metafisica insieme, che fa di questo Stradario un’opera essenziale. Letteralmente.

L’urlo rabbioso di una preghiera lanciata contro qualunque cosa si frapponga tra noi e l’infinito (“Se Dio ci somiglia, allora non c’è alcuna speranza”), per chiedere a Dio di “non fare a noi quello che ha permesso venisse fatto a suo figlio”.

“Solo la letteratura è fonte di verità”, scrive Ranieri. Vero. E questo Stradario ne è prezioso distillato.